Fabrizio Corona, Mediaset e l’illusione che chiudere un account serva a qualcosa

Febbraio 4, 2026 - 14:00
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Fabrizio Corona, Mediaset e l’illusione che chiudere un account serva a qualcosa

È l’assembramento dei newyorkesi che fuori dal cancello della residenza del sindaco urlano a Mamdani, come fidanzate deluse di impenitenti playboy, che pensavano lui fosse diverso, e invece guardalo, sua madre era amica di Epstein – i ricchi si frequentano tra loro, chi l’avrebbe mai detto – è quel coro lì la risposta a Mediaset che riesce a far chiudere i social di Fabrizio Corona?

Ho deciso di essere più generosa con chi ha una soglia d’attenzione da ventunesimo secolo, e quindi di dirvi subito dove va a parare questo articolo. Per farlo, vi fornirò un breve elenco di modi in cui ho fruito della presenza on line di Corona tra sabato e lunedì.

Sabato e domenica mi sono comparse su Instagram varie immagini di Corona nelle discoteche che ora evidentemente lo usano come ospite per riempire. Sono in giro da tanto di quel tempo che mi ricordo di quando le serate retribuite in discoteca le faceva Alba Parietti, e quelli che la andavano a vedere neanche avevano il cellulare con la telecamera per filmarsi in prossimità d’un famoso: che scusa avevano? Come giustificavano a loro stessi lo sprecare una serata in quel modo?

Adesso a fare le serate in discoteca ci va Corona, e tutti stanno lì col telefono alzato, perché i ragazzini in discoteca, più lucidi dell’editorialista medio, sanno che Corona la sparerà grossissima, sanno che il suo ruolo nel mondo è quello di spararla grossissima, e sanno che il suo spararla grossissima regalerà a loro, che vivono in provincia e non hanno particolari talenti con cui riscattarsi dall’anonimato, un video che tutti vorranno vedere, e quindi accessi, cuoricini, illusione d’esistenza in vita.

Che tutti vorranno vedere me compresa, che sono stata lì a guardare mentre una ragazzina chiedeva a Corona di svelare qualche pettegolezzo (in neolingua: scoop) su un certo conduttore televisivo, e quello rispondeva che la moglie gli aveva fatto le corna con chiunque, ma proprio chiunque.

Me compresa, che senza nessun bisogno di andare sui social di Corona ho appreso sempre da uno di questi video in discoteca, dal tribuno Fabrizio che lo comunicava alla folla, che lunedì sera il pregiudicato più amato dall’internet (ma tra poco Luigi Mangione gli leva il titolo) avrebbe caricato una puntata di “Falsissimo” che gli avevano fatto togliere, con roba in più.

Poi me ne sono dimenticata, perché come tutti ho un’attenzione discontinua, e lunedì sul canale YouTube di Fabrizio Corona mi sono scordata d’andarci. Però la notte ho aperto Twitter, o come si chiama ora, ed era accaduto quel che sempre accade quando si mette online qualcosa a pagamento: che qualcuno la puntata l’aveva già salvata e messa lì gratuitamente.

La mezz’ora di Corona che dice che un certo attore andava a letto con un certo agente cinematografico, negli anni Novanta, per far carriera; o che inveisce contro un suo ex amichetto (mi fa sempre molto ridere questo regolamento continuo di conti tra pettegoli: i più accaniti contro Fabrizio Corona sono dei Fabrizio Corona in sessantaquattresimo); o che trasmette un tizio che con voce distorta dice che Signorini l’ha danneggiato psicologicamente implorandolo di trattarlo male, questa mezz’ora qui io l’ho vista su Twitter, o come si chiama.

Neanche ho avuto bisogno di andare su TikTok, che è il social preposto a queste cose, dove vai a cercare le cose per abbonati che qualcuno ha di sicuro già riversato: Corona è ormai considerato patrimonio nazionale al punto che arriva persino su Twitter o come si chiama, un social su cui in genere ci sono tredicenni, politici, mignotte e giornalisti (categorie a volte sovrapposte).

E tutto questo senza parlare di Fiorello, la cui strepitosa imitazione di Corona ho visto senza sapere neanche a che ora vada in onda il suo programma, perché – nel mondo dei pezzettini da noi tutti abitato – Instagram mi propone in continuazione Fiorello che fa Corona. Su Fiorello poi ci torniamo, perché ora vorrei che traeste da soli una conclusione ovvia.

La chiusura degli account di Corona è la decisione di chi non ha ascoltato abbastanza canzonette e quindi pensa che uno scoglio possa arginare il mare. Se me l’avessero chiesto, quelli di Mediaset, gliel’avrei spiegato volentieri: è una cosa che ho imparato grazie al loro essere Corona prima di Corona.

