Fermo preventivo e reati dei pubblici ufficiali, Enrico Zucca lascia la procura generale con due protocolli a tutela dei diritti

06 Luglio 2026 - 20:12
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Fermo preventivo e reati dei pubblici ufficiali, Enrico Zucca lascia la procura generale con due protocolli a tutela dei diritti
enrico zucca

Genova. Enrico Zucca, magistrato simbolo dei processi del G8 di Genova, ma anche di tante altre inchieste – una su tutte quella che portò all’arresto del serial killer Donato Bilancia – va in pensione per raggiunti limiti di età. Tra due giorni lascerà il suo ufficio al dodicesimo piano di palazzo di Giustizia dove negli ultimi quattordici mesi ha guidato la procura generale, arrivandoci dopo una battaglia giudiziaria contro chi in quel ruolo non lo voleva e dove mette la sua firma su due documenti, di indirizzo ma anche di peso, da lui fortemente voluti.

Si tratta di due protocolli di intesa, firmati, grazie al ruolo di coordinatore distrettuale dei magistrati inquirenti, con il procuratore di Genova Nicola Piacente,  con Alberto Lari di Imperia, Ubaldo Pelosi di Savona ed Enrica Gabetta della Spezia. Il primo riguarda la nuova norma dell’ultimo decreto sicurezza sul fermo preventivo per delineare una procedura comune per l’applicazione di una norma su cui in futuro potrebbero anche sollevati dubbi circa la costituzionalità . L’altro riguarda i reati commessi dai funzionari dello Stato in violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, vale a dire da un lato la protezione della vita e dall’altro la tortura e i trattamenti inumani e degradanti.

“Sul fermo preventivo serva una relazione dettagliata che indichi le finalità”

Sul fermo preventivo “che è un atto della polizia giudiziaria e prevede solo una generica comunicazione al pm che può tuttavia disporre il rilascio – spiega Zucca – abbiamo cercato con tutte le procure di elaborare regole comuni per dare un’interpretazione unitaria della normativa. Visto che la finalità del fermo preventivo, a differenza del fermo di identificazione, è piuttosto vaga, abbiamo cercato di procedimentalizzare questo contatto tra forze di polizia e autorità giudiziaria nel senso che le prime devono fornire al pm una rappresentazione dettagliata e scritta delle ragioni e delle finalità dell’adozione di questa misura affinché ci sia un controllo effettivo da parte del pubblico ministero”.

L’altro protocollo riguarda le indagini nei procedimenti in violazione degli articoli 2 e 3 della convenzione europea, quindi l’incolumità della vita delle persone, e i trattamenti inumani e degradanti con cui la convenzione europea intende, al di là della qualificazione penale, anche i maltrattamenti o le lesioni dolose.

 

“La Cedu vieta di delegare le indagini allo stesso corpo di polizia degli indagati”

“In questi casi l’obbligo per l’autorità giudiziaria in base alla Cedu è quello di svolgere un’indagine pronta, accurata, completa e imparziale e l’Italia è stata spesso condannata – ricorda il procuratore generale – sia sotto il profilo sostanziale per esempio sancendo che c’è stata tortura, sia sotto quello procedurale per come sono state svolte le indagini, a partire dal fatto che in molti casi nemmeno è stata sentita la persona offesa”. Il protocollo prevede poi due suggerimenti operativi: anzitutto la creazione “di un pool di magistrati che si occupino nello specifico di questi reati”. In secondo luogo “per garantire l’imparzialità dell’indagine la Corte europea vieta la delega delle indagini allo stesso corpo di appartenenza di chi è sottoposto all’ indagine. Questa indicazione della Cedu è costata all’Italia diverse condanne – spiega – E’ un punto delicato perché talvolta non si può fare altrimenti, ma questa regola quando è possibile dovrebbe essere seguita, insieme al fatto che in questi casi il pubblico ministero dovrebbe tendenzialmente seguire l’indagine in prima persona”.

