A Roma si mangia sempre meno romano

Solo un quarto del cibo consumato a Roma proviene dall’agro romano e laziale. Il 60% arriva da altre regioni italiane, mentre il 15% dall’estero. È da questo squilibrio tra città, territori produttivi e sistemi alimentari che prende le mosse Buono e Bio in Festa, la due giorni promossa dall’assessorato all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia, in collaborazione con Sapienza Università di Roma e Mountain Partnership-Fao, in programma – con la media partnership di greenreport e Gola Gioconda – il 6 e 7 giugno all’Orto botanico di Roma.
L’appuntamento porterà nella Capitale talk, mercato, laboratori e attività aperte al pubblico, con l’obiettivo di rimettere il cibo al centro delle politiche urbane: non solo come consumo individuale, ma come infrastruttura sociale, ambientale ed economica capace di tenere insieme salute pubblica, agricoltura biologica, lavoro agricolo, accesso al cibo e futuro dei territori.
Il quadro di partenza mostra margini di intervento molto ampi. Secondo l’Atlante del Cibo della Città Metropolitana di Roma Capitale, il saldo commerciale agricolo del Comune di Roma registra circa 25 milioni di euro di export contro 465 milioni di euro di importazioni. In parallelo, negli ultimi sessant’anni quasi 61mila ettari di aree agricole e naturali dell’area metropolitana sono stati trasformati in superfici artificiali, mentre circa 41mila ettari hanno subito processi di abbandono colturale, uscendo dal ciclo produttivo agricolo.
Si tratta di numeri che raccontano la fragilità del rapporto tra la Capitale e il suo territorio agricolo, ma anche le possibilità di ricostruire filiere più corte, giuste e sostenibili. Parlare di costo reale del cibo significa infatti interrogarsi sul prezzo riconosciuto agli agricoltori, sulla sostenibilità economica delle aziende agricole, sulla qualità del lavoro e sul riconoscimento dei servizi ecosistemici generati dall’agricoltura. Secondo elaborazioni richiamate da studi Ismea, su 100 euro spesi per prodotti agricoli freschi, meno di 20 euro restano al comparto agricolo come valore aggiunto, mentre il resto si distribuisce tra trasformazione, logistica, distribuzione e altri segmenti della catena. Resta centrale anche il tema del lavoro, con i più recenti rapporti sul caporalato e sullo sfruttamento lavorativo che continuano a stimare circa 200mila lavoratori irregolari impiegati nell’agricoltura italiana.
«Una grande soddisfazione l’avvio di‘ Buono e Bio in Festa’. Quest’edizione sarà animata da una serie di appuntamenti per raccontare il grande lavoro svolto da questa Amministrazione rispetto alle politiche del Cibo, tra cui la redazione del piano del cibo per la Capitale. Abbiamo scelto anche di coinvolgere diverse città che stanno promuovendo strategie e politiche alimentari: vicino a Genova e Firenze ci saranno anche comuni più piccoli, come Alba, Varese e Melpignano, per interrogarci su quale deve essere il ruolo della Capitale sulle Politiche del cibo anche in relazione a migliaia di realtà più piccole, ma importanti custodi delle eccellenze enogastronomiche. Ringrazio FederBio e Slow Food che ci hanno aiutato ad allargare l'evento a nuovi protagonisti: dal Consiglio del Cibo, passando per ConfagriBio, dalla Rete italiana delle Politiche del Cibo, fino ad arrivare ad Anci con il Presidente della Commissione Agricoltura Guido Milana che ha da pochi mesi lanciato un tavolo nazionale su questi temi», dichiara Sabrina Alfonsi, assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei rifiuti di Roma Capitale.
Per Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, le città «possono diventare alleate strategiche delle aree interne, sostenendo modelli alimentari più equi e sistemi produttivi radicati nei territori. Il biologico, nelle aree marginali ma anche nell'agricoltura urbana e periurbana, rappresenta l’unico modello agricolo realmente in grado di tenere insieme tutela degli ecosistemi, qualità del cibo, salute delle persone e opportunità economiche per le comunità locali. Buono e Bio in Festa nasce per portare questi temi nel dibattito pubblico, insieme alla giustizia nella filiera, al ruolo strategico degli agricoltori, all’educazione alimentare e al contributo fondamentale delle donne nella transizione agroecologica. Assieme a Slow Food Italia, Comune di Roma, FAO e Sapienza Università di Roma stiamo sviluppando un percorso condiviso, che negli anni ha rafforzato una visione comune sul futuro del cibo. In una fase complessa come quella attuale rafforzare le alleanze per il cambiamento verso la transizione ecologica è prioritario e urgente».
Il nodo, per Slow Food, è anche culturale. «Serve un cambiamento culturale, oltre che colturale – commenta Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia – Superare la prospettiva competitiva e riduzionista che ha sacrificato certe aree privilegiandone altre all’altare di una malintesa efficienza! Oggi è evidente che sono fragili le aree interne (collinari e montuose) che erano luoghi ‘del fare’ e sono state invece svuotate di significati e depauperate di servizi. Ma sono altresì fragili le grandi aree urbane che devono affrontare urgenti questioni ambientali, di salute pubblica, di emergenze sociali e anche di sicurezza alimentare. Solo superando l’approccio settoriale saremo in grado di incidere positivamente ripristinando un dialogo paritetico tra città e campagna non in una logica di servizio ma in una logica cooperativa: tutto questo si chiama politiche del cibo. Se c’è un lascito che racchiude tutti i lasciti del nostro fondatore Carlo Petrini, questa è la convinzione che il mondo lo si possa cambiare, proprio a partire dal cibo».
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