Commissione Covid, Lisei stana Conte e smonta vittimismo e scuse: chi non ha nulla da nascondere si affida alle istituzioni

02 Luglio 2026 - 10:10
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Commissione Covid, Lisei stana Conte e smonta vittimismo e scuse: chi non ha nulla da nascondere si affida alle istituzioni

Il presidente della Commissione Covid smonta la narrazione di Conte sulla mancata audizione

Un ping pong continuo quello tra Giuseppe Conte e la Commissione Covid che si alimenta dei rinvii da fuori campo che l’ex premier lancia parlando con i giornalisti e nutrendo di dichiarazione in dichiarazione nelle vetrine televisive, una narrazione vittimistica che oggi, in un’intervista a Il Tempo, il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia, il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, smonta colpo su colpo, asserzione per asserzione. Ma procediamo con ordine.

Commissione Covid, Lisei smonta la “narrazione” di Conte

Nei giorni scorsi il leader del Movimento 5 Stelle, sventolando una lettera di risposta del presidente della Camera Lorenzo Fontana, aveva cercato di invertire i ruoli parlando di «garanzie ottenute »per il suo reintegro in Commissione dopo l’audizione e sollecitando (intimando?), dopo interminabili silenzi interlocutori, una convocazione immediata: «Avevo chiesto al presidente Fontana garanzie come deputato di non esser leso nelle mie prerogative e di poter quindi essere reinsediato nella commissione Covid non appena completata la mia libera audizione. Ringrazio il presidente Fontana, che ha raccolto questa mia sollecitazione, quindi mi offre garanzie che non verranno frapposti ostacoli dopo la mia liberazione al ritorno in commissione».

«I fatti dimostrano esattamente il contrario. Forse era Conte ad avere paura di essere ascoltato»

Concludendo sul punto la sua marcia declamatoria a trazione invertita: «A questo punto insisto perché il presidente Lisei mi convochi senza più ulteriori scuse e senza più differimenti quanto prima la commissione Covid. Concordiamo subito una data, io appena concordata la data un attimo prima della libera audizione mi dimetterò» chiosa  Conte. Ebbene, una ricostruzione, quella dell’ex premier, che Lisei ribalta completamente: ricordando come le regole procedurali valgano per tutti. E che l’ostruzionismo, semmai, è sempre arrivato da sinistra.

Un gioco delle tre carte di cui ormai si conoscono espedienti e trucchetti: da una parte Giuseppe Conte sollecitato ad essere audìto, si nega e si rifugia dietro l’accusa al presidente della Commissione Marco Lisei di avere «paura» di ascoltarlo. Dall’altra il senatore di Fratelli d’Italia che fa tana al gioco del nascondino, ribaltando completamente la prospettiva: «I fatti dimostrano esattamente il contrario. Forse era Conte ad avere paura di essere ascoltato».

Covid, Conte gioca a “rimpiattino”, il presidente della Commissione lo stana

Un rimpiattino, quello ingaggiato dal leader pentastellato, che va avanti ormai da due anni e che il presidente della commissione Covid smonta dalle colonne del quotidiano capitolino: «Io non posso convocare un commissario della Commissione. Ho sempre detto a Conte: se vuole essere ascoltato, si dimetta temporaneamente, venga audìto e poi rientri. Due anni fa non volle farlo. Oggi, dopo aver ottenuto le garanzie della Presidenza della Camera sul suo reintegro, dice che è disponibile. Sono contento che abbia finalmente riconosciuto che era la strada giusta».

«Chi vuole davvero essere audìto può farlo»

Una puntualizzazione netta, quella della replica di Lisei, che mette una pietra tombale su rimbalzi e tiri ad alzo di Conte, ricordando che la strada indicata all’ex premier – ovvero le dimissioni temporanee per poter essere audito come testimone e non come commissario-giudice di se stesso – era l’unica percorribile sin dall’inizio, come dimostrato dall’esempio specchiato di altri esponenti del centrodestra che si sono dimessi senza pretendere paracaduti politici preventivi. «Chi vuole davvero essere audito può farlo. Bignami lo ha dimostrato, affidandosi alle istituzioni senza chiedere alcuna garanzia».

Ma lo scontro con l’ex inquilino di Palazzo Chigi è solo un tassello di un mosaico ben più ampio e inquietante. Come noto, infatti, la Commissione che, ricorda il presidente, ha già svolto 136 sedute, sta passando al setaccio la gestione dei circa 25 miliardi di euro spesi durante l’emergenza, con un focus mirato sulla gestione della struttura commissariale dell’era Arcuri e sui contratti legati alla prima fase della pandemia. Su questo fronte, Lisei è perentorio: «Noi stiamo ricostruendo fatti documentati. Sappiamo che dietro quella commessa da oltre 1 miliardo di euro esisteva una rete di soggetti che aveva rapporti diretti con la struttura commissariale. Il nostro compito è capire se quei soldi pubblici siano stati gestiti nell’interesse dello Stato oppure se qualcuno abbia lucrato sulla tragedia vissuta dagli italiani».

Al di là del codice penale: il ruolo delle Commissioni d’inchiesta

Non solo. Davanti alle trincee difensive sollevate dal M5S e dal Pd, che continuano a fare scudo parlando di indagini penali archiviate dalla magistratura ordinaria, il senatore di Fratelli d’Italia rivendica con forza l’autonomia e il dovere della verità politica e storica che spetta al Parlamento: «Ci contestano che alcune indagini siano state archiviate. Ma le Commissioni parlamentari d’inchiesta esistono proprio per approfondire ciò che il processo penale non sempre riesce a ricostruire. Anche se non emergesse un reato, possono esserci condotte moralmente ed eticamente inaccettabili». Concludendo con nettezza: «La sinistra ha osteggiato questa Commissione fin dall’inizio. Ha fatto ostruzionismo per impedirne la nascita e, nelle Regioni che governava, ha sempre bocciato Commissioni analoghe. Noi, invece, non abbiamo mai avuto paura della trasparenza».

Il lavoro procede: «Poi saranno gli italiani a giudicare»

Infine la replica all’ultima definizione sfornata da Conte in calcio d’angolo, che ha parlato del «trio dei finti patrioti». Il senatore di FdI non raccoglie la provocazione, ma ribatte asfaltando tentativi di difendersi attaccando. «Quando si passa agli insulti significa che non si vuole rispondere nel merito. Noi continuiamo a fare il nostro lavoro. Poi saranno gli italiani a giudicare» quando avranno il quadro chiaro e completo di «ciò che è accaduto durante gli anni della pandemia».

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