L’espansionismo della Cina, la forza democratica dell’India, e il nuovo grande gioco dell’Asia

Febbraio 4, 2026 - 14:00
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L’espansionismo della Cina, la forza democratica dell’India, e il nuovo grande gioco dell’Asia

La storia ha ripreso a correre velocemente e l’ombelico del mondo, per lunghi anni stabilmente fissato nell’Oceano Atlantico, ha proseguito inarrestabile il suo spostamento verso Oriente. L’anno asiatico è appena iniziato, con un ruolo crescente delle democrazie dell’indo-pacifico che aumenteranno il proprio coordinamento di fronte a una Cina sempre più assertiva e aggressiva.

Il Ministero della Difesa di Tokyo nel suo ultimo Libro Bianco ha per la prima volta menzionato apertamente la minaccia cinese: «La comunità internazionale si trova ora ad affrontare la sua più grande prova dalla fine della Seconda guerra mondiale. L’ordine mondiale esistente, basato sulla pace, è seriamente messo in discussione, e il Giappone si trova nel contesto di sicurezza più grave e complesso dell’era post-bellica». Per poi puntare apertamente il dito nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e del suo sistema di alleanze, «…la Cina ha rapidamente aumentato la spesa per la difesa nazionale, migliorando in modo drammatico le capacità militari e intensificando le attività nel Mar Cinese Orientale e nel Pacifico. La Corea del Nord ha concentrato i propri sforzi sul potenziamento del proprio arsenale di armi di distruzione di massa e missili balistici… la Russia ha condotto intense attività militari nella regione, spesso insieme con l’esercito cinese, continuando allo stesso tempo la sua aggressione contro l’Ucraina».

È la prima volta che il Giappone accusa in modo così diretto Pechino di essere una minaccia alla propria sicurezza nazionale. Dal 21 ottobre del 2025, anche qui per la prima volta, il Giappone è guidato da una donna: Sanae Takaichi, la leader del Partito Liberal Democratico. La prima crisi con Pechino è avvenuta solo dopo pochi giorni il suo insediamento, ed è nata in seguito a una sua riflessione sulla tenuta della cosiddetta “prima catena di isole”, quell’arco che dal Giappone si svolge verso sud nell’arcipelago delle Ryukyu (Okinawa), per arrivare a Taiwan e alle Filippine.

La Cina esercita una costante pressione sulla catena di isole che percepisce come un contenimento strategico del proprio spazio vitale: nei confronti del Giappone con le molte intrusioni nelle sue acque territoriali; nei confronti di Taiwan con la dichiarata volontà di annetterla con le buone o con le cattive alla madrepatria; nei confronti delle Filippine con l’occupazione illegale del Mar Cinese Meridionale.

La primo ministro Takaichi, intervenendo alla Dieta, ha dichiarato che «un attacco militare cinese contro Taiwan potrebbe rappresentare una minaccia esistenziale per il Giappone», che lo condurrebbe dunque a esercitare il suo diritto all’autodifesa e a intervenire in sostegno della Cina democratica. La reazione di Pechino è stata scomposta, prima con il console generale cinese a Osaka («La testa sporca che si intromette deve essere tagliata»), poi con la protesta formale del ministro degli Esteri.

Il ministro della Difesa di Tokyo è Shinjirō Koizumi, figlio di Junichiro Koizumi, primo ministro del Giappone fra il 2001 e il 2006. A lui spetterà il compito di incrementare la spesa militare di Tokyo e di gestire una possibile modifica dell’articolo 9 della Costituzione, per permettere al Paese di aderire ad accordi di difesa collettiva, sul modello della Nato.

Il Giappone vuole rilanciare la dottrina di Shinzo Abe della Free and Open Indo-Pacific, la risposta giapponese alla Via della Seta cinese; vuole rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti; vuole consolidare le alleanze regionali con le democrazie dell’IndoPacifico; sta già amplificando le già intense relazioni con Taiwan. Infine, vuole consolidare un solido asse strategico con l’India di Narendra Modi.

