La natura cangiante e minacciosa nelle opere di Alex Valentina

Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema della tecnologia delle emozioni, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Il motivo per cui così tante specie di piante, animali e funghi hanno colori sgargianti e incredibili non è nobile come vorremmo. Anzi, è veniale, carnale: sordido, potremmo dire. Nel caso delle piante, la selezione naturale potrebbe aver favorito la diffusione di petali e pistilli e frutti d’ogni colore e profumo, con un obiettivo preciso: attirare gli insetti e gli altri ingenui impollinatori. Nel caso degli animali, il tornaconto è ancora più esplicito e vietato ai minori: piume e pennacchi multicolor favoriscono l’accoppiamento, motivo per cui gli uccelli di sesso maschile sono spesso più sgargianti di quelli di sesso femminile. “Servi della gleba”, come cantavano Elio e le storie tese.
L’idea di una natura affamata e viziosa e ricoperta da una patina luminosa e appiccicosa domina l’estetica di Alex Valentina, artista digitale nato a Forlì e formatosi tra Urbino e la Norvegia, oggi di stanza a Milano, che ha firmato la copertina di questo numero di Etc. Negli scorsi anni, Valentina si è fatto conoscere grazie alla sua presenza su Instagram e alle molte collaborazioni con brand e testate. Per Vogue Italia, per esempio, ha recentemente ridisegnato i segni zodiacali per la rubrica dell’oroscopo, trasformando saggitari, acquari e scorpioni in presenze simili a conchiglie e gemme provenienti da un mondo alieno. Un mondo ospitale? Non è detto.
«La natura e i suoi processi biochimici hanno sempre avuto un ruolo abbastanza fondamentale nel mio modo di pensare», dice. «In passato ho studiato tanto questi temi e continuo a vedere una quantità enorme di risonanze e parallelismi creativi. Osservo ciò che accade nel mondo dell’organico e mi interessa capire le forze e le dinamiche che ne guidano l’evoluzione». E quindi insetti, foglie, superfici umide e gonfie: uno spettacolo che è vita ma anche inevitabile fine, marcimento. Prosegue: «Mi ritrovo spesso ossessionato dal ciclo di crescita e decadimento, dalla disgregazione inevitabile insita in ogni cellula e dal privilegio ambiguo della materia organica di potersi disfare, riorganizzare e dare origine a nuova vita».

Queste non sono le nature morte che vi aspettavate, insomma, anche per via dell’utilizzo di strumenti digitali, usati per rendere i suoi soggetti ancora più alieni e vicini allo stesso tempo. A proposito di tecnologia, è ormai impossibile parlarne in relazione con l’arte senza incappare nel grande tema dell’intelligenza artificiale, che genera speranza (forse) e preoccupazione (soprattutto) tra pubblico e addetti ai lavori.
Da un parte, infatti, si può interpretare le AI come l’ennesimo passo avanti del progresso, una novità simile all’avvento di Photoshop; dall’altra, è impossibile non notare come le AI siano in grado di generare autonomamente immagini, video, suoni, spesso imitando (se non copiando) opere e artisti esistenti. Ci avevano venduto un mondo in cui le macchine avrebbero lavorato al posto nostro e noi avremmo avuto tempo per giocare, studiare, fare arte. E invece il rischio è di perdere l’arte, ancora prima del lavoro. Una fregatura, insomma – o forse no.
Valentina non esclude l’utilizzo delle AI in quanto tali. Normalmente, racconta, usa Photoshop, le immagini in 3D e la fotografia, ma ha anche iniziato a sperimentare con strumenti di questo tipo: «più che altro per generarmi degli elementi singoli che poi vado a rilavorare e ricomporre su Photoshop in aggiunta alle mie cose». Se vengono usate «in maniera precisa, sapendo cosa ti serve, le AI possono essere utili», spiega. «Se invece lo usi come strumento principale o addirittura, come unico tool, per me la qualità generale è ancora troppo media: ti permette di fare tante cose, ma non così diversificate creativamente e gli output hanno ancora una qualità non sempre versatile». Insomma, saranno anche comode e interessanti ma occhio al delegare loro la creatività: il rischio è di ritrovarsi con un lavoro banale e mediocre, oltre che altrui. Non esattamente la cosa migliore per un artista.

Semplificando molto il loro funzionamento, infatti, le AI generative cercano di calcolare il risultato mediano più probabile in una data sequenza di parole: un processo che porta a risultati probabili, ma non sempre corretti. Ma sono in grado di creare qualcosa di… nuovo? Di eversivo? Difficilmente, viene da dire, dipingerebbero la natura lucida e rigonfia di Valentina, per esempio, rigogliosa pur essendo inquietante. Per queste cose in inglese c’è una parola, weird, che funziona meglio del corrispettivo italiano, “strano o strambo”, anche perché dà il nome a un genere letterario da tempo in voga nel circolo della fantascienza (inevitabile il richiamo alla Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer, da cui anche il film Annihilation del 2018 del regista britannico Alex Garland. Che poi l’obiettivo rimane sempre lo stesso: sperimentare e provare terreni nuovi, alla ricerca di nuovi input e nuove sfide.
«Affidarsi a un solo strumento porta inevitabilmente a ripetere sempre le stesse strade e finisci per fare sempre la stessa cosa. Io per indole ho sempre cercato di diversificare molto gli strumenti che uso per aumentare le possibilità stilistiche». Per Valentina, quindi, le AI sono un software in più da aggiungere a quelli disponibili: «La uso quando mi serve per ottenere qualcosa che non potrei fare altrimenti, altrimenti no. Non la vivo né con entusiasmo né con repulsione. Se devo essere sincero l’unica cosa a cui penso spesso é il suo impatto ambientale e la dipendenza che può generare», con riferimento al dibattito sul consumo di energia elettrica e acqua da parte dei data center che fanno funzionare le nostre AI.
E qui torniamo alla natura e al suo essere cangiante e minacciosa: e non solo a causa delle attività umane, sia chiaro. Il più pulito e ordinato dei giardini è pur sempre una micro-giungla di avversità per insetti e altri animaletti. Anche per questo, Valentina dà il meglio quando è chiamato a sottolineare il sottile pericolo insito in ogni aspetto della natura, come nella serie di illustrazioni sui ragni fatti nel 2025 per il New York Times, in cui l’ordinario e il selvaggio sembrano fondersi in un’unica creatura impossibile da etichettare. Un mondo ospitale, dicevamo. Almeno a prima vista.

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