Dopo aver perso le elezioni, Burnham potrà fare il sindaco di Bologna e salvare le botteghe

Un paio di mattine fa, il primo ministro inglese, Andy Burnham, è comparso su Instagram per dire che il governo inglese non sarebbe più stato in disparte a guardare mentre le varie Oxford Street si rovinavano. «Adesso basta», ha detto, col tono che hanno gli statisti quando annunciano che combatteranno ovunque, pure sulle spiagge, per ripristinare la civiltà.
«Guardate mai le vostre strade più commerciali e popolate chiedendovi: ma di questo che bisogno c’è? Un altro negozio di sigarette elettroniche, un centro scommesse, un altro negozio di dubbia reputazione che apre dove prima c’era qualcosa di utile. Darò alla gente del posto e ai consigli comunali più controllo e il potere di fermare l’apertura di negozi indesiderati che non vanno bene per le nostre comunità».
Ah, che bello, dicono gli ingenui, mentre quello promette di riportarci negli anni Ottanta, quando c’erano le cartolerie e le mesticherie e le ferramenta, perché se ci serviva una penna non la ordinavamo su Amazon pagandola un terzo di quanto la pagheremmo in un negozio nonostante ce la consegnino a casa. «Qualcosa di utile» non è un concetto assoluto e immutabile nel tempo, temo.
«Per troppo tempo Westminster è stata a guardare mentre dalle nostre strade veniva risucchiata via la vita. Adesso basta. Ci impegniamo a riportare le strade a com’erano, e a riportare la speranza». La speranza di non vedere negozi di sigarette elettroniche o di custodie di cellulari è in effetti un faro, con un piccolo problema: è quel che la gente compra.
I negozi non sono biblioteche o ospedali: sono posti in cui le entrate devono superare le uscite, e senza incassi sufficienti non paghi l’affitto o i commessi o i fornitori. A Bologna, dove a gesti simbolici non li batte nessuno, conservano le insegne. Sopra a un negozio di mutande di acrilico in via Indipendenza c’è ancora l’insegna d’un ristorante storico che nel frattempo ha ridotto la metratura e rinunciato al suo ingresso principale. Sopra a un negozio di vestiti di acrilico in piazza Galvani c’è l’insegna della mesticheria dove compravo il Das alle elementari: ha resistito fino a pochi anni fa, ma immagino che ormai le mamme comprino il Das (o quel che usano ora i bambini) su qualche sito, e non poteva durare.
Ho raccomandato l’ascolto di “Signora Bovary” a un amico che conosceva solo il Guccini dei primi anni, ed essendosi l’amico trasferito a Bologna solo in questo secolo mi ha chiamato incredulo arrivato all’altezza di “Scirocco”: veramente quarant’anni fa si potevano avere visioni poetiche di via de’ Giudei, dove ora ci sono solo bagarini di scommesse cinesi?
Nell’ultimo anno, il mio bilancio bolognese si è triplicato alla voce lavasecco e a quella parrucchiere. A gennaio è entrata in vigore una norma che credevo esistesse da secoli, per cui i pos comunicano direttamente i tuoi incassi allo Stato. Non potendo più fingere di incassare assai meno di quanto facesse, il parrucchiere cinese dove andavo a farmi la piega ha chiuso. Ovviamente ora la piega mi costa il triplo, perché chi paga le tasse non può permettersi di tenere i prezzi bassi come chi non le paga.
La signora, bolognese da cento generazioni, del lavasecco dove andavo fino all’anno scorso, invece, continua a non avere niente. Non un pos, non un registratore di cassa, non so neppure se un’iscrizione alla camera di commercio. Ho smesso di andarci perché era uno strazio, coi bigliettini scritti a mano e le cose lavate introvabili e non catalogate da nessun sistema elettronico, ogni volta un’ora in piedi ad aspettare che trovasse il tuo golfino, per tacere del fatto che mi toccava ritirare al bancomat solo per lei.
