Antimafia troppo distratta per accorgersi che qualcuno sta mettendo a ferro e fuoco Palermo
Dov’è finita la prima linea dell’antimafia. Tutti, o quasi, in tutt’altre faccende affaccendati, inghiottiti da politica e carriere tanto da non sentire il rumore dei kalashnikov. Perché è questo che da mesi accade a Palermo. Troppo distratti per accorgersi che qualcuno sta mettendo a ferro e fuoco la città. Firmano i raid con il rumore delle sventagliate di mitra e l’odore acre degli incendi. Seminano paura come non succedeva da decenni per convincere i commercianti a pagare il pizzo. Emissari di messaggi intimidatori per saldare vecchi conti aperti quando neppure erano nati. Agiscono e tornano sul luogo del delitto, sfrontati come sono. E’ la Cosa nostra stracciona che alza il tiro provando a cambiare pelle. Dalla cella di un carcere o da uno dei boss liberi per fine pena parte l’ordine rivolto a un manipolo di picciotti della malandata periferia dello Zen che si sentono onnipotenti.
La Cosa nostra stracciona alza il tiro provando a cambiare pelle. I boss si rivolgono a picciotti della periferia dello Zen che si sentono onnipotenti
Già, lo Zen, forse è proprio questo il punto chiave. L’antimafia mediatica e salottiera con il suo stuolo di santoni e campioni ha tutto da perdere e nulla da guadagnare dal confronto con le nuove leve che gli anziani boss chiamano in maniera sprezzante “cani con la barba”. Barbe lunghe appunto, collane pacchiane, vestiti griffati o taroccati, musica neomelodica a palla, linguaggio violento, il mito di Totò Riina e “Gomorra” sono gli ingredienti dei video postati sui social. Di giorno vanno su TikTok, di notte sparano. I picciotti non si nascondono, ostentano la loro appartenenza. Questa mafia obbliga a misurarsi con le macerie sociali, a sporcarsi le mani nella melma. A farlo sono rimasti i preti di borgata, i volontari delle associazioni e qualche politico locale. E’ l’ombra di ciò che è stata l’antimafia. La stagione della presa di coscienza collettiva è lontana. Ci vollero le bombe per svegliarsi dal torpore, ma arrivarono i lenzuoli bianchi, le catene umane, i cortei. Era una ribellione vera, fatta di carne e sangue.
Questa mafia obbliga a misurarsi con le macerie sociali, a sporcarsi le mani. A farlo sono rimasti preti di borgata e volontari delle associazioni
Poi sono arrivati i professionisti dell’antimafia che a forza di dare la caccia ai fantasmi hanno smarrito il contatto con la realtà. Oggi che non ci sono più i nemici di un tempo è sparita l’antimafia dei massimi sistemi che si era radunata attorno al magistrato Antonino Di Matteo. Il collante era la trattativa stato-mafia. Le trame dei patti oscuri in giacca e cravatta o in divisa, indimostrabili ma affascinanti, muovevano le masse e stordivano le coscienze via cavo. E’ andata com’è andata, il nulla di fatto processuale ha spento l’interesse. Sopravvivono rivoli di resistenza posticcia. Un tempo c’era bisogno di sgomitare per farsi largo sull’affollato palco della notorietà. C’era la fila per iscriversi alla confraternita dell’antimafia e dei “sistemi criminali” teorizzati da un altro magistrato in servizio a Palermo, Roberto Scarpinato, che oggi li ripropone di tanto in tanto da senatore del Movimento 5 stelle grazie alle porte girevoli fra magistratura e politica. C’era sempre un fantomatico traditore di stato da sacrificare (o sputtanare) nella giostra delle interviste, dei libri e delle sceneggiature. Le aule dei Tribunali erano una fastidiosa parentesi. L’orizzonte odierno, l’ultima ancora di salvezza prima dell’oblio, è la confluenza fra la mafia stragista e il terrorismo nero. Qualcuno fa finta di non vedere che nel frattempo le nuove indagini sull’intreccio “mafia e appalti”, a cui stava lavorando Paolo Borsellino prima di essere ammazzato, hanno fatto già emergere una verità. Non sappiamo, e forse mai sapremo, se sia stata la causa dell’eccidio, ma ci fu quanto meno una sottovalutazione da parte di chi liquidò quel fascicolo frettolosamente.
