Filippo Valsecchi: “Il film su Pino Daniele racconta Napoli senza cliché”
C’è un periglioso e impalpabile confine tra l’archetipo e il luogo comune che dovrebbe suggerire cautela nel giudizio. Un giovanissimo Pino Daniele, nel trailer di un minuto di “Je so’ pazzo” di Nicola Prosatore, divora i friarielli come un villano davanti alle due zie acquisite. L’olio sul mento ha suscitato qualche affrettata accusa di oleografia al regista, mentre a noi ricorda l’indelebile memoria autobiografica di Enrico Caruso quattordicenne, schiaffeggiato dalla maestra di buone maniere Emilia Niola per la volgarità di averle detto “m’aggio magnato pasta e fasule”. Daniele fu come Caruso – si parva licet – un proletario napoletano che ascese al mito grazie alla musica e intrattenne anche lui con la città un rapporto problematico fino alla morte.
La sua figura, celebrata da documentari e concerti in memoriam, si confronta adesso con l’incognita della fiction biografica: sarà sciolta il 15 ottobre quando l’opera arriverà nelle sale, sebbene ormai si recensiscano i film dai trailer, i libri dai risvolti di copertina e gli articoli dal titolo senza nemmeno aprire il link. Filippo Valsecchi, romano, figlio d’arte, è il produttore di “Je so’ pazzo” (Tartare Film e Camfilm con Rai Cinema) basato sul libro di Alessandro Daniele, secondogenito di Pino. Narra gli anni del cantautore dall’infanzia al successo, coronato dal maxi-concerto in piazza Plebiscito del 1981.
Quando e perché nasce l’idea del film?
Molto prima del progetto c’è la mia passione per la musica e il vago ricordo personale di Pino sulla spiaggia di Sabaudia, dove andavo da bambino e dove conobbi il figlio Alessandro con cui crescendo sono rimasto in contatto. La ragione del film scaturisce dalla semplice riflessione che si poteva e doveva raccontare il personaggio al di là dei documentari, come è stato fatto all’estero per tanti eroi della musica, da Michael Jackson a Freddie Mercury e Johnny Cash. Nicola Prosatore era il regista adatto per la freschezza e la cura visiva, che avevo notato già nel suo primo lungometraggio “Piano piano”. In più ha un trascorso di musicista, ha frequentato il quartiere in cui è vissuto Pino Daniele e la sua stessa scuola. Per il ruolo da protagonista Massimiliano Caiazzo non aveva rivali. S’è calato “anema e core” nella parte e ci è riuscito.
Chi racconta il primo Pino Daniele racconta anche Napoli in un tornante epocale, prima e dopo il terremoto dell’80. Con quale criterio narrativo?
La storia si concentra su un ragazzo destinato all’emarginazione che con il genio, la dedizione e la tenacia riesce a conseguire l’emancipazione sociale e culturale fino a diventare un re della musica. Non è un apologo moralista, ma ha una morale ispiratrice: tutti possono provare a realizzare il proprio sogno, magari cominciando a comprare una chitarra. Senza fare polemiche, sono orgoglioso che in questo film non ci sia una sola pistola, dopo l’ultimo ventennio in cui ne abbiamo viste veramente troppe. Mi emoziona molto più la fenomenologia culturale di Napoli che l’estetica sensazionalista sulla malavita.
Quali momenti della lavorazione definirebbe emblematici?
Quando al secondo giorno di riprese abbiamo girato in piazza Plebiscito e poi quando, conclusa la proiezione del film destinata al cast, Dorina la prima moglie di Pino e la figlia Cristina si sono alzate con gli occhi lucidi.
Cosa colpisce un produttore non napoletano che organizza un set a Napoli?
La possibilità di scoprire meglio una città che ha modellato un carattere identitario unico tra il fuoco e l’acqua, tra Vesuvio e mare, generando una energia creativa senza paragoni grazie alla tensione degli opposti. È una città incapace di essere mediocre perché si è confrontata da sempre con un tratto diventato saliente nella contemporaneità, cioè la tendenza alla polarizzazione. Napoli l’ha conciliata in una fertile produzione culturale e Pino Daniele ne è fra i prototipi esemplari per la capacità di fondere più anime nell’espressione musicale.
Rivoluzionare senza rinnegare: “lo stile avventuroso di un canto fattosi fonema che rinnovava i fasti di una lingua etnica inaridita”, scrisse Roberto De Simone alla sua morte nel 2015.
Pino Daniele chiudeva il cerchio fra tradizione e innovazione, tra il blues e la canzone napoletana, che è stata il primo prodotto culturale italiano a diventare davvero globale.
Cosa preferisce dell’attuale scena artistica partenopea?
I Nu Genea per la produzione eclettica di grande qualità, che ha miscelato i generi e ha riproposto l’idioma napoletano sulla scena internazionale.
“Je so’ pazzo” è il suo primo progetto importante da produttore. Qual è l’impronta di Tartare Film?
Il modello Esselunga: progetti di grande qualità ma fruibili dal grande pubblico.
Qual è il pubblico ideale di “Je so’ pazzo”?
Sono convinto che piacerà ai giovani, anche perché i giovani prevalevano sul nostro set. Alla fine, piaccia o meno, abbiamo espresso la voglia di vivere e di comunicarla alle nuove generazioni senza fare ammiccamenti al giovanilismo.
Se dovesse produrre un altro film su Napoli cosa la ispirerebbe?
Sarebbe bello raccontare le sue donne, perché ritengo che a conti fatti sia una città matriarcale. Mi è piaciuto “Parthenope” di Sorrentino.
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