Il 68,1 per cento degli operatori sanitari ha assistito ad aggressioni

05 Ottobre 2026 - 17:00
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Accanto alle aggressioni verbali, a cui ha assistito il 68,1 per cento degli operatori sanitari o agli episodi più eclatanti, c’è una forma di violenza trascurata ma molto persistente nei luoghi di lavoro sanitari, al punto che un operatore su sei ne è vittima regolarmente: la svalutazione sistematica del lavoro, una forma di violenza psicologica fatta di delegittimazione, mancato riconoscimento e continua messa in discussione dell’attività professionale. È questo uno dei principali risultati della prima indagine realizzata nell’ambito del progetto europeo Brave-Wow, condotto e diffuso oggi contemporaneamente in quattro Paesi (Italia, Portogallo, Spagna e Slovenia) su oltre 4.600 professioniste e professionisti di 35 strutture sanitarie tra ospedali, residenze sanitarie assistenziali, servizi di assistenza primaria/territoriale, centri di salute territoriale e strutture di assistenza a lungo termine. In Italia, grazie alla rilevazione coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, hanno risposto 2.149 operatori di 14 strutture sanitarie. Lo studio evidenzia inoltre un divario tra la possibilità di segnalare episodi di violenza e la percezione di una risposta efficace da parte delle organizzazioni. “Il messaggio più importante che emerge dall’indagine è che la violenza non coincide sempre con l’aggressione – dice Anna Carannante, ricercatrice dell’Iss e membro del team di progetto – può manifestarsi anche attraverso comportamenti quotidiani di delegittimazione che, proprio perché si ripetono nel tempo, finiscono per essere percepiti come normali. Riconoscere queste forme di violenza è il primo passo per prevenirle efficacemente”.

Il 68,1 per cento dei partecipanti riferisce che nel proprio ambiente di lavoro si verificano episodi di violenza verbale almeno occasionalmente e il 65,7 per cento segnala violenza psicologica. Analizzando gli episodi che si ripetono nel tempo, emerge che la forma più persistente non è rappresentata dalle aggressioni verbali, bensì dalla svalutazione sistematica del lavoro (16,3 per cento, che negli ospedali raggiunge il 19,3 per cento), seguita da urla e insulti (15,1 per cento) e dagli abusi connessi ai rapporti gerarchici (12.1 per cento). Il fattore più frequentemente associato agli episodi di violenza e molestia non è rappresentato dai turni notturni o dalle situazioni di emergenza, ma dal sovraccarico di lavoro e dal sovraffollamento, indicati dal 54,3 per cento dei partecipanti. Quando gli episodi sono occasionali, i familiari dei pazienti rappresentano la fonte di aggressione più frequentemente indicata (aggressione più frequentemente indicata (54,5 per cento, che negli ospedali sale al 59,1 per cento). Quando invece la violenza diventa ricorrente, cambia lo scenario: il superiore gerarchico diventa la figura più spesso associata alle esperienze riferite. Tra coloro che dichiarano di aver subito episodi di violenza o molestia, il 37,9 per cento indica un superiore o un responsabile tra le persone coinvolte; negli ospedali la quota sale al 43,2 per cento. Seguono familiari dei pazienti (25,2 per cento), colleghi (24,4 per cento) e pazienti (21,1 per cento). Il dato descrive il contesto nel quale questi comportamenti vengono più frequentemente riferiti, non attribuisce la responsabilità del fenomeno alla dirigenza sanitaria nel suo complesso.

Più della metà dei partecipanti (52,7 per cento) ritiene di poter parlare apertamente con la dirigenza di situazioni che lo mettono a disagio. Tuttavia, solo il 39,2 per cento ritiene che l’organizzazione risponda efficacemente alle segnalazioni e appena il 31,9 per cento riconosce l’esistenza di misure di prevenzione visibili. Mentre circa quattro operatori su dieci riconoscono la presenza di un codice etico o di un codice di condotta, i servizi di supporto risultano molto meno diffusi. Solo il 20,8 per cento segnala la disponibilità di supporto psicologico, il 18,7 per cento di personale dedicato alla gestione degli episodi, il 18,3 per cento di servizi di counselling e il 16,1 per cento di supporto legale. Negli ospedali queste percentuali risultano ancora più basse. Più della metà delle persone che riferiscono episodi di violenza ritiene che la propria esperienza sia stata almeno in parte legata al genere. Il campione è per tre quarti femminile (74,3 per cento). Tuttavia, solo il 7,3 per cento riconosce che nella propria organizzazione violenza e molestie abbiano una dimensione strutturalmente legata al genere. Un ulteriore elemento riguarda le opportunità professionali: il 21,3 per cento dei partecipanti riferisce di aver subito la negazione di una promozione o di un aumento rispetto a colleghi di altro genere; negli ospedali la quota raggiunge il 24,9 per cento. Il confronto tra i quattro Paesi mette in evidenza un dato particolarmente significativo: tra il 42 per cento e il 45 per cento degli operatori indica il proprio superiore gerarchico tra le persone coinvolte negli episodi di violenza o molestia. La differenza tra i quattro contesti è di appena 2,7 punti percentuali, nonostante sistemi sanitari, culture organizzative e livelli di esposizione molto diversi. È il risultato più stabile emerso dall’intera indagine.

Altrettanto uniforme è il divario tra la possibilità di segnalare gli episodi e la fiducia nella risposta dell’organizzazione. In tutti i Paesi gli operatori dichiarano di poter parlare, ma molti meno ritengono che la segnalazione produca interventi efficaci. E il contesto più frequentemente associato agli episodi è sempre lo stesso: il sovraccarico di lavoro, prima ancora dei turni notturni e delle situazioni di emergenza. Le principali differenze riguardano gli strumenti di prevenzione e supporto. Gli ospedali italiani risultano i meglio attrezzati tra i quattro Paesi, ma la disponibilità di questi servizi resta limitata: meno di un operatore sanitario su quattro dichiara che nella propria struttura sono presenti servizi di supporto per le vittime di violenza e molestie. L’Italia inoltre è il Paese in cui la componente di genere è maggiormente riconosciuta. Più della metà degli operatori sanitari che hanno subito episodi di violenza o molestia (56 per cento) ritiene che quanto accaduto sia stato almeno in parte influenzato dal proprio genere, una quota nettamente superiore a quella rilevata in Spagna (39 per cento), Portogallo (35 per cento) e Slovenia (30 per cento).

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