Covid nel 2026: varianti, sintomi e regole di prevenzione

14 Ottobre 2026 - 12:05
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Solo 180 casi a settimana, un’incidenza di appena 0,3 casi ogni 100 mila abitanti. Sono questi gli ultimi dati disponibili dell’Istituto superiore di sanità sulle infezioni di Covid-19, che fotografano la situazione attorno alla metà di settembre in Italia. Cifre ufficiali, che però non riflettono gli effettivi contagi ma solo le infezioni confermate e registrate nel sistema: da quando, grazie anche alle vaccinazioni di massa durante l’emergenza, il Sars-Cov-2 ha smesso di fare così paura, infatti, quante persone con sintomi simil-influenzali si prendono la briga di fare un test per sapere se si tratta proprio di coronavirus? E quante di queste, poi, comunicherebbero un’eventuale positività al proprio medico per una segnalazione al sistema di sorveglianza? La malattia non è scomparsa, è ancora tra noi con un livello di diffusione globale che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) definisce basso ma stabile (anche se con recrudescenze imprevedibili). Solo che averne un quadro dettagliato oggi è un po’ più complicato.

Le principali varianti in circolazione

Al momento ci sono diverse varianti di Sars-Cov-2 circolanti in Europa. Tra le principali c’è quella nota come Stratus, o Xfg, che rappresenta oltre la metà delle sequenze isolate nei campioni. Non si può definire “nuova”, in quanto è emersa all’inizio del 2025 dalla ricombinazione dei lignaggi LF.7 e LP.8.1.2, e presenta mutazioni della proteina spike che aumentano l’efficienza nell’eludere le difese immunitarie, senza però causare quadri clinici più gravi. Altre varianti del coronavirus sotto osservazione dell’Oms sono la ricombinante Xec e la Nimbus (NB.1.8.1). Anche per loro non è stato rilevato un aumento della pericolosità né variazioni nei sintomi della malattia, e i vaccini disponibili sembrano continuare a offrire una buona protezione nei confronti delle forme gravi.


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Sintomi, incubazione e diagnosi

Covid-19, dunque, continua a presentarsi come un raffreddore o con sintomi simili a quelli dell’influenza: mal di gola, tosse secca, naso chiuso, rinorrea, febbre, stanchezza e dolori muscolari o articolari, e in alcuni casi anche disturbi gastrointestinali. Si stima che il periodo di incubazione sia di 3-4 giorni e che i sintomi perdurino mediamente da 2 a 6 giorni. Vista l’aspecificità delle manifestazioni cliniche, il tampone rapido o molecolare resta l’unico mezzo per distinguere il patogeno responsabile dell’infezione, un passaggio che, secondo gli esperti, rimane importante per tutelare gli anziani e i soggetti fragili a rischio di complicanze.

Cosa fare in caso di positività

Sebbene non viga più l’obbligo di isolamento per chi risulta positivo a un tampone, le autorità sanitarie raccomandano l’isolamento volontario in presenza di sintomi, evitando soprattutto di visitare luoghi come rsa e ospedali, l’uso di mascherine Ffp2 e un’attenta igiene delle mani. Per il trattamento delle forme lievi si impiegano farmaci sintomatici come paracetamolo o Fans (ibuprofene), previo consulto del medico curante. Infine, si consiglia in particolare alle fasce fragili della popolazione di ricorrere a vaccini aggiornati per prevenire le forme severe, già disponibili insieme all’antinfluenzale nell’ambito della campagna vaccinale autunnale appena partita.

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