Agnesi: «Proposta pastorale, un invito a guardare la realtà con gli occhi di Gesù»

30 Giugno 2026 - 08:09
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Agnesi: «Proposta pastorale, un invito a guardare la realtà con gli occhi di Gesù»
Gli stand delle Asd alla Due giorni decani (Agenzia Fotogramma)Gli stand delle Asd alla Due giorni decani (Agenzia Fotogramma)

«Mi ha colpito il paragrafo che tratta il tema dello sguardo di Gesù perché mi sembra che rappresenti un’espressione concreta di quella apertura alla missione che non si configura come un volontarismo alla ricerca di conquista o come qualcosa che affanna le nostre vite, ma che è invece saper leggere la realtà guardandola con gli occhi di Gesù». Parte da qui monsignor Franco Agnesi, Vicario generale e presidente dell’Équipe sinodale “Chiesa dalle Genti”, riflettendo sulla Proposta pastorale dell’Arcivescovo Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?.

Cosa significa avere questo sguardo?
Significa vedere nelle persone l’opera di Dio, come faceva appunto Gesù, cogliendo i germogli di bene o la necessità di guarigione in coloro che incontrava. A me pare che tale atteggiamento apra anche noi a saper leggere l’opera di Dio che sta compiendosi anche in questo tempo e nel nostro mondo. Ciò può aiutarci, da una parte, a superare lo scetticismo, il pessimismo e, quindi, anche la paura e l’angoscia che bloccano ogni iniziativa e, dall’altra, ad andare oltre la superficialità. E questo, come sottolinea l’Arcivescovo, riguarda tutti e può permettere di irradiare la gioia del Vangelo.

Certamente al cuore della Proposta c’è la sinodalità, richiamata anche nel sottotitolo del documento. Una sinodalità che si ha l’impressione sia rimasta talvolta «qualcosa di vago e di astratto», per cui monsignor Delpini invita a «un coinvolgimento che dobbiamo imparare». Come vede questo richiamo?
Non vi è dubbio che sia giusto sottolineare questo aspetto. A tale proposito, voglio tornare al secondo giorno della recentissima Due giorni Decani quando, presenti i Moderatori e i Segretari delle Assemblee sinodali decanali, le Asd stesse si sono raccontate, attraverso degli stands, nei quali hanno illustrato gli ambiti in cui ciascuna si è impegnata. La curiosità è stata molta e anche l’apertura di stimoli per continuare il cammino: si è potuto toccare con mano il valore del coinvolgersi concretamente sul territorio in temi come le dipendenze giovanili, l’arte e la cultura del centro di Milano, la questione educativa e molto altro. La semplicità del raccontare e del raccontarsi è stata la carta vincente e dice molto anche di una vocazione sinodale capace di farsi guidare dallo Spirito con docilità, sapendo così meglio interpretare il proprio territorio. Questa è la missionarietà della Chiesa: l’intuizione di un gesto che diventa bene per la comunità cristiana e per la società. Naturalmente, occorre anche approfondire il Documento finale espresso dall’Assemblea sinodale della Chiesa italiana e i contenuti del percorso sinodale universale, ma credo che incarnare uno stile che ci riporta allo sguardo del Signore, a cui ho fatto prima accenno, e all’attenzione per il bene delle persone, ci conduca verso una comunione più intensa e una missione più attenta.

Monsignor Franco Agnesi all’incontro di Seveso (Agenzia Fotogramma)

Un’espressione, quest’ultima, che infatti è lo slogan con cui si sta portando avanti in Diocesi la riflessione sulle Assemblee…
Sì, perché un passaggio fondamentale è smettere di “parlarsi addosso” in modo autoreferenziale e mettersi in gioco come chiede l’Arcivescovo e come abbiamo fatto in questi ultimi quattro anni, attraverso i Gruppi Barnaba, poi la costituzione delle Assemblee Sinodali Decanali e il ripensamento degli organismi di partecipazione. 

Nella Proposta, ovviamente, si parla anche della Chiesa dalle Genti e la stessa Équipe sinodale porta nel suo nome questo riferimento. Tutto si lega?
Certo, perché tutto nasce da quella intuizione del Sinodo minore voluto da monsignor Delpini all’inizio del suo episcopato, per comprendere il profondo cambiamento che interessa anche la nostra Chiesa con il fenomeno della migrazione. C’era, quindi, un’esigenza di avere, innanzitutto, consapevolezza che Dio sta chiamando persone molto diverse tra loro a unirsi nel nome del Signore per vivere in fraternità, prendendosi cura gli uni degli altri; poi, di lavorare insieme per costruire una Chiesa rinnovata e arricchita da nuove esperienze, superando paure e pregiudizi. Dobbiamo essere una Chiesa meno preoccupata di gestire posizioni – come diceva papa Francesco – e capace, invece, di ascoltare, di aprirsi, di capire cosa accade nelle nostra comunità e nella società che ci circonda. Se ognuno pensa solo al proprio bene, non ce la faremo mai a migliorare il mondo, prevarrà sempre l’egoismo e, come nota l’Arcivescovo, l’individualismo come lo conosciamo oggi. Per questo la sinodalità è una profezia sociale perché, se ciascuno pensa e si impegna per un bene che è di tutti, allora potremo continuare a vivere».

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