I campioni dell’antimafia militante, autoproclamatisi detentori della verità, sono in affanno e preferiscono rimanere nelle retrovie. Non una sola parola su ciò che accade oggi. Niente a che vedere rispetto alle cavalcate trionfali a braccetto di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo. Era l’icona dell’antimafia, come lo aveva definito un altro magistrato, Antonio Ingroia, l’ideologo della Trattativa. Massimuccio si fece prendere la mano e rifilò ai pm che si guardavano allo specchio documenti taroccati e spacciati per il papello scritto dal capo dei corleonesi per fermare le bombe. Certo si può sempre attendere fiduciosi la milionesima inchiesta, con contestuale archiviazione, su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi quali mandanti delle stragi. Un evergreen, scivolano sul velluto. Il primo ha il bollo di mafiosità sancito da sentenze irrevocabili, il secondo è morto da un pezzo. Certo si fa durissima la scalata alle prime pagine dei giornali e alle edizioni serali dei Tg. Persino Totò Cuffaro, il cui nome ormai consente di superare a mala pena lo Stretto, è diventato démodé. Dopo avere scontato una condanna per favoreggiamento alla mafia, l’ex governatore democristiano della regione siciliana è finito al centro delle peggiori trame della politica e ha patteggiato una nuova condanna per corruzione. E’ venuto meno un altro nemico che metteva d’accordo l’antimafia che non parla più di mafia. Ha ripiegato su altri argomenti, legittimi e in alcuni casi persino di interessante attualità, ma pur sempre divagazioni dal tema principale di cui per decenni si sono nutriti dispensando la ricetta per risolvere i problemi. Hanno guardato solo al passato disinteressandosi di ciò che la mafia era diventata. Ogni tanto sorge il dubbio che restino in silenzio perché non sanno cosa dire.
Il segno dei tempi è la presenza qualche settimana fa di Di Matteo a Palermo per parlare di genocidio a Gaza alla presentazione del libro di Francesca Albanese, relatrice Onu per il Territorio palestinese occupato. Nel frattempo truppe nuove, e feroci, si sono fatte avanti. Rispondono agli arresti con altri raid e richieste di pizzo. Sfrontati e pericolosi. Servirebbe un sussulto, un’analisi, un confronto sulla Cosa nostra di oggi. Altro che silenzi. Ci sono voci di cui non si percepisce neppure un bisbiglio. Dov’è finito Leoluca Orlando, cresciuto nel ventre molle della Dc che si rivoltò contro Salvo Lima e Giulio Andreotti e conquistò il comune di Palermo. Oggi è lontano, e non solo per via dei chilometri che separano la sua città da Strasburgo dove siede al Parlamento europeo. Altrettanto marcata è la distanza di Caterina Chinnici, pure lei magistrato ed eurodeputata, che la mafia rese orfana del padre Rocco a cui si deve l’istituzione del pool antimafia. Assessore regionale nella giunta dell’autonomista Raffaele Lombardo, passata dal Pd di cui è stata eurodeputata e candidata alla presidente della regione, infine approdata a Forza Italia quando la politica cercava simboli di sangue e dolore con la convinzione che bastasse per presentarsi con una patente di credibilità agli occhi degli elettori. Le accuse di trasformismo non l’hanno scalfita, è passata sopra con nonchalance al dilemma se accasarsi nel partito di Berlusconi e Dell’Utri e del governatore siciliano Renato Schifani, appoggiato anche dalla Democrazia cristiana di Cuffaro.
Marcata è la distanza di Leoluca Orlando e di Caterina Chinnici. Manca il nemico identificativo. Ci si limita a comunicatini stampa
Manca il nemico potente e identificativo. Cosa nostra è diventata un problema di altri. Dei pubblici ministeri attuali, del governo Meloni e del ministro Matteo Piantedosi innanzitutto che annuncia come iniziale contromossa alle mitragliate l’installazione di una manciata di telecamere e l’arrivo di nuovi agenti (molti dei quali a rimpiazzare i pensionati). Un po’ pochino, per la verità. La premier suona corde diverse e non esclude di mandare l’esercito in strada come avvenne dopo le stragi. Altri cercano di colmare gli spazi lasciati vuoti dai vecchi militanti dell’antimafia. Si fa largo Ismaele La Vardera, ex inviato delle “Iene” e volto emergente della politica siciliana. Sa il fatto suo e qualcuno, come si diceva un tempo, non lo ha visto arrivare. Ci mette energia, impegno e tanta capacità mediatica approfittando di una politica ammorbata dalle vecchie logiche di partito che si mostra incapace di adottare contromisure. La sostanza che serve a chi si candida alla guida della regione? Si vedrà, in fin dei conti sono dettagli. Qualche malefatta l’ha pure smascherata e qualche altra l’ha cavalcata. Il suo appeal elettorale ha fatto sbocciare l’amore di alcuni rappresentanti dell’antimafia che si sono fatti avanti. Hanno puntato la loro fiche su La Vardera.
