King’s Head Theatre: il piccolo gigante di Islington
Ci sono teatri londinesi che impressionano per la monumentalità, altri per la fama dei nomi in cartellone. Il King’s Head Theatre, a Islington, appartiene a una categoria diversa: la sua importanza nasce dalla capacità di fare moltissimo con pochissimo spazio. Nato nel 1970 nel retro di un pub vittoriano di Upper Street, è diventato uno dei luoghi simbolo del fringe londinese, laboratorio per attori, registi e autori e, negli anni, anche una sorprendente casa per l’opera lirica, il musical e il teatro queer. Dal 2024 non si trova più fisicamente dentro il pub storico, ma pochi metri più in là, in una nuova sede costruita a Islington Square. È cambiato quasi tutto: dimensioni, accessibilità, strutture tecniche. È rimasta però la convinzione che un piccolo teatro possa essere il luogo nel quale cominciano storie molto più grandi.
King’s Head Theatre, il pub dove tutto cominciò
La storia del King’s Head Theatre nasce nel dicembre 1970 da un personaggio che sembra uscito da una commedia sul mondo dello spettacolo. Dan Crawford era un americano di Hackensack, New Jersey, arrivato nel Regno Unito nel 1969. Aveva lavorato come barman, conosceva i dinner theatres statunitensi e apparteneva a quella generazione di americani che in quegli anni contribuì a vivacizzare il nascente fringe londinese. Quando individuò il King’s Head di Upper Street, trovò un vecchio pub vittoriano che, secondo il ricordo pubblicato dal Guardian nel necrologio dedicato a Crawford, non veniva sostanzialmente ridecorato dal 1938. Nella parte posteriore c’era una stanza che in passato era stata utilizzata anche come ring per la boxe. (The Guardian)
Crawford convinse la brewery proprietaria dell’edificio ad affidargli il lease. Per stock e arredamento versò un deposito di 1.100 sterline e, una volta conclusa l’operazione, gli rimasero appena 15 sterline per la cassa. Di giorno lui e la seconda moglie Joan gestivano il pub; di sera la stanza sul retro diventava teatro. Il debutto avvenne con The Empire Builders di Boris Vian e non fu memorabile. Il primo vero successo arrivò con l’adattamento di The Collector di John Fowles, precedentemente rifiutato da diversi teatri londinesi. Era già presente uno degli elementi destinati a caratterizzare il King’s Head per mezzo secolo: prendere ciò che altrove non aveva trovato spazio e vedere se, a pochi metri dal pubblico, poteva funzionare. (The Guardian)
La sede ama definirsi il primo pub theatre londinese dai tempi di Shakespeare; in una ricostruzione storica più prudente è preferibile considerarla uno dei grandi pionieri del moderno movimento dei pub theatres. La sua influenza, comunque, è difficile da mettere in discussione. Il King’s Head dimostrò che una stanza dietro un bancone poteva diventare un autentico luogo di produzione culturale, senza foyer monumentali, grandi sovvenzioni o centinaia di poltrone.
Crawford, inoltre, non aveva l’atteggiamento di chi considerava il successo commerciale incompatibile con il teatro sperimentale. Il Guardian descrisse il King’s Head come una sorta di commercial theatre in miniatura: si potevano presentare nuovi testi, recuperare opere dimenticate e dare spazio a giovani interpreti, ma lo spettacolo doveva anche trovare il proprio pubblico. Negli anni passarono da quella piccola sala artisti destinati a diventare enormemente più famosi del teatro che li aveva ospitati. La storia ufficiale del King’s Head ricorda, tra gli altri, Hugh Grant, Alan Rickman, Jennifer Saunders, Dawn French, Richard E. Grant e Maureen Lipman, oltre ad autori come Tom Stoppard, Steven Berkoff, Bryony Lavery e Victoria Wood. Hugh Grant vi fece il proprio debutto teatrale nel 1985; due anni prima il revival di Mr Cinders era passato al West End, dove avrebbe raggiunto 527 repliche. Nel 1988 Artist Descending a Staircase di Tom Stoppard arrivò dal King’s Head fino a Broadway. (King’s Head Theatre)
La precarietà faceva parte dell’atmosfera. Crawford, prima degli spettacoli, era noto per salire sul palco, ricordare agli spettatori di spegnere i telefoni e scherzare perfino sulle infiltrazioni d’acqua dal tetto. Alla fine poteva comparire un secchio per raccogliere donazioni. Non era semplicemente folklore: per lunghi periodi il teatro sopravvisse davvero grazie a una combinazione di incassi, piccoli contributi e ostinazione personale. È anche per questo che il King’s Head occupa un posto particolare nella memoria teatrale londinese. Non nacque come versione ridotta di un grande teatro: nacque perché una stanza inutilizzata poteva diventare teatro se qualcuno decideva di trattarla come tale.