La traiettoria di Taiwan per questo 2026 è stata tracciata in un intervento in parlamento del presidente Lai Ching-Te: «Mantenere lo status quo nello stretto di Taiwan e non cedere alle pressioni di Pechino; rafforzare il sistema costituzionale che fa di Taiwan una democrazia matura, dimostrando come sia possibile una via cinese alla democrazia liberale; proseguire il cammino che ha fatto di Taiwan la diciannovesima economia mondiale con un Prodotto interno lordo di ottocento miliardi di dollari, fino a diventare in pochi anni il cuore tecnologico del pianeta».

Taiwan è tante cose allo stesso tempo, tutte antitetiche alla visione di Pechino: è una Cina che ha saputo conservare cultura, religione e tradizioni del passato; è una Cina che è stata in grado di evolvere da una dittatura militare a una piena democrazia; ed è anche una Cina amica del Giappone. A Taiwan si producono il novantatré per cento dei semiconduttori di ultima generazione del pianeta, senza i quali semplicemente la nostra tecnologia si fermerebbe del tutto: dalle auto ai cellulari, fino ai computer.

Taiwan teme l’azzardo militare di Pechino e guarda sempre di più all’Ucraina: «L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è stata per noi una lezione importante – mi ha raccontato Tien Chung-Kwang, Viceministro agli Affari Esteri – per aggiornare le nostre politiche difensive e il nostro sistema di alleanze. La resilienza della società ucraina, la capacità di affrontare sfide asimmetriche, l’innovazione continua delle tattiche militari, la determinazione a difendere la propria democrazia e il proprio stile di vita, la costruzione di un’ampia coalizione di Paesi democratici, sono stati per noi una fonte di grande ispirazione».

Sono due le parole chiave della Cina democratica in questo 2026: deterrenza e alleanze. La deterrenza, ovvero, come evitare la guerra rendendo i costi della stessa insopportabili per il nemico. Le alleanze con i paesi democratici che condividono gli stessi valori della piccola Taiwan, e che dovranno lanciare un messaggio chiaro a Pechino: la guerra va evitata in ogni modo, ma Taiwan non sarà abbandonata al suo destino.

L’India è ancora scossa dal terribile attentato del 10 novembre 2025, quando un’auto bomba ha ucciso quindici civili a Nuova Delhi. Le prime indagini portano all’insorgenza jihadista del Kashmir e alla galassia dei gruppi islamisti sostenuti dal Pakistan. La competizione fra India e Pakistan però è solo un sottoprodotto di ciò che connoterà il posizionamento del gigante indiano nel 2026 e nei prossimi anni: anche qui è il crescente confronto con Pechino.

La cosiddetta “autonomia strategica” di Nuova Delhi, che vede l’India partecipare contemporaneamente alla Shanghai Cooperation Organisation, con Xi Jinping e Vladimir Putin, e promuovere, al tempo stesso, manovre militari congiunte con Stati Uniti, Giappone e Australia nell’Oceano Indiano in funzione di contenimento anticinese, non deve trarre in inganno. La più grande democrazia del pianeta è destinata a un avvicinamento a marce forzate verso il suo luogo più naturale: la comunità delle democrazie di Asia, Europa e America.

Non c’è oggi alcun dossier nel quale non siano evidenti i vantaggi reciproci di un’alleanza globale fra Paesi occidentali e India: sicurezza internazionale; contenimento della politica autoritaria ed espansiva di Pechino; de-coupling e de-risking dalla Cina; tutela delle democrazie dell’Indo-Pacifico; nuove connessioni alternative alla Via della Seta a partire da Imec, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa.

L’India con un Prodotto interno lordo di 4,19 trilioni di dollari nel 2025 è diventata la quarta economia del pianeta, superando il Giappone e dimostrando come crescita e sviluppo siano facilitati dal contemporaneo consolidamento di istituzioni democratiche e diritti.

India e Unione europea sono sempre più vicine e il coinvolgimento dell’India nel progetto Global Gateway e la riapertura dei negoziati per un Accordo di Libero Scambio fra Ue e India, saranno il test sul quale misurare nel prossimo futuro la possibilità di costruzione di una partnership strategica, con una opportunità in più sullo sfondo: l’allargamento del G-7 all’India, facendo nascere un nuovo G-8 fra le grandi economie del pianeta che condividono i fondamentali valori di libertà e democrazia.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.

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