Nations Award 2026, Sergio Castellitto si racconta, dal suo amore per la moglie e per l’arte all’intelligenza artificiale
«Molti film sono saranno ricordati anche per degli errori. Molti libri saranno, similmente, ricordati perché non sono esattamente, come dire, coerenti con una storia, ma sono esattamente coerenti con la psiche dell’umano. E queste imperfezioni volute e non volute, così come alcune sfumature dell’animo, sono irreplicabili dalle tecnologie moderne, sono la firma dell’umanità.» Con questo pensiero, il grande attore Sergio Castellitto ha spiegato come l’essere umano abbia peculiarità che neanche l’intelligenza artificiale riuscirà a ripetere o sostituire, nel corso della sua partecipazione alla ventesima edizione del Nations Award.

La manifestazione, diretta e organizzata da Michel Curatolo, ha avuto molti protagonisti del mondo dello spettacolo, e non solo, a contribuire al successo di una kermesse che ha radici antiche. L’evento risale, infatti, agli anni ’70, e sposa, con il segmento del Thinkingreen, temi legati al rapporto tra l’uomo, la natura e l’ambiente, abbinando la cinematografia a momenti legati ad altri ambiti artistici e culturali. Di grande rilievo il novero dei personaggi presenti nel corso della manifestazione (dal 25 al 28 giugno scorso) e premiati a Taormina nel corso della serata di Gala del 25 allo splendido Teatro Antico. Tra essi molto attesi: gli attori italiani Alessandra Mastronardi e Michele Morrone, nonché l’interprete cinematografica turca Ozge Ozpirincci. Poi ancora: il famoso archeologo ed egittologo Zahi Hawass e il celebre architetto Mario Cucinella.
E, ovviamente, il mitico Sergio Castellitto, pluripremiato attore e regista che ha svelato anche il suo legame con Taormina, e tanto altro. Il perfomer attoriale romano ha regalato le sue riflessioni ad appassionati e addetti ai lavori, anche nel corso del gala di giorno 25 giugno – condotto dal giornalista Andrea Morandi e dall’attrice Barbara Tabita -, nel corso del quale ha ricevuto il Nations Award, assieme alla moglie Margaret Mazzantini, dalle mani dell’organizzatore della manifestazione Michel Curatolo e dal direttore Artistico Marco Fallanca. Chiedendole, dopo 39 anni, di risposarlo.

D.: Cosa rappresenta per lei la sua presenza a questa manifestazione e il premio che le è stato conferito?
R.: È un piacere e un onore immenso essere qui. Questo premio, per me, ha un significato un po’ particolare, perché 39 anni fa io giravo, proprio a Taormina, alcune scene di un film di Luc Besson, ossia “Le Grand Bleu”. Margherita Mazzantini, diventata da pochi giorni mia moglie, debuttava nel Faust, diretta da Giancarlo Sbragia, proprio al Teatro Antico. Per questo il Nations Award è un dono doppio per me. E così, il caso ha voluto che Le Grand Bleu e Goethe ci pagassero il viaggio di nozze.
D.: Lei e sua moglie, siete due grandi personalità del mondo cinematografico e letterario. Come riuscite a combinare la vostra coppia con le vostre attività artistiche?
R.: Semplicemente non c’è separazione fra quella che è stata la nostra storia d’amore, di vita e di creatività. Per noi è naturale e importante la condivisione della mia vita artistica con la sua creatività come autrice di libri. Condivisione che è diventata molto più stretta con i film che abbiamo fatto insieme. Il tutto prosegue attraverso i nostri figli, Pietro, Maria, Anna e Cesare, che lavorano tutti nel mondo del cinema.
D.: Il Nations Award, con i panel di Thinkingreen, che guardano all’ambiente, sottolineano l’importanza del rispetto del nostro pianeta …
R.: Il benessere di questo pianeta è una forma di cultura che dobbiamo rispettare e proteggere. Noi dobbiamo proteggere il pianeta, sapendo che non è nostro. Il pianeta è del pianeta. Noi siamo ospiti e come tali dobbiamo salvaguardare l’ambiente e restituirlo migliore ai nostri figli. Anche il cinema può avere un ruolo in questo.
D.: Quale ritiene siano le altre funzioni sociali del cinema?
R.: Il cinema non guarisce le grandi ferite nella vita, ma aiuta a lenirle un po’. Il cinema non impedirà le guerre. Però il compito del cinema è di offrire sempre una finestra, non uno specchio, dove guardarsi. Ma una finestra aperta per guardare oltre. E quindi offrire uno sguardo che possa aiutare gli spettatori, anche se, adesso, con le piattaforme, magari li chiamano in modo diverso. Ma per me saranno sempre spettatori. Non bisogna mai scordare che il cinema è un rapporto costante tra storia e umanità, una prospettiva da cui si vedono i rapporti tra persone e con il mondo.
D.: Cosa pensa dell’intelligenza artificiale?
R.: in realtà si parla di intelligenza artificiale come qualcosa di particolare, anche un po’ pericolosa. Ma è sempre più presente. Ed è stata generata dalla nostra intelligenza naturale e non bisogna avere paura di andare verso la novità. Certo, va gestita, va controllata. Soprattutto dal punto di vista della creatività dei mestieri. Forse anche i mestieri creativi dovranno confrontarsi di più con questa novità, anche per la capacità dell’intelligenza artificiale di sostituire o impedire l’errore umano. L’errore umano, nel senso che molti film sono saranno ricordati anche per degli errori. Molti libri saranno, similmente, ricordati perché non sono esattamente, come dire, coerenti con una storia, ma sono esattamente coerenti con la psiche dell’umano. E queste imperfezioni volute e non volute, così come alcune sfumature dell’animo, sono irreplicabili dalle tecnologie moderne, sono la firma dell’umanità.

