Federica Manzon, e la città che non esiste più

19 Agosto 2026 - 04:55
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Federica Manzon, e la città che non esiste più

Città legno

Non tardare e non avere paura, ha scritto. Non bere nulla, salvo acqua, altrimenti ti stancherai troppo presto, questa notte durerà più di un secolo.

Legge una seconda, una terza volta. Non c’è bisogno di firma. In città da più di un anno sono finite anche le ultime bottiglie di rakija nelle cantine, un bicchiere d’acqua può costare la vita, alla coda dietro la centrale elettrica, e Miro non ha smesso di fare dello spirito, pensa rigirandosi in mano il biglietto scritto sulla pagina di un libro. Pasternak. Le mandava identici biglietti quando erano giovani pionieri: verrò a prenderti con la bicicletta così che tu non avrai da stancare le tue gambette da tulipano, scriveva prendendosi gioco delle coreografie floreali che Alma e la gioventù jugoslava provavano per le celebrazioni del 25 maggio. Miro odiava la festa della gioventù, la staffetta fino al palco d’onore, le divise, i giuramenti, l’inno, le competizioni sportive. Partecipava suo malgrado ai concorsi letterari e alle gare di linguistica.

Alma guarda fuori dalla finestra, sono le otto di sera ma si vede solo il buio, senza stelle e senza luce elettrica. A casa della sua professoressa del liceo si gela, le finestre del salotto sono riparate con i vetri delle cornici tenuti insieme dallo scotch. È grata per questa ospitalità che le evita l’albergo dei giornalisti, non saprebbe dove altro andare dal momento che la casa dei suoi genitori è stata venduta con lungimiranza quando valeva ancora qualcosa. La professoressa si ricorda di lei e di Miro, non si è stupita nel vederla arrivare proprio adesso, quando tutti quelli che potevano se ne sono andati con gli ultimi treni o i convogli umanitari. Suo marito è sulla prima linea del fronte, ogni due o tre settimane torna a casa per una notte, prima della guerra faceva il fotografo, immortalava le classi al numero 3 di Gimnazijska ulica. Alma ha portato un po’ di soldi con cui al mercato possono comprare un mazzo spinaci o un cavolo, i primi giorni anche due etti di carne dopo una coda di tre ore.

Non c’è stato bisogno di chiedere ad Alma perché è tornata. Tutti sanno che Miro è qui. Non se ne è andato, non combatte, sta chiuso in casa, scrive. Il poeta dell’assedio. Ad Alma c’è voluto un attimo per individuare, negli scaffali in salotto tra i libri scampati alla stufa, le sue tre raccolte di poesia. La prima le era stata recapitata per posta nell’appartamento di Berlino est dove viveva allora. «A te, Alma». Era risaputo che senza di lei scriveva poco e male, e anche dopo la sua partenza era il pensiero di lei che metteva in moto i versi di Miro.

«Dov’è?», ha chiesto Alma il giorno dell’arrivo.
«Hanno bombardato la sua casa», le ha risposto la professoressa.
«Dov’è?», ha continuato a chiedere.
«Al suo posto», risponde la gente per la strada.

Qualcuno dice di averlo visto il giorno prima mentre ritirava il suo pacco di aiuti umanitari, forse era in coda per il pane quando hanno sparato, i giorni si confondono. Un giornalista francese ha detto di averlo aiutato a uscire dalla città un mese fa, prima della strage del mercato, ma chi lo conosce bene sa che non se ne sarebbe mai andato, fosse anche per una questione di gusto. È per questo che Alma è tornata.

Dopo settimane è stato Miro a trovarla, le voci girano rapide nella città chiusa. Le ha fatto arrivare l’invito a una festa, per quella sera stessa. Non c’è tempo da perdere.

