Crans-Montana, il cordoglio non basta: serve una cultura del rischio e del soccorso

Gen 3, 2026 - 19:30
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Crans-Montana, il cordoglio non basta: serve una cultura del rischio e del soccorso

La Procura federale del Cantone Vallese ha aperto un’inchiesta per omicidio, lesioni e incendio colposo sul rogo del lunghe bar Le Constellation di Crans-Montana, nel quale sono morti almeno 40 ragazzi e oltre 100 sono rimasti feriti. Per il momento, non ci sono indagati, nemmeno la coppia proprietaria del locale, ma mentre la giustizia fa il suo corso, per Nicolò Mancini, presidente nazionale di Anpas, la tragedia della notte di Capodanno mette in evidenza alcuni aspetti. «Innanzitutto, c’è l’aspetto umano. Non è retorica: da parte mia e di Anpas c’è il cordoglio e la vicinanza più assoluta alle persone che stanno vivendo questo momento devastante, inimmaginabile se pensiamo che è legato a un momento di gioia e di festa in cui sono stati coinvolti dei ragazzi pieni di futuro», commenta con VITA. Poi c’è la dimensione dell’essere pronti al peggio: «Come vediamo, le situazioni di emergenza-urgenza non sono azzerabili, quindi è un dovere civile collettivo far comprendere che dobbiamo crescere e maturare una consapevolezza rispetto agli scenari di rischio e ai meccanismi di reazione. La vicenda di Crans-Montana sottolinea l’importanza dell’educazione alla cultura del soccorso e alla buone prassi di comportamento in situazioni critiche», continua Mancini.

Si tratta di un lavoro che viene fatto da volontari, pubbliche assistenze e Protezione civile «in tempo di pace», cioè lontani dall’emergenza, così da avere una popolazione pronta al momento dell’eventuale bisogno. «La capacità di discernere ciò che sta accadendo in un momento come quello di Crans-Montana è una competenza che va maturata ed educata e in questo ruolo importante lo potrebbe giocare la scuola», sostiene Mancini. Proprio per questo, da tempo Anpas organizza sia incontri con le scolaresche, sia i campi estivi “Anche io sono Protezione civile”, in cui bambini e ragazzini entrano a contatto in maniera giocosa con situazioni che potrebbero dover affrontare in futuro».

Colpiscono, in questo senso, le immagini dei ragazzi rimasti a filmare i primi attimi dell’incendio all’interno del locale invece che pensare a come evacuare (possibilmente in sicurezza). Potrebbe sembrare un comportamento contrario al buonsenso, ma Mancini respinge l’idea che, in generale, i giovani siano «troppo» spensierati e inconsapevoli. «Rispetto ai miei tempi, penso che le cose siano migliorate. Io sono un sostenitore dell’idea che i giovani abbiano una grande capacità di comprendere i problemi, anche superiore rispetto alle generazioni precedenti». La sfida, spiega il presidente di Anpas, non è far capire loro le cose, ma riuscire a coinvolgerli nei programmi di formazione e sensibilizzazione: «Bisogna dare senso all’azione e alle pratiche che si descrivono. È compito di tutto il sistema di sicurezza introdurre riflessioni su questi temi, senza paura, ma una volta che i giovani le hanno acquisite riescono ad attuarle in maniera positiva anche in situazioni di divertimento ed entusiasmo come in una discoteca».

Nicolò Mancini (credit: Anpas)

Il riscontro delle parole di Mancini è negli eventi stessi della notte di Capodanno, quando i primi soccorsi sono stati portati dalla popolazione locale, con alcuni abitanti della zona che hanno aperto le porte di casa per soccorrere i feriti oppure sono intervenuti direttamente sul posto. «La risposta immediata alle emergenze deve e può essere data da chi è presente, ma avere delle persone preparate all’attivazione di un sistema soccorso o a fornire un primo soccorso è qualcosa che rientra nell’educazione in questa direzione», sottolinea.

Quanto alla qualità dell’intervento dei soccorritori “istituzionalizzati”, Mancini è cauto nel valutarne positivamente o negativamente l’efficacia. «In questi eventi, chiamati mass casuality incident, cioè incidenti con un grande numero di morti, quello che deve avvenire è, prima di tutto, un inquadramento dell’evento in maniera corretta nel più breve tempo possibile e quindi procedere con il primo soccorso sul posto. Poi, bisogna procedere a una rapidissima collocazione dei feriti nelle strutture specialistiche. In questo senso, servono dei protocolli prestabiliti per evitare che si saturino le strutture nelle vicinanze: il paziente deve essere portato dove l’intervento può avvenire meglio, come successo appunto a Crans-Montana».

L’incendio del Le Constellation ricorda quello del Cinema Statuto di Torino del 1983. Tragedie simili, che mettono in luce un altro aspetto importante e cioè l’importanza di una rete capillare di soccorsi, in grado di attivarsi repentinamente. «A Torino intervenne subito la Croce Verde», ricorda Mancini. «ma questa prontezza si è vista anche in altre situazioni analoghe, come la strage di via dei Georgofili a Firenze nel 1993 oppure, in tempi più recenti, la tragedia della discoteca di Corinaldo del 2018. In Italia, abbiamo la fortuna di avere un sistema di soccorso molto capillare e strutturato e questo anche grazie al volontariato e alla rete delle pubbliche assistenze. È un elemento che passa spesso in sordina, ma avere una capacità di risposta di questo tipo è una ricchezza, una risorsa di indiscutibile valore quando si verifica un’emergenza», puntualizza Mancini.

Ma il punto su cui ritorna a battere con insistenza il presidente di Anpas è il valore della sensibilizzazione e della formazione. «Il rischio esiste sempre e per questo occorre prepararsi: i cittadini devono essere consapevoli e devono poter rispondere alle emergenze attivando sistemi di risposta in maniera corretta. Dove c’è più preparazione il rischio non si annulla, ma si riduce e, soprattutto, si può ridurre il numero eventuale di vittime eventuali o di persone colpite con conseguenze nefaste per il resto della vita».

In apertura: Il cordoglio a Crans-Montana (Marco Alpozzi/LaPresse)

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