Israele teme un cattivo accordo di Trump con l’Iran

Febbraio 4, 2026 - 14:00
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Israele teme un cattivo accordo di Trump con l’Iran

Le mattane di Donald Trump sono tante e tali che tutte le capitali del Medio Oriente, in particolare Gerusalemme, si preparano al peggio, sono in massima tensione e cercano di influenzare le sue decisioni nei confronti dell’Iran, temendo guai. In apparenza, il gioco del presidente americano è da manuale: finalmente Washington invece di supplicare un accordo come hanno fatto Barack Obama e gli europei – permettendo che Teheran si impadronisse dell’egemonia nella regione, asse della resistenza e 7 ottobre inclusi – manda nel Golfo Persico un’enorme flotta d’attacco, in grado di fare male, molto male, agli ayatollah e ai pasdaran, ma prima dell’attacco apre alla trattativa. Una trattativa basata sulla forza e sulla minaccia di distruzione, l’unica possibile con i khomeinisti.

Anche i punti messi sul tavolo, in un primo momento – sempre in apparenza – sono corretti: fine dei programmi di arricchimento dell’uranio; blocco e ridimensionamento dell’arsenale missilistico offensivo; chiusura dell’asse della resistenza e del sostegno ai proxy Hezbollah, Hamas, Houthi eccetera. E, detto sottovoce, senza crederci, anche la cessazione della repressione interna.

Il problema, ne parlano apertamente i quotidiani israeliani, in particolare Israel HaYom, è che soprattutto a Gerusalemme, si teme che alla fine Donald Trump, pur di potersi vantare di un successo nei confronti dell’opinione pubblica americana, acceda ai vincoli che gli iraniani intendono porre alla trattativa. Infatti, il presidente Masoud Pezeshkian ha dato mandato al suo ministro degli Esteri di trattare con gli emissari americani solo sul dossier nucleare, escludendo i rapporti pericolosi con i proxy, la politica repressiva interna e ancor più qualsiasi apertura o discussione sull’arsenale missilistico, che oggi, nonostante i danni subiti dai bombardamenti israeliani e americani del giugno 2025, è in grado ancora di infliggere danni consistenti in tutta la regione.

Il timore, più che giustificato, non solo di Benjamin Netanyahu, ma anche dell’opposizione israeliana e di Eyal Zamir, il capo delle Forze Armate – che è volato a Washington per parlarne – è dunque che Donald Trump accetti alla fine di contenere entro questi limiti la trattativa, magari sbandierando una concessione iraniana di non effettuare ulteriori condanne a morte di manifestanti imprigionati.

Se così fosse, se alla fine si arrivasse all’abituale commedia di un accordo solo sull’arricchimento dell’uranio controllato dall’Aiea, più qualche minuscola concessione di facciata sulla repressione interna, sarebbe un dramma. Da un ventennio ormai ayatollah e pasdaran si sono infatti mostrati specialisti assoluti nell’eludere i controlli e le ispezioni dell’Aiea – lo ha apertamente denunciato il direttore dell’agenzia, Rafael Grossi – mentre ovviamente nessuno può controllare quanta e quale ferocia verrà usata nei confronti dei cinquantamila arrestati durante la recente insurrezione.

Sarebbe un accordo velenoso, foriero di ulteriori crisi nella regione. Perché Teheran manterrebbe intatta o quasi la capacità di attaccare con i suoi missili obiettivi strategici non solo di Israele, ma anche dell’Arabia Saudita e delle altre nazioni del Golfo. E continuerebbe a foraggiare e armare Hamas, Hezbollah, gli Houthi.

Per questo Gerusalemme ha chiesto e ottenuto che Steve Witkoff, a cui Donald Trump ha affidato anche questa trattativa, prima di incontrare gli emissari iraniani a Istanbul, si fermasse in Israele per decidere in comune i contorni della trattativa.

Ma il problema è che proprio Steve Witkoff può essere tentato di addolcire la posizione e la pressione americana sull’Iran, facendo così un grande favore a Vladimir Putin, forte e interessato alleato degli ayatollah, per salvare la trattativa incagliata con l’Ucraina. La stima per il dittatore del Cremlino – e la strategia di blandire la Russia anziché minacciarla – è infatti il vincolo che lega il presidente americano e questo immobiliarista che si è visto assegnare la mediazione in tutte le crisi del globo.

Non è affatto escluso che questo sia il mandato affidato da Donald Trump a Witkoff: un accordo al ribasso con Teheran, utile a guadagnare credito presso il Cremlino, ma penalizzante per Israele e per i Paesi del Golfo. Un’intesa funzionale soprattutto alla necessità del presidente americano di recuperare consensi interni in calo, sbandierando un successo sulla scena internazionale. Uno scenario complesso e, comunque, cupo.

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Redazione Redazione Eventi e News