Il pomeriggio Alma esce a cercare l’indirizzo che non ha mai sentito, le indicano la zona, è quasi nel quartiere di Grabavica dov’è pericoloso entrare. Torna a casa prima di trovarlo perché hanno ripreso a sparare. I nostri? I loro? A casa la professoressa le dice che hanno colpito l’ospedale, ma da quella parte dell’edificio la Croce rossa aveva già evacuato i feriti, aggiunge che è arrivato un pacco per lei. È una scatola dal fondo basso e un fiocco disegnato a pennarello viola. Alma la apre e nell’ordine appaiono: un vestito di velluto blu, un paio di vecchie scarpe da charleston, una boccetta di profumo grande quanto il palmo della sua mano, un paio d’orecchini di pietre rosse e smalto verde scuro. Non ricordava più che si potessero ricevere tanti regali tutti insieme. Non le capitava dai tempi in cui Miro si era messo in testa di essere innamorato di lei. Nel suo modo megalomane e chiassoso si era impegnato con ardore: a farla cedere, cosa che era accaduta piuttosto in fretta, a separarla dal fidanzato, cosa che reputava indispensabile pur dedicandosi lui ad altre donne, ma soprattutto a far sì che lei si innamorasse, perché sapeva che allora sarebbe stato per sempre.

Per i pochi mesi in cui avevano vissuto insieme, quegli stessi che avevano preceduto la partenza di Alma, Miro le aveva fatto trovare fiori a colazione, dischi, sigarette, un basco rosso, un cappotto uguale a quello dell’attrice di un film che gli era piaciuto molto, un quaderno per appunti, una macchina fotografica usata, le lettere di Nabokov in francese. Non aveva soldi, quelli che racimolava con lavori saltuari li spendeva immediatamente. Tre giorni prima che Alma lasciasse il Paese era sparito. Credendo alla sua fobia degli addii, lei non l’aveva cercato. Gli aveva lasciato l’indirizzo dello studentato di Berlino sul tavolo della cucina. Lui le aveva scritto che gli mancava. Si erano telefonati per un po’, due o tre volte al giorno. A chiamare era quasi sempre Miro: parlava con concitazione, le raccontava i fatti della città, la vita politica lo annoiava, le serate letterarie finivano con bicchieri rotti e una rissa per la superiorità della poesia sulla prosa, bevevano tutti molto, le chiedeva pareri su ogni cosa e la ascoltava con attenzione. Poi avevano preso a sentirsi di meno, erano entrambi senza soldi e le telefonate erano costose. Qualche mese dopo Miro le aveva annunciato con una cartolina che si sposava. Una settimana più tardi le era arrivato il suo primo libro di poesie. A te, Alma. L’aveva letto tutto, ricordando la sua voce che recitava in piedi con un braccio appoggiato allo stipite della camera da letto attendendo una sua reazione. Nessuno capisce la mia poesia come te, diceva. Alma aveva seppellito il libro sul fondo di una valigia sopra l’armadio, sapendo che adesso non avrebbe chiamato per sapere cosa le sembrava.

Non tardare, ha scritto. E lei indossa il vestito di velluto, le scarpe che le vanno a misura, con la punta di uno spillo disinfettato sul fuoco si apre i buchi delle orecchie ormai chiusi e infila gli orecchini laccati, fa colare il profumo sui polsi e sul collo. Sembra stia andando davvero a una festa. Fuori le strade sono silenziose, una tregua o forse il cecchino sta cenando. Il cielo è schiarito e la mezzaluna illumina la via. Trova l’indirizzo al primo tentativo. Hanno dato fuoco al citofono del palazzo ma il portone è spalancato. Alma sale le scale, avvicina l’orecchio alle porte sui pianerottoli, ma gli appartamenti suonano disabitati. Solo all’ultimo piano una porta è aperta e da dentro arriva musica americana, quella che ascoltavano nel 1980 e anche nei primi mesi del 1990. Alma entra nel buio, avanza tastando con la mano la parete del corridoio. «Allora sei arrivata», dice una voce che le si fa accanto. Le pare di riconoscere un vecchio compagno dell’università, ma non ne distingue il profilo. Lui la prende per un gomito e la incoraggia verso la festa. «Sii gentile con questa gente, sono tutti spaventati a morte e gli mancavi».