Dal fringe londinese a Puccini, Broadway e West End
Il King’s Head avrebbe potuto vivere di nostalgia per la propria stagione pionieristica. Ha invece continuato per decenni a cambiare repertorio e linguaggio. Sotto Dan Crawford, che rimase Artistic Director per 35 anni fino alla morte nel 2005, il teatro costruì un modello nel quale revival, nuovi testi, musical e produzioni difficili da collocare nelle sale maggiori potevano convivere. Nel 1994 arrivò anche il Trainee Resident Directors Scheme, un programma di formazione per giovani registi e assistant directors che nel 2002 ottenne il Royal Anniversary Trust Award. L’idea era coerente con lo spirito del luogo: non soltanto produrre spettacoli, ma creare le condizioni perché si formassero le persone destinate a produrli.
La seconda grande identità del King’s Head arrivò però con l’opera. Nel 2010 OperaUpClose, compagnia nata per reinventare il repertorio lirico attraverso produzioni intime e contemporanee, divenne resident company. Adam Spreadbury-Maher assunse la direzione artistica e il minuscolo pub theatre venne scherzosamente ribattezzato London’s Little Opera House. L’accostamento sembrava quasi assurdo. L’opera europea è tradizionalmente associata a grandi palcoscenici, orchestre e auditorium monumentali; qui, invece, Puccini veniva portato a pochi passi dagli spettatori.
L’esperimento funzionò. Nel 2011 La Bohème vinse l’Olivier Award for Best New Opera Production, uno dei riconoscimenti più prestigiosi del teatro britannico. In seguito un’altra produzione di La Bohème legata al King’s Head arrivò ai Trafalgar Studios nel West End e ottenne una nuova nomination agli Olivier. La cronologia del teatro registra una lunga sequenza di passaggi simili: Vieux Carré di Tennessee Williams ricevette qui la sua prima britannica nel 2012 prima del trasferimento nel West End; nel 2019 Coming Clean di Kevin Elyot fece lo stesso percorso. (King’s Head Theatre)
Ancora più curioso è il caso di Trainspotting Live. Nel 2015 il King’s Head ospitò la prima versione dello spettacolo tratto dall’universo narrativo di Irvine Welsh. La produzione si sviluppò ulteriormente, passò attraverso l’Edinburgh Fringe, iniziò a viaggiare e nell’agosto del 2017 raggiunse la novecentesima replica. Lo schema ricorre continuamente nella storia della venue: un testo o una produzione entra in un ambiente relativamente piccolo, viene sperimentato davanti a un pubblico vero e, quando funziona, può iniziare una seconda vita altrove.
È questo che rende il King’s Head diverso da molti piccoli teatri concepiti principalmente come destinazioni locali. Il suo rapporto con il West End non è quello di chi tenta di imitarlo. Il piccolo spazio di Islington funziona piuttosto come anticamera, laboratorio o piattaforma di lancio. Nel corso degli anni artisti e spettacoli sono passati dalla prossimità quasi domestica di Upper Street a sale molto più grandi, mantenendo il King’s Head come luogo della prima scommessa.