Inevitabile il riferimento al G8 di Genova “dove le indagini sono state fatte a mani nude dai pubblici ministeri con una minima delega inevitabile anche alla polizia, quindi esasperando questo conflitto di interessi. tanto che la Corte europea che ha parlato di un ‘impunito rifiuto della polizia’ di collaborare con la magistratura, ma anche i giudici nei vari procedimenti hanno sempre stigmatizzato questa attività addirittura di ostacolo alle indagini da parte della magistratura”.

“A Genova c’è un contesto felice che fa pensare che un’altra polizia è possibile”

Alla domanda scontata se dopo 25 anni la polizia a suo avviso sia cambiata, Zucca risponde in base all’esperienza diretta, quella quotidiana che ha avuto in particolare in questi mesi, con cui ha dialogato in particolare con la Questura di Genova, a partire dalla questora Silvia Burdese. Un dialogo e un confronto non scontato: “Nella mia effimera esperienza come massima autorità giudiziaria e requirente del distretto ho avuto più stretti rapporti con i vertici delle forze di polizia, in particolare con la polizia di Stato. A Genova c’è un contesto felice nel senso che credo che i funzionari che ho avuto modo di incontrare siano dotati di quella sensibilità di quella capacità e di quella serietà che fanno capire che un’altra polizia è possibile” dice parafrasando lo slogan terzomondista di 25 anni fa . “Io di questo devo dare atto e anzi ringrazio davvero le forze di polizia in particolare la polizia di Stato per quello che che fa ed è in grado di dimostrare perché ho visto anche molta intelligenza nel gestire situazioni difficili” spiega.

“Nel contesto generale serve più autonomia e trasparenza per costruire un nuovo rapporto con tutti i cittadini”

Ma Genova per il magistrato sembra un po’ un’isola a sé perché “rispetto al contesto generale devo dire che questo rimane un auspicio e un atto di fede, insomma più che una constatazione”.

Zucca ricorda le violenze della Diaz, definite tortura dai giudici e della Cedu, quando il reato ancora non c’era. Eppure “Se nessuno ha remore nel dire che a Bolzaneto vi tortura, avete mai sentito parlare di tortura alla Diaz da qualche capo della polizia? Nemmeno il prefetto Gabrielli lo ha detto”. “C’è un diverso peso e ci sono diverse misure, come se il giudizio della polizia fosse sovrastante quello della Corte europea, quello della Corte di Cassazione Perché non si ammette che vi fu tortura la Diaz?”. Zucca ricorda il pestaggio di Marc Covell “che fu lasciato a terra esanime fuori dalla scuola per 20 minuti prima che chiamassero i soccorsi, come un animale, come un sacco”. Poi i falsi, le condanne certo, ma anche i funzionari che sono stati riassunti dopo il periodo di sospensione successivo a queste ultime e che hanno fatto carriera. “I poliziotti devono avere il rispetto dei cittadini ma i cittadini devono essere tutti uguali, devono essere considerati persone anche se sono black bloc, anche se fossero diavoli, che poi di diavoli ne siedono anche nei consigli di amministrazione di certe società”. E la polizia “deve agire nel rispetto della legge, non come un esercito che deve sconfiggere dei nemici”.

Per Zucca “ il vero problema è di ricostruire un rapporto fra polizia e cittadini, ma per cittadini intendo tutti: non si può pensare che la polizia sia al servizio dei benpensanti. Non può identificare già di per sé, i buoni e i cattivi. Per fare questo la polizia dovrebbe essere istituzione più autonoma dalla politica. Non deve essere il braccio armato dei governi ma un’istituzione che risponde ai cittadini. Lo strumento per farlo è anzitutto quello della trasparenza: non può essere un corpo impenetrabile, basti pensare al no da parte dei sindacati di polizia alla proposta dei codici identificativi sui caschi e al rifiuto di rendere conto delle proprie responsabilità”.

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