Il sequel di “The Social Network”, e l’insopportabile attesa di dodici minuti

Aprile 15, 2026 - 09:30
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Il sequel di “The Social Network”, e l’insopportabile attesa di dodici minuti

Do per scontato che i sedicenni non leggano questa paginetta, e che tutti voi foste già vivi nel 2010, e che quindi sappiate come finisce il miglior film di questo secolo: con Mark Zuckerberg che ricarica la pagina del browser sperando che qualcosa cambi. Cioè la condizione in cui io, mentre scrivo questo articolo, mi trovo da quindici ore.

“The Social Network” si apriva con Mark che litigava con la fidanzata, percorreva di corsa il campus, tornava nella sua cameretta e, per vendicarsi di quella stronza, inventava Facebook. Sono sedici anni che sentiamo dire che non era vero da gente che non ha la più pallida idea di cosa sia la verità e quindi neanche di cosa sia la finzione.

Non ha nessuna importanza se Erica Albright in realtà non è mai esistita e Zuckerberg a quel punto stesse già con la donna che poi ha sposato; importa ciò che è sullo schermo, e ciò che è sullo schermo è una verità universalmente riconosciuta: non esiste uomo che compia un’audace impresa per ragione diversa da una qualche donna che l’ha mandato in bianco.

La prima volta che ho visto “The Social Network” era il settembre del 2010, il film sarebbe uscito in America una settimana dopo ma io ero andata apposta al New York Film Festival per vederlo. Credevo – lo credo ancora – che Aaron Sorkin fosse il più formidabile dialoghista in circolazione; un conoscente si era procurato – con metodi loschi per cui poi saremmo finiti tutti a processo – la sceneggiatura, e la sapevo praticamente a memoria.

Il che mi permise di non stupirmi per Justin Timberlake nel ruolo di Sean Parker: quando entra al ristorante – in quella scena in cui dice a Zuckerberg che un milione di dollari mica è una figata, un miliardo sì – io so già tutto, perché in sceneggiatura c’è già tutto della sua fighezza assoluta, e non mi riferisco solo alla battuta che abbiamo sentito tutti, ma alle due righe in cui Sorkin suggerisce a chi deve mettere in scena la sceneggiatura «chi è questo venticinquenne che sa muoversi con la sicurezza di Frank Sinatra?».

Quando Mark a fine film ricarica la pagina in attesa della risposta di Erica, cui ha chiesto l’amicizia su Facebook, e partono i Beatles che gli chiedono come ci si senta a far parte della gente che piace, e gli assicurano che non c’è niente da preoccuparsi, ora che è un uomo ricco, io vado alla ricerca di un’altra proiezione del festival, perché devo rivederlo subito. Credo sia il film che ho visto più volte tra quelli non usciti quand’ero alle medie. O comunque se la batte con “Via col vento”.

La prima volta che ho visto “Via col vento” avevo sette anni. Era passato su Rai 1, come tutti gli anni, ma si vede che gli anni precedenti ero già a letto. Ero impazzita, ovviamente: non c’è una bambina che guardi “Via col vento” e non lo ami. A Natale mi regalarono il romanzo, tre volumi Oscar Mondadori, mille pagine che divorai scoprendo che Rossella aveva altri due figli, e che nel romanzo c’era anche un personaggio maschile non scemo e non stronzo, che era prontamente stato fatto fuori dalla sceneggiatura.

Ho pensato per tantissimo tempo che anche mia madre, nata due anni dopo l’uscita di “Via col vento” nei cinema americani, l’avesse visto alle elementari, come me. Non gliel’ho neppure mai chiesto, era ovvio, un’infanzia senza “Via col vento” era impensabile. Poi, non so neanche quando e perché, ho scoperto che il mondo non era sempre stato quello che conoscevo io.

Quello in cui la tv, alle dieci e mezza di domenica sera, mandava i film in originale, sottotitolati, spiegati da Vieri Razzini. Quello in cui, se un amico andava a Londra, potevi chiedergli di comprarti il vhs di un film qui introvabile. Il mondo in cui ero cresciuta io, che sembra arretratissimo rispetto a questo di piattaforme e disponibilità immediata di tutto, era avanzatissimo rispetto a quello della prima metà del Novecento.

