Braccianti licenziati dopo le denunce: “Chi ha parlato è stato abbandonato”

08 Luglio 2026 - 21:02
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Proseguono le indagini sull’inchiesta per presunto caporalato che coinvolge una delle principali aziende vitivinicole del Trentino. Al centro della vicenda ci sono due braccianti pakistani che hanno denunciato presunte violenze, minacce e aggressioni subite dal loro caposquadra. Dopo aver deciso di collaborare con gli investigatori, però, entrambi si sono ritrovati senza lavoro e senza alcun risarcimento per quanto accaduto.

A denunciare la loro situazione è la Flai Cgil, che parla di una vicenda “inaccettabile”. Secondo il sindacato, “i contratti a termine sono scaduti e nessuno dei due braccianti, anche per paura, ha più lavorato presso questa azienda agricola. Nessuno dei due ha ricevuto un solo euro di risarcimento per le lesioni subite, per la paura, per l’umiliazione. Chi ha avuto il coraggio di denunciare è stato abbandonato”.

Nel frattempo, Muhammad Suleman, cittadino pakistano di 50 anni arrestato con l’accusa di gestire una rete di caporalato, si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio di garanzia. La difesa ha chiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, mentre il giudice si è riservato di decidere dopo il parere della Procura.

Le accuse: violenze, minacce e lavoro in nero

Secondo gli inquirenti, Suleman avrebbe ricoperto il ruolo di caporale e caposquadra, organizzando il reclutamento di lavoratori da impiegare sia nell’azienda per cui era dipendente sia, secondo l’accusa, presso altre imprese agricole attraverso lavoro irregolare.

Le indagini sono partite proprio dalle denunce dei due braccianti. Uno degli episodi più gravi risale al maggio 2025, quando uno dei lavoratori sarebbe stato aggredito da un gruppo di sei persone armate di tirapugni e coltello dopo aver rifiutato di partecipare a squadre di lavoro in nero. L’uomo riportò una frattura alla schiena con una prognosi di trenta giorni.

Un secondo lavoratore, invece, sarebbe stato aggredito alcuni mesi prima con spray al peperoncino e forbici da potatura. Secondo l’accusa, il caporale avrebbe preteso il pagamento di 550 euro per “lasciarlo lavorare” e, prima dell’aggressione, avrebbe pronunciato la frase: “Oggi ho proprio voglia di scaldarmi le mani sull’uomo con la barba”.

Le indagini proseguono e il sindacato chiede maggiori tutele

Gli investigatori stanno ora approfondendo il ruolo di un presunto gruppo di persone incaricate di intimidire i lavoratori attraverso minacce e spedizioni punitive. Dalle intercettazioni emergerebbe inoltre un sistema nel quale i braccianti venivano reclutati in Pakistan e impiegati anche nei fine settimana con una paga di circa 8 euro l’ora per turni di dieci ore. Secondo l’accusa, oltre il 60% del compenso sarebbe stato trattenuto dal caporale.

Le indagini dovranno chiarire anche l’eventuale coinvolgimento di altre aziende agricole e verificare tutte le responsabilità. Nel frattempo la Flai Cgil ribadisce la necessità di creare una rete nazionale di condivisione delle informazioni tra imprese e lavoratori affidabili per contrastare il fenomeno del caporalato. Il sindacato critica inoltre il comportamento dell’azienda coinvolta, sostenendo: “Un datore di lavoro che viene formalmente informato di violenze e minacce ai danni dei propri dipendenti e sceglie di non intervenire si assume una responsabilità precisa: morale e forse anche giudiziaria”.

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