Recensione Dreame BioKnead: l'impastatrice a doppio gancio con più arrosto che fumo

23 Giugno 2026 - 09:12
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Recensione Dreame BioKnead: l'impastatrice a doppio gancio con più arrosto che fumo

La Dreame BioKnead arriva in una confezione ben organizzata e curata anche dal punto di vista estetico, con tutti i componenti protetti e disposti in modo ordinato per ridurre al minimo il rischio di danni durante il trasporto.

Troviamo innanzitutto il corpo macchina, che rappresenta l'unità principale dell'impastatrice, accompagnato da una capiente ciotola in acciaio inox da 6 litri. Non manca poi il paraschizzi, un accessorio particolarmente utile durante le lavorazioni più leggere, come il montaggio di panna, albumi o uova.

Per quanto riguarda gli utensili, la dotazione comprende due ganci indipendenti (uno più piccolo e uno più grande) da collegare rispettivamente ai due bracci, soluzione meno comune rispetto ai classici ganci singoli e pensata per migliorare la lavorazione degli impasti. Troviamo inoltre la tradizionale frusta piatta a foglia, ideale per impasti più morbidi e preparazioni come le frolle, e la frusta a filo dedicata alle montate.

A completare la confezione ci sono la documentazione cartacea, composta da una guida rapida per la prima configurazione e da un manuale più dettagliato, entrambi disponibili anche in lingua italiana.

  • Peso: 7,5 kg
  • Dimensioni: 420 × 270 × 415 mm
  • Motore: CC da 800 W
  • Struttura: metallo pressofuso
  • Ciotola: 6 litri, acciaio inox con doppia maniglia
  • Sistema di impasto: doppio gancio bionico brevettato
  • Accessori: doppio gancio impastatore, frusta piatta, frusta a filo e paraschizzi
  • Velocità: 12 livelli regolabili
  • Display: LED con visualizzazione di velocità e timer
  • Capacità massima dichiarata: fino a 1,5 kg di farina

Il corpo macchina è realizzato interamente in metallo pressofuso, una scelta che trasmette immediatamente una sensazione di solidità e robustezza superiore rispetto a molte impastatrici che fanno ampio ricorso alla plastica.

Molto riuscita anche la scelta cromatica. Il colore bianco panna è elegante senza risultare appariscente e ha il vantaggio di integrarsi facilmente in qualsiasi cucina, sia moderna che più tradizionale. Nel nostro caso si è addirittura abbinato perfettamente alle pareti color tortora chiaro del nostro open space. Al di là di questa fortunata coincidenza, resta comunque un elettrodomestico che riesce ad arredare e a farsi notare positivamente sul piano di lavoro.

Il design è uno degli aspetti che ci hanno colpito maggiormente perché riesce a combinare elementi classici e moderni. Da un lato richiama le impastatrici tradizionali con forme morbide, dall'altro introduce dettagli più contemporanei come il display LED integrato, la finitura curata e il logo Dreame brillante, ben inserito nel contesto generale.

Pur essendo dotata di una generosa ciotola da 6 litri, l'ingombro generale rimane piuttosto contenuto ed è anche abbastanza leggera da manovrare. Il corpo macchina non è particolarmente voluminoso e la maggior parte dello spazio è occupata dalla ciotola stessa.

Per quanto riguarda le funzionalità è importante precisare che non siamo di fronte ad un prodotto smart. Non ci sono connessioni Wi-Fi, applicazioni dedicate o programmi automatici avanzati. Tutta la gestione avviene direttamente dal pannello integrato, attraverso una manopola che permette sia l'accensione della macchina, sia la selezione delle 12 velocità disponibili.

Accanto al display troviamo inoltre due pulsanti dedicati alla gestione del timer. È possibile impostare una durata di lavoro compresa tra 30 secondi e 30 minuti, lasciando poi che la macchina si arresti automaticamente al termine del conto alla rovescia.

In alternativa si può utilizzare la BioKnead senza alcun timer impostato: in questo caso il display mostrerà semplicemente il tempo trascorso dall'inizio della lavorazione, una funzione semplice ma molto utile quando si segue una ricetta che richiede tempi di impasto specifici.

Completano il quadro alcuni dettagli pratici come la ciotola con doppia maniglia, il paraschizzi in materiale alimentare e i piedini con ventosa che contribuiscono a mantenere la macchina stabile durante le lavorazioni più impegnative.

