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<title>Tutte le notizie italiane in tempo reale &#45; : Comunicazione</title>
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<dc:rights>©2025 Eventi e News in Italia &#45; Powered by Brain X Corp</dc:rights>

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<title>La mitizzazione di Unabomber, e altre mostruosità del sottobosco online</title>
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Tra meme, libri e narrazioni distorte, il revisionismo trasforma i criminali del presente e del passato in simboli e personaggi da emulare
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anastassia-anufrieva-z1daiguuszi-unsplash.jpg?x35970" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anastassia-anufrieva-z1daiguuszi-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anastassia-anufrieva-z1daiguuszi-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anastassia-anufrieva-z1daiguuszi-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anastassia-anufrieva-z1daiguuszi-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anastassia-anufrieva-z1daiguuszi-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1">Un caso di cronaca può diventare pop, e in alcuni casi anche mito. Lo sappiamo bene in Italia, dove i fatti della criminalità organizzata hanno contribuito alla creazione di un pantheon retto da una mole di prodotti multimediali dalla qualità estremamente eterogena. La cosa, di per sé, è tutt’altro che negativa. Spesso, si parte dall’assunto che questo processo si traduca automaticamente in apologia, ma c’è un fattore chiave che contribuisce a segnare un’enorme differenza tra il racconto e la propaganda: il revisionismo.</p>
<p class="p1">Un elemento che da solo basta a separare opere sullo stesso soggetto che, troppo frequentemente, vengono buttate nello stesso calderone. “Elephant”, film del 2003 di Gus Van Sant, ha raccontato, con delicatezza e senza spettacolarizzazioni, la strage di Columbine nello stesso periodo in cui online spuntavano i primi forum incentrati sulla contronarrazione dei fatti, dove frange di utenti hanno iniziato a raccontare gli assassini Klebold e Harris come vittime di una società ostile che li avrebbe costretti a sparare sui propri compagni di scuola.</p>
<p class="p1">Quando si pensa all’impatto degli stragisti sulla cultura pop si parte da Columbine anche per tracciare una prima e seria separazione tra i circuiti mainstream e il sottobosco di Internet dove un fatto di sangue può essere normalizzato e memificato a tal punto da generare sostenitori e, nel peggiore dei casi, emuli. L’Italia ne ha avuto un esempio nel corso delle ultime settimane con i fatti di <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/trescore-balneario-e-la-columbine-italiana-prenderne-atto-evitera-errori/" target="_blank" rel="noopener">Trescore</a> e <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/terrorismo-memetico-italia-radicalizzazione-online-stampa/" target="_blank" rel="noopener">Perugia</a>. A pochi giorni di distanza, altri due casi sono stati riportati dalla stampa: la settimana scorsa, le forze dell’ordine hanno arrestato un quattordicenne a Pescara e un venticinquenne a Roma, entrambi pianificavano stragi con esplosivi nelle rispettive città.</p>
<p class="p1">I due episodi – finiti nella scia iniziata da Trescore per diversi elementi in comune, tra cui le reti Telegram e le simili attività online degli aspiranti stragisti – sono accomunati dal mezzo, la bomba, e dal riferimento ideale (citato esplicitamente dal ragazzo fermato nel Tuscolano): Theodore Kaczynski, Unabomber.</p>
<p class="p1">Kaczynski, autore di una serie di attacchi tramite pacchi bomba tra il ’78 e il ’95, è diventato nel corso degli ultimi anni una figura pop esaltata da frange diverse e spesso antitetiche tra loro: criptofascisti, comunisti muscolari – i cosiddetti <i>tankie</i>, quelli che ora il Partito Democratico statunitense tenta di assoldare per combattere Trump – ma anche una parte non trascurabile del pubblico generalista, affascinata dalla narrazione secondo la quale Unabomber non sarebbe un terrorista, ma un partigiano anti-sistema.</p>
<p class="p1">Gli scritti di Kaczynski e in particolare il suo manifesto, “La Società Industriale e il suo futuro”, hanno contribuito a questo processo di beatificazione, a tratti più ridicolo di quelli che ancora oggi ruotano attorno agli <i>school shooter </i>perché non relegato alle sole bolle online. Con Unabomber, la cesura tra ambienti radicali e circuiti mainstream si è annullata con le due sfere che hanno iniziato ad alimentarsi a vicenda: mentre sui social iniziavano a fare capolino i meme e video-edit su Kaczynski, sugli scaffali delle librerie italiane iniziavano a comparire i suoi libri.</p>
<p class="p1">Un paradosso che raggiunge il suo picco nel 2022, quando negli store di uno dei circuiti editoriali più noti in Italia viene allestito “l’angolo Unabomber” sul quale campeggiava la ristampa del suo manifesto (edito da quella stessa casa editrice neofascista contro la quale, un anno fa, l’editoria nostrana ha condotto una feroce campagna morale).</p>
<p class="p1">Questa moda surreale è nata e morta con la stessa velocità delle ondate memetiche sui social, ma restano i suoi danni sul dibattito pubblico. Il revisionismo su Unabomber, la smania di riportare senza alcun filtro le sue opere e il racconto che lui stesso ha fatto di sé, ha trasformato le azioni di un cane sciolto in una lotta politica, giustificata e legittimata da insospettabili. Un processo simile a quello avvenuto attorno alla figura di Luigi Mangione (a cui la giornalista del Corriere Velia Alvich ha dedicato un approfondimento incentrato proprio sulle somiglianze tra la mitizzazione dell’italoamericano e quella dello “Zio Ted”), un altro soggetto diventato alfiere di una presunta rivoluzione contro le oligarchie statunitensi.</p>
<p class="p1">Rivoluzioni teorizzate e codificate dai terroristi nei loro scritti, esattamente come quella dei «reietti» guidata da Klebold e Harris. L’unica vera differenza è che quest’ultima non ha ricevuto lo stesso trattamento da parte dei canali istituzionali. È per questo che di fronte agli emuli italiani di Kaczynski, alla preoccupazione si dovrebbe aggiungere una seria riflessione sul ruolo dei media mainstream nella creazione del mito, i quali spesso finiscono per cascare nei meccanismi del terrorismo memetico.</p>
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<title>Due settimane in America per misurare il disordine strategico</title>
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La dottrina China-first, un ex funzionario che teme Mosca più di Pechino, un’Europa ai margini della competizione tecnologica, un Consiglio per la sicurezza nazionale in cerca di assetto: appunti di viaggio
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24296351-large.jpg?x35970" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24296351-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24296351-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24296351-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24296351-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24296351-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Nelle ultime due settimane sono stato negli Stati Uniti, tra Washington, San Francisco e Houston, per provare a capire la politica estera americana e, in particolare, la postura nella competizione strategica con la Cina. Il viaggio non ha prodotto certezze, raramente i viaggi le producono. Ma ha chiarito alcune linee di frattura che nei commenti a distanza tendono a sfumarsi.</p>
<p><strong>La logica <i>China-first</i> e i suoi limiti</strong><br>
Quelli che provano a trovare una strategia coerente dietro le mosse del presidente Donald Trump ricollegano tutto a Pechino. L’operazione contro Nicolás Maduro in Venezuela e la guerra con Israele contro l’Iran sarebbero due eventi che indeboliscono altrettanti Paesi con cui la Cina intrattiene relazioni strategiche (energia, commercio e posizionamento geopolitico) e segnalano la volontà di Washington di riaffermare la propria influenza nelle regioni che contano per la proiezione cinese. I dazi, in questa lettura, non sono protezionismo difensivo ma strumento attivo di <i>decoupling</i>: separare le catene di approvvigionamento, alzare il costo dell’interdipendenza, costringere i partner a scegliere. Gli Stati Uniti riaffermerebbero così la loro deterrenza («Pace attraverso la forza») anche in chiave Taiwan, nonostante i comunicati ufficiali di Washington <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/gli-stati-uniti-stanno-riscrivendo-la-politica-su-taiwan-senza-dirlo/">lascino sistematicamente spazio</a> a interpretazioni che includono la possibilità di un accordo con Pechino, la quale considera l’isola una propria provincia ribelle. È una logica interna plausibile. Vacilla però quando si inserisce una variabile che non si lascia ridurre allo schema: la Russia.</p>
<p><strong>La variabile Russia</strong><br>
La guerra russa in Ucraina procede da oltre quattro anni anche grazie al sostegno strategico della Cina (tecnologia <i>dual-use</i>, componenti elettronici e scudo diplomatico). Eppure, l’amministrazione Trump ha adottato verso Mosca una postura di dialogo che stona con la narrazione <i>China-first</i>. Il paradosso non è solo retorico: un cessate il fuoco in Ucraina negoziato senza garanzie credibili per Kyjiv potrebbe consolidare l’asse sino-russo invece di indebolirlo, offrendo a Mosca respiro strategico e a Pechino la conferma che la coercizione paga. Non è detto che questa sia la traiettoria, ma è il rischio che diversi interlocutori a Washington descrivono con una certa preoccupazione, anche tra chi non è ostile all’amministrazione.</p>
<p>A proposito, uno degli incontri più utili del viaggio è stato con un ex funzionario che si è occupato di sicurezza nazionale per quasi quarant’anni. La sua tesi è controcorrente rispetto al consenso dominante: la Cina non è la principale minaccia alla sicurezza nazionale americana. Lo è la Russia. Il ragionamento merita di essere riportato con precisione. Mosca è una potenza in declino strutturale – demografico, economico e tecnologico – con l’arsenale nucleare più grande al mondo e una dottrina che abbassa esplicitamente la soglia del suo utilizzo. Una combinazione che la rende più pericolosa della Cina, attore razionale con orizzonti lunghi, forti incentivi a preservare l’ordine economico internazionale e una leadership che calcola prima di muovere. La Cina vuole erodere l’egemonia americana; la Russia, in modalità sopravvivenza, ha dimostrato disponibilità a operazioni cinetiche sul suolo Nato, interferenze infrastrutturali e <i>signaling</i> nucleare coercitivo – abbastanza credibile, ripetuto, da condizionare più volte le scelte di Washington sull’Ucraina. Il rischio sistemico non è la sostituzione dell’ordine internazionale, obiettivo cinese di lungo periodo, ma un’escalation irreversibile innescata da una potenza che, perdendo capacità convenzionale, diventa proporzionalmente più dipendente dall’opzione nucleare. Una potenza in ascesa gestisce il rischio; una potenza che sente di perdere può smettere di farlo.</p>
<p><strong>L’Europa ai margini</strong><br>
A questo punto del ragionamento arriva l’Europa, che vede la Russia come la principale e più immediata minaccia alla propria sicurezza – e che ha ragione a farlo, per ragioni geografiche prima ancora che strategiche. Il problema è che l’Europa appare spesso assente, o ai margini, nelle conversazioni americane sulla competizione con la Cina, nonostante la sua rilevanza su dossier che per Washington sono urgenti: <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/alla-fine-gli-stati-uniti-hanno-bisogno-dell-europa-sui-chip/">semiconduttori e intelligenza artificiale</a>, ma anche <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/la-sfida-usa-cina-si-sposta-sui-router-e-potrebbe-presto-arrivare-da-noi/">catene di approvvigionamento tecnologiche</a>. Asml, il monopolista olandese delle macchine per la litografia Euv senza cui i chip avanzati non esistono, è un asset europeo – ma il controllo sulle esportazioni verso la Cina è stato negoziato essenzialmente in funzione degli interessi americani, con l’Aia che ha seguito Washington più che interpretato una propria strategia autonoma. L’Europa è spesso un campo di battaglia della competizione tecnologica, raramente un soggetto che la orienta.</p>
<p><strong>Il divario sulla sicurezza economica</strong><br>
Uno degli elementi strutturali del divario transatlantico riguarda il concetto stesso di sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti la sicurezza economica ne è una componente consolidata: il Comitato sugli investimenti esteri degli Stati Uniti (Cfius) esamina gli investimenti stranieri nelle infrastrutture critiche, il Federal Bureau of Investigation collabora sistematicamente con le imprese per il contrasto allo spionaggio industriale: <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/la-lunga-marcia-dello-spionaggio-cinese-nei-social-professionali/">il caso LinkedIn</a>, con la Cina che usava la piattaforma per reclutare fonti tra i funzionari americani, è diventato un caso di studio nei corsi di controspionaggio. Nei campus universitari sono stati inseriti <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/nei-campus-del-texas-la-frontiera-della-competizione-tecnologica-con-la-cina/">esperti di sicurezza della ricerca</a> per contrastare la penetrazione di attori ostili, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/a-stanford-il-partito-comunista-cinese-non-studia-soltanto/">come la Cina appunto</a>, nei laboratori scientifici. È l’applicazione concreta di un approccio <i>whole-of-government</i>, e in alcuni settori<i> whole-of-society</i>, che gli Stati Uniti hanno sviluppato in risposta alla consapevolezza che la competizione strategica si gioca anche nei brevetti, nelle università e nelle infrastrutture digitali.</p>
<p>In Europa questa maturità non si è ancora affermata pienamente. Un percorso è iniziato: la risposta alla pandemia ha accelerato il dibattito sulle dipendenze strategiche, l’invasione russa dell’Ucraina ha costretto a ragionare su energia e difesa. Ma rimane frammentato, privo di un coordinamento paragonabile a quello americano, e spesso rallentato dalla difficoltà di tradurre la categoria di sicurezza economica in politica concreta.</p>
<p>Colpisce anche l’ecosistema dei think tank: non istituzioni decorative ma nodi attivi del processo decisionale, i cui ricercatori ruotano tra accademia, agenzie e Congresso con una fluidità che in Europa rimane l’eccezione.</p>
<p><strong>Il problema del Consiglio per la sicurezza nazionale</strong><br>
C’è, infine, un problema specifico e concreto che diversi interlocutori a Washington descrivono con preoccupazione crescente: il Consiglio per la sicurezza nazionale, la struttura della Casa Bianca deputata a coordinare la politica tra le agenzie, funziona male. Meno di un anno fa, dopo meno di tre mesi dall’insediamento, Mike Waltz è stato rimosso da Trump in seguito alla vicenda della chat su Signal su cui erano state condivise informazioni classificate – tra gli altri, con un giornalista inserito per errore nella conversazione. Trump lo ha poi nominato rappresentante permanente alle Nazioni Unite, incarico prestigioso ma lontano dal centro decisionale. Da allora Marco Rubio, segretario di Stato, ha assunto l’interim come consigliere per la sicurezza nazionale. Ha drasticamente ridotto il personale del Consiglio per la sicurezza nazionale, limitando la capacità della struttura di riunire le agenzie federali per elaborare le politiche in modo coordinato. Le decisioni più rilevanti vengono prese direttamente alla West Wing da Trump e da una cerchia ristretta di consiglieri, senza un processo di pianificazione strategica riconoscibile. Questo ha lasciato funzionari e agenzie impreparati ad affrontare sia la guerra in Iran sia altre crisi: nessuno ha gli incentivi, né gli strumenti istituzionali, per agire autonomamente. Il risultato è un governo che spesso reagisce agli eventi più che anticiparli – il contrario di ciò che una competizione strategica di lungo periodo richiederebbe.</p>
<p><i>Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. </i><a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/"><i>Qui</i></a><i> per iscriversi.</i></p>
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<title>La vocazione di un terreno</title>
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La viticoltura rimarrà solo nelle aree vocate a questa coltivazione, dispendiosa e onerosa in termini economici e di impegno lavorativo, dove i capricci climatici ci sono e ci saranno ma saranno attenuati dall’autorevolezza del territorio
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/01/1-pexels-francesco-ungaro-20769138.jpg?x35970" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/01/1-pexels-francesco-ungaro-20769138.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/01/1-pexels-francesco-ungaro-20769138-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/01/1-pexels-francesco-ungaro-20769138-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/01/1-pexels-francesco-ungaro-20769138-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/01/1-pexels-francesco-ungaro-20769138-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Ormai da anni mi interfaccio con i contadini e più nello specifico con i viticoltori, quelli di campo, quelli che la mattina alle cinque si alzano per fare un trattamento o per eseguire tutti i lavori e le operazioni necessarie alla produzione dell’uva e quindi del vino. Mai come negli ultimi periodi ho però riscontrato così tanta preoccupazione e “lamentele”.</p>
<p>Non fraintendetemi, la categoria tende a lamentarsi spesso, a volte anche senza un vero motivo, ma questa volta il disagio è tangibile e credo motivato, anche se purtroppo in ritardo sui tempi…</p>
<p>Come spesso succede, infatti, l’agricoltura soffre di una cronica idiosincrasia e distacco dal mercato: detta in parole povere, l’agricoltura è un mondo lento, pachidermico, che mal si adatta e mal si accoppia alla volubile volatilità dei mercati. In pratica, il mercato cambia rapidamente ma l’agricoltura fatica a reggere il passo.</p>
<p>Ma torniamo all’agricoltore di cui sopra. Una chiacchierata con uno di loro, giovane, molto giovane, mi ha regalato un ulteriore spunto di riflessione. Il viticoltore in questione è giovane ma ancorato anima e corpo a un sistema viticolo e contadino di tipo cooperativistico, cooperazione che funziona, per carità, ma pur sempre un sistema che ha “insegnato” ai contadini a non pensare, a farsi guidare e in alcuni casi – più semplicemente – a obbedire.</p>
<p>Il giovane “viticooperativista” che segue anche gli appezzamenti di una mia consulenza mi chiama per un problema in uno dei suoi vigneti privati, che riguardano cioè il conferimento dell’uva alla cooperativa: il problema è la permanenza dell’acqua sul piano di campo per oltre due mesi, con il conseguente deperimento delle viti a causa di asfissia radicale. Non conoscendo il suo vigneto gli chiedo di geolocalizzarlo, scopro così che il vigneto in questione si trova in una zona denominata “Paludi” (Palù in dialetto): come spesso accade si capisce sempre molto dai vecchi toponimi delle zone agricole. Indago per un po’, il giovane è fortunato e ha ancora con sé il padre e soprattutto il nonno ormai quasi novantenne, quindi prima di affrontare possibili soluzioni gli chiedo di ragionare e di pensare alla storia di quel luogo. Per tutta risposta salta fuori che la vigna in quella zona è proprio storia recente, infatti consiste in quell’appezzamento da circa vent’anni, prima c’erano meleti decisamente più resistenti al freddo e ai ristagni idrici, prima ancora si parlava di colture annuali come il mais e prima ancora del tabacco e altre colture a rotazione.</p>
<p>Dopo questo ragionamento siamo passati ad analizzare il problema attuale: negli ultimi anni, grazie all’aumento delle remunerazioni medie per l’uva da vino, la zona è stata vitata sempre più intensamente, ignorando però i sistemi di fossi e canali che erano presenti per drenare l’acqua in eccesso e ignorando il fatto che il piano di campagna è pericolosamente vicino al livello idrico della falda acquifera, che in caso di piogge intense si alza fino a sommergere letteralmente il vigneto e quindi creare il problema che ha generato tutto il ragionamento.</p>
<p>E la soluzione? La soluzione rapida purtroppo non esiste, non ci sono trattamenti miracolosi per permettere alle viti di “respirare” meglio, la soluzione potrebbe essere quella di ricostruire dei canali per drenare l’acqua in eccesso per pomparla via, ma via dove? Nuovamente nella falda, che rimarrebbe comunque alta, imponendo sostanzialmente di pompare via l’acqua costantemente in un sistema “cane che si morde la coda”!</p>
<p>E quindi? Quindi la soluzione potrebbe essere quella di interrogarsi, e qui nasce il mio stupore perché il giovane viticoltore era sostanzialmente d’accordo con me, e capire se quel vigneto ha veramente senso di esistere in quel luogo, oppure in un mondo in cronico eccesso produttivo e in calo dei consumi di vino non avesse più senso dedicare quel pezzo di terra ad altre colture complementari alla viticoltura. Colture che creino impiego nei tempi “morti” della coltivazione della vite, colture che permettano una gestione idrica più sensata o che resistano meglio in caso di ristagni prolungati.</p>
<p>E qui sta il nocciolo della questione. Quello che è successo a Bordeaux, con migliaia di ettari spiantati e molti che verranno spiantati nel prossimo futuro, <a href="https://www.linkiesta.it/2024/06/francia-del-vino-in-crisi/" target="_blank" rel="noopener">ma anche in molte altre zone viticole</a>, è solo il segnale premonitore di un mondo in cambiamento rapido, a cui la viticoltura “da reddito” mal si adatta. Bisogna analizzare e capire che la viticoltura rimarrà parte integrante solo delle zone e delle aree vocate a questa coltivazione, dispendiosa e onerosa in termini economici e di impegno lavorativo, dove i capricci climatici ci sono e ci saranno ma saranno attenuati dall’autorevolezza del territorio, dalla mano dell’uomo e dalla propensione di quel pezzo di terra alla coltura che più vi si adatta. Sarà un processo difficile e troppo lento per salvare economicamente tutte le aziende agricole che vi si sono buttate negli ultimi anni di boom dei consumi e <em>appeal</em> del vino, ma sarà un processo irreversibile e duraturo.</p>
<p>In sostanza: manteniamo la vigna dove ha senso di esistere, beviamo meno, va bene, ma beviamo meglio e quando ci troviamo davanti a una carta dei vini pensiamo che ha un senso pagare di più non per ingrassare i conti di aziende con poca sostanza e troppo <em>storytelling</em>, ma ha senso pagare di più per sostenere il lavoro in vigna in zone davvero vocate, anche se magari difficili da coltivare, difficili da raggiungere oppure semplicemente perché in quella vigna ci si mette veramente moltissimo impegno.</p>
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<title>Meloni sa che Orbán è dannoso per l’Italia, ma il richiamo della foresta è troppo forte</title>
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Trump, Putin e la Cina puntano alla rielezione del sovranista ungherese, e a indebolire l’Europa. Un disegno che ci danneggia, ma la premier non riesce a distaccarsi dalle sue radici ideologiche
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23806082-large.jpg?x35970" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23806082-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23806082-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23806082-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23806082-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23806082-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Due ragioni animano le potenze antidemocratiche contro l’Unione europea.<br>
La prima: ogni reiezione e denigrazione del liberalismo rafforza la loro convinzione ideologica e la loro propaganda. Questo vale per tutti e tre i Paesi: una dittatura comunista, una autocrazia, una potenza atlantica al bivio fra democrazia e autocrazia. Quando un governo europeo eletto — per quanto spregiudicato — declama che la democrazia liberale è un modello esaurito, che i diritti individuali sono un lusso occidentale, che la sovranità nazionale conta più di qualsiasi vincolo istituzionale, fa un regalo enorme a Pechino, a Mosca, e all’ala più radicale dell’amministrazione Trump.</p>
<p>La seconda ragione appartiene più specificamente a Russia e Usa — mentre la Cina, per ora, resta alla finestra con pazienza strategica — ed è più concreta, più pericolosa: indebolire l’Unione europea, aprire fratture al suo interno, trasformare la confederazione in un conglomerato di Stati senza spina dorsale, destinati a rifluire in un passato di odi nazionalisti e a confluire in una condizione di sudditanza politica ed economica nei confronti di due predatori.</p>
<p>Il predatore numero uno è l’attuale amministrazione Trump. Non si tratta più, come ai tempi del primo mandato, di una presidenza caotica e imprevedibile che guardava all’Europa con fastidio e diffidenza. Questa volta c’è una visione, per quanto rozza e pericolosa: l’America come potenza egemone planetaria, senza alleati da rispettare né istituzioni multilaterali da onorare. L’Europa, in questa visione, non è un partner: è un ostacolo. Ostacolo alle pretese di mano libera nei dazi, negli investimenti, nell’approvvigionamento delle materie prime, nella ridefinizione delle sfere d’influenza. Un’Europa unita e coesa può rispondere, resistere, negoziare. Un’Europa spezzettata in Stati litigiosi, ciascuno pronto a trattare separatamente con Washington per strappare qualche privilegio, è infinitamente più manovrabile. Viktor Orbán è, in questo quadro, il grimaldello ideale: un leader europeo che si vanta di essere il migliore amico di Trump nel Vecchio Continente e usa quella amicizia come leva per bloccare decisioni comuni, sabotare sanzioni, sfilacciare il consenso.</p>
<p>Il predatore numero due è la Russia di Putin — non quella contingente di un uomo al potere da un quarto di secolo, ma quella che si autorappresenta come “Russia eterna”, con una missione storica che travalica le generazioni. Putin sogna la restaurazione, almeno parziale, degli spazi imperiali — zaristi prima, sovietici poi — sulla parte orientale e nordica di un’Europa che in quei sogni appare come terra di conquista culturale e politica prima ancora che militare. Per Mosca, Orbán non è solo un alleato tattico: è la prova vivente che la russofilia può attecchire nel cuore dell’Europa comunitaria, che il filo che lega Budapest a Mosca non è mai stato del tutto reciso, che l’influenza russa può rientrare in Europa non solo dai carri armati ma dai voti.</p>
<p>In questo scenario, la Cina osserva, calcola, e aspetta. Pechino non ha fretta. Sa che un’Europa divisa è un’Europa più permeabile ai suoi investimenti, alle sue infrastrutture, alla sua penetrazione tecnologica. Non ha bisogno di agitarsi: sono sufficienti le divisioni altrui.</p>
<p>Qua da noi Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno espresso, già da tempo, il loro sostegno a Orbán. Ma i due casi sono molto diversi. Salvini è una figura meschina della commedia all’italiana: uno sbruffone che si drappeggia da sovranista in casa ma è sempre in cerca dell’approvazione e del sussidio del potente di turno fuori. Appoggiarsi al più forte gli viene naturale. Su Meloni la domanda è più seria: chi glielo fa fare?</p>
<p>Meloni ha dimostrato, nel corso del suo governo, una capacità di navigazione europea non prevedibile. Ha tenuto la linea sul sostegno all’Ucraina. Ha gestito con equilibrio i rapporti con Bruxelles su dossier difficili. Ha capito — e lo ha detto, con parole sempre più esplicite — che l’Italia non ha nulla da guadagnare da un’Europa debole. Un Paese con il nostro debito pubblico, con la nostra dipendenza dai mercati internazionali, con la nostra storia di crisi valutarie, non può permettersi di scommettere contro le istituzioni che la proteggono. Lo sa Meloni. Lo sa il suo ministero dell’Economia. Lo sa chiunque abbia mai gestito i conti pubblici italiani. E allora, che cosa ancora la trattiene dal prendere le distanze da Orbán in modo netto e definitivo?</p>
<p>La risposta va cercata nella sua cultura identitaria? È da scommetterci. Orbán appartiene alla famiglia politica da cui Meloni proviene e in cui si è formata. Rompere con lui significa rompere con una parte di sé, con una narrativa, con una rete di relazioni consolidate. Significa forse anche perdere una sponda nel dibattito interno alla destra italiana, dove il celodurismo ha ancora peso e fascino.</p>
<p>Ma i costi di questa ambiguità crescono. Ogni volta che l’Italia appare esitante sulla questione ungherese — ogni voto rinviato, ogni condanna smorzata, ogni dichiarazione di solidarietà che suona come una copertura — il segnale che arriva ai partner europei è preoccupante. E quel che è peggio, il segnale che arriva a Mosca e a Washington è incoraggiante: l’Italia è separabile dalle nazioni più forti, è manovrabile, è disponibile a qualche forma di neutralità.</p>
<p>L’interesse nazionale italiano è tutt’altro: un’Europa forte, coesa, capace di parlare con una voce sola nelle trattative commerciali con gli Stati Uniti, nella gestione dei flussi migratori, nella difesa comune, negli investimenti infrastrutturali, un’Europa in cui l’Italia conti — e può contare, per peso demografico, economico e culturale — molto di più di quanto conterebbe da sola. Meloni sembra averlo compreso ma non interiorizzato. Le conviene restare a metà del guado?</p>
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<title>La guerra cambia la vita degli italiani, e Meloni non ha una soluzione</title>
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La sconfitta politica al referendum e il caos in Medio Oriente hanno messo a nudo i limiti della maggioranza, chiusa su sé stessa e senza interlocutori. Il governo non ha carte da giocarsi e non pensa di coinvolgere l’opposizione
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="854" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/donhu-rickerby-yyiryrm9cnq-unsplash.jpg?x35970" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/donhu-rickerby-yyiryrm9cnq-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/donhu-rickerby-yyiryrm9cnq-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/donhu-rickerby-yyiryrm9cnq-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/donhu-rickerby-yyiryrm9cnq-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/donhu-rickerby-yyiryrm9cnq-unsplash-1200x801.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La guerra è vicina, bomba o non bomba. È penetrata nei cervelli, dunque è tra noi che aspettiamo gli ultimatum. E produce effetti diretti sulla condizione degli italiani. Ritornano gli incubi del Covid. Il lockdown energetico è certo meno tragico di quell’altro. E tuttavia si preannuncia una lunga estate calda nelle forme di un’austerity improvvisa: già adesso i cittadini sono colpiti dagli aumenti dei prezzi e sanno che andrà sempre peggio. Probabilmente dovranno sopportare le targhe alterne e l’uso razionato dei condizionatori. Sono incerti se prenotare o meno le vacanze, gli aerei, gli alberghi.</p>
<p>Questo mix di insicurezza psicologica e odiosi effetti pratici sta caratterizzando la vita del Paese mille volte di più dell’austerity del 1973: quella fu persino romantica. Oggi invece il governo annaspa. Non dispone dell’autorevolezza necessaria né tanto meno di ricette valide. Per questo Giorgia Meloni dovrebbe chiedere aiuto alle opposizioni. In teoria, potrebbe evocare un clima di unità nazionale o persino aprire all’ipotesi di una nuova compagine di governo. Come minimo domani in Parlamento la premier ammorbidirà gli abituali toni polemici nei confronti delle opposizioni magari auspicando un clima di collaborazione di fronte alle difficoltà della situazione.</p>
<p>Non sarebbe strano se la presidente del Consiglio tendesse non una ma due mani in particolare al Partito democratico. Se facesse un discorso di responsabilità, e anche di modestia. Di autocritica. Ma non è da lei. E d’altra parte sarebbe troppo tardi. Una premier che in tre anni non ha mai aperto alle ragioni delle opposizioni su nulla (caso clamoroso, quel salario minimo, sbeffeggiato perché lo proponeva Elly Schlein: pare che il governo voglia introdurlo almeno per alcune categorie), non è nelle condizioni di pretendere oggi alcuna collaborazione. Neppure sulla legge elettorale, un problema distante anni luce dalla realtà sul quale finora hanno fatto tutto da soli.</p>
<p>Da tre anni la destra ha il Paese in mano, ha fatto e disfatto qualunque cosa in ogni ambito in nome della nazione. Per questo è inevitabile che lei sia costretta dalla sua autoreferenzialità a portare la croce lungo tornanti scoscesi senza potersela prendere con nessuno se non con sé stessa, con i suoi ministri e i suoi seguaci. E soprattutto con il suo faro ideologico, il fool della White House che tra le tante cose sta distruggendo la destra sovranista nel mondo – vedremo se domenica Viktor Orbán sarà ancora in piedi o se sarà il primo birillo a crollare.</p>
<p>Aveva pensato di essere molto furba, Meloni, con la formuletta «non condivido né condanno» la guerra di Trump nel Golfo, formuletta stranamente dimenticata da Guido Crosetto nella sua intervista al Corriere in cui è sembrato un pacifista scandinavo e non il ministro della Difesa italiano.</p>
<p>Dopo la batosta al referendum più politico degli ultimi anni, i partiti di governo sono allo sbando tra l’incertezza strategica di Forza Italia, l’inesistenza della Lega e lo squagliamento politico di Fratelli d’Italia e dei suoi capi. Gli scandali inseguono il partito di Andrea Delmastro e non è un complotto della perfida stampa se c’è una foto di Meloni con un pentito del clan Senese.</p>
<p>In questo quadro a traballare non è solo il povero ministro dell’Interno per vicende extrapolitiche, ma tutto il sistema: e mentre la destra si è chiusa nel proprio recinto, il Paese resta esposto, senza protezione e senza direzione. Se Meloni non ce la fa ci vorrebbe Mario Draghi, ma i partiti non ne hanno voglia, di esperimenti tecnici. Questa almeno è la percezione generale, a cominciare dal campo largo che, con tutti i problemi, ha chiara una cosa: non si può fare nessuna unità nazionale con Giorgia Meloni, una donna sola che non comanda più.</p>
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<title>Il ritratto di Sam Altman, e l’epoca che preferisce i riassuntini alle idee</title>
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Ronan Farrow ha scritto sul New Yorker un articolo celebrato come inchiesta epocale solo perché nessuno si è accorto che, in realtà, è il riassunto di un libro di 500 pagine pubblicato l’anno scorso
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>ritratto, Sam, Altman, l’epoca, che, preferisce, riassuntini, alle, idee</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23544649-small.jpg?x35970" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23544649-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23544649-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23544649-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23544649-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23544649-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Karen Hao compare una volta, in una parentesi a proposito della sorella probabilmente matta che ha accusato il fratello plutocrate d’averla molestata da piccola, nelle diciannove pagine di testo (più una di foto) che costituiscono l’articolo su Sam Altman <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2026/04/13/sam-altman-may-control-our-future-can-he-be-trusted" target="_blank" rel="noopener">uscito sul numero del New Yorker</a> di questa settimana.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/2020/12/moses-farrow-opinioni-dottrina/" target="_blank" rel="noopener">Ronan Farrow</a>, il più famoso dei due autori dell’articolo, dice che lui e Andrew Marantz (che diversamente da lui non ha il Pulitzer come prima riga della bio social) al pezzo hanno lavorato per un anno e mezzo, intervistando più di cento persone.</p>
<p>Pensa intervistare cento persone che ti devono svelare dettagli inediti della malvagità di Sam Altman, sul quale tutti avranno orrendità da dire in quanto ricco psicopatico (non è una notazione personale: non si diventa miliardari, in generale ma in particolare in quel settore, essendo sani di mente), e tuttavia non ottenere da questo anno e mezzo di lavoro un incipit convincente.</p>
<p>Pensa fare tutto questo lavoro e poi dover cominciare il tuo articolo nell’esatto modo in cui, un anno fa, Karen Hao cominciava il suo “Empire of AI” (mai tradotto in italiano, e ora capisco perché: se neanche un libro sull’uomo del momento ha avuto abbastanza lettori da rendere chiaro che questo articolo ne è un riassunto, forse la saggistica è diventata attuale come i maniscalchi).</p>
<p>Marantz e Farrow cominciano il loro pezzo – magnificato da tutti gli esponenti dei media di tutte le nazioni su tutti i social, raccontato come una sequela di scoop e il miglior giornalismo d’inchiesta degli ultimi anni – con la scena che costituiva il prologo di “Empire of AI”.</p>
<p>È il novembre del 2023, ChatGPT esiste da un anno, OpenAI è stata valutata a novanta miliardi di dollari, e Altman è a Las Vegas per vedere la Formula 1 (che non si era mai tenuta lì prima, e quindi era una gara che aveva richiamato molto pubblico famoso da Rihanna a David Beckham: questo dettaglio lo prendo dal libro della Hao, perché Farrow si dev’essere imbarazzato a ricopiare proprio uguale).</p>
<p>Si collega in video col consiglio di cui è amministratore delegato, quello di OpenAI, e i quattro su cinque connessi gli dicono che da quel momento non è più in carica. Hao prima e Farrow dopo usano il verbo «licenziare», che fa abbastanza ridere, perché Altman di quell’azienda è il proprietario. Comunque: lo fanno fuori dal cda.</p>
<p>Segue ribellione degli impiegati che minacciano di andarsene con lui a Microsoft, segue la rivolta più breve che il mondo del lavoro abbia mai visto: quattro giorni dopo, Altman è già di nuovo al suo posto. Lo slogan che si sono inventati per difenderlo e far pesare le minacce d’andarsene è particolarmente interessante: OpenAI è niente, senza la sua gente.</p>
<p>La ragione per cui la gente sui social pensa che la gente che ha scritto l’articolo del New Yorker stia svelando cose che non si sapevano già è che “Empire of AI” è un libro di quasi cinquecento pagine. Le venti pagine di articolo del New Yorker in confronto sono un bigino, e non possono che vincere, nell’epoca in cui abbiamo abolito la fatica.</p>
<p>ChatGPT, l’invenzione di OpenAI che ha fatto di Altman uno che improvvisamente superava in fama gli Zuckerberg e i Musk, è l’attrezzo al quale giorno dopo giorno si appaltano sempre più cose, la principale delle quali è: la brutta fatica di pensare.</p>
<p>Nei contratti editoriali ci sono clausole che dicono che non ti farai scrivere il libro dall’intelligenza artificiale, e a me sembra folle che ci debbano essere, ma quando poi non ci sono finisce che gli editori si ritrovano a ritirare i libri che si scoprono scritti dall’IA (c’è appena stato un caso in America, oltretutto d’un libro comprato da un editore dopo l’autopubblicazione).</p>
<p>È difficile da spiegare a chi di mestiere non scrive, ma: pensare è un atto fisico. Se delego a qualcun altro la composizione di questa paginetta, non saprò mai cosa penso di questa vicenda. Lo scopro scrivendo. Farsi scrivere un libro o un articolo o anche solo una mail dall’intelligenza artificiale è l’equivalente di dire «di mestiere voglio fare il centravanti, ma non mi va di giocare a calcio» (siamo solo ad aprile e mi sono già giocata la mia annuale similitudine calcistica).</p>
<p>In “Platone nella Silicon Valley” (Ponte alle grazie, esce tra un paio di giorni), Simone Regazzoni racconta del ministro dell’Istruzione che in Grecia dispone che nei licei si adoperi l’intelligenza artificiale. Ieri sul Corriere Massimo Ammaniti raccontava della Norvegia, degli allievi rimbecilliti dopo che avevano consegnato a tutti un tablet. Ed era prima che il tablet pensasse per loro: già solo privarli dello sforzo di coordinare mani e pensiero li aveva resi intellettualmente meno vivi, figuriamoci ora.</p>
<p>Naturalmente queste cose che sto scrivendo sono il perfetto screenshot per darmi della vecchia rincoglionita che fa battaglie di retroguardia (in neolingua: boomer), perché nessuna istanza è più impopolare di quella che dice che la fatica è fondamentale, che senza fatica non impari niente, senza fatica non migliori, senza fatica non cresci. Che non è l’intelligenza artificiale che è niente senza i suoi impiegati: sono i risultati che sono niente senza sforzo. Di nuovo Regazzoni: «Allenare il corpo non significa solo allenare la nostra fisicità, la forza fisica, ma significa allenare, attraverso la fatica, una parte precisa del nostro animo che non potremmo allenare altrimenti».</p>
<p>Credo che un danno pari a quello dell’introduzione dell’intelligenza artificiale lo stia facendo solo la commercializzazione delle <a href="https://www.linkiesta.it/2024/10/wegovy-ozempic-saxenda/" target="_blank" rel="noopener">punture per dimagrire</a>, e il loro inquadramento filosofico (da parte di Oprah Winfrey e a discendere di tutti i comunicatori minori) come illuminanti disvelamenti della mancanza di connessione tra forza di volontà e dimagrimento. Non è colpa tua se sei grasso: ti hanno mentito, non è perché mangi una teglia di lasagne invece d’un piatto di verdure bollite, è perché hai il cervello da obeso contro il quale non puoi vincere, e noi siamo qui per dirti che non devi più sforzarti, che è una vessazione chiederti di sacrificarti, siamo qui a dirti che la forza di volontà non esiste ed esiste invece l’industria farmaceutica.</p>
<p>Non devi più aver voglia di scrivere per fare lo scrittore, non devi più aver voglia di sbatterti a stare a dieta per essere una persona più magra di quanto la natura ti abbia concesso d’essere: c’è una soluzione a pagamento per tutto. Non devi più aver voglia di leggere un libro per sapere di Sam Altman: c’è un articolo che ti dà in comodi bocconcini la sinossi delle sue peripezie; non devi aver voglia neanche di leggere l’articolo: le parti salienti te le forniranno i social in comodi screenshot. Cosa potrà mai andar storto.</p>
<p>Altman ha avuto due mentori. <a href="https://www.linkiesta.it/2025/07/intervista-peter-thiel-new-york-times/" target="_blank" rel="noopener">Uno è Peter Thiel</a>, il più cattivo dei trumpiani della Silicon Valley, nonché l’uomo nell’idromassaggio del quale Altman avrebbe incontrato l’uomo che poi ha sposato (dettaglio migliore del pezzo di Farrow). L’altro si chiama Paul Graham, ed è il fondatore di Y Combinator, azienda che ha aiutato a nascere praticamente tutte le startup poi divenute colossi che tutti usiamo, da Dropbox a Airbnb, da Stripe a Reddit.</p>
<p>Graham ha smentito la ricostruzione di Farrow di come Altman è stato allontanato da YC: dice che loro non l’hanno licenziato, gli hanno solo chiesto di scegliere tra YC e OpenAI. C’è una sua frase riportata sia nel libro della Hao che nel pezzo del New Yorker. Dice che Altman lo potresti paracadutare su un’isola di cannibali, tornare dopo cinque anni, e trovare che è il loro re. Continuo a pensarci perché continuo a chiedermi se sia quella cosa che una volta chiamavamo carisma, o se dipenda dall’essere a forma di intelligenza artificiale: così compiacente persino nei confronti dei cannibali che alla fine non ti mangiano.</p>
<p>Ci sono due cose particolarmente bislacche che Ronan Farrow attribuisce a fonti anonime. Sono accomunate dall’essere due cose insensate, per cui ti aspetteresti che qualcuno, magari un Pulitzer, lo facesse notare a chi le dice. E invece niente: sarà che stiamo diventando tutti accondiscendenti come intelligenze artificiali.</p>
<p>La prima è che Altman avrebbe detto di non essere interessato ai soldi ma al potere. È una frase che può prendere per buona solo qualcuno la cui idea di potere sia il massone di Corrado Guzzanti. Quelli un po’ meno stolidi di così sanno che i soldi sono in cima alla gerarchia del potere. Un personaggio d’una serie che andava di moda anni fa, “Billions”, si chiedeva quale fosse il punto di avere abbastanza soldi da mandare a fare in culo tutti se poi non mandavi mai a fare in culo nessuno: c’è un potere più alto di quello di poter mandare a fare in culo chiunque?</p>
<p>L’altra frase è una descrizione di Altman che fa così: «Ha due caratteristiche che non sono praticamente mai presenti nella stessa persona: un forte desiderio di compiacere gli interlocutori, e una mancanza quasi sociopatica di preoccupazione per quelle che sono le conseguenze dell’ingannare qualcuno».</p>
<p>A parte che sembra la descrizione di Mia Farrow che farebbe qualunque tifoso di Woody Allen, in che senso sono caratteristiche che di solito non coesistono? Non esiste un bugiardo patologico che non le abbia entrambe: per essere il paese che ha fatto della psicanalisi un oggetto pop, mi sembrate parecchio impreparati sul funzionamento della psiche.</p>
<p>O forse è andata così: che questo tizio ha osservato Altman, ha notato che come tutti i bugiardi mente per farti contento e mente con altrettanta disinvoltura per farti fuori, e ha detto a ChatGPT: a me non pare mica normale. E quella, più mancante di contraddittorio d’un giornalista d’inchiesta, ha risposto: hai ragione, sei proprio un raffinato osservatore. Vuoi che ti elenchi cinque modi in cui capire se lo psicopatico che hai di fronte è proprio psicopatico? Questo tuo intuito filosofico è niente, senza un elenco numerato.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/sam-altman-new-yorker-riassunti-intelligenza-artificiale/">Il ritratto di Sam Altman, e l’epoca che preferisce i riassuntini alle idee</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>I data center del Golfo sono diventati un bersaglio militare</title>
<link>https://www.eventi.news/i-data-center-del-golfo-sono-diventati-un-bersaglio-militare</link>
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<description><![CDATA[ 
Gli attacchi iraniani negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain dimostrano che le strutture che ospitano i server sono ormai obiettivi sensibili in un conflitto. E l’illusione di una rete “immateriale” si è definitivamente incrinata
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>data, center, del, Golfo, sono, diventati, bersaglio, militare</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="736" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ismail-enes-ayhan-lvzjvw-u9v8-unsplash.jpg?x35970" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ismail-enes-ayhan-lvzjvw-u9v8-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ismail-enes-ayhan-lvzjvw-u9v8-unsplash-300x173.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ismail-enes-ayhan-lvzjvw-u9v8-unsplash-1024x589.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ismail-enes-ayhan-lvzjvw-u9v8-unsplash-768x442.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ismail-enes-ayhan-lvzjvw-u9v8-unsplash-1200x690.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Per l’Iran i data center di Amazon Web Services, Google Cloud e Microsoft Azure nei Paesi del Golfo sono obiettivi militari legittimi. Ospitano migliaia di server su cui passano anche funzioni militari e di intelligence statunitensi: in guerra, il cloud non può essere considerato un luogo neutrale. Missili e droni di Teheran <a href="https://siliconcanals.com/sc-n-drone-strikes-on-gulf-data-centers-reveal-a-5-trillion-infrastructure-vulnerability-no-one-planned-for/" target="_blank" rel="noopener">hanno già colpito</a> infrastrutture negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain, causando interruzioni nei servizi finanziari e nelle piattaforme digitali, bloccando servizi ai cittadini dei due Paesi.</p>
<p>Questi attacchi arrivano nel mezzo di una scommessa economica gigantesca per gli Stati del Golfo, che negli ultimi anni hanno investito miliardi per trasformarsi in hub globali dell’intelligenza artificiale. È una strategia di diversificazione. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dal petrolio e puntare su data center, cloud e capacità di calcolo come nuova infrastruttura dello sviluppo. Energia abbondante, capitale sovrano e partnership con le Big Tech americane dovevano fare del Golfo una piattaforma globale dell’intelligenza artificiale.</p>
<p>La guerra ha incrinato questa ambizione. Perché ha dimostrato che quelle stesse infrastrutture sono anche vulnerabilità strategiche. I data center non sono più solo asset economici: sono entrati nello spazio del conflitto. E nel momento in cui vengono colpiti o anche solo minacciati, salta la premessa su cui si reggeva il progetto: costruire un hub tecnologico globale in una regione instabile, ma percepita come sicura. «La nuvola», <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/se-i-missili-colpiscono-la-nuvola/" target="_blank" rel="noopener">ha scritto</a> il mese scorso Gabriele Carrer su Strategikon, «non è più un altrove immateriale»: è un’infrastruttura critica, esposta come un porto o una centrale elettrica.</p>
<p>Il problema è il modo in cui si è creata questa vulnerabilità. I grandi data center sono sistemi <i>dual use</i>, da lì passano informazioni civili e funzioni militari. Gli stessi server che gestiscono pagamenti o dati sanitari possono elaborare informazioni per la logistica o l’intelligence. Così la distinzione tra edifici civili e militari sfuma, si appiattisce. Ed è su questa ambiguità che si muove l’Iran: se un’infrastruttura contribuisce allo sforzo bellico, allora può essere colpita. Teheran legge e interpreta le condizioni delle <a href="https://www.fedlex.admin.ch/eli/cc/1951/300_302_297/it" target="_blank" rel="noopener">Convenzioni di Ginevra</a>, sfruttandone le zone grigie.</p>
<p>In una puntata della sua newsletter, Jesse Marks, Associate Director for Middle East and China at Edelman Global Advisory, <a href="https://jessemarks.substack.com/p/what-the-iran-war-means-for-gulf" target="_blank" rel="noopener">scriveva</a> che l’ambizione del Golfo di diventare un hub globale dell’intelligenza artificiale è inseparabile dalla stabilità della regione. E quella stabilità può collassare in poche ore. Gli enormi data center costruiti negli ultimi anni sono progettati per essere efficienti, ma difficilmente sono difendibili militarmente. Un singolo attacco può distruggere hardware, interrompere servizi e colpire direttamente la capacità di uno Stato di funzionare a pieno regime.</p>
<p>Il paradosso è che per attrarre investimenti e competere su scala globale, i Paesi del Golfo hanno costruito infrastrutture sempre più visibili e integrate. Ma questa stessa visibilità le rende più esposte. E la loro integrazione con i sistemi americani le inserisce dentro il perimetro del conflitto.</p>
<p>Alcuni Paesi dell’area stavano provando a cambiare anche la narrazione che li circondava con il loro sfot power. Per attirare investitori stranieri stavano cercando di trasmettere l’immagine di un territorio capace di restare stabile mentre il resto del Medio Oriente continuava a muoversi da una guerra all’altra. Ma, questa bolla sicura, <a href="https://foreignpolicy.com/2026/04/02/iran-war-gulf-data-centers-ai-technology/" target="_blank" rel="noopener">come l’ha chiamata Foreign Policy</a>, è scoppiata con il deflagrare del conflitto in Iran.</p>
<p>L’intelligenza artificiale richiede quantità enormi di energia, capitale e infrastrutture – elementi che il Golfo può offrire meglio di quasi chiunque altro. Per questo, nonostante la guerra, gli investimenti continuano ad arrivare, almeno per ora. <a href="https://restofworld.org/2026/gulf-war-data-center-risks/" target="_blank" rel="noopener">Anche perché le soluzioni esistono</a>: si possono distribuire i dati su più regioni, costruire sistemi ridondanti, spostare parte dell’infrastruttura fuori dalle aree più esposte, creare “data embassies” in Paesi più sicuri. Ovviamente sono soluzioni costose, che rendono gli investimenti meno sostenibili, o banalmente meno appetibili.</p>
<p>Per anni il Golfo ha costruito la propria ricchezza su infrastrutture fisiche esposte, come pozzi, raffinerie, oleodotti. Storicamente questi sono bersagli sensibili, da difendere con misure di sicurezza ad hoc. L’intelligenza artificiale doveva rappresentare una rottura con quel paradigma. Ma non è così.</p>
<p>Per anni si è dato per scontato che il cloud fosse, per definizione, immune agli attacchi fisici – o quasi. Adesso invece ci stiamo rendendo conto di quanto sia simile ad altre risorse fondamentali. Dall’inizio del conflitto le attenzioni del mondo sono concentrate sullo Stretto di Hormuz, uno dei principali chockepoint globali da cui transitano non solo petrolio e gas. Ma da lì passano anche cavi sottomarini da cui dipende una parte significativa del traffico dati globale. Un data center senza connettività serve a poco: e questo significa che la vulnerabilità non riguarda solo le strutture fisiche, ma l’intera rete che le attraversa.</p>
<p>A rendere il problema ancora più complesso è la scala degli investimenti in corso. Secondo diverse stime, l’infrastruttura globale necessaria a sostenere l’intelligenza artificiale richiederà migliaia di miliardi di dollari nei prossimi anni. Una parte significativa di questa espansione riguarda proprio il Golfo, che ha puntato sulla combinazione di energia abbondante e capitale sovrano per attrarre <i>hyperscaler</i> e startup. Questa concentrazione è il cuore del nuovo modello economico, ma anche ciò che lo espone di più.</p>
<p>La risposta più immediata è quella di distribuire il rischio. Non affidarsi più a un singolo grande data center, ma replicare i dati in più regioni, costruire architetture decentralizzate, diversificare le sedi. In teoria, è la soluzione più solida. In pratica, è anche la più costosa e complessa: richiede più infrastrutture, più energia, più coordinamento. E introduce inefficienze che il settore tecnologico ha sempre cercato di evitare.</p>
<p>Resta però un punto fondamentale. Più l’intelligenza artificiale diventa centrale per l’economia e per la sicurezza, più le sue infrastrutture diventano obiettivi sensibili. E più si intrecciano con funzioni militari, più perdono la protezione implicita che le accompagnava quando erano percepite come strutture puramente civili.</p>
<p>È un passaggio che segna un prima e un dopo. Non solo per il Medio Oriente, ma per l’intero sistema tecnologico globale. Perché quello che sta emergendo nel Golfo è, in fondo, un’anticipazione di ciò che potrebbe accadere altrove: la trasformazione del cloud da piattaforma invisibile a terreno di scontro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/data-center-iran-guerra/">I data center del Golfo sono diventati un bersaglio militare</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il mondo del fitness sta cambiando la socialità</title>
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Tra community, social e nuovi format come wellness party e soft clubbing, negli eventi sportivi come Hyrox le giovani generazioni cercano tanto la connessione quanto la competizione
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/pexels-ardit-mbrati-216809103-16966304.jpg?x35970" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/pexels-ardit-mbrati-216809103-16966304.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/pexels-ardit-mbrati-216809103-16966304-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/pexels-ardit-mbrati-216809103-16966304-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/pexels-ardit-mbrati-216809103-16966304-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/pexels-ardit-mbrati-216809103-16966304-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Dal 21 al 25 ottobre 2026 il brand tedesco Hyrox salirà a bordo della Mein Schiff 4 per la prima </span><i><span>Hyrox Cruise</span></i><span>, una crociera pensata come una vacanza per la community globale che ruota attorno alla competizione sportiva. Il programma prevede sei sessioni di allenamento al giorno, clinic tecniche, ospiti e una gara allestita in mare. </span></p>
<p><span>Il brand nasce in Germania nel 2017. È una gara che combina otto chilometri di corsa intervallati da otto stazioni di workout funzionale: </span><i><span>sled push</span></i><span>, </span><i><span>sled pull</span></i><span>, </span><i><span>burpees broad jump</span></i><span>, </span><i><span>rowing</span></i><span>, </span><i><span>farmer carry</span></i><span>, </span><i><span>sandbag lunges</span></i><span>, </span><i><span>wall balls</span></i><span>. Il format è identico in ogni città del mondo e consente ai partecipanti di confrontare i tempi, replicare la prova, inseguire il miglioramento personale.</span></p>
<p><span>Le quote di iscrizione oscillano tra i settanta e i centoventi euro, a cui si aggiungono viaggio e soggiorno. Il costo reale per un weekend di gara è molto più alto: secondo stime riportate dalla BBC, un atleta può arrivare a spendere tra le cinquecento e le mille sterline tra trasporti, alloggio e iscrizione. L’onerosità dell’evento non ha però frenato la partecipazione. </span><span>«</span><span>Preferirei comunque spendere i miei soldi in questo modo piuttosto che in serate alcoliche o in qualsiasi altro modo in cui puoi sprecare somme simili senza ottenere nulla</span><span>», scrive un utente in una conversazione su Reddit</span><span>.</span><span>Nel 2018 i partecipanti </span><a href="https://www.gym-flooring.com/blogs/stats-hub/hyrox-stats" target="_blank" rel="noopener"><span>erano seicento</span></a><span>, e negli anni il numero degli appassionati è progressivamente cresciuta. Si stima che nel 2025 siano stati 1,5 milioni gli atleti e le atlete coinvolti nelle competizioni sportive. Anche in Italia il format è diventato popolare, con i numeri delle iscrizioni raddoppiati in soli due anni: a Torino nel 2025 i partecipanti</span><a href="https://www.menshealth.com/it/news/a63647994/hyrox-torino-record-risultati/" target="_blank" rel="noopener"><span> sono stati </span></a><span>più di novemila. </span></p>
<p><span>Crescono anche le palestre riconosciute dal circuito che offrono programmi dedicati, attrezzature e istruttori specializzati. Secondo Crossmag, una delle più note riviste italiane dedicata al mondo del crossfit e del fitness funzionale, a inizio 2023 le palestre affiliate erano circa ottocento, e sono arrivate a quota 2.700 a fine anno. L’anno successivo hanno superato le cinquemila unità. Oggi si stima che nel mondo siano più di 15.000 i centri di allenamento per Hyrox.</span></p>
<p><span>Negli Stati Uniti, </span><a href="https://www.nytimes.com/2026/04/04/well/move/hyrox-race-competition.html" target="_blank" rel="noopener"><span>racconta</span></a><span> il New York Times, le liste d’attesa per le competizioni sportive Hyrox contano migliaia di persone. L’evento di New York ha triplicato le partecipazioni in un anno, passando da 15.000 a 50.000 iscritti, con partecipanti di età compresa tra i 16 e gli 85 anni. Se all’inizio l’evento attirava atleti molto allenati, oggi la platea include anche neofiti, in linea con il messaggio diffuso dalla tagline di Hyrox “</span><i><span>The Fitness Competition for Every Body</span></i><span>”, “la competizione sportiva per ogni corpo”.</span></p>
<p><span>A sostenere il successo di questo evento sono i social media. Secondo Sport Business Academy, nel 2025 le ricerche online legate a Hyrox </span><a href="https://sportbusinessacademy.eu/hyrox-la-disciplina-ibrida-che-sta-rivoluzionando-il-fitness-competitivo/" target="_blank" rel="noopener"><span>sono cresciute </span></a><span>del 233 per cento e l’hashtag #HYROX su TikTok ha superato i 55 milioni di visualizzazioni. I social raccolgono resoconti di gara, schede di allenamento, analisi dei risultati e della performance, consigli alimentari e meme. Secondo Fernando Loureiro, esperto di marketing sportivo, è proprio la personalizzazione dell’esperienza attraverso i canali dei singoli utenti a distinguere l’evento dalle più classiche competizioni sportive. «Mentre le sponsorizzazioni sportive tradizionali creano aspirazione attraverso la distanza, con gli atleti d’élite come ideale irraggiungibile, Hyrox crea questa aspirazione attraverso la prossimità», </span><a href="https://www.campaignasia.com/article/how-hyrox-built-a-140-million-brand-by-turning-fitness-into-a-marketing-engine/4e54pyk8ar2jnvq376ctm8y4xz" target="_blank" rel="noopener"><span>ha raccontato </span></a><span>Loureiro a Campaign Asia </span><span>rivista e piattaforma di informazione specializzata sul settore del marketing, della pubblicità, dei media e della comunicazione</span><span>. «Rende qualcosa di raggiungibile. Ti metti nei panni di influencer, celebrità e atleti professionisti».</span></p>
