Menopausa: uno stress test per il cervello
Alcune proteine legate all'infiammazione e con impatto negativo sulla funzionalità cerebrale sono presenti in livelli più elevati nel sangue delle donne in menopausa: i risultati di uno studio pubblicato su Nature Medicine offrono un indizio in più sul perché la menopausa sia una fase di transizione stressante, per il cervello, e aprono la strada a possibili nuovi trattamenti per proteggere la salute cerebrale femminile.. Menopausa e cervello: più collegati di quanto si pensi. Le donne sono più inclini rispetto agli uomini a sviluppare demenza in età avanzata, e non solo perché sono più longeve: la menopausa potrebbe avere un ruolo. Un esordio precoce della menopausa è associato a un rischio più elevato di Alzheimer, e alcuni dei sintomi classici che emergono in questa fase della vita - come la nebbia mentale, i disturbi dell'umore e del sonno o i problemi di memoria - sono legati al fatto che il cervello ha un ruolo importante nella menopausa, ed è anche vulnerabile ai suoi effetti.. Come spiegato su Science, il cervello è infatti tappezzato di recettori ormonali e produce ormoni a sua volta: la ghiandola pituitaria o ipofisi, una piccola ghiandola situata alla base del cranio, produce l'ormone follicolo-stimolante, i cui livelli si innalzano quando le ovaie in menopausa diminuiscono in modo drastico la produzione di estrogeni e progesterone.
Senza gli estrogeni, neuroni specializzati dell'ipotalamo causano la dilatazione dei vasi sanguigni all'origine delle sudorazioni notturne e delle vampate di calore in menopausa. Frequenti sintomi vasomotori come quelli descritti sono associati a sofferenza della sostanza bianca (l'insieme delle fibre nervose in cervello e midollo spinale) e a marcatori più elevati di malattia di Alzheimer. Distinguere quali processi dipendano dalla menopausa in sé e quali siano generalmente tipici dell'invecchiamento è però molto complesso.. Proteine dannose. La menopausa è un evento biologico che segna la cessazione definitiva delle mestruazioni e della fertilità femminile: per definizione, viene sancita dopo 12 mesi consecutivi senza cicli. Un gruppo di neuropsicologi dell'Università della California a San Francisco ha seguito 80 donne in premenopausa, perimenopausa (cioè il periodo di transizione tra la fase fertile e la menopausa vera e propria) e postmenopausa. Le analisi del sangue delle donne hanno permesso di identificare una firma molecolare della menopausa, formata da 16 proteine collegate alla salute del cervello che erano più elevate nelle donne che avevano ufficialmente passato questa soglia.. Due di queste proteine sono connesse all'Alzheimer, altre sono legate alla salute dei neuroni e delle sinapsi, le connessioni tra neuroni. Altre ancora sono citochine, proteine di segnalazione infiammatorie, e sono risultate più alte nelle donne che avevano episodi di sudorazione notturna. Madeline Wood Alexander, prima autrice dello studio, definisce la firma proteica rilevata una «risposta infiammatoria persistente, che potrebbe attivarsi durante la transizione della menopausa».. Una nuova traccia da seguire. Secondo i ricercatori, il problema potrebbe dipendere dall'ipofisi e dalla produzione elevata di FSH più che dalla riduzione degli ormoni riproduttivi femminili. Studi sui topi suggeriscono che questo ormone impatti sui neuroni in un modo che può accelerare il percorso verso la malattia di Alzheimer, e che bloccare la sua azione possa ostacolare questa degenerazione. Molte delle proteine trovate sono anche, hanno appurato gli autori, elevate nelle donne di 60 e 70 anni che finiscono per sviluppare demenza. . Nel complesso, lo studio sembra mettere in risalto quali, tra gli innumerevoli cambiamenti proteici legati alla menopausa, siano quelli da attenzionare maggiormente, per tutelare la salute del cervello. Per confermare questi risultati serviranno però studi su campioni più numerosi e che seguano le pazienti per alcuni anni, monitorando le fluttuazioni delle proteine nel sangue.
«Tutte le donne con ovaie intatte attraverseranno la menopausa spontanea durante l'età adulta, ma la maggior parte di loro non svilupperà la malattia di Alzheimer», ricorda per rassicurare Wood Alexander. Gli scienziati «possono sfruttare questa fase per capire chi sta seguendo una traiettoria di vulnerabilità e chi, invece, una di maggiore resilienza»..
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