Ranucci non è complice né vittima di un attentato, ma si è bevuto le fesserie di Lavitola

14 Agosto 2026 - 05:40
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Ranucci non è complice né vittima di un attentato, ma si è bevuto le fesserie di Lavitola

A cavallo di Ferragosto le migliori penne italiane si accapigliano per Valter Lavitola e soprattutto Sigfrido Ranucci. Come va considerato il prode Ranucci, nel cui fin troppo impegnativo nome si racchiude probabilmente una vocazione superiore ai mezzi concessi da madre natura: una vittima o – non sia mai – un truffatore dei creduli suoi spettatori?

Con voce incrinata, Marianna Aprile sottolinea che l’ordinanza cautelare con cui il giudice per le indagini preliminari di Roma ha spedito a Rebibbia Lavitola certifica che egli è «vittima di un attentato». Siamo andati a controllare il ponderoso provvedimento: non è così.

Dalla lettura dei due reati contestati a Lavitola e ai supposti complici si evince che, assai più modestamente, Ranucci è parte offesa di un reato da ex pretura: il danneggiamento che ha reso inservibili le «autovetture Opel Adam e Ford Ka – intestata la prima a Sigfrido Ranucci e la seconda alla moglie – nonché il cancello e il muro perimetrale dell’abitazione di Sigfrido Ranucci». Insieme a esso viene contestato a tutti gli indagati il reato di «porto in luogo pubblico di esplosivi»: nella sostanza, l’ordigno che ha causato tale sconquasso. Stop.

L’ordigno in questione è una sorta di botto di Capodanno, di quelli che a migliaia vengono festosamente e imprudentemente esplosi l’ultima notte dell’anno, causando molte vittime, ma senza che nessun magistrato si sogni di contestare il metodo mafioso, come a Lavitola. Per il futuro, chissà: la giurisprudenza evolutiva ci ha abituato ai miracoli.

Leggendo il ponderoso provvedimento sine ira ac studio, due punti fermi possono trarsi. Primo: non c’è stato alcun attentato. Il gip è categorico sia nell’escludere ogni intento di nuocere alle persone sia sull’idoneità della collocazione della bomba ad arrecare danni alle persone: era un semplice botto che poteva causare danni solo alle autovetture. Ranucci è un puro danneggiato da sinistro automobilistico, una cosa poco epica per chi si paragona ad Aldo Moro e Giovanni Falcone, ma è la verità. Era una farsa, punto e basta.

Secondo: Ranucci non era consapevole del finto attentato. Spiace per i retequattristi assortiti, ma Ranucci non aveva concordato la messinscena con Lavitola. Lo si desume pacificamente dalle intercettazioni di Lavitola successive al fatto, in cui egli sottopone al vanitoso Ranucci, oltre ai sondaggi, anche i più improbabili scenari spionistico-criminali alla base dell’esplosione. È evidente che Ranucci ci credesse e, dunque, nulla avesse a che fare con la farsa di Lavitola.

È invece un capitolo aperto la natura del rapporto tra un vecchio attrezzo come il neo-ristoratore e Ranucci. Il tema è interessante anche perché i rapporti tra l’ex direttore de L’Avanti! e la stampa non si limitano a quello con l’ex aedo del giornalismo d’inchiesta, ma investono anche altre autorevoli figure del giornalismo italiano che pure, sulle loro frequentazioni del bistrot lavitoliano, fanno i vaghi.

Ciò che colpisce del legame tra i protagonisti di questa farsaccia di infimo ordine è la condizione di assoggettamento psicologico, ai limiti del plagio, di Ranucci. Egli non solo si beve le fesserie sul suo futuro politico come leader della pur scalcagnata sinistra attuale, ma, quando apprende dell’avviso di garanzia al mefistofelico amico, si indigna coi magistrati della pur benevola Procura di Roma, definendoli dei matti e adoperandosi subito per trovare giustificazione adeguata al grave indizio della presenza di Lavitola e del suo complice Gomes Clesio Tavares vicino alla sua casa un mese prima del finto attentato. Come il povero professor Unrat de “L’angelo azzurro”, perso tra le gambe della sua Lola, Ranucci si smarrisce tra le ciance di Lavitola e nega a sé stesso la verità. Egli non può ammettere di essere come Unrat, il bigotto moralista alla fine irresistibilmente attratto dal peccato in cui si perde.

Ci sono da trarre da questa sordida storia alcuni insegnamenti. Il primo è che non bisogna farne pretesto per estendere la presa dell’apparato informativo meloniano su ciò che resta del giornalismo d’opposizione al regime. Il secondo concerne la qualità degli eroi che questo sventurato paese elegge a simboli. Ranucci si è raccontato in modo eloquentemente ridicolo nei suoi libri. Ciò nonostante, egli è stato eletto a simbolo non solo dalla sinistra, ma, cosa ancora più grave, dalla stessa magistratura, che lo ha accolto come un eroe in un’assemblea del suo più alto organo politico, l’Associazione nazionale magistrati.

Nel provvedimento del gip di Roma leggiamo con vivo sconcerto che egli aveva facoltà di telefonare «per le vie brevi» al procuratore capo di Roma per sollecitarlo a sentire un suo teste – lui direttamente e non l’avvocato – e veniva prontamente esaudito tramite l’improduttiva audizione di un mestatore. Questo a voler dire il fiuto e la qualità delle fonti del Ranucci. Bertolt Brecht lamentava come fosse sventurato un paese bisognoso di eroi. Figurarsi una magistratura bisognosa di eroi da operetta.

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