<p><span>Ma il successo si lega anche all’identità costruita dal brand nel tempo. «C’è una tribù a cui appartenere», spiega una consulente fitness al New York Times. Hyrox non è solo una gara, ma una categoria in cui riconoscersi. Secondo Fernando Louriero il successo dell’evento dipende in gran parte dal design dell’iniziativa, collocandosi all’incrocio tra sport, cultura e partecipazione, «il che gli consente di espandersi molto più rapidamente rispetto ai modelli di fitness tradizionali».</span></p>
<p><span>L’ascesa di Hyrox si inserisce in un fenomeno più ampio, che riguarda la crescente popolarità delle iniziative legate al fitness e al benessere, soprattutto tra i più giovani. Alcune ricerche citate dalla BBC, da CivicScience e Strava mostrano come la generazione Z sia la più disposta a spendere per l’attività sportiva.</span></p>
<p><span>Per una parte dei partecipanti, Hyrox sostituisce le abitudini precedenti: meno uscite serali, più allenamenti, viaggi per gare e ritiri. Cambia anche la socialità: secondo alcuni dati riportati dalla piattaforma di eventi Eventbrite, gli incontri per persone “</span><i><span>sober curious</span></i><span>” – persone che </span><span>mettono in discussione il proprio consumo di alcol e il ruolo che questo svolge nella propria vita –</span> <a href="https://www.eventbrite.com/blog/press/newsroom/the-new-nightlife-gen-zs-soft-clubbing/" target="_blank" rel="noopener"><span>sono aumentati </span></a><span>del 92 per cento, un segnale della popolarità di format che uniscono benessere, musica e comunità. In questo contesto crescono i </span><i><span>wellness party</span></i><span> e il </span><i><span>soft clubbing</span></i><span>. I primi sono eventi ibridi che uniscono musica, allenamento, recupero e relazioni in orari diurni, spesso senza alcol. Il fenomeno è forte a Madrid e si sta diffondendo anche a Londra e Berlino. Il soft clubbing rilegge invece  l’idea di discoteca in chiave salutista: si balla, si beve poco o nulla, si scelgono orari anticipati, con dj set mattutini affiancati da respirazione, stretching e meditazione. </span></p>
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<title>La scappatoia di Trump per non riconoscere di aver perso la guerra in Iran</title>
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La tregua di due settimane con la Repubblica islamica serve alla Casa Bianca come via d’uscita da un’aggressione insensata, il cui obiettivo paradossalmente è diventato quello di aprire lo Stretto di Hormuz, che è stato chiuso proprio a causa dell’intervento militare americano
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="907" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24308546-large.jpg?x35970" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24308546-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24308546-large-300x213.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24308546-large-1024x726.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24308546-large-768x544.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24308546-large-1200x850.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1">Nel mondo magico della post-falsità trumpiana, Donald Trump può rivendicare di aver concluso un accordo temporaneo, di due settimane, per riaprire lo Stretto di Hormuz, che però era perfettamente aperto prima che Trump cominciasse la guerra all’Iran.</p>
<p class="p1"><span class="s1">La Repubblica islamica, per quanto decapitata ai suoi vertici, ha dimostrato invece di saper resistere alla potenza di fuoco israelo-americana e di avere tenuto il controllo dello Stretto dimostrando di poter far male a tutto il mercato globale dell’energia. Gli ayatollah superstiti escono rafforzati dalla guerra e si portano a casa anche un allentamento delle sanzioni petrolifere. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Siamo tornati dunque al punto di partenza pre bellico, e vai a sapere per quale motivo nel frattempo siano stati uccisi migliaia di iraniani, e per cosa siano morti o rimasti feriti numerosi soldati americani. Senza considerare le centinaia di miliardi di dollari americani bruciati in una guerra che due cronisti del New York Times proprio ieri hanno </span><span class="s1"><a href="https://www.nytimes.com/2026/04/07/us/politics/trump-iran-war-takeaways.html?smid=nytcore-ios-share" target="_blank" rel="noopener">raccontato</a> essere cominciata senza che nessuno all’interno dell’Amministrazione, tranne l’isolazionista JD Vance, avesse avuto il coraggio di dire a Trump quello che invece diceva nei corridoi, e cioè che il progetto delineato da Netanyahu a uso e consumo del credulone Trump era una «farsa» (come ha ha detto il capo della Cia John Ratcliffe) o, peggio, una «stronzata» (parola di Marco Rubio). </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tra gli altri risultati della guerra per riaprire lo stretto che era già aperto ma che è stato chiuso dalla guerra, l’ex consigliere di Obama Ben Rhodes ha ricordato che le ambasciate e le basi statunitensi in Medio Oriente sono state gravemente danneggiate, e che la posizione degli Stati Uniti nel mondo è stata ulteriormente compromessa. I prezzi dell’energia sono aumentati ovunque, le Borse hanno perso, Putin si è rafforzato e si è arricchito, mentre gli ucraini sono stati abbandonati al loro destino, un destino di resistenza, coraggio e orgoglio al punto che sono riusciti a non capitolare nonostante l’abbandono americano. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Insomma, Trump ha perso la guerra in ogni modo possibile, come ha scritto Timothy Snyder, moralmente, legalmente, politicamente, economicamente, reputazionalmente e anche strategicamente. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A parte questo, la campagna iraniana di Trump è stata un successo. In ogni caso tra due settimane si ricomincerà con bombardamenti, ultimatum e richieste di tregua, oppure mister Taco (Trump always chicken out) scapperà ancora una volta come un coniglio dalle sue bravate da bullo per dedicarsi alla prossima «farsa» e a una qualche nuova «stronzata».</span></p>
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<title>Dopo Trump, preparatevi a sentire parlare di «sovranismo reale»</title>
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La destra italiana ha promosso senza riserve le stesse ricette e sostenuto gli stessi leader, ora non provi a fare finta di niente, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311091-large.jpg?x35970" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311091-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311091-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311091-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311091-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311091-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Domanda: cos’hanno in comune il leader della destra nazional-populista americana Donald Trump, il leader della destra nazionalista-illiberale ungherese Viktor Orbán (dal quale il vicepresidente americano Jd Vance si è appena precipitato per offrire sostegno in vista delle elezioni di domenica prossima), il leader della coalizione di governo più a destra e più schiacciato su posizioni etno-nazionaliste nella storia di Israele, Benjamin Netanyahu (al fianco del quale, per non dire al traino, gli Stati Uniti hanno scatenato la guerra in Iran)? E cosa li lega ai leader dell’estrema destra populista e nazionalista del resto del mondo, con tutte le loro differenze e peculiarità, dall’iperliberista argentino Javier Milei agli iperstatalisti delle democrazie illiberali e filoputiniane dell’est Europa, passando per il peculiare miscuglio di statalismo con gli amici e liberismo con i nemici dei sovranisti italiani? Cosa tiene insieme l’allegra brigata del Board of Peace (scommetto che ve ne eravate già dimenticati)?</p>
<p>Risposta: tutto. O almeno tutto quello che conta: valori, idee, progetti e prospettive. Un intero vocabolario comune, un unico e ricchissimo repertorio di slogan, teorie del complotto, capri espiatori e punti di riferimento ideologici, dalla sostituzione etnica alle trame di George Soros, dall’antieuropeismo all’ostilità verso la scienza, il multilateralismo, il diritto internazionale e ogni altra organizzazione pretenda di sottrarre la vita collettiva alla pura e semplice legge del più forte.</p>
<p>Sembra quasi che ogni cento anni il mondo abbia bisogno di mettere alla prova questo genere di ricette, misurare direttamente la profondità dell’abisso in cui sono in grado di precipitarci, come fosse una sorta di gigantesco e sanguinoso vaccino. Eppure, ogni volta, c’è sempre qualcuno che si ostina a negare l’evidenza, o che davvero stenta a riconoscerla, accecato dalle proprie fissazioni e idiosincrasie: c’è il liberale sinceramente inorridito davanti alla follia di Trump per cui però Israele non può mai avere torto, e dunque neanche Netanyahu; c’è il liberista sinceramente indignato tanto dalla follia di Trump quanto dalla barbarie delle guerre infinite di Netanyahu per cui però Milton Friedman non può mai essere in errore, e dunque nemmeno Milei; ci sono persino fior di intellettuali (e anche meno intellettuali) elettori e militanti della sinistra che sotto sotto continuano a preferire Trump a Biden e ai democratici in generale, in quanto nemici della Russia, per una sorta di dissonanza cognitiva che ha trasformato Vladimir Putin, il capo del regime fascista e ultratradizionalista russo, nell’ennesimo apostolo della rivoluzione.</p>
<p>Ma c’è una famiglia politica, quella della destra sovranista, che anche in Italia ha sposato senza riserve e sostenuto in ogni modo possibile Trump, il suo movimento e l’intera internazionale illiberale (è di poche settimane fa il video in cui Giorgia Meloni si unisce a tutti i gentiluomini di cui sopra nel fare appello agli ungheresi perché rieleggano Orbán, il pupazzo di Putin che ha trasformato l’Ungheria nel paese più corrotto, più povero e più oppressivo dell’Unione europea).</p>
<p>Ora non si azzardino a raccontare storie, non provino a dirci che non sapevano, che non potevano immaginare, che non c’entrano niente: il gran casino mondiale che abbiamo davanti è la diretta conseguenza dell’affermarsi, in America e non solo, delle loro teorie, dei loro principi e dei loro alleati. Non ci provino anche loro con la storia che la ricetta era giusta, e sarebbe stata solo applicata male. Non c’è nessun nobile e incorrotto “sovranismo ideale” che sarebbe stato tradito dal “sovranismo reale” di Trump (vedrete che qualcuno adesso proverà a utilizzare anche questo vecchio trucco). Il caos che abbiamo davanti è l’effetto puro e semplice dell’applicazione su larga scala delle loro idee e dei loro slogan, da parte dei leader da loro stessi sostenuti e appoggiati. Non c’è più spazio per cercare scuse, ma solo per offrirle.</p>
<p><a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=9%3DIW9cK%26G%3D1%26J%3DGY2e%261%3DV1fDZ2%26Q%3DtOtL5_MQyb_XA_NcxP_XR_MQyb_WFS9R.lEzFiA5Oa.E6_MQyb_WFXLW6_NcxP_XRe4_NcxP_XRHeH1Ii-Om-8hA-1Mb7z-0-uJ-2Mo8x0m7-20r-HuOaHu6-m7-uG-rEoCi7yJ-dAxGa-B1MeO66-e-P4JpL1-AoN60_rweu_2l%26p%3D%26Ds%3DWCW2dG%26Os%3D7m6aXLW6fFe8fGe0ZI%26C%3D7cGcecF75an8b8G87XC0eaJY9AI6fXEae0Ce18I98XEWfbJ94dJa37C93bGbadma&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt"><i>Leggi anche l’articolo di Marco Taradash su questo tema</i><i></i></a></p>
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<p><i>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. </i><a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/"><i>Qui</i></a><i> per iscriversi.</i></p>
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<title>La Russia in Medio Oriente tra marginalizzazione diplomatica e guerra ibrida</title>
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<description><![CDATA[ 
Mosca resta ai margini dei principali processi diplomatici e tenta di capitalizzare la crisi sul piano economico e di influenzarla indirettamente attraverso il sostegno operativo all’Iran. Una strategia che riflette più adattamento che forza
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Russia, Medio, Oriente, tra, marginalizzazione, diplomatica, guerra, ibrida</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="876" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311044-large.jpg?x35970" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311044-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311044-large-300x205.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311044-large-1024x701.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311044-large-768x526.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24311044-large-1200x821.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La posizione della Russia in Medio Oriente continua a indebolirsi sul piano diplomatico, e sempre meno elementi suggeriscono che Mosca riesca a compensare davvero questa perdita. Il quadro che emerge dalle ultime dinamiche regionali è più sfumato della semplice narrativa del declino, ma non per questo meno problematico: la Russia appare progressivamente marginalizzata nei processi formali, mentre tenta di restare rilevante attraverso leve economiche e strumenti indiretti.</p>
<p>Negli ultimi mesi, il rafforzamento dell’asse tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha ridefinito gli equilibri regionali, relegando la Russia a un ruolo secondario. I tentativi del Cremlino di inserirsi nei meccanismi di gestione della crisi, inclusa la proposta di mediazione tra Washington e Teheran, non hanno prodotto risultati concreti. Il presidente Vladimir Putin si è visto respingere aperture diplomatiche, mentre altri attori, dal Regno Unito a diverse potenze regionali, hanno assunto un ruolo più visibile nelle iniziative negoziali.</p>
<p>A pesare è anche il contesto interno. La guerra in Ucraina continua a drenare risorse militari e politiche, riducendo la capacità di Mosca di proiettare potenza all’estero in modo credibile e sostenuto. Il risultato è una presenza ancora rilevante sul terreno, in particolare in Siria, ma sempre meno traducibile in influenza politica nei dossier chiave del Medio Oriente.</p>
<p>In questo contesto, le dichiarazioni del primo ministro Mikhail Mishustin sulle “opportunità economiche” generate dalla crisi regionale appaiono tanto significative quanto rivelatrici dei limiti russi. Secondo Mishustin, le interruzioni nelle catene di approvvigionamento globali potrebbero rafforzare le esportazioni russe di energia, grano e fertilizzanti, permettendo al Paese di capitalizzare sulla scarsità di risorse come urea, zolfo ed elio.</p>
<p>Ma questa narrativa ottimistica si scontra con una realtà più restrittiva. Il Cremlino è stato costretto a introdurre limitazioni all’export di benzina e fertilizzanti per contenere i prezzi interni, segnalando che la priorità resta la stabilità domestica, non l’espansione esterna. In altre parole, anche quando emergono opportunità, la Russia fatica a sfruttarle pienamente senza compromettere l’equilibrio interno. È un vincolo strutturale che riduce l’efficacia della leva economica e ne limita la traducibilità in influenza geopolitica.</p>
<p>A rendere il quadro ancora più controverso sono le accuse, riportate da fonti di intelligence ucraine e rilanciate da media internazionali, secondo cui Mosca starebbe fornendo supporto operativo all’Iran. In particolare, la Russia avrebbe condiviso immagini satellitari e dati sensibili per facilitare attacchi contro la navigazione commerciale nello Strait of Hormuz, uno snodo cruciale per il commercio energetico globale. La United Kingdom Maritime Trade Operations ha registrato decine di incidenti che hanno coinvolto navi civili dall’inizio della crisi, alimentando il timore di una crescente militarizzazione delle rotte marittime.</p>
<p>Se confermate, queste attività suggerirebbero non tanto una Russia irrilevante, quanto una Russia sempre più incline a operare al di fuori dei canali formali: meno diplomazia, più ambiguità strategica; meno mediazione, più sostegno indiretto a dinamiche di escalation. Una postura che non compensa la perdita di centralità, ma la rende più opaca e potenzialmente destabilizzante.</p>
<p>Il raggiungimento, nelle ultime ore, di una tregua temporanea di due settimane tra le parti coinvolte offre una finestra di de-escalation. Ma non altera le dinamiche di fondo. Piuttosto, rischia di congelarle, lasciando spazio a una competizione meno visibile ma non meno intensa, proprio il tipo di contesto in cui Mosca sembra oggi operare con maggiore agio.</p>
<p>Più che una potenza in ascesa o un attore ormai irrilevante, la Russia appare quindi come un player in difficoltà che tenta di adattarsi: esclusa dai tavoli principali, limitata nei margini economici, ma ancora disposta a influenzare il contesto attraverso strumenti indiretti. Una trasformazione che non segnala forza, quanto piuttosto l’incapacità di sostenere un ruolo centrale con mezzi convenzionali.</p>
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<title>Donald Trump e la tattica del penultimatum</title>
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Enrico Cisnetto dialoga con Eleonora Ardemagni, Giuseppe Sarcina e Stefano Stefanini
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<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 00:00:09 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Donald, Trump, tattica, del, penultimatum</media:keywords>
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<title>Rally: Lamonato rimanda il debutto 2026</title>
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<description><![CDATA[ Un importante infortunio costringe il pilota di Valdobbiadene a saltare l&#039;evento inaugurale dell&#039;atteso Trofeo Open, l&#039;imminente Val d&#039;Orcia. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 23:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Rally:, Lamonato, rimanda, debutto, 2026</media:keywords>
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<title>Ottimi consensi per NEOPERL a MCE 2026</title>
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<description><![CDATA[ La 44esima edizione di Mostra Convegno Expocomfort si è conclusa venerdì 27 marzo nel segno dell’entusiasmo. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 23:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Ottimi, consensi, per, NEOPERL, MCE, 2026</media:keywords>
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<title>Giornata Made in Italy al PRALC, workshop “Dai desideri ai progetti concreti”</title>
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<description><![CDATA[ Per il terzo anno consecutivo il MIMIT sceglie il PRALC per la Giornata Nazionale del Made in Italy: il &quot;saper fare&quot; alchemico tra eccellenza e innovazione.

L’evento di Anna Rosa Ferrari si conferma nel calendario ufficiale del Ministero con il percorso per trasformare i desideri in obiettivi concreti e nuove competenze. Sabato 18 aprile il workshop sensoriale gratuito che unisce arte olfattiva e formazione. Durante la settimana, da lunedì 13 a sabato 18, sarà attivo un set per la raccolta di video-testimonianze.  ]]></description>
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<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 23:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Giornata, Made, Italy, PRALC, workshop, “Dai, desideri, progetti, concreti”</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Nuovo-Disegno-OpenDocument-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Per il terzo anno consecutivo il MIMIT sceglie il PRALC per la Giornata Nazionale del Made in Italy: il "saper fare" alchemico tra eccellenza e innovazione.

L’evento di Anna Rosa Ferrari si conferma nel calendario ufficiale del Ministero con il percorso per trasformare i desideri in obiettivi concreti e nuove competenze. Sabato 18 aprile il workshop sensoriale gratuito che unisce arte olfattiva e formazione. Durante la settimana, da lunedì 13 a sabato 18, sarà attivo un set per la raccolta di video-testimonianze. ]]> </content:encoded>
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<title>Rally: Rigo Jr. raddoppia dal Val d’Orcia</title>
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<description><![CDATA[ Già leader del 4WD nel Campionato Italiano Rally Terra il giovane figlio d&#039;arte andrà a caccia di fortune anche nel neonato Trofeo Open. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 23:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Rally:, Rigo, Jr., raddoppia, dal, Val, d’Orcia</media:keywords>
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<title>Rally: Tonelli è pronto per il Val d’Orcia Storico</title>
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<description><![CDATA[ Vincitore dell&#039;edizione 2022 il tre volte tricolore, tra le regine posteriori del passato su terra, andrà a caccia del poker. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 23:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Rally:, Tonelli, pronto, per, Val, d’Orcia, Storico</media:keywords>
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<title>Mutui: in Friuli&#45;Venezia Giulia 130.000 euro la richiesta media (+3%)</title>
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<description><![CDATA[ Il 2026 si è aperto positivamente sul fronte dei mutui; secondo l’Osservatorio* Facile.it – Mutui.it, nei primi due mesi dell’anno l’importo medio richiesto in Friuli-Venezia Giulia è aumentato del 3% rispetto a dodici mesi fa, arrivando a 130.328 euro. Cresce anche il valore medio dell’immobile oggetto di mutuo, arrivato nel primo bimestre del 2026 a […] ]]></description>
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<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 23:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Mutui:, Friuli-Venezia, Giulia, 130.000, euro, richiesta, media, 3</media:keywords>
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<title>Giornata Mondiale della Salute: L’Italia vittima della “SINDROME DEL SUFFICIENTE”</title>
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<description><![CDATA[ Indagine Doctolib.it su 3.000 cittadini da 18 anni in su: solo il 4% si sente in ottima salute, il 45% soffre di ansia quotidianamente, il 28% dorme poco e male e il 27% degli under 35 si sente sopraffatto.
La psicologa Angela Persico avverte: “Ci siamo abituati a sopravvivere, non a stare bene. Stress, stanchezza e malessere diffuso vengono ormai considerati la norma. Donne e giovani i più colpiti” ]]></description>
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<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 23:00:11 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Giornata, Mondiale, della, Salute:, L’Italia, vittima, della, “SINDROME, DEL, SUFFICIENTE”</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/foto-x-cs-Doctolib-GM-Salute-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Indagine Doctolib.it su 3.000 cittadini da 18 anni in su: solo il 4% si sente in ottima salute, il 45% soffre di ansia quotidianamente, il 28% dorme poco e male e il 27% degli under 35 si sente sopraffatto.
La psicologa Angela Persico avverte: “Ci siamo abituati a sopravvivere, non a stare bene. Stress, stanchezza e malessere diffuso vengono ormai considerati la norma. Donne e giovani i più colpiti”]]> </content:encoded>
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<title>In Camargue per la festa dei gitani</title>
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<description><![CDATA[ Con I Viaggi di Giorgio alla scoperta dell’essenza della Francia del Sud ]]></description>
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<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 23:00:11 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Velocità in salita: per il ventennale Mancin torna sulla Saxo</title>
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<description><![CDATA[ In procinto di festeggiare i vent&#039;anni al volante il pilota di Rivà tornerà alle origini, rispolverando la francesina per puntare alla conquista del tricolore. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 23:00:11 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Mutui: nel Lazio quasi 154.000 euro la richiesta media (+1%)</title>
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<description><![CDATA[ Il 2026 si è aperto positivamente sul fronte dei mutui; secondo l’Osservatorio* Facile.it – Mutui.it, nei primi due mesi dell’anno l’importo medio richiesto nel Lazio è aumentato dell’1% rispetto a dodici mesi fa, arrivando a 153.693 euro. In calo l’età media dei richiedenti, che passa dai 42 anni dei primi due mesi del 2025 ai […] ]]></description>
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<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 23:00:11 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Senza Prigozhin, la Russia in Africa è meno visibile ma più pervasiva</title>
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Centralizzazione, disinformazione sofisticata e missioni militari più caute. Il nuovo modello di ingerenza dopo aver eliminato il fondatore del gruppo Wagner
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<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 17:00:05 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21141620-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21141620-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21141620-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21141620-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21141620-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21141620-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Quando lo scorso agosto il controspionaggio angolano ha arrestato due cittadini russi a Luanda con l’accuso di operazioni di destabilizzazione, i giornali africani seguirono la notizia. Quelli occidentali no. Gli arrestati erano legati alle strutture di Yegvgeny Prigozhin, il fondatore del gruppo Wagner, e avevano libri dal titolo esplicito: “Rivoluzioni colorate” e “Guerre sporche”. Un’istantanea della Russia contemporanea in Africa: presente, attiva, ma raramente ai titoli globali. È questo il tema centrale di un <a href="https://saiia.org.za/research/back-to-the-shadows-russias-african-security-engagements-since-prigozhin/">nuovo rapporto</a> del South African Institute of International Affairs di Johannesburg firmato da Ivan Klyszcz, ricercatore dell’International Centre for Defence and Security di Tallinn: dalla morte di Prigozhin nell’agosto 2023, la Mosca si è riorganizzata, centralizzando il controllo sulle sue operazioni africane e trasformandole in qualcosa di più sottile, meno visibile, più stato-centrica.</p>
<p>Durante l’era Prigozhin, cioè dal 2017 al 2023, gli ordini venivano da un oligarca con accesso diretto al leader russo Vladimiri Putin. I risultati erano chiaramente visibili: migliaia di mercenari Wagner in Libia e Repubblica Centrafricana, operazioni di influenza politica in diciotto Paesi, media informali che veicolavano la narrativa russa. Dopo Prigozhin, il Cremlino ha trasferito quell’apparato nelle mani dello Stato. Oggi, la propaganda africana russa risponde a <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/sergey-kiriyenko-l-uomo-che-cucina-le-elezioni/">Sergey Kiriyenko</a>, vice capo di staff presidenziale; le operazioni militari passano attraverso l’intelligence militare russa (Gru) e lo Stato maggiore; i finanziamenti provengono direttamente dal bilancio federale. È centralizzazione pura. Significa meno improvvisazione, più allineamento con le priorità di politica estera russa globale e – aspetto cruciale – una subordinazione al conflitto ucraino. Se la guerra consuma risorse, l’Africa ne soffre per prima.</p>
<p>La macchina della disinformazione si è sofisticata. L’African Initiative, tecnicamente un’agenzia stampa indipendente fondata nel 2023, coordina con le Russia House (rami culturali del Cremlino in 23 Paesi africani) e con RT/Sputnik. Non è più il caos delle operazioni mediatiche di Prigozhin. È un ecosistema: copertura culturale (le Russia House), legittimità di agenzie di stampa, contenuti per i media locali africani tramite accordi di <i>syndication</i>. Risultato: narrativa russa che arriva ai pubblici africani attraverso canali che paiono locali e neutrali.</p>
<p>Il passaggio più interessante riguarda il militare. Meno Kidal, meno Tinzawaten. Le operazioni del tipo Wagner – centinaia di operatori che influenzano conflitti attraverso la forza – sono in declino. Il nuovo modello privilegia addestramento di forze locali, protezione di élite e raccolta di intelligence. Più discreto. Meno costoso. Meno rischioso sul piano della reputazione dopo i fallimenti in Mali. Più allineato con un esercito russo già spremuto dall’Ucraina. Lo scambio è quello tra visibilità strategica e sostenibilità tattica: il Cremlino sa che non può permettersi disfatte militari pubbliche; preferisce muscoli dietro le quinte.</p>
<p>Klyszcz sottolinea però il rischio di <i>blowback</i>. La propaganda russa, sofisticata, può fracassarsi quando scoperta. Il caso Alabuga Start – programma russo che reclutava donne africane promettendo formazione, ma in realtà le inviava a produrre droni per la guerra – ha generato scandali in Botswana, Zimbabwe, Malawi e Sudafrica. Le operazioni militari russe, intanto, hanno reputazione pessima per disciplina e responsabilità. I rapporti indicano abusi contro le minoranze, come i fulani in Mali. Questo logora i governi locali che cooperano con Mosca.</p>
<p>Lo scenario aperto rimane complesso. Se la guerra ucraina si stabilizza su un livello meno intenso, il Cremlino potrebbe dirottare risorse verso l’Africa per consolidare la propria posizione: meno grandi battaglie, più controllo duraturo su governi strategici. Viceversa, sconfitta seria in Ucraina più pressione africana su cooperazione (per non diventare teatro di proxy), e Mosca si ritrae: l’Africa diventa margine sacrificabile di una guerra globale che il Cremlino sente già persa altrove.</p>
<p>Per ora, il modello post Prigozhin tiene. Centralizzato, sotto copertura, professionale. Ma fragile. Dipende da due cose: dalla resistenza ucraina e dall’agenzia africana. Se gli africani, come stanno iniziando a fare, chiedono conto di disinformazione e abusi, Mosca avrà un problema.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/senza-prigozhin-il-cremlino-in-africa-ora-fa-il-lavoro-in-casa/">Senza Prigozhin, la Russia in Africa è meno visibile ma più pervasiva</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il ritorno al gusto segna la fine della cucina spettacolo e autoreferenziale</title>
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Dopo anni di sovraesposizione mediatica il cibo torna a parlare un linguaggio semplice: vuol dire mettere il gusto al centro di tutto, non per nostalgia, ma perché è giusto così
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<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 17:00:05 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/rod-long-avhkek0tloq-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/rod-long-avhkek0tloq-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/rod-long-avhkek0tloq-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/rod-long-avhkek0tloq-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/rod-long-avhkek0tloq-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/rod-long-avhkek0tloq-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il futuro dell’enogastronomia non nasce mai all’improvviso. Avanza in silenzio, modulando abitudini, modificando le scelte di ogni giorno, trasformando la spesa, le cucine domestiche, le tavole dei ristoranti. Il 2026, osservato attraverso le lenti dei grandi report internazionali e delle pratiche quotidiane, non promette rivoluzioni improvvise: racconta invece una metamorfosi lenta e profonda, una maturazione del nostro rapporto con il cibo. È come se cercassimo, tutti insieme, un nuovo equilibrio tra piacere e cura, tra memoria e scoperta, tra concretezza e desiderio.</p>
<p><strong>Il ritorno alla sostanza</strong><br>
La prima grande direzione è una ricerca di concretezza. Dopo anni di sovraesposizione mediatica e di ossessione per la performance alimentare, il cibo torna a parlare un linguaggio semplice. È una reazione al N 200 201 Pianeta Pianeta troppo: troppi impiattamenti, troppe etichette, troppe promesse, troppe formule salvifiche. E allora il gusto, quello vero, prova a prendersi di nuovo la scena. Non come vezzo nostalgico, ma come gesto responsabile: riconoscere che il piacere può essere sano, che la tradizione può convivere con la modernità, che la semplicità può essere un valore.</p>
<p>A questa esigenza risponde anche la sorpresa dei piatti pronti d’autore, che puntano sulla qualità. Sono la fotografia più chiara del nostro tempo: vite frenetiche, competenze culinarie variabili, desiderio di mangiare bene senza aggiungere peso alla gestione quotidiana. È un compromesso intelligente, capiremo se davvero sarà anche sano, e sostenibile sul lungo periodo.</p>
<p><strong>Nostalgia e scoperta: i due poli del gusto globale<br>
</strong> Il 2026 si muove tra due movimenti opposti e complementari. Da un lato il bisogno di comfort, di sapori che rassicurano, che riconosciamo, per far fronte all’insicurezza globale. Dall’altro la voglia di viaggiare con il palato, di scoprire contaminazioni, intrecci culturali, ibridazioni coraggiose. Nascono così gli abbinamenti swicy (l’unione delle parole inglesi sweet e spicy), gli acidi creativi che pungono la lingua, le spezie mediorientali che entrano nei piatti quotidiani, i brodi profondi che profumano di mondi lontani. È la “grande fusione”, la Big Fusion che unisce Mediterraneo, Asia, Americhe e Africa in un’unica grammatica gastronomica. Non è più la fusion modaiola degli anni Duemila: è un linguaggio nuovo, nato dall’incontro reale tra comunità e migrazioni, dovuto alle seconde generazioni che sono il risultato di questa sintesi. E che porta con sé una domanda importante: come custodire le identità senza rinunciare all’apertura verso l’altro? La risposta starà nella misura. In quella capacità tutta artigiana di mettere in dialogo, senza forzature, ciò che viene da lontano e ciò che definisce un territorio. Un esercizio delicato, per far convivere tradizioni profonde e curiosità contemporanee e creare così i nuovi classici del futuro.</p>
<p><strong>Sostenibilità come nuova normalità<br>
</strong> C’è poi una consapevolezza che attraversa ogni tendenza, ogni scelta, ogni gesto. La sostenibilità non è più un angolo narrativo: è la condizione minima per essere credibili. Sostenibilità che finalmente non è più solo ambientale, ma anche di filiera, di persone, di accessibilità, di storytelling virtuoso e non artefatto. Lo sanno bene le aziende che lavorano sul locale, sulle filiere corte, sui prodotti stagionali, su un progetto di credibilità che sia autentico e non solo raccontato. Il 2026 sarà ricordato come l’anno in cui sostenibilità e qualità non saranno più due discorsi separati: perché finalmente proveremo ad avere prodotti validi e sostenibili ma definitivamente buoni e non punitivi.</p>
<p><strong>Il gusto come esperienza personale</strong><br>
Accanto alle grandi tendenze collettive emergono comportamenti individuali che ridisegnano il mercato. Il cibo, come quesi tutto il resto, deve diventare solo nostro, e la personalizzazione è ormai una realtà. È il trionfo dell’espressività: ognuno costruisce il proprio sapore, quasi fosse un autoritratto edibile. È anche l’effetto di una generazione — la Gen Z — abituata a leggere il cibo come linguaggio. Non importa solo cosa si mangia, ma come lo si mostra, come lo si vive, come si condivide. E questo vale anche nei ristoranti, sempre più chiamati a essere luoghi in cui esperienza e narrazione devono procedere insieme.</p>
<p><strong>La ristorazione che cambia</strong><br>
Se il cibo cambia, cambia anche il mestiere di chi lo prepara. I ristoratori devono interpretare un presente complesso: affrontare costi crescenti, costruire comunità online, accogliere ospiti che pretendono trasparenza e coerenza, ridisegnare menu adatti a nuove sensibilità dietetiche, culturali, etiche. È un equilibrio difficile. Ma anche un’opportunità: tornare a fare della cucina un atto culturale, una pratica che dice qualcosa sul mondo, non basta più offrire solo un servizio, ma serve un racconto coinvolgente. Rimangono le difficoltà del 2025: scarsità di personale, affitti sempre più alti, costi degli ingredienti alle stelle. Come si risolve? Puntando su un altrove fatto di provincia, di locali di servizio, con piatti concreti che rispondano al bisogno di uscire a cena per non cucinare a casa, mangiando cose rassicuranti che ci portino indietro nel tempo, ma con la consapevolezza di oggi. Buoni, fatti bene con tecniche contemporanee, con materie prime di filiera a un costo accettabile. Magari anche ben raccontate e instagrammabili, per chiudere un cerchio che passa sempre di più dalla comunicazione. L’imperativo? Non far pagare al cliente il prezzo della propria creatività.</p>
<p><strong>Sete di novità<br>
</strong> Anche nel settore delle bevande, il mondo sta decisamente cambiando strada. Intanto, il mondo non sarà più diviso in acqua e vino, ma in acqua, vino e altro. E in questo nuovo universo ci sarà spazio per una serie infinita di bevande nutraceutiche ma buone, in grado di accompagnare il pasto in modi coerenti, fatte bene e con potenzialità aromatiche sempre più ampie. Dalla kombucha al proxy, spazio alle contaminazioni. Il vino vivrà un anno di attesa, per capire meglio che cosa fare del suo futuro: dopo il crollo della narrazione del vino naturale, dopo gli scandali dei vini fatti in cantina, si cerca una strada che vada verso una produzione responsabile, nel grande e nel piccolo. Più attenzione al suolo, vero artefice del cambiamento insieme al clima, meno interventi dell’uomo, più realismo senza eccessi. Per far diventare questo grande protagonista della tavola italiana uno strumento che racconti il territorio e non le velleità degli enologi.</p>
<p><strong>Un gusto che assomiglia a noi</strong><br>
Le tendenze del 2026 non ci dicono soltanto cosa mangeremo. Ci raccontano chi siamo. Siamo più prudenti, ma ancora capaci di desiderio. Siamo più consapevoli, ma non disposti a rinunciare al piacere. Siamo attratti dal nuovo, ma custodiamo il passato. Siamo frenetici, ma in cerca di significato. Il gusto che verrà non sarà solo una lista di ingredienti o sapori, ma l’immagine più sincera delle nostre contraddizioni. Una tavola apparecchiata con ciò che scegliamo, ciò che sogniamo, ciò che ancora non abbiamo il coraggio di cambiare. Il cibo come perfetta metafora del reale, il tema dove leggere il futuro prima che arrivi.</p>
<p><em>Questo è un articolo del numero di </em><em>Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, <a href="https://store.linkiesta.it/prodotto/linkiesta-magazine-04-25-scenari-2026/" target="_blank" rel="noopener">ordinabile qui.</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/il-ritorno-al-gusto-segna-la-fine-della-cucina-spettacolo-e-autoreferenziale/">Il ritorno al gusto segna la fine della cucina spettacolo e autoreferenziale</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Le minacce ibride mettono in crisi le democrazie più delle guerre tradizionali</title>
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Le risposte alla guerra informatica hanno bisogno di una strategia che coinvolga tutta la società, integrando i civili nella pianificazione della difesa e della sicurezza nazionale
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<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 17:00:05 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anita-denunzio-sbf-6gx6u5w-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anita-denunzio-sbf-6gx6u5w-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anita-denunzio-sbf-6gx6u5w-unsplash-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anita-denunzio-sbf-6gx6u5w-unsplash-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anita-denunzio-sbf-6gx6u5w-unsplash-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/anita-denunzio-sbf-6gx6u5w-unsplash-1200x900.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>low Horses, su Apple TV+, è ormai una serie cult anche tra i non appassionati di spy story. Racconta le vicende di un’unità di reietti del servizio di sicurezza britannico MI5 guidata da uno sciatto e volgare Jackson Lamb interpretato da Gary Oldman. La quinta stagione è basata su un manuale di destabilizzazione che compare nel teaser della quarta. Cinque i passaggi: compromettere un agente; attaccare il villaggio; bloccare i trasporti; controllare i media; assassinare un leader populista. Si tratta di un vecchio manuale britannico, di quella che viene definita political warfare, che un gruppo ostile ha ripreso e adattato al XXI secolo con l’obiettivo di vendicarsi per quanto Londra ha fatto nei confronti dei loro connazionali.</p>
<p>Ecco cosa s’inventa l’organizzazione per controllare i media. Attenzione: spoiler, ma piccolo eh (se vuoi, salta al prossimo paragrafo). Mentre Londra è nel caos, quello vero, i media sono concentrati su una strage di pinguini allo zoo compiuta da un tossico indipendente che aveva lasciato un thermos che conteneva, a sua insaputa, dell’esplosivo per avere in cambio una dose di droga; a reclutarlo un uomo del gruppo che vuole destabilizzare la città.</p>
<p>Interferenze elettorali, sabotaggi delle infrastrutture critiche e disinformazione. Ma anche attacchi informatici, utilizzo dell’immigrazione come “arma” e coercizione economica. In Europa si parla di minacce ibride. Negli Stati Uniti di foreign malign influence (influenza straniera maligna). Nell’Indo-Pacifico si opta per gray zone tactics (tattiche da zona grigia). Si tratta di tattiche caratterizzate da gradualità e dispersione, che rendono difficile identificare una campagna ibrida in quanto il singolo elemento ha un impatto immediato limitato. E ciò genera una forte asimmetria, a partire dal capitale politico richiesto al difensore per denunciare e affrontare una campagna ibrida, specie se raffrontato all’economicità della stessa per l’attaccante.+</p>
<p>Han, che governò la Cina per duecento anni prima della nascita di Cristo e altrettanti dopo, tali attività sono da tempo parte integrante della competizione internazionale. È quanto emerge da uno studio del professor Marco Wyss dell’Università di Lancaster e del professore associato Samuël Kruizinga dell’Università di Amsterdam che quest’anno diventerà il volume “The Grey Zone: In Between War and Peace” per la Oxford University Press.</p>
<p>Al cuore del loro studio c’è una distinzione. Da una parte il concetto di hybrid warfare, che è l’uso concertato e multimodale di tattiche convenzionali e non. Qui torna utile l’acronimo Dimefil, che indica i poteri a disposizione di uno Stato sovrano: diplomatico (D), dell’informazione (I), militare (M), economico (E), finanziario (F), di intelligence (I) e di mantenimento dell’ordine pubblico e del rispetto della legge (L-Law Enforcement). Dall’altra parte c’è la zona grigia, ovvero quello spazio e quel tempo tra guerra e pace dove queste tattiche vengono attuate. La confusione, sostengono Wyss e Kruizinga, indebolisce le risposte strategiche e dottrinali.</p>
<p>Gli autori osservano che il concetto di zona grigia nasce da politici, ricercatori e studiosi occidentali per descrivere le attività di Russia e Cina. I quali dimenticano che spesso anche le potenze occidentali vi hanno fatto ricorso. Basti pensare alle guerre di religione francesi nel XVI secolo o all’impero coloniale portoghese nella sua fase finale nel XX secolo. O ancora, per arrivare ai giorni nostri, ai conflitti cyber e alle rivalità nell’Artico. Ma una novità contemporanea esiste. Anzi, due. Per la prima volta dal secondo dopoguerra, le democrazie occidentali si trovano di fronte a rivali sistemici capaci di schierare risorse economiche e militari paragonabili alle loro: le autocrazie, o dittature che dir si voglia.</p>
<p>L’esempio più evidente è la Belt and Road Initiative, resa possibile dalla straordinaria crescita economica della Cina. Inoltre, la rivoluzione digitale ha aperto fronti di vulnerabilità prima impensabili: infrastrutture ed economie occidentali sono oggi esposte a interferenze remote e difficili da attribuire. E nell’universo online, disinformazione e operazioni di influenza amplificano la competizione globale, che ormai si gioca anche – e sempre di più – su terreni immateriali come quello cognitivo.</p>
<p>In uno scenario segnato da competizione tra modelli di governance e campagna ibride, le autocrazie partono evidentemente in vantaggio, potendo mobilitare ogni strumento a disposizione dello Stato in maniera rapida, economica e soprattutto senza i pesi e contrappesi delle democrazie. E non solo: le libertà di queste ultime rappresentano l’obiettivo migliore delle tattiche nella zona grigia. Per esempio, sarebbe sbagliato pensare che una campagna di disinformazione crei polarizzazione: infatti, si “limita” a sfruttarla e alimentarla. Un’altra asimmetria è misurare queste tattiche, e dunque valutarne gli impatti immediati. Il rischio, in questo caso, è che una comunicazione sbagliata non faccia che alimentare la campagna stessa.</p>
<p>Qualche numero c’è. Ad agosto, il think tank britannico International Institute for Strategic Studies ha pubblicato un rapporto sui sabotaggi russi contro le infrastrutture critiche europee, quasi quadruplicate dal 2023 al 2024, da nove a trentatré, e undici nel solo primo semestre dell’anno scorso. In molti casi c’è il problema dell’attribuzione dell’attacco all’attaccante, che fa di tutto per rendere questo processo più difficile. A questo servono, per esempio, i legami tra l’intelligence militare russa e la criminalità organizzata, specie dopo il giro di vite dei Paesi europei nei confronti delle spie di Mosca che operavano sotto copertura diplomatica.</p>
<p>Ma ciò che viaggia online è anche più difficile da identificare, contrastare, misurare e attribuire. Il Digital Services Act, approvato dall’Unione europea nel 2022 ed entrato in vigore due anni più tardi, è una prima risposta a questo problema specifico: impone alle piattaforme trasparenza tecnica, obbligando accesso ai dati, introducendo audit obbligatori e rendendo visibile la catena di amplificazione delle campagne. Come abbiamo potuto vedere in questi due anni, non è la soluzione alla disinformazione. E non può esistere qualcosa di simile neppure contro le minacce ibride in generale. A meno di non decidere di venire meno alle libertà delle democrazie e dunque, di fatto, cedere alle autocrazie.</p>
<p>Ciò su cui sembra ormai esserci un ampio consenso in Occidente contro le minacce ibride è la necessità di una strategia che sia prima whole-of-government ma anche whole-of-society, coinvolgendo sia tutti gli attori istituzionali sia il resto della società. Come osservano Wyss e Kruizinga, le minacce della zona grigia hanno un impatto sia sulla sfera militare sia su quella civile. Le forze convenzionali, spiegano, restano un tassello imprescindibile: garantiscono la superiorità nei vari livelli di escalation e, allo stesso tempo, costituiscono la cornice dentro cui si muovono le attività nella zona grigia.</p>
<p>Ma i civili non sono soltanto target, sono anche partecipanti attivi. Per esempio attraverso la disinformazione, il sabotaggio o lo sviluppo della resilienza. Per questo, possono – e devono, secondo gli esperti – essere integrati nella pianificazione della difesa e della sicurezza nazionale. Il Digital Services Act è un esempio di un nuovo approccio, visto che chiede ai privati di giocare un ruolo più attivo e responsabile. Lo stesso si può dire del National Security Act 2023 approvato dal governo britannico, che introduce nuove misure contro lo spionaggio, le ingerenze politiche e i sabotaggi. Tra queste, c’è un Foreign Influence Registration Scheme, che ricorda il Foreign Agents Registration Act approvato dal Congresso degli Stati Uniti nel 1938, per regolamentare le attività di influenza politica da parte di Stati stranieri.</p>
<p>In Italia si segnalano, per quanto riguarda la collaborazione pubblico-privato sulle infrastrutture critiche, diverse intese, tra cui il memorandum firmato nell’estate 2022, cioè pochi mesi dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, tra Marina Militare e Sparkle per la protezione dei cavi di telecomunicazione sottomarini. Sul piano della governance, in parlamento giacciono proposte, come la nascita di un’agenzia per la guerra cognitiva in stile Svezia (avanzata dal senatore Enrico Borghi di Italia Viva) o la creazione di uno scudo democratico per favorire la condivisione di informazioni tra le agenzie di sicurezza nazionali (presentata da Azione).</p>
<p>Ma anche, proposta dal senatore Lorenzo Guerini del Partito democratico, presidente del Copasir, l’istituzione di un Consiglio di sicurezza nazionale per dotare il Paese di una Strategia di sicurezza nazionale per colmare un doppio divario – quello del comitato e quella del documento – rispetto a tutti gli altri Stati membri del G7.</p>
<p>Senza dimenticare che l’ultima riunione dell’anno scorso del Consiglio supremo di difesa convocato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva in agenda, sin dalla convocazione, il tema «minacce ibride con riferimento anche alla dimensione cognitiva e alle possibili ripercussioni sulla sicurezza dell’Unione europea e dell’Italia», con la presentazione di un non-paper da parte del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Iniziative e proposte la cui presenza stessa raccontano l’urgenza di affrontare la questione.</p>
<p>Lo stesso accade in Europa con la proposta di uno Scudo europeo per la democrazia presentata dalla Commissione europea a novembre. Fate presto, ma senza velleità di aver trovato una bacchetta magica per un fenomeno che allo stesso tempo sfrutta e mina le fondamenta delle democrazie liberali.</p>
<p><em>Questo è un articolo del numero di </em><em>Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, <a href="https://store.linkiesta.it/prodotto/linkiesta-magazine-04-25-scenari-2026/" target="_blank" rel="noopener">ordinabile qui.</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/autocrazie-disinformazione-zona-grigia-societa-aperte/">Le minacce ibride mettono in crisi le democrazie più delle guerre tradizionali</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>L’informazione è l’altro, decisivo, campo di battaglia</title>
<link>https://www.eventi.news/linformazione-e-laltro-decisivo-campo-di-battaglia</link>
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L’Europa deve smettere di inseguire e cambiare il parametro che permette alla minaccia di perpetuarsi, ovvero la soglia di reazione: oggi è troppo alta
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<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 17:00:05 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-gong-izrq870yjo8-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-gong-izrq870yjo8-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-gong-izrq870yjo8-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-gong-izrq870yjo8-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-gong-izrq870yjo8-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-gong-izrq870yjo8-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La guerra non si combatte solo con carri armati, fanteria e missili, o almeno non più. Da anni l’Europa è bersaglio di una guerra ibrida condotta dalla Russia, e non solo, che mira a destabilizzare le democrazie dall’interno attraverso la disinformazione, la manipolazione dei social media, l’uso di bot e deepfake, l’interferenza nei processi elettorali e la polarizzazione dell’opinione pubblica. Non si tratta solo di diffondere notizie false, ma di minare la fiducia nelle istituzioni, nel giornalismo, nella scienza e nella stessa idea di verità condivisa.</p>
<p>Per rispondere a questa minaccia, la Commissione europea ha lanciato lo European Democracy Shield, lo Scudo europeo per la democrazia, un pacchetto di misure pensato per rafforzare la resistenza delle istituzioni democratiche e proteggere lo spazio informativo e i processi elettorali degli Stati membri. Per Bruxelles la democrazia non è un dato acquisito, ma un sistema vulnerabile che va difeso attivamente contro chi tenta di indebolirlo dall’esterno e dall’interno. Il cuore operativo dello Scudo sarà il nuovo Centro europeo per la resilienza democratica, che avrà il compito di coordinare gli sforzi tra Commissione, Stati membri e società civile.</p>
<p>Il Centro raccoglierà dati e analisi sulle operazioni di manipolazione, svilupperà sistemi di allerta precoce, faciliterà lo scambio di informazioni e buone pratiche e sosterrà la costruzione di capacità comuni contro le interferenze informative. A questo si affiancherà una piattaforma di cooperazione che coinvolgerà ricercatori, giornalisti, fact-checker, organizzazioni civiche e media indipendenti, in un approccio definito “whole-of-society”, che estende la difesa della democrazia oltre le singole istituzioni.</p>
<p>Un primo pilastro riguarda la protezione dello spazio informativo. L’Unione intende rafforzare l’applicazione del Digital Services Act, che obbliga le grandi piattaforme online a ridurre i rischi sistemici e a rendere più trasparenti i propri algoritmi, e dell’AI Act, che impone l’etichettatura dei contenuti generati o manipolati dall’intelligenza artificiale. Verranno inoltre potenziati il Codice di condotta contro la disinformazione e l’Osservatorio europeo dei media digitali, e sarà creata una rete europea indipendente di fact checker. In caso di campagne coordinate dall’estero, Bruxelles potrà anche ricorrere al cosiddetto “Fimi Toolbox” (l’acronimo Fimi sta per Foreign Information Manipulation and Interference), uno strumento che consente l’imposizione di sanzioni contro individui ed entità coinvolti in operazioni di manipolazione.</p>
<p>Il secondo pilastro dello Scudo europeo riguarda la protezione dei processi elettorali. Si tratta sempre di operazioni di competenza nazionale, ma l’Unione europea può armonizzare gli standard di sicurezza e trasparenza attraverso la Rete europea di cooperazione elettorale (Ecne), che coordinerà scambi di esperienze, linee guida e simulazioni di crisi. L’obiettivo è tutelare l’integrità del voto – dalle infrastrutture digitali alle campagne online – contro cyberattacchi e interferenze esterne. Nuove norme europee sulla pubblicità politica impongono trasparenza sugli sponsor e vietano annunci finanziati da Paesi terzi nei tre mesi precedenti a elezioni o referendum. La Commissione sta inoltre elaborando una guida sull’uso responsabile dell’intelligenza artificiale in campagna elettorale, per evitare manipolazioni e garantire un uso etico dei nuovi strumenti di comunicazione.</p>
<p>Un altro aspetto innovativo è la creazione di una rete di influencer “etici”, un gruppo volontario di comunicatori digitali che promuoveranno la trasparenza e le regole europee nella comunicazione politica.</p>
<p>Tra i casi citati come esempio di vulnerabilità figura la Moldova, Paese candidato all’ingresso nell’Unione, dove elezioni e referendum recenti si sono svolti in un clima di forte pressione esterna, tra cyberattacchi, campagne di disinformazione e contenuti falsi generati con l’intelligenza artificiale. Episodi simili hanno interessato anche Stati membri, come la Romania, dove il voto del 2024 è stato invalidato a seguito di interferenze straniere.</p>
<p>Nonostante le ambizioni, la presentazione dello European Democracy Shield è stata accompagnata da diverse critiche. Molte delle misure previste non sono vincolanti e la partecipazione al nuovo Centro europeo per la resilienza democratica resta volontaria. Secondo diversi osservatori, tra cui alcuni europarlamentari, la Commissione si sarebbe mostrata troppo prudente, perfino timida, soprattutto dopo anni in cui ha fatto affidamento sulla buona volontà delle piattaforme digitali.</p>
<p>Resta aperta anche la questione dei finanziamenti: mentre la Russia investe miliardi di euro ogni anno in operazioni di influenza e interferenza, le risorse che l’Unione intende destinare allo Scudo non sono ancora definite e dipenderanno dai futuri negoziati sul bilancio. Il rischio è che a una forte narrazione sulla difesa della democrazia non segua un’azione altrettanto incisiva. Lo European Democracy Shield rappresenta comunque un cambio di passo rispetto al passato: l’ammissione che la democrazia europea è oggi un campo di battaglia e che la sua difesa passa anche dalla tutela dell’informazione, dagli algoritmi e dalla sicurezza digitale</p>
<p><em>Questo è un articolo del numero di </em><em>Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, <a href="https://store.linkiesta.it/prodotto/linkiesta-magazine-04-25-scenari-2026/" target="_blank" rel="noopener">ordinabile qui.</a></em></p>
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<title>Arcimboldo: quando frutta, fiori, pesci e libri fanno ritratti</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 5 Aprile ed in questo giorno, nel 1527, a Milano nasceva Giuseppe Arcimboldo, che fu un pittore manierista, famoso per le sue “Teste Composte”, ritratti creati combinando oggetti come frutta, fiori, pesci e libri, in un gioco di trompe-l’œil che sublimava il ritratto stesso. Arcimboldo fu figlio d’arte (il padre Biagio era […] ]]></description>
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<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 16:00:19 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Nadar: famoso fotografo ma anche poliedrico intellettuale</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 6 Aprile ed in questo giorno (o il giorno prima, la data ufficiale è incerta), nel 1820, a Parigi, in Francia, nasceva il poliedrico intellettuale Nadar, pseudonimo di Gaspard-Félix Tournachon, che è stato noto soprattutto come fotografo, caricaturista, giornalista e pioniere del volo aerostatico. Dopo aver abbandonato gli studi di medicina e […] ]]></description>
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<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 16:00:18 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Nadar-66-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Oggi è il 6 Aprile ed in questo giorno (o il giorno prima, la data ufficiale è incerta), nel 1820, a Parigi, in Francia, nasceva il poliedrico intellettuale Nadar, pseudonimo di Gaspard-Félix Tournachon, che è stato noto soprattutto come fotografo, caricaturista, giornalista e pioniere del volo aerostatico. Dopo aver abbandonato gli studi di medicina e […]]]> </content:encoded>
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<title>“Anagnorisis” al Teatro Serra la rivelazione femminile nel mito</title>
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<description><![CDATA[ Un manifesto sulla ricerca identitaria del femminile contemporaneo ]]></description>
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<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 16:00:18 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Primavera in Alto Adige: il lusso di rallentare tra natura e benessere ai BELVITA LEADING WELLNESSHOTELS SÜDTIROL</title>
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<description><![CDATA[ Con l’arrivo della primavera torna il desiderio di evadere, respirare aria nuova e concedersi una pausa rigenerante. È il momento perfetto per riscoprire il piacere del tempo lento, tra giornate che si allungano, paesaggi che rifioriscono ed esperienze dedicate al benessere ]]></description>
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<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 16:00:17 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Nasce Jon Flower beachwear, anima mediterranea, libertà caraibica</title>
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<description><![CDATA[ Una linea che unisca minimalismo e anima, Mediterraneo e Caraibi, eleganza e libertà ]]></description>
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<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 16:00:07 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Essie presenta BREAK FIX. L’eroe che tutti aspettavano per salvare le unghie spezzate</title>
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<description><![CDATA[ Quante volte capita che un’unghia si spezzi nel momento sbagliato?
