C’è la fila per salire sul nuovo jet di Italia, Regno Unito e Giappone

Aprile 11, 2026 - 14:00
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C’è la fila per salire sul nuovo jet di Italia, Regno Unito e Giappone

Anche il Canada si è messo in fila per entrare nel Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto congiunto di Italia, Regno Unito e Giappone per sviluppare un caccia di sesta generazione. Lo rivela il Financial Times. Ottawa avrebbe chiesto di partecipare inizialmente come osservatore, una formula pensata per consentire l’accesso a informazioni sensibili senza alterare gli equilibri industriali e decisionali del consorzio. Una soluzione che riflette una fase di espansione controllata del programma, mentre cresce l’interesse internazionale ma restano delicati i nodi della governance.

La mossa canadese si inserisce in un contesto più ampio. Il Gcap, nato nel 2022 anche per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e dai sistemi come l’F-35 (in cui l’Italia è Tier II con Leonardo), sta diventando un polo di attrazione per una serie di Paesi interessati a diversificare le proprie partnership strategiche. Tra questi figurano Australia, Polonia, Svezia, Singapore e Arabia Saudita, mentre sullo sfondo si muove soprattutto la Germania, vero ago della bilancia dell’industria della difesa europea.

Berlino è formalmente impegnata nel programma rivale, il Future Combat Air System (Fcas) con Francia e Spagna, ma il progetto è sempre più in difficoltà. Le tensioni tra Dassault Aviation e Airbus sulla leadership industriale del caccia stanno rallentando lo sviluppo, al punto che l’amministratore delegato di Dassault, Éric Trappier, ha avvertito che senza un cambio di rotta il programma potrebbe essere «morto». A pesare sono anche divergenze operative tra Francia e Germania, inclusa la questione della capacità nucleare del velivolo.

In questo scenario, prende corpo l’ipotesi – ancora non ufficiale ma sempre più discussa – di un possibile avvicinamento tedesco al Gcap. Un’eventuale scelta in tal senso avrebbe un impatto sistemico, segnando il passaggio da un modello europeo basato su un grande programma condiviso a una competizione tra ecosistemi industriali distinti. Non a caso, da Londra sono già arrivati segnali di apertura, mentre l’industria britannica guarda con interesse a un eventuale allargamento.

Proprio l’allargamento è però una questione delicata. Il modello Gcap si fonda su una ripartizione paritaria delle attività tra i tre partner originari – l’italiana Leonardo, la britannica Bae Systems e la giapponese Mitsubishi Heavy Industries – e su una governance pensata per evitare le rigidità che hanno frenato altri programmi multinazionali. L’introduzione dello status di osservatore risponde proprio all’esigenza di conciliare apertura e controllo, offrendo una via d’ingresso graduale senza compromettere tempi e assetti decisionali.

Ma dietro la crescente attrattività del Gcap c’è anche una questione più concreta: il denaro. Come ha riportato a febbraio Bloomberg, il Regno Unito sta intensificando gli sforzi per coinvolgere l’Arabia Saudita nel programma, consapevole che i costi stanno aumentando rapidamente. Le stime italiane indicano che la sola fase iniziale potrebbe arrivare a 18,6 miliardi di euro, circa il triplo rispetto alle previsioni iniziali del 2021. In questo contesto, Riyadh rappresenta un potenziale partner in grado di garantire risorse finanziarie significative e contribuire alla sostenibilità di lungo periodo del progetto. Londra spinge apertamente in questa direzione, mentre Roma appare favorevole, anche in funzione delle ricadute industriali. Più prudente resta Tokyo, che teme implicazioni per la sicurezza tecnologica e la proprietà intellettuale, ma che negli ultimi mesi ha mostrato maggiore flessibilità.

L’eventuale ingresso saudita, tuttavia, non è privo di ambiguità. Il Paese mantiene stretti legami con gli Stati Uniti e ha già avviato programmi di acquisizione di F-35, il che potrebbe ridurre l’urgenza di un impegno pieno nel Gcap. Allo stesso tempo, la partecipazione a un progetto alternativo offrirebbe a Riyadh maggiore autonomia strategica e un ruolo più rilevante nelle catene del valore della difesa avanzata.

Nel frattempo, il programma procede con l’obiettivo – sempre più ambizioso – di arrivare a una prima capacità operativa entro il 2035. Ma il vero traguardo, oggi, sembra essere un altro: costruire una massa critica industriale e finanziaria sufficiente a sostenere lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo tra i più complessi mai realizzati. In questa corsa, salire a bordo conta quasi quanto arrivare primi.

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