La Spagna di de la Fuente e l'Argentina di Scaloni indicano la strada all'Italia: massima fiducia in Maldini e Leonardo, perché Pirlo può avere più senso di Conte

16 Luglio 2026 - 15:55
0

Gli allenatori di nome hanno tutti fallito in questi Mondiali, alla nostra Nazionale serve soprattutto un progetto solido alle spalle

Testa e cuore, cuore e testa. Ingredienti imprescindibili nel gioco del calcio che Spagna ed Argentina, le due finaliste di questa edizione dei Mondiali, ci hanno dimostrato di possedere più di qualunque altra squadra. Nella masterclass di gioco collettivo messa in mostra dalla nazionale di Luis de la Fuente contro la Francia, la componente di “garra”, di cattiveria agonistica per difendersi dai sempre più disperati attacchi di Mbappé e compagni non è mancata quando si è resa necessaria. Allo stesso modo, il gruppo di Lionel Scaloni, che della capacità di saper risorgere sempre e comunque e del ribellarsi al concetto di sconfitta ha fatto i suoi punti di maggiore forza, ha saputo trovare lampi di spettacolo vero nel produrre le sue esaltanti rimonte e vittorie al fotofinish.

GLI ESEMPI DI DE LA FUENTE E SCALONI

La classe, anche operaia, al potere. Ed è curioso scoprire che nei profili dei due commissari tecnici che domenica saranno protagonisti dell'atto conclusivo di questa Coppa del Mondo ci siano molti più punti di contatto di quanto non si possa immaginare. Del resto, è stato lo stesso Scaloni a rammentare – in occasione della conferenza stampa post-Inghilterra – a ricordare il suo legame umano con De la Fuente, suo professore ai tempi del corso in Spagna per diventare allenatore e poi ritrovato anche in altre circostanze. Ma nel quale ha soprattutto ritrovato quello stesso modo di saper essere gestore, apprezzato e credibile, di un gruppo di calciatori che per il loro ct sono pronti a dare tutto perché ognuno di loro ha trovato nel ct un padre, un fratello maggiore, un complice e un valorizzatore di tutto – anche dell'aspetto calcistico – per ciascuno di loro.

MESTIERI DIVERSI

Se questi Mondiali sono stati la consacrazione della figura del commissario tecnico alla vecchia maniera, sono stati al tempo stesso la confermazione che gli allenatori con un passato anche importante alla guida dei club incontrano molte più difficoltà del previsto a riconvertirsi in un lavoro che non può essere quotidiano e che per questo non può essere svolto seguendo regole che non varranno mai in nazionale. La cura meticolosa per i dettagli tattici, le informazioni a profusione da distribuire ai giocatori per tornei della durata di un mese non saranno mai più importanti dell'empatia, della capacità e quindi della bravura di leggere i momenti, delle partite o anche semplicemente di un gesto o di una situazione in ritiro, in cui un atleta piuttosto che un altro si guadagna un'occasione per poter dimostrare di essere utile alla causa.

LA STORIA DELL'ITALIA INSEGNA CHE...

I Nagelsmann e i Tuchel per certi versi, i de Boer, gli Ancelotti e i Deschamps per altri, hanno fallito su tutta la linea proprio perché non hanno saputo essere questo. Persone dotate di una sensibilità particolare, di saper cogliere le sfumature caratteriali dei loro campioni e di considerarli come semplici ragazzi prima ancora che ingranaggi dei propri sofisticati impianti di gioco. La storia stessa dei trionfi della nostra Nazionale ci rammenta come, in modo diverso ma sempre col medesimo fine e risultato, Bearzot, Lippi e Mancini siano entrati nella storia perché si sono fidati prima di tutto degli uomini più che dei calciatori e il loro trattarli come tali, come compagni di splendide avventure li ha condotti con loro alla vittoria. Del gruppo, di un sentimento collettivo, di un'idea di essere tutti assieme parte di una storia. Di amicizia, di fratellanza.

QUANTA PREVENZIONE SU PIRLO

La speranza è che questo lunghissimo preambolo possa servire a convincere un po' di più anche solo qualcuno che l'eventuale scelta di Paolo Maldini e Leonardo di ripartire da un profilo come quello di Andrea Pirlo non debba essere guardata con scetticismo assoluto e con una dose di vena polemica che già abbonda in questi giorni di dibattito sul tema. Spagna ed Argentina ci insegnano che molto di più del nome dell'allenatore contano le idee, i progetti che si muovono dietro e le persone che contribuiscono a cercare di renderli realtà e fatti compiuti. Se la Spagna è oggi un riferimento mondiale per come si costruisce una cultura calcistica dalle fondamenta, dall'attività di base per arrivare poi al professionismo, l'Argentina ha puntato maggiormente su un altro concetto di identità, più culturale e famigliare forse, alimentato dal senso di devozione assoluta ad una divinità di questo gioco come Messi.

RIVOLUZIONE SENZA COMPROMESSI

L'Italia oggi non ha gli strumenti né la materia prima per votarsi all'uno o all'altro modello di riferimento, ma per questo ha il dovere di provare a costruire qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso rispetto alle consolidate abitudini che nell'ultimo ventennio ci hanno portato a fallire tre volte la qualificazione ai Mondiali e a smarrire completamente la nostra identità. Maldini, Leonardo, il neo-presidente Malagò e tutti gli apparati della macchina federale sono chiamati a ricostruire da capo, senza guardare in faccia a nessuno, senza compromessi e preconcetti. Per le condizioni nelle quali versa da tempo il nostro calcio, chi siamo per affermare con certezza che Pirlo sia destinato sicuramente a fallire e che Conte – che la Nazionale l'ha già vissuta ma che dopo due anni non se l'è sentita di abbracciare un progetto a lungo raggio – sia per forza la sola ed unica panacea a tutti i nostri mali?

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User