Magari proprio prima di un appuntamento importante, e non c’è il tempo di passare dall’estetista? ]]></description>
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<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 16:00:07 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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Magari proprio prima di un appuntamento importante, e non c’è il tempo di passare dall’estetista?]]> </content:encoded>
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<title>La propaganda jihadista si mimetizza nei contenuti audio e sfugge ai controlli digitali</title>
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Europol evidenzia come i sistemi automatici di moderazione siano meno efficaci nel rilevare materiali sonori. Questo limite tecnologico crea una zona grigia in cui i contenuti estremisti restano accessibili più a lungo
L&#039;articolo La propaganda jihadista si mimetizza nei contenuti audio e sfugge ai controlli digitali proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>propaganda, jihadista, mimetizza, nei, contenuti, audio, sfugge, controlli, digitali</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-velasquez-c1zn57gfdb0-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-velasquez-c1zn57gfdb0-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-velasquez-c1zn57gfdb0-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-velasquez-c1zn57gfdb0-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-velasquez-c1zn57gfdb0-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jonathan-velasquez-c1zn57gfdb0-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Europol ha coordinato la più ampia operazione mai condotta contro la propaganda terroristica diffusa tramite contenuti audio. Il Referral Action Day ha portato alla segnalazione di 17.298 URL su 40 piattaforme online, per un totale che supera le 1.100 ore di contenuti, equivalenti a circa 47 giorni di ascolto continuo. Un ruolo centrale è stato svolto dal nodo operativo di Madrid, da cui sono partite oltre 11.300 segnalazioni, pari a circa il 65 per cento del totale. In questo caso i materiali erano in larga parte file audio ospitati su 22 piattaforme digitali, un dato che fotografa con chiarezza lo spostamento progressivo della propaganda verso formati meno visibili e più difficili da intercettare.</span></p>
<p><span>L’operazione è stata avviata e co-diretta dall’EU Internet Referral Unit (contrasto online terrorismo), coinvolgendo investigatori specializzati provenienti da Belgio, Danimarca, Germania, Ungheria, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Serbia, Slovenia, Spagna e Svezia. Nelle settimane precedenti all’intervento, i contenuti sono stati raccolti e verificati per evitare interferenze con indagini in corso. </span></p>
<p><span>Il 3 marzo le URL sono stati trasmesse alle piattaforme di hosting per una valutazione in base ai rispettivi termini di servizio e, successivamente, circa il 77 per cento del materiale segnalato è stato rimosso. </span><span>Nel mirino sono finiti contenuti riconducibili a diversi ambienti estremisti, dalle reti jihadiste a quelle di estrema destra; tra i materiali appaiono discorsi di leader terroristici, tracce audio che esaltano la violenza e, in modo significativo, i nashid: canti religiosi islamici eseguiti senza strumenti o con accompagnamenti minimi, sempre più spesso riadattati a fini propagandistici.</span></p>
<p><span>A questi si affiancano brani pensati per colpire sul piano emotivo, evocare rabbia o risentimento, glorificare il sacrificio e il martirio. Contenuti brevi, facilmente condivisibili, progettati per rafforzare nel tempo la narrazione e l’appartenenza, quasi veri e propri podcast della jihad. I nashid rappresentano uno degli strumenti più efficaci sotto il profilo comunicativo. </span></p>
<p><span>Non sono percepiti immediatamente come contenuti radicali, quindi circolano con maggiore facilità. Il loro impatto si basa su ritmo, ripetizione e carica emotiva, con l’obiettivo di rafforzare il senso di appartenenza, evocare scenari di sacrificio e consolidare una narrativa identitaria che contrappone un noi e un loro.</span></p>
<p><span>In molti casi vengono utilizzati come sottofondo in altri contenuti o diffusi autonomamente per mantenere vivo un immaginario condiviso. Ecco perché la propaganda audio è più difficile da moderare rispetto a video e immagini: richiede competenze linguistiche e contestuali e sfugge facilmente ai controlli automatici. Il risultato è una zona grigia in cui questi contenuti restano online più a lungo, aumentando l’esposizione dei soggetti più vulnerabili. </span></p>
<p><span>Allo stesso tempo, proprio perché meno espliciti, i contenuti audio – e in particolare i nashid – agiscono come un ingresso progressivo verso ambienti più radicali. Possono essere recepiti inizialmente come elementi culturali o religiosi, riducendo la diffidenza e creando le condizioni per un’esposizione graduale a messaggi più strutturati.</span></p>
<p><span>Va però chiarito che i nashid, nella loro origine, non nascono come strumenti di propaganda. Il loro utilizzo in chiave estremista è il risultato di una progressiva reinterpretazione operata da ambienti salafiti-jihadisti, che nel tempo ne hanno sfruttato la capacità evocativa. Già tra gli anni Settanta e Ottanta, in parallelo alla crescita di movimenti islamisti e ai contesti di conflitto in diverse aree del Medio Oriente e dell’Asia centrale, alcune produzioni iniziano a incorporare riferimenti militanti, contribuendo a trasformare il formato.</span></p>
<p><span>Con il consolidarsi di queste reti, i nashid vengono sempre più utilizzati come veicolo identitario: non solo accompagnano i contenuti propagandistici, ma contribuiscono a costruire un immaginario condiviso, fatto di appartenenza, sacrificio e legittimazione della violenza. In questo senso, diventano uno strumento utile per rafforzare il legame interno ai gruppi e incentivare forme di partecipazione attiva, inclusa la partenza verso zone di conflitto.</span></p>
<p><span>Un salto di qualità si registra con lo Stato Islamico, che ha sistematizzato l’uso dei nashid all’interno della propria macchina mediatica. Con la creazione nel 2013 della Ajnad Foundation, la produzione viene centralizzata e resa più professionale, integrando questi contenuti in una strategia comunicativa più ampia.</span></p>
<p><span>Nel giro di pochi anni, i nashid passano da prodotti prevalentemente in lingua araba a contenuti adattati in diverse lingue, con l’obiettivo di raggiungere un pubblico più ampio e diversificato. Questa evoluzione riflette un cambiamento più generale: la propaganda non punta più solo sulla forza del messaggio, ma sulla sua accessibilità e capacità di circolare in contesti differenti, mantenendo un profilo apparentemente innocuo ma altamente funzionale alla diffusione di narrazioni estremiste.</span></p>
<p><span>All’inizio del 2026, un esperto dell’EU IRU ha testimoniato in un tribunale svedese sul ruolo dei nashid nel percorso di radicalizzazione di un individuo poi condannato per terrorismo, legato alla preparazione di un attentato a Stoccolma nell’estate del 2025. Un elemento che conferma come questi contenuti, apparentemente secondari, possano avere un impatto concreto, operativo e letale.</span></p>
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<title>I periodacci paralleli di Meloni e Schlein, (ex) ragazze fortunate</title>
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Biografie diverse, destini simili: alla premier non ne va più bene una dall’Iran a Piantedosi, ma pure la segretaria del Pd ha capito che la Ditta che l’ha voluta al partito ora vuole farla fuori
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23389443-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23389443-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23389443-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23389443-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23389443-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23389443-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><div dir="auto">Due donne allo specchio, Giorgia Meloni e Elly Schlein. Vite parallele, plutarchianamente. Biografie diverse, e molto. Separate da quel tot di anni che dividono due epoche. Idee opposte.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Ma nell’olimpo della politica italiana giunte quasi contemporaneamente una a capo del governo l’altra a capo dell’opposizione. Un duello freddo, a distanza. A tennis sarebbe un match da fondo campo, l’una aspettando l’errore dell’altra. Nel Giro d’Italia, Giorgia sempre in testa, Elly a rincorrere. Poi, alla curva del referendum, la premier ha sbandato, non è caduta ma ha perso terreno. Elly l’ha vista, ha provato a scattare sui pedali ma si è imballata. E adesso sono entrambe in difficoltà.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Così, mentre Meloni arretra, Schlein non avanza. È un equilibrio imperfetto che finisce per penalizzare entrambe. E soprattutto lascia il Paese sospeso, senza una guida davvero solida e senza un’opposizione davvero credibile. Accomunate in questi giorni da un mutismo preoccupante, Giorgia e Elly non sanno bene cosa dire di nuovo per ripartire. Stranissimo destino: insieme sugli altari insieme nella polvere – non proprio polvere ma insomma.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Meloni rischia di non arrivare al traguardo, o di arrivarci senza fiato. Se continua così, si presenterà alle elezioni davanti a un Paese stremato, con una squadra a pezzi, con un carniere privo di risultati. Le sta andando tutto male, e va detto che la cosa si avverte di più perché finora le era andato tutto bene.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Anche questo cambio di sorte condivide con Schlein che sembrava una ragazza fortunata «perché m’hanno regalato un sogno» (Jovanotti) e poi improvvisamente hanno deciso di farle la festa. Periodaccio per entrambe. Dall’Iran a Piantedosi, dalle accise alle bisteccherie, le stelle congiurano contro Meloni. Scia su un pendio ripido ma non è Federica Brignone. C’è poco da inventarsi, i soldi non ci sono, quelli del Pnrr sono finiti, il tanto elogiato Giorgetti non ha idee, figuriamoci gli altri.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Ora Giorgia Meloni è una donna sola al comando, ma di una nave che imbarca acqua. Dovrà chiedere aiuto a quell’Europa che non ha mai amato, cordialmente ricambiata. Gli industriali che anche se non sono più quelli di una volta sanno fiutare l’aria che tira e cominciano a farsi delle domande. «Il governo più stabile d’Europa», secondo un mantra cantato da tre anni, pare improvvisamente un governo balneare: sai i sorrisi all’Eliseo e a Downing street. Dopodiché, l’ex underdog è una che non si arrende facilmente. Anzi, forse le difficoltà potrebbero persino esaltarla. Anche in questo è come Elly Schlein. In pochi giorni si è resa conto che mezzo Pd non la sostiene più. Nella base, sì, il consenso ce l’ha ancora, così come detiene sempre una forza contrattuale con cui può stringere patti con i cacicchi locali tipo Enzo De Luca per avere i voti ai gazebo. Appoggiata dalla Ditta alle primarie di tre anni fa, la stessa Ditta ora vuole riprendersi «tutto chello che è nuosto». Come diceva il D’Alema del 96-97? «Abbiamo dato il partito a Prodi, speriamo che ce lo restituisca».</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Ecco. In politica è così: ingratitudine, sfortuna… E se poi mancano i risultati, la storia chiede il conto. Non si sono mai prese, le due donne della politica italiana, che per uno strano sortilegio vivono il loro momento più difficile contemporaneamente. Due leadership nate per rompere gli schemi si trovano oggi intrappolate dentro gli schemi stessi. All’ombra del vecchio motto «simul stabunt, simul cadent».</div>
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<title>Un cece vale più di un maiale, e un nome vale più di entrambi</title>
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Dai ceci spagnoli che cambiano generazione ai pescatori francesi che non escono più in mare, dagli allevamenti suini cinesi alla prima Pasqua britannica senza spot di cioccolato, fino all’accordo commerciale che regolamenta il nome Prosecco: cinque storie su un cibo che rimette in discussione quanto valgono le cose
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1114" height="1280" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jon-tyson-gwb97fbtyy0-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="unsplash" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jon-tyson-gwb97fbtyy0-unsplash.jpg 1114w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jon-tyson-gwb97fbtyy0-unsplash-261x300.jpg 261w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jon-tyson-gwb97fbtyy0-unsplash-891x1024.jpg 891w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jon-tyson-gwb97fbtyy0-unsplash-768x882.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/jon-tyson-gwb97fbtyy0-unsplash-1044x1200.jpg 1044w" sizes="auto, (max-width: 1114px) 100vw, 1114px"></p><p>Esiste un momento, nella vita di ogni prodotto alimentare, in cui il prezzo smette di raccontare la storia giusta. Un cece costa pochi centesimi e può nutrire una generazione. Un chilo di maiale, in certi angoli del pianeta, vale meno dell’energia spesa per produrlo. Uno spot televisivo con un uovo di cioccolato è gratuito per chi lo guarda, ma ha un costo che qualcuno ha deciso di rendere finalmente visibile. Un nome – Prosecco – può valere più del vino che lo porta. Questa settimana il cibo ha presentato il conto, e in nessuna delle cinque storie che lo raccontano il totale corrisponde a quello atteso.</p>
<p>Si comincia dalla Spagna, dove <a href="https://elpais.com/gastronomia/2026-03-30/la-segunda-vida-del-potaje-de-vigilia-o-como-el-garbanzo-se-ha-convertido-en-el-ingrediente-favorito-de-los-jovenes.html" target="_blank" rel="noopener"><u>El País</u></a> racconta la seconda vita del <em>potaje de vigilia</em> – lo stufato quaresimale a base di ceci e spinaci che per secoli ha accompagnato la Settimana Santa sulle tavole spagnole. Un piatto nato dall’astinenza religiosa, pensato per nutrire senza carne, e rimasto a lungo associato alle cucine dei nonni, al cucchiaio di legno, al fuoco lento. Oggi però il <em>potaje</em> sta cambiando pubblico. Sono le generazioni più giovani a riscoprirlo, e non per nostalgia: lo rileggono come piatto contemporaneo, versatile, economico e coerente con un’idea di alimentazione vegetale che non ha bisogno di etichette per legittimarsi. Il protagonista della riscoperta è il <em>garbanzo</em> – il cece – rivalutato per valore nutrizionale, capacità di adattarsi a reinterpretazioni che vanno dal miso alle alghe, e prezzo accessibile. La cucina “da cucchiaio”, quella dei piatti densi, lenti, opachi — torna così a occupare il centro della scena come scelta. In un contesto di inflazione alimentare, il cece diventa una risposta concreta: democratico, saziante, capace di nutrire senza pesare sul portafogli. Il ritorno però non passa dalla rinuncia ma dal desiderio: il <em>potaje</em> non è una concessione al risparmio, è un atto di riappropriazione culturale.</p>
<p>Dal valore che sale a quello che non riesce più a restare a galla. A Boulogne-sur-Mer, uno dei principali porti pescherecci francesi, <a href="https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/03/27/a-boulogne-sur-mer-la-flambee-du-prix-du-carburant-dissuade-les-pecheurs-de-prendre-la-mer-on-brule-du-gasoil-pour-rien_6674465_3234.html" target="_blank" rel="noopener"><u>Le Monde</u></a> documenta una scena che ha il sapore di un paradosso: i pescherecci non escono più. Il prezzo del gasolio marino è salito a livelli che rendono molte uscite in mare economicamente insostenibili. Alcuni armatori rientrano con carichi che non bastano a coprire i costi del carburante, col risultato di bruciare gasolio per niente. Altri preferiscono restare in porto, con un effetto diretto sull’offerta di pesce fresco e sulla tenuta economica delle comunità costiere. La pesca, che nella narrazione collettiva conserva ancora un’aura di mestiere antico e autosufficiente, si rivela uno dei settori più dipendenti dall’energia fossile – e quindi più esposti alle oscillazioni di prezzo causate dalla crisi mediorientale e dall’instabilità globale dei mercati energetici. A essere colpiti non sono i grandi operatori industriali, ma i piccoli armatori, già stretti fra normative ambientali, concorrenza internazionale e rarefazione delle risorse ittiche. Il pesce, in questo caso, non ha smesso di valere: ha semplicemente smesso di valere abbastanza da giustificare il costo per andare a prenderlo.</p>
<p>Se a Boulogne il problema è che la produzione costa troppo, in Cina accade l’esatto contrario: si produce troppo, e il prezzo crolla. Il <u><a href="https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3348423/chinas-massive-pig-farms-spark-supply-glut-hog-prices-hit-8-year-low" target="_blank" rel="noopener">South China Morning Post</a> </u>racconta l’effetto paradossale della corsa cinese ai mega-allevamenti suini. Dopo la devastazione causata dalla peste suina africana nel biennio 2018-2019, il Paese ha puntato sulla scala industriale per garantire l’approvvigionamento di carne di maiale – l’alimento proteico più consumato in Cina. Sono sorti impianti enormi, in alcuni casi sviluppati su ventisei piani, capaci di ospitare decine di migliaia di capi. Il risultato è un patrimonio suinicolo che ha superato la domanda reale. Nella terza settimana di marzo il prezzo dei suini vivi è sceso a undici yuan e cinque centesimi al chilo — il ventotto per cento in meno rispetto a un anno prima, il livello più basso da quasi otto anni secondo i dati del ministero dell’Agricoltura cinese. Il calo, aggravato dal fisiologico rallentamento dei consumi dopo il Capodanno lunare, mette sotto pressione sia i piccoli allevatori sia il governo, che vede complicarsi la lotta alla deflazione: il prezzo della carne suina pesa in modo rilevante sull’indice dei prezzi al consumo. Nel frattempo i costi di produzione salgono, spinti dall’aumento globale dei mangimi e dell’energia legato al conflitto in Medio Oriente. Il modello che doveva garantire stabilità ha generato eccesso, e l’eccesso ha divorato il valore.</p>
<p>Dalla sovrapproduzione che cancella il prezzo alla regolazione che ridefinisce il valore dell’attenzione. Nel Regno Unito, per la prima volta, la Pasqua televisiva è senza cioccolato. Come racconta <a href="https://www.theguardian.com/media/2026/mar/29/first-sugar-free-easter-tv-chocolate-ads-pushed-9pm-eggs" target="_blank" rel="noopener"><u>The Guardian</u></a>, le nuove regole entrate in vigore a inizio 2026 vietano la trasmissione prima delle ventuno di spot per prodotti ad alto contenuto di grassi, zuccheri e sale – una misura pensata per contrastare l’obesità infantile. Il risultato è un’assenza vistosa: niente uova di cioccolato nelle fasce protette, niente <em>hot cross buns</em> nelle pause pubblicitarie pomeridiane, niente bombardamento stagionale di dolciumi. Gli investimenti pubblicitari dei marchi dolciari sono calati in modo significativo. Il provvedimento divide: i broadcaster lo considerano più simbolico che efficace, i sostenitori della salute pubblica denunciano le scappatoie – le campagne di brand che promuovono il marchio senza mostrare il prodotto, aggirando il divieto nella forma ma non nella sostanza. Quel che è certo è che per la prima volta il costo di uno spot pasquale non si misura solo in sterline, ma in calorie, in responsabilità verso un pubblico minorenne, in salute pubblica. Il cioccolato non è stato vietato: è il suo accesso all’attenzione a essere stato ridefinito. E nel mercato contemporaneo, l’attenzione è già un prezzo.</p>
<p>Ma se il cioccolato paga il conto della regolazione, c’è un altro prodotto che questa settimana ha scoperto di dover pagare il conto dell’identità. <a href="https://apnews.com/article/australia-eu-trade-agreement-china-us-tariffs-0ceec9b36ff1fc5f00500b57b65619ba" target="_blank" rel="noopener">AP News</a> racconta l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Australia, concluso il 24 marzo dopo otto anni di negoziati, porta con sé una disputa che va oltre le tariffe e tocca un nodo sempre più centrale nel commercio alimentare globale: a chi appartiene un nome? Per Bruxelles, il Prosecco è un’indicazione geografica protetta, un nome che rimanda a un territorio preciso del Nord-Est italiano, a un metodo e a un sistema produttivo codificato. Per molti produttori australiani, invece, “Prosecco” è da tempo il nome di un vitigno e di uno stile spumantistico usato localmente. Il nodo ha anche una data simbolica: nel 2009, con la riclassificazione del vitigno come Glera, “Prosecco” ha smesso nell’Unione europea di indicare la varietà d’uva per diventare il nome protetto di una denominazione territoriale. Il compromesso raggiunto consente ai produttori australiani di continuare a usare “Prosecco” in Australia come nome del vitigno, ma impone di eliminarlo dalle etichette destinate all’export entro dieci anni dall’entrata in vigore dell’accordo. In una partita fatta di dazi abbattuti e quote di accesso, uno dei negoziati più sensibili non si è giocato sui numeri ma sulle parole. Perché nel cibo un nome non è mai solo un’etichetta: è origine, reputazione e valore. E quando il valore è nel nome, il nome diventa la merce più preziosa</p>
<p>Cinque storie, cinque conti diversi. Un cece che da piatto di penitenza diventa manifesto di una generazione. Un porto che non riesce più a giustificare l’uscita in mare. Un sistema che produce così tanto da annullare il proprio valore. Uno schermo che per la prima volta si spegne davanti al cioccolato. Un nome che costa più del vino che contiene. Il cibo, questa settimana, ha rifatto i calcoli. E in nessun caso il risultato era quello che stava scritto sul cartellino.</p>
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<title>Che cos’è davvero la quarta gamma</title>
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Non è solo un’etichetta tecnica ma una delle trasformazioni più profonde del modo in cui mangiamo le verdure. La quarta gamma vale oltre un miliardo di euro in Italia e ha ridisegnato produzione, consumo e valore dell’ortofrutta
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/oren-elbaz-q8wtem5cngk-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/oren-elbaz-q8wtem5cngk-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/oren-elbaz-q8wtem5cngk-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/oren-elbaz-q8wtem5cngk-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/oren-elbaz-q8wtem5cngk-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/oren-elbaz-q8wtem5cngk-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Dire “quarta gamma” significa usare una parola tecnica per descrivere qualcosa che ormai è quotidiano. È l’insalata in busta, la carota già tagliata, il mix pronto da condire, i broccoli lavati tagliati a cimette. Prodotti freschi, apparentemente semplici, che però sono il risultato di una trasformazione radicale della filiera agroalimentare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La classificazione nasce per distinguere i livelli di lavorazione dell’ortofrutta. La prima gamma è quella dei prodotti freschi non trasformati, la seconda riguarda le conserve, la terza i surgelati. La quarta gamma introduce una categoria nuova: ortaggi freschi che vengono lavati, tagliati e confezionati, ma restano crudi e pronti al consumo. È una definizione tecnica, ma racconta un passaggio culturale preciso: la preparazione si sposta dalla cucina all’industria.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In Italia questa trasformazione <a href="https://www.fruitbookmagazine.it/quarta-gamma-italiana-oltre-il-miliardo-un-mercato-leader-in-europa/" target="_blank" rel="noopener">ha assunto dimensioni rilevanti</a>. Il mercato della quarta gamma ha superato nel 2024 </span><span class="s2">1,05 miliardi di euro di fatturato</span><span class="s1">, confermandosi tra i più importanti in Europa</span><span class="s1">. Nello stesso anno le vendite hanno raggiunto </span><span class="s2">circa 157.000 tonnellate di prodotto</span><span class="s1">, con una filiera che impiega </span><span class="s2">circa trentamila addetti</span><span class="s1">. Numeri che fotografano un settore ormai maturo e strutturato, lontano dall’idea di nicchia con cui era nato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La diffusione è altrettanto significativa. Le rilevazioni sui consumi mostrano che la quarta gamma è entrata stabilmente nelle abitudini domestiche, con una penetrazione che supera </span><span class="s2">l’ottanta per cento delle famiglie italiane</span><span class="s1">. Non si tratta più di un acquisto occasionale, ma di una presenza costante nel carrello. E se il valore cresce o resta stabile, i volumi mostrano segnali più complessi: nel 2023, ad esempio, il settore ha registrato </span><span class="s2">un calo del quattro per cento a volume a fronte di una sostanziale stabilità del fatturato</span><span class="s1">. Un indicatore che racconta un mercato ricco ma ormai vicino alla saturazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dietro questi numeri si nasconde una filiera molto più articolata di quanto suggerisca la semplicità del prodotto. Dopo la raccolta, le verdure devono essere lavorate in tempi rapidissimi: lavaggi multipli, asciugatura, confezionamento in atmosfera protettiva e distribuzione a temperatura controllata. Tutto deve avvenire nel giro di poche ore. La cosiddetta catena del freddo, mantenuta tra uno e quattro gradi, è la condizione che rende possibile la commercializzazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Anche l’agricoltura si è adattata a questa logica. Le insalate destinate alla quarta gamma non sono semplicemente le stesse di un tempo, ma varietà selezionate per caratteristiche precise: crescita uniforme, resistenza al taglio, bassa ossidazione. Gran parte della produzione è costituita da <em>baby leaf</em>, foglie raccolte molto giovani che consentono cicli rapidi e lavorazioni meccaniche. Il sapore ne risente, la ricchezza di micronutrienti anche, ma abbiamo quello che ci serve, già pronto all’uso. In questo senso la quarta gamma non è solo un formato, ma un sistema produttivo che nasce già orientato all’industria.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il valore economico del prodotto si costruisce lungo tutta la filiera. Se si considera il prezzo equivalente al chilo, l’insalata in busta può arrivare a costare diverse volte più di una lattuga intera. La materia prima agricola incide solo in parte sul prezzo finale, mentre pesano in modo significativo le fasi di trasformazione, confezionamento e logistica. È qui che si concentra una quota rilevante del valore aggiunto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il successo della quarta gamma è legato a una promessa precisa: ridurre il tempo necessario per mangiare verdure. In un contesto in cui i pasti si consumano sempre più spesso fuori casa o in tempi ridotti, la disponibilità di prodotti pronti risponde a un bisogno concreto. È una forma di comodità che si inserisce perfettamente nei ritmi della vita urbana. A un costo molto molto alto. Facendo una breve ricerca online possiamo vedere come la lattuga fresca non quarta gamma da un prestigioso fornitore costi 5,40 euro al chilo, mentre la lattuga in busta quarta gamma di un marchio private label costa 19,90 euro al chilo. Paghiamo il quadruplo per non lavare l’insalata, sono scelte. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Allo stesso tempo, questa trasformazione solleva nuove domande. La standardizzazione delle varietà e dei processi ha reso le verdure più uniformi e disponibili tutto l’anno, ma ha attenuato le differenze stagionali e sensoriali. Il prodotto è più stabile, meno variabile, più affidabile ma meno saporito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La quarta gamma rappresenta così una delle espressioni più chiare del sistema alimentare contemporaneo. Un sistema in cui la freschezza non è più soltanto una qualità agricola, ma il risultato di una tecnologia, e in cui anche una foglia di insalata, apparentemente semplice, diventa il punto di arrivo di una filiera complessa fatta di ricerca, industria e distribuzione.</span></p>
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<title>La Pasqua inizia a colazione</title>
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<description><![CDATA[ 
In Italia la Pasqua a tavola si celebra soprattutto a pranzo, ma non è così per tutti e non è così ovunque. Vi raccontiamo alcuni riti che iniziano alle prime luci del mattino
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alexandra-torro-op0qgzkrsic-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alexandra-torro-op0qgzkrsic-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alexandra-torro-op0qgzkrsic-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alexandra-torro-op0qgzkrsic-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alexandra-torro-op0qgzkrsic-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alexandra-torro-op0qgzkrsic-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1">La Pasqua è prima di tutto una festa. E come tutte le feste, si costruisce soprattutto attraverso un intreccio di riti: consuetudini familiari, gesti canonizzati, ingredienti peculiari che tornano nella dispensa per qualche settimana, piatti da preparare con cura e seguendo ricette tramandate. Tradizioni che nella cultura italiana si raccolgono perlopiù intorno al pranzo pasquale, celebrato in famiglia o tra amici, magari all’aperto, o più spesso tra cucina e soggiorno. Un’occasione che ha le sue formalità e i suoi gusti, che cambiano rigorosamente da regione a regione, ma che spesso finiscono per portare in tavola un tripudio di lievitati profumati, uova cotte in mille maniere, nascoste nelle maglie di una sfoglia o abbellite da creme ricche e colorate, e l’agnello, vero o presunto.</p>
<p class="p1">In alcune culture, invece, la festa inizia qualche ora prima del mezzodì, nell’atmosfera più intima e silenziosa delle albe primaverili, avvolte da bruma, vestaglie e copertine. Si tratta della colazione pasquale, una cerimonia poco conosciuta ma che, in diversi luoghi d’Europa, è considerata un passaggio fondamentale del giorno di Pasqua, caratterizzato da preparazioni simboliche, piccoli rituali domestici, gesti semplici che segnano il passaggio dall’attesa alla celebrazione vera e propria.</p>
<p class="p1">La Polonia è forse il paese dove questo rito è più sentito e rispettato. Qui infatti la colazione pasquale ha radici antiche, profondamente legate al rito religioso. Tutto ruota attorno alla Święconka, la benedizione dei cibi che si svolge il Sabato Santo. L’usanza prevede che il giorno prima di Pasqua le famiglie preparino con cura un cestino, riempiendolo con alimenti prestabiliti, ognuno dei quali possiede un valore intrinseco preciso: le uova sode rappresentano la vita e la resurrezione, mentre il pane è il simbolo di Cristo come “pane della vita”. A questi prodotti si aggiunge il sale, che indica purificazione e protezione, e carne e salumi, che evocano l’abbondanza e la fine del digiuno quaresimale. In alcune regioni, infine, il cestino viene completato da dolci o formaggi. Il paniere viene poi portato in chiesa, dove il sacerdote lo benedice con l’acqua santa. La domenica mattina, a colazione, gli alimenti benedetti vengono condivisi in famiglia, spezzati e distribuiti tra tutti: non si tratta solo di nutrirsi, ma di partecipare a un gesto comunitario che celebra la rinascita, la continuità e il buon auspicio.</p>
<p class="p1">In Romania esiste una tradizione simile. Anche qui il Sabato precedente alla Pasqua prevede il rito della benedizione del cibo in chiesa: una selezione di prodotti che di norma include uova colorate, pane, carne e formaggi. Il mattino di Pasqua, questi alimenti vengono spartiti tra i familiari e consumati in un’atmosfera in cui i confini tra solennità e allegria si fondono.</p>
<p class="p1">In Grecia, infine, la colazione pasquale è in realtà un momento sospeso, a metà tra la magiritsa, la zuppa con cui alla mezzanotte tra sabato e domenica si conclude il digiuno quaresimale, e la tsougrisma, il rito delle uova tinte di rosso, simbolo di vita e resurrezione. Prima di mangiarle, si compie un gesto rituale chiamato appunto tsougrisma, secondo il quale i commensali battono le uova l’una contro l’altra e chi resta con il guscio intatto è considerato fortunato. Accanto alle uova c’è il tsoureki, pane dolce soffice e profumato con aromi di agrumi e spezie, spesso intrecciato e decorato. Si consuma nella tarda mattinata, al posto della colazione e poco prima del pranzo. È un momento vivace e gioioso, ma sempre ancorato al gesto simbolico: rompere e condividere è un modo per dare inizio alla festa.</p>
<p class="p1">Tornando in Italia, anche in alcune zone del nostro Paese è uso consumare una colazione speciale a Pasqua, e non si tratta delle uova di cioccolata aperte tra carte colorate e sorprese industriali e consumate tra biscotti e caffelatte, bensì di una pizza speciale. Nel Centro Italia, in particolare tra Marche, Umbria e parte del Lazio, la mattina di Pasqua si usa porre al centro della tavola la pizza di Pasqua al formaggio, una preparazione lievitata a base di uova e formaggi, accompagnata da salumi locali e uova sode. Si tratta di un rito che cambia da famiglia a famiglia e che unisce elementi della prima colazione e dell’antipasto.</p>
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<title>Perché dovremmo occuparci del nostro microbioma intestinale</title>
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Influisce su infiammazione, metabolismo e sistema immunitario. Non è una tendenza, ma un ambito di ricerca consolidato. Le evidenze indicano che dieta e stile di vita lo modificano in modo significativo
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/sam-moghadam-4ztctznc-g4-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/sam-moghadam-4ztctznc-g4-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/sam-moghadam-4ztctznc-g4-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/sam-moghadam-4ztctznc-g4-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/sam-moghadam-4ztctznc-g4-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/sam-moghadam-4ztctznc-g4-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Il termine microbioma indica l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro intestino. Negli ultimi anni è diventato centrale nella ricerca scientifica perché il suo funzionamento è collegato a diversi aspetti della salute, non solo digestivi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Uno dei meccanismi più studiati riguarda la produzione di acidi grassi a catena corta, molecole generate dalla fermentazione delle fibre alimentari. Questi composti contribuiscono alla <a href="https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fendo.2020.00025/full" target="_blank" rel="noopener">regolazione dell’infiammazione e del sistema immunitario</a>. </span><span class="s1">Questo dato chiarisce un punto: le fibre non agiscono direttamente sull’organismo, ma attraverso i batteri intestinali che le trasformano.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La composizione del microbioma varia in base a ciò che mangiamo. <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S193131281830266X" target="_blank" rel="noopener">Le evidenze mostrano</a> che una dieta ricca di alimenti vegetali e fibre aumenta la diversità microbica, considerata un indicatore associato a una migliore salute metabolica. </span><span class="s1">Una revisione pubblicata su </span><a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC9787832/" target="_blank" rel="noopener"><span class="s4">Nutrients</span></a><span class="s1"> evidenzia che l’assunzione di fibre è associata a una maggiore produzione di acidi grassi a catena corta e a un miglior controllo del metabolismo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un altro elemento rilevante riguarda i cibi fermentati, come yogurt o kefir. Uno studio pubblicato su </span><a href="https://www.cell.com/cell/fulltext/S0092-8674(21)00754-6" target="_blank" rel="noopener"><span class="s4">Cell</span></a><span class="s1"> ha mostrato che una dieta ricca di alimenti fermentati può aumentare la diversità del microbioma e ridurre alcuni marcatori infiammatori.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S193131281830266X" target="_blank" rel="noopener">Diversi studi</a> indicano che un’alimentazione ricca di prodotti ultra-processati è associata a una riduzione della diversità microbica e a effetti negativi sul metabolismo. </span><span class="s1">Questi alimenti tendono a essere poveri di fibre e ricchi di zuccheri, grassi raffinati e additivi, elementi che non favoriscono un microbioma equilibrato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il microbioma è coinvolto anche in altri processi fisiologici. Le ricerche mostrano connessioni con la </span><span class="s1">regolazione del sistema immunitario, il </span><span class="s1">metabolismo energetico e la </span><span class="s1">segnalazione tra intestino e cervello. </span><span class="s1">Questo spiega perché venga studiato anche in relazione a patologie croniche come obesità e diabete.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le indicazioni che emergono dalla ricerca sono coerenti tra loro: </span><span class="s1">aumentare il consumo di fibre (verdure, legumi, cereali integrali), </span><span class="s1">includere alimenti fermentati, </span><span class="s1">diversificare gli alimenti vegetali, </span><span class="s1">ridurre i prodotti ultra-processati sono tutte attività che ci aiutano in questo senso. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non si tratta di una dieta specifica, ma di un modello alimentare complessivo, così come <a href="https://www.washingtonpost.com/wellness/2026/03/26/healthy-diet-gut-microbiome/" target="_blank" rel="noopener">ha spiegato al Washington Post</a> il gastroenterologo Chris Damman. </span><span class="s1">Occuparsi del microbioma significa quindi considerare il cibo non solo per il suo valore nutrizionale diretto, ma per l’effetto che ha su un sistema biologico complesso che contribuisce al funzionamento dell’organismo.</span></p>
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<title>Uno spettacolo per celebrare l’eredità letteraria di Fabrizia Ramondino</title>
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Dall’8 al 12 aprile al Teatro Franco Parenti un testo inedito della scrittrice italiana andrà in scena per la prima volta con la regia di Mario Martone. “Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo” riapre il discorso sulla sua posizione del secondo Novecento nella letteratura italiana
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="800" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/stanza-con-compositore.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/stanza-con-compositore.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/stanza-con-compositore-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/stanza-con-compositore-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/stanza-con-compositore-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px"></p><p><span>Al centro, una stanza, lo spazio di un conflitto interiore. Un compositore in canottiera e pantaloncini, interpretato dall’attore Lino Musella, si muove tra strumenti musicali, ricordi, rancori. La scena è abitata da presenze che prendono forma negli archi: la madre è rappresentata da un violino instabile, la moglie da una viola quasi anaffettiva, la figlia da un violoncello mobile, l’amico è un contrabbasso. Insieme a Musella calcano la scena Iaia Forte, Tania Garribba, Giorgio Pinto, India Santella, Matteo De Luca. Le scene – realizzate dallo stesso Martone – sono arricchite dai costumi di Ortensia De Francesco e dalle luci di Cesare Accetta. I contributi musicali sono a cura di Ernesto Tatafiore per gli strumenti, mentre Pasquale Scialò ha curato la “sinfonia degli attacchi”; mentre Anna Redi, il tango. </span></p>
<p><span>Il testo riflette la scrittura di Ramondino, già approdata al cinema con </span><i><span>Morte di un matematico napoletano</span></i><span>, di cui fu co-sceneggiatrice con Martone, e al teatro con </span><i><span>Terremoto con madre e figlia</span></i><span>, messo in scena dallo stesso regista nel 1993. È in quel passaggio che l’autrice comincia a frequentare il teatro con continuità, anche dopo l’incontro con i testi dello scrittore e drammaturgo austriaco Thomas Bernhard, decisivo non per imitazione ma per affinità di forma, contraddistinta dall’uso di una lingua autobiografica, diretta, capace di asprezza e di costruzione immaginifica.</span></p>
<p><span>Martone ricorda </span><span>Fabrizia Ramondino, come un’autrice che si divertiva molto col mondo dei registi, degli attori, dei nuovi autori che veniva a scoprire. </span><span>«</span><span>Folgorante fu l’incontro con i testi di Thomas Bernhard, che la spinsero a tuffarsi nella scrittura teatrale – racconta –. Non per un processo imitativo ma perché vedeva come quella forma drammaturgica poteva corrispondere al suo bisogno di espressione autobiografica diretta, radicale, anche violenta nel caso, e al tempo stesso consentire l’elaborazione di una lingua immaginifica, colta e complessa, così come le si addiceva</span><span>»</span><span>.</span><span> La regia dello spettacolo è ridotta all’essenziale, e la stanza diventa un dispositivo acustico e mentale, dove la memoria prende corpo attraverso figure musicali. Il compositore attraversa la sua biografia tra oggetti che suonano e fantasmi che parlano.</span></p>
<p><span>Il copione proviene da un nucleo di dattiloscritti che Ramondino conservava in un faldone blu e che affidò a Martone. Esistono almeno due versioni del testo: una rimasta al regista, l’altra passata ad Arturo Cirillo e poi confluita tra le carte depositate alla Biblioteca Nazionale di Roma. Ippolita di Majo ha lavorato su entrambe, considerate rispettivamente versione A e versione B. </span><span>«</span><span>Il mio lavoro sul testo è consistito in un editing mirato alla rappresentazione scenica di un dramma che Ramondino non ha avuto modo di discutere con un regista o con un editore e che non è stato mai messo alla prova della scena</span><span>», dice di Majo</span><span>.</span></p>
<p><span>A trent’anni da</span><i><span> Terremoto con madre e figlia</span></i><span>, Martone riporta Ramondino al teatro con un’opera che insiste sulla solitudine contemporanea e sul rapporto tra biografia e forma. Un ritorno che riapre il discorso sulla sua posizione nella letteratura italiana del secondo Novecento e sull’assenza, ancora oggi, di un’edizione organica della sua opera.</span></p>
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<title>Nei campus del Texas c’è la frontiera della competizione tecnologica con la Cina</title>
<link>https://www.eventi.news/nei-campus-del-texas-ce-la-frontiera-della-competizione-tecnologica-con-la-cina</link>
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Dal piano di reclutamento dei talenti ai ricercatori ospiti, Pechino usa attori formalmente legittimi per sottrarre proprietà intellettuale: nel Lone Star State, norme e nuovi uffici negli atenei provano a rispondere a un’asimmetria strutturale che le democrazie faticano ancora ad ammettere
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>Non era solo un episodio diplomatico. Era la prova visibile di qualcosa che il controspionaggio americano inseguiva da anni nei laboratori universitari, negli ospedali di ricerca e nelle piattaforme petrolifere del Texas: una campagna sistematica di acquisizione tecnologica condotta non da spie con copertura diplomatica, ma da ricercatori, dottorandi, <i>visiting scholar</i>, cioè attori formalmente legittimi, inseriti nelle strutture accademiche americane. I cosiddetti collettori non tradizionali (<i>non-traditional collectors</i>). All’epoca, i funzionari statunitensi avevano precisato che il consolato era implicato direttamente in indagini su frodi presso istituzioni di ricerca texane e che i diplomatici cinesi erano in comunicazione attiva con ricercatori locali, guidandoli su quali informazioni raccogliere. Non copertura passiva, dunque, ma direzione operativa. Un <a href="https://cset.georgetown.edu/publication/chinas-foreign-technology-wish-list/">rapporto del Center for Security and Emerging Technology</a> aveva già documentato che tra il gennaio 2015 e il luglio 2020 il consolato di Houston aveva identificato più progetti scientifici e tecnologici di qualsiasi altra missione diplomatica cinese nel mondo.</p>
<p>La chiusura del consolato è la data spartiacque. Prima: infiltrazioni di funzionari cinesi, con l’ombrello consolare a fare da interfaccia tra Pechino e la rete di contatti nei campus. Dopo: spostamento verso forme di raccolta prive di quella protezione, tra cui ricercatori, collaborazioni di ricerca, reti diasporiche nei campus. Il problema non è scomparso. Si è adattato.</p>
<p>Il Texas era ed è una superficie d’attacco privilegiata per ragioni che hanno poco a che fare con la retorica e molto con la geografia della conoscenza americana. Houston è il cuore dell’industria energetica globale e un polo biomedico di primo rango. Austin ospita una delle università di ricerca più finanziate degli Stati Uniti. College Station ha uno dei sistemi universitari con i legami più intesi con la difesa nazionale. È qui che si concentrano i finanziamenti federali, la ricerca a doppio uso, i talenti internazionali.</p>
<p>Il meccanismo dei collettori non tradizionali funziona sull’ambiguità strutturale della scienza aperta. Un dottorando che collabora con ricercatori di Shanghai non è, di per sé, una spia. Un ricercatore ospite che accede ai database di un laboratorio oncologico non sta, formalmente, commettendo un reato. Il confine tra ricerca fondamentale e applicazione a uso duale è spesso identificabile solo ex post. Ed è questa zona grigia che Pechino ha imparato a sfruttare: attraverso il piano di reclutamento dei talenti all’estero (come il Thousand Talents Plan, smantellato come marchio dopo le indagini del Federal Bureau of Investigation ma mai davvero interrotto come pratica) e attraverso reti di università classificate ad alto rischio che continuano a comparire come co-autrici di ricerche finanziate con fondi americani.</p>
<p>Il <a href="https://www.houstonpublicmedia.org/articles/news/crime/2026/03/17/546318/former-md-anderson-researcher-found-guilty-of-attempting-to-share-research-with-china/">caso dell’MD Anderson Cancer Center</a> di Houston è emblematico. Un’analisi di IPTalons ha documentato che più di 70 entità straniere, in larga parte università cinesi legate a progetti di fusione civile-militare, avevano preso di mira ricercatori del centro, con 287 pubblicazioni co-firmate con organizzazioni ad alto rischio. Yunhai Li, ricercatore post-doc arrivato nel 2022 con un visto da <i>scholar</i>, è stato intercettato il 9 luglio 2025 al George Bush Intercontinental Airport mentre tentava di imbarcarsi per la Cina con i dati di una ricerca su un vaccino contro le metastasi del cancro al seno. Aveva cancellato i file dai dispositivi aziendali quando MD Anderson aveva scoperto i download. Ma aveva conservato un backup su Baidu SkyDisk, un servizio cloud cinese. Arrestato ad agosto, ha patteggiato a marzo ed è stato condannato a 364 giorni di carcere. I documenti mostrano che durante la sua permanenza al centro non aveva dichiarato di mantenere un impiego e ricevere finanziamenti da istituzioni cinesi.</p>
<p>Il <a href="https://texasscorecard.com/state/report-ut-researchers-worked-with-chinese-military-linked-academics/">caso dell’Università del Texas ad Austin</a> tocca implicazioni più dirette sul piano strategico. Un comitato parlamentare ha identificato una ricerca dell’anno scorso, finanziata dalla Marina degli Stati Uniti, in cui ricercatori di Austin avevano collaborato con colleghi della Shanghai Jiao Tong University e della Beihang University. La Beihang fa parte dei cosiddetti Sette figli della difesa nazionale, le università strettamente integrate con l’apparato militare cinese, ed è nella lista delle entità soggette a controllo delle esportazioni dal 2001. Il paper studiava l’ottimizzazione delle decisioni sequenziali: una formulazione accademica con evidenti applicazioni nei sistemi d’arma autonomi. Il mese scorso, John Moolenaar, presidente del Select Committee on China della Camera, <a href="https://www.houstonpublicmedia.org/articles/education/2026/03/10/545712/texas-am-china-security-research-funding/">ha chiesto</a> alla National Science Foundation di sospendere 17 milioni di dollari di finanziamenti a Texas A&M per collaborazioni analoghe su chimica quantistica, esplicabilità dei sistemi di intelligenza artificiale e imaging iperspettrale.</p>
<p>La risposta istituzionale texana è, paradossalmente, più avanzata di quella di molti Stati tradizionalmente considerati più sofisticati. Texas A&M ha istituito il proprio Research Security Office nel 2016, anni prima che le normative federali rendessero obbligatori uffici analoghi. Oggi co-gestisce, insieme all’Università di Washington, il SECURE Center – il nodo nazionale istituito dal Chips Act del 2022, finanziato con 77 milioni dalla National Science Foundation. La Rice University di Houston nel luglio 2023 ha nominato come responsabile della sicurezza della ricerca Tam Dao, ex supervisory special agent del Federal Bureau of Investigation nell’Houston Counterintelligence Task Force, la stessa che aveva lavorato sul dossier del consolato di Montrose Boulevard.</p>
<p>Nel 2025, il legislativo texano ha approvato l’House Bill 127, che istituisce il Texas Higher Education Research Security Council, vieta le donazioni non verificate da Paesi avversari e inasprisce le pene per il furto di segreti industriali a vantaggio di potenze straniere. A livello federale, il Safe Research Act – approvato dalla Camera come emendamento al National Defense Authorization Act per il 2026 – vieterebbe i fondi federali ai ricercatori affiliati a entità ostili e imporrebbe la disclosure di collaborazioni e finanziamenti verso paesi avversari negli ultimi cinque anni.</p>
<p>Non mancano le critiche. Una parte del corpo docente percepisce qualunque struttura di controllo come incompatibile con il modello di scienza aperta, e le associazioni universitarie hanno avvertito che le definizioni del Safe Research Act sono così ampie da imporre in pratica la rottura con larghi segmenti della comunità scientifica internazionale. Chi gestisce gli uffici di sicurezza negli atenei texani respinge l’equivalenza: quegli uffici conducono valutazioni e formulano raccomandazioni, senza poteri coercitivi. Il punto, per chi li difende, è più semplice: i soldi dei contribuenti americani non dovrebbero finanziare la ricerca di Stati ostili.</p>