Nei cinema italiani, “Via col vento” uscì dieci anni dopo l’America, in versione sottotitolata; e dodici anni dopo doppiato. Considerato che io adesso mi irrito se il venerdì mattina devo aspettare le nove perché Apple+ carichi la puntata di “Your friends and neighbors”, direi che ha ancora una volta avuto ragione Carrie Fisher: la gratificazione istantanea ci mette troppo.

Alle nove di lunedì sera ora di Las Vegas, l’alba di martedì da noi, ho visto i primi articoli sul fatto che, in una rassegna per esercenti chiamata CinemaCon, Aaron Sorkin era salito sul palco e aveva presentato il trailer di “The Social Reckoning”, titolo che mi piace credere gli sia stato ispirato dal “Final Reckoning” dell’ultimo “Mission:Impossible” (tradurremo reckoning con «regolamento di conti»: lo so che voi che avete fatto il classico siete tentati di dire «redde rationem», ma io cerco di evitare quel crampo dell’intelletto che è il latino).

Ho aperto gli articoli fiduciosa di trovarci il video del trailer, e invece no. Invece niente. Invece avevano fatto una di quelle cose novecentesche in cui fai vedere un video a un pubblico selezionato e un minuto dopo quel video non sta nei telefoni di otto miliardi di persone.

Tra il 2010 e il 2026, Aaron Sorkin ha fatto un sacco di cose. Ha tentato di fare sempre con David Fincher il film su Steve Jobs (questo l’abbiamo scoperto dalle intercettazioni delle mail Sony, che proprio lui ci ha spiegato in un editoriale sul New York Times che non era da persone perbene leggere, ma le abbiamo lette lo stesso); ma non ci è riuscito, si è dovuto accontentare di Danny Boyle. Ha fatto una serie televisiva, “The Newsroom”, che adesso va di moda trattare con sussiego, perché va sempre più di moda non capire niente di niente.

Ha avuto un ictus. Ha deciso di farsi le regie da solo (messa così, sembra che la regia sia conseguenza dell’ictus: no, aveva già cominciato). “The Social Network”, cioè il più bel film realizzato da un testo di Sorkin, è il momento in cui mi rendo conto che i film non li fa lo sceneggiatore da solo.

Chi è stato appassionato di “The West Wing” sa che Sorkin scrive molto sulle canzoni, in quel modo didascalico che piace a noi squarciagolatrici delle serate delle cover di Sanremo. Il finale della seconda stagione di “The West Wing” non esisterebbe, senza “Brothers in arms”.

Però per “The Social Network” fu Fincher a chiamare Trent Reznor e Atticus Ross. Senza le loro musiche, sarebbe un film diverso. In quella scena iniziale in cui Mark corre per il campus, Sorkin aveva messo Paul Young, “Love of the common people”. L’undicenne in me l’avrebbe riconosciuta con gran soddisfazione, ma sarebbe stato un altro film.

Quindi, vorrei poter dire che, con la regia di Sorkin, questo seguito ambientato nel 2021, quando una programmatrice di Facebook contatta un giornalista del Wall Street Journal dando il via all’inchiesta denominata “The Facebook Files”, potrebbe non essere un granché. Vorrei dire che l’uva è acerba, invece di stare qui a ricaricare la pagina in attesa che concedano anche a noi plebe di vedere quel maledetto trailer (il film esce il 9 ottobre).

Vorrei ma non posso, perché Matt Belloni – quello di Puck, la newsletter hollywoodiana che sa sempre tutto prima degli altri – era a Las Vegas, e ha scritto un tweet – o come si chiamano ora – in cui dice così: «Il Mark Zuckerberg di Jeremy Strong in “The Social Reckoning” potrebbe essere quel che fa davvero dare di matto l’internet. Cinque stelle nessuna obiezione triplo sì».

Sì, nel regolamento di conti Zuckerberg lo fa il Kendall Roy di “Succession”. Sì, sono pronta ad andarlo a vedere in qualunque luogo del mondo lo proiettino in anteprima. Sì, non ho nessuna intenzione di fingermi cool, non avendo d’altra parte un miliardo di dollari.

Sì, sono del secolo che non è più abituato alle gratificazioni non istantanee e trova inconcepibile aspettare, per vedere un film, non dodici anni ma dodici minuti: me lo volete dare questo trailer, o devo continuare nevroticamente a ricaricare la pagina? E soprattutto, voi che eravate a Las Vegas: how does it feel to be one of the beautiful people?

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