D’estate si legge vestite: tre libri di moda da mettere in valigia
La moda non si limita a vestire il corpo: lo interpreta, lo disciplina, lo espone allo sguardo degli altri e lo colloca dentro la storia. Tre nuovi saggi la osservano proprio nel punto in cui la superficie smette di essere apparenza e diventa pensiero.
In Il corpo alla moda di Maria Luisa Frisa, l’abito è una seconda coscienza, una forma di autocoscienza permanente che conserva desideri, memoria e ideologia. Sociologia della moda. Un’introduzione di Patrizia Calefato legge invece il vestire come interazione sociale e come «sociologia del presente», tra corpi, algoritmi, politica e bisogno di appartenenza.
Con Archeologia della moda. Heritage, archivi, comunicazione, Sofia Gnoli indaga infine il paradosso di un sistema che proclama il culto del nuovo, ma continua a scavare nei propri archivi, trasformando il ricordo in strategia industriale. Tre prospettive diverse, accomunate da una certezza: una cerniera, una giacca istituzionale o un abito recuperato dal passato possono raccontare un’epoca quanto un discorso, una legge o un monumento.
Maria Luisa Frisa. Anatomia di un’apparenza
Il corpo alla moda, Einaudi, 15 euro

L’autrice confessa a pagina tre di non riuscire a guardarsi nuda. È un dato privato, quasi una lampadina accesa nel camerino, e regge l’intero libro: «Preferisco il corpo vestito». Da questa frase, fragile e sovrana, nasce Il corpo alla moda, un saggio che vede nell’abito una seconda coscienza e nel corpo il deposito della storia sociale. Paul Valéry scriveva che «ciò che vi è di più profondo nell’uomo è la pelle». Frisa porta quella folgorazione dentro l’armadio: la superficie possiede memoria, ideologia, desiderio; una cerniera racconta un’epoca quanto un discorso parlamentare. Il libro procede per scene, oggetti e costellazioni. Il manichino Stockman di Margiela, l’abito REPLICA sempre di Margiela mai indossato perché «inospitale», il corpetto Fiorucci pagato con uno schiaffo materno, le scarpe di Michela Murgia ricevute come talismano: ogni episodio trasforma la teoria in materia vissuta. L’erudizione ha il passo di una conversazione alta e conduce Barthes accanto a Kim Kardashian, de Chirico accanto a Rocco Siffredi. La moda attraversa arte, sesso, lutto, economia, identità, e registra il presente con la sensibilità nervosa di una pelle esposta. Il centro del saggio sta nel doppio movimento fra corpo e veste. «La couture è un corpo a corpo», scrive Frisa, formula splendida perché restituisce alla moda lavoro, misura, resistenza della carne. L’abito disciplina e insieme concede una lingua; il corpo lo altera, lo piega alla biografia, gli lascia odore e memoria. In un’intervista, Frisa definisce il vestirsi «un atto di autocoscienza permanente» e parla di un equilibrio fra disciplina e libertà. Qui si trova la chiave etica del libro: vestirsi significa negoziare fra ciò che siamo, ciò che il mondo legge e la figura che desideriamo consegnargli. Le pagine sul maschile, sul desiderio, sul vintage e sul trucco compongono una storia culturale del Novecento attraverso le superfici. Armani e Versace emancipano la virilità dall’uniforme borghese; il corsetto esce dal tribunale dei simboli univoci; il vintage diventa convivenza con il corpo dell’altro; il volto truccato assume la qualità di un’autobiografia provvisoria. Frisa pensa attraverso gli oggetti. La teoria, da lei, ha una fodera, una fibbia, un orlo che punge. La mappa manoscritta riprodotta nella Nota rivela un pensiero per associazioni, quella «carta moschicida» dove libri, immagini, ricordi e nomi rimangono appiccicati. Ogni capitolo apre una stanza e lascia una porta socchiusa, gesto elegante in un’epoca innamorata delle sentenze immediate. Il corpo alla moda è un libro colto, intimo, sensuale, limpido. La sua qualità maggiore risiede nella fiducia accordata alla superficie, territorio che la cultura grave guarda spesso con il sospetto riservato alle persone vestite troppo bene. Frisa la restituisce alla sua profondità. Alla fine, ci si veste con un’intelligenza più vigile: ogni abito appare come una forma di pensiero che ha imparato a camminare, spesso meglio di chi lo indossa.
Patrizia Calefato. Il vestire come interazione sociale
Sociologia della moda. Un’introduzione, Carocci Editore, 23 euro