Anche dopo la morte di Crawford il principio è sopravvissuto. Nel 2015 venne costituita una nuova charity per assicurare il futuro dell’organizzazione. Nel 2021 la direzione artistica passò al drammaturgo Mark Ravenhill, figura importante del teatro britannico contemporaneo. Nel 2022 il King’s Head presentò la prima britannica di Freud’s Last Session, opera successivamente trasformata in un film con Anthony Hopkins. Quando il vecchio pub theatre chiuse definitivamente il 13 agosto 2023, dopo 53 anni, l’ultima serata riunì figure legate alla sua storia come Steven Berkoff, Mark Gatiss e Dame Janet Suzman. (King’s Head Theatre)
Non era, però, un funerale. Da anni si lavorava alla costruzione di una nuova casa quasi dietro l’angolo. Per sopravvivere, il piccolo teatro nato dall’improvvisazione degli anni Settanta avrebbe dovuto compiere l’operazione forse più difficile: diventare più grande senza diventare un altro teatro.
La nuova casa di Islington: cosa si guadagna e cosa si perde
Il 5 gennaio 2024 il King’s Head Theatre ha riaperto al 116P Upper Street, all’interno di Islington Square. La distanza dalla vecchia sede è quasi simbolica: il nuovo teatro si trova direttamente dietro al pub nel quale era nato. Non si è quindi trasferito dal quartiere né ha cercato una collocazione più prestigiosa nel centro di Londra. Ha scelto di rimanere a Islington, ma in uno spazio costruito specificamente per l’attività teatrale. La prima produzione della nuova fase è stata Exhibitionists di Shaun McKenna e Andrew Van Sickle. (King’s Head Theatre)
Il salto rispetto alla vecchia back room è evidente. La sala principale può accogliere circa duecento spettatori, a seconda della configurazione, e la struttura comprende bar, spazi per il cabaret, camerini, rehearsal rooms e ambienti utilizzabili per attività artistiche e comunitarie. Il teatro può inoltre funzionare durante l’intera giornata, invece di essere condizionato dagli orari e dalla struttura di un pub. È soprattutto sul piano dell’accessibilità che il cambiamento diventa impossibile da ignorare: ingresso e auditorium dispongono di percorsi step-free e lift, una differenza sostanziale rispetto agli spazi storici adattati senza essere stati progettati per ospitare un pubblico moderno.
Ma un teatro non è semplicemente la somma delle proprie strutture tecniche. Il vecchio King’s Head era famoso anche per essere angusto, irregolare e decisamente poco elegante. L’Evening Standard, recensendo la nuova sede all’apertura, ricordò l’antico spazio con una definizione quasi perfetta: “atmospherically squalid”, squallido ma pieno di atmosfera. La questione accompagna molti interventi di rigenerazione culturale londinesi: migliorando accessibilità, sicurezza e sostenibilità economica, quanto del carattere originario si finisce inevitabilmente per perdere?
Il nuovo King’s Head non può replicare la sensazione di entrare in una stanza improvvisata dietro il bancone di un pub, perché precisamente quello non è più. Alcuni spettatori hanno rimpianto l’intimità estrema della vecchia sala e altri hanno criticato il comfort o lo spazio tra alcune file della nuova platea. Sarebbe però facile cadere nella nostalgia selettiva. Lo stesso fascino del vecchio teatro derivava in parte dalle condizioni che ne rendevano continuamente incerta la sopravvivenza. Per un’organizzazione che deve produrre spettacoli, pagare professionisti, ospitare pubblico con esigenze diverse e competere nella Londra contemporanea, la precarietà può essere romantica soltanto fino a un certo punto.
I dati del primo anno suggeriscono che il passaggio abbia almeno funzionato sul piano della vitalità. Nel 2025 il teatro ha comunicato di aver ospitato, nei primi dodici mesi della nuova sede, 110 spettacoli, circa 900 performances e quasi 50.000 visitatori. Nel frattempo la programmazione si è allargata ulteriormente: teatro di prosa, musical, opera, stand-up, drag, cabaret, burlesque, physical theatre e forme ibride. Lo stesso King’s Head descrive oggi il proprio lavoro come culturalmente rilevante, politicamente provocatorio, gioioso, irriverente, camp e queer. (King’s Head Theatre)
È proprio qui che emerge forse il tratto più interessante della trasformazione. Il vecchio King’s Head era radicale soprattutto per il luogo in cui faceva teatro. Il nuovo può permettersi di essere radicale maggiormente attraverso ciò che decide di mettere in scena. Ha perso una parte dell’anomalia architettonica, ma continua a cercare l’anomalia artistica.
