Luciana Delle Donne: «Gli scarti sono le materie prime con cui creiamo, sono i nostri “gioielli”»
Made in Carcere, ideato da Luciana Delle Donne, prova ogni giorno a contaminare la società economica e civile, attraverso la promozione e la diffusione del modello di “economia rigenerativa”. Un modello di impresa etica basato su principi di rigenerazione e consapevolezza delle persone emarginate, che tutela l’inclusione sociale e riduce l’impatto ambientale, determinando così nel tempo un cambiamento sistemico su tutto il territorio.
Attivo nei penitenziari di Lecce, Trani, Taranto, Matera e nell’istituto minorile di Bari, Made in Carcere permette di avviare un percorso di riabilitazione e reinserimento sociale. Il marchio nasce nel 2007 grazie a Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa, una cooperativa sociale non a scopo di lucro. Si producono manufatti “diversa(mente) utili”: borse, abiti e accessori, originali e tutti colorati. «Le donne coinvolte attualmente sono una ventina, tra formazione e assunzione», dice Delle Donne.

Tra consapevolezza e creatività
«La cosa importante è condividere la consapevolezza, con un pubblico più ampio, che la strada giusta da percorrere è quella di aiutare le persone a risalire un gradino di benessere. Quello che osservo è che è fondamentale che quante più persone condividano la necessità di aiutare gli altri, che siano consapevoli che far bene fa bene a tutti», dice Delle Donne. «La mia filosofia di vita è aiutare gli altri a crescere, secondo me la parola chiave è consapevolezza da una parte e creatività dall’altra. Da una parte, bisogna aiutarsi, aiutare e ricostruire, e dall’altra parte non bisogna piangersi addosso e lavorare tanto. Il made in Italy, la bellezza e l’artigianalità italiana vengono fuori dalla fatica, dalla passione, dal desiderio di evolvere e di emergere dalla mediocrità e dall’indifferenza».
Il made in Italy, la bellezza e l’artigianalità italiana vengono fuori dalla fatica, dalla passione, dal desiderio di evolvere e di emergere dalla mediocrità e dall’indifferenza Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa
Insistere sulla contaminazione
Su cosa bisogna puntare per vincere la sfida del cambiamento? «Continuare ad insistere sulla contaminazione. Tutti quelli che riescono ad incontrare progetti come Made in carcere se ne innamorano, 20 anni dopo incontriamo ancora persone che tengono con sé il primo braccialetto come una reliquia, è un segnale di accettazione e di condivisione di questi modelli di esistenza. Si chiama economia circolare, rigenerativa, trasformativa ma è un modo di esistere», prosegue. «Non dobbiamo prenderci cura solo delle persone, ma anche dell’ambiente perché viviamo su questo pianeta mentre ne stiamo abusando».

Il recupero degli scarti
Partendo dai tessuti di scarto dismessi e donati da aziende dell’indotto tessile, donne e uomini che stanno scontando una pena in carcere vengono formati e inseriti in un processo produttivo e creativo, grazie a Made in Carcere. «Nel processo in cui recuperiamo tutti gli scarti e realizziamo oggetti bellissimi è la creatività a farla da padrona. E la creatività messa in mano a persone che sono in stato di detenzione è esplosiva perché non hanno possibilità di dire chi sono, cosa stanno facendo per ricostruire la propria vita», continua Delle Donne.
«Noi le facciamo vivere nella bellezza, con degli arredi stupendi: nelle carceri abbiamo arredato degli spazi con mobili antichi e dipinto i muri con tanti colori, abbiamo pitturato il cielo con le nuvole per simboleggiare un ambiente familiare e la libertà. Le donne che lavorano con Made in carcere la libertà se la stanno ricostruendo, mentre ricostruiscono la loro “cassetta degli attrezzi”, e lo stanno facendo attraverso il lavoro. Io le stresso, queste donne devono capire che il mercato è aggressivo, che c’è tanta competizione. Tutto nasce dalla cura dei particolari, che genera la sostanza».
Nella “cassetta degli attrezzi“ del 2026
Cosa mettere nella “cassetta degli attrezzi“ del nuovo anno? «Sicuramente gli scarti, che sono le materie prime con cui creiamo, sono i nostri “gioielli”. Sono come dei frutti che raccogli perché altrimenti andrebbero al macero. Negli scarti c’è una ricchezza intrinseca, ancora più interessante: è qualcosa che altri butterebbero via. Con l’utilizzo degli scarti la creatività, l’ingegno di un prodotto hanno il gusto della vittoria. Nella “cassetta degli attrezzi” di queste donne ci vanno la consapevolezza, la dignità che stanno costruendo, insieme alla creatività e alla passione».

«Il Bil, Benessere interno lordo, è un progetto che si propone di potenziare ed estendere il modello strategico ed operativo di Made in Carcere. La cosa interessante è comprendere che questa è la via del benessere. Supportiamo oltre 20 sartorie sociali di periferia, ora ne stiamo lanciando altre cinque in tutta Italia: a Udine, Lecco, Palermo, Cagliari e Lecce. Noi lavoriamo in particolare dentro le carceri, ma anche fuori ci sono realtà che hanno bisogno di una “spinta”, di una testimonianza di fiducia. Lavoriamo anche con donne vittime di violenza e di sfruttamento», dice Delle Donne. «Ma la parola “vittima” io non vorrei sentirla nominare, sono persone che stanno vivendo un momento difficile e hanno bisogno di essere accompagnate. Noi insegniamo loro un lavoro e le assumiamo».
Costruire un carcere consapevole
«La ricchezza che danno le persone che incontro in carcere è che capisco quanto è importante la libertà da una parte, ma anche quanto è importante ognuno di noi con il semplice ascolto. Il mio desiderio è costruire un carcere consapevole, vorrei portare le persone fuori a lavorare sia con lavori socialmente utili sia con la progettualità», prosegue Delle Donne. «Invece di un approccio punitivo, pensiamo ad un approccio costruttivo, in modo che le persone abbiano un potere decisionale e di ricostruire la propria vita».

Nel luglio 2024, divampò un incendio in carcere a Lecce, nello spazio dei laboratori sartoriali di Made in Carcere, chiamati “La Maison”. «Attraverso una raccolta fondi, abbiamo ricostruito lo spazio come era prima. Le detenute hanno detto: “Abbiamo sofferto di più quando abbiamo visto incendiare la nostra Maison, che quando siamo state arrestate”. Hanno visto andare in fumo il loro segno di libertà, la loro ricostruzione».
Foto Made in Carcere
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