Contro remigrazione e antisemitismo due battaglie parallele
Remigrazione è una parola d’ordine nazista. I nazi decidono le loro ipotesi di soluzione finale sempre a Potsdam, chissà perché. Lì formularono la Endlösung, la deportazione nei campi di milioni di ebrei per estirpare la razza maledetta e proteggere gli ariani. Lì, sempre a Potsdam, che è un boscoso e lacustre sobborgo di Berlino, incolpevole dello schifo ospitato, questa parola in apparenza innocente ha avuto pochi anni fa la ventura di essere rilanciata da gruppi che ruotano intorno al primo partito (nei sondaggi) della Germania, la Alternative für Deutschland. Remigrazione non vuol dire controllare l’immigrazione illegale, e garantire un giusto livello di sicurezza i confini delle nazioni ricche d’Europa. Vuol dire individuare la radice etnica delle persone, anche di seconda o terza generazione integrata e per così dire nazionalizzata, e procedere alla loro deportazione forzata in nome di ragioni puramente identitarie, il che non è un rimpatrio, tanto meno consensuale, nei luoghi di origine, ma una guerra etnico-razziale. Remigrazione è infatti questo: una dichiarazione di guerra etnica e razziale, e il suo vangelo simbolico è una riedizione allargata e aggiornata dei Protocolli dei Savi di Sion di uso contemporaneo, con il nero o il colorato al posto del naso adunco dell’ebreo.
Sarà opportuno avvertire che questa parola-manifesto, questa oscenità di forte attualità politica e d’opinione, fa coppia con la liberazione della Palestina dal fiume al mare, agisce in un contesto che ha rivalutato l’antisemitismo, e il suo significato corre parallelo ad esso. Non sarà un caso se l’Iran, una rivoluzione teocratica dell’islam politico, un fenomeno fondato sull’eliminazione di Israele e degli ebrei come programma minimo, è anche la patria del nuovo negazionismo, che fu celebrato e discusso in convegni e assemblee promosse dall’ex presidente della Repubblica islamica, Achmadinejad, allo scopo di cancellare lo sterminio degli ebrei d’Europa e lasciare campo libero alla guerra agli ebrei dello stato di Gerusalemme. Bisognerà quindi fare molta attenzione: non si può essere contrari alla remigrazione come programma e contemporaneamente sostenitori della deportazione forzata degli ebrei di Israele, dal fiume al mare, in nome dell’ideologia del cosiddetto genocidio, dell’inversione di ruolo tra vittima e carnefice, dell’ideologia e cultura portata dai colonial studies. Combattere la remigrazione e combattere l’antigiudaismo e la pretesa nichilista e jihadista di rinnovare l’esodo ebraico da terre che devono riacquistare la loro purezza etnica arabo-islamica: sono due battaglie che vanno insieme.
Bisogna forse dire anche di più. Lo squallore dell’etnicismo sovversivo dei neonazisti e assimilati in Europa non sarebbe nemmeno immaginabile se non come espressione, apparentemente in altra forma e con altri scopi, dell’ondata antigiudaica che ha percorso come un fremito pseudoumanitario immense folle e tribune diffuse in tutto l’occidente. Non è affatto casuale la perdita d’influenza di Israele in America, e in particolare nel mondo già conservatore, ora Maga, messa in parallelo con la violenta pulsione remigratoria che sta alla base dello sfruttamento trumpiano della paura sociale e dell’ostilità verso la diversità etnica, base del miracolo e del sogno americano ma anche del suo incubo. Uguaglianza e diritti celebrati al Monte Rushmore, e traditi a Minneapolis e dovunque si siano trasmessi i veleni della caccia all’uomo nello stile dell’Ice, sono principi non negoziabili e non dissociabili.
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