Confessiamo una debolezza: dinanzi a un libro di moda cerchiamo il punto in cui l’abito cessa di arredare il corpo e inizia a raccontare chi governa, chi obbedisce, chi desidera essere visto. Patrizia Calefato, il punto lo conosce e in Sociologia della moda. Un’introduzione, lo trasforma in un osservatorio sul presente, terso come una vetrina alle otto del mattino, quando il lusso dorme e restano i vetri, le luci, la merce. Il programma dichiarato nelle prime pagine sembra quieto: leggere la moda attraverso cultura, corpo e media. Dentro questa triade entra invece una società viva. Calefato passa dai classici della sociologia alla Fashion Theory, dalla crisi ecologica al low cost, dall’intelligenza artificiale alla politica, dai fumetti alle serie televisive. L’ampiezza conserva ordine, una qualità rara nei libri accademici, spesso simili a guardaroba ereditati da una nonna colta e incapace di buttare una sciarpa. La formula decisiva è «la moda come sociologia del presente». Georg Simmel scriveva che la moda appaga insieme il bisogno di appoggio sociale e quello di differenziazione. Calefato aggiorna quella tensione nell’epoca degli algoritmi: oggi imitiamo, distinguiamo, acquistiamo e ci mostriamo sotto lo sguardo di piattaforme che contano reazioni, archiviano corpi, assegnano visibilità. Il capitolo sulla «datificazione del corpo rivestito» porta il libro nel luogo esatto in cui l’identità contemporanea viene misurata, premiata, oscurata. Il corpo, qui, appare come una frontiera mobile fra biologia e racconto. Metamorfosi, genere, grottesco, travestimento, ibridazioni umane e tecnologiche mostrano quanto ogni figura sia già interpretata prima ancora di parlare. L’abito aderisce alla pelle e insieme alla classe, alla memoria, alla paura, alla protesta. Quando Calefato studia la sfera pubblica, il vestire dei leader e le forme di mascheramento propagandistico, la giacca istituzionale perde la sua innocenza: diventa sintassi del comando. Il merito maggiore del volume risiede nella chiarezza. Calefato scrive con nitore e rigore, evita il gergo come si evita un profumo invadente a teatro, accompagna il lettore fra teorie e casi senza trasformarlo in uno studente sotto esame. Il sottotitolo, Un’introduzione, possiede una modestia quasi ironica. Queste pagine introducono, certo, ma intanto riorganizzano il campo, collegano saperi, danno alla moda la dignità di una disciplina capace di pensare il mondo mentre il mondo si cambia d’abito. La sociologia, nelle sue mani, perde la polvere ministeriale e ritrova il gusto dell’osservazione. Un logo, una borsa, una felpa politica, un corpo filtrato diventano documenti; la superficie funziona come archivio. Dopo Calefato, l’armadio assume la gravità di un piccolo parlamento e lo schermo quella di un camerino sorvegliato. Ci vestiamo dentro la storia, anche quando crediamo di aver scelto in fretta.
Sofia Gnoli. Il ricordo è un tessuto (connettivo) vivente
Archeologia della moda. Heritage, archivi, comunicazione, Carocci Editore, 25 euro

La moda coltiva un paradosso con la disciplina di un ordine monastico: si proclama religione del nuovo e campa di reperti. Archeologia della moda. Heritage, archivi, comunicazione di Sofia Gnoli prende il paradosso sul serio e lo promuove a metodo. L’autrice, docente allo IULM e curatrice di mostre di moda, mostra che la vena nostalgica attraversa tutte le epoche. Ma è la nostra ad averla convertita in strategia industriale. Il saggio li chiama «collezionisti di sogni» e ne allinea la galleria: Alessandro Michele, archeologo per vocazione; Umberto Tirelli, costumista teatrale con quindicimila abiti autentici; Anna Piaggi, pioniera del vintage quando il termine apparteneva alle enoteche. Di lei Karl Lagerfeld diceva: «Anna inventa la moda. Nel vestirsi fa automaticamente quello che noi faremo domani». Tra i virgolettati brilla la massima di Jonathan Anderson, oggi da Dior: «L’originalità non esiste. Rubate, adattate, prendete in prestito. Non importa da dove prendete le cose. È dove le portate che conta». Motto ideale per un libro dove l’archivio fa da cava e la passerella da cantiere. La parte più solida ripercorre la museologia della moda, nata tardi e con sensi di colpa: Cecil Beaton a Londra, Diana Vreeland a New York, che nei primi anni Ottanta dedicò una mostra a Yves Saint Laurent ancora vivente, tra lo scandalo di chi vi vedeva una vetrina di grande magazzino travestita da tempio. E rievoca la collezione del 1971 con cui Saint Laurent risuscitò gli abiti severi degli anni dell’occupazione: stroncata allora, spartiacque oggi.
C’è il capitolo degli «archivi della passione», da Cristóbal Balenciaga ad Azzedine Alaïa, che dei suoi oltre trentamila pezzi diceva: preservarli era «un segno di solidarietà con chi, prima di me, ha conosciuto i piaceri e le esigenze della forbice». E ci sono le aste, dove le maison ricomprano i cimeli delle clienti leggendarie: la biografia riacquistata come un gioiello impegnato al monte di pietà. Le pagine sul presente sono le più affilate. L’heritage è diventato strategia: il direttore creativo lavora in tandem con il Ceo per rendere appetibile quel famoso DNA del marchio, lo storytelling arruola Jackie Kennedy e Grace Kelly come testimonial postume, l’archeologia degenera in tassidermia. Qui si riconosce la mano della docente: Gnoli cataloga, documenta, accosta, e lascia cadere il verdetto tra le righe, con la discrezione di chi apparecchia le prove e si ritira prima della sentenza. Chi cerca una requisitoria resta deluso; chi cerca un dossier istruito a regola d’arte ha trovato il suo libro. «Per natura io sono volto al passato», ammetteva Christian Dior. I suoi eredi hanno trasformato quell’inclinazione in un modello industriale, e questo saggio spiega con quali riti e a quale prezzo. L’archeologo scava per capire; il marchio, per rivendere.
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