«In che senso?», chiede.
Ma quello ha già lasciato la presa dal gomito e si è dileguato nella stanza affollata, illuminata con lucine natalizie che si arrampicano sulle pareti, sulle gambe dei tavoli, strisciano lungo il pavimento.

Alma abitua gli occhi, non sarà pericolosa tutta questa luminosità? Le finestre sono oscurate da tende pesanti che si ammucchiano a terra. Sul bordo della stanza sono allineati cuscini e materassi. In un angolo, seduto su una sedia al contrario, un uomo con una maschera da capra suona la chitarra. Attorno al tavolo un gruppo discute animatamente, sono molto giovani e tengono in mano bicchieri di vetro. Il tavolo è coperto di bottiglie, come non le capitava di vedere da prima della guerra.

«Guarda, non sono bellissimi?», dice un ragazzo allungandole un bicchiere colmo fino all’orlo.

Alma beve, pare champagne. Guarda il gruppo che fa un brindisi, riconosce due attori dell’Accademia di Teatro, molto famosi per le loro letture sceniche e perché vivono con i rispettivi amanti senza smettere di correre l’uno alle prime dell’altra e di sembrare così innamorati. Alzano i calici verso di lei. «Su, falli felici, brinda alla loro salute», la esorta il ragazzo che un attimo dopo è scomparso.

Alma prova a seguirlo e scopre che l’appartamento è una lunga sequenza di stanze divise solo dalla cornice degli stipiti da cui hanno portato via le porte, probabilmente bruciate lo scorso inverno. I soffitti sono altissimi, se ne accorge quando raggiunge la seconda stanza dove le pareti sono coperte da manifesti: una tela con la celebre lattina di Warhol Campbell’s condensed trasformata in Sarajevo’s condensed e trivellata da buchi di proiettile, l’urlo di Munch con alle spalle lo skyline della città, la copertina di un album dei Sex Pistols che chiedeva a dio di salvare non la regina d’Inghilterra ma il Paese, il poster di Jurassic Park dove invece della giungla si vedono i tetti della Baščaršija.

«Non ti complimenti con gli artisti?», le chiede una ragazza con i capelli verdi e gli occhi contornati di nero, la pelle così chiara che le si vedono i capillari. Alma l’ha già vista da qualche parte ma non ricorda dove. Vorrebbe chiederle, quali artisti? ma di colpo tre uomini e quattro donne con cappelli, cravatte rosse e polsini di pizzo le si parano davanti. Le sembra di riconoscere uno di loro, aveva disegnato il logo delle Olimpiadi invernali. Ridono a voce alta, la baciano, chiacchierano con aria da vernissage. La stanza è improvvisamente piena di gente, tutti i sopravvissuti si sono radunati qui stanotte e portano brillantini sulle guance, vestiti bohémien, bicchieri di cristallo – a dire che sono vivi nonostante tutto. «Who fucked the culture up?» è scritto in caratteri d’argento su una tela nera che copre quasi l’intera parete. Lo spirito della città che non muore.

Alma sente che le gambe le si piegano e sta per mettersi a piangere. Dov’è Miro? Prova a districarsi tra l’intreccio di corpi che commentano il Barbiere di Siviglia al Teatro Nazionale. Raggiunge la stanza d’angolo, qui gli ospiti si diradano, qualcuno sta suonando il pianoforte a muro dandole le spalle, un jazz moderno che le pare di aver già sentito. Nella poltrona di pelle riconosce il direttore del quotidiano Oslobođenje, un vecchio amico di suo padre. Le fa cenno di avvicinarsi.

