Pacchi low cost, l’Italia rimanda la legge al primo ottobre
Sarebbe dovuta scattare dal primo luglio la tassa sui piccoli pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da Paesi extra-Ue, stabilita dal governo con l’ultima legge di bilancio, pari a due euro a spedizione. Ma il Consiglio dei ministri, nella seduta di lunedì 22 giugno, ha approvato la proroga che sposta l’avvio della nuova misura fiscale al primo ottobre 2025, tre mesi dopo la data originariamente prevista.
La motivazione ufficiale è evitare che in Italia si applichi un doppio prelievo: nello stesso giorno entrerà infatti in vigore anche il dazio previsto dall’Unione europea, del valore di tre euro per pacco.
Già da settimane si moltiplicavano le voci nel mondo imprenditoriale che chiedevano all’esecutivo di riconsiderare il provvedimento. Le associazioni di categoria temono, infatti, una stangata per la filiera del trasporto e della logistica, che lamenta una riduzione dei profitti e il rischio di una contrazione dei traffici nel tentativo di aggirare la norma. Non è la prima volta che la misura viene messa in discussione: a inizio marzo il Ministero dell’Economia e delle Finanze aveva già disposto un primo rinvio, slittando l’applicazione del contributo al 30 giugno 2026, adducendo la necessità di adeguare i sistemi informativi dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli.
A farsi portavoce delle preoccupazioni del settore è stata Confetra, la Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, secondo cui l’handling fee da due euro “provocherà il crollo di almeno il 50% dei traffici merci e farà perdere 25 milioni di euro allo Stato”. La richiesta rivolta al governo è quella di “cancellare subito questa tassa per salvaguardare il comparto logistico nazionale”, come ha scritto l’associazione in una lettera indirizzata nei giorni scorsi al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Sulla stessa posizione si è espressa Aice Confcommercio, che ritiene necessario che l’entrata in vigore del contributo nazionale sia “ulteriormente prorogata o cancellata in via definitiva, al fine di evitare un effetto daziario 3+2”.
Il contesto in cui si inserisce la misura è quello della pressione crescente sui flussi di e-commerce a basso costo, in larga parte di provenienza cinese. L’Unione europea ha introdotto il proprio dazio sui piccoli pacchi perché le merci contenute possono rappresentare rischi per la salute dei consumatori o violare le norme comunitarie in materia di proprietà intellettuale. L’Italia ha seguito un ragionamento analogo: dopo aver tentato una stretta per contenere il fenomeno del fast fashion di importazione, l’esecutivo ha varato il contributo con la dichiarata finalità di supportare le spese doganali.
I numeri parlano chiaro: nel 2025, su 396 milioni di articoli ordinati dagli italiani con provenienza extra-Ue, il 98% proveniva dalla Cina, e il 25% di queste spedizioni conteneva capi di abbigliamento. E ancora, secondo la Commissione europea, nel 2025 sono stati importati circa 4,6 miliardi di articoli sotto la soglia dei 150 euro, equivalenti a 12 milioni di pacchi al giorno. Una cifra raddoppiata in soli due anni: nel 2023 la cifra si fermava a 2,3 miliardi nel 2023 e nel 2022 a 1,4.
A chiarire le modalità applicative del dazio europeo è intervenuta la Commissione europea con le linee guida pubblicate il 2 giugno scorso. Il documento precisa che il dazio di tre euro dovrà essere corrisposto in ogni caso, indipendentemente dal sistema di riscossione dell’Iva adottato, poiché viene classificato come un vero e proprio diritto doganale.
E per quanto riguarda l’Italia, l’appuntamento è dunque rimandato al primo ottobre, quando si capirà se le due misure – quella italiana, appunto, e quella europea – coesisteranno o se una delle due verrà definitivamente accantonata.
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