Effetto Trump: Per il 51 per cento degli europei gli Stati Uniti non sono più un Paese amico, i dati di Polling Europe Euroscope

Febbraio 20, 2026 - 22:00
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Effetto Trump: Per il 51 per cento degli europei gli Stati Uniti non sono più un Paese amico, i dati di Polling Europe Euroscope

Bruxelles – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non piace agli europei: il 64 per cento degli intervistati dal nuovo sondaggio di Polling Europe Euroscope – istituto di ricerche di mercato e sondaggi con sede a Bruxelles, frutto della joint venture tra SWG e OpinionWayesprime un giudizio negativo verso l’inquilino della Casa Bianca. Ma non è solo una questione personale: con l’attuale amministrazione americana è cambiata anche la percezione degli Stati Uniti. Oggi il 51 per cento si dice scettico verso lo storico alleato e solo il 25 per cento lo considera un Paese amico: un dato, questo, in calo del 36 per cento rispetto al sondaggio dell’ottobre 2024, realizzato poco prima della sua elezione. Il 47 per cento degli intervistati ritiene, inoltre, che sia proprio Trump il responsabile dell’incrinatura nei rapporti tra Unione Europea e Stati Uniti e che tale frattura verrà sanata solo dopo la fine del suo mandato. È quanto emerge dallindagine è stata condotta online tramite metodo CAWI (Computer Assisted Web Interview) su un campione rappresentativo della popolazione UE di età pari o superiore a 18 anni. In totale, sono state svolte 5.273 interviste complete, distribuite proporzionalmente alla popolazione dei 27 Paesi dell’UE con una leggera correzione che consente di analizzare i dati a livello paneuropeo, con ripartizioni per i 5 Paesi più grandi (Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia) e per 3 diverse aree: Europa orientale, Europa settentrionale, Europa meridionale. Per ciascun Paese sono state stabilite quote proporzionali per età e genere, calcolate sulla base dei parametri più recenti forniti da Eurostat.

Che il presidente Donald Trump non fosse particolarmente apprezzato nell’Unione Europea non sorprende. Su una scala da 0 a 10, il suo indice medio di gradimento si ferma a 3,1, in calo di 0,4 punti rispetto al sondaggio dell’ottobre 2024. Il 64 per cento degli intervistati esprime un’opinione negativa nei suoi confronti, mentre solo un quarto guarda al tycoon con favore. A livello nazionale, Francia (2,5), Italia (2,5) e Germania (2,8) registrano i livelli di gradimento più bassi verso l’inquilino della Casa Bianca. Sopra la media Ue si collocano, invece, Spagna (3,3) e Polonia (4,2). La frattura emerge anche lungo le linee politiche europee. I giudizi più severi arrivano dai gruppi di sinistra: la Sinistra Europea (The Left) e i Socialisti e Democratici (S&D) si fermano a 1,8; i Verdi (Greens/Efa) a 1,9. Seguono con 2,6 Renew Europe (RE) e con il 2,9 il Partito Popolare Europeo (PPE). Ad alzare la media sono soprattutto i gruppi dell’ala più a destra: con 5,1 i Conservatori e Riformisti Europei (ECR), con 4,5 i Patrioti per l’Europa (PfE), con 4,7 l’Europa delle Nazioni Sovrane (ESN) e i non iscritti (3,6).

Quanto ai rapporti transatlantici, il 47 per cento degli intervistati ritiene che Trump sia all’origine dei malumori tra Unione Europea e Stati Uniti, ma considera la fase critica destinata a chiudersi con la fine del suo mandato. Per il 25 per cento, al contrario, non si tratta di una parentesi: la rottura viene giudicata storica e destinata a segnare in modo permanente le relazioni con l’altra sponda dell’Atlantico. Solo il 18 per cento parla, invece, di un confronto fisiologico tra alleati, senza conseguenze durature per il futuro dei rapporti. A livello nazionale emergono differenze significative. Tra quanti ritengono che la crisi si esaurirà con l’addio di Trump alla Casa Bianca spiccano gli italiani (54 per cento), mentre in Polonia la quota scende al 36 per cento. Proprio tra i polacchi, inoltre, è più diffusa l’idea che non si tratti di una rottura definitiva (solo il 17 per cento lo pensa), bensì di un normale confronto sul piano internazionale (il 38 per cento).

