Lezioni di method dressing: quando gli attori si vestono come il proprio personaggio
Nel 2023, Margot Robbie ha girato il mondo indossando riproduzioni degli abiti delle Barbie, prima di diventare una bambola in carne e ossa al cinema. Ancor prima di vedere La Sirenetta sullo schermo, avevamo già visto Halle Bailey con conchiglie sul corpetto e abiti che sembravano spuma di mare. Per promuovere i suoi film, Zendaya si è trasformata in un robot con un abito armatura, ha indossato scarpe con palline da tennis infilate nel tacco, ragnatele di cristalli e ora abiti peplo. Viviamo nell’epoca del method dressing, l’arte di vestirsi a tema con il film (o il disco) che si promuove, usando la moda per restare sempre nel personaggio, dentro e fuori il red carpet. Un raffinato strumento di marketing che, ormai, è diventato una prassi sui red carpet, cambiando il rapporto tra cinema e moda.
Chi ha inventato il method dressing?
Il termine “method dressing” riprende il famoso il method acting, il metodo Stanislavskij: una tecnica di recitazione in cui un attore attinge dalle proprie esperienze e dal proprio vissuto per dar vita al personaggio. Il method dressing applica lo stesso concetto di immedesimazione: attraverso un guardaroba studiato, l’attore non esce mai dal ruolo e i red carpet diventano una continuazione naturale del filmx. La moda, quindi, è parte integrante della performance anche fuori dal set.
Non è una strategia nuova: già Marlene Dietrich, negli anni 30 e 40, si era costruita un personaggio pubblico strettamente legato a quelli che interpretava sullo schermo. Tailleur pantalone e look androgini contribuivano a costruire un’idea di femminilità misteriosa e ambigua. Negli anni è diventata una pratica sempre più frequente sui red carpet. Nel 2015, per esempio, Lily James ha sfoggiato scarpette di cristallo e abiti da principessa durante la promozione di Cenerentola; Blake Lively è stata spesso fotografata con tailleur gessati per Un Piccolo Favore.

Lupita Nyong’o, Anne Hathaway, Zendaya e Samantha Morton al photocall del film L’Odissea. (Photo by Jordan Pettitt/PA Images via Getty Images).
Il termine ha iniziato a circolare più di recente grazie a Law Roach, stylist di Zendaya e indiscusso maestro del metodo, che ha parlato apertamente del suo approccio nelle interviste. Roach, però, non si è mai preso il merito dell’invenzione: «Trent’anni fa una delle mie attrici preferite, Glenn Close, si vestiva come Crudelia De Mon per promuovere La carica dei 101 – ha detto in un’intervista – Quindi no, non l’ho inventato io, ma credo di essere la regina in questo campo».
La moda come performance
L’esplosione del method dressing come lo conosciamo oggi non sarebbe stata possibile senza la presenza degli stylist, che setacciano gli archivi e lavorano gomito a gomito con i brand per costruire guardaroba coerenti con ciò che si vuole promuovere. L’obiettivo, quindi, non è solo centrare il look di una star per una singola occasione, ma scrivere un’intera storia attraverso gli abiti.

Glenn Close stands alla prima del film “La carica dei 101” nel 1996, vestita come Crudelia De Mon (Photo by Evan Agostini/Liaison)
È un lavoro complesso e stratificato: è importante conoscere l’opera di partenza per trovare la giusta corrispondenza con un brand, uno stilista o una particolare collezione. Non solo: bisogna valorizzare la star che indosserà gli abiti e farla diventare un personaggio riconoscibile anche fuori dallo schermo.
Ariana Grande, per esempio, ha iniziato a interpretare Glinda anche fuori dal set Wicked. La famosa coda di cavallo ha lasciato il posto a raccolti e chignon, i capelli si sono schiariti, gli abiti romantici anni ‘5o in colori pastello hanno sostituito minidress e stivali. La trasformazione da popstar a Strega buona era completa.