<p>La tensione, però, è strutturale. Le democrazie liberali hanno costruito il proprio vantaggio tecnologico su un modello di scienza aperta, replicabile, pubblicata – accessibile per definizione a chiunque. La Cina ha adottato come politica di Stato la fusione civile-militare, che sistematicamente trasforma la ricerca fondamentale in applicazione strategica. L’asimmetria non è contingente: è il prodotto di due sistemi con logiche opposte che competono sullo stesso terreno. Un ricercatore cinese in un laboratorio americano opera in uno spazio regolato da norme pensate per la collaborazione. Un ricercatore americano in Cina opera in uno spazio dove la collaborazione è già, per legge, subordinata agli interessi dello Stato.</p>
<p>Intanto, alla chiusura del consolato di Houston è seguita quella di tutti gli Istituti Confucio nelle università americane. Per ora non si sono ripresentati in forme alternative, lo confermano alcuni esperti interpellati. Ma l’attenzione verso le associazioni degli studenti cinesi nei campus rimane alta, in quanto strutture che possono svolgere funzioni di monitoraggio e pressione sulla diaspora. Il Texas non è ancora il centro storico della sicurezza della ricerca americana: quel ruolo spetta all’ecosistema Washington-Boston. Ma è diventato il laboratorio dove il modello si sperimenta, e i casi documentati nei suoi campus sono, al momento, tra le prove empiriche più solide di come funziona davvero la caccia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/nei-campus-del-texas-la-frontiera-della-competizione-tecnologica-con-la-cina/">Nei campus del Texas c’è la frontiera della competizione tecnologica con la Cina</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>La nuova geografia del potere, e la fine del dominio occidentale</title>
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In “Storia globale dell’età contemporanea”, Federico Romero analizza come l’ascesa di Pechino stia producendo un ordine instabile, fatto di antagonismi e faglie geopolitiche
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/10/ling-tang-ybroaf1cn3i-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/10/ling-tang-ybroaf1cn3i-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/10/ling-tang-ybroaf1cn3i-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/10/ling-tang-ybroaf1cn3i-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/10/ling-tang-ybroaf1cn3i-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/10/ling-tang-ybroaf1cn3i-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Il ventunesimo secolo sta assumendo un aspetto ben diverso da quello immaginato alla sua vigilia. Certo l’economia mondiale è cresciuta e con essa il benessere e il commercio internazionale. Su scala mondiale la fame o la mortalità infantile sono drasticamente diminuite, centinaia di milioni di asiatici sono fuoriusciti dalla povertà assoluta. La distanza una volta abissale tra i paesi ricchi e quelli emergenti è assai diminuita. La grande frattura globale che si era aperta con la rivoluzione industriale si sta ricomponendo. L’Asia, e soprattutto la Cina, hanno più che invertito il declino economico relativo dei due secoli precedenti, sono divenuti grandi motori di crescita dell’economia mondiale, ridisegnandone la geografia industriale e commerciale. </span></p>
<p><span>Per converso, la soverchiante predominanza dei paesi occidentali è diminuita a mano a mano che il loro primato economico si riduceva, mentre l’ascesa di altre società ne relativizzava la presunzione di universalità. Restano i paesi più ricchi del mondo, ma non ne sono più l’epicentro pressoché esclusivo, e la percezione di essere oltre il proprio apogeo li sta visibilmente destabilizzando. A dispetto di ciò che l’ideologia liberale della globalizzazione predicava, queste enormi trasformazioni non hanno generato convergenza, omogeneità e accordo. Si sta anzi disegnando un mondo policentrico, per diversi aspetti multipolare, segnato da rivalità e antagonismi via via più aspri. […] </span></p>
<p><span>Tra le nuove faglie di divisione e antagonismo, quella emersa tra Cina e Stati Uniti è senza dubbio la più rilevante. Per ampiezza territoriale e demografica, per forza economica e tecnologica, per potenza militare e influenza politica questi sono i due giganti del ventunesimo secolo. Così come le loro sinergie avevano plasmato il ciclo di globalizzazione dagli anni Ottanta alla crisi finanziaria, la loro crescente rivalità sta ridisegnando i confini, le dinamiche e le coalizioni dell’attuale segmentazione del mondo. Per qualche anno dopo la crisi finanziaria, le loro politiche di stimolo – separate ma con effetti convergenti – avevano sostenuto la ripresa globale senza erigere nuove barriere. </span></p>
<p><span>Ma quello fu anche l’epilogo della globalità cooperativa. La crisi aveva evidenziato la vulnerabilità dell’Occidente al disordine finanziario, e Pechino vedeva sempre meno ragioni per restare passivamente soggetta alle norme e istituzioni di un ordine internazionale che, pur favorendone la crescita, la manteneva in un ruolo subordinato. La Cina, che per decenni aveva costruito la sua crescita sulle esportazioni e sull’attrazione di capitali, iniziava ora a guardare alle proprie possibilità d’investimento all’estero, e alla conseguente espansione della propria influenza.  […] </span></p>
<p><span> Il nuovo presidente Xi Jinping, nominato nel 2013, cominciava a parlare da guida non più di un’economia emergente ma di una grande potenza, con toni spesso apertamente nazionalistici e una critica via via più marcata dell’“egemonismo” statunitense. La tendenza a una divaricazione non era meno netta sul versante americano, dove si cominciava a pensare che l’integrazione della Cina nell’economia mondiale avesse comportato, insieme a molti vantaggi, anche negatività preoccupanti. </span></p>
<p><span>Gli Stati Uniti riprendevano quindi a ragionare in chiave di rivalità sia economica che geopolitica. Il presidente Obama individuava nella Cina il grande concorrente del futuro, e proponeva nuove aree di più profonda integrazione economica sia attraverso l’Atlantico che per i paesi affacciati sul Pacifico, con la marcata esclusione della Cina. Anche la critica al regime comunista cinese tornava alla ribalta dopo decenni di relativo silenzio: l’autoritarismo di Pechino e le sue violazioni dei diritti umani riaffioravano nei media occidentali, e presto la dicotomia democrazia-dittatura tornava a plasmare la lettura occidentale di una relazione vista sempre più come problematica. </span></p>
<p><span>Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca lo scontro si intensificava. Il nuovo presidente optava per il protezionismo commerciale, imponeva tariffe anche ai prodotti degli alleati e, in generale, adottava un atteggiamento assai più assertivo e nazionalista: abbandonava i progetti di nuove aree di libero scambio, si ritirava dagli accordi di Parigi sul clima e rimpiazzava la collaborazione internazionale con l’esercizio unilaterale di pressione diretta da parte americana. Particolarmente significativo era l’abbandono dell’accordo appena realizzato da Obama con Cina, Russia e paesi europei per il controllo del progetto nucleare iraniano, che Trump cancellava e sostituiva con stringenti sanzioni a Teheran. </span></p>
<p><span>Ma il fronte principale era indubbiamente quello cinese. Trump erigeva forti barriere tariffarie ai prodotti di Pechino e iniziava a limitare l’accesso al mercato americano per le aziende ad alta tecnologia, come Huawei. In parte si trattava di pressioni tattiche, per strappare migliori condizioni, ma la strategia di sicurezza americana non lasciava dubbi sull’intenzione di impedire l’ulteriore ascesa tecnologica, economica e strategica della Cina. Xi Jinping, dal canto suo, non si ritraeva dalla sfida, anzi la rilanciava. La Cina si proponeva come il vero pilastro di un’economia globale aperta e di un multilateralismo paritario, cui ogni Stato potesse partecipare in piena sovranità senza essere sottoposto agli standard occidentali in tema di diritti umani, libertà politiche o natura del mercato (una critica crescente dell’Occidente era rivolta alle grandi aziende statali e ai sussidi.</span></p>
<p> </p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-580735 aligncenter" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/10/61dkcjuauml-185x300.jpg?x17776" alt="" width="185" height="300" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/10/61dkcjuauml-185x300.jpg 185w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/10/61dkcjuauml.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 185px) 100vw, 185px"></p>
<p><a href="https://www.carocci.it/prodotto/storia-globale-delleta-contemporanea?srsltid=AfmBOooqPELn6cy2W6YlW4QNTEcQytIVKrrkakMwa_KU_DCLclJeu6a8"><i><span>Tratto da “Storia globale dell’età contemporanea. Dal dominio occidentale all’insicurezza multipolare”, Federico Romero, Carocci Editore, pp. 244, 20,90 euro </span></i></a></p>
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<title>L’anacronistica battaglia di Ceccardi contro il woke, e il ritorno di Louis CK tra i rispettabili</title>
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L’europarlamentare europea ha pubblicato un video in cui recita una poesiola contro i moralizzatori del web. Ma non siamo più nel 2021, perfino Netflix ha deciso che il più grande comico del pianeta, quello fermato dal MeToo, può tornare sulle piattaforme
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="953" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/13996334-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/13996334-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/13996334-small-300x223.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/13996334-small-1024x762.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/13996334-small-768x572.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/13996334-small-1200x893.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il punto di congiunzione tra i danni del Cialis sulla classe dirigente e il corso Shenker frequentato da Susanna Ceccardi arriva nella notte di giovedì, in una mail inviata da Tokyo.</p>
<p>Mentre tutti ci interroghiamo su quel problema della destra che potremmo definire in modi volgari e da bar, ma eufemisticamente sintetizzeremo in <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/claudia-conte-piantedosi-elly-schlein/" target="_blank" rel="noopener">«le signorine»</a> (che contrappasso è, se il governo presieduto da una donna ha il costante problema dei sottoposti di quella donna che s’inguaiano grazie a quel tirante che hanno nelle mutande?), sull’Instagram di Susanna Ceccardi c’è da una settimana <a href="https://www.instagram.com/p/DWZUf_6CMbN/?hl=it" target="_blank" rel="noopener">un video meraviglioso.</a></p>
<p>Ci sono lei e un altro carneade (uno la cui bio social dice «Italian patriot»: Alberto Sordi dove sei, Alberto Sordi torna, Alberto Sordi ci manchi) che, assieme al conservatore americano Joey Mannarino, recitano una poesiola di Natale contro il woke. I due italiani la scandiscono in un inglese che fa venir voglia di chiedere scusa a Matteo Renzi e Francesco Rutelli.</p>
<p>Dico poesiola perché è chiaro che hanno tentato di ritmarla, per spiegarci che il woke falsifica tutto uno dice «Truth?», l’altra risponde «Gone». C’è il problema che Instagram ha i sottotitoli automatici che equivocano la pronuncia ceccardiana, e la verità diventa una pistola, «gun» – è anche una bella immagine, ma è involontaria.</p>
<p>Insomma questo video sta lì da una settimana e sembra di sentir parlare del buco nell’ozono. Il woke? Che cos’è, il 2021? Possibile che l’Italia sia così in ritardo sull’America, e allo stesso tempo smaniosa di americanizzarsi, da essere disposta a importare in ritardo dibattiti lì già stramorti?</p>
<p>Certo, esistono ancora quelli che si terrorizzano di venire aggrediti sui social dalle brigate moralizzatrici, ma è gente che fino all’altroieri ha vissuto in una grotta: le persone normali ormai sanno che non c’è Torquemada di Instagram le cui istanze non siano azzerabili con una pernacchia.</p>
<p>Il più clamoroso errore di Fabrizio Corona è stato definire la sua guerriglia agli eredi Berlusconi come «MeToo gay». Al di là delle diverse dinamiche della sessualità tra maschi gay (che nessuna unione civile può addomesticare se non per piccolissime minoranze), c’è che a nessuna, se non a qualche fanatica che spera così di guadagnarsi titoli su una stampa americanizzata in ritardo, importa più nulla del MeToo, passato di moda più velocemente delle spalline imbottite.</p>
<p>Louis CK non ha mai fatto il ministro. È un comico, a novembre del 2017 era alla fine del suo settimo anno in stato di grazia: <a href="https://www.linkiesta.it/2025/04/antonello-fassari-louis-ck-femminicidi-donne-of-course-but-maybe/" target="_blank" rel="noopener">«Of course, but maybe»</a>, la formula che è la più rilevante idea che un comico americano abbia avuto da quando Mel Brooks e Carl Reiner si inventarono l’uomo di duemila anni, è del 2010.</p>
<p>Quando il New York Times pubblica le testimonianze di improbabili tizie che lo accusano di aver chiesto loro se potesse menarselo in loro presenza – e loro hanno detto sì, ma era la pressione psicologica d’un uomo di potere che altrimenti avrebbe rovinato le loro carriere di aspiranti comiche – ha compiuto da due mesi cinquant’anni. Ha un film in uscita: non uscirà mai. Ha due contratti con Netflix e con FX: verranno stracciati.</p>
<p>Ricomincia dalle cose piccole: dalle province dell’impero, dai teatri nei quali non sarebbe mai andato quando era uno cui Netflix dava decine di milioni per avere sulla piattaforma la registrazione dei suoi monologhi (in analfabetese: stand-up). Viene persino in Italia. Non è più lui, constata a malincuore chiunque abbia conservato lucidità. Certo, ha ancora dei guizzi, ma non è il gigante che è stato per anni, quello in confronto al quale Ricky Gervais pare uno di “Lol”.</p>
<p>È tuttavia difficile sapere da cosa dipenda: quanti anni di grazia può avere un artista? È normale che a un certo punto la qualità del materiale cali? O è che dal trauma di vederti togliere tutto da tizie che sostengono tu avessi un qualche potere sulle loro carriere non ti riprendi più?</p>
<p>(Aaaaahhhhh, Soncini sta dicendo che un uomo ha il diritto di menarselo davanti a lei non consenziente solo perché quello lì la fa ridereeee. No, Vongola: sto dicendo che tecnicamente erano consenzienti, che il potere intimidatorio di uno che non è il padrone della ferriera è una speculazione intellettuale che non regge di fronte al fatto che nessuna di queste ha nei dieci anni di oblio di CK avuto un qualsivoglia successo come comica, e che se non sai ridere in faccia a uno che tira fuori quell’arnese grinzoso non mi è chiaro come tu possa pensare di fare alcunché di comico).</p>
<p>CK ha ricominciato dall’autopubblicazione, anche. Ha un sito: si è ricomprato i diritti delle sue serie e le ha messe lì, ha messo lì il suo film, ha messo lì i suoi spettacoli. Nel 2021 è tornato a esibirsi al Madison Square Garden (capienza: 19mila e 500 spettatori), perché se una cosa chi osserva questi fenomeni da prima di Susanna Ceccardi ha capito è che non c’è isteria morale che tenga di fronte al talento: solo gli scarsi sono cancellabili, e un CK non in forma è comunque meno scarso di quasi tutti. Persino dopo avergli stracciato il contratto, Netflix aveva tenuto sulla piattaforma i suoi monologhi già acquistati. È come quando gli impiegati trans si offendono per le battute di Dave Chappelle: siamo tanto sensibili alle vostre istanze, ma voi lo sapete quanti abbonati nuovi ci arrivano grazie a Chappelle?</p>
<p>Diversamente da quel che succede nell’editoria, la tv rende ancora di più se non fai da solo. E quindi giovedì notte, da Tokyo, in una mail agli iscritti al suo sito, CK dà due notiziole. Una è che in estate il suo “Ridiculous”, lo spettacolo che qualche mese fa ha portato anche a Milano, sarà su Netflix. L’altra è che a “Netflix is a joke”, il festival di Los Angeles dove i migliori comici contrattualizzati dalla piattaforma si esibiscono per il pubblico pagante dell’Hollywood Bowl (17mila e 500 spettatori), la sua sarà l’esibizione principale.</p>
<p>È ufficialmente finita, i più attenti osservatori se n’erano accorti da un pezzo ma per quelli che con la statistica arrivano sempre con tre anni di ritardo sull’aneddotica serviva questa conferma. Nessun angolino in cui ti hanno messo in castigo per turpitudine morale è eterno, se sei uno molto capace a fare qualcosa.</p>
<p>Se lo sono ripreso adesso che è meno splendido di prima ma comunque vale ancora un sacco di soldi. Ci hanno privati di un po’ di spettacoli minori che magari sarebbero stati maggiori: mancherà sempre la controprova.</p>
<p>Chissà di quanti abbonati si sono privati, certi che sarebbe durato un maccartismo che poi è finito con la rapidità delle mode nella società liquida. Mi sa che sono più contriti i commercialisti di Netflix che quelli di CK, per questi dieci anni di insensata privazione.</p>
<p>Adesso mancano solo due cose. Che Netflix la smetta di negarci la visione del film biografico in cui Gore Vidal era interpretato da Kevin Spacey. E che qualcuno faccia vedere a Susanna Ceccardi i mille monologhi in cui Louis CK parlava della propria fissa per il proprio bigolo.</p>
<p>Non tanto per dimostrarle che non solo la classe dirigente della Meloni è afflitta dall’andropausa: l’uomo cui l’industria farmaceutica ha impedito di a un certo punto pensionarsi dall’erezione è in crisi nel mondo tutto; più che altro perché, vedendo che persino CK può tornare tra i rispettabili, capisca che è rimasta indietro: va tutto bene, quell’allarme le è arrivato quando già era estinto, e la verità è una pistola.</p>
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<title>La guerra con l’Iran dimostra che il dominio aereo americano si regge su nodi fragili</title>
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<description><![CDATA[ 
Un aereo radar americano, usato per controllare lo spazio aereo e coordinare i caccia, è stato danneggiato in una base in Arabia Saudita. Colpire questi velivoli può rendere meno efficace l’intero sistema militare statunitense
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24274796-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24274796-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24274796-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24274796-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24274796-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24274796-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Il probabile danneggiamento grave di un E-3 Sentry presso la base saudita di Prince Sultan rappresenta molto più di un episodio tattico. Segna, piuttosto, l’ingresso pieno del conflitto in quella dimensione, spesso trascurata ma decisiva: l’architettura invisibile della superiorità aerea. </span></p>
<p><span>Per decenni, la forza statunitense nel Golfo si è basata non solo su piattaforme avanzate, ma su un sistema integrato di enabler: velivoli radar, rifornitori, nodi di comando e infrastrutture distribuite. L’AWACS è il cuore di questo sistema. Non combatte direttamente, ma rende possibile il combattimento ordinato, coordinato ed efficiente. Colpirlo significa disarticolare la catena che trasforma la potenza in efficacia operativa. Senza questa regia, anche i caccia più avanzati operano in un ambiente più caotico, con minore capacità di anticipazione e risposta. </span><span>Il dato più rilevante non è solo il danno al velivolo, ma il luogo in cui è avvenuto. Prince Sultan Air Base rappresenta uno snodo arretrato, teoricamente protetto, fondamentale per la gestione delle operazioni nel teatro mediorientale. Colpirla equivale a dimostrare che la profondità strategica non è più una garanzia.</span></p>
<p><span>La guerra non resta confinata alle linee avanzate, ma penetra nelle retrovie, colpendo logistica, coordinamento e continuità operativa. Questo passaggio modifica la natura stessa del conflitto. Non si tratta più solo di distruggere capacità visibili, ma di introdurre frizione sistemica: costringere l’avversario a disperdere risorse, riorganizzare basi, aumentare la protezione e ridurre l’efficienza complessiva.</span></p>
<p><span>L’impatto dell’episodio è amplificato da un fattore strutturale: la condizione della flotta AWACS statunitense. Gli E-3 sono pochi, invecchiati e con tassi di prontezza limitati. Il numero nominale non riflette la reale disponibilità operativa. </span><span>La perdita, anche di una sola piattaforma, produce effetti a catena. Si riducono le ore di copertura, aumentano le turnazioni, si comprimono i margini di sicurezza. <a href="https://www.linkiesta.it/wp-admin/post.php?post=611562&action=edit">La superiorità aerea non scompare, ma diventa più costosa da mantenere</a>.</span></p>
<p><span>A rendere il quadro ancora più critico è la transizione incompleta verso il successore, l’E-7 Wedgetail. Il ritardo nel dispiegamento crea un vuoto operativo e industriale: ogni perdita attuale non è rapidamente sostituibile. La guerra, dunque, colpisce una capacità già in fase di dismissione, ma ancora indispensabile. È questa contraddizione a rendere il danno particolarmente sensibile.</span></p>
<p><span>L’elemento più interessante, sotto il profilo geopolitico, è la logica che sembra emergere. L’azione attribuita all’Iran suggerisce una strategia di logoramento asimmetrico, mirata non alla distruzione totale della forza avversaria, ma all’aumento del suo costo operativo. </span><span>Colpire AWACS, tanker e infrastrutture significa agire sui moltiplicatori di forza, cioè su ciò che rende scalabile la superiorità americana. È un approccio coerente con una guerra in cui l’obiettivo non è vincere rapidamente, ma rendere sempre più oneroso il mantenimento del vantaggio.</span></p>
<p><span>Anche attacchi limitati possono produrre effetti sproporzionati. La concentrazione degli assetti in pochi hub, necessaria per ragioni operative, diventa una vulnerabilità. Un singolo colpo riuscito può generare un impatto sistemico. </span><span>L’attacco ha anche una dimensione politica evidente. Colpire una base in Arabia Saudita significa inviare un segnale ai partner regionali: l’ombrello di sicurezza americano non è impermeabile. Questo introduce un elemento di pressione indiretta.</span></p>
<p><span>I Paesi che ospitano forze statunitensi si trovano esposti a rischi crescenti, con possibili ripercussioni sulle loro scelte strategiche. La fiducia nella protezione americana resta, ma viene messa alla prova. E, in geopolitica, la percezione della vulnerabilità conta quanto la vulnerabilità reale.</span></p>
<p><span>La questione decisiva è se questo episodio resterà isolato o diventerà un modello replicabile. Se non verrà seguito da altri attacchi efficaci contro gli enabler, sarà interpretato come un campanello d’allarme, utile a correggere vulnerabilità. </span><span>Ma, se la dinamica si ripeterà, il conflitto entrerà in una nuova fase: una guerra dei costi, in cui la superiorità non viene rovesciata direttamente, ma progressivamente erosa. </span><span>Il vantaggio americano resterebbe, ma a un prezzo crescente, sia in termini operativi sia politici. E proprio questo aumento del costo potrebbe diventare il vero obiettivo strategico dell’avversario.</span></p>
<p><span>Il caso dell’E-3 colpito a Prince Sultan mostra che la guerra moderna non si gioca solo sulla potenza, ma sulla sostenibilità della potenza. La superiorità aerea non è più una condizione statica, ma un equilibrio dinamico, continuamente esposto a pressioni. </span></p>
<p><span>Colpire un AWACS significa colpire la capacità di coordinare, prevedere e dominare lo spazio aereo. Non è un gesto simbolico, ma un attacco alla struttura stessa del vantaggio occidentale. </span><span>Se questa logica dovesse consolidarsi, il Golfo diventerebbe il laboratorio di una nuova forma di conflitto: meno spettacolare, più tecnica, ma decisiva. Una guerra in cui il vero obiettivo non è distruggere il nemico, ma rendergli sempre più difficile restare dominante.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/guerra-golfo-awacs-vulnerabilita-superiorita-aerea-usa/">La guerra con l’Iran dimostra che il dominio aereo americano si regge su nodi fragili</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Mentre Trump resta impantanato in Iran, Xi Jinping riorganizza il sistema politico e militare</title>
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La crisi nello Stretto di Hormuz riduce la capacità americana di presidiare simultaneamente l’Asia e il Medio Oriente. La minore pressione di Washington consente a Pechino un aumento graduale della pressione su Taiwan
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 10:00:08 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24201927-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24201927-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24201927-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24201927-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24201927-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24201927-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>L’impantanamento di Donald Trump nella guerra con Iran sta offrendo a Xi Jinping una finestra di opportunità che a Pechino, fino a pochi mesi fa, difficilmente avrebbero considerato così favorevole. Perché arriva nel momento esatto in cui il regime cinese sta attraversando una fase interna delicata dopo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/01/cina-xi-jinping-epurazione-vertici-militari/" target="_blank" rel="noopener">l’epurazione dei vertici militari</a> promossa da Xi Jinping. L’uscita di scena di Zhang Youxia, vicepresidente della Commissione militare centrale e uomo di fiducia dello stesso Xi, e He Weidong, altro ufficiale di primo piano, ha indebolito l’esercito cinese. Secondo il Center for Strategic and International Studies, 37 dei 44 ufficiali entrati nel Comitato centrale cinese nel 2022 non sono più pienamente operativi: sono stati rimossi, messi sotto indagine o sono scomparsi dalla scena pubblica. </span></p>
<p><span>Grazie all’errore strategico di Trump, in queste settimane (o forse mesi), Xi Jinping avrà tutto il tempo di ricostruire una catena di comando che risponda in modo più diretto e senza ambiguità per realizzare il sogno della sua presidenza: la conquista di Taiwan. </span><span>L’isola di fronte alle coste della provincia cinese del Fujian è leggermente meno protetta di quanto fosse solo poche settimane fa, visto che gli Stati Uniti hanno dislocato due compomenti importanti della loro difesa militare dalla cintura di Paesi asiatici che negli anni ha contribuito a contenere la proiezione militare cinese nel Pacifico occidentale. La USS Tripoli, una delle principali navi d’assalto anfibio, è partita dalla base di Yokosuka in Giappone verso lo Stretto di Hormuz, mentre dalla dalla base americana di Seongju, in Corea del Sud, sono state trasferite sei piattaforme di lancio del sistema antimissile THAAD. </span></p>
<p><span>Sono movimenti limitati, certamente, ma un segnale da non sottovalutare perché Washington non può operare ovunque con la stessa intensità. Questa riduzione relativa della presenza non spingerà Pechino a forzare i tempi su Taiwan, ma permetterà di aumentare la pressione in modo graduale, senza bisogno di escalation. </span></p>
<p><span>Il rinvio del vertice con Donald Trump, ora previsto non prima di metà maggio, offre a Xi Jinping anche un certo un margine politico prezioso per concentrarsi su un’altra priorità: rimettere in ordine una macchina statale che negli ultimi due anni è stata sottoposta a una pressione continua, tra indagini disciplinari, rimozioni mirate e rotazioni forzate dei quadri dirigenziali. </span></p>
<p><span>In preparazione del 21° Congresso del Partito comunista cinese nel 2027, verranno riassegnati incarichi a tutti i livelli: dai villaggi alle province, fino ai ministeri centrali. Sarà uno dei più grandi cicli di rotazione del personale politico al mondo. Non si tratta di epurazioni spettacolari come quelle nell’esercito, ma di un lavoro più capillare. Il Dipartimento organizzativo del Partito, ovvero il centro che gestisce nomine, carriere e promozioni, ha avviato una campagna nazionale per ridefinire i criteri di valutazione dei funzionari, introducendo il concetto di «visione corretta della performance politica». È una formula degna della neolingua orwelliana, volutamente ampia, ma con un significato operativo intuibile: conta meno quanto crescono PIL, investimenti o entrate locali, e conta di più quanto le decisioni di un funzionario riflettono le priorità politiche fissate da Xi.</span></p>
<p><span>Le purghe degli ultimi anni hanno però ridotto il numero di quadri con esperienza e senza macchie disciplinari, rendendo più complessa la selezione. Allo stesso tempo, l’età media del Politburo è salita a circa 66 anni, il livello più alto degli ultimi decenni, e non emergono figure giovani chiaramente destinate a salire ai vertici.</span></p>
<p><span>Chi rimane, si adegua. E questo cambiamento di mentalità lo si nota nei risultati economici degli ultimi anni. La Cina continua a fissare obiettivi di crescita relativamente ambiziosi, ma tende a centrarli con precisione senza superarli, cosa che invece in passato accadeva regolarmente. Il motivo è semplice: i funzionari locali hanno smesso di competere tra loro sulla crescita, perché superare il target può essere interpretato come un segnale di eccessiva autonomia o di cattiva interpretazione delle priorità politiche.</span></p>
<p><span>La sciagurata guerra in Iran di Trump ha rafforzato anche la posizione della Cina nelle filiere globali. Le aziende cinesi controllano oltre il 70 per cento della capacità produttiva mondiale in tecnologie legate alla transizione energetica. Negli ultimi giorni, i principali produttori di batterie hanno guadagnato oltre 70 miliardi di dollari di capitalizzazione. </span></p>
<p><span>Come </span><a href="https://ecfr.eu/article/why-china-not-russia-could-be-the-real-winner-of-the-iran-war/" target="_blank" rel="noopener"><span>ha ricordato saggiamente</span></a><span> Agathe Demarais, senior policy fellow dello European Council on Foreign Relations, bisogna sempre ricordare la posizione dominante della Cina nelle filiere dei materiali strategici. Pechino non si limita a estrarre terre rare: ne controlla soprattutto la raffinazione, cioè il passaggio industriale più complesso e difficile da sostituire, da cui dipendono sistemi d’arma, elettronica avanzata e tecnologie verdi. Questa posizione crea una leva concreta nei confronti degli Stati Uniti. Alcune stime indicano che le scorte americane di materiali critici, utilizzati per missili e sistemi aeronautici, coprono solo pochi mesi di produzione. La Cina ha già dimostrato di poter intervenire su queste forniture durante le tensioni commerciali degli ultimi anni</span></p>
<p><span>Nel 2025 circa metà del petrolio importato da Pechino proveniva dal Medio Oriente, una dipendenza significativa sulla carta. Ma questo dato, da solo, è fuorviante. Negli ultimi dieci anni la Cina ha costruito una delle più grandi capacità di stoccaggio strategico al mondo, con riserve stimate intorno a 1,3 miliardi di barili, sufficienti a coprire diversi mesi di consumo anche in caso di shock prolungati. Questo consente di assorbire interruzioni temporanee senza effetti immediati sull’economia reale.</span></p>
<p><span>Pechino ha lavorato per ridurre la dipendenza dalle rotte marittime più vulnerabili, sviluppando forniture via terra. Una quota sempre più crescente del gas arriva attraverso gli oleodotti dalla Russia e dal Turkmenistan, con contratti di lungo periodo che garantiscono flussi stabili e meno esposti a crisi geopolitiche. Il cambiamento più importante, però, riguarda la struttura stessa dei consumi. L’elettricità oggi copre circa il 30 per cento del fabbisogno energetico cinese, una quota sensibilmente più alta rispetto a Stati Uniti ed Europa. Questo è il risultato di investimenti massicci in rinnovabili, nucleare e anche carbone domestico.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/usa-iran-vantaggio-cina-strategia-globale-taiwan/">Mentre Trump resta impantanato in Iran, Xi Jinping riorganizza il sistema politico e militare</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Maurice De Vlaminck: il più radicale dei “Fauves”</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 4 Aprile ed in questo giorno, nel 1876, a Parigi, in Francia, nasceva il pittore Maurice De Vlaminck. Di formazione autodidatta, fin dagli inizi fu interessato a creare una pittura libera da schemi precostituiti e non si rifece mai alla tradizione, partendo presto con interpretazioni paesaggistiche caratterizzate da colori molto forti e […] ]]></description>
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 09:00:17 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>ergobag presenta la collezione 2026: innovazione, ergonomia e fantasia per la scuola di domani</title>
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<description><![CDATA[ Il primo giorno di scuola inaugura l’inizio di un nuovo capitolo nella crescita dei bambini, fatto di autonomie conquistate, amicizie e sogni che prendono forma tra i banchi. In questo viaggio, lo zaino non è solo un accessorio, ma un compagno fidato e un portale verso universi ancora da scoprire ]]></description>
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 09:00:17 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>MONCALIERI a Tutta Natura con FLORÌ E MIEL’É</title>
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<description><![CDATA[ Sabato 11 e domenica 12 aprile Moncalieri ospita la terza edizione di FLORÌ, la mostra mercato delle eccellenze florovivaistiche del territorio, nella centralissima Piazza Vittorio Emanuele II, e la seconda edizione di Miel’é, il Salone del Miele del Piemonte, all’interno del magnifico Real Collegio Carlo Alberto ]]></description>
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 09:00:17 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Carburante: 880 milioni di euro di aggravio ad aprile senza taglio accise</title>
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<description><![CDATA[ Con il decreto del 3 aprile il Governo ha prorogato il taglio sul prezzo della benzina e gasolio. Una misura attesa da milioni di italiani e che, se non rinnovata, secondo le stime di Facile.it avrebbe potuto portare a un esborso, per il solo mese di aprile, quantificabile in circa 880 milioni in più rispetto […] ]]></description>
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<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 09:00:17 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Trasformare l’adulterio in arma politica è la furbizia più scema della sinistra italiana</title>
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Coloro che pochi mesi fa confondevano Rosaria Boccia con Rosa Luxemburg, oggi si scandalizzano per la relazione di un ministro con   una giovane donna, dimenticando mezzo secolo di commedia all’italiana. Son gli stessi che votano poi per la prima segretaria di partito creata con l’IA (espressione purtroppo non coniata da me)
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Trasformare, l’adulterio, arma, politica, furbizia, più, scema, della, sinistra, italiana</media:keywords>
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<p>Io ci ho pensato – più che leggendo i titoli sull’intervista in cui una signora che non avevo mai sentito nominare, Claudia Conte, avrebbe detto d’essere l’amante d’un ministro in carica – vedendo il tweet (o come si chiamano ora) di Mario Giordano, che stigmatizzava fossimo passati dall’amichettismo all’amantismo (che il dio delle parole orrende abbia pietà di noi tutti).</p>
<p>Pensa essere Mario Giordano e illudersi che sia una novità, che non sia ciò che è più accaduto dall’emancipazione in poi, che non siano decenni che va così: non più il visone come Alberto Sordi all’amante nel “Vedovo”, devi regalarmi, ma una carriera.</p>
<p>La mia interpretazione dei fatti è: non è vero niente. Ci ho pensato subito, quando la signora Conte è stata intervistata da una roba chiamata “Money Talks” (ho amato molto che tutti i giornali riportassero «ha detto a “Money Talks”», acciocché quelli di uno dei centocinquantamila podcast in lingua italiana si convincessero d’aver fatto bingo, tutti ci citano: quel che i consulenti per la brand awareness non vi dicono è che, anche se il vostro marchio ce lo nominano in cento, comunque non corriamo a diventare vostri clienti, comunque ci dimentichiamo di voi nel rumore di fondo entro pochi secondi).</p>
<p>Ci ho pensato perché nei giri che frequento è comparso recentemente un caso non autocertificato ma per il resto analogo. Una tizia non sa lavorare ed è pure arrogante, e tutti tuttissimi ti dicono: eh, certo, sa che può permetterselo perché è l’amante del Gran Capo. Mi fa molto ridere perché sono stata giovane e arrogante, e tutti hanno pensato sempre fossi l’amante dei Gran Capi assortiti, e in verità vi dico: il più gran trucco femminista è convincere l’ufficio in cui lavorate che siate intoccabili in quanto amanti d’un potente, e senza neanche incomodarvi a smutandarvi per il potente.</p>
<p>Dunque questo tizio con occhiali da sole chiede a questa Conte conto di cose che avrebbe letto su una sua relazione col ministro Piantedosi (ma quindi di questa tizia che non ha alcun ruolo di rilievo nel mondo si era già parlato sui giornali, oltre che nei podcast? È dunque questa la profezia di Andy Warhol che si avvera, ognuno è famoso per qualche nicchia mentre il resto del mondo ne ignora l’esistenza?). E lei dice che non può negarlo, dice che è molto riservata, ridacchia con quel che sembra imbarazzo, gli chiede se lui sia fidanzato.</p>
<p>C’è un’altra ipotesi, contigua a quella «non è vero niente ma la signora ha capito che è l’unico modo per rendersi intoccabile»: che la signora Conte abbia chiaro come funzioniamo noi scalzacani dei giornali, e che se una tizia non nega d’avere una «relazione» con un ministro (che può voler dire tutto, d’amicizia di parentela di stima: c’è tantissimo margine d’ambiguità) ci precipiteremo a urlare all’adulterio, e lei a quel punto potrà alzare quattro spicci da un po’ di querele.</p>
<p>Sarei in brodo di giuggiole se lo schema fosse questo, e la prego di non querelarmi per averlo ipotizzato: bisogna pure che, con tante eroine della dolenza che fatturano dicendo al genere femminile quant’è fragile e vittimizzato, ogni tanto ci sia qualcuna che mette su un’impresa fondata sulla certezza dell’altrui maldicenza. Il manuale di autoaiuto di una che spiega come farsi sputtanare e farci i soldi io lo comprerei subitissimo.</p>
<p>Vorrei poi rivolgere un affettuoso pensiero a tutti quelli – non intelligentissimi, ma che inspiegabilmente si percepiscono tali – che gongolano per «un nuovo caso Boccia» (ve lo ricordate <a href="https://www.linkiesta.it/2024/09/sangiuliano-soncini-boccia-commedia-tragedia/" target="_blank" rel="noopener">lo scandaletto</a> relativo all’allora ministro Sangiuliano? Gli scandaletti da un quarto d’ora sono così frequenti che le sue tracce nella nostra memoria sono ormai sommerse: non sono passati neanche due anni e sembra di parlare di <a href="https://www.linkiesta.it/2024/11/nilde-iotti-fine-sinistra-femminismo/" target="_blank" rel="noopener">Ciro Cirillo</a>).</p>
<p>La sera dopo il referendum, ero in compagnia di rispettabile gente di sinistra di quella con tutte le idee giuste, e a un certo punto uno di loro, ovviamente elettore del Pd, ha detto a proposito di Elly Schlein, ch’egli voterà comunque perché a Bologna c’è una disciplina di partito forgiata nel secolo del Pci, una frase che è subito diventata il mio nuovo «maledizione, perché non l’ho scritta io».</p>
<p>È, ha detto l’uomo che per il resto della serata ho invidiato, la prima segretaria di partito creata con l’intelligenza artificiale. E io per qualche giorno ho pensato che, per non prendere tranvate nelle tornate che contano e gridare alla vittoria nelle tornate che sono solo simboliche (non mi convincerete mai che le funzioni dei pubblici ministeri vengano percepite come un cogente problema dall’elettorato che non lavora nei giornali), la sinistra si sarebbe dovuta procurare una segretaria meno svizzera.</p>
<p>Poi è arrivato il caso Conte, e ho capito che no, non c’è speranza: dalle settimane in cui scambiarono Rosaria Boccia per Rosa Luxemburg i commentatori di sinistra non hanno imparato niente, nientissimo. Hanno smesso di pensare che la via al governo in un paese di ladri passasse per il tacciare l’avversario di corruzione; e hanno iniziato a pensare che, in una repubblica fondata sull’adulterio, si possa guadagnare consenso dicendo che se sistemi l’amante è scandaloso.</p>
<p>Decenni di commedia all’italiana buttati nel cesso. Forse, invece che l’educazione sessuale, bisogna pensare a mettere nei programmi scolastici <a href="https://www.linkiesta.it/2025/08/spiagge-vuote-mare-vacanza-costo-vita-ombrellone/" target="_blank" rel="noopener">Dino Risi</a>. Ma anche solo Renzo Montagnani.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/claudia-conte-piantedosi-elly-schlein/">Trasformare l’adulterio in arma politica è la furbizia più scema della sinistra italiana</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>La Nato non regge senza un coinvolgimento più profondo dell’Europa</title>
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<description><![CDATA[ 
Un rapporto firmato The Hague Centre for Strategic Studies spiega: senza un’integrazione più stretta con l’Unione europea l’alleanza resta priva degli strumenti finanziari, industriali e regolatori necessari a sviluppare le capacità militari
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Nato, non, regge, senza, coinvolgimento, più, profondo, dell’Europa</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24249743-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24249743-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24249743-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24249743-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24249743-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24249743-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>C’è una frase chiave in un <a href="https://hcss.nl/wp-content/uploads/2026/03/Between-the-Berlaymont-and-the-Glass-Palace-2026.pdf">recente rapporto</a> pubblicato da The Hague Centre for Strategic Studies che merita di essere presa sul serio: senza un coinvolgimento più profondo delll’Unione europea, la Nato non ha accesso agli strumenti finanziari, regolatori e industriali necessari a sviluppare le capacità militari europee. È un’affermazione che ribalta una narrativa consolidata: quella per cui la difesa europea si esaurirebbe nella dimensione militare dell’Alleanza. In realtà, suggerisce il paper, la guerra contemporanea si gioca anche, e sempre di più, sul terreno della produzione industriale, delle catene di approvvigionamento, della regolazione dei mercati. Tutti ambiti in cui è l’Unione europea, non la Nato, ad avere competenze decisive.</p>
<p>Il punto è ancora più chiaro se si legge insieme un altro passaggio del report: l’Unione europea non dispone di una vera struttura di comando militare permanente, e duplicare le capacità della Nato (per esempio mettendo le forze di reazione rapida sotto un comando europeo) sarebbe inefficiente. Piuttosto, questo squilibrio evidenzia la necessità di rivedere il Berlin Plus Agreement, cioè il quadro che regola la cooperazione tra le due organizzazioni.</p>
<p>Qui emerge il paradosso europeo. Da un lato, la Nato resta insostituibile come macchina militare: pianificazione, deterrenza, comando. Dall’altro, senza l’Unione europea quella macchina rischia di restare senza carburante. Perché è Bruxelles che può mobilitare fondi, coordinare l’industria della difesa, armonizzare standard e regole del mercato. In altre parole: la Nato sa combattere, ma l’Unione europea rende possibile prepararsi alla guerra. Questa interdipendenza, a lungo sottovalutata, diventa oggi centrale anche alla luce delle tensioni politiche transatlantiche. Le ultime dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha detto di star considerando un’uscita degli Stati Uniti dalla Nato dopo il rifiuto degli alleati di seguire Washington nel conflitto con l’Iran, segnano un ulteriore salto di qualità. Non si tratta più solo di pressioni per aumentare la spesa militare, ma di una messa in discussione esplicita del vincolo politico alla base dell’Alleanza.</p>
<p>Al di là della fattibilità giuridica di un ritiro, il danno è già politico. Se la garanzia americana diventa incerta o condizionata, il problema per gli europei non è semplicemente fare di più nella Nato. È ridefinire il rapporto tra Nato e Unione europea. Ed è qui che il ragionamento del paper acquista un valore strategico. Se gli Stati Uniti riducono il loro impegno – o lo rendono più transazionale – l’Europa non può limitarsi a rafforzare il pilastro militare dell’Alleanza. Deve rafforzare il proprio pilastro industriale, finanziario e regolatorio. Cioè, deve fare leva proprio sugli strumenti dell’Unione europea.</p>
<p>In questo senso, la revisione del Berlin Plus non è una questione tecnica, ma politica. Significa riconoscere che la sicurezza europea non può più essere organizzata secondo una divisione rigida: Nato per la guerra, Unione europea per l’economia. Le due dimensioni sono ormai fuse. Il punto, allora, non è scegliere tra Nato ed Europa della difesa. È accettare che, senza una vera integrazione tra le due, nessuna delle due funziona davvero. E che, paradossalmente, proprio le minacce di disimpegno americano rendono questa integrazione non più rinviabile.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/la-nato-non-regge-senza-un-coinvolgimento-piu-profondo-dell-ue/">La Nato non regge senza un coinvolgimento più profondo dell’Europa</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Ristoranti a Milano con la brace accesa</title>
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Nel tempo, anche le griglie dei ristoranti in città hanno iniziato a raccontare stili e culture da tutto il mondo. Dalla carne al pesce e alle verdure, passando per robata, churrasco e parrilla senza tralasciare le versioni italiane. Una lista per chi ha voglia di mangiare con i sapori del fuoco 
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Ristoranti, Milano, con, brace, accesa</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="900" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/brace-milano-ristoranti-gastronomika.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/brace-milano-ristoranti-gastronomika.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/brace-milano-ristoranti-gastronomika-300x211.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/brace-milano-ristoranti-gastronomika-1024x720.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/brace-milano-ristoranti-gastronomika-768x540.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/brace-milano-ristoranti-gastronomika-1200x844.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Pasquetta, primavera o istinto primordiale. Presto o tardi arriva la voglia di mangiare cibi cotti violentemente su braci ardenti, capaci di trasferire ai piatti il carattere della reazione di Maillard e di quei grassi che si sciolgono (che nemmeno lo Scioglipancia di Wanna Marchi) e si mescolano ai sentori del fumo. Si tratta spesso di carni, ma le braci del mondo hanno imparato ad accogliere ogni forma di cibo, compresi i pesci e i vegetali. La ristorazione, poi, continua a sperimentare e ci lascia mangiare piatti di pasta realizzati attraverso questo metodo di cottura.</p>
<p>A furia di fare <em>overtourism</em> in zone del mondo diverse rispetto alle solite Parigi o via San Gregorio Armeno a Napoli, abbiamo scoperto che ovunque si griglia, in ogni luogo con il proprio stile e i propri ingredienti. Milano ha assorbito questa varietà, aprendo la brace a influenze diverse. Nell’espansione della proposta ristorativa, la città ha allargato anche la sua griglia lasciando entrare le braci di diverse culture, permettendoci di mangiare sì alla griglia, ma non per forza con lo stile a cui siamo abituati. Un elenco di indirizzi, a Milano, dove godersi buoni risultati cotti alla brace, tra classici e solidi locali della carne, ai ristoranti che portano la griglia da altre latitudini.</p>
<p><strong>Come un giorno di festa in Brasile: il churrasco</strong><br>
Ci sono diversi piccoli motivi che dovrebbero spingerci in Brasile una volta nella vita: la caipirinha in spiaggia nel tardo pomeriggio, una festa in un quartiere sperduto a ballare la samba con le infradito, un pasto con il churrasco, la grigliata brasiliana cucinata nella <em>churrasqueira</em>: non una griglia piatta, ma una sorta di trincea di mattoni refrattari dove il carbone arde sul fondo, mentre le carni vengono infilzate in lunghe <em>espadas</em> (spiedi d’acciaio) disposte su diversi livelli di altezza. È il regno della carne dove la regina è la <em>picanha</em>.</p>
<p>L’esperienza della <em>churrascaria</em> è possibile anche a Milano, nel quartiere Maggiolina. Dentro l’ex cinema Istria si trova di <a href="https://barbacoaitalia.it/" target="_blank" rel="noopener">Barbacoa</a>, un’insegna che da 35 anni propone la tradizione del <em>churrasco rodizio</em> in Brasile, ma anche in Giappone e, da quindici anni, anche a Milano come unica sede europea. L’esperienza è autentica: il buffet libero di verdure e formaggi e il passaggio al tavolo – e finché vuoi – di carni su spiedo quasi tutte cotte alla brace. Dalla <em>picanha</em> all’<em>entraña</em> passando per salsicce e pollo e tanti altri tagli da scegliere e farsi servire direttamente nel piatto. Un paradiso da provare per chi ha una passione speciale per la griglia.</p>
<p>A curare la qualità delle carni di manzo – per la maggioranza di razza Angus – e guidare la perfezione dei tagli, lo chef Jeferson Finger, che da San Paolo viaggia verso tutti i locali del resto del mondo per mantenere lo standard dell’esperienza più popolare e identitaria dei brasiliani a tavola. Arrivate affamati, ma cenate lentamente per riuscire a provare più tagli.</p>
<p><a href="https://barbacoaitalia.it/" target="_blank" rel="noopener">Barbacoa</a> | via Scipio Slataper 19 (Istria)</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611208" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-611208" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/barbacoa-milano-imgp3791-bife-ancho-fotohenriqueperon.jpg?x17776" alt="" width="1000" height="662" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/barbacoa-milano-imgp3791-bife-ancho-fotohenriqueperon.jpg 1000w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/barbacoa-milano-imgp3791-bife-ancho-fotohenriqueperon-300x199.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/barbacoa-milano-imgp3791-bife-ancho-fotohenriqueperon-768x508.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px"><figcaption class="wp-caption-text">Il servizio del churrasco da Barbacoa</figcaption></figure>
<p><strong>Anche il dessert è alla brace da Losko<br>