Amici o nemici?

La percezione degli Stati Uniti in Europa segna una netta cesura tra il prima e il dopo inizio del secondo mandato di Donald Trump. Nell’ottobre 2024, prima delle elezioni che ne hanno sancito la vittoria, il 61 per cento degli europei considerava ancora Washington un Paese amico. Oggi lo scenario è radicalmente cambiato: solo il 25 per cento definisce gli Stati Uniti un alleato (friendly), mentre il 51 per cento li considera ormai ostili (unfriendly). Il 24 per cento non li colloca né in una categoria né nell’altra. Nel confronto globale, gli Stati Uniti sono terzultimi nella classifica dei Paesi percepiti come amici, superando soltanto Russia (11 per cento) e Iran (10 per cento). L’Unione Europea indica oggi come Paesi più vicini il Regno Unito (61 per cento), il Giappone (60 per cento), il Brasile (49 per cento), l’India (42 per cento), l’Arabia Saudita (28 per cento), Israele (27 per cento) e la Cina (27 per cento).

Tra i Paesi membri emergono differenze marcate. La Francia è quella che più di tutte percepisce gli Stati Uniti come distanti dall’Unione Europea: solo il 17 per cento dei cittadini considera ancora Washington un Stato amico, mentre il 67 per cento ritiene che lo sia il Regno Unito. All’opposto si colloca la Polonia, che resta il Paese più convinto della tenuta del legame transatlantico: il 40 per cento degli intervistati si dice fiducioso nelle relazioni con gli Stati Uniti, una quota significativa, ma comunque inferiore alla metà della popolazione.

Gli europei si mostrano critici anche nei confronti della posizione assunta dall’Unione Europea verso gli Stati Uniti. Il 22 per cento la definisce “non coordinata” e un altro 22 per cento la giudica “esitante”. Per il 13 per cento è addirittura “conflittuale”, mentre l’11 per cento la considera “permissiva”. Quote più contenute esprimono valutazioni positive: solo il 9 per cento parla di un atteggiamento “equilibrato”, il 7 per cento lo ritiene “decisivo” e appena il 5 per cento lo descrive come “calmo”.

Questione Groenlandia

L’opinione pubblica europea alza gli scudi contro le ambizioni di Washington sulla Groenlandia, respingendo l’idea che un passaggio di sovranità agli Stati Uniti possa tradursi in una maggiore sicurezza per il Vecchio Continente. Secondo i dati Euroscope, ben il 63 per cento degli intervistati percepisce un eventuale controllo americano sull’isola come un fattore di rischio piuttosto che di stabilità. Nonostante le crescenti mire espansionistiche di Russia e Cina nell’Artico, solo un marginale 25 per cento dei partecipanti al sondaggio considera l’intervento statunitense una mossa strategica necessaria per neutralizzare le potenze orientali, evidenziando una profonda sfiducia verso un cambio di egemonia in chiave atlantica.

Il fronte del “no” appare particolarmente compatto tra i grandi Paesi dell’Unione Europea, che bocciano quasi all’unanimità l’ipotesi di una Groenlandia nelle mani dell’amministrazione Trump. La Francia guida lo scetticismo con il 70 per cento dei contrari tra gli intervistati, seguita a ruota dall’Italia (68 per cento), dalla Germania (63 per cento) e dalla Spagna (57 per cento), mentre la Polonia chiude la fila con un più risicato, ma comunque maggioritario, 51 per cento. Dal punto di vista politico, la resistenza più marcata si registra tra gli schieramenti di sinistra, che si confermano i principali oppositori alle manovre di Washington sul territorio appartenente al Regno danese.

Le preoccupazioni dei cittadini non riguardano solo la sovranità territoriale, ma la minaccia di una incrinatura delle fondamenta stesse della cooperazione internazionale. Oltre la metà del campione ritiene infatti che un’annessione americana della Groenlandia colpirebbe la coesione della NATO ancor più duramente di quella dell’Unione Europea. L’Italia emerge come il Paese più allarmato per la tenuta dell’Alleanza Atlantica, con il 69 per cento dei consensi in merito, mentre la Polonia si conferma il membro più ottimista: tuttavia, anche a Varsavia, solo il 27 per cento della popolazione è convinto che un’azione di forza degli Stati Uniti porterebbe benefici reali alla solidità della difesa comune.

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