«Alla fine sei tornata», dice.
«Cerco Miro».
«Ti aspettavamo da così tanto tempo sai».
«Hai visto Miro? Ho bisogno di vederlo».
«Chi?».
«Miro, il poeta».
Muove la mano a indicarle di farsi più vicina, non sente.
«Miro, il poeta dell’assedio».
Le sorride: «Hai visto quanta gente c’è stasera?», dice.
«Sono tornati tutti».
«Ti prego…».
«Siediti un attimo, stai ancora un po’ qui con me», le artiglia il braccio per farla sedere sulle sue ginocchia.

Alma si divincola, ma quando torna a guardarlo vede che è perso o solo molto lontano da lì.

«Almina, ti ricordi che avevi sempre il naso nei libri, anche quando facevamo quelle grandi cene con i tuoi genitori, stavi sempre lì con quei tuoi libretti», le dice con voce piagnucolosa che la inonda di tenerezza. Ma suo padre non le aveva scritto che il direttore era morto nel giugno del 1989? Di crepacuore aveva scritto, perché il direttore capiva la politica meglio di chiunque altro, aveva l’istinto del politico ma era troppo perbene per stare nel partito diceva sempre suo padre, e nel discorso alla Piana dei Merli lui aveva letto la fine del mondo e ci era rimasto secco.

Qualcuno lancia un grido da un’altra stanza.
«Vodka!».

Alma allibisce perché le sembra di riconoscere le ragazze che entrano ballando, facendosi aria con ventagli in carta di riso. Hanno vent’anni e nella sua infanzia erano considerate due originali, sognatrici dotate di strani talenti, si diceva che fossero emigrate in Russia quando lei era ancora al liceo. Hanno vent’anni come un tempo.

Ma ecco che Alma riconosce Miro. Entra nella stanza come dovesse salire su un palcoscenico di cui non si era accorta, ma Miro lo scarta e va verso di lei. Si presenta esattamente come l’ultima volta che si erano visti, in camicia bianca sgualcita e pantaloni con la piega. Sorride e Alma vede i suoi occhi pieni di vita e sofferenza.

«Miro».
«Vieni, voglio farti vedere delle fotografie», dice prendendole la mano, come se si fossero lasciati solo qualche giorno prima. «Guardiamole insieme, che devo scrivere una poesia».

La trascina nell’angolo della stanza dove è comparso un tavolo di legno chiaro coperto da fotografie in bianco e nero. Le tiene la mano e insieme si affacciano sul tavolo che è immenso come un paesaggio: sorridono nei vestiti di un’altra epoca con sguardi d’altri tempi, stanno facendo la cosa che è loro più familiare, guardare insieme il mondo perché Miro lo trasformi in poesia. Alma vede che Miro la desidera. Gli stringe il polso, ci si aggrappa per non cadere perché di colpo le gira la testa. La mano di Miro sulla schiena. Apre gli occhi e si concentra sulle fotografie sparse sul tavolo.

«Aiutami a scrivere questa poesia, non so se ne sono capace», dice, e sanno tutti e due che non è vero, che Miro è sempre stato sicuro del suo talento come non lo era di nessun’altra cosa al mondo, nemmeno della propria esistenza. I professori un giorno studieranno fino all’ultimo mio verso, diceva davanti al pubblico.

Alma distanzia le foto tra loro, ne scarta alcune, costruisce un ordine.

Non ricorda quando è l’ultima volta che hanno fatto una cosa simile, probabilmente qualche settimana prima della sua partenza, quando c’erano ancora i fiori e i regali, oppure quando ancora lui voleva con tutte le forze che lei lo amasse se perché lui l’amava, o invece è accaduto molto dopo, in una delle sue ultime telefonate e lui le ha descritto a voce le fotografie che aveva davanti agli occhi. Sì, doveva essere così, le pare di ricordare, perché erano gli scatti del disastro nucleare: le torri della centrale mausoleo di morte, le donne con il fazzoletto in testa in coda per la misurazione della radioattività, un pianoforte e una poltrona rossa, la testa di una bambola, gli uomini infagottati con le maschere e i tubi dei misuratori di radiazioni, la ruota panoramica abbandonata, i segreti sovietici. La poesia di Miro era stata pubblicata qualche giorno dopo dai giornali di tutto il mondo.