</strong>Quello che una volta era Forno Collettivo, oggi è <a href="https://www.instagram.com/losko.milano/" target="_blank" rel="noopener">Losko</a>: il progetto è di Jose David Ramirez e dei fratelli Ismaele e Manuel Marzano, cresciuti nella braceria di famiglia in Puglia per portare la griglia in Porta Venezia. Tutta la cucina gira intorno alla brace, preparata con carbone di faggio e gestita con estrema cura per poter accogliere davvero ogni tipo di alimento. E funziona! I vegetali alla brace di Losko hanno un sapore definito ed eccellente: scarole, radicchi, carciofi (tutto varia in base alla stagione) raccontano gusti pieni, tra griglia e dressing mai lasciati al caso, accompagnando il gusto intrinseco di ogni verdura cotta. Non sono secondi di carne, pesce e quinto quarto, ma viaggiano sulla stessa intensità. E la brace è protagonista anche di cocktail, frutta e dessert. Panna cotta con mango alla brace, Losko sour con infusione di oliva alla brace. Fedeli alla griglia fino in fondo!</p>
<p><a href="https://losko.pro/" target="_blank" rel="noopener">Losko</a> | via Lecco 15 (Porta Venezia)</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-611209" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/losko1-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="961" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/losko1-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/losko1-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/losko1-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/losko1-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/losko1.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></p>
<p><strong>Yakiniku, la griglia giapponese fai da te<br>
</strong>Fin dalla sua apertura <a href="https://www.instagram.com/house.of.ronin/" target="_blank" rel="noopener">House of Ronin</a> ha ammaliato Milano per questo modello di ristorazione e cultura orientale dentro a un intero palazzo, un piano per ogni esperienza. Ed è al primo piano che le griglie ardono per Ronin Robata, il locale dove fare l’esperienza dello y<em>akiniku</em>, la cottura su griglie poste direttamente al tavolo per offrire al cliente non solo il consumo di carni di qualità, ma anche l’esperienza della cottura. Lo <em>yakiniku</em> nasce dall’incontro con la cultura coreana ed è oggi un rito collettivo. A Milano si fa elegante e sontuoso negli spazi di Ronin e anche nella proposta gastronomica non lascia nulla al caso. Puoi grigliare in autonomia pezzi di carni pregiate come il manzo Wagyu giapponese (ma anche spagnolo e australiano) o razze come Prussiana e Black Angus. A questo si aggiungono i crudi di carne o pesce e diverse proposte dalla cucina. Non è all’aperto come la grigliata di campagna, ma una forma di convivialità con fuoco assai più chic.</p>
<p><a href="https://www.houseofronin.it/it/venue/milano/robatayaki" target="_blank" rel="noopener">Ronin Robata</a> | Via Alfieri 17, primo piano (Chinatown)</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611210" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-611210" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ronin-1024x576.jpg?x17776" alt="" width="640" height="360" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ronin-1024x576.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ronin-300x169.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ronin-768x432.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ronin-1200x675.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ronin.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text">La sala di Ronin Robata. Courtesy Ronin</figcaption></figure>
<p><strong>Ancora braci giapponesi, ma in stile <em>robatayaki</em><br>
</strong>Se lo Yakiniku ti lascia grigliare in autonomia, la ritualità del <em>robatayaki</em> (più comunemente Robata) è più rigorosa e lascia all’esperto il compito della cottura che avviene in griglie a più livelli sulle braci, tu scegli il taglio da cuocere. Questa modalità aveva fatto il suo ingresso a Milano con l’apertura, a fine 2025, di un <em>izakaya</em> (tipica osteria giapponese) in Porta Venezia: il locale è <a href="https://www.instagram.com/robatakan.milano/" target="_blank" rel="noopener">Robata Kan</a>. Purtroppo, lo scorso febbraio il ristorante è stato coinvolto dall’<a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/il-ristorante-colpito-dal-tram-va-in-trasferta-per-ricostruirsi/" target="_blank" rel="noopener">incidente</a> del tram ed è attualmente chiuso per ristrutturazione, ma siamo in attesa della sua riapertura e ci teniamo comunque a condividere il progetto.</p>
<p>In questo spazio, che speriamo di poter tornare a frequentare presto, si prova l’esperienza quanto più autentica delle osterie giapponesi dove poter scegliere dal banco pesci e verdure fresche da vedere mentre cuociono alla brace. Si può scegliere alla carta o optare per un menu degustazione, sempre alla griglia. Tutto da accompagnare magari con un distillato come il sake o un tè matcha per chi sceglie l’opzione no alcol.</p>
<p><a href="https://robata-kan-milano.com/" target="_blank" rel="noopener">Robata Kan</a> – temporaneamente chiuso – | Viale Vittorio Veneto 18 (Porta Venezia)</p>
<p><strong>Mare e brace da Foodwriters<br>
</strong>La grigliata di pesce la immaginiamo al mare, ma a Milano in compenso puoi trovare del pesce cotto alla brace che ti farà ricredere sull’importanza delle onde sullo sfondo. Nella zona Ovest della città, <a href="https://www.instagram.com/foodwriters/" target="_blank" rel="noopener">Foodwriters</a> unisce i sapori di mare in un menu che raccoglie il carattere dei crudi con l’intensità della brace, tutto con la consapevolezza di chi conosce il pesce e la tecnica di cucina. È uno di quei luoghi dove stare bene, dove mangiare bene e da provare almeno una volta. Sarde alla brace, spaghetto alle vongole cotte alla brace e poi la selezione del pescato cotta alla griglia come anche le verdure, anche queste variabili in base al mercato e alla stagione. Insomma, non serve aspettare il fine settimana al mare.</p>
<p><a href="https://www.food-writers.it/" target="_blank" rel="noopener">Foodwriters</a> | Via Domenico Millelire 17 (Bande Nere)</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611211" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-611211" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/foodwriters-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="961" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/foodwriters-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/foodwriters-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/foodwriters-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/foodwriters-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/foodwriters.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text">Il pesce alla griglia di Foodwriters. Courtesy Foodwriters</figcaption></figure>
<p><strong>La versione elegante della brace da BeefBar<br>
</strong>Dentro l’ex Seminario Arcivescovile che oggi ospita il progetto Portrait Milano si trova una delle insegne internazionali che meglio ha saputo valorizzare i migliori tagli di carne elevandone l’occasione di consumo e l’esperienza. <a href="https://www.instagram.com/beefbar_milano/" target="_blank" rel="noopener">BeefBar</a> Milano è il pluripremiato Steak Restaurant che riunisce una proposta internazionale di carni come la Tagliata di Hanger steak di Wagyu marinata al <em>gochujang</em>, comunicando con piatti legati alla tradizione meneghina rivisitata come il panettone accompagnato da prosciutto di manzo Kobe (una combinazione che non si dimentica). Accompagnate il pasto con qualche drink e tra una chiacchiera, un morso e un sorso, godetevi questo locale dal design ispirato alla Milano degli anni Quaranta e Sessanta.</p>
<p><a href="https://beefbar.com/milano/" target="_blank" rel="noopener">BeefBar</a> | Corso Venezia 11 (San Babila)</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611212" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-611212" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/steak-frites2-credits-marion-butet-studio-820x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="799" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/steak-frites2-credits-marion-butet-studio-820x1024.jpg 820w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/steak-frites2-credits-marion-butet-studio-240x300.jpg 240w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/steak-frites2-credits-marion-butet-studio-768x959.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/steak-frites2-credits-marion-butet-studio-961x1200.jpg 961w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/steak-frites2-credits-marion-butet-studio.jpg 1025w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text">Steak Frites del BeefBar ©Marion Butet Studio</figcaption></figure>
<p><strong>Steak e Whiskey<br>
</strong>Gli Stati Uniti non girano tutti intorno a un hamburger, hanno sviluppato un’ottima cultura della carne che spesso si svolge con metodi barbecue (che poco c’entra con la brace come metodo di cottura violento e breve), ma anche la griglia ha trovato la sua strada grazie ai tagli di manzo tipicamente allevati in questa parte del mondo. C’è un locale a Milano che ha riunito queste due tecniche e le ha avvicinate a un’altra passione tipicamente americana: il whiskey. <a href="https://www.instagram.com/pitbeefmilano/" target="_blank" rel="noopener">PitBeef</a> è il tempio della carne all’americana. Da un lato, una selezione di carni cotte con il pit, lo strumento che permette alla carne di conquistare il gusto affumicato tipico del barbecue. Da questo stile emergono piatti classici americani come il Baltimora Pit Beef, un sandwich della costa Est degli Stati Uniti condito con maionese al rafano e cipolla caramellata. Spazio anche per il classico brisket di manzo. Ma veniamo al nostro tema, la griglia: il menu propone la costata di manzo finlandese da abbinare a un whiskey <em>Teeling Blackitts, </em>la bistecca di <em>tomahawk</em> bavarese è un taglio da frollatura lunga accompagnato da senape e miele. E così procede l’elenco, tra tagliate di <em>picanha</em> e costate Black Angus, ciascuna con un proprio distillato di cereali. Lo zio d’America vi ringrazierà!</p>
<p><a href="https://pitbeefmilano.com/menu/" target="_blank" rel="noopener">PitBeef</a> | Via de Castilla 7 (Bosco Verticale)</p>
<p><strong>Una brace di ricerca<br>
</strong><a href="https://www.instagram.com/thedryaged/" target="_blank" rel="noopener">Dry Aged</a> è uno di quei locali dall’aspetto postindustriale e un po’ newyorchese che vi mostra i tagli di carne frollati già all’ingresso come dichiarazione di intenti, ma anche per introdurvi verso il lavoro di selezione di carni eccezionali. Il menu è il paradiso dei carnivori con una selezione di carni <em>dry aged</em> (frollate a temperature e umidità controllate con tempi variabili) e con tagli provenienti da razze di tutto il mondo. Fassona, Chianina, Sashi, Rubia Gallega e Manzetta Prussiana sono alcune delle costate disponibili in questo ristorante dalla griglia rovente. La cucina poi, completa il quadro di eccellenza con una ricca proposta che strizza l’occhio alla carne (i tortellini al Pata Negra o la tagliatelle di pasta fresca al ragù di manzo <em>dry aged</em> sfilacciato 36 ore sono un esempio), ma lascia spazio alle verdure e qualche piccola proposta di pesce. Tra i dessert, il tiramisù alla brace.</p>
<p><a href="https://restaurant.thedryaged.it/" target="_blank" rel="noopener">Dry Aged</a> | Via Cesare da Sesto (S. Agostino)</p>
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<div><svg width="50px" height="50px" viewbox="0 0 60 60" version="1.1" xmlns="https://www.w3.org/2000/svg" xmlns:xlink="https://www.w3.org/1999/xlink"><g stroke="none" stroke-width="1" fill="none" fill-rule="evenodd"><g transform="translate(-511.000000, -20.000000)" fill="#000000"><g><path d="M556.869,30.41 C554.814,30.41 553.148,32.076 553.148,34.131 C553.148,36.186 554.814,37.852 556.869,37.852 C558.924,37.852 560.59,36.186 560.59,34.131 C560.59,32.076 558.924,30.41 556.869,30.41 M541,60.657 C535.114,60.657 530.342,55.887 530.342,50 C530.342,44.114 535.114,39.342 541,39.342 C546.887,39.342 551.658,44.114 551.658,50 C551.658,55.887 546.887,60.657 541,60.657 M541,33.886 C532.1,33.886 524.886,41.1 524.886,50 C524.886,58.899 532.1,66.113 541,66.113 C549.9,66.113 557.115,58.899 557.115,50 C557.115,41.1 549.9,33.886 541,33.886 M565.378,62.101 C565.244,65.022 564.756,66.606 564.346,67.663 C563.803,69.06 563.154,70.057 562.106,71.106 C561.058,72.155 560.06,72.803 558.662,73.347 C557.607,73.757 556.021,74.244 553.102,74.378 C549.944,74.521 548.997,74.552 541,74.552 C533.003,74.552 532.056,74.521 528.898,74.378 C525.979,74.244 524.393,73.757 523.338,73.347 C521.94,72.803 520.942,72.155 519.894,71.106 C518.846,70.057 518.197,69.06 517.654,67.663 C517.244,66.606 516.755,65.022 516.623,62.101 C516.479,58.943 516.448,57.996 516.448,50 C516.448,42.003 516.479,41.056 516.623,37.899 C516.755,34.978 517.244,33.391 517.654,32.338 C518.197,30.938 518.846,29.942 519.894,28.894 C520.942,27.846 521.94,27.196 523.338,26.654 C524.393,26.244 525.979,25.756 528.898,25.623 C532.057,25.479 533.004,25.448 541,25.448 C548.997,25.448 549.943,25.479 553.102,25.623 C556.021,25.756 557.607,26.244 558.662,26.654 C560.06,27.196 561.058,27.846 562.106,28.894 C563.154,29.942 563.803,30.938 564.346,32.338 C564.756,33.391 565.244,34.978 565.378,37.899 C565.522,41.056 565.552,42.003 565.552,50 C565.552,57.996 565.522,58.943 565.378,62.101 M570.82,37.631 C570.674,34.438 570.167,32.258 569.425,30.349 C568.659,28.377 567.633,26.702 565.965,25.035 C564.297,23.368 562.623,22.342 560.652,21.575 C558.743,20.834 556.562,20.326 553.369,20.18 C550.169,20.033 549.148,20 541,20 C532.853,20 531.831,20.033 528.631,20.18 C525.438,20.326 523.257,20.834 521.349,21.575 C519.376,22.342 517.703,23.368 516.035,25.035 C514.368,26.702 513.342,28.377 512.574,30.349 C511.834,32.258 511.326,34.438 511.181,37.631 C511.035,40.831 511,41.851 511,50 C511,58.147 511.035,59.17 511.181,62.369 C511.326,65.562 511.834,67.743 512.574,69.651 C513.342,71.625 514.368,73.296 516.035,74.965 C517.703,76.634 519.376,77.658 521.349,78.425 C523.257,79.167 525.438,79.673 528.631,79.82 C531.831,79.965 532.853,80.001 541,80.001 C549.148,80.001 550.169,79.965 553.369,79.82 C556.562,79.673 558.743,79.167 560.652,78.425 C562.623,77.658 564.297,76.634 565.965,74.965 C567.633,73.296 568.659,71.625 569.425,69.651 C570.167,67.743 570.674,65.562 570.82,62.369 C570.966,59.17 571,58.147 571,50 C571,41.851 570.966,40.831 570.82,37.631"></path></g></g></g></svg></div>
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<p><strong>La versione eccellente della griglia (all’italiana)<br>
</strong>Non può esistere lista sulla brace a Milano che non contempli la presenza di <a href="https://www.instagram.com/varrone_official/" target="_blank" rel="noopener">Varrone</a>, il ristorante che ha nobilitato la carne e la brace insieme prima ancora che la brace diventasse una tendenza della ristorazione. In questi dodici anni di attività, Massimo Minutelli ha portato tutta la sua esperienza per trasformare il concetto di griglia in un godimento da manuale, fatto di tecnica e selezione.</p>
<p>E così, nella lista di questo ristorante dove il nero degli arredi vi abbraccia, ci si imbatte in proposte alla brace fatte di Black Angus americano o spagnolo con tutti i tagli più pregiati, Wagyu e Kobe. Favolosa la lunga lista di purè. Se siete indecisi su cosa prendere, il menu degustazione potrebbe essere una soluzione di cui sarà impossibile pentirsi. Se voleste anche solo provare tutti i locali di questo articolo dovreste iniziare da Varrone. E poi tornare alla fine di tutte le altre visite.</p>
<p><a href="https://varronerestaurant.com/" target="_blank" rel="noopener">Varrone</a> | Via Alessio di Tocqueville 7 (Porta Garibaldi)</p>
<blockquote class="instagram-media" data-instgrm-captioned data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/p/DWjFCX-CHe3/?utm_source=ig_embed&utm_campaign=loading" data-instgrm-version="14">
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<p><strong>Se non è griglia è parrilla<br>
</strong>L’arrivo della cultura argentina della carne alla brace ha dato slancio a molti ristoratori di investire in progetti dove fuoco e carne rappresentano un sodalizio irresistibile. L’<em>asado</em> rappresenta un rito centrale e collettivo nella cultura argentina. È la nostra griglia, ma con un valore riconosciuto molto più alto e identitario. A Milano sono tanti i locali per l’<em>asado</em>, ma l’eccellenza passa per <a href="https://www.elporteno.it/" target="_blank" rel="noopener">El Porteño</a> dove l’offerta gastronomica è un tributo alla cultura argentina a cominciare dalle grigliate di manzo, maiale, vitello e pollo. Dalla parrilla, infatti, arrivano tagli di Black Angus, ma anche galletti interi e succosi, salamelle e quinto quarto come l’animella. Tutto da accompagnare magari con la salsa chimichurri, altro solido componente della cucina Argentina. Nei vari locali presenti in città, ognuno ha un proprio menu, espressione delle varie sfumature dell’Argentina. Oltre l’<em>asado</em>, poi, trovano spazio anche i piatti tipici come le empanadas, il mais arrostito alla griglia. L’atmosfera è curata e coerente con la proposta (e il conto).</p>
<p><a href="https://www.elporteno.it/" target="_blank" rel="noopener">El Porteño</a> | più sedi a Milano</p>
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<div><svg width="50px" height="50px" viewbox="0 0 60 60" version="1.1" xmlns="https://www.w3.org/2000/svg" xmlns:xlink="https://www.w3.org/1999/xlink"><g stroke="none" stroke-width="1" fill="none" fill-rule="evenodd"><g transform="translate(-511.000000, -20.000000)" fill="#000000"><g><path d="M556.869,30.41 C554.814,30.41 553.148,32.076 553.148,34.131 C553.148,36.186 554.814,37.852 556.869,37.852 C558.924,37.852 560.59,36.186 560.59,34.131 C560.59,32.076 558.924,30.41 556.869,30.41 M541,60.657 C535.114,60.657 530.342,55.887 530.342,50 C530.342,44.114 535.114,39.342 541,39.342 C546.887,39.342 551.658,44.114 551.658,50 C551.658,55.887 546.887,60.657 541,60.657 M541,33.886 C532.1,33.886 524.886,41.1 524.886,50 C524.886,58.899 532.1,66.113 541,66.113 C549.9,66.113 557.115,58.899 557.115,50 C557.115,41.1 549.9,33.886 541,33.886 M565.378,62.101 C565.244,65.022 564.756,66.606 564.346,67.663 C563.803,69.06 563.154,70.057 562.106,71.106 C561.058,72.155 560.06,72.803 558.662,73.347 C557.607,73.757 556.021,74.244 553.102,74.378 C549.944,74.521 548.997,74.552 541,74.552 C533.003,74.552 532.056,74.521 528.898,74.378 C525.979,74.244 524.393,73.757 523.338,73.347 C521.94,72.803 520.942,72.155 519.894,71.106 C518.846,70.057 518.197,69.06 517.654,67.663 C517.244,66.606 516.755,65.022 516.623,62.101 C516.479,58.943 516.448,57.996 516.448,50 C516.448,42.003 516.479,41.056 516.623,37.899 C516.755,34.978 517.244,33.391 517.654,32.338 C518.197,30.938 518.846,29.942 519.894,28.894 C520.942,27.846 521.94,27.196 523.338,26.654 C524.393,26.244 525.979,25.756 528.898,25.623 C532.057,25.479 533.004,25.448 541,25.448 C548.997,25.448 549.943,25.479 553.102,25.623 C556.021,25.756 557.607,26.244 558.662,26.654 C560.06,27.196 561.058,27.846 562.106,28.894 C563.154,29.942 563.803,30.938 564.346,32.338 C564.756,33.391 565.244,34.978 565.378,37.899 C565.522,41.056 565.552,42.003 565.552,50 C565.552,57.996 565.522,58.943 565.378,62.101 M570.82,37.631 C570.674,34.438 570.167,32.258 569.425,30.349 C568.659,28.377 567.633,26.702 565.965,25.035 C564.297,23.368 562.623,22.342 560.652,21.575 C558.743,20.834 556.562,20.326 553.369,20.18 C550.169,20.033 549.148,20 541,20 C532.853,20 531.831,20.033 528.631,20.18 C525.438,20.326 523.257,20.834 521.349,21.575 C519.376,22.342 517.703,23.368 516.035,25.035 C514.368,26.702 513.342,28.377 512.574,30.349 C511.834,32.258 511.326,34.438 511.181,37.631 C511.035,40.831 511,41.851 511,50 C511,58.147 511.035,59.17 511.181,62.369 C511.326,65.562 511.834,67.743 512.574,69.651 C513.342,71.625 514.368,73.296 516.035,74.965 C517.703,76.634 519.376,77.658 521.349,78.425 C523.257,79.167 525.438,79.673 528.631,79.82 C531.831,79.965 532.853,80.001 541,80.001 C549.148,80.001 550.169,79.965 553.369,79.82 C556.562,79.673 558.743,79.167 560.652,78.425 C562.623,77.658 564.297,76.634 565.965,74.965 C567.633,73.296 568.659,71.625 569.425,69.651 C570.167,67.743 570.674,65.562 570.82,62.369 C570.966,59.17 571,58.147 571,50 C571,41.851 570.966,40.831 570.82,37.631"></path></g></g></g></svg></div>
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<p><strong>Altre braci da non perdere<br>
</strong>L’elenco delle griglie distribuite in città è lungo, tra memorabili e trascurabili. Altri indirizzi di ispirazione Argentina come <a href="https://www.elcarnicero.com/" target="_blank" rel="noopener">El Carnicero</a>, tre sedi in città è un punto di riferimento per l’esperienza argentina autentica. Atmosfera vibrante e tagli pazzeschi. Lo stesso vale per <a href="https://www.instagram.com/bacancitomilano" target="_blank" rel="noopener">Bacancito</a>, locale di cucina iberico argentina con una brace su cui ardono carni come il <em>lomo</em> argentino, la <em>pluma</em> iberica, costine di manzo argentino e diaframma di Black Angus. Ultima segnalazione di ispirazione argentina per <a href="https://www.instagram.com/donjuanrestaurante/" target="_blank" rel="noopener">Don Juan</a>, il primo argentino in città, in zona Porta Romana. La carne <em>dry aged</em> su griglia è anche da <a href="https://www.instagram.com/virosteakrestaurant/" target="_blank" rel="noopener">Viro</a>, nella sua sede milanese in Porta Venezia. Ma il pollo alla brace? Da <a href="https://www.instagram.com/gerli1870/" target="_blank" rel="noopener">Gerli</a>, il girarrosto con servizio al tavolo con il pollo più succoso che si possa trovare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/ristoranti-a-milano-con-la-brace-accesa/">Ristoranti a Milano con la brace accesa</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Con i PIWI il futuro è in vigna, ma il mercato (ancora) non lo sa</title>
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I vitigni resistenti alle malattie fungine crescono in Italia tra dati agronomici promettenti e percezione commerciale ancora incerta. Parlano produttori, agronomi e consulenti
L&#039;articolo Con i PIWI il futuro è in vigna, ma il mercato (ancora) non lo sa proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Con, PIWI, futuro, vigna, mercato, ancora, non</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="578" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111519.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111519.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111519-300x135.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111519-1024x462.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111519-768x347.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111519-1200x542.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Resistenti alle malattie fungine, capaci di ridurre drasticamente i trattamenti in vigna e di rispondere meglio a un clima sempre più estremo, i vitigni PIWI – acronimo del tedesco PilzWiderstandsfähig, ossia “resistente ai funghi” – non sono più una scommessa da laboratorio: sono già in vigna, sono in bottiglia e nelle carte dei vini. Eppure il mercato sembra ancora indeciso se scommetterci davvero.</p>
<p>Come si sta evolvendo dunque lo scenario PIWI in Italia? Il quadro che emerge dalle voci dei protagonisti del settore è quello di una “categoria” in evoluzione accelerata sul piano tecnico, ma ancora in cerca di una narrazione convincente sul piano commerciale.</p>
<p><strong>Meno trattamenti e più domande in vigneto<br>
</strong>I dati agronomici fanno un certo effetto. <a href="https://resistentinicolabiasi.com/" target="_blank" rel="noopener">Nicola Biasi</a>, tra le voci più autorevoli sul tema in Italia, sintetizza con numeri netti: «Dove si fanno venti trattamenti in biologico (e nel Nord Italia, checché se ne dica, li fanno tutti), sempre in biologico con le varietà resistenti si scende a quattro/cinque trattamenti, quindi il cambiamento è drastico». La rete di aziende che Biasi segue ha condotto uno studio comparativo – stesso anno d’impianto, stessa forma d’allevamento – che ha certificato una riduzione della CO₂ quasi del quaranta per cento e una riduzione del consumo d’acqua del settanta per cento rispetto ai vigneti convenzionali. «Dunque agronomicamente funzionano», rivendica.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611065" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nicola-biasi.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-611065" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nicola-biasi-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nicola-biasi-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nicola-biasi-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nicola-biasi-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nicola-biasi-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nicola-biasi.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Nicola Biasi</figcaption></figure>
<p>Le esperienze in campo crescono, ma con un ritmo ancora condizionato da fattori extragricoli. «Le motivazioni che spingono a impiantare PIWI – spiega il produttore veronese <a href="https://giannitessari.wine/" target="_blank" rel="noopener">Gianni Tessari</a> – partono generalmente da una verifica degli aspetti di sostenibilità: economica, con la riduzione del lavoro, e ambientale, con l’utilizzo di superfici marginali o vicine ad ambienti delicati come strade, scuole, abitazioni». Tessari segnala però un freno strutturale: «Le varietà resistenti rimangono ancora molto relegate all’ambito sperimentale perché esistono troppi vincoli normativi. E spesso non vengono promosse perché si può anche diventare gelosi dell’esperienza fatta e dei risultati ottenuti».</p>
<p><strong>Nuovi patogeni aggirano i resistenti<br>
</strong>Anche Martin Foradori Hofstätter, alla guida della <a href="https://www.hofstatter.com/it/" target="_blank" rel="noopener">cantina altoatesina di famiglia</a>, inquadra la situazione con realismo. «Non ancora su larga scala, ma si stanno facendo alcune esperienze interessanti. Noi stessi, già alcuni anni fa, abbiamo impiantato del Souvignier Gris in un vigneto particolarmente sensibile alle malattie fungine». La proliferazione di nuove varietà potrebbe però generare confusione, dato che «la ricerca sta proponendo ogni anno nuove varietà. Questo non è sempre un vantaggio, perché rischia di confondere anche gli addetti ai lavori. Forse sarebbe più opportuno concentrarsi sulla messa a punto di poche varietà che hanno già dato risultati positivi (come il Solaris), rendendole più affidabili anche sotto il profilo della maturazione e dell’evoluzione del vino in bottiglia». A questo si aggiunge una questione di robustezza genetica nel lungo periodo, perché negli ultimi anni «si è visto che alcune resistenze sviluppate possono mostrare nel tempo una certa instabilità. I patogeni sono organismi molto adattabili ed esiste sempre il rischio che vengano selezionati ceppi in grado di aggirarla».</p>
<p>Proprio per questo un entusiasta come Mario Pojer, pioniere dell’approccio “zero trattamenti” con la storica cantina trentina <a href="https://www.pojeresandri.com/" target="_blank" rel="noopener">Pojer & Sandri</a> (tanto da aver creato l’etichetta “Zero Infinito”), fa un bagno di realismo. «L’utopia del vino a zero trattamenti – ammette – non è realizzabile, ero convinto di avercela fatta, ma il prossimo anno dovremo fare uno o due trattamenti contro questi funghi maledetti che si sono presentati. E non possiamo compromettere la vita della vigna». Il problema, spiega Pojer, non è la peronospora – contro cui i PIWI reggono bene – ma funghi diversi, presenti da sempre in natura e finora tenuti sotto controllo dai trattamenti standard sulla vitis vinifera. «Il marciume nero, l’antracnosi e l’escoriosi con la viticoltura convenzionale vengono bloccati quasi automaticamente durante i trattamenti antiperonosporici – spiega il vignaiolo – ma con i PIWI: non trattando, sono ripartiti». La conclusione non è una resa: «quella dei PIWI è comunque una strada da percorrere. E tutti gli istituti a livello mondiale stanno lavorando su queste ricerche – da noi la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige e i Vivai Cooperativi Rauscedo sono attivi nella selezione e moltiplicazione di varietà resistenti».</p>
<p><a href="https://www.giustiwine.com/" target="_blank" rel="noopener">Giusti Wine</a> – tra le prime aziende del territorio Asolo Montello a investire su questa tipologia, con sei ettari dedicati alla sperimentazione PIWI nella tenuta Case Bianche – legge il clima come fattore acceleratore. «Il cambiamento climatico si traduce spesso in temperature elevate che anticipano importanti fasi fenologiche come la maturazione – spiega l’enologo Gabriele Zanatta – e questo porta a vini con gradazioni alcoliche più alte e tendenzialmente acidità più bassa. Inoltre, l’aumento di eventi estremi (siccità prolungata o piogge violente) espone le piante a nuovi ceppi di parassiti e malattie, rendendo la gestione dei vitigni tradizionali sempre più complessa e costosa».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611067" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gabriele-zanatta.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-611067" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gabriele-zanatta-1024x683.jpg?x17776" alt="" width="640" height="427" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gabriele-zanatta-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gabriele-zanatta-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gabriele-zanatta-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gabriele-zanatta-1200x801.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gabriele-zanatta.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Gabriele Zanatta</figcaption></figure>
<p>Sulla pressione climatica Tessari aggiunge un dato ormai strutturale. «Sono diversi anni che i nuovi impianti si spostano anche in aree e altitudini non ordinarie rispetto a dieci o vent’anni fa. La stessa cosa succede con i periodi di maturazione delle uve, spesso anticipati o eccessivi rispetto alle esigenze. Le varietà resistenti possono dare una risposta (non automatica) in tal senso, ampliando il ventaglio delle caratteristiche ampelografiche e aumentando la possibilità di trovare una risposta più adatta all’ambiente in cui si deve operare».</p>
<p>Ecco che, se da un lato «non possiamo affermare in modo semplicistico che, a causa del cambiamento climatico, oggi abbiamo più problemi rispetto a trent’anni fa – precisa Foradori Hofstätter – sicuramente però alcuni rischi sono aumentati: penso alle gelate primaverili, che possono colpire i giovani germogli sviluppatisi in anticipo a causa di un germogliamento più precoce, così come agli episodi di grandine. Al tempo stesso, gli inverni più miti favoriscono la sopravvivenza di molti insetti, aumentando la pressione con cui si entra nella nuova stagione vegetativa. Questo fenomeno, unito all’introduzione di insetti un tempo sconosciuti (la <a href="https://www.linkiesta.it/2023/08/combattere-flavescenza-dorata-vigne-malattia/" target="_blank" rel="noopener">flavescenza dorata</a>, ad esempio) sta creando problemi non indifferenti».</p>
<p>In effetti «la piovosità negli ultimi cinque/sei anni è cresciuta in media di cinquecento millimetri rispetto al decennio precedente – conferma Biasi – piove di più e fa più caldo, e i funghi fanno festa. Le varietà resistenti sono sempre più interessanti». E suggerisce una chiave di lettura strategica: «Andare a nord e in altitudine, come si dice spesso, non è più una soluzione così facile da applicare. La soluzione potrebbe essere modificare la base ampelografica con varietà che performano meglio con il cambiamento. Visto che dovremmo cambiarle, perché non utilizzare varietà resistenti?».</p>
<p>Una voce laterale, ma non trascurabile, è quella di Gianluca Piernera della <a href="https://www.cantinaninnispoleto.com/" target="_blank" rel="noopener">Cantina Ninni</a> di Spoleto, che sceglie di astenersi dal merito tecnico dei PIWI ma introduce un elemento di riflessione più ampio. «Il cambiamento climatico contribuisce a modificare i processi colturali – osserva – ma i principali responsabili sono le concimazioni. Anche quelle definite biologiche non mi convincono. Nelle mie vigne non ho mai usato nulla e grandi problemi non ne ho». Una posizione non allineata, ma rappresentativa di una parte del mondo produttivo tradizionale.</p>
<p><strong>Qualità enologica nei bianchi, i rossi a inseguire<br>
</strong>Sul piano del risultato in bottiglia, il dibattito si è progressivamente spostato dalla domanda «sono buoni?» alla domanda sui margini di miglioramento. «Enologicamente, adesso che abbiamo imparato a vinificarle, vengono decisamente bene. Ci sono vini che prendono premi e si posizionano tra i migliori vini d’Italia», sottolinea Biasi. Aggiunge però una lettura sullo squilibrio tra bianchi e rossi: «Non è tanto una questione di potenziale qualitativo minore dei rossi, ma i PIWI oggi sono piantati principalmente in zone più fredde e più piovose, che esaltano i bianchi e un po’ meno i rossi».</p>
<p>Un esempio concreto è il Sant’Eustachio di Giusti Wine, prodotto con Sauvignon Nepis dalla Tenuta Abazia. «Un vino bianco fermo di carattere – rimarca l’enologo Zanatta – complesso e di grande finezza, con note vegetali di fiore di sambuco, basilico e foglia di pomodoro, mischiate a sentori di frutta esotica e agrumi».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611068" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giusti-wine-abbazia-e-ossario.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-611068" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giusti-wine-abbazia-e-ossario-1024x576.jpg?x17776" alt="" width="640" height="360" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giusti-wine-abbazia-e-ossario-1024x576.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giusti-wine-abbazia-e-ossario-300x169.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giusti-wine-abbazia-e-ossario-768x432.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giusti-wine-abbazia-e-ossario-1200x675.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giusti-wine-abbazia-e-ossario.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Giusti Wine, Tenuta Abazia</figcaption></figure>
<p>Pojer è sulla stessa linea e non vede «una questione di resistenza alla qualità viticola». Anzi, i suoi Zero Infinito hanno ottenuto un grande apprezzamento di critica e consumatori.</p>
<p>Nel frattempo, qualcosa si sta muovendo anche sul versante normativo e consortile, con tentativi di inserimento dei PIWI nelle Doc. «Per la Glera hanno sviluppato non so quante varietà resistenti e stanno inserendola tra i vitigni ammessi nel Prosecco; a Bordeaux accade altrettanto. In Spagna hanno autorizzato una varietà PIWI all’interno del disciplinare. Il mondo va avanti», dice Pojer.</p>
<p><strong>Sul mercato entusiasmo iniziale, poi stallo<br>
</strong>È sul versante commerciale che il quadro si complica e le opinioni divergono in modo più netto. <a href="https://www.instagram.com/andre_somm_official/" target="_blank" rel="noopener">André Senoner</a>, sommelier e consulente per un’ampia rete di strutture horeca, porta una lettura disincantata. «I PIWI erano stati una novità interessante – chiosa – e per una decina d’anni avevano avuto anche una bella presa. Li inserivo nelle liste, almeno uno o due, perché il consumatore era portato a chiederli. Poi però ho notato che non venivano riordinati con frequenza, perché oggi sono vini che vanno ancora poco». Un esempio? «Il sommelier di un hotel resort che seguivo, grande appassionato, aveva costruito una carta interamente dedicata ai PIWI – riferisce – eppure lui stesso mi ha confermato: si sono inceppati. C’è stato un interesse iniziale, ma si è molto abbassato. Vengono consumati molto meno rispetto all’inizio». La previsione di Senoner è prudente: «Le aziende che si sono cimentate nel produrre PIWI potrebbero avere difficoltà nelle vendite. E ci potrebbe essere il rischio di un passo indietro, con l’estirpazione delle piante».</p>
<p>Una valutazione che trova eco nelle parole di Foradori Hofstätter. «Il mercato dei PIWI è ancora relativamente piccolo e, soprattutto, poco conosciuto dal consumatore medio. La maggior parte dei consumatori non sa cosa significhi il termine e spesso non ha riferimenti chiari rispetto a queste varietà. Per questo motivo il vino viene generalmente scelto più sulla base del produttore o dell’origine che non del vitigno stesso». Quindi più disattenzione che timore.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611069" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/martin-foradori-hofstatter-1.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-611069" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/martin-foradori-hofstatter-1-1024x592.jpg?x17776" alt="" width="640" height="370" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/martin-foradori-hofstatter-1-1024x592.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/martin-foradori-hofstatter-1-300x173.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/martin-foradori-hofstatter-1-768x444.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/martin-foradori-hofstatter-1-1200x694.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/martin-foradori-hofstatter-1.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Martin Foradori Hofstätter</figcaption></figure>
<p>Più tagliente la diagnosi di Gianni Tessari, secondo il quale «il mercato è molto impreparato – afferma – fondamentalmente perché non sa in quale categoria inserire i PIWI: biologici? naturali? resistenti? varietali? Io sono contrario all’idea di costruire una categoria ad hoc chiamata PIWI e dubito che il mercato abbia bisogno di un’altra tipologia di vini. Dal mio punto di vista, dovrebbero semplicemente affermarsi all’interno dei territori già vocati come varietà complementari, alternative o sostitutive – come è successo nei secoli precedenti, quando le varietà che oggi definiamo autoctone erano semplicemente nuove».</p>
<p><strong>La narrazione dei PIWI<br>
</strong>Biasi legge la stessa realtà da un’angolazione differente e individua il problema nella narrazione, non nel prodotto. «I mercati sono un po’ meno conservativi, per cui se li spieghiamo va molto bene. Ma vanno ancora spiegati, appunto. Se non ci inchiodiamo con troppi tecnicismi, se abbiamo una narrazione snella e i vini sono buoni allora piacciono e si vendono». Il nodo, per Biasi, è culturale e comunicativo: «Se in passato non erano di qualità, giustamente il consumatore non li voleva, ma oggi i vini sono cresciuti eppure li stiamo raccontando ancora in maniera noiosa. Invece di criticarlo, dobbiamo chiederci perché il consumatore non ci ascolta».</p>
<p>Per questo, «chi decide di indagare e approfondire non rimane deluso – gli fa eco Tessari – e di solito si appassiona. Lo step successivo, per i pochi che lo percorrono, è stupirsi del perché questi vini non siano diffusi come meritano».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611070" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gianni-tessari-5.jpeg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-611070" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gianni-tessari-5-1024x682.jpeg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gianni-tessari-5-1024x682.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gianni-tessari-5-300x200.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gianni-tessari-5-768x512.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gianni-tessari-5-1200x800.jpeg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/gianni-tessari-5.jpeg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Gianni Tessari</figcaption></figure>
<p>Zanatta di Giusti Wine descrive un consumatore “green” ancora di nicchia ma in crescita, con una forte componente di interesse verso la sostenibilità reale. «Il fatto che questi vitigni richiedano fino all’ottanta/novanta per cento di trattamenti in meno – spiega – è un gancio potentissimo per il marketing ecologico. Horeca e sommelier, inizialmente un po’ scettici, premiano i vini che dimostrano qualità sensoriali. Rimane però un limite del legame con la tradizione: per alcuni puristi, il fatto che non siano vitigni storici rappresenta ancora una barriera psicologica».</p>
<p><strong>Tra cisgenetica, denominazioni e nicchie produttive<br>
</strong>Pojer guarda oltre l’orizzonte immediato e introduce il tema della cisgenetica come evoluzione naturale del percorso PIWI. «Se una pianta ha geni o cromosomi naturali resistenti a un fungo o a una malattia, ben vengano. Se riusciamo a spostarli anche in maniera cisgenetica, secondo me è ottimo. Non è ogm, ma si tratta solo di spostare, all’interno della stessa specie, cromosomi di resistenza a un determinato fattore». La differenza rispetto alle tecniche transgeniche è sostanziale, «perché l’importante è non interferire con specie o generi diversi. Se lavori sulla vite soltanto, intervenendo all’interno dei cromosomi della vite, non la vedo così complicata».</p>
<p>Il vignaiolo trentino vede nei PIWI una risposta sistemica ai processi agricoli, non solo una scelta di nicchia. «È il futuro, e non solo per la vite: sarà per tutta l’agricoltura. La soluzione è un aiuto per il contadino, per la natura, per il futuro». E chiude con un ragionamento di sostenibilità economica spesso trascurato nel dibattito: «Facendo due trattamenti in un anno invece di trenta, hai minori emissioni in atmosfera e un minor compattamento del terreno. È pure un risparmio notevole, visto il prezzo del gasolio».</p>
<p>Anche Tessari stressa l’ostacolo normativo. «In Germania – osserva – i PIWI esistono dagli anni Settanta, in Nord Europa ci sono Doc prodotte con sole varietà resistenti, in Francia nella Champagne stanno autorizzando una varietà resistente in piccola percentuale nel più famoso spumante del mondo – e nessuno può dire che i francesi non siano tradizionalisti. In Italia, solo nel 2014 qualche regione pioniera come il Veneto ha potuto piantarle per la vinificazione; in molte regioni italiane ancora oggi sono fuorilegge. Il Comitato Nazionale Vini si ostina a vietarne l’uso all’interno delle Doc italiane, mentre il mondo produttivo ne invoca la possibilità. La questione non è se, ma quando, perché i benefici saranno troppo evidenti anche per chi oggi non vuole vederli».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611071" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111432.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-611071" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111432-1024x462.jpg?x17776" alt="" width="640" height="289" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111432-1024x462.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111432-300x135.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111432-768x346.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111432-1200x541.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/img20220705111432.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Solaris @Gianni Tessari Wines</figcaption></figure>
<p>Nel mondo tecnico e nella ricerca viticola i PIWI suscitano un grande interesse e in alcuni mercati, dove il tema ambientale è particolarmente sentito, queste varietà stanno trovando maggiore attenzione. Sul piano domestico però «probabilmente i PIWI non sostituiranno i vitigni tradizionali – chiosa con realismo Foradori Hofstätter – ma potranno trovare spazio in alcune nicchie specifiche, per esempio in vigneti in zone umide o ripide dove i trattamenti fitosanitari risultano particolarmente complessi, oppure in prossimità di scuole, asili o suolo pubblico».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/vini-piwi-futuro-vigna-mercato-ancora-non-lo-sa/">Con i PIWI il futuro è in vigna, ma il mercato (ancora) non lo sa</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il dominio delle piattaforme digitali ha ridotto la tecnologia a consumo superficiale</title>
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In “La Repubblica Tecnologica”, Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska dimostrano come la mancanza di collaborazione tra l’industria tecnologica e i governi nazionali stia seriamente compromettendo lo status di potenza globale degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/philipp-katzenberger-iijruoerocq-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/philipp-katzenberger-iijruoerocq-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/philipp-katzenberger-iijruoerocq-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/philipp-katzenberger-iijruoerocq-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/philipp-katzenberger-iijruoerocq-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/philipp-katzenberger-iijruoerocq-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La moderna incarnazione della Silicon Valley si è discostata notevolmente da questa tradizione di collaborazione con il governo degli Stati Uniti, per concentrarsi invece sul mercato dei consumatori, con le sue piattaforme per la pubblicità online e i suoi social media, che hanno finito per dominare – e limitare – la nostra percezione delle potenzialità della tecnologia. Un’intera generazione di fondatori di aziende si è ammantata della retorica di uno scopo nobile e ambizioso – tanto che lo slogan che esortava a «cambiare il mondo» s’è svuotato di significato per l’uso eccessivo che ne hanno fatto –, ma il più delle volte ha accumulato quantità enormi di capitale e ha reclutato eserciti di ingegneri talentuosi solo per sviluppare app di condivisione foto e interfacce di chat per i consumatori moderni.</p>
<p>Nella Valley ha preso piede un certo scetticismo nei confronti dell’operato del governo e delle ambizioni nazionali. I grandiosi esperimenti collettivisti della prima parte del XX secolo sono stati abbandonati a favore di un’attenzione circoscritta ai desideri e ai bisogni del singolo individuo. Il mercato ha premiato questo impegno superficiale nei confronti del potenziale della tecnologia, con una startup dietro l’altra intenta a soddisfare i capricci della cultura tardocapitalista senza il minimo interesse a costruire l’infrastruttura tecnica in grado di rispondere alle sfide più importanti che ci si pongono come nazione. È l’era delle piattaforme social e delle app di consegna di cibo a domicilio. Innovazioni mediche, riforme della scuola e progresso militare possono aspettare.</p>
<p>Da decenni il governo degli Stati Uniti è visto nella Silicon Valley come un ostacolo all’innovazione e una calamita per le polemiche: un intralcio al progresso, non il suo più logico alleato. I colossi tecnologici dei tempi moderni hanno a lungo evitato di lavorare per il governo. La disfunzionalità intrinseca di molte agenzie statali e federali ha creato barriere apparentemente insormontabili all’ingresso di soggetti esterni, comprese le startup nascenti della nuova economia. Con il tempo, l’industria tecnologica si è sempre più disinteressata alla politica e ai progetti comunitari su vasta scala. Il progetto nazionale americano, se così si poteva ancora chiamare, era oggetto di un mix di scetticismo e indifferenza. Di conseguenza, tante delle migliori menti della Valley, e i loro stuoli di discepoli ingegneri, per avere di che vivere hanno puntato sui consumatori.</p>
<p>Più avanti, in queste pagine, analizzeremo le ragioni per cui i moderni colossi della tecnologia, tra cui Google, Amazon e Facebook, hanno deviato la propria attenzione dalla collaborazione con lo Stato spostandola sul mercato dei consumatori. Tra le cause principali di questo cambiamento c’è la sempre maggiore divergenza tra gli interessi e gli istinti politici dell’élite americana e quelli del resto del paese dopo la fine della seconda guerra mondiale, nonché la distanza emotiva che separa un’intera generazione di ingegneri informatici dalle più ampie lotte economiche in atto nel paese e dalle minacce di natura geopolitica che hanno caratterizzato il XX secolo. La generazione di sviluppatori più capace non ha mai vissuto una guerra o una vera e propria rivolta sociale. Perché attirarsi liti con gli amici o rischiarne il biasimo lavorando per le forze armate americane quando ci si può rintanare nella sicurezza percepita data dalla creazione dell’ennesima app?</p>
<p>Mentre la Silicon Valley si ripiegava su se stessa e sui consumatori, il governo degli Stati Uniti e quelli di molti loro alleati hanno ridotto la loro partecipazione in svariati settori, dai viaggi spaziali ai software militari, alla ricerca medica. La ritirata dello Stato ha lasciato dietro di sé un gap di innovazione sempre più ampio. In molti, da ambo le parti, si sono rallegrati di questo allontanamento: chi era scettico nei confronti del settore privato sostiene che non ci si può fidare di farlo operare in ambito pubblico, mentre nella Valley tanti diffidano del controllo statale e del possibile abuso o uso improprio delle loro invenzioni. Tuttavia, sarà necessaria l’unione tra Stato e industria del software – e non una loro separazione e divisione forzata – perché gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e nel resto del mondo mantengano il proprio predominio in questo secolo come hanno fatto in quello precedente.</p>
<p>In questo libro, avanziamo la tesi che il comparto tecnologico abbia l’obbligo imperativo di sostenere lo Stato che ha reso possibile il suo sviluppo. Se l’industria del software intende ritrovare la fiducia nel paese e orientarsi a una concezione più innovativa di ciò che la tecnologia può e deve rendere possibile, è indispensabile che essa torni a sposare l’interesse pubblico. La capacità del governo di continuare a provvedere al benessere e alla sicurezza dei cittadini presuppone altresì la volontà da parte dello Stato di attingere alla cultura organizzativa idiosincratica che ha permesso a tante aziende della Silicon Valley di riplasmare interi settori della nostra economia.</p>
<p>A permettere all’industria tecnologica americana di trasformare le nostre vite è stato l’impegno a valorizzare i risultati a scapito della teatralità, a dar potere a chi, ai margini di un’organizzazione, può essere a più stretto contatto con un dato problema, e a lasciare da parte i vuoti dibattiti teologici a favore di un progresso seppur parziale e spesso imperfetto. Questi stessi valori sono potenzialmente in grado di trasformare anche il nostro governo.</p>
<p>In effetti, il governo americano e i sistemi democratici di tutto il mondo necessitano per legittimarsi di un incremento della produzione economica e tecnica, ottenibile solo attraverso un’adozione più efficiente della tecnologia e dei software. L’opinione pubblica sarà anche disposta a perdonare diversi fallimenti e mancanze della classe politica, ma l’elettorato non potrà mai sorvolare sull’incapacità sistematica di sfruttare la tecnologia per garantire la fornitura efficace di beni e servizi indispensabili alla nostra esistenza.</p>