Cynthia Erivo e Ariana Grande con due look ispirati ai personaggi del film Wicked. (Photo by Nina Westervelt/WWD via Getty Images)
I press tour promozionali di solito prevedono decine di apparizioni ravvicinate in diverse città, incontri con la stampa e red carpet. Ogni uscita richiede un abito diverso, ma con colori o silhouette riconoscibili. Durante il press tour del Diavolo Veste Prada 2, ad esempio, Meryl Streep e Anne Hathaway hanno spesso optato per il rosso, il colore distintivo del film insieme al bianco e al nero. L’attore Timothée Chalamet ha indossato così spesso l’arancio durante la promozione del suo ultimo film da coniare una precisa sfumatura cromatica: il “Marty Supreme Orange”.
La regina del method dressing: Zendaya
Grazie al sodalizio creativo con lo stylist Law Roach, Zendaya è oggi indisputabilmente la regina del method dressing. Ogni red carpet è una vera performance artistica, ogni look sfida il pubblico a cogliere la citazione nascosta. Per esempio: durante il tour di Dune: Parte 2 ha lasciato tutti a bocca aperta con l’abito armatura di Mugler del 1995. Per Challenger ha spinto il tenniscore ai confini della couture (e viceversa). Dato che in The Drama interpretava una sposa, ha rispettato la tradizione: qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato, qualcosa di bianco e qualcosa di blu. Un gioco doppiamente riuscito, visto che lei stessa si è sposata in gran segreto nello stesso periodo. E non è finita qui: dopo le ragnatele d’alta moda per Spiderman, si è trasformata in una divinità greca per l’Odissea di Christopher Nolan, in cui interpreta la dea Atena.

Zendaya in vintage Mugler alla premiere di Dune: Part Two a Londra EPA/TOLGA AKMEN
Margot Robbie non esce mai dal personaggio
Nessun press tour, però, ha raggiunto la popolarità di quello di Barbie, il film di Greta Gerwig con Margot Robbie. Lo stylist Andrew Mukamal ha coinvolto Maison del calibro di Versace, Schiaparelli e Vivienne Westwood per creare riproduzioni a grandezza naturale degli abiti indossati dalla bambola Mattel nei decenni, a partire dal celeberrimo costume zebrato del 1959. Tutti i look, inclusi alcuni inediti, e le rispettive ispirazioni sono stati raccolti in un libro, Barbie: The World Tour.

Margot Robbie con un look Versace per promuovere il film Barbie a Seoul, nel 2023. EPA/YONHAP SOUTH KOREA OUT
Due anni dopo Margot Robbie ha rispolverato il method dressing per un ruolo completamente diverso: quello di Cathy Earnshaw in Cime Tempestose. Pescando a piene mani dalla letteratura gotica, dal melodramma e dalla moda ottocentesca ha calcato il tappeto rosso con lunghi drappeggi di velluto, corsetti e collane a forma di croce. Perfino i capelli e il make-up hanno fatto parlare di “Bronte waves” o “Bronte cheeks”. Il riferimento, chiaramente, non era all’aspetto dell’autrice del romanzo, quanto alla bellezza selvaggia della brughiera. Tra i look più emblematici c’è l’abito con decorazioni che ricordano trecce di capelli. Un omaggio sottile ai gioielli vittoriani da lutto, ma anche a un passaggio del romanzo.

Margot Robbie in Chanel alla prima francese di Cime Tempestose (Photo by Stephane Cardinale – Corbis/Corbis via Getty Images)
Il method dressing non è solo sui red carpet
Non sono solo i film a beneficiare dell’arte del method dressing: ha contagiato anche il lancio delle serie tv, come dimostrano i look goth di Jenna Ortega nei panni di Mercoledì Addams. Molti artisti adottano un approccio simile per l’uscita di nuovi album. In questo senso sono famose le “Ere” di Taylor Swift: a ogni disco è associata una diversa estetica, con simboli e colori ben precisi. Con il disco Brat, Charli XCX ha creato un vero e proprio movimento. L’estate 2024 ha avuto un colore brat (il verde fluo) uno stile brat e in generale un mood brat – cioè indisciplinato e anticonvenzionale.
Lo scopo, comunque, è sempre lo stesso: estendere l’esperienza di un prodotto il più possibile per generare curiosità e alimentare la conversazione. La pubblicità è l’anima del commercio: il method dressing è pubblicità couture.
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