Sul tavolo le foto si mescolano, si sfocano. C’è troppo rumore nella stanza, hanno alzato la musica e ad Alma sembra di nuotare sott’acqua.

«Non riesco a vedere bene».
Miro sorride, le strizza l’occhio.
«Non vedo bene le foto», insiste.
Miro le mette una mano attorno ai fianchi.
«Balliamo?».

Non ha mai ballato. Alma si scosta, vuole vedere le foto. Sente la mano di Miro salirle sotto il vestito. È furiosa, ma quando si gira a guardarlo lui ha la faccia di quando era un bambino e giocavano lungo la Miljacka.

«Esprimi un desiderio», le dice ancora, e Alma si ricorda che Miro adora i desideri e le scommesse.

Ma le gira la testa, si ritrova in mano un bicchiere e butta giù d’un fiato il liquido tiepido. Ha ancora la mano stretta in quella di Miro ma non può più stare accanto a lui, deve sedersi. La poltrona del direttore ora è vuota e Alma vi si abbandona, affonda nelle molle malandate e le sembra che in testa le scoppi una musica turbo folk, i contorni delle persone si disintegrano. Fino a quando rimane solo la stanza vuota, una scalinata che scende buia verso la linea di luce sotto una porta. Alma si alza in piedi e la segue, si ritrova in strada.

È l’alba, c’è una tal nebbia che le montagne attorno sono bianche. Una piccola signora attraversa la strada in un cappotto che le arriva fino ai piedi, non dev’essere stato suo, una volta. Sul marciapiede un vecchio scruta il cielo come a indovinare se pioverà o cadranno granate a pezzi. Sparano nella zona della biblioteca. Tre bambini con i cappucci tirati sulla testa si mettono in posa con i fucili di cartone e una pagnotta appena conquistata, un uomo molto magro con la scritta “PRESS” sulla schiena li fotografa. Una ragazza con la giacca di pelle e il colbacco piange accucciata dietro un’auto, l’abbraccia un’amica o una sorella.

Quando Alma arriva a casa della professoressa la trova vuota, la radio è accesa, dicono che la tregua ha retto per tutta la notte e nei quartieri lungo la linea dei cecchini qualcuno ha improvvisato una festa. Si precipita in salotto, cerca sugli scaffai i libri di Miro, ne è rimasto soltanto uno, l’ultimo. Necrologio del pettirosso. Lo apre in fretta, usa sempre le fotografie nei suoi libri. Qui sono quelle dei primi mesi di guerra, alcune le ha viste sui quotidiani stranieri, altre sono private, senza didascalia. Sfoglia in fretta le pagine fino alla fine. La nota biografica dice che Miro Tomić è morto nel secondo anno dell’assedio, la primavera scorsa, nella notte tra il 24 e il 25 di maggio, festa della gioventù jugoslava, senza aver mai lasciato la sua casa sulla Miljacka.

Alma si lascia cadere sulla sedia della cucina, apre di nuovo il libro dalla prima pagina e inizia a leggere a voce alta. Le parole di Miro riempiono la casa vuota, le scale con i gradini frantumati, le strade desolate e deserte. Fluiscono come l’acqua di un ruscello portandosi via la memoria e la colpa, liberando Alma, così come un tempo avevano liberato Miro, e come avrebbero liberato tutti loro che avevano abitato quella loro città che ora era scomparsa, scomparsa irrevocabilmente in una notte di primavera, tra il 24 e il 25 di maggio, nel secondo anno dell’assedio.

Questo racconto di Federica Manzon è tratto dal sesto numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato alla magia. È stato pubblicato per la prima volta nella primavera 2023. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.

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