Qualcuno cerca di colmare gli spazi lasciati vuoti dai vecchi militanti dell’antimafia. Si fa largo Ismaele La Vardera, ex inviato delle “Iene”
Come Sonia Alfano, ex eurodeputata di Italia dei Valori, figlia di un cronista ucciso trent’anni fa dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto, che ha lasciato Carlo Calenda. Resta da capire se il suo approdo a Controcorrente, il movimento di La Vardera, risponda più a calcoli politici che a una reale spinta antimafia. Come Piera Aiello, ex moglie di un boss mafioso, che per ventitré anni ha collaborato con la giustizia. La sua storia è legata a quella di Rita Atria, la giovane di Partanna che si tolse la vita dopo la strage di via D’Amelio. Aiello era la moglie di Nicola Atria, fratello di Rita, ucciso davanti ai suoi occhi. Allora decise di raccontare ai magistrati tutto ciò che sapeva sulla mafia trapanese. Nel 2018 Aiello fu eletta per il Movimento 5 stelle a Montecitorio al termine di una campagna elettorale a volto coperto per ragioni di sicurezza. Quindi i tentativi non andati in porto con l’Unione popolare di Luigi De Magistris e con l’autonomista Cateno De Luca. Oggi anche lei è al fianco di La Vardera, tutti a caccia del migliore posizionamento in vista delle prossime tornate elettorali. Come Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, altro simbolo dell’antimafia militante al grido di “fuori la mafia dallo stato”, arroccato nelle sue certezze, mai messe in crisi. Neppure di fronte all’evidenza delle menzogne di Ciancimino jr. Il loro abbraccio a una cerimonia del 2014 è probabilmente l’immagine più deleteria di una certa antimafia. Nei giorni scorsi è arrivato l’endorsement di Salvatore Borsellino a La Vardera. Ogni tanto si rivedono volti scomparsi dai radar come Tano Grasso, meritevole fondatore e presidente del movimento antiracket italiano, a ricordarci che contro il pizzo è importante la collaborazione dei commercianti e che a Palermo c’è un vuoto di potere mafioso. Troppo poco.
“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. La Sagunto espugnata è Palermo, sommersa dai riti simbolici ed evanescenti dell’antimafia e dalle chiacchiere. Si canta e si balla alle cerimonie, si brinda alla legalità come è avvenuto il 23 maggio – giorno della commemorazione di Falcone – a casa del presidente della commissione regionale antimafia, Antonello Cracolici, il quale ha ammesso la più amara delle verità. La commissione, a cui va riconosciuto il merito di essersi riunita allo Zen, non riesce a stare dietro a tutte le inchieste giudiziarie aperte in Sicilia. Ha smarrito la capacità di “prevenire o anticipare scenari che poi hanno sviluppi penalistici”. E’ la politica distratta, in questo caso impegnata nei tribunali paralleli delle commissioni che hanno finito in alcune circostanze per distorcere la prerogativa di fare indagini sostituendosi alla magistratura, a volte persino scavalcandola. Si consumano battaglie durissime, scontri tra fazioni. C’è chi accusa la presidente della commissione nazionale, Chiara Colosimo, di usare le indagini sulle stragi di mafia per consumare una vendetta e silenziare i tentativi di smascherare i veri interessi che ci furono dietro le stragi. Come? Brandendo il dossier “mafia e appalti” come arma di distrazione. Chi lo afferma dimentica che per 30 anni l’antimafia dura e pura ha avuto carta bianca, senza limitazioni di uomini e mezzi per sviluppare i suoi teoremi. Mente sapendo di mentire. Scandagliare “mafia e appalti”, tema caro alla famiglia Borsellino, è un dovere.
Senza “trame oscure” e “mandanti occulti” i professionisti dell’antimafia tacciono. Non si indignano, non scendono in piazza, non alzano il ditino da inquisitori. Restano nelle confortevoli stanze della politica e della magistratura. Si affacciano sul mondo reale solo per affidare il loro pensiero al comunicatino stampa di ringraziamento alle forze di polizia che hanno messo a segno l’ennesimo blitz. O per un post sui social che sa molto di politica moderna. Ogni tanto il transito di un corteo di auto blindate ci ricorderà che esistono. Sarà per presenziare alla prossima cerimonia di commemorazione o all’importantissimo convegno in cui si parleranno addosso. O magari per salire a bordo dello yacht dell’ambasciatore americano a Roma, Tilman Fertitta, ormeggiato a largo di Cefalù, su invito della Fondazione Falcone. L’importante è restare lontani dal tonfo dei kalashnikov nella Palermo dell’antimafia dimenticata.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)