Inquinamento atmosferico, le particelle ultrafini sono un rischio per il cuore anche con aria a norma

18 Agosto 2026 - 22:25
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Inquinamento atmosferico, le particelle ultrafini sono un rischio per il cuore anche con aria a norma

Rispettare i limiti di legge sul particolato fine PM2.5 potrebbe non bastare a proteggere la salute cardiovascolare. Un possibile rischio ulteriore arriva dalle particelle ultrafini, o Ultrafine particles (Ufp), con un diametro inferiore a 100 nanometri: secondo un nuovo studio internazionale, l’esposizione prolungata a questi inquinanti mostra un’associazione con il carico delle malattie cardiovascolari indipendente da quella osservata per il PM2.5.

La ricerca, pubblicata sulla rivista GeoHealth dell’American Geophysical Union, è stata coordinata da Francesca Costabile dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Isac). Hanno partecipato anche ricercatori del Max Planck Institute for Chemistry, dell’Università di Exeter, del Cyprus Institute e del German Center for Cardiovascular Research.

Il gruppo ha analizzato l’esposizione di lungo periodo alle particelle ultrafini tra il 2010 e il 2019, utilizzando un nuovo database globale sulle concentrazioni di Ufp e sull’esposizione della popolazione. I dati sono stati confrontati con quelli del Global burden of diseases relativi a due indicatori: gli anni di vita persi per mortalità cardiovascolare e quelli vissuti con disabilità a causa di patologie cardiovascolari.

Dall’analisi emergono andamenti coerenti tra una maggiore esposizione alle particelle ultrafini e un maggior carico delle malattie cardiovascolari. Si tratta di un’associazione che non dimostra da sola un rapporto causale, ma che secondo gli autori sostiene l’ipotesi di un ruolo specifico delle Ufp.

«Si rafforza l’ipotesi che l’esposizione a tali particelle possa contribuire allo sviluppo di malattie cardiovascolari indipendentemente dalla esposizione a concentrazioni di particolato fine PM2.5 – spiega Costabile – In particolare, le particelle ultrasottili potrebbero avere un ruolo indipendente rispetto al particolato e un impatto più significativo sugli anni vissuti con disabilità, rispetto agli anni di vita persa».

Le Ufp sono potenzialmente capaci di penetrare nell’organismo, raggiungendo il sistema circolatorio e altri organi. «I risultati suggeriscono la necessità di approfondire il loro reale impatto sullo sviluppo di malattie cardiovascolari e di rafforzarne il monitoraggio – conclude Costabile – anche dove gli attuali limiti di legge sul PM2.5 sono rispettati».

Nel frattempo – in base ai dati più recenti resi disponibili dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), riferiti al 2023 – sappiamo che l’Italia conquista ancora il triste primato del Paese Ue con più morti l’anno da inquinamento atmosferico: 43.083 da Pm2.5, 11.230 da O3, 9.064 da NO2. In altre parole, un solo inquinante (il particolato fine con particelle che misurano 2,5 micron o meno di diametro) uccide 15 volte più delle auto che scorrazzano sulle nostre strade.

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