D.: Come vede attualmente il cinema italiano?
R.: Il cinema italiano è un elemento, secondo me, che fa parte delle radici del nostro paese. Direi che è una radice del cinema internazionale. Noi siamo conosciuti perché sappiamo cantare e suonare, ma è vero che questo nostro cinema ha insegnato cinema. È un dato di fatto, non lo diciamo perché siamo in qualche misura industrialmente più spinti di altre cinematografie. Io poi sono stato un uomo fortunato perché io da ragazzo ho lavorato con signori che si chiamavano Ettore Scola, Mario Monicelli, Marco Risi. La mia formazione nasce cinematografica. Poi ho avuto la fortuna di incontrare Fellini, Tornatore, tanti altri registi, figure della mia generazione che, guarda caso, avevano imparato dal cinema dei grandi italiani, da quella scuola. Una scuola in cui tutti avevano un ruolo significativo, perché, gli ultimi portatori d’acqua erano considerati utili per attraversare ancora un altro tratto di deserto, per innaffiare d’arte il prodotto cinematografico. Un aspetto da non dimenticare mai.
Speaker 1: Ma se non ti ho detto niente. È così che dobbiamo fare per avere successo.
D.: Come decide di accettare un ruolo e un film?
R.: L’unica legge che mi impongo è quella di dire: questo film, questo personaggio, mi piacerebbe vederlo rappresentato? Per rendere il personaggio bisogna anche sapersi isolare e trovare il tempo e lo spazio per farlo, districandosi tra figli, matrimonio e tante complicazioni esistenziali.
D.: Cosa pensa dell’arte della scrittura?
R.: Il mestiere di chi scrive è difficilissimo. Penso che scrivere sia molto più difficile, molto più doloroso di recitare. Quando interpreti comunque t’appoggi sempre a una moltitudine intorno, no? Invece lo scrittore poggia solo su sé stesso e le sue dimensioni dell’animo. Comprendo quindi bene l’importanza della scrittura e questo ha influito anche sulla mia carriera da regista. Devo, infatti, dire che io non avrei fatto il regista se Margaret non avesse scritto i suoi libri. La sua scrittura è così densa di immagini da far venire voglia ad un regista di dissotterrare l’immagine che è sepolta dietro le sue parole scritte, la cui combinazione è molto adatta alla cinematografia. Il mio prossimo film, che esce in autunno e che è stato scritto da lei, ci vede entrambi come registi. Come dice mia moglie, il libro e la lettura sono esercizi a parte, in cui si è molto a contatto con la propria interiorità e un bravo scrittore è colui che scrive abbastanza da lasciarti immaginare e aprire ai pensieri e alle fantasie personali. Mia moglie scrive in maniera molto sensuale, immettendo nei suoi libri tutti i sensi, soprattutto l’odorato che, ovviamente è impossibile rendere sugli schermi. Ma si può rimandare all’idea dell’odore, cosa che io faccio inserendo nei film il mare e la pioggia, che evocano odori specifici. Racconto un piccolo aneddoto divertente, Pietro era molto piccolo, Margherita aveva un piccolo studiolo dove andava a scrivere. Lavorava lì tutto il giorno, poi la sera tornava e cucinava, perché la cosa che fa sta a fare meglio dopo scrivere è cucinare. Una sera tornò dopo sette, otto, nove ore di lavoro, di assenza, e cucinò. Pietro era molto piccolo, assaggiò il piatto disse: oggi mamma ha scritto bene ed è contenta di quello che ha scritto.”
Prima dell’evento, al Grand Hotel San Pietro (della catena Lindberghs Hotels), si è svolto il gradevole aperitivo, con tanti artisti dell’arte culinaria, tra cui Il resident chef del ristorante interno all’albergo ospitante, ossia Bàtu, Luca Miuccio.
Il raffinato post -gala, tenutosi nella stessa location, è stato animato dalle prelibatezze culinarie di Antony Catering di Antonio Spadaro (la parte vegetale si deve al Dott. Agr. Ennio D’Emanuele).
Protagonisti della serata anche i vini fermi e mossi di Bottega, Patria, Cantina Calcagno, Feudo Vagliasindi, Cantoneri ed Edomè e i gin di Survivor.
di Gianmaria Tesei
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