Gliel’avrei spiegato semplice, senza citare Walter Benjamin: le leggi sulla diffamazione sono state fatte quando, se dicevi che ero una poco di buono al Tg1, lo sentivano quelli che in quel momento avevano la tv accesa su Rai 1 e basta. Magari i giornali il giorno dopo lo riportavano, ma sappiamo bene che una trascrizione non è suggestiva quanto sentir dire qualcosa a qualcuno, qualcuno di cui vediamo la faccia a colori.

Adesso, se un programma di Mediaset dice che sono una poco di buono, non importa che quel programma nessuna persona normale lo guardi. Perché il pezzettino in cui si dice che sono una poco di buono verrà rilanciato da mille inarginabili account di chissà quanti social, diventerà gif, diventerà meme, diventerà ingranaggio del mondo dei pezzettini.

Ho passato i vari processi ai delinquenti di quel programma di Mediaset introdottisi in casa mia a spiegare al mio avvocato che un risarcimento pensato per un mondo in cui le cose le vedeva solo chi era sintonizzato sul canale giusto all’ora giusta è un risarcimento ridicolo. Cosa fai, passi il resto della vita a far causa a ogni Vongola75 che abbia rilanciato il pezzettino del servizio che nel frattempo un giudice ha ingiunto a Mediaset di togliere dall’archivio? Diventa un’occupazione a tempo pieno, e una persona vagamente sana di mente non vuole occuparsi a vita di un programma di anni prima.

Oltretutto in Italia i risarcimenti non hanno i danni punitivi, che sono quelli che fanno sì che Hulk Hogan riesca a far chiudere Gawker. È chiaro che un’azienda televisiva cui un giudice ingiunge di darmi qualche decina di migliaia di euro infrangerà le stesse leggi mille volte ancora, e mettendosi a ridere: quei soldi li rifà con uno spot.

Poiché bisogna essere didascalici: Mediaset non ha alcun bisogno ch’io le spieghi che la chiusura dei canali di Corona non argina lo sputtanamento. Mediaset lo sa benissimo, perché è stata dall’altra parte in molte questioni, una delle quali aveva come controparte me. Il trucco del presente che ha fatto comodo a Mediaset – quello per cui tu elimini il filmato diffamatorio tanto quello ormai vive di rifrazione, starà eternamente in mille schegge non controllate da te nelle varie diramazioni dell’internet, e ogni sputtanamento è per sempre – quel trucco lì ora le si rivolta contro. Mannaggia.

Sempre perché bisogna essere didascalici: «non controllate da te» è una menzogna. È vero che qualunque Vongola75 si diletti a dire «Soncini è una criminale, l’ho visto su Italia1» non ha Mediaset come committente, ma provate a postare ovunque un qualunque filmato di una qualunque loro trasmissione, e vedrete in quanti secondi vi arriva il reclamo per il copyright e viene tirato giù il filmato piratato. Dei pezzettini per cui sono stati condannati in tribunale, chissà come mai, hanno assai meno a cuore il copyright.

Uno dei danni del presentismo che ci affligge tutti è la memoria corta. Qualunque cosa succeda, è una cosa che succede per la prima volta. Epstein è il primo ricco cui piacesse la carne giovane, Corona è il primo cafone che sputtana la gente. Ma non serve gran concentrazione o studio, per ricordarsi che non è così, e che Corona è un prodotto dei metodi Mediaset, solo che ha imparato ad applicarli assai meglio di chi li usa a Cologno Monzese.

L’altro giorno mi è comparso un pezzettino di Fiorello che rispondeva a qualcuno che gli aveva fatto la morale. Tu, era l’accusa, ti diverti a vedere Corona. Si è dovuto mettere lì a spiegare che lui non sa se Corona dica il falso e neanche gliene importa niente: lo fa ridere la drammaturgia di Corona. Corona che dà ordini al regista. Corona che quando parla di cazzi allarga le braccia a simulare il volo dell’uccellone. Corona che crea tormentoni linguistici come «credete alle favole» o «paurina»: un uomo che si fa meme.

All’inizio ho pensato povero Fiorello, che secolo di dementi, poveri comici costretti a spiegare che si ride di ciò che fa ridere, non di ciò che si approva o disapprova. Poi mi sono chiesta chi siano gli innominati che gli fanno la morale. Potrebbero benissimo essere gente di Mediaset. Che, come noialtri davanti alle mail di Epstein, guardano Corona e si esibiscono nella loro miglior imitazione di Johnny Stecchino: non mi somiglia per niente.

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