Tenete presente poi che il cavo di alimentazione non è particolarmente lungo (circa 1 metro e 25 centimetri), per cui è opportuno verificare preventivamente la posizione della presa elettrica e lo spazio a disposizione in cucina.

Prima di entrare nel merito delle prove effettuate, è bene segnalare un aspetto. Nei manuali forniti da Dreame non sono presenti vere e proprie ricette o guide alla preparazione degli impasti.

La documentazione si concentra principalmente sul funzionamento della macchina e sulle quantità massime supportate, indicando una capacità fino a circa 1,5 kg di farina per singola lavorazione, con dosi consigliate di 5 parti di farina e 3 di acqua.

Di fatto, si tratta di un'impastatrice pura, che lascia completamente all'utente la gestione delle lavorazioni. Non ci sono automatismi che semplificano il processo: la macchina esegue ciò che viene impostato, senza ulteriori livelli di assistenza, e per tutto il resto dovrete affidarvi alle vostre ricette abituali e alla vostra esperienza.

Come già anticipato, le dimensioni complessive risultano abbastanza contenute considerando la presenza di una capiente ciotola da 6 litri.

L'unico elemento che richiede un minimo di attenzione è il sistema di sblocco della testa ribaltabile. Sul corpo macchina è presente un pulsante che consente di sollevare la parte superiore dell'impastatrice per accedere alla ciotola e agli accessori. Durante i primi utilizzi il meccanismo è apparso leggermente rigido e richiede un po' di cautela nell'azionamento.

Se si tende ad accompagnare il movimento esercitando troppa forza verso l'alto, può capitare addirittura di sollevare leggermente la macchina dai piedini a ventosa. Nulla di problematico, ma il feeling del pulsante potrebbe essere affinato ulteriormente. Dopo qualche utilizzo, comunque, il movimento diventa abbastanza naturale e non crea più particolari difficoltà.

Molto più immediato è invece il sistema di aggancio degli accessori. Il montaggio del doppio gancio impastatore, della frusta piatta e della frusta a filo avviene tramite una semplice scanalatura che permette di inserire e bloccare rapidamente l'accessorio desiderato. Anche il sistema di fissaggio della ciotola è ben realizzato: basta ruotarla in senso orario o antiorario per bloccarla o sbloccarla dalla propria sede.

Un elemento distintivo è, appunto, il sistema a doppio gancio bionico, che simula in parte il lavoro manuale del panettiere con due punti di lavorazione simultanei. Questa soluzione consente una buona efficienza nell'impasto e una lavorazione piuttosto uniforme, ma comporta anche un aspetto da non sottovalutare, cioè l'aumento della temperatura dell'impasto durante le lavorazioni più lunghe o più intense (come panettone e colombe). Nei lievitati, in particolare, è un fattore da considerare attentamente, perché può incidere sulla temperatura finale della massa. In questi casi può essere utile compensare utilizzando acqua più fredda o riducendo leggermente i tempi di lavorazione per mantenere condizioni ottimali.

Altro fattore da tenere in considerazione nelle impastatrici riguarda la gestione termica della macchina. Il motore in questo caso è molto silenzioso, anche alle velocità più elevate, e questo è sicuramente uno dei suoi punti di forza. Tuttavia, nei carichi più impegnativi o nelle lavorazioni prolungate, dopo alcuni minuti di utilizzo si attiva un sistema di ventilazione interna, supportato da una griglia di aerazione laterale. La ventola ha il compito di mantenere sotto controllo la temperatura del motore e prevenire surriscaldamenti. È importante sottolineare che anche in funzione il rumore aggiuntivo è contenuto e non particolarmente invasivo.

Parlando più nello specifico della dotazione, il doppio gancio è pensato principalmente per gli impasti più strutturati, come pane e pizza, mentre la frusta a filo lavora in modo efficace nelle preparazioni che richiedono incorporazione d'aria, come dolci, creme e montate. È presente anche una frusta piatta (o a foglia), destinata soprattutto a impasti intermedi e miscelazioni, come purè, mashed potatoes o composti morbidi.

Preparazione del pane

Per il primo test abbiamo deciso di mettere subito alla prova la BioKnead con una preparazione che utilizziamo abitualmente, ovvero un pane a lievitazione naturale con lievito madre e un'idratazione intorno al 60%.