Queer theatre, nuovi talenti e una serata ad Angel
L’identità LGBTQIA+ del King’s Head contemporaneo non è una semplice categoria all’interno del cartellone. È diventata una delle coordinate attraverso le quali il teatro definisce il proprio ruolo. Nella propria presentazione ufficiale, la venue dichiara di voler essere uno spazio per storie create dalla propria comunità e per una nuova generazione di theatre makers, con particolare apertura verso produzioni che raccontino esperienze LGBTQ+ o siano guidate prevalentemente da team LGBTQ+. Allo stesso tempo insiste sul fatto che la definizione non debba trasformarsi in una gabbia: ciò che cerca sono innanzitutto storie di qualità capaci di ampliare l’idea stessa di queer theatre. (King’s Head Theatre)
Nel 2026 questa filosofia ha prodotto anche il Queer Theatre Visibility Scheme, iniziativa attraverso la quale il King’s Head offre visibilità a spettacoli e artisti queer presenti anche fuori dalla propria programmazione. È un passo significativo: il teatro non prova semplicemente a portare quella comunità dentro la propria sala, ma cerca di funzionare come nodo di una rete culturale più ampia. Accanto agli spettacoli esistono inoltre iniziative comunitarie rivolte a diverse fasce di pubblico, tra cui Old Queens, gruppo dedicato agli LGBTQ+ over 50. (King’s Head Theatre)
Parallelamente continua il lavoro sugli artisti emergenti. Il KHT Artists Club è una community gratuita per performer, registi, produttori e creativi, con occasioni di networking, workshop, opportunità professionali e accesso agevolato ad alcuni spettacoli. Programmi come As Yet UnScene permettono invece a nuovi testi di essere sviluppati attraverso workshop e rehearsed readings. È la versione contemporanea di una funzione che il King’s Head svolge praticamente dal 1970: mettere qualcuno nelle condizioni di provare qualcosa prima che il resto della città decida se vale la pena ascoltarlo. (King’s Head Theatre)
Per lo spettatore, però, tutta questa storia può essere vissuta in modo molto più semplice. Il teatro si trova nel cuore di Upper Street, una delle strade più piacevoli di Islington per organizzare una serata, circondata da ristoranti, pub e locali. La stazione della metropolitana più comoda è Angel, a circa nove minuti a piedi; Highbury & Islington è poco più lontana. Le indicazioni ufficiali del King’s Head per raggiungere il teatro contengono persino una curiosità: poiché le mappe digitali possono non individuare perfettamente l’ingresso, il metodo più semplice è trovare prima il vecchio King’s Head pub e poi dirigersi verso gli archi di Islington Square. (King’s Head Theatre)
È anche il modo migliore per capire l’intera storia in pochi minuti. Si può bere qualcosa davanti al pub vittoriano dove Dan Crawford cominciò con £15 rimaste in cassa, poi attraversare pochi metri e scendere nella nuova struttura. Da una parte c’è il luogo in cui Hugh Grant debuttava e Puccini finiva quasi in grembo agli spettatori; dall’altra un teatro moderno che prova a dare spazio alla prossima generazione di artisti.
Chi cerca biglietti economici dovrebbe controllare preview, rush tickets e membership prima di acquistare a prezzo pieno: il King’s Head mantiene diverse formule rivolte agli under 35, agli artisti e a chi vive o lavora nel postcode N1. Il cartellone, inoltre, cambia rapidamente e proprio questa varietà è parte del piacere della scoperta. Una sera può esserci un nuovo musical, quella successiva un testo queer, una commedia, un cabaret o un’opera reinventata.
Il King’s Head non è più tecnicamente il pub theatre che aprì nel 1970. Forse è proprio questo il punto. È sopravvissuto perché non ha cercato di diventare un museo di se stesso. Ha cambiato casa, dimensioni e pubblico continuando a fare ciò che Dan Crawford aveva intuito più di mezzo secolo fa: per creare teatro importante non è necessario partire da un grande palcoscenico. A volte basta uno spazio piccolo, una buona idea e la disponibilità a rischiare prima degli altri.
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