<p>Il presente volume si compone di quattro parti. Nella Parte prima, <em>Il secolo del software</em>, sosteniamo che l’attuale generazione di menti ingegneristiche, pur dotate di straordinario talento, sia ormai avulsa da un qualunque senso di obiettivo nazionale o di progetto più ambizioso e significativo. Questi programmatori si sono rifugiati nella progettazione delle loro meraviglie tecniche. E di meraviglie ne sono state realizzate, è vero. Le ultimissime forme di intelligenza artificiale, i cosiddetti large language model, hanno lasciato intravedere, per la prima volta nella storia, la possibilità di un’intelligenza artificiale generale, un intelletto informatico in grado di competere con la mente umana in fatto di ragionamento astratto e risoluzione dei problemi. Non è chiaro, però, se le aziende tecnologiche impegnate nella realizzazione di queste nuove forme di IA ne permetteranno l’impiego con finalità militari. Molti sono riluttanti, se non decisamente contrari, a collaborare in qualsiasi forma con il governo degli Stati Uniti.</p>
<p>A nostro avviso, una delle sfide più importanti che questo paese è chiamato ad affrontare è quella di garantire che il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti si trasformi da istituzione concepita per combattere e vincere guerre cinetiche in un’organizzazione in grado di progettare, costruire e acquistare armi basate sull’intelligenza artificiale, gli sciami di droni senza pilota e i robot che la faranno da padrone sui campi di battaglia di domani. Il XXI secolo è il secolo del software. E il destino degli Stati Uniti e dei loro alleati dipende dalla capacità delle loro agenzie di difesa e di intelligence di evolversi, e in fretta. La generazione che è nella posizione migliore per sviluppare queste armi, però, è anche la più restia a farlo, la più scettica all’idea di dedicare il proprio straordinario talento a finalità militari. Molti di questi ingegneri non hanno mai conosciuto nessuno che abbia prestato servizio nell’esercito. Vivono in uno spazio culturale che gode della protezione offerta dall’ombrello della sicurezza americana, ma non si accollano nessuno dei suoi costi.</p>
<p>Nella Parte seconda, <em>L’impoverimento del pensiero americano</em>, raccontiamo come si è arrivati a questo punto, ripercorrendo le origini della più generalizzata regressione culturale verificatasi sia negli Stati Uniti sia in tutto l’Occidente. Partiremo dall’aspetto più sostanziale: la rinuncia della generazione attuale a credere o aderire a progetti politici di maggiore portata. Le menti più dotate della nazione e del mondo si sono perlopiù defilate dalle attività, non di rado caotiche e controverse, più cruciali e rilevanti ai fini del benessere e della difesa della collettività.</p>
<p>Questi ingegneri si rifiutano di lavorare per l’esercito americano, ma non esitano a dedicare la propria vita ad accumulare capitali per la realizzazione della nuova app o piattaforma social del momento. Le cause di questa rinuncia a difendere il progetto nazionale americano sono a nostro avviso da ricercare nell’attacco sistematico e nel tentativo di smantellare qualunque idea di identità americana o occidentale registratasi negli anni Sessanta e Settanta. Lo smantellamento di un intero sistema di privilegi è stato intrapreso a ragione. Ma non siamo riusciti a riesumare al suo posto niente di sostanziale, nessuna identità collettiva o sistema di valori comunitari coerente. Il vuoto è rimasto, e il mercato è accorso prontamente a colmare quella lacuna.</p>
<p>Ne è derivato un impoverimento del progetto americano, con un’élite allo sbando ma oltremodo istruita al timone. Una generazione che sapeva a cosa si opponeva, contro cosa si batteva e cosa non poteva tollerare, ma non cosa voleva. I primi tecnologi che hanno inventato il personal computer, l’interfaccia grafica e il mouse, per esempio, avevano sviluppato un certo scetticismo nei confronti degli obiettivi di una nazione che in molti ritenevano non meritasse la loro lealtà. L’ascesa di Internet negli anni Novanta è stata di conseguenza cooptata dal mercato, e il consumatore ne è stato acclamato re. Ma molti si sono giustamente chiesti se la prima rivoluzione digitale resa possibile dall’avvento di Internet, negli anni Novanta e Duemila, abbia davvero migliorato le nostre vite, anziché limitarsi a cambiarle.</p>
<p>È in questo contesto che è stata fondata Palantir, che ha iniziato a lavorare per le agenzie di difesa e di intelligence americane negli anni successivi agli attacchi dell’11 settembre. Nella Parte terza, <em>La mentalità ingegneristica</em>, descriveremo la cultura organizzativa che distingue Palantir da tanti altri colossi tecnologici fondati nella Silicon Valley. Buona parte di ciò che contraddistingue il funzionamento di Palantir rappresenta un netto rifiuto del modello standard praticato nelle aziende americane.</p>
<p>In particolare, approfondiremo le lezioni che si possono trarre dall’organizzazione sociale degli sciami di api e degli stormi di storni e le implicazioni dell’improvvisazione teatrale nella creazione di startup, come pure gli esperimenti sul conformismo condotti da Solomon E. Asch, Stanley Milgram e altri negli anni Cinquanta e Sessanta, che hanno evidenziato la debolezza della stragrande maggioranza delle menti umane davanti alla minaccia dell’autorità.</p>
<p>Parleremo anche dei primi anni di Palantir, quando l’azienda ha iniziato a collaborare con l’esercito americano e con le unità delle forze speciali in Afghanistan allo sviluppo di un software che aiutasse a individuare la collocazione delle bombe a bordo strada, gli onnipresenti ordigni artigianali divenuti nell’arco di quasi un decennio la principale causa di morte sia in Iraq che in Afghanistan.</p>
<p>La mentalità ingegneristica che ha permesso a noi e ad altri di realizzare software del genere si fonda sulla tutela dello spazio necessario all’attrito creativo e sul rifiuto della fragilità intellettuale, sulla determinazione a scrollarsi di dosso l’incessante pressione a conformarsi e scimmiottare ciò che è venuto prima, e sullo scetticismo nei confronti dell’ideologia in favore della ricerca implacabile dei risultati.</p>
<p>Da ultimo, nella Parte quarta, <em>Ricostruire la repubblica tecnologica</em>, ci occuperemo di ciò che occorre per ristabilire una cultura di impegno collettivo e obiettivi comuni. La Valley è ancora decisamente restia ad avventurarsi in tutta una serie di settori pubblici, tra cui la polizia locale, la medicina, l’istruzione e, fino a poco tempo fa, la sicurezza nazionale, ambiti il più delle volte troppo intricati sul piano politico e spietati con i non addetti ai lavori.</p>
<p>Il risultato è stato che in tutto il paese si sono moltiplicati i deserti di innovazione, settori che rifiutavano la tecnologia e resistevano, spesso strenuamente, all’ingresso di nuove idee e nuovi attori. Anche il comparto pubblico dovrà far suoi i tratti più efficaci della cultura della Silicon Valley per ricostituire la propria, garantendo, tra l’altro, che chi è alla guida delle nostre maggiori istituzioni sia attivamente partecipe dei loro successi o fallimenti.</p>
<p>Più in generale, la ricostituzione di una repubblica tecnologica imporrà una riaffermazione della cultura e dei valori nazionali – e di fatto dell’identità e degli obiettivi comuni – senza i quali i guadagni e i vantaggi derivanti dalle scoperte scientifiche e ingegneristiche di quest’epoca rischiano di rimanere relegati al servizio degli interessi ristretti di un’élite isolata.</p>
<p>Gli Stati Uniti, fin dalla loro fondazione, sono sempre stati una repubblica tecnologica, il cui posto nel mondo è stato reso possibile e favorito dalla loro capacità di innovazione. Ma il vantaggio di cui oggi godiamo non si può dare per scontato. È stata una cultura, coesa attorno a un obiettivo comune, a vincere l’ultima guerra mondiale. E sarà una cultura a vincere, o scongiurare, la prossima. Il declino e la caduta degli imperi possono essere repentini, e in passato sono arrivati senza preavviso. Per andare avanti sarà necessario che ci liberiamo del nostro scetticismo nei confronti del progetto americano.</p>
<p>Dobbiamo piegare le forme più recenti e avanzate di intelligenza artificiale al nostro volere, altrimenti rischiamo di lasciare che lo facciano i nostri avversari mentre noi valutiamo e discutiamo, talvolta sembra all’infinito, la portata e la natura delle nostre divisioni. La nostra tesi di fondo è che in questa nuova era di intelligenza artificiale avanzata, che offre ai nostri avversari geopolitici l’occasione più ghiotta dai tempi dell’ultima guerra mondiale di mettere in discussione il nostro status globale, dovremmo tornare a quella tradizione di stretta collaborazione tra industria tecnologica e governo.</p>
<p>È grazie a questo connubio tra ricerca dell’innovazione e obiettivi nazionali che non solo si potrà promuovere il nostro benessere, ma anche salvaguardare la legittimità del progetto democratico stesso.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-593753" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/immagine-235x300.jpg?x17776" alt="" width="225" height="287" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/immagine-235x300.jpg 235w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/immagine-802x1024.jpg 802w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/immagine-768x980.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/immagine.jpg 846w" sizes="auto, (max-width: 225px) 100vw, 225px"></p>
<p><a href="https://www.silvioberlusconieditore.it/libri/nicholas-w-zamiska-la-repubblica-tecnologica/" target="_blank" rel="noopener"><em>Tratto da “La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente”, di Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, ed. Silvio Berlusconi Editore, pp. 21, 22,00€</em></a></p>
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<title>Cronache di un ex seminarista in missione segreta per il Papa</title>
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<description><![CDATA[ 
In “Finchè durerà la terra” (Rizzoli, 2026), Giovanni Grasso racconta la storia di Noè Simenoni, uomo colto, autoironico, maldestro, a cui viene affidato il compito di infiltrarsi in una misteriosa comunità, attorno alla quale ruotano e si intrecciano sentimenti genuini e condizionamenti psicologici
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Cronache, seminarista, missione, segreta, per, Papa</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/akira-hojo-86u-y0oaam-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/akira-hojo-86u-y0oaam-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/akira-hojo-86u-y0oaam-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/akira-hojo-86u-y0oaam-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/akira-hojo-86u-y0oaam-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/akira-hojo-86u-y0oaam-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Pochi passi e arrivo nell’unica piazza del borgo, dove si affaccia la trattoria Da Rocco e la piccola chiesa parrocchiale, dedicata a Maria Assunta. Vengo attratto da un buon odore di cera. Entro, mi segno e mi inginocchio di fronte all’altare laterale, sulla destra, proprio accanto alla cassettina delle offerte dedicata alle anime sante del purgatorio. Come pala c’è una tela, di fine Ottocento, dipinta un po’ rozzamente, rappresenta una processione. Accendo una candela e prego, per Greta innanzitutto. Ma anche per Valeria e per me, che cammino su un crinale pericoloso. Prendo cinquecento euro dal portafoglio – dovrebbero bastare, accidenti – e li metto nella busta, con il biglietto con nome e numero telefonico.</span></p>
<p><span>Allungo il braccio per infilare la busta dentro la cassetta, ma una scia di profumo da uomo, categoria lusso, seguita da una voce calda e suadente, mi blocca.</span></p>
<p><span>«Sia lodato Gesù Cristo!»</span></p>
<p><span>Mi alzo di scatto, voltandomi. È lui, lo riconosco subito, don Dino, il cappellano dei veggenti. Ha capelli all’indietro, impomatati, e il pizzetto molto curato, la tonaca nera piena di bottoni che gli arriva ai piedi, dove calza lucidi mocassini di gran moda. Porta un Rolex d’oro al polso, gemelli lucenti ed è meno alto di quanto appare nelle foto. Ma per la sua età sembra molto in forma. Non mi stupirebbe se, in sacrestia, accanto all’armadio dei paramenti, spuntassero pesi e altri attrezzi da body building.</span></p>
<p><span>«Sempre sia lodato!» rispondo puntando lo sguardo direttamente nei suoi occhi, scuri, vivaci, furbissimi, un po’ torbidi.</span></p>
<p><span>Lui ricambia lo sguardo fisso, in silenzio, come se volesse scansionarmi la mente e l’anima. La procedura diagnostica dura per un tempo che a me sembra interminabile. Finalmente, accenna a un ghigno con le labbra che aspirerebbe a sembrare un sorriso.</span></p>
<p><span>«Non sei di qua, figliolo, vero?»</span></p>
<p><span>«No, padre… Vengo da Roma.»</span></p>
<p><span>«E cosa hai là?» chiede, indicando con l’indice la busta che ho ancora in mano.</span></p>
<p><span>«Un’offerta per i veggenti.»</span></p>
<p><span>«Vuoi darla a me? Sarebbe meglio, non è la prima volta che qualcuno entra in chiesa e si porta via le offerte dalla cassetta! Furti sacrileghi… Extracomunitari sicuramente. Il diavolo arruola tanti adepti tra gli immigrati.»</span></p>
<p><span>«Ma certo» rispondo cercando di assumere l’aria più ingenua possibile. «È molto meglio se la tiene lei. Almeno è in mani sicure.»</span></p>
<p><span>Don Dino prende la busta, la apre e ostentando disinteresse per le banconote tira fuori il biglietto.</span></p>
<p><span>Lo legge.</span></p>
<p><span>«Noè, Noè» dice mettendomi una mano sulla spalla, «perché vuoi vedere i veggenti?»</span></p>
<p><span>«Perché ho smarrito la mia strada… E ho bisogno di ritrovarla.»</span></p>
<p><span>Don Dino mi invita a sedermi, con un gesto della mano. Ci troviamo così uno di fronte all’altro. Mi scruta con ancor maggiore intensità.</span></p>
<p><span>«Cosa intendi per perdere la strada?»</span></p>
<p><span>«Padre…?»</span></p>
<p><span>«Padre Dino.»</span></p>
<p><span>«Be’, insomma, padre Dino… Sono stato in seminario… E poi ne sono uscito.»</span></p>
<p><span>Il sacerdote salta sulla sedia. Il suo interesse per me è salito alle stelle. Il teorema della pecorella smarrita sta funzionando alla grande.</span></p>
<p><span>«E raccontami, Noè… perché hai perduto la strada? Una donna? La lussuria? Una tentazione diabolica della carne?»</span></p>
<p><span>Ci risiamo. Ogni volta che qualcuno esce dal seminario la prima e unica cosa a cui si pensa è che dietro ci sia una donna. L’amore, il sesso, il desiderio di una famiglia. Mai, che so, una crisi esistenziale, il silenzio di Dio, il peso delle responsabilità, il timore di non essere all’altezza. No, cherchez la femme, bruciate la strega. È più facile, più comprensibile, più rassicurante. È la storia di Pandora con il suo vaso, quella di Eva nel paradiso terrestre, che si ripetono nei secoli: tutta colpa loro.</span></p>
<p><span>Ma è venuto il momento di giocare di fino, come dice il proverbio: a brigante, brigante e mezzo.</span></p>
<p><span>«Nulla di tutto questo, padre.»</span></p>
<p><span>«E allora?»</span></p>
<p><span>Peso le parole, sto attento a non esagerare, devo rimanere credibile: «In questa Chiesa che ha smarrito il senso del sacro e della tradizione non mi ritrovo più».</span></p>
<p><span>Don Dino scuote la testa, annuisce, chiudendo gli occhi come per attendere l’ispirazione. Inspira profondamente, e le froge del naso gli si allargano a dismisura.</span></p>
<p><span>«Aspetta» mi fa, «torno subito.»</span></p>
<p><span>Lo vedo sparire come un’ombra nell’oscurità della sacrestia. Quando torna ha in mano un libro dalla copertina nera e ha indosso una stola viola. Si siede di nuovo vicino a me, si segna e mi sussurra: «In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti…». Mi rivolge uno sguardo che gronda perfidia e aggiunge: «Noè, continuiamo a parlare, ma in confessione».</span></p>
<p><span>Porca miseria, mi sta proprio fregando! Ero pronto a mentire, persino dentro una chiesa e di fronte a un altare con i santi, ma farlo durante il sacramento della confessione mi appare davvero come un sacrilegio, uno spergiuro intollerabile!</span></p>
<p><span>Sono dilaniato interiormente. Forse mi conviene alzarmi, andarmene da lì, mandare tutto a monte, piuttosto che profanare un sacramento. Mi blocca la vocina di mia sorella, che sento risuonarmi dentro la testa: «Ma figurati, Noè! Se devi dire una balla, che differenza c’è se la dici in un luogo qualsiasi o la dici in confessione? Sempre di balla si tratta». Su due piedi le risponderei così: «Una cosa è fare la pipì contro un albero, un’altra farla sulla tomba dei tuoi genitori. Sempre di pipì si tratta, ma capisci da te che non è la stessa identica cosa». Ma sarebbe del tutto inutile, un’atea, con l’aggravante della cocciutaggine – come è mia sorella – non comprenderebbe.</span></p>
<p><span>© 2026 Rizzoli<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611217" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-611217 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/0cb8b9e0-e5e1-4ae7-957c-d97520c896ba-export-670x1024.jpg?x17776" alt="" width="397" height="607" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/0cb8b9e0-e5e1-4ae7-957c-d97520c896ba-export-670x1024.jpg 670w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/0cb8b9e0-e5e1-4ae7-957c-d97520c896ba-export-196x300.jpg 196w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/0cb8b9e0-e5e1-4ae7-957c-d97520c896ba-export-768x1173.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/0cb8b9e0-e5e1-4ae7-957c-d97520c896ba-export-786x1200.jpg 786w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/0cb8b9e0-e5e1-4ae7-957c-d97520c896ba-export.jpg 838w" sizes="auto, (max-width: 397px) 100vw, 397px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Finchè durerà la terra, Cover</em></figcaption></figure>
<p><a href="https://www.ibs.it/finche-durera-terra-libro-giovanni-grasso/e/9788817186964?srsltid=AfmBOoqKLWi9vLXowjomQ9lM5MOFvxWMdAqw9228pgyPnGBMG9a4Z7qs" target="_blank" rel="noopener"><i><span>Tratto da “Finchè durerà la terra”, di Giovanni Grasso, Rizzoli, 2026, 11,99€, 305 pagine</span></i></a></p>
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<title>Se Schlein non reagisce alla linea ambigua di Conte su Trump e Putin, il Pd è finito</title>
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La ditta vorrebbe convincere la segretaria a lasciare il posto al leader grillino, ma l’abdicazione sarebbe un guaio per la sinistra. Urge una strategia per arginare l’esuberanza del capo populista senza rompere l’alleanza. L’ipotesi di alleanza con i riformisti alle primarie
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/amy-humphries-2m-sdj-agvs-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/amy-humphries-2m-sdj-agvs-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/amy-humphries-2m-sdj-agvs-unsplash-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/amy-humphries-2m-sdj-agvs-unsplash-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/amy-humphries-2m-sdj-agvs-unsplash-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/amy-humphries-2m-sdj-agvs-unsplash-1200x900.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span><em>Everyone but Conte</em>. Tutti tranne l’amico americano: «Salutami tanto Donald», sembra, si sia raccomandato il legale pugliese con l’emissario dell’uomo della Casa Bianca, Paolo Zampolli, al termine di un pranzetto raccontato da un cronista di Libero. Uno scoop che l’ex presidente del Consiglio ha tentato di minimizzare, «Non era un incontro segreto». Magari è vero, nonostante la saletta riservata, non sarà stato niente di che, ma conferma la solidità del rapporto tra Giuseppi e Trump. Malgrado tanto per dire, la guerra contro la quale il capo del Movimento 5 stelle aveva promesso una grande manifestazione di cui si sono perse le tracce: difficile banchettare con i trumpiani e andare poi in piazza contro di loro.</span></p>
<p><span>Un aneddoto racconta che una volta Ciriaco De Mita chiese a un interlocutore: «Ma tu hai capito chi è davvero Giulio Andreotti?». Mezzo secolo dopo, è Ernesto Galli della Loggia (che a differenza di Paolo Mieli si taglierebbe un braccio pur di non rivedere l’avvocato a Chigi) a porre la medesima domanda: «Chi è davvero Conte? Resta un punto molto ma molto interrogativo».<br>
</span></p>
<p><span>Uno che vuole il dialogo con Vladimir Putin detestando l’Unione europea, uno che ha buttato i soldi con il Superbonus e il reddito di cittadinanza: è questo il futuro della sinistra italiana? Vuole scalare il cosiddetto campo largo, Conte, annunciando la sua primavera, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/meloni-conte-rilancio-politico-crisi-leadership-italia/" target="_blank" rel="noopener">con il suo libro</a>, dunque facendo le scarpe a Elly Schlein. Il che non è illegittimo. Ma è un azzardo enorme.</span></p>
<p><span>Se il Partito democratico si accodasse a lui, significherebbe la definitiva vittoria del populismo trasformista che in tanti casi – come scrive Yves Mény nel libro “Fragilità della democrazia” (Morcelliana) – è stato ed è uno stadio decisivo per instaurare quella che Viktor Orbán definì la «democrazia illiberale». Vorrebbe dire la rinuncia, anch’essa definitiva, da parte del Pd a incarnare il partito riformista di governo che è la ragione per cui nacque nel 2008. Oltre, ça va sans dire, la fine politica di Elly Schlein, che dopo Bersani, Zingaretti, Letta, sarebbe l’ennesima leader mancata. Già, perché è chiaro che se la leader del Nazareno fosse battuta dall’avvocato del popolo dovrebbe lasciare il posto.</span></p>
<p><span>E con Conte candidato presidente del Consiglio, il Pd potrebbe anche rischiare di essere superato nelle urne dal M5s. Dunque Schlein dovrebbe fare il contrario di quello che le suggerisce la Ditta. Questa chiede alla giovane segretaria di compiere un <em>beau geste</em>, lasciando la candidatura a premier a Giuseppi, barattandola con molti ministeri e assegnando nel 2029 il Quirinale a uno dei vecchi leoni. Oppure, in subordine, di mandare al Colle proprio Conte sostituendolo lei a Palazzo Chigi. Nemmeno l’epopea della staffetta e il famigerato Caf (Craxi Forlani Andreotti) arrivava a tanto cinismo.</span></p>
<p><span>Per cui Schlein avrebbe tutto l’interesse a fare terra bruciata intorno all’uomo di Volturara Appula. È un’idea che ha preso a circolare: un’intesa tra Schlein e i riformisti delle varie formazioni politiche (e perché no anche Avs) da concretizzare al ballottaggio che verosimilmente sarà tra la segretaria dem e il capo del M5S in primarie a doppio turno (una formula che converrebbe anche a Elly). Al secondo turno, o lei o un riformista. Isolando l’avvocato. E anche in un caminetto del campo largo questa intesa taglierebbe fuori l’amico di Trump. <em>Everyone but Conte</em>.</span></p>
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<title>Torre a Cona, il tempo coltivato</title>
<link>https://www.eventi.news/torre-a-cona-il-tempo-coltivato</link>
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Dalla torre medievale al vino contemporaneo, la tenuta sui Colli Fiorentini è un raro esempio di continuità agricola e culturale. Qui i vigneti seguono ancora i confini dei cabrei seicenteschi e la storia resta leggibile nei dettagli più concreti
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Torre, Cona, tempo, coltivato</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/torre-a-cona-toscana-secrets-02.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/torre-a-cona-toscana-secrets-02.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/torre-a-cona-toscana-secrets-02-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/torre-a-cona-toscana-secrets-02-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/torre-a-cona-toscana-secrets-02-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/torre-a-cona-toscana-secrets-02-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Sulle colline a sud-est di Firenze, tra Chianti e Valdarno, <a href="https://www.torreacona.com/" target="_blank" rel="noopener">Torre a Cona</a> è un luogo dove la stratificazione storica non si traduce in retorica, ma in struttura. Il paesaggio è lo stesso da secoli, attraversato da venti che risalgono la valle e segnato da una vocazione agricola che non ha mai cambiato direzione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tutto parte da una torre medievale, nucleo originario della proprietà, attestata già nei documenti dell’XI secolo. </span><span class="s1">Da presidio difensivo e fiscale diventa nel tempo il centro di una trasformazione ambiziosa. La famiglia che la possiede, legata alle cave di pietra serena, immagina una residenza capace di competere con le grandi casate fiorentine. Nasce così una villa settecentesca imponente, costruita attorno alla torre, ma segnata da un’incompiutezza che ancora oggi ne definisce il carattere.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La dimensione culturale non resta marginale. Nel Seicento i Rinuccini, tra i fondatori dell’opera italiana, realizzano un teatrino privato. La campagna diventa spazio di rappresentazione, non solo di produzione. La cappella della tenuta coincide con quella che era la chiesa del paese, segno di un legame diretto tra proprietà e comunità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il parco conserva un impianto storico preciso, con statue e geometrie che raccontano un’idea di paesaggio costruito. Tra queste emerge la figura di Giuseppe Cantini, cuoco della famiglia che si dedicò anche alla scultura e all’architettura, lasciando tracce concrete nel disegno del giardino.<span class="Apple-converted-space">  </span></span><span class="s1"> I giardini formali previsti non vengono mai completati, ma la collina mantiene una sua armonia spontanea, mai addomesticata fino in fondo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel 1935 la proprietà passa alla famiglia Rossi di Montelera, legata alla storia di Martini & Rossi, che avvia un nuovo ciclo senza interrompere quello precedente.<span class="Apple-converted-space">  </span></span><span class="s1"> È un passaggio chiave perché introduce una visione moderna mantenendo intatto il sistema agricolo. I poderi descritti nei cabrei seicenteschi sono ancora riconoscibili e coincidono con i vigneti attuali. Qui i nomi non cambiano e non cambiano i confini. Cambia il modo di lavorare.</span></p>

        
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<p class="p1"><span class="s1">La tenuta oggi si estende per circa 200 ettari, con vigne tra i 300 e i 400 metri di altitudine, immerse in un mosaico di oliveti, boschi e campi.<span class="Apple-converted-space">  </span></span><span class="s1"> I vigneti sono gli stessi di sempre, documentati già nei cabrei del Seicento, e rappresentano una continuità agricola rara.<span class="Apple-converted-space">  </span></span><span class="s1"> Il Sangiovese domina, affiancato da Colorino, Merlot, Trebbiano e Malvasia, varietà che interpretano un microclima preciso, fatto di suoli argillosi, galestro e altitudini differenziate.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La produzione di vino è recente rispetto alla storia del luogo. È dal 2000 che Torre a Cona sviluppa un progetto enologico strutturato, con l’obiettivo di tradurre questa continuità in qualità contemporanea.<span class="Apple-converted-space">  </span></span><span class="s1"> Non si tratta di reinventare il paesaggio, ma di leggerlo con strumenti nuovi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dentro la vinsantaia si coglie il senso più concreto di questa relazione con il tempo. Le uve appassiscono sui graticci come un tempo, protette da un dettaglio che è insieme botanico e linguistico. Il pungitopo deve il suo nome proprio alla funzione che svolgeva qui: veniva posto sui tetti per impedire ai roditori di raggiungere i grappoli. È un gesto minimo, ma contiene un sapere agricolo fatto di osservazione e adattamento.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Anche la presenza storica dei mulini a vento racconta un territorio che ha sempre lavorato con le forze naturali. Il vento non è un elemento romantico, ma una risorsa. Oggi resta come impronta, come memoria attiva nel paesaggio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Torre a Cona è un sistema coerente. La torre medievale, la villa incompiuta, il teatrino, i vigneti, la vinsantaia non sono episodi isolati. Sono parti di una stessa struttura che attraversa i secoli senza cambiare funzione. Il vino, arrivato per ultimo, non è un’aggiunta. È il modo più recente di continuare a leggere questo luogo.</span></p>
<p><em>Torre a Cona </em><br>
<em>Via Torre a Cona, 49 – 50067</em><br>
<em>Rignano sull’Arno, Florence, Italy</em></p>
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<title>Meloni e il problema politico dei maschi innamorati</title>
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Il primo governo presieduto da una donna è già alla terza crisi causata dall’incapacità degli uomini di comportarsi da adulti, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:01 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Meloni, problema, politico, dei, maschi, innamorati</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/fethi-bouhaouchine-lokr7exbj2y-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/fethi-bouhaouchine-lokr7exbj2y-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/fethi-bouhaouchine-lokr7exbj2y-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/fethi-bouhaouchine-lokr7exbj2y-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/fethi-bouhaouchine-lokr7exbj2y-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/fethi-bouhaouchine-lokr7exbj2y-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Per quanto possiamo non apprezzare Giorgia Meloni e la sua politica, per quanto possiamo non amare una certa tendenza a ridurre ogni problema a questione di genere e ogni comportamento maschile a emblema del patriarcato, per quanto possiamo disinteressarci delle vicende sentimentali di questo governo – il primo presieduto da una donna, ricordiamolo, nell’intera storia d’Italia – ci vuole davvero un cuore di pietra per non provare un minimo di solidarietà umana, in questi giorni, per la nostra presidente del Consiglio.</p>
<p>Con la liaison Conte-Piantedosi (dove Conte non sta ovviamente per il leader del Movimento 5 stelle di nome Giuseppe, ma per la giornalista, attrice, influencer di nome Claudia) siamo infatti al terzo caso in tre anni che la vede costretta a fronteggiare gli effetti politici di una crisi coniugale-sentimentale diretta conseguenza dell’incapacità maschile di garantire quel minimo di sana e prudente gestione della propria carica ormonale che sarebbe ragionevole attendersi da un adulto, specialmente nel momento in cui l’adulto in questione – o magari la sua compagna – abbia raggiunto una posizione di potere. Terzo caso – dopo l’indimenticabile affaire Sangiuliano-Boccia e dopo l’imbarazzante vicenda che ha portato alla separazione della stessa presidente del Consiglio dal suo compagno Andrea Giambruno – a tenersi bassi.</p>
<p><a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=8%3DMSGbO%26C%3D9%26I%3DKU9d%265%3DVEbPS%263%3DC0KxN_8rau_Ib_zviq_0k_8rau_Hg5RC.ImKA3jGy4i.D0_IYxf_SNK5CqOy4i_MgtX_WVSHWL_IYxf_SNeJ_IYxf_SNeH_IYxf_SNIuN1_MgtX_WV8q633zP4F_tJ2Cw780oDt2_xDqE20tF1D_s21J_rFk8y2_kGqLlDq_4wI06_n60KwMu_M_u02FvD-JSCWKZAWL_IYxf_SN_MgtX_XV8qA0_IYxf_TLcr3CAKaA-VH2n-YKZB-cPXG-YGSFWIVi0PXE_MgtX_WL7j820l_Mgt6q2iX_XTj54HOr6CrEAW1t0Xs3fHgt7gj6rQcq83CsjjgW8msxs2CP7UkYwHRs5Wo58IkH4C1p8Xcn6mrYrzj7rTnCrj4BtTj5rT8CrwbJm0kefRB9J2qxjZafG3_Fcz9IHwAZS7JR8luD41crGWnNqdjU2PE9FLq4GRZG_i03_nHIVIKspTpIIvHnZNuIFXY%269%3D%26yJ%3D9VHSAV%260J%3D0eHWHYPTHYKV9Y%26x%3D4FZsWG0M7E8MalbNZBXvamcPYmcGXCcITiWLS0AL7nWG5ncL4C0I6A7rWBeO5jAu&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">Su Repubblica</a>, per esempio, Francesco Bei aggiunge all’elenco anche il caso del ministro-cognato Francesco Lollobrigida e della sua separazione da Arianna Meloni. Ma quello a me sembra un caso diverso, che riguarda esclusivamente la loro vita privata, senza significativi effetti sul governo. Non credo si possa dire lo stesso degli altri tre.</p>
<p>Nei dettagli dell’ultimo scandalo, quello che riguarda il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, non ho intenzione di entrare, perché li trovate già su tutti i giornali, perché in fondo ho il cuore tenero e perché l’essenziale mi sembra sia stato <a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=3%3DDSHWF%26C%3D0%26D%3DBU0Y%26v%3DVFWGS%264%3D81KyI_yrbp_0b_1qZq_Af_yrbp_9g6M4.CrDr0nI12.rJ_yrbp_9gAZ9W_1qZq_AfGU_1qZq_AfjCjKk0j-3vE35-w0jD16mEz0-nBsP-23oCn9u_IZsW_SO%264%3D%26pJ%3D0Q9SBQ%261J%3DAZ9WITGTITBV0T%26o%3D4I5iYAXm5C3j6kQFVm4mXnU94GSj2jZCSBZD1h2jaoT0ZFVk2BTCXDSiVoXGTCQBWIW8&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">già detto da Guia Soncini</a>, o meglio da Maurizio Costanzo, da lei citato, con «quella frase che diceva sulle incapaci in tv, sul fatto che una volta i commendatori alle amanti aprivano una boutique, adesso un programma in televisione».</p>
<p>Mi interessa invece la dinamica, la banalità e la ripetitività dei comportamenti, delle vanterie e delle volgarità, dei piccoli abusi, delle grandi illusioni e delle immancabili delusioni che costellano questi percorsi, tutti uguali, tutti così atrocemente deprimenti e al tempo stesso, ammettiamolo anche noi maschi, così tremendamente familiari.</p>
<p>Soncini se la prende con i commentatori di sinistra che «dalle settimane in cui scambiarono Rosaria Boccia per Rosa Luxemburg» non hanno imparato niente: «Hanno smesso di pensare che la via al governo in un paese di ladri passasse per il tacciare l’avversario di corruzione; e hanno iniziato a pensare che, in una repubblica fondata sull’adulterio, si possa guadagnare consenso dicendo che se sistemi l’amante è scandaloso».</p>
<p>E ne conclude che forse, invece dell’educazione sessuale, bisognerebbe pensare a mettere nei programmi scolastici Dino Risi. Ma più che Dino Risi a me viene in mente Gianna Nannini e quella sua vecchia canzone sui maschi innamorati.</p>
<p>Certo è facile ora ironizzare sulla destra tradizionalista e sui suoi presunti valori, sulla presidente del Consiglio donna, madre e cristiana, tradita prima dal suo compagno (quali emozioni, quante bugie…), poi dal ministro che doveva essere la guida della nuova egemonia culturale, Gennaro Sangiuliano (tu, quell’espressione malinconica, e quel sorriso in più…), e ora anche dal ministro dell’Interno, forse il più importante per l’immagine del governo legge e ordine (così vicino e così immobile… parla qualcosa!).</p>
<p>C’è poco da fare, coi maschi innamorati: dalle veline, dietro ai talk show, ogni decreto nella notte è quasi amor. E insomma, davvero, in questi giorni ci vuole proprio un cuore di pietra per non provare un moto di solidarietà per Giorgia Meloni. Io dico che diventa femminista.<br>
<em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Un uomo è disperso dopo il cedimento di un ponte tra Abruzzo e Molise</title>
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Il collasso sulla statale 16 ha spezzato uno dei principali collegamenti lungo la costa adriatica. A Spoltore circa 300 persone hanno lasciato le case, mentre nel basso Molise altre centinaia sono state allontanate per la piena del Biferno e gli scarichi della diga
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:01 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alex-dukhanov-zxzqk7777r4-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alex-dukhanov-zxzqk7777r4-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alex-dukhanov-zxzqk7777r4-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alex-dukhanov-zxzqk7777r4-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alex-dukhanov-zxzqk7777r4-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/alex-dukhanov-zxzqk7777r4-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Il crollo di un ponte sul fiume Trigno, tra Abruzzo e Molise, ha interrotto uno dei principali collegamenti lungo la costa adriatica e ha lasciato disperso un uomo di 53 anni, mentre un’ondata di maltempo continua a provocare frane, allagamenti ed evacuazioni in diverse regioni del Centro Sud. </span><span>Il cedimento è avvenuto nella mattina del 2 aprile sulla statale 16, nel territorio di Montenero di Bisaccia. Secondo le prime ricostruzioni, al momento del crollo due auto stavano transitando nella zona: una è riuscita a mettersi in salvo, mentre l’altra sarebbe finita nel fiume. Le ricerche del conducente, Domenico Racanati, sono proseguite per tutta la giornata con sommozzatori, mezzi aerei e forze di polizia. La Procura di Larino ha aperto un fascicolo per crollo colposo e valuta ulteriori ipotesi di reato se sarà confermato il coinvolgimento dell’auto.</span></p>
<p><span>Il crollo ha aggravato una situazione già critica per la viabilità. La statale 16 è interrotta e anche un secondo ponte sul Trigno, lungo la provinciale 55, è stato chiuso per l’innalzamento del livello del fiume. Il Ministero delle Infrastrutture ha disposto la gratuità dell’autostrada A14 tra Vasto Sud e Termoli per garantire collegamenti alternativi, mentre si registrano lunghe code e rallentamenti. «La situazione più critica è sulla strada statale 16 Adriatica», ha spiegato il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano, sottolineando che il cedimento «non è piccolo» e rende difficile un ripristino rapido.</span></p>
<p><span>L’ondata di maltempo, iniziata nei giorni precedenti, ha colpito in modo esteso Abruzzo, Molise, Marche, Puglia e Basilicata, con piogge intense, nevicate abbondanti e forti venti. I fiumi hanno superato in diversi casi le soglie di allarme e le dighe sono state costrette a scaricare grandi quantità d’acqua per evitare rischi maggiori a valle.</span></p>
<p><span>Le conseguenze più diffuse riguardano allagamenti e frane. In Abruzzo, a Pescara il fiume ha esondato nel centro urbano, invadendo le aree golenali e causando danni a infrastrutture e attività. Il sindaco Carlo Masci ha parlato di una situazione «delicata», spiegando che «le piogge potranno continuare e il livello del fiume potrà alzarsi». Sempre nel pescarese, a Spoltore circa 80 famiglie, per un totale di 300 persone, sono state evacuate dopo l’esondazione del fiume.</span></p>
<p><span>In Molise, la piena del Biferno ha portato all’evacuazione precauzionale di circa 200 persone, mentre la zona industriale di Termoli è stata allagata. Il presidente della Regione Francesco Roberti ha stimato danni per circa 300 milioni di euro e ha annunciato la richiesta dello stato di emergenza. «Ci sono strade interrotte in ogni zona del Molise», ha detto, sottolineando la necessità di ripristinare i collegamenti.</span></p>
<p><span>Situazioni simili si registrano anche nelle Marche, dove una frana ha isolato circa 90 residenti nella frazione di Pozza, nel comune di Acquasanta Terme, e in Puglia, dove nel Foggiano sono stati soccorsi decine di automobilisti e vaste aree agricole risultano allagate. </span><span>Le nevicate hanno interessato soprattutto le aree montane dell’Appennino. A Passolanciano, in Abruzzo, undici persone sono rimaste isolate in un hotel sotto tre metri di neve e sono state successivamente evacuate dall’esercito. In altre zone si segnalano valanghe e interruzioni delle strade di accesso.</span></p>
<p><span>Il sistema dei soccorsi è impegnato su più fronti. Dalla fine di marzo sono stati effettuati centinaia di interventi tra Abruzzo, Molise e Puglia, con squadre rafforzate e mezzi speciali. In alcune aree sono stati attivati centri operativi comunali e coordinamenti di emergenza per gestire evacuazioni e assistenza alla popolazione.</span></p>
<p><span>Il governo segue l’evoluzione della situazione e si prepara alla dichiarazione dello stato di emergenza per le regioni più colpite.  </span><span>Le previsioni indicano un progressivo miglioramento delle condizioni meteorologiche a partire dalle prossime ore, ma restano criticità legate al deflusso delle acque, alla stabilità dei versanti e alla riapertura delle principali infrastrutture. Il ripristino dei collegamenti tra Abruzzo e Molise è considerato uno dei nodi più urgenti da risolvere.</span></p>
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<title>Alva Noto e Fennesz portano in Italia “Continuum”, un tributo che guarda al futuro</title>
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A Vicenza l’unica data italiana del progetto dedicato al compositore giapponese: un concerto-installazione tra elettronica, immagini e memoria viva
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:01 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/solen-feyissa-ifwfkg3fxe4-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/solen-feyissa-ifwfkg3fxe4-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/solen-feyissa-ifwfkg3fxe4-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/solen-feyissa-ifwfkg3fxe4-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/solen-feyissa-ifwfkg3fxe4-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/solen-feyissa-ifwfkg3fxe4-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Due protagonisti della musica elettronica contemporanea tornano in Italia con un progetto speciale dedicato a una delle figure più influenti degli ultimi decenni. L’8 aprile 2026 il Teatro Comunale Città di Vicenza ospiterà l’unica data italiana di “Continuum – In the spirit of Ryuichi Sakamoto”, il concerto-installazione firmato da Alva Noto e Christian Fennesz.</p>
<p>L’evento si presenta come molto più di un semplice tributo: è una riflessione sonora e visiva sull’eredità di Ryuichi Sakamoto, scomparso nel 2023, artista capace di attraversare linguaggi e generi, dalla musica elettronica al pianoforte, fino al cinema. Tra i riconoscimenti più noti, l’Oscar vinto nel 1988 per la colonna sonora de L’ultimo imperatore.</p>
<p>Il progetto nasce proprio dalla continuità artistica tra Sakamoto e i due musicisti coinvolti. Alva Noto, figura centrale della sperimentazione elettronica europea, ha collaborato a lungo con il compositore giapponese, firmando lavori che hanno segnato la musica contemporanea, tra cui anche la colonna sonora di <i>The Revenant</i>. Accanto a lui, Christian Fennesz rappresenta una delle voci più riconoscibili dell’elettronica internazionale, grazie a una ricerca sonora che unisce chitarra, ambient e manipolazione digitale.</p>
<p>“Continuum” mette insieme queste due traiettorie in un’esperienza che si muove tra concerto e installazione, dove suono, immagini e spazio scenico dialogano in modo immersivo. L’obiettivo non è riproporre il repertorio di Sakamoto in chiave nostalgica, ma restituirne l’eredità come qualcosa di ancora vivo, aperto e in continua trasformazione.</p>
<p>La scelta di portare l’unica data italiana a Vicenza aggiunge un elemento significativo. Fuori dai circuiti più prevedibili delle grandi capitali culturali, il progetto approda in un teatro italiano con un respiro internazionale, offrendo al pubblico un’occasione rara per entrare in contatto con una delle esperienze più raffinate della musica contemporanea.</p>
<p>L’appuntamento dell’8 aprile si inserisce così in una linea di programmazione che guarda oltre i generi e le etichette, mettendo al centro la ricerca artistica e il dialogo tra linguaggi. Un evento che, più che celebrare il passato, prova a raccontare come l’eredità di Sakamoto continui a generare nuove forme e nuove possibilità sonore.</p>
<p><em>I biglietti per il concerto di Alva Noto e Christian Fennesz dell’8 aprile sono in vendita alla biglietteria del Teatro Comunale di Vicenza (Viale Mazzini, 39), aperta dal martedì al sabato (esclusi festivi) dalle 15.00 alle 18.15, oppure al telefono, chiamando lo 0444 324442 nei giorni di apertura della biglietteria dalle 16.00 alle 18.00; oppure online su www.tcvi.it e sul circuito TicketOne.it. È possibile comprare i biglietti anche con la Carta del Docente e le Carte della Cultura. I prezzi sono: 57 euro nel settore A (File A, AA e BB), 51,50 euro nel settore B (file B-L) e 44,50 euro nel settore C (file M-Y).</em></p>
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<title>Due caccia americani abbattuti in Iran, uno dei piloti è disperso</title>
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Il militare secondo Teheran sarebbe stato catturato, non c’è conferma. L’altro aereo colpito è precipitato in Kuwait senza vittime. I proclami di Trump smentiti dai fatti
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 03:30:01 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<div dir="null"><span dir="auto">Lo scenario deve essere stato vagamente simile  a qualcosa di già visto in Afghanistan, oppure in film tipo “Black Hawk Down”, certo qui senza mattanza di Delta Force, magari più prosaicamente come nel caso del Tornado di Cocciolone e Bellini, abbattuto in Iraq nel 1991. Il caccia F-15E americano che viene colpito da un missile a ricerca di calore, i due piloti che si eiettano, poi la caccia all’uomo degli iraniani. Minuti, ore interminabili.</span></div>
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<div dir="null"><span dir="auto">Il risultato potrebbe diventare drammatico per Donald Trump e rendere ancora più complicata la scellerata operazione Epic Fury, ma questo si capirà solo nelle prossime ore. Uno dei due piloti è stato tratto in salvo grazie a una frenetica operazione di ricerca e soccorso che ha impegnano gli americani in territorio iraniano, ma dell’altro non si ha notizia e, anzi, secondo le autorità di Teheran sarebbe stato catturato.</span></div>
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<div dir="null"><span dir="auto">A complicare lo scenario il fatto che anche un secondo velivolo dell’Air Force, un A-10, quasi in contemporanea sarebbe stato colpito: il pilota però </span><span dir="auto"> è riuscito a riportarlo nello spazio aereo kuwaitiano, prima di lanciarsi ed essere soccorso in sicurezza. </span></div>
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<div dir="null">Il salvataggio riuscito solo a metà dell’equipaggio dell’F-15 è stato molto più complicato: due degli <span dir="auto">elicotteri Black Hawk che erano impegnati nella ricerca sono stati anch’essi colpiti. Secondo le prime indiscrezioni ci sarebbero feriti tra gli uomini a bordo. I fatti smentiscono, soprattutto, le trionfali affermazioni di Trump secondo cui il Pentagono avrebbe raggiunto la superiorità aerea e l’arsenale iraniano sarebbe ormai ai minimi termini.</span></div>
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<div dir="null"><span dir="auto">Le operazioni di ricerca del pilota ufficialmente disperso rappresentano il momento più pericoloso per l’esercito americano in queste cinque settimane di guerra e, se davvero è stato catturato, potrebbe diventare uno strumento di propaganda straordinario in mano al regime degli ayatollah. Si tratterebbe proprio dello scenario più temuto. «È una missione ad alto rischio. Più a lungo una persona rimane a terra, minori sono le possibilità di recuperarla senza rischiare vite» ha spiegato al Washington Post il generale in pensione James Slife, ex comandante dell’Air Force specializzato in infiltrazione e missioni di ricerca e salvataggio in combattimento. </span></div>
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<div dir="null"><span dir="auto">Gli iraniani non si sono fatti sfuggire l’occasione hanno scatenato una forsennata caccia all’uomo, con tanto di annuncio alla tv di una taglia posta sul pilota americano dai commercianti della zona in cui l’aereo è precipitato. Sui social del canale di Stato Irib, invece, è comparso un post in cui si riferiva di  «molte persone» che si sarebbe recate sul luogo spontaneamente alla ricerca del militare americano e si invitava la popolazione «a non permettere ad alcuno di maltrattarlo».</span></div>
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<div>Un video diffuso dall’Iran <span dir="auto">mostra un aereo-cisterna C-130 volare a bassa quota e rifornire di carburante due elicotteri HH-60G. Operazione che se compiuta in territorio nemico richiede l’assunzione di rischi altissimi, cosa che conferma il grado di difficoltà che gli americani si stanno trovando ad affrontare in queste ore. </span></div>
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<title>Marlon Brando: icona del cinema mondiale</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 3 Aprile ed in questo giorno, nel 1924, ad Omaha, nel Nebraska, U.S.A., nasceva il grande attore Marlon Brando, uno dei maggiori rappresentanti del “Metodo Stanislavsky” e dell’Actor’s Studio, che è stato un’icona del cinema americano negli anni ’50 grazie alla sua capacità di immergersi nei personaggi, esplorando profondamente le loro pulsioni […] ]]></description>
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 02:00:23 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Marlon-Brando-66-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Oggi è il 3 Aprile ed in questo giorno, nel 1924, ad Omaha, nel Nebraska, U.S.A., nasceva il grande attore Marlon Brando, uno dei maggiori rappresentanti del “Metodo Stanislavsky” e dell’Actor’s Studio, che è stato un’icona del cinema americano negli anni ’50 grazie alla sua capacità di immergersi nei personaggi, esplorando profondamente le loro pulsioni […]]]> </content:encoded>
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<title>GICHERSTAMPA sbarca alla Fiera del Levante: le novità dell’azienda Fermana a EnoliExpo</title>
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<description><![CDATA[ L’azienda marchigiana ha presentato le proprie innovazioni nel campo delle etichette adesive all’evento che si è tenuto a Bari, uno degli appuntamenti più attesi dell’anno per i professionisti dell’olio di oliva e del vino ]]></description>
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 02:00:23 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Affenzahn presenta la collezione 2026: pronti, partenza… esplorazione!</title>
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<description><![CDATA[ Nuovi zaini, special edition e footwear per accompagnare i bambini in ogni scoperta quotidiana ]]></description>
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 02:00:23 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Al Teatro Serra la satira di René de Obaldia</title>
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<description><![CDATA[ Due donne mettono in scena una divertente e grottesca commedia dell’assurdo ]]></description>
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 02:00:13 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Mutui: in Piemonte quasi 126.000 euro la richiesta media (+3%)</title>
<link>https://www.eventi.news/mutui-in-piemonte-quasi-126000-euro-la-richiesta-media-3</link>
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<description><![CDATA[ Il 2026 si è aperto positivamente sul fronte dei mutui; secondo l’Osservatorio* Facile.it – Mutui.it, nei primi due mesi dell’anno l’importo medio richiesto in Piemonte è aumentato del 3% rispetto a dodici mesi fa, arrivando a 125.869 euro. In calo l’età media dei richiedenti, che passa dai 41 anni dei primi due mesi del 2025 […] ]]></description>
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 02:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Mutui:, Piemonte, quasi, 126.000, euro, richiesta, media, 3</media:keywords>