Abbiamo iniziato rinnovando il lievito madre e lasciandolo maturare fino al momento ideale per l'utilizzo. Una volta pronto, siamo passati all'impasto inserendo inizialmente farina e una parte dell'acqua prevista dalla ricetta. Dopo una prima fase di lavorazione abbiamo aggiunto il lievito madre, continuando a impastare e incorporando gradualmente altra acqua.

Come facciamo abitualmente nelle nostre preparazioni, non abbiamo inserito tutta l'acqua fin dall'inizio. Una piccola quantità è stata tenuta da parte per le fasi successive, così da valutare meglio l'assorbimento della farina e la consistenza dell'impasto. Successivamente abbiamo aggiunto il sale e soltanto alla fine gli ultimi grammi d'acqua rimasti.

La BioKnead ha lavorato l'impasto senza particolari difficoltà, accompagnandolo progressivamente verso la formazione della maglia glutinica. Una volta ottenuta una massa ben legata e sufficientemente sviluppata, abbiamo interrotto la lavorazione, trasferito l'impasto sul banco ed eseguito una piega di rinforzo prima della lunga lievitazione notturna.

Il giorno successivo abbiamo effettuato la formatura del pane e completato la fase di lievitazione fino al raggiungimento della maturazione desiderata. La cottura è avvenuta in un normale forno domestico su pietra refrattaria utilizzando la funzione vapore, soluzione che consente di mantenere una buona umidità nelle prime fasi e favorire successivamente la formazione della crosta.

La temperatura è stata gestita in più step, partendo da circa 230 °C e diminuendo progressivamente fino a 180 °C e successivamente a 140 °C nella fase finale di asciugatura.

Il risultato finale è stato decisamente convincente. Il pane ha sviluppato una buona struttura interna, una crosta ben formata e una consistenza equilibrata. Naturalmente ogni panificatore ha le proprie preferenze in termini di ricetta, idratazione e tecnica di lavorazione, ma nel nostro caso la BioKnead ha superato senza difficoltà questa prima prova pratica, dimostrando di saper gestire efficacemente un impasto per pane a lievitazione naturale.

Un aspetto interessante emerso durante la lavorazione riguarda il comportamento dell'impasto sul gancio e all'interno della ciotola. Sul gancio impastatore tende a rimanere una piccola quantità di impasto aderente, ma si tratta di una condizione piuttosto normale e, in questo caso, non eccessiva. Va inoltre considerato che questo fenomeno varia sensibilmente in base alla tipologia di impasto: idratazione, consistenza e durezza influiscono in modo significativo, più ancora della geometria del gancio stesso.

Per quanto riguarda invece le cosiddette "zone morte", abbiamo notato la presenza di qualche residuo lungo i bordi della ciotola, specie durante le fasi iniziali della lavorazione. Anche in questo caso non si tratta di una criticità marcata, quanto piuttosto di un comportamento che può emergere soprattutto quando l'impasto inizia a salire e a svilupparsi: una parte del composto tende infatti a sollevarsi leggermente dall'area di lavoro principale, lasciando inevitabilmente qualche residuo non completamente incorporato.

In pratica, un minimo intervento manuale con una spatola può essere utile per riportare verso il centro il materiale rimasto sui bordi e garantire una lavorazione più uniforme. Non si evidenziano però problemi strutturali o di progettazione, ma piuttosto caratteristiche fisiologiche della lavorazione meccanica degli impasti.

Impasto dolce (Torta Panarello)

Per il secondo test abbiamo deciso di mettere alla prova la BioKnead anche su un impasto dolce, cambiando completamente approccio rispetto alla lavorazione del pane. La preparazione scelta è stata la Torta Panarello, un dolce tipico della tradizione ligure, caratterizzato da una consistenza soffice e da una lavorazione che richiede una buona capacità di incorporare aria negli impasti.

Per questa prova abbiamo sostituito il doppio gancio impastatore con la frusta a filo, più adatta alla fase di montaggio e aerazione degli ingredienti. La macchina è stata avviata e, una volta stabilizzata la rotazione, abbiamo iniziato ad aggiungere gli ingredienti in modo progressivo.

La prima fase ha riguardato il montaggio delle uova, lavorate fino a ottenere una consistenza spumosa. Successivamente abbiamo aggiunto lo zucchero a velo, continuando la lavorazione fino a ottenere un composto più stabile e voluminoso. Dopo circa una decina di minuti, il composto aveva già raggiunto una buona struttura areata, a conferma dell'efficacia della frusta nel lavoro di montaggio.

