La lettura performativa, dal sud Italia ai futuri post apocalittici

18 Luglio 2026 - 10:15
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Ogni volta che capita d’immergersi nell’Immaginario del Medio Narratore Italiano, si riemerge sempre nella stessa maniera: un po’ soffocati dagli stereotipi ammanniti in forme pretenziose, ma soprattutto stupiti dalla resistenza di certi cliché. Siccome non m’interessa criticare singoli autori, anche perché si tratta appunto di caratteristiche costanti e “anonime”, ne indico qualcuna attraverso una serie di esempi inventati ma più veri del vero.

Per cominciare, il mio ultimo tuffo in un campione di circa cinquanta romanzi recenti mi ha confermato che una lettura del genere provoca un’immediata Nausea da Sud. Avevate già prenotato le vacanze in Salento o in Cilento? Subito le annullate, e in alternativa fissate due settimane su un fiordo norvegese famoso per la laconicità e la cupezza ibseniana dei pochi abitanti. Perché non ne potete più di “pane e pummitoru”, di janare con le stimmate sul capezzolo, e di dialoghi stentorei chiusi da una coltellata. Anche se siete in una stanza ombrosa, mentre leggete vi sentite tutti appiccicosi, rintronati dalle urla, costretti a ingozzarvi, minacciati di morte per ragioni che non capite. Se questa romanzeria da Pro Loco non accenna a esaurirsi, è perché ha una notevole capacità di adattamento: oggi, ad esempio, i suoi luoghi comuni vengono incrociati con la polemica anti patriarcato o con l’autofiction terapeutica.

Al polo opposto si trova invece un filone che fin dalla grafica grida forte il suo orgoglio “di nicchia”: quello delle distopie lirico-splatter. Luogo e tempo, di solito, ignoti; nomi dei personaggi pure, dato che si chiamano Scabbia, Admeto o Voltrix. Il sipario si apre su una polisportiva o un ministero in abbandono, nelle cui sale sono disseminati vecchi pc ronzanti, escrementi di bambini e volpi, o astronavi di un pronipote di Musk cadute qualche generazione prima e protagoniste di un’epica già secolare. Fuori un gruppo di ragazzini e anziani si aggira per una pianura bruciata, tra teste di nemici appese a pale eoliche e bande avversarie dotate di spranghe o laser scintillanti. Mentre nella romanzeria sudista il corsivo è usato all’incipit, o alternato ai capitoli della trama secondo una tecnica flashback da fiction Rai, qui occupa quasi tutte le pagine. La storia procede a scatti, per ecfrasi che tentano invano di sciogliersi nel flusso narrativo; i capitoli sono brevi come poemetti in prosa, e lo stile è un poetese inconsapevole: “Il bagliore dello sperma sotto quel cielo di sangue”, “Dio era un cane che latrava intorno ai pixel”, eccetera. Il tono è blasé: nessuno si stupisce mai di niente, neanche d’inciampare nel tronco metallizzato del compagno con cui un attimo prima scambiava amabilmente pareri filosofici.

Malgrado la distanza, i due filoni ora descritti hanno qualcosa in comune: in entrambi, a un certo punto, fanno capolino gli immancabili “anni 70”, e in entrambi lo stile insiste su un misto di emotività e notomizzazione (tipo: “Avvertivo tutto il suo furore nelle cellule della mia cresta iliaca”). Un compromesso tra questi sottogeneri è poi il romanzo che mima un parlato regionale da italianista: “Non mi aveva mica avvisato, il Cerro, che avrebbe fatto tutta quella gnola per tirarsi su dalla branda e andare a far dell’ignoranza all’ex caffè Burdèl, il giovedì che al tenutario della Casa del Lissssio gli è venuto lo scarabaccino mentre si pasturava una rumena…”. Nulla è più triste, però, della narrativa come performatività velleitaria e coatta: penso a quella dei trentenni che scambiano la brillantezza per intelligenza, che seppelliscono il lettore sotto il name dropping, che trasmettono un’ansia continua da battuta, che goliardizzano il proprio dottorato, che menano a destra e a manca giganteschi dildi imitando Walter Siti come Emma Bovary potrebbe imitare Flaubert, e che fanno comporre ogni capitolo in un carattere diverso, convinti che il collage iperironico produca da sé un’opera-mondo.

E a proposito di caratteri, o paratesti: forse la vera novità della recente romanzeria italiana sta nei frontespizi e nei Ringraziamenti. Ad apertura di libro, sempre più spesso, non troviamo un semplice, anzi esotico, titolo di collana, ma un piccolo manifesto: “LE SCANNEDDE sono un modo antico per contenere i neonati. E’ quello che vorrebbe fare questa collana: non imprigionare i nuovi parti della poesia, ma abbracciarli e dar loro una forma pubblica. Sentirli vagire, e conoscere insieme il buon legno delle tradizioni protese sul futuro. Perché dal legno viene la carta, e la carta è la madre dell’editoria che sperimenta. Una madre che non vuole più sottomettersi al potere ma andare libera, a piedi nudi, con suo figlio per il mondo”. Quanto ai Ringraziamenti, ormai hanno la lunghezza di un capitolo e lo stile dei mitomani: “La prima volta che Vincenzo Consolo mi ha parlato in sogno è stato a casa di Menuzza, mia sorella…”. Forse è lì, il tema del vero romanzo: un Chance che s’immagina scrittore “oltre il giardino” – e nessuno se ne accorge.

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