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<title>Pasqua: più di 2,1 milioni partiranno con il proprio amico a 4 zampe</title>
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<description><![CDATA[ Sono 9 milioni gli italiani che quest’anno si concederanno un viaggio durante le vacanze pasquali e ben 2,1 milioni di loro (31%) lo faranno con il proprio amico a quattro zampe al seguito. A rivelarlo un’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca mUp Research*. Le assicurazioni per Fido e Micio Quando si viaggia con il […] ]]></description>
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<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 02:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>La competizione tra giovani chef</title>
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<description><![CDATA[ 
È iniziata la selezione dell’importante ecosistema di scouting e formazione per i talenti under 30 di cucina. Candidature aperte fino al 9 giugno 2026
L&#039;articolo La competizione tra giovani chef proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:03 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giuria-spellegrinoyoungchefacademy.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giuria-spellegrinoyoungchefacademy.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giuria-spellegrinoyoungchefacademy-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giuria-spellegrinoyoungchefacademy-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giuria-spellegrinoyoungchefacademy-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/giuria-spellegrinoyoungchefacademy-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Non è solo una questione di tecnica, né soltanto di sapore. <span data-path-to-node="3,2">La settima edizione della </span><a href="https://www.sanpellegrinoyoungchefacademy.com/" target="_blank" rel="noopener">S.Pellegrino Young Chef Academy</a> Competition si apre con una premessa che va oltre i confini del piatto, puntando a definire una nuova visione della gastronomia globale<span data-path-to-node="3,4">. </span><span data-path-to-node="3,5">Presentata ufficialmente a Identità Golose Milano lo scorso 30 marzo 2026, la competizione biennale si conferma come il più importante ecosistema di scouting e formazione per i talenti under 30, chiamati a dimostrare che la cucina può essere un motore di cambiamento consapevole, inclusivo e sostenibile</span><span data-path-to-node="3,8">.</span></p>
<p data-path-to-node="4"><span data-path-to-node="4,1">Le candidature</span>, da sottoporre direttamente sul <a href="https://www.sanpellegrinoyoungchefacademy.com/" target="_blank" rel="noopener">sito</a> dedicato, resteranno aperte fino al 9 giugno 2026, offrendo ai giovani professionisti l’opportunità di sottoporre il proprio <em data-path-to-node="4,1" data-index-in-node="130">signature dish</em> a una prima, rigorosissima valutazione curata da ALMA – La Scuola Internazionale di Cucina Italiana<span data-path-to-node="4,3">. </span><span data-path-to-node="4,4">Chi supererà questa fase si troverà di fronte a una giuria italiana di altissimo profilo, composta da cinque protagonisti della scena contemporanea che incarnano l’evoluzione del gusto nel nostro Paese</span><span data-path-to-node="4,7">.</span></p>
<p data-path-to-node="5"><span data-path-to-node="5,0">A guidare le selezioni della finale regionale sarà un quintetto d’eccezione: Giuseppe Iannotti (Krèsios, due stelle Michelin), noto per la sua ricerca sperimentale; Arianna Gatti (Forme Restaurant), fresca del titolo di Miglior Chef Donna per Identità Golose 2026; Richard Abou Zaki (Retroscena, una stella Michelin), voce di una cucina immediata e internazionale; </span><span data-path-to-node="5,1">Marco Galtarossa (Villa Elena, due stelle Michelin), maestro di rigore tecnico; e Solaika Marrocco (Primo Restaurant, una stella Michelin), interprete di un linguaggio territoriale capace di farsi universale</span><span data-path-to-node="5,4">.</span></p>
<p data-path-to-node="6"><span data-path-to-node="6,1">Il compito dei giurati non sarà solo premiare l</span>’esecuzione perfetta, ma individuare quella scintilla che unisce l’abilità tecnica alla creatività e, soprattutto, al Personal Belief<span data-path-to-node="6,3">. </span><span data-path-to-node="6,4">Quest’ultimo criterio rappresenta il cuore della competizione: lo spazio in cui lo chef esprime i propri valori e il senso di responsabilità verso il futuro del settore, trasformando il testo che accompagna il piatto in un manifesto d’intenti</span><span data-path-to-node="6,7">.</span></p>
<p data-path-to-node="7"><span data-path-to-node="7,1">Come sottolineato da Ilenia Ruggeri, direttore generale di Gruppo Sanpellegrino, l’obiettivo è costruire una community capace di ispirare, dove il talento culinario sia guidato da una visione responsabile</span><span data-path-to-node="7,3">. </span><span data-path-to-node="7,4">Oltre al premio principale, verranno assegnati riconoscimenti dedicati alla responsabilità sociale e alla connessione gastronomica, in un percorso che culminerà nella Grand Finale di Milano nel 2027</span><span data-path-to-node="7,7">. Per chi sogna di sedere al tavolo dei grandi, la sfida è appena iniziata.</span></p>
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<title>Alla fine gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa sui chip</title>
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<description><![CDATA[ 
Washington spinge per la Pax Silica contro la Cina e tratta direttamente con le capitali europee. L’Ue resta divisa, pur controllando nodi chiave della filiera dei semiconduttori
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Alla, fine, gli, Stati, Uniti, hanno, bisogno, dell’Europa, sui, chip</media:keywords>
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<p>Helberg è arrivato lunedì in Europa: tappe a Londra, poi a Bruxelles, quindi in Francia e nei Paesi Bassi. Il sottosegretario di Stato americano per gli affari economici è atterrato con una richiesta all’Unione europea: aderire alla Pax Silica, il framework lanciato da Washington per coordinare le filiere dell’intelligenza artificiale tra Paesi alleati. L’obiettivo dichiarato: costruire una rete industriale che rafforzi la leadership americana nella corsa all’AI, riducendo la dipendenza dalle tecnologie cinesi e contenendo l’influenza di Pechino nella filiera globale dei semiconduttori.</p>
<p>Il problema è che Bruxelles aveva appena risposto, almeno provvisoriamente, di no. Venerdì scorso, infatti, gli Stati membri non hanno autorizzato la Commissione europea ad avviare negoziati formali con il Dipartimento di Stato. L’Italia è stata tra i 12 su 27 a dire sì, spiegano fonti diplomatiche europee; a guidare i no è stata la Francia. Non un rifiuto definitivo, ma un blocco politicamente eloquente. Da dicembre, spiega Helberg, Washington ha formalmente offerto alla Commissione europea di aderire all’iniziativa, insistendo sul fatto che «far parte della supply chain dell’AI è fondamentalmente nell’interesse europeo».</p>
<p>La risposta americana è stata immediata e pubblica. Helberg ha accusato Bruxelles di «regolare la propria irrilevanza», <a href="https://x.com/UnderSecE/status/2038601223004156293?s=20">criticando apertamente</a> il pacchetto normativo europeo – dall’AI Act al Digital Services Act – come un insieme di «innovation killers». Pochi giorni prima, aveva co-firmato con il rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’Unione europea, Andrew Puzder, un intervento sul <a href="https://www.wsj.com/opinion/the-eu-trips-itself-up-in-the-ai-race-d17efa63?mod=e2tw">Wall Street Journal</a> dal titolo inequivocabile: l’Europa si sta intralciando da sola nella corsa all’intelligenza artificiale.</p>
<p>È in questo contesto che si inserisce la visita europea, sospesa tra corteggiamento e coercizione. Da un lato, Washington cerca un’interlocuzione con Bruxelles. Dall’altro, porta avanti una strategia parallela che punta direttamente sugli Stati membri. Il tour di Helberg non è casuale: Paesi Bassi, Francia e Regno Unito sono i nodi industriali della filiera. Non a caso, Helberg fa tappa nei Paesi Bassi per incontrare i vertici di ASML, snodo critico della produzione globale di semiconduttori avanzati in quanto detiene un quasi monopolio nelle macchine litografiche avanzate necessarie per produrre i chip più sofisticati. La logica è quella di un’Europa frammentata, più gestibile agli occhi dell’amministrazione Trump di un’Unione europea coesa. Washington negozia con le capitali quando l’Unione non riesce a esprimere una linea comune. Il fatto che alcuni Stati membri abbiano aderito individualmente alla Pax Silica, mentre altri restano fuori o in posizione ambigua, è il risultato diretto di questa strategia.</p>
<p>Il motivo è strutturale: alcuni dei colli di bottiglia più critici della filiera globale dell’intelligenza artificiale si trovano in Europa. Il caso più evidente è quello di ASML, senza la quale i semiconduttori di ultima generazione semplicemente non esistono, né negli Stati Uniti né in Asia. Ma non è un caso isolato. Dalla componentistica ai cavi sottomarini, fino alle infrastrutture energetiche, l’Europa controlla segmenti essenziali di quella che Ryan Fedasiuk per il <a href="https://cepa.org/article/europe-dominates-ais-plumbing/">Center for European Policy Analysis</a> ha definito l’infrastruttura nascosta ma indispensabile dell’intelligenza artificiale. È proprio questa posizione a rendere il rapporto transatlantico intrinsecamente ambiguo: l’Europa è indispensabile nella sostanza, ma periferica nella forma.</p>
<p>«La collaborazione tra Stati Uniti e Unione europea nell’ambito dei semiconduttori è importante nel contesto della competizione tecnologica, ma probabilmente non quella decisiva», osserva Alberto Prina Cerai, research fellow presso l’Osservatorio di Geoeconomia dell’Ispi. «Perché si inserisce in un contesto geopolitico dove, per diverso posizionamento lungo la filiera globale, i due attori giocano una partita con strumenti e finalità contraddittorie».</p>
<p>La Pax Silica nasce esattamente per organizzare questa interdipendenza. Lanciata a dicembre, non è un’alleanza tradizionale ma un sistema di nodi complementari: conta chi controlla i colli di bottiglia della filiera, non chi produce di più. L’obiettivo è costruire un ecosistema in cui semiconduttori, energia, capitale e logistica siano integrati in una rete di alleati e partner fidati. È, nelle parole di Helberg, un approccio «guidato dal prodotto» alla sicurezza delle filiere, pensato per «derivare valore da ogni livello della supply chain dell’AI» e competere nella corsa globale. «L’obiettivo è essere partner per vincere la corsa all’intelligenza artificiale», sottolinea Helberg. La struttura è pensata anche come scudo contro la crescente influenza cinese: garantire che i nodi critici restino nelle mani di Paesi alleati significa limitare l’accesso di Pechino a tecnologie chiave per chip AI avanzati.</p>
<p>Il passaggio più recente è quello dal framework all’architettura. Con il lancio di strumenti finanziari dedicati, come il Pax Silica Fund, Washington punta a mobilitare capitali pubblici e privati su scala globale, orientando le scelte industriali degli alleati. Più che finanziare direttamente, si tratta di coordinare: il capitale americano come segnale geopolitico.</p>
<p>«Sul piano della politica industriale, l’European Chips Act e il Chips Act statunitense sono risposte a un problema condiviso», continua Prina Cerai. «Colmare il gap sulla produzione di chip avanzati per l’IA, in cui gli Stati Uniti guidano nella fase di design, ma che è figlio di dinamiche tecno-industriali maturate durante la globalizzazione». L’Europa, aggiunge, «ospita centri di eccellenza nella ricerca, ma ha perso capacità di trasferimento tecnologico dal laboratorio alla produzione». Gli Stati Uniti, invece, «sono tornati primo mercato per i data center, ma scontano ritardi nei nodi più avanzati e colli di bottiglia elettrici».</p>
<p>Ed è proprio qui che emerge il ritardo europeo. Mentre gli Stati Uniti costruiscono la propria architettura, Bruxelles è ancora impegnata a definire la sua. Il primo Chips Act, entrato in vigore nel 2023, ha mobilitato decine di miliardi ma è già lontano dal suo obiettivo principale: portare l’Europa al 20% della produzione globale di semiconduttori entro il 2030. Le stime attuali si fermano poco sopra l’11%. La risposta è il Chips Act 2.0, atteso in primavera. La scorsa settimana la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen ha riunito l’industria – tra cui ASML, STMicroelectronics e altri attori chiave – per definire la revisione. Il cambio di paradigma è significativo: non più autosufficienza, ma indispensabilità. L’Europa non punta più a replicare l’intera filiera globale, ma a rafforzare i segmenti in cui è già essenziale. Il problema è che questo processo corre in parallelo con la Pax Silica, senza coordinarsi.</p>
<p>In questo scenario, anche il dibattito europeo si sta evolvendo, fino a valutare l’idea di usare proprio il controllo su asset critici – a partire da ASML – come leva negoziale con gli Stati Uniti. «Nel contesto attuale, dove tecnologia e materiali critici diventano strumenti di coercizione geoeconomica, il controllo diventa una leva chiave», osserva Prina Cerai. «Se l’Europa può contare sul monopolio dei macchinari litografici avanzati, le leve per usarlo contro la Cina sono state attivate a Washington. Urge dunque trovare un terreno comune, per evitare un’eterogenesi dei fini».</p>
<p>Da qui il paradosso al centro della missione di Helberg: gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa, ma non riescono a trattarla come un attore unitario. E mentre Bruxelles fatica a trasformare la propria forza industriale in potere politico, Washington riempie il vuoto negoziando direttamente con le capitali e costruendo la propria architettura.</p>
<p>In ultima analisi, la Pax Silica non può esistere senza l’Europa. Ma finché l’Europa non riuscirà a comportarsi come tale, saranno gli Stati Uniti a definirne tempi e condizioni — determinando indirettamente anche la posizione della Cina nella filiera globale dei semiconduttori.</p>
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<title>La NASA vuole tornare sulla Luna dopo Apollo, ma deve dimostrare di poterlo fare</title>
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Artemis II viaggerà attorno alla Luna con una traiettoria a ritorno libero. L’obiettivo è verificare sicurezza, navigazione, comunicazioni e resistenza dell’equipaggio lontano dalla Terra
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="815" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nasa-joel-kowsky.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nasa-joel-kowsky.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nasa-joel-kowsky-300x191.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nasa-joel-kowsky-1024x652.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nasa-joel-kowsky-768x489.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/nasa-joel-kowsky-1200x764.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Per la prima volta dopo più di mezzo secolo, gli Stati Uniti hanno mandato di nuovo astronauti verso la Luna, ma non sbarcheranno ancora sulla sua superficie. Il lancio di Artemis II, avvenuto stanotte al Kennedy Space Center in Florida, è un test cruciale per verificare se il razzo costruito dalla NASA, lo Space Launch System (SLS), è in grado di portare persone nello spazio profondo, se la capsula può sostenere l’equipaggio per giorni, se i sistemi di controllo da Terra riescono a seguirlo, se l’equipaggio può operare così lontano dal nostro Pianeta e tanti altri “se” utili a raccogliere i dati necessari a progettare il passo più ambizioso: l’allunaggio entro il 2028, a quasi sessant’anni dal primo, avvenuto il 21 luglio 1969. </span></p>
<p><span>Artemis II è anche un messaggio politico: dimostrare che gli Stati Uniti possono riaprire in modo stabile la strada verso la Luna. Non è un fatto scontato, e non perché abbiano ragione i complottisti, ma perché il nodo non è mai stato la tecnologia. Il problema sono sempre stati gli ingenti finanziamenti e la brevissima finestra di opportunità politica. Fu grazie alla visione di John Fitzgerald Kennedy nel 1961 e la determinazione del suo successore alla Casa Bianca, Lyndon B. Johnson, se la NASA riuscì, tra il 1969 e il 1972, a portare gli astronauti americani sulla Luna sei volte, nell’ambito del programma Apollo, nato nel pieno della competizione con l’Unione Sovietica.</span></p>
<p><strong>Perché gli Stati Uniti non sono più tornati sulla Luna<br>
</strong><span>La missione più famosa, Apollo 11, portò Neil Armstrong e Buzz Aldrin a camminare sulla superficie lunare mentre Michael Collins restò in orbita. Quell’impresa coinvolse centinaia di migliaia di persone tra ingegneri, tecnici e aziende in tutti gli Stati Uniti e assorbì oltre il quattro per cento del bilancio federale americano, una cifra monumentale, immaginabile oggi per un singolo progetto civile. Raggiunto l’obiettivo, quel fragile equilibrio si ruppe rapidamente. La guerra in Vietnam richiedeva sempre più risorse, gli Stati Uniti erano attraversato da tensioni sociali e l’opinione pubblica iniziò a percepire la corsa allo spazio come un reperto del passato. I costi di Apollo, rimasti altissimi, diventarono sempre più difficili da giustificare. Il Congresso ridusse i finanziamenti costringendo così la NASA a concentrarsi su programmi più sostenibili, come lo Space Shuttle e, negli anni successivi, la Stazione spaziale internazionale.</span></p>
<p><span>Questo cambiamento di priorità ha inciso sul modo in cui la NASA ha continuato a operare negli anni successivi. Con programmi meno urgenti e con budget più contenuti, l’agenzia ha dovuto affrontare i limiti di un sistema sostenuto politicamente e finanziariamente. Nel frattempo ci sono stati disastri come quello dello Shuttle Challenger nel 1986, esploso pochi secondi dopo il decollo, e quello del Columbia nel 2003, disintegratosi durante il rientro nell’atmosfera. Due incidenti che causarono la morte complessiva di quattordici astronauti e che hanno segnato profondamente l’agenzia spaziale americana, portandola a rivedere in modo radicale i propri standard di sicurezza. </span></p>
<p><span>Il ritorno sulla Luna è stato così lento perché oggi i criteri di sicurezza sono più severi e i tempi di verifica più lunghi. La NASA ha scelto di ridurre al minimo il margine d’errore, facendo i conti con la vera variabile instabile: la necessità di ottenere finanziamenti sufficienti a ogni nuovo ciclo politico presidenziale. A Donald Trump va dato forse l’unico vero merito della sua amministrazione: aver chiesto esplicitamente il ritorno sulla Luna come traguardo nazionale entro il 2028, non a caso l’ultimo anno del suo secondo mandato.</span></p>
<p><span>Artemis II non è solo frutto di fondi federali: la capsula Orion è sviluppata da Lockheed Martin; il razzo SLS coinvolge Boeing per lo stadio centrale, Northrop Grumman per i booster laterali e L3Harris per i motori RS-25 derivati dallo Shuttle. Il modulo di servizio di Orion, che fornisce energia, propulsione e supporto vitale, è realizzato in Europa nell’ambito della collaborazione con l’Agenzia spaziale europea, con contributi da diversi Paesi, tra cui l’Italia. </span></p>
<p><span><strong>La continuità e il cambiamento tra Apollo e Artemis</strong><br>
</span><span>Nella mitologia greca Artemide è la sorella di Apollo, e il nome è stato scelto proprio per suggerire continuità e cambiamento: continuità con la grande tradizione lunare americana, cambiamento negli obiettivi e nella composizione delle missioni. Il programma non punta a una singola impresa da mettere nei libri di storia, ma a una presenza più regolare e strutturata. La NASA sostiene da tempo che la Luna deve diventare una piattaforma per testare tecnologie e imparare a vivere più a lungo lontano dalla Terra. Insomma, Apollo voleva arrivare per primo sulla Luna. Artemis vuole tornarci più volte in modo sostenibile. </span></p>
<p><span>In particolare la NASA guarda al polo sud lunare, una regione che interessa perché in alcune zone in ombra permanente potrebbe contenere ghiaccio d’acqua. Quell’acqua, se sfruttabile, non servirebbe solo per bere: potrebbe essere usata per produrre ossigeno e idrogeno, cioè aria respirabile e propellente. Per questo la Luna oggi è vista anche come un possibile nodo logistico per l’esplorazione del Sistema solare.</span></p>
<p><span>L’agenzia spaziale americana è interessata anche a capire come reagisce il corpo umano fuori dalla protezione più efficace del campo magnetico terrestre. A differenza della Stazione spaziale internazionale, relativamente vicina alla Terra, un volo lunare espone gli astronauti a un ambiente diverso, con maggiore radiazione e più isolamento operativo. </span></p>
<p><span>Tra gli esperimenti della Artemis II ci sarà anche AVATAR, che userà minuscoli dispositivi (organ-on-a-chip) per simulare il comportamento di tessuti e organi umani. L’idea è osservare come radiazione e microgravità possano alterare processi biologici fondamentali. Può sembrare un dettaglio tecnico, ma in realtà è centrale: se mai un giorno la NASA decidesse di finanziare una missione verso Marte, richiederebbe mesi di viaggio, e senza una comprensione più solida degli effetti del volo spaziale sul corpo umano quel tipo di esplorazione avrebbe più rischi che certezze. </span></p>
<p><span>Se c’è un Artemis II è perché c’è stato un Artemis I, la missione senza equipaggio completata nel 2022 per verificare che il nuovo razzo SLS e la capsula Orion potessero partire, andare attorno alla Luna e tornare. Artemis II aggiunge gli esseri umani e non è un dettaglio minore. A bordo ci sono quattro astronauti: Reid Wiseman, comandante; Victor Glover, pilota; Christina Koch, specialista; Jeremy Hansen, astronauta dell’agenzia spaziale canadese.</span></p>
<p><strong>Come funziona la missione, tecnicamente<br>
</strong><span>La missione durerà circa dieci giorni e assomiglierà alla Apollo 8, quella che nel 1968 portò per la prima volta esseri umani intorno alla Luna. In parte richiama anche Apollo 13, la missione del 1970 ricordata purtroppo per l’incidente che impedì l’allunaggio ma che riuscì comunque a riportare a casa l’equipaggio grazie a una traiettoria particolare, la <em>free return trajectory</em> (traiettoria a ritorno libero). La stessa che seguirà la Artemis II. Si tratta di un tipo di traiettoria orbitale progettata in modo tale che la capsula Orion faccia un giro naturale attorno alla Luna e torni verso la Terra senza bisogno di accendere i motori per il rientro, sfruttando esclusivamente la forza (l’interazione gravitazionale) con cui il nostro pianeta e il suo grande satellite si attraggono reciprocamente.</span></p>
<p><span>Il viaggio è iniziato con il lancio dello SLS. Nei primi minuti, due grandi razzi laterali e quattro motori principali hanno spinto il veicolo fuori dall’atmosfera, dandogli la velocità necessaria per restare nello spazio. Quando il carburante dei booster si è esaurito, sono stati sganciati e sono caduti nell’oceano. Poco dopo si è separata anche la parte centrale del razzo, lasciando la capsula Orion attaccata allo stadio superiore, che ha completato il lavoro portandola in orbita attorno alla Terra.</span></p>
<p><span>A quel punto Orion si è separata dallo stadio superiore ed è rimasta da sola nello spazio con il suo equipaggio. Nelle ore successive, gli astronauti e il controllo missione hanno verificato che tutti i sistemi funzionassero correttamente e hanno eseguito una prova importante: avvicinarsi lentamente allo stesso stadio appena lasciato, usandolo come punto di riferimento. Questa manovra si chiama rendezvous, cioè l’avvicinamento controllato tra due veicoli nello spazio, ed è il passaggio che serve prima di un eventuale aggancio, il docking. È fondamentale perché nelle missioni future gli astronauti dovranno passare da Orion ai veicoli che li porteranno sulla Luna. Per farlo, devono saper guidare la capsula con precisione in uno spazio senza punti di riferimento, dove non esistono alto e basso e anche piccole manovre possono cambiare molto la traiettoria.</span></p>
<p><span>Solo dopo questi controlli Orion ha acceso il proprio motore principale per partire davvero verso la Luna. Questa manovra si chiama translunar injection: è il momento in cui la capsula smette di girare attorno alla Terra e prende la strada verso lo spazio tra Terra e Luna. Da lì in poi il percorso è già deciso: Orion si allontanerà dalla Terra, passerà dietro la Luna e poi tornerà indietro seguendo la traiettoria a ritorno libero.</span></p>
<p><span>Il rientro atmosferico sarà una delle fasi più difficili. Quando Orion tornerà verso la Terra, viaggerà a velocità altissime. Entrando negli strati più densi dell’atmosfera incontrerà un attrito enorme, che genererà temperature estreme attorno alla capsula. Il compito di proteggere gli astronauti spetta allo scudo termico, una struttura progettata per assorbire e dissipare quel calore. Durante questa fase si formerà anche il plasma attorno al veicolo, e per alcuni minuti le comunicazioni potranno interrompersi. Solo dopo il rallentamento e l’apertura dei paracadute la capsula ammarerà nel Pacifico, dove squadre di recupero la raggiungeranno per portare in salvo l’equipaggio.</span></p>
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<title>Il futuro della città pubblica si costruisce negli spazi per l’infanzia</title>
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I centri urbani moderni ci hanno abituati all’onnipresenza automobilistica e alla segregazione basata sui mezzi di trasporto, incapaci di condividere e di negoziare tempi e spazi con gli altri. E se provassimo a guardarla con gli occhi di un bambino? Immagineremmo forse la neve cadere. E con la neve, l’incanto di una città a misura d’uomo. Non di uno, ma di tutti
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="800" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/02.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/02.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/02-300x188.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/02-1024x640.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/02-768x480.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/02-1200x750.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><i>Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema del gioco, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile </i><a href="https://store.linkiesta.it/prodotto/linkiesta-etc-n10-autunno/?_gl=1*1czvvd7*_ga*MTU4NjA0OTM0Ni4xNzQyMDMwMjc0*_ga_1DSK8XX5TP*czE3NTk3Mzc5NTckbzQwMiRnMSR0MTc1OTczNzk5NyRqMjAkbDAkaDA." target="_blank" rel="noopener"><i>qui.</i></a></p>
<p><span>Le grandi nevicate fanno sognare i bambini per una ragione semplice ma profonda: cancellano i flussi che segmentano, spezzano e stringono i nostri centri urbani. A dominare lo spazio pubblico oggi è ancora la carreggiata per i mezzi a motore. Poi vengono i marciapiedi, quindi le ciclabili. Procediamo in fila, separatamente, senza nemmeno un tentativo di convivenza, pensando che l’infrastruttura e la regolamentazione risolvano ogni problema.</span></p>
<p><span>Ma per qualche ora, come per magia, la neve riesce a eliminare i confini che separano le persone e a trasformare la città in un parco giochi, con norme da rinegoziare e una dimensione relazionale imprescindibile. Una rarità per le metropoli funzionaliste cui siamo assuefatti. «Quando cade la neve, il bambino prende il potere per un po’ e diventa il Signore della Città», diceva l’architetto olandese Aldo van Eyck (1918-1999), tra i pionieri della </span><i><span>child-friendly city</span></i><span>, un concetto che ha bisogno di allargarsi ed evolversi per avere un impatto davvero positivo (e democratico) sul tessuto sociale di una città del 2025. </span></p>
<p><span>«Cito sempre van Eyck quando parlo del rapporto tra dimensione ludica e città. Dal 1946 al 1974, progettò più di settecento spazi per il gioco disseminati per Amsterdam, dove lavorava nell’ufficio tecnico comunale. Diffusi in centro e in periferia, sorsero sulle macerie delle aree bombardate durante la Seconda guerra mondiale», racconta Ruben Baiocco, docente di urbanistica all’Università degli Studi di Milano. I parchetti minimalisti di Aldo van Eyck aiutarono Amsterdam a dimenticare le ferite della guerra, ridando un senso a luoghi altrimenti destinati al consumo, al degrado o all’abbandono: «van Eyck partì da micro-spazi residuali, trasformati grazie a elementi economici come le pietre, i tubolari per le arcate o le vasche circolari di sabbia col muretto. Erano progettazioni lampo: pensava due-tre parchetti alla settimana e li realizzava nel giro di 15-20 giorni», prosegue. «Era urbanistica tattica </span><i><span>ante litteram</span></i><span>, ma più sostanziosa».<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611007" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-611007 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/2-sirena-corretta-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="735" height="489" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/2-sirena-corretta-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/2-sirena-corretta-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/2-sirena-corretta-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/2-sirena-corretta-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/2-sirena-corretta.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 735px) 100vw, 735px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>La crew di artisti torinese Truly Design ha realizzato ai Giardini Gilberto Govi di Genova – a due passi dal mare – un enorme murale pavimentale di una sirena con la Lanterna, storico simbolo del capoluogo ligure. L’opera, finanziata da Iren Luce Gas ed Elephase, ha ridato vitalità e colore a uno spazio che ora può essere utilizzato per praticare lo skateboard, la break dance e altre attività ludiche, offrendo uno spettacolo spontaneo ai passanti.</em></figcaption></figure>
<p><span>Il rapporto tra città e dimensione ludica in ottica di riqualificazione non è supportato da un modello preciso e universalmente condiviso. Possiamo però dire con certezza che i classici parchi giochi – delimitati all’interno di aree recintate e separate dal resto del contesto urbano – non rientrano in questo ragionamento: «Le ditte fanno gli scivoli con tutte le certificazioni di sicurezza e li installano in uno spazio. Ma così non c’è responsabilità di progetto. È più un catalogo di arredo». Il gioco rimodella la città quando reinventa il margine d’azione delle persone di ogni età, fascia di reddito, nazionalità, permettendo loro d’interagire con gli spazi quotidiani in modo nuovo, libero e gratuito. È un processo che può essere innescato dall’alto, attraverso progetti realizzati da studi di architettura e amministrazioni, oppure dal basso, spontaneamente, come un atto di ribellione alle logiche ufficiali che governano gli spazi. </span></p>
<p><span>Pensiamo allo skateboard, al parkour, alle cacce al tesoro urbane – popolarissime per esempio a Napoli –, o ai giardini condivisi – due su tutti, in Italia, gli Orti Dipinti di Firenze o i Giardini Lea Garofalo di Milano, riportati in vita e gestiti interamente da volontari e comitati di quartiere. Da non dimenticare le manifestazioni che trasformano le strade – chiuse eccezionalmente al traffico motorizzato – in spazi dove fare yoga, installare un canestro, giocare a calcio, permettendo ai bambini di sperimentare nuove modalità di fruizione della città. «Scene come queste sono la normalità in posti come Saint-Tropez, dove nelle piazzette – in terra battuta e alberate – vediamo persone di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali giocare a </span><i><span>pétanque</span></i><span>, variante delle bocce nata in Francia all’inizio del ʼ900». Il gioco ha uno straordinario potere di rigenerazione perché «sviluppa relazioni ed è il primo spazio di confronto tra bambini e adulti di lingue ed etnie diverse. L’aggregazione non è banale e il gioco è il primo esperimento di costruzione sociale per i cittadini in erba». I benefici non si limitano ai più piccoli, dicevamo. Un esempio di aggregazione intergenerazionale stimolata dalle attività ludiche è la 78th Street di Jackson Heights (Queens, New York), quartiere multiculturale, densamente popolato e privo di spazi pubblici di qualità. Nel 2007, una non profit ribattezzata Jackson Heights.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611004" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-611004 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/struttura-g055-0-1024x576.jpg?x17776" alt="Il Nocomply – Struttura G055 di Giulio Vesprini, realizzato nl 2007 al Kukà Skatepark di Civitanova Marche. È un impianto di oltre 1 000 mq voluto dalla prima generazione di skaters civitanovesi. Racconta l’autore: «Qui dove sono nato e ho mosso i primi passi nei graffiti in un movimento underground contaminato da altre discipline, come lo skateboard, ho realizzato una sintesi per chi ama mescolarsi tra le mille sfumature che soltanto la strada può offrire»." width="766" height="431" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/struttura-g055-0-1024x576.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/struttura-g055-0-300x169.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/struttura-g055-0-768x432.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/struttura-g055-0-1200x675.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/struttura-g055-0.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 766px) 100vw, 766px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Il Nocomply – Struttura G055 di Giulio Vesprini, realizzato nl 2007 al Kukà Skatepark di Civitanova Marche. È un impianto di oltre 1 000 mq voluto dalla prima generazione di skaters civitanovesi. Racconta l’autore: «Qui dove sono nato e ho mosso i primi passi nei graffiti in un movimento underground contaminato da altre discipline, come lo skateboard, ho realizzato una sintesi per chi ama mescolarsi tra le mille sfumature che soltanto la strada può offrire».</em></figcaption></figure>
<p><span>Green Alliance ha iniziato a organizzare azioni di disobbedienza civile per chiudere la strada al traffico e convertirla al gioco e allo svago di una cittadinanza altrimenti condannata alla noia o alla microcriminalità; tra anni dopo, ha raggiunto un accordo con l’amministrazione per la gestione esclusiva di un tratto di strada lungo 130 metri, pedonalizzato e trasformato in un’area giochi con tavolini, piante, prato sintetico, spazi per lo yoga e attrazioni per bambini.  </span></p>
<p><span>Donovan Finn, uno dei membri dell’associazione, nel libro </span><i><span>The city at eye level for kids</span></i><span> (2019) ha scritto: «A differenza di altre piazze pubbliche della città, gestite da proprietari privati e con un’estetica aziendale, la nostra strada è un progetto fai-da-te. Lo spazio è pulito, colorato e ben tenuto, ma relativamente funzionale. Non c’è un addetto alla sicurezza, non c’è sorveglianza, non ci sono regole affisse. La piazza è un crocevia dove persone di tutte le età si sentono benvenute. È uno dei pochi luoghi del quartiere in cui si incontrano regolarmente bambini, adolescenti, adulti senza figli e anziani convivendo in modo naturale».</span></p>
<p><span>Diversamente da un parco giochi, la strada «è una tabula rasa che può essere adattata a usi calibrati all’età. Gli adolescenti possono utilizzare uno dei grandi tavoli da picnic per chiacchierare, mentre il tavolo accanto può ospitare la festa di compleanno di un bambino. Intanto, skater e appassionati di parkour sfruttano in modo creativo le caratteristiche del design per le loro attività», prosegue. Il ruolo del gioco nelle città continua a interrogare urbanisti, architetti e antropologi di tutto il mondo. Nel 2001, in </span><i><span>Skateboarding, Space and the City: Architecture and the Body</span></i><span>, lo storico dell’architettura Iain Borden ha colto puntualmente il potere del già citato skateboard, uno sport in cui i corpi delle persone diventano strumenti per reinterpretare e ridiscutere gli spazi sottoutilizzati (dalle rampe alle panchine, passando per i muretti) o abbandonati. Un “attrezzo sportivo”, insomma, che è diventato un dispositivo dinamico prima di contestazione poi di ridefinizione dello spazio urbano.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611005" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-611005 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/basket-arona-2-1024x919.jpg?x17776" alt="Un’opera dell’artista Giovanni Magnoli, in arte Refreshink, sul manto di un campetto da basket pubblico ad Arona, in provincia di Novara. Realizzata ispirandiosi a uno stile mosaicale, l’opera si è potuta avvalere della collaborazione dell’Associazione 2KE20 e la Da Move Crew." width="657" height="589" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/basket-arona-2-1024x919.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/basket-arona-2-300x269.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/basket-arona-2-768x689.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/basket-arona-2-1200x1077.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/basket-arona-2.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 657px) 100vw, 657px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Un’opera dell’artista Giovanni Magnoli, in arte Refreshink, sul manto di un campetto da basket pubblico ad Arona, in provincia di Novara. Realizzata ispirandiosi a uno stile mosaicale, l’opera si è potuta avvalere della collaborazione dell’Associazione 2KE20 e la Da Move Crew.</em></figcaption></figure>
<p><span>Più di recente, la lente degli esperti si sta soffermando sui parchi giochi, che nel mondo anglosassone sono definiti “playground” – termine che negli Stati Uniti indica anche i campetti da basket. Larissa Hjorth (Royal Melbourne Institute of Technology) e Sybille Lammes (Università di Leida), in un paper intitolato </span><i><span>Sensing Playgrounding: Playful Design Workshops to Reimagine the City as Playground</span></i><span> (2023), parlano dell’importanza di ripensare e ricalibrare i parchi giochi urbani, rendendoli più fluidi, aperti e irregolari, garantendo «esperienze multisensoriali che superano le divisioni tra fasce d’età». È una dimensione essenziale per sviluppare creatività e senso critico, partecipando in prima persona alla «costruzione degli assemblaggi urbani». </span></p>
<p><span>I giardinetti, spiega Baiocco, «sono interessanti, ma rispondono alla stessa logica funzionalista di divisione degli spazi confinanti tra loro. Ripensare la città come spazio che includa il gioco significa ribaltare la progettazione urbana odierna». Da questo punto di vista, ma non solo, Copenaghen è un punto di riferimento globale. La capitale danese ha 136 parchi giochi, ma è riduttivo definirli tali. L’esempio più calzante è il Superkilen, costruito tra il 2011 e il 2012 in un quartiere semi-periferico e dall’alto tasso di criminalità, Norrebro. Il Superkilen ha una disposizione lineare di 750 metri ed è diviso in tre parti: la prima è colorata di rosso; la seconda ha una pavimentazione grigia con delle linee bianche e irregolari che circondano le panchine e gli alberi; la terza è un’area verde con collinette, tavoli da pic-nic e spazi per il gioco e lo sport. I progettisti hanno cosparso l’area di oggetti che rappresentano le 57 comunità che vivono nel quartiere. Ovviamente gratuito, il Superkilen non rientra nella classica definizione di parco giochi, perché ha sovvertito i flussi urbani canonici e unito competenze, esperienze e professionalità diverse per riqualificare un quartiere ignorato dalla politica. Dietro il parco ci sono il genio e la sregolatezza del progettista Bjarke Ingels (fondatore dello studio Big) del trio di artisti danesi Superflex, celebri per coniugare in modo tutto nuovo le arti visive e la progettazione urbana.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611006" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-611006 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/paroleinpiazza-salegrosso-full-1-1024x682.jpg?x17776" alt="Ripresa aerea del progetto di urbanistica tattica orizzontale Parole in Piazza, realizzato con la collaborazione di Bloomberg Philanthropies –, realizzato a Firenze, in Piazza Valdelsa, nel quartiere denominato Novoli. L’iniziativa ha come obiettivo di riconnettere spazialmente e graficamente gli spazi funzionali dell’area, sfruttando illustrazioni, elementi tipografici e vivaci cromatismi a cura dello studio fiorentino di graphic design Sale Grosso." width="681" height="453" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/paroleinpiazza-salegrosso-full-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/paroleinpiazza-salegrosso-full-1-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/paroleinpiazza-salegrosso-full-1-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/paroleinpiazza-salegrosso-full-1-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/paroleinpiazza-salegrosso-full-1.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 681px) 100vw, 681px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Ripresa aerea del progetto di urbanistica tattica orizzontale Parole in Piazza, realizzato con la collaborazione di Bloomberg Philanthropies –, realizzato a Firenze, in Piazza Valdelsa, nel quartiere denominato Novoli. L’iniziativa ha come obiettivo di riconnettere spazialmente e graficamente gli spazi funzionali dell’area, sfruttando illustrazioni, elementi tipografici e vivaci cromatismi a cura dello studio fiorentino di graphic design Sale Grosso.</em></figcaption></figure>
<p><span>I playground di Copenaghen mitigano anche gli effetti massivi dell’</span><i><span>overtourism</span></i><span>, fonte di attriti tra residenti e viaggiatori: «attrazioni turistiche, distribuiscono i flussi turistici che erodono gli spazi della città. Mentre sul tetto del termovalorizzatore Amager Bakke sono stati realizzati spazi verdi, una pista da sci artificiale funzionante 365 giorni l’anno, una parete d’arrampicata e un sentiero escursionistico. A Londra, invece, il progetto Urban Playground, pur avendo un’origine diversa da quella del Superkilen di Copenaghen, mostra di essere a quest’ultimo sovrapponibile, avendo entrambi l’obiettivo di cambiare narrazione e sostanza della città. L’esempio londinese ha infatti inteso colorire e ammorbidire il quartiere rigido e formale per eccellenza, la “City” economica e finanziaria della capitale britannica. Realizzato nel 2023 dallo studio McCloy + Muchemwa, Urban Playground non è né una scultura né un parco giochi, bensì un insieme di blocchi scolpiti da cui nascono mini-grotte, sedute, passaggi segreti e altri percorsi difficili da definire. D’altronde, non c’è un modo giusto o sbagliato di giocare: l’importante è abbandonare i pregiudizi e osservare la città da una prospettiva diversa, più leggera e comunitaria. Perché il gioco, conclude Baiocco, «è legato all’esperienza in uno spazio condiviso con altri. Collettiva per definizione». </span></p>
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<title>I riformisti e Renzi in apnea tra Schlein e Conte (e forse si riapre uno spazio al centro)</title>
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L’area moderata e di governo del centrosinistra è sempre più isolata. Intanto prende forma un possibile riequilibrio interno che immagina il capo dei Cinquestelle a Palazzo Chigi e la ditta Pd al Quirinale. Calenda presenta il suo libro, con Picierno, e si tiene fuori 
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ante-hamersmit-uw4qojgd-q-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ante-hamersmit-uw4qojgd-q-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ante-hamersmit-uw4qojgd-q-unsplash-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ante-hamersmit-uw4qojgd-q-unsplash-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ante-hamersmit-uw4qojgd-q-unsplash-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ante-hamersmit-uw4qojgd-q-unsplash-1200x900.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Soffrono i riformisti di vario conio nella morsa tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Sono in apnea. Divisi in tanti pezzi, rischiano di non trovare più il bandolo della matassa. Storicamente erano la cerniera tra cultura di governo e consenso; ora rischiano di diventare irrilevanti proprio nel momento in cui servirebbero di più. Che fare? I riformisti del Partito democratico si trovano un po’ tra la padella-Schlein e la brace-Conte. Prima o poi dovranno fare il punto della situazione in un quadro di crescente insofferenza (viene segnalata in particolare quella di Graziano Delrio) per un clima interno diventato ancora più pesante durante il referendum.</p>
<p>Nel Pd i riformisti sono stati da più parti accusati di aver sostenuto il Sì, cosa vera solo per quanto riguarda Pina Picierno – tutti gli altri parlamentari hanno votato No – e quindi considerati più o meno alla stregua di traditori. La vicepresidente del Parlamento europeo, secondo alcuni, sarebbe già con la testa da un’altra parte. Tanto più che a Bruxelles Nicola Zingaretti vuole soffiarle la poltrona. Ma Picierno può contare su un’ampia rete di consensi al di fuori del Pse, tra i popolari e Renew, per cui la partita sarà tutta da vedere.</p>
<p>Ma, in ogni caso, Picierno e quelli che la pensano come lei non potrebbero restare fermi nel caso in cui il Pd favorisse la candidatura a premier dell’avvocato populista. In questa direzione, sotto traccia, stanno lavorando quelli della Ditta, che ipotizzano Conte a Palazzo Chigi in cambio di tanti ministeri ai dem, nonché il Quirinale a Pier Luigi Bersani, o Rosy Bindi, o Dario Franceschini.</p>
<p>Ieri da Goffredo Bettini è arrivato il benservito a Schlein: «Bisogna cercare il migliore per vincere»: più chiaro di così. Addirittura è possibile che, con l’uomo di Volturara Appula candidato premier, alcuni riformisti potrebbero rifiutarsi di restare nel partito e persino nel centrosinistra. Per prima cosa, però, bisognerebbe fermare l’ingranaggio delle primarie e sperare in una soluzione terza, peraltro non semplice da individuare, anche perché né Schlein né tantomeno Conte (che sta sviluppando una rete a trecentosessanta gradi, ivi compresi i rapporti con Donald Trump: fa discutere il pranzo con l’emissario Paolo Zampolli) hanno intenzione di fare un passo indietro.</p>
<p>Non è chiaro cosa succederà dalle parti di Italia Viva, impegnata da tempo a costruire una nuova casa riformista. Intanto, i programmi: l’11 ci saranno le primarie delle idee. Questo nuovo soggetto dovrebbe proporre un proprio nome, scelto forse tra i civici che fanno riferimento ad Alessandro Onorato, mentre è sfumata l’ipotesi di una discesa in campo di Silvia Salis. A quanto pare, la sindaca di Genova non escluderebbe affatto una designazione come candidata premier in seguito a una richiesta di tutto il campo largo, ma di partecipare alle primarie non ci pensa per niente. Chi ci pensa è invece Ernesto Maria Ruffini, ultimamente però meno presente sulla scena.</p>
<p>Fuori dal campo largo e dalle sue magagne c’è Carlo Calenda, sempre più critico, per usare un termine blando, verso un Pd «asservito a Conte» e perciò considerato <em>unfit</em> a governare il Paese tanto quanto la destra. Il leader di Azione farà uscire il 14 il suo nuovo libro, “Difendere la libertà”, il suo manifesto di valori, che presenterà in tutta Italia, a partire da Milano, il 15, assieme a Pina Picierno.</p>
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<title>La Gialappa’s Band non fa più ridere come una volta, perché il cretinismo è diventato sistema</title>
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Il trio (oggi duo) si è inventato un modo di fare televisione, facendo da controcanto alle cialtronate televisive e dando voce allo spettatore senza microfono. Trent’anni dopo quel ruolo è colonizzato da chiunque abbia uno smartphone, e ci siamo ridotti così
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Gialappa’s, Band, non, più, ridere, come, una, volta, perché, cretinismo, diventato, sistema</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/bashar-alkhouli-dkwvk10zsxu-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/bashar-alkhouli-dkwvk10zsxu-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/bashar-alkhouli-dkwvk10zsxu-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/bashar-alkhouli-dkwvk10zsxu-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/bashar-alkhouli-dkwvk10zsxu-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/bashar-alkhouli-dkwvk10zsxu-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Molti anni fa, quando quelle fabbriche di imbecillità chiamate social network erano agli inizi, un amico intervenne in una discussione su Philip Roth scrivendo cinque parole che cerco sempre di tenere a mente. Le Vongola75 di allora stavano cianciando in tono Mary Wilkie (il personaggio di Diane Keaton in “Manhattan”, quella che dicendo «io e Ike abbiamo fondato l’accademia dei sopravvalutati» codifica il saperlalunghismo del secolo successivo), e il mio amico scrisse solo: ragazzini, un po’ di rispetto.</p>
<p>Adesso che abbiamo tutti l’età dei datteri, io e quelli della Gialappa’s Band siamo coetanei, ma – all’età in cui dieci anni <a href="https://www.linkiesta.it/2025/08/pippo-baudo-tv-generalista-coetanei-pop/" target="_blank" rel="noopener">facevano tutta la differenza del mondo</a> – quei tre che facevano gli spiritosi prima che fare gli spiritosi diventasse la condanna collettiva d’una società allo sbando, quelli lì trenta o giù di lì anni fa hanno insegnato a chi all’epoca aveva vent’anni a guardare la televisione (sono anche stati forse gli ultimi a inventarsi un modo di farla).</p>
<p>Hanno, e questa è la parte più interessante, condizionato anche la percezione di chi come me non li ha mai granché guardati. In questi giorni – dopo che il loro programma su Sky è ricominciato con una puntata che aveva come ospite stabile Lorenzo Jovanotti – ho avuto diverse conversazioni sulla mutata formazione (sono da qualche anno in due, non più in tre) con gente che mi spiegava quali fossero le caratteristiche del terzo, gente cui m’è toccato confessare che io non sono mai stata in grado di distinguerli.</p>
<p>Com’è accaduto che io, che forse non ho mai visto una puntata intera di “Mai dire gol” o come diavolo si chiamavano i programmi dell’epoca, conosca tutti i personaggi comici che quelle trasmissioni contenevano? Perché cito Fabio De Luigi che invoca la tauromachia o Daniele Luttazzi che dice che questo telegiornale va in onda in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali? Dove li vedevo? A “Blob”? Ha dunque la Gialappa’s inventato la tv dei pezzettini molto prima che ci fossero i mezzi per diffondere i pezzettini e molto prima che la tv esistesse solo in pezzettini?</p>
<p>Lunedì, quando ho visto l’interminabile programma che ora si chiama “Gialappa’s Show”, e che probabilmente ha senso solo in pezzettini instagrammabili, e che per intero dura quanto una prima serata di quelle che si allungano per tirar su lo share (la vita va così: o muori giovane e teppista, o diventi un adulto che si trasforma in ciò che prendeva per il culo), prima ancora che al mio amico e a Philip Roth ho pensato a una volta in cui si parlava di non ricordo quale film degli anni Novanta.</p>