(Lo so, vi state chiedendo come sia possibile che nel centro della città ci sia un esercizio commerciale che è economicamente clandestino. Me lo sono chiesto anch’io: forse perché fa una brutta impressione far chiudere un negozio che è tradizione stia lì, poi magari viene rimpiazzato da uno di sigarette elettroniche che risucchiano la vita dalle strade).
Il lavasecco dove vado ora costa il triplo ma ha l’aria condizionata (lei no, perché tutti quei soldi che guadagnava in nero non intendeva spenderli), delle poltroncine per aspettare se c’è fila, e se ho bisogno di far pulire le fodere del divano le viene a prendere e me le riporta. È un servizio indispensabile, giacché il negozio non è vicinissimo a casa.
Non lo è perché vivo nel centro di Bologna, dove l’unico investimento sicuro è un posto che dia da mangiare ai turisti, e l’emergenza governativa per ripristinare il mondo di prima non sarebbe chiudere le sale bingo o i negozi di custodie dei cellulari, ma chiudere il numero insensato di posti in cui si mangia (male, e anche con una certa scortesia: la mistica della cucina bolognese è inspiegabile, quella dell’accoglienza è invece dovuta al fatto che chi non è pratico pensa che i bolognesi siano romagnoli, e resta sempre stravolto quando scopre che no, c’è una differenza fondamentale, i bolognesi odiano la clientela di cui campano).
Per ogni tremila posti che fanno piadine, ci saranno sì e no dieci lavanderie (nove delle quali sono inutilizzabili perché mandano i capi fuori e te li ridanno non quando servono a te ma nel un giorno fisso in cui arriva il furgone da fuori, e quasi sempre col cartellino «ci sono ancora macchie»: e allora cosa ti ho pagato a fare?). Temo che il mercato si regoli da sé: evidentemente son più quelli che mangiano la piadina di quelli che vestono con cose che vanno lavate a secco. Evidentemente il cibo è l’unica cosa che perpetua la tradizione dei negozi che vendono cose, per il resto resi inutili dal commercio on line: al posto del parrucchiere dove andavo, ora c’è un “compro oro”.
Quando Guccini scriveva che Bologna era «benessere ville gioielli, e salami in vetrina» era il 1980, e per i «mercati all’aperto, bistrot, della rive gauche l’odore» la situazione non era neanche lontanamente degenerata quanto lo è ora, giacché – come spero sappia Burnham anche se fa finta di no – le città di questo secolo le fa RyanAir, non le nostre preferenze sentimentali.
Certo che se a Bologna non arrivassero turisti che prima non ci sarebbero mai venuti solo perché ora ci atterra RyanAir e puoi passarci mezza giornata farti i video sotto ai portici che sono taaaanto caratteristici e dire ai tuoi follower che wow, amazing, c’è il cinema in piazza gratis, certo che due terzi dei bistrot che occupano un civico su due di qualunque strada del centro dovrebbero sbaraccare, ma finché hanno clientela dubito li si possa chiudere d’imperio.
Dove c’era la cartoleria nella quale compravo le gomme di Hello Kitty alle elementari, ora c’è un bar fighetto per gli aperitivi. A me sembra la fine del mondo, ma probabilmente quarant’anni fa a qualcuno sembrava la fine del mondo che si vendessero gomme giapponesi in un posto in cui fino a qualche decennio prima magari sellavano i cavalli o vendevano le spezie.
Quando i laburisti perderanno le elezioni, Burnham potrebbe candidarsi a sindaco di Bologna. Un posto che ha chiaro il bisogno di tenere le strade com’erano, epperciò sopra la libreria preferita del ceto medio complessato, coi suoi bravi bar a gestione Eataly, ha tenuto l’antica insegna commerciale di prima, “Ambasciatori”. Era un cinema porno, ma tanto mica se lo ricorda nessuno, e vuoi mettere che chic l’insegna vecchia.
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