A questo punto abbiamo integrato la farina di mandorle, seguita dal burro fuso ma raffreddato, aggiunto a filo mentre la frusta continuava a lavorare l'impasto. Una volta amalgamato il composto, abbiamo incorporato gradualmente le polveri setacciate, costituite da farina e fecola, insieme al lievito.

La lavorazione è proseguita fino al raggiungimento di una consistenza omogenea e ben strutturata, senza grumi evidenti e con una buona aerazione complessiva dell'impasto. A quel punto il composto è stato trasferito in una teglia precedentemente imburrata e infarinata.

La cottura è avvenuta in forno statico a 180 °C per circa 40 minuti, partendo da forno freddo e lasciando che la temperatura salisse progressivamente durante la fase iniziale di cottura, come appunto la tradizione di questo dolce impone.

Il risultato finale è stato molto soddisfacente: la torta ha sviluppato una consistenza soffice e ben equilibrata, segno che la frusta a filo è riuscita a lavorare correttamente la fase di montaggio e incorporazione dell'aria, mantenendo al tempo stesso stabilità nella fase di aggiunta degli ingredienti più pesanti.

Impasto pizza ad alta idratazione

Per il terzo test abbiamo voluto mettere alla prova la BioKnead con un impasto decisamente più impegnativo: una pizza ad alta idratazione, intorno al 70%, utilizzando lievito madre rinnovato.

Abbiamo iniziato inserendo nella ciotola una miscela di farine forti, combinando manitoba e farina di tipo 0, per garantire una buona tenuta strutturale durante la lavorazione. Successivamente abbiamo aggiunto circa il 60-70% dell'acqua prevista dalla ricetta, lasciando che la macchina iniziasse a incorporare gradualmente i liquidi.

La lavorazione è partita alla velocità minima (livello 1), scelta necessaria per consentire alla farina di assorbire correttamente l'acqua senza stressare immediatamente l'impasto. In questa fase iniziale si è osservato il progressivo inglobamento dei liquidi e la formazione dei primi segni di maglia glutinica.

Una volta ottenuto un impasto più omogeneo e senza grumi evidenti, abbiamo aggiunto il lievito madre e continuato la lavorazione mantenendo la velocità bassa. Successivamente, quando la massa ha iniziato a compattarsi in modo più evidente, abbiamo inserito la restante acqua in più riprese, per permettere un assorbimento graduale e controllato.

Solo nelle fasi successive abbiamo aggiunto il sale, quando l'impasto aveva già acquisito una buona struttura iniziale. A quel punto la velocità è stata aumentata fino al livello 6, così da favorire lo sviluppo della maglia glutinica e rendere l'impasto più elastico e resistente.

La lavorazione complessiva è durata circa una decina di minuti effettivi. Durante questo tempo si è potuto osservare un progressivo miglioramento della struttura dell'impasto, che ha iniziato a staccarsi in modo pulito dalle pareti della ciotola e a sviluppare una buona elasticità.

Abbiamo spento la macchina quando l'impasto ha raggiunto una consistenza liscia, elastica e ben incordata: tirandolo risultava compatto e resistente, segno di una maglia glutinica ben sviluppata. A quel punto è stato trasferito sul piano di lavoro, dove è stata eseguita una piega di rinforzo prima della lunga lievitazione, in frigo, di circa 12 ore.

Proseguendo, l'impasto è stato riportato a temperatura ambiente per circa un'ora, quindi proceduto con lo staglio dei panetti e una fase di appretto fino al momento della cottura.

La pizza è stata poi cotta su pietra refrattaria, precedentemente portata a temperatura, in forno statico ad alta temperatura (circa 300 °C). La cottura si è svolta in pochi minuti, con un risultato finale che ha confermato la buona gestione dell'impasto anche nelle fasi successive alla lavorazione in macchina.

Il risultato finale lo potete gustare con i vostri occhi qui in basso!

Dreame BioKnead ha un prezzo di lancio di 399€, ma durante il Prime Day la cifra scende a 299€, una scontista che la fa senz'altro, e senza mezzi termini, una best buy della categoria.

Il sample per questa recensione è stato fornito da Dreame, che non ha avuto un'anteprima di questo contenuto e non ha fornito alcun tipo di compenso monetario. Potete leggere maggiori informazioni su come testiamo e recensiamo dispositivi su SmartWorld a questo link.

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