<p>Poteva essere “Marrakech Express”, ma non ci giurerei. Comunque era un film con Abatantuono. Qualcuno aveva chiesto che dialogo ci fosse a un certo punto del copione, e una persona saggia aveva fatto un’ipotesi verosimile: «È una pagina bianca in cima alla quale c’è scritto: qui poi Diego si inventa qualcosa».</p>
<p>Mi è tornato in mente vedendo Brenda Lodigiani, che è così smaccatamente talentuosa e le forniscono un materiale così inconsistente che sospetto valga il lodo-Abatantuono: se sei così brillante a improvvisare, cosa m’incomodo a fare a scrivere per te, ma lo sai a che ora mi son svegliato stamattina (allora è il <a href="https://www.linkiesta.it/2022/03/corrado-guzzanti-lol-2/" target="_blank" rel="noopener">lodo-Guzzanti</a>, direte voi, che ancora non vi siete arresi al fatto che quel lodo lì valga per tutto: il ventunesimo è un secolo fondato su «La bambina ha vomitato»).</p>
<p>In due ore e mezza (percepite: ventisette), io ho riso due volte. Quando Giovanni Vernia, facendo l’imitatore con suv di Jovanotti, rielabora l’istanza di Lorenzo sul riscaldamento climatico dicendo per parodia una cosa che avrei potuto dire io sul serio («L’unico modo di combatterlo è accendere l’aria condizionata»); e quando il mago Forest dice che la mucca Carolina è stata la sua prima fidanzata gonfiabile.</p>
<p>Per simmetria, citerò i due momenti in cui mi sono più imbarazzata. Lo sketch su Sabrina Ferilli, d’un livello che sarebbe parso troppo scarso pure a Pier Francesco Pingitore. E il finale, in cui i due fuori scena – ma te li immagini in piedi sulla sedia a dire la poesia di Natale – dicono «noi abbiamo fatto i cretini per due ore, ma in fondo siamo dei dilettanti, perché il mondo invece è in mano a cretini professionisti», e il mago Forest in scena risponde facendo la faccia seria «per molti popoli c’è poco da ridere causa guerre». Se vivi abbastanza a lungo, diventi miss Universo che vuole la pace nel mondo (ma almeno lei la pace nel mondo non la legge dal gobbo).</p>
<p>Tuttavia, non causa guerre ma causa viatico sul po’ di rispetto che ci vuole non solo quando si parla di Philip Roth, ma pure di gente che ha saputo fare benissimo quel mestiere difficilissimo che è trovare i comici giusti e prestarsi a far loro da spalla, io non sono qui a seppellire la Gialappa’s. Sono qui a chiedermi quale sia il loro ruolo in questo mondo nuovo.</p>
<p>Erano la voce dello spettatore, che in un tempo lontano stava sul divano di casa e nessuno lo ascoltava. Dicevano «ma cos’è questa roba» di fronte alla ridicolaggine, alle cialtronate, alle macchiette che si prendevano troppo sul serio. Era quando il grande pubblico non aveva un microfono, una telecamera, una cassetta della frutta di <a href="https://www.linkiesta.it/2021/01/yearly-departed-amazon-bess-kalb/" target="_blank" rel="noopener">Hyde Park</a> su cui salire ogni minuto di ogni giorno.</p>
<p>Adesso, che «ma cos’è questa roba» è un format delle nostre giornate e nelle nostre tasche, non più quello che possiamo vedere solo accendendo la tele mentre va in onda, adesso che appena chiunque inciampa su una buccia di banana nei nostri telefoni arrivano cinquemila meme e cinquantamila Mary Wilkie che alzano il sopracciglio e cinquecentomila Vongola75 che al poveretto che è inciampato berciano di vergognarsi, puntesclamativo, adesso, a cosa serve la Gialappa’s Band?</p>
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<title>Non bastavano Trump e Netanyahu, ora Meloni soffre pure l’abbraccio di Caltagirone</title>
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Il governo ha accompagnato l’ascesa di un blocco finanziario che ora mostra crepe nella governance di Mps, riceve richiami della Bce e accende i riflettori della stampa internazionale, esponendo così lo Stato a rischi reputazionali
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Non, bastavano, Trump, Netanyahu, ora, Meloni, soffre, pure, l’abbraccio, Caltagirone</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/markus-winkler-bvlxnyjnizg-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/markus-winkler-bvlxnyjnizg-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/markus-winkler-bvlxnyjnizg-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/markus-winkler-bvlxnyjnizg-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/markus-winkler-bvlxnyjnizg-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/markus-winkler-bvlxnyjnizg-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Sono tante le carriere che, oggi, Giorgia Meloni <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/meloni-trump-netanyahu/" target="_blank" rel="noopener">vorrebbe separare.</a> Comprese quelle che, ieri, ha contribuito a unire. Una metafora – di gran moda dopo il referendum sulla giustizia – che vale non solo in politica estera, dove la premier sta maledettamente soffrendo la liaison con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, ma anche per il sistema bancario di casa nostra, dove l’abbraccio con l’imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone si sta rivelando diabolico.</p>
<p>L’avanzata del governo Meloni verso le casematte del potere finanziario, in tandem con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, è partita da lontano e si è materializzata in tre passaggi chiave: la riscrittura di alcune norme societarie, sfociata nella cosiddetta Legge Capitali; la narrazione patriottica sulla difesa del risparmio nazionale; la privatizzazione del risanato Monte dei Paschi di Siena, nel ruolo aggregante di terzo polo bancario.</p>
<p>L’operazione mirava a conquistare il santuario della finanza italiana sull’asse Milano–Trieste (Mediobanca–Generali) e si è concretizzata anche grazie a una convergenza di interessi con Caltagirone, che da una decina di anni investe miliardi sia in Piazzetta Cuccia sia nel Leone, senza però riuscire a comandare, e con la Delfin degli eredi di Leonardo Del Vecchio, scomparso nel 2022 e che, a sua volta, si era alleato a Caltagirone.</p>
<p>E così è stato: Mps è stato usato per scalare Mediobanca, che a sua volta detiene le chiavi di casa (il 13 per cento) delle Generali. Le forze motrici della scalata sono state Caltagirone e Delfin, azionisti di peso in tutte le società (Mps, Mediobanca e Generali). Ma, senza il ruolo aggregatore e facilitatore del governo, che in Mps mantiene tuttora una quota del 4,8 per cento, non se ne sarebbe fatto nulla.</p>
<p>A monte dell’intera operazione c’è dunque stata una visione condivisa, di cui poi Caltagirone è diventato il soggetto privato più rilevante nella governance del nuovo Mps. Mentre Delfin, orfana di Del Vecchio, pur avendo la quota di maggioranza relativa (17,5 per cento, contro 11,5 per cento del Calta), si è via via smarcata, ritagliandosi un ruolo di investitore finanziario puro, forse anche in vista di una futura dismissione e spartizione tra eredi. Il problema è che ora Caltagirone sta passando all’incasso, rivelando quello che molti osservatori di finanza, oltre che i giudici che lo hanno indagato a Milano per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, sospettano da tempo. E cioè: l’obiettivo di tutta l’operazione non è altro che mettere le mani su Generali.</p>
<p>Il terzo polo bancario e la difesa del risparmio nazionale da mire straniere appaiono sempre più come la cornice opportunamente utilizzata nel costruire il rapporto con il governo Meloni. Così, alla vigilia del rinnovo dei vertici di Mps, in agenda nell’assemblea dei soci del prossimo 15 aprile, il Monte Paschi ha deciso di cambiare il Ceo. Un ribaltone.</p>
<p>A dicembre il Cda aveva dato il suo pieno sostegno a Luigi Lovaglio, il manager scelto a suo tempo dal Mef per salvare e risanare Mps e, successivamente, protagonista della scalata a Mediobanca; ma, tre mesi dopo, lo stesso Cda ha proposto una lista di consiglieri, secondo le norme introdotte dalla Legge Capitali, che escludeva Lovaglio, con la motivazione del suo coinvolgimento nell’inchiesta della procura milanese. E il sostituto proposto, Fabrizio Palermo, è considerato molto vicino a Caltagirone, tanto da averlo candidato nel cda delle Generali, dove siede dal 2025.</p>
<p>Sullo sfondo c’è il tema che avrebbe irritato Caltagirone, e cioè un progetto diverso dal suo per il futuro di Mediobanca e Generali. La questione ha spinto la Banca centrale europea a scrivere una lettera di avvertimento al presidente di Mps, Nicola Maione, in cui si esprime timore per il cambio di leadership non abbastanza motivato. Anche perché Palermo è conosciuto come un dirigente focalizzato sull’operatività, bravo nel rilanciare le aziende, ma la mancanza di esperienza rilevante nella gestione di una banca pesa molto contro di lui. In altri termini, dice la Bce, potrebbe non rispettare i parametri <em>fit-and-proper</em> che la Bce si riserva di valutare a nomina avvenuta.</p>
<p>All’intervento della Bce si è aggiunto quello di Iss, uno dei due big proxy advisor che danno indicazione di voto agli investitori istituzionali, che in Mps hanno il 50 per cento del capitale, evidenziando l’anomalia di un processo di successione affrettato e mal pianificato. Iss consiglia la lista del Cda, perché le proprie regole pongono un’asticella molto alta per opporsi alle raccomandazioni del consiglio, ma boccia sia il presidente Maione, che la lista l’ha proposta, sia il consigliere Lombardi, che nel comitato nomine l’ha composta, sia lo stesso figlio di Caltagirone, Alessandro, oltre ad altri considerati non indipendenti.</p>
<p>In vista dell’assemblea è poi arrivata una seconda lista di maggioranza, presentata dall’ex socio di Mediobanca Pierluigi Tortora, che ricandida Lovaglio. In questo modo la battaglia per la prossima guida di Mps–Mediobanca è diventata quel groviglio di interessi, sospetti e procedure poco trasparenti di cui le cronache finanziarie danno quotidianamente conto da un paio di mesi. E che, come ha scritto ieri, <a href="https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2026-04-01/monte-paschi-s-executive-coup-only-hurts-its-backers?srnd=undefined" target="_blank" rel="noopener">in un lungo articolo</a>, l’editorialista di Bloomberg Paul J. Davies, per la banca più antica d’Italia è l’ennesima fonte di imbarazzo. Di sicuro lo è di fronte al mercato dei grandi investitori istituzionali. Ma, indirettamente, lo diventa anche per il governo italiano, impegnato con quegli stessi investitori nell’impresa di costruire una duratura reputazione di affidabilità finanziaria, necessaria per collocare il debito italiano nel breve, medio e lungo periodo.</p>
<p>In questa chiave c’è da aspettarsi che anche Meloni si stia chiedendo se il gioco del sostegno dato a Caltagirone sia valso la candela, o se, a un certo punto, i costi superino le opportunità. Aver dichiarato – <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-02-27/meloni-says-italian-government-s-role-in-monte-paschi-has-ended" target="_blank" rel="noopener">in un’intervista a Bloomberg del 27 febbraio</a> – che in Mps «il ruolo del governo è finito» ha avuto l’effetto opposto, lasciando il campo libero a Caltagirone. Le carriere andrebbero separate meglio, o la responsabilità del futuro di Generali, la prima realtà finanziaria di respiro e dimensioni internazionali, sarà anche di questo governo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/governo-meloni-mps-mediobanca-generali-caltagirone-scalata-finanza/">Non bastavano Trump e Netanyahu, ora Meloni soffre pure l’abbraccio di Caltagirone</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Trump non ha detto nulla di nuovo nel suo discorso alla nazione</title>
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Tono solenne e promesse di successo imminente, ma nessuna indicazione sugli obiettivi o sull’uscita dalla guerra con l’Iran. La linea americana sulla guerra in Medio Oriente resta indefinita e indefinibile, tra minacce, aperture e contraddizioni
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>Trump <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2026/apr/01/trump-iran-war-address-white-house" target="_blank" rel="noopener">ha ripetuto</a> che la guerra contro l’Iran «si sta avvicinando alla sua conclusione», pur senza indicare una data né spiegare quali siano, concretamente, gli obiettivi americani. Poco dopo, però, ha promesso una nuova escalation: «Colpiremo molto duramente nelle prossime due o tre settimane». Come dire, la guerra è quasi finita, ma il meglio deve ancora venire.</p>
<p>Qualcuno sarà rimasto deluso, perché Trump non ha fatto annunci rilevanti. Però ha descritto l’operazione militare come un successo schiacciante, invitando gli americani a «mettere il conflitto in prospettiva». Un’espressione che ha accompagnato con un elenco delle guerre del passato – Vietnam, Iraq, Seconda guerra mondiale – per ricordare che questa, dopotutto, è iniziata solo da poche settimane.</p>
<p>Il problema è che, al di là della retorica, una via d’uscita non si vede. Trump ha oscillato ancora una volta tra aperture diplomatiche e minacce militari: da un lato ha detto che «i negoziati sono in corso», dall’altro ha avvertito che, in assenza di un accordo, gli Stati Uniti colpiranno «tutte le centrali elettriche iraniane, duramente e simultaneamente». È lo stesso schema che si ripete da più di un mese: pressione militare massima, ma senza una strategia dichiarata né un obiettivo politico definito.</p>
<p>Anche sul piano militare, le affermazioni del presidente appaiono parziali, <a href="https://www.nytimes.com/live/2026/04/01/world/iran-war-trump-oil-news" target="_blank" rel="noopener">come ha notato il New York Times</a>. Trump ha sostenuto che la capacità iraniana di lanciare missili e droni sia «drasticamente ridotta». Eppure, sottolinea ancora il quotidiano statunitense, l’Iran continua a colpire nella regione e mantiene una parte significativa del proprio arsenale. Allo stesso modo, la retorica sull’imminente minaccia nucleare resta controversa: secondo le agenzie di intelligence americane, Teheran potrebbe produrre materiale fissile in tempi relativamente brevi, ma trasformarlo in un’arma richiederebbe mesi, se non più di un anno.</p>
<p>Nel discorso c’è poi un passaggio particolarmente rivelatore, quello sullo stretto di Hormuz. Trump ha sostenuto che «non abbiamo bisogno» del petrolio che passa da lì, invitando altri Paesi a occuparsi della sicurezza delle rotte energetiche. È una semplificazione che ignora un fatto elementare: il prezzo del petrolio è dettato da domanda e offerta a livello globale. Anche se gli Stati Uniti non hanno materialmente bisogno del greggio dal Golfo, un’interruzione delle forniture fa salire i prezzi ovunque – e quindi anche il prezzo della benzina americana.</p>
<p>Non a caso, i mercati hanno reagito immediatamente al discorso. Il Brent ha superato i centosei dollari al barile prima di ripiegare, mentre il WTI ha sfondato quota cento. Le borse asiatiche hanno aperto in calo, segno che gli investitori si aspettano un conflitto più lungo e costoso. Esattamente il contrario della narrazione presidenziale.</p>
<p>Trump, del resto, ha quasi ignorato le conseguenze economiche della guerra. Quando le ha menzionate, le ha liquidate come temporanee, insistendo sul fatto che l’economia americana resta «la migliore di sempre». Una posizione che contrasta con le previsioni di molti economisti, che iniziano a rivedere al ribasso la crescita e al rialzo inflazione e disoccupazione, con il rischio – se il conflitto si prolungasse – di una vera recessione.</p>
<p>C’è poi un’assenza significativa nel discorso: Trump non ha ripetuto la minaccia, avanzata poche ore prima in un’intervista a un giornale britannico, di un possibile ritiro degli Stati Uniti dalla Nato. Un silenzio che non cancella la dichiarazione, ma ne sottolinea la natura tattica: agitata quando serve, accantonata quando conviene.</p>
<p>Dopo aver parlato diciannove minuti, Trump ha lasciato la sensazione di aver voluto solo alterare la percezione della realtà. Trump continua a tenere insieme due messaggi incompatibili: la guerra è sotto controllo e quasi vinta, ma richiede ancora settimane di bombardamenti massicci; la diplomazia è aperta, ma non necessaria; l’impatto economico è trascurabile, ma i mercati dicono il contrario. Non è una strategia e, almeno per ora, non basta a spiegare dove stia andando questa guerra, né come dovrebbe finire.</p>
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<title>Trump conferma di non avere idea di cosa stia facendo in Iran</title>
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Il presidente americano minaccia di uscire dalla Nato e di tagliare le armi all’Ucraina, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Trump, conferma, non, avere, idea, cosa, stia, facendo, Iran</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23957712-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23957712-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23957712-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23957712-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23957712-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23957712-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>I giornali di oggi aprono con Donald Trump e la sua minaccia di abbandonare la Nato, ma anche con le sue rassicurazioni sul fatto che la guerra durerà due o tre settimane, seguite dall’impennata delle borse e dal calo del petrolio. Il guaio è che <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/trump-iran-discorso-alla-nazione/" target="_blank" rel="noopener">nel suo discorso di diciannove minuti</a> nella prima serata americana, quando i giornali italiani erano ormai in stampa, Trump non ha chiarito in alcun modo come pensi di porre fine al conflitto e in compenso ha detto che gli Stati Uniti colpiranno l’Iran «molto duramente» nelle prossime settimane, ragion per cui le borse sono crollate e il prezzo del petrolio è andato alle stelle. L’unica notizia positiva è che, contrariamente a quanto aveva fatto minacciosamente trapelare, Trump non ha annunciato nessun ritiro dalla Nato. D’altra parte, non è certo l’unico argomento su cui ha fatto ripetutamente avanti e indietro.</p>
<p>Come nota il New York Times, nel suo discorso il presidente americano ha chiesto all’Iran di negoziare per porre fine alla guerra, appena un giorno dopo aver suggerito ai giornalisti nello Studio Ovale che non aveva nessun bisogno che l’Iran si sedesse al tavolo dei negoziati. Ha definito l’apertura dello Stretto di Hormuz, ancora una volta, come un problema che riguarda gli altri paesi, pur avendo appena affermato sui social media che non avrebbe accettato alcun cessate il fuoco se non fosse stato riaperto. In sintesi, il presidente degli Stati Uniti ha confermato in ogni modo possibile di non avere la minima idea di cosa stia facendo, di come la guerra stia procedendo né di come, quando e perché potrebbe ragionevolmente terminare. Era convinto che sarebbe stata una passeggiata, esattamente come la sostituzione di Nicolás Maduro in Venezuela – che infatti è tornato a citare come modello – scaricando sugli alleati, la Nato e l’Ucraina la frustrazione per il fatto che realtà si ostina a non conformarsi alle sue aspettative.</p>
<p>Al riguardo, mi pare che la chiave di lettura più perspicua sia quella offerta da Janan Ganesh sul Financial Times quando osserva semplicemente che «Trump non capisce le persone che credono in qualcosa». Questo è il motivo per cui non capisce non solo perché i vertici del regime iraniano non si siano comportati come i loro colleghi di Caracas, ma anche perché non gli sia riuscito di risolvere la guerra tra russi e ucraini: «La cosa non stupisce quasi nessun altro. Gli ucraini credono nella propria indipendenza nazionale. Vladimir Putin è non meno attaccato all’idea di una Grande Russia che includa l’Ucraina. E quindi il conflitto, per quanto terribile, non è strano o anomalo, se non per chi non riesce a credere che altre persone credano». Trump non si capacita del fatto che si combattano invece di fare affari, con reciproco vantaggio. Il punto insomma è che «esiste una forma di cinismo talmente estrema da sfociare nell’ingenuità». Ed è proprio questa ingenuità figlia del più radicale cinismo a impedirgli di farsi una ragione di quanto sta accadendo. E certo gli uomini di cui è circondato non aiutano: «Se Trump avesse dei veri fedeli intorno a sé, potrebbe farsi almeno una vaga idea di come la pensano certi governi stranieri. Invece, ha gente come Vance».</p>
<p>Penso che questa interpretazione dovrebbe essere presa molto seriamente in considerazione in Europa. Del resto, proprio a proposito delle minacce di Trump circa la sua intenzione di abbandonare l’Alleanza atlantica e di tagliare i rifornimenti di armi all’Ucraina, se gli alleati non lo aiuteranno a riaprire lo stretto di Hormuz (sì, esatto, sempre quello che non è un suo problema e di cui a lui non interessa niente), l’analista Ivan Krastev <a href="https://www.wsj.com/world/trump-raises-nato-withdrawal-as-allies-push-back-on-iran-war-7dd44fae" target="_blank" rel="noopener">dice al Wall Street Journal</a>: «La Nato è come una religione: o ci credi o non ci credi, e ora siamo arrivati a un punto in cui tutti, su entrambe le sponde dell’Atlantico, hanno perso completamente la fede». Forse perché, per la Nato, è come se gli americani avessero eletto un papa ateo. Adesso sta dunque all’Europa dimostrare di credere ancora in qualcosa, mentre ai suoi vertici si ragiona ormai apertamente della possibilità che gli effetti economici della guerra siano paragonabili a quelli della pandemia. Nello scontro sui dazi, la prova è stata piuttosto deludente. Di fronte alle minacce alla Groenlandia, in compenso, l’Unione si è comportata in modo decisamente migliore. Sull’Ucraina diciamo che ha oscillato tra i due estremi, riuscendo comunque a cavarsela, almeno fin qui, in una situazione obiettivamente difficilissima, stretta tra l’imperialismo putiniano e il bullismo americano. Adesso però siamo alle strette, e bisognerà giocarsi il tutto per tutto.</p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Il governo porta il caso Bartolozzi in Parlamento e apre lo scontro con i giudici</title>
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A Montecitorio si valuta uno “scudo” contro la procura di Roma dopo le accuse di falsa testimonianza all’ex capo di gabinetto di Nordio. Il voto rischia di trasformarsi in un nuovo attrito tra governo e magistratura
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24233554-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24233554-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24233554-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24233554-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24233554-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24233554-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il caso Bartolozzi arriva in Parlamento e apre un nuovo fronte politico-giudiziario per il governo. La Camera sarà infatti chiamata a votare la prossima settimana sulla proposta di sollevare un conflitto di attribuzione nei confronti della procura di Roma, di fatto uno “scudo” per l’ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio.</p>
<p><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/04/01/la-camera-votera-sullo-scudo-a-bartolozzi_bb41ef21-4dd8-4cc8-9350-452f1624600b.html" target="_blank" rel="noopener">Come riferisce l’Ansa</a>, la decisione è stata presa dall’ufficio di presidenza di Montecitorio e riguarda la vicenda legata al generale libico Almasri. L’uomo, accusato di torture, era stato arrestato in Italia e poi rimpatriato con un volo dei servizi segreti.</p>
<p>In precedenza il Parlamento aveva bloccato l’indagine del tribunale dei ministri nei confronti del sottosegretario Alfredo Mantovano e dei ministri Nordio e Matteo Piantedosi. Ora però la procura di Roma sarebbe pronta a chiedere il rinvio a giudizio proprio per Bartolozzi, accusata di aver fornito false informazioni ai magistrati. I giudici avevano definito la sua versione «inattendibile» e «mendace», aprendo così un nuovo capitolo giudiziario che ora rischia di trasformarsi in scontro istituzionale.</p>
<p>La proposta di conflitto di attribuzione rappresenta quindi un passaggio delicato: se approvata, segnerebbe una presa di posizione del Parlamento contro l’iniziativa della magistratura, con possibili conseguenze anche sul piano politico.</p>
<p>Il tutto avviene mentre il ministero della Giustizia è alle prese con una riorganizzazione interna dopo le dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro e della stessa Bartolozzi, arrivate all’indomani del referendum. Le deleghe sono state redistribuite: al leghista Andrea Ostellari va il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e la polizia penitenziaria, mentre al viceministro Francesco Paolo Sisto vengono affidati il dipartimento informatico e la magistratura onoraria.</p>
<p>Parallelamente è stato nominato anche il nuovo capo dell’ufficio legislativo, Nicola Selvaggi, accademico e professore ordinario di diritto penale: una scelta che, sottolineano fonti del ministero, segna per la prima volta l’ingresso di una figura non proveniente dalla magistratura in quel ruolo.</p>
<p>Non si placano però le tensioni politiche. L’opposizione continua ad attaccare il governo chiedendo chiarimenti su altri aspetti della vicenda, tra cui la presenza di vertici del Dap a una cena finita al centro di polemiche. Dal governo si parla di semplici polemiche, ma il clima resta acceso.</p>
<p>Intanto, mentre si apre questa nuova fase al ministero della Giustizia, restano sul tavolo anche i dossier legislativi sospesi, dalla riforma della prescrizione alle nuove norme sul sequestro degli smartphone. E il voto della Camera sul caso Bartolozzi rischia di diventare un ulteriore banco di prova nei rapporti, già tesi, tra politica e magistratura.</p>
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<title>Putin, Trump, e il radicalismo religioso portato al fronte</title>
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Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="1080" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/quelcherestadelgiorno.jpeg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/quelcherestadelgiorno.jpeg 1080w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/quelcherestadelgiorno-300x300.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/quelcherestadelgiorno-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/quelcherestadelgiorno-150x150.jpeg 150w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/quelcherestadelgiorno-768x768.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px"></p><p></p>
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<title>Trump ha licenziato la ministra della giustizia Pam Bondi</title>
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<description><![CDATA[ 
L’Attorney General è stata sollevata dall’incarico dopo mesi di tensioni e una gestione contestata del dossier Epstein. Al suo posto ad interim Todd Blanche, mentre alla Casa Bianca si apre un nuovo fronte di instabilità politica
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 22:00:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Trump, licenziato, ministra, della, giustizia, Pam, Bondi</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24270481-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24270481-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24270481-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24270481-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24270481-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24270481-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rimosso dall’incarico la ministra della giustizia (Attorney General) Pam Bondi, aprendo un nuovo fronte di instabilità all’interno della sua amministrazione e del Dipartimento di Giustizia. Secondo quanto riportato <a href="https://www.nytimes.com/2026/04/02/us/politics/trump-fires-bondi-attorney-general.html" target="_blank" rel="noopener">da diverse fonti</a> vicine alla Casa Bianca, <a href="https://www.foxnews.com/politics/pam-bondi-already-fired-attorney-general-cabinet-official-teed-up-replacement-sources" target="_blank" rel="noopener">compresa Fox News</a>, la decisione sarebbe maturata nelle ultime ore, al termine di settimane di crescente insoddisfazione per la gestione politica e comunicativa della ministra.</p>
<p>Bondi sarebbe stata informata direttamente nello Studio Ovale, poco prima <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/trump-non-ha-idea-iran/" target="_blank" rel="noopener">del discorso</a> presidenziale sulla guerra in Iran di ieri. Al momento dell’intervento pubblico di Trump, la procuratrice generale aveva già lasciato l’incarico ed era in viaggio verso la Florida. A prendere temporaneamente il suo posto sarà il vice procuratore generale Todd Blanche, mentre tra i possibili sostituti circola il nome di Lee Zeldin, attuale capo dell’Agenzia per la protezione ambientale.</p>
<p>Dietro la decisione si muove però una dinamica più complessa, <a href="https://www.nytimes.com/2026/04/01/us/politics/bondi-epstein-files-doj-trump.html" target="_blank" rel="noopener">che il New York Times aveva ricostruito</a> ieri come il risultato di mesi di tensioni politiche e errori strategici. Al centro delle critiche c’è soprattutto la gestione del caso Jeffrey Epstein, diventato una vera e propria mina politica per l’amministrazione. Durante un’audizione al Congresso, Bondi aveva offerto una difesa definita dal quotidiano «bombasticamente provocatoria», fatta di attacchi e risposte evasive, che secondo molti osservatori ha solo aumentato la sfiducia nei suoi confronti.</p>
<p>Il problema, sottolinea ancora il New York Times, è stato anche politico: la ministra ha finito per trasformare una questione delicata in una vulnerabilità per lo stesso Trump, alimentando sospetti e tensioni anche tra i repubblicani. «Per i critici, è stato solo l’ultimo di una serie di errori non forzati», scrive il giornale, in un quadro segnato da «più di un anno di passi falsi e problemi di comunicazione».</p>
<p>Bondi aveva mantenuto la sua posizione fin qui grazie alla lealtà personale verso il presidente. Il New York Times la descrive come «sintonizzata sulle richieste di Trump», una qualità che però si è rivelata anche il suo punto debole: «Questo la rende particolarmente vulnerabile ai cambiamenti di umore del presidente». Nelle ultime settimane, infatti, Trump avrebbe inviato segnali contrastanti, alternando apprezzamenti pubblici a discussioni private sulla sua possibile sostituzione.</p>
<p>Lo stesso Trump si sarebbe lamentato sia delle capacità comunicative di Bondi sia della mancanza di aggressività del Dipartimento di Giustizia nel colpire i suoi avversari politici. Una pressione costante che ha contribuito a logorare la posizione della procuratrice generale, già indebolita dalle tensioni interne e dalle critiche crescenti nel Congresso.</p>
<p>Il caso Epstein ha rappresentato il punto di svolta. Dopo aver inizialmente promesso rivelazioni clamorose, Bondi aveva diffuso documenti giudicati inconsistenti, alimentando accuse di insabbiamento. Un errore che, secondo il New York Times, alcuni suoi alleati considerano catastrofico e da cui non si sarebbe mai realmente ripresa.</p>
<p>Nel frattempo, anche parte del Partito repubblicano ha iniziato a prendere le distanze. Alcuni parlamentari hanno chiesto maggiore trasparenza, arrivando a sostenere che il Dipartimento di Giustizia fosse più impegnato a proteggere i potenti che a garantire giustizia. Un segnale di come il sostegno politico attorno a Bondi si stesse progressivamente erodendo.</p>
<p>Il licenziamento di Bondi fa parte di una strategia più ampia del presidente degli Stati Uniti: sacrificare le figure politicamente più ingombranti per ricompattare il consenso in un delicato anno elettorale, con le midterm in arrivo a novembre. Resta ora da capire se la sostituzione di Bondi sarà sufficiente a chiudere una vicenda che ha esposto tensioni profonde tra Casa Bianca, Congresso e apparati giudiziari. In ogni caso, come nelle autocrazie di tutto il mondo, il cambio al vertice del Dipartimento di Giustizia conferma che anche nell’amministrazione Trump la stabilità degli incarichi è strettamente legata alla fiducia personale del leader più che alla tenuta istituzionale o ai risultati politici.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/trump-pam-bondi-licenziata/">Trump ha licenziato la ministra della giustizia Pam Bondi</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Stazzo Lu Ciaccaru si svela nella sua stagione più ricca: aria di novità al resort</title>
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<description><![CDATA[ Tra vigneti di Vermentino, una cantina tutta da scoprire e un ristorante ristrutturato, il wine resort di Arzachena apre la stagione 2026 con un&#039;anima ancora più profonda ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 20:30:21 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Albergo Pietrasanta trent’anni di arte e ospitalità in Versilia</title>
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<description><![CDATA[ La stagione 2026 segna il trentesimo anniversario dell’Albergo Pietrasanta, nato dall’incontro tra un palazzo storico, una coppia di collezionisti e la scelta di condividere la propria collezione, dando forma a un’idea di ospitalità fondata sull’arte come esperienza viva ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 20:30:21 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>PRESULIS Alto Adige, RETREAT PURA VIDA dal 5 al 7 giugno 2026</title>
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<description><![CDATA[ Un’esperienza esclusiva di movimento consapevole, natura e profondo rilassamento. Elena Buzzelli, personal trainer, yoga, pilates &amp; Massages, farà vivere un weekend rigenerante tra le Dolomiti, nella splendida cornice del PRESULIS, appartamenti e suite a Fiè allo Sciliar dove bellezza e silenzio si incontrano creando la perfetta sinergia per una vacanza da sogno, dove la sostanza autentica è tra i valori principali che i proprietari Sylvia e Meinhard trasmettono ai loro clienti, svolgendo con passione e armoniosa accoglienza la loro attività alberghiera, con lo scopo di mettere il cliente al primo posto e a proprio agio ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 20:30:21 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Città dove il tempo prende forma</title>
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<description><![CDATA[ Da Varsavia a Cracovia, da Breslavia a Danzica: un viaggio urbano tra ritmi diversi, dove ogni città racconta un modo unico di vivere il tempo e per scoprire il volto più vibrante, elegante e sorprendente della Polonia ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 20:30:11 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Norwegian Cruise Line battezza la splendida NORWEGIAN LUNA™ – la nuova nave che salperà verso i Caraibi e le Bahamas da Miami</title>
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<description><![CDATA[ La Norwegian Luna offrirà crociere nei Caraibi andata e ritorno fino ad aprile 2027, con tappe nelle splendide destinazioni private di NCL: Great Stirrup Cay, Bahamas, e Harvest Caye, Belize 
La nuova nave di NCL vanta attività per tutta la famiglia, tra cui gli scivoli più lunghi e veloci mai realizzati in mare ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 20:30:11 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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La nuova nave di NCL vanta attività per tutta la famiglia, tra cui gli scivoli più lunghi e veloci mai realizzati in mare]]> </content:encoded>
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<title>Carburante: 470 milioni di euro di aggravio a marzo</title>
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<description><![CDATA[ 470 milioni di euro; è questo l’aggravio che, secondo le stime di Facile.it, gli italiani hanno dovuto sostenere nel solo mese di marzo per fare il pieno di carburante. I prezzi di diesel e benzina sono schizzati alle stelle e, nonostante l’intervento del Governo, il conto inizia a farsi sentire sulle tasche dei consumatori. L’analisi* […] ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 20:30:10 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Mutui: in Campania 138.000 euro la richiesta media (+3%)</title>
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<description><![CDATA[ Il 2026 si è aperto positivamente sul fronte dei mutui; secondo l’Osservatorio* Facile.it – Mutui.it, nei primi due mesi dell’anno l’importo medio richiesto in Campania è aumentato del 3% rispetto a dodici mesi fa, arrivando a 137.942 euro. Cresce anche il valore medio dell’immobile oggetto di mutuo, arrivato nel primo bimestre del 2026 a 208.524 […] ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 20:30:10 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>A Puratos un truck speciale per diffondere la cultura della sicurezza e della prevenzione</title>
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<description><![CDATA[ Il RISK PREVENTION TRUCK di FM GLOBAL per la prima volta in Italia
Dimostrazioni interattive su prevenzione incendi e rischi naturali. L&#039;iniziativa ha coinvolto tutti i collaboratori dell&#039;azienda specializzata in panificazione, pasticceria e cioccolato ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 20:30:10 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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Dimostrazioni interattive su prevenzione incendi e rischi naturali. L'iniziativa ha coinvolto tutti i collaboratori dell'azienda specializzata in panificazione, pasticceria e cioccolato]]> </content:encoded>
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<title>L’Osservatorio Trainline sulla Pasqua 2026: i dati dei flussi ferrovieri anticipano le dinamiche del turismo</title>
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<description><![CDATA[ I dati pasquali, primo indicatore della stagione 2026, evidenziano un picco di domanda con crescite fino al +195% rispetto al periodo pre-festivo, consolidando il ruolo del treno come asset strategico per il comparto turistico nazionale.
• Indicatori di crescita (picco sulla domanda pre-pasquale): Peschiera del Garda (+195%), Foggia (+193%), Lecce (+146%).
• Dinamiche sui corridoi strategici (picco sulla domanda pre-pasquale): Bologna-Firenze (+89%), Napoli-Roma (+57%).
• Flussi sui mercati internazionali: Nizza (+143%), Monaco di Baviera (+84%). ]]></description>
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<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 20:30:10 +0200</pubDate>
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• Indicatori di crescita (picco sulla domanda pre-pasquale): Peschiera del Garda (+195%), Foggia (+193%), Lecce (+146%).
• Dinamiche sui corridoi strategici (picco sulla domanda pre-pasquale): Bologna-Firenze (+89%), Napoli-Roma (+57%).
• Flussi sui mercati internazionali: Nizza (+143%), Monaco di Baviera (+84%).]]> </content:encoded>
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<title>I vertici militari israeliani sfidano Netanyahu e rompono l’equilibrio politico nazionale</title>
<link>https://www.eventi.news/i-vertici-militari-israeliani-sfidano-netanyahu-e-rompono-lequilibrio-politico-nazionale</link>
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<description><![CDATA[ 
Lo Stato Maggiore critica apertamente il premier per le scelte sulla guerra, sulla leva obbligatoria e per il rifiuto di assumersi responsabilità per il 7 ottobre. La campagna elettorale diventa così uno scontro diretto tra potere politico e militare
L&#039;articolo I vertici militari israeliani sfidano Netanyahu e rompono l’equilibrio politico nazionale proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:03 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24234179-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24234179-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24234179-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24234179-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24234179-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/24234179-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>L’imminente campagna elettorale in Israele vedrà, per la prima volta nella storia del paese, una contrapposizione dura e frontale tra i generali che sono ai vertici delle Forze Armate e i partiti al governo. Uno scontro epocale. </span><span>Questo, nonostante questi vertici siano oggi occupati da generali nominati da questi partiti di governo per la loro fedeltà, a partire da Eyal Zamir, il comandante in capo, che è stato scelto da Bibi Netanyhau proprio per questa ragione, dopo che era stato il suo consigliere militare, cioè il raccordo tra la presidenza del Consiglio e le Idf, dal 2012 al 2015. </span></p>
<p><span>Ma negli ultimi mesi, per ben tre volte, su tre temi fondamentali di enorme rilevanza politica, Zamir, spalleggiato da tutto lo Stato Maggiore, si è contrapposto frontalmente alla politica del governo, su temi che saranno fondamentali nella campagna elettorale. </span><span>La prima volta è stata nell’inverno scorso, quando invano i vertici militari si erano opposti all’operazione militare Gedeone II, sostenendo, a ragione, come si è constatato, che non era possibile materialmente eliminare totalmente i miliziani di Hamas dalla Striscia, arrivando ad avvertire: «Può essere un Vietnam!»</span></p>
<p><span>Non è stato così, solo perché fortunatamente Donald Trump è intervenuto e ha imposto la fragile tregua che è ancora in corso. Ma, durante quella operazione militare, che i generali hanno poi attuato, obbedendo agli ordini del potere politico per non creare una drammatica crisi istituzionale, Israele ha commesso errori drammatici, a partire dalla disumana e peraltro inefficace sospensione, per due mesi, degli arrivi degli aiuti alimentari alla popolazione. Errori che sono costati e costeranno enormemente al nome e all’onore stesso di Israele.</span></p>
<p><span>Ancora una volta, domenica scorsa, durante la riunione del Gabinetto di Guerra, il capo delle Forze Armate ha sfidato il governo e lo ha accusato letteralmente di «provocare il collasso dell’esercito» per avere scelto di non approvare la legge che obbliga tutti i cittadini israeliani a fare il servizio militare: «Vi comunico un segnale d’allarme al massimo livello. In questo momento le Idf hanno bisogno di una legge sulla coscrizione obbligatoria per tutti, di una legge sul servizio di riserva e di una legge per estendere il servizio militare obbligatorio. Tra poco, le Idf non saranno pronte per le loro missioni di routine e attingere, come stiamo facendo, alle riserve esistenti è un sistema che non durerà a lungo».</span></p>
<p><span>Questo allarme è stato lanciato nel pieno della guerra nel sud del Libano e di quella aerea contro l’Iran e colpisce frontalmente il cinismo opportunista di Netanyhau. Infatti, i provvedimenti di legge su questi temi sono pronti da più di un anno nella Knesset, avrebbero sicuramente una maggioranza, perché l’opposizione si è detta pronta ad approvarli, ma il premier non li mette in votazione perché questo lo obbligherebbe alla crisi di governo; infatti, non verrebbero votati dai partiti religiosi Shas e Utj, suoi fondamentali alleati nell’esecutivo, che intendono preservare il privilegio degli haredim, gli ebrei ultraortodossi, di non fare il servizio militare. Questo, in un paese in guerra da tre anni, che ha già avuto 1.152 militari morti in servizio. Sarà dunque proprio il tema dell’incredibile pretesa degli haredim di non servire il paese in armi, come fanno tutti gli israeliani, donne incluse, uno dei principali motivi di propaganda e di scontro prima del voto.</span></p>
<p><span>Non sarà solo questo il terreno su cui, durante questa campagna elettorale – si voterà a ottobre – Zamir si contrapporrà frontalmente, con i suoi generali, a Netanyhau. Lo scontro al calor bianco avverrà anche, e soprattutto, su un tema di importanza fondamentale per il premier: il suo testardo, assoluto rifiuto di assumere la minima responsabilità politica, morale ed esecutiva nel non avere impedito il pogrom del 7 ottobre e la sua dichiarata volontà di attribuirne le totali responsabilità solo e unicamente ai vertici militari.</span></p>
<p><span>Una scelta politica che sfida la logica, perché sono evidenti, palpabili, note e dichiarate le sue valutazioni sulla non pericolosità di Hamas per la sicurezza nazionale; sono agli atti le sue autorizzazioni a fare arrivare a Gaza finanziamenti qatarioti per decine e decine di milioni di dollari; è stata sotto gli occhi dell’intera nazione la totale incapacità sua personale e del suo fondamentale alleato Itamar ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, non solo a prevenire, ma anche a contrastare il pogrom quando si è verificato.</span></p>
<p><span>Zamir, in campagna elettorale, sarà dunque nettissimo nel contrastare la versione sulle responsabilità per il pogrom che il governo vuole imporre. Tema che sarà centrale in tutto il periodo e nei dibattiti preelettorali. Si opporrà dunque frontalmente, anche con uno stillicidio di documenti e rivelazioni ad hoc, a un Netanyhau che vuole scaricare tutta sugli alti gradi militari la responsabilità del disastro e assolvere completamente i ministri, a partire da sé stesso. Il tutto promuovendo una specifica commissione d’inchiesta di iniziativa governativa, non neutrale, non tecnica, ma con commissari nominati dall’esecutivo, con una rappresentanza minoritaria di commissari vicini all’opposizione. Un tentativo palese di tutto il governo, a iniziare da Netanyhau, di scaricare da sé ogni responsabilità.</span></p>
<p><span>Responsabilità che, invece, i vertici militari di allora si sono tutti assunti, con le dimissioni date non solo dal ministro della Difesa di allora, Yoav Gallant, ma anche dal comandante in capo, Herzi Halevi, dall’ex capo dei servizi segreti militari, Aharon Haliva, dal capo della Direzione Operazioni, Oded Basyuk, dal comandante della Unità dei servizi segreti 8200, Yossi Sariel, e dal capo del Comando meridionale, Yaron Finkelmann.</span></p>
<p><span>Tutto il vertice delle Forze Armate è stretto attorno al comandante Zamir su un punto tutto politico, che lui ha chiaramente enunciato, in apertissima polemica col governo: «Il fallimento del 7 ottobre è stato sistemico e di lunga data (…) Le Idf si sono assunte le responsabilità e hanno avviato un’indagine autonoma, ma l’evento non è di esclusiva competenza dell’esercito e sarebbe sbagliato puntare l’attenzione esclusivamente sulle Idf».</span></p>
<p><span>Zamir è andato ben oltre la difesa delle responsabilità dei militari: ha infatti apertamente accusato le grandi responsabilità personali dello stesso Netanyhau prima del 7 ottobre, sostenendo addirittura che lui, per primo, abbia contribuito a rafforzare Hamas, puntando a contenere i miliziani con i denari del Qatar, ma con questo ha finito per renderli più forti. Dunque, una durissima critica non solo al governo, ma al premier in prima persona, in profondità, perché ha ricordato che le azioni di contrasto ad Hamas, a partire dal 2008 e poi dall’Operazione Margine Protettivo del 2014, sono state «condotte secondo gli obiettivi definiti dal livello politico e su raccomandazione del livello militare, e miravano a indebolire il nemico e ripristinare la deterrenza, non a sconfiggerlo». Dunque, dietro gli errori israeliani, tragici, emersi il 7 ottobre, c’è stata, secondo Idf, una strategia errata più che decennale, decisa e definita dal governo Netanyhau.</span></p>
<p><span>Una strategia decisa e condotta personalmente dal premier, che Zamir, sulla base dei risultati della Commissione Turgeman, che ha indagato per conto di Idf sulla catastrofe, ha così stigmatizzato: «L’idea era di tenere Hamas sotto controllo e indebolito, di corromperlo con il denaro. Questo concetto di elusione ha permesso a Hamas di attuare un massiccio rafforzamento militare».</span></p>
<p><span>Coerentemente, qui il dato politico dirompente: il generale Zamir, a nome delle Idf, si è di fatto affiancato all’opposizione parlamentare e ha chiesto «l’istituzione di una commissione d’inchiesta esterna, obiettiva, sui fallimenti del 7 ottobre, cioè indipendente dal governo, come fu fatto nel 1973». Commissione che il governo decisamente rifiuta. </span><span>Sarà una campagna elettorale drammatica come non mai.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/israele-scontro-esercito-netanyahu-campagna-elettorale-crisi-istituzionale/">I vertici militari israeliani sfidano Netanyahu e rompono l’equilibrio politico nazionale</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>I sette problemi della cultura contemporanea (clicca qui, il quarto ti sconvolgerà)</title>
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Paghi il biglietto, rifiuti la donazione, fai la fila, entri distrutto e ti siedi davanti a un video, mentre la generazione più scema della storia dell’uomo non ha capito che lo scopo precipuo della cultura è traumatizzarti
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="850" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ana-paula-grimaldi-q3qzed6ina0-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ana-paula-grimaldi-q3qzed6ina0-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ana-paula-grimaldi-q3qzed6ina0-unsplash-300x199.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ana-paula-grimaldi-q3qzed6ina0-unsplash-1024x680.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ana-paula-grimaldi-q3qzed6ina0-unsplash-768x510.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/ana-paula-grimaldi-q3qzed6ina0-unsplash-1200x797.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Questo non è un articolo. Questa è una di quelle cose che hanno rovinato i giornali. Gli americani, che non hanno mai avuto i film in vhs allegati ai quotidiani, invece di prendersela con Veltroni se la prendono con Buzzfeed: dicono che il giornalismo l’hanno rovinato le liste, i pezzi a punti, le cose numerate per il pubblico idiota. Non crederai mai alla tre, clicca qui, puntesclamativo.</p>
<p>Il che ovviamente significa che il giornalismo – così come tutto il resto, dalla letteratura agli aeroporti – l’ha rovinato il pubblico, sempre più stupido e pigro epperciò portato a premiare roba sempre più di basso livello. Ma significa anche che quasi nessuno ha avuto la forza di non compiacerlo, il pubblico.</p>
<p>Siccome non sarò certo io quell’eroina che vuole dare sofisticata letteratura a un pubblico che vuole la lista a punti numerati, eccovi qui la vostra brava lista a punti numerati. Sette problemi che ho capito del mondo andando a vedere la mostra di Tracey Emin alla Tate Modern. Clicca qui, il numero quattro ti sconvolgerà.</p>
<p>(Naturalmente dire Tate al femminile è una scemenza, perché la puoi chiamare gallery finché ti pare, quella mica è una galleria, è un museo; quando l’arte non era il modo in cui gli ignoranti si percepivano colti ma una cosa cui s’interessavano quelli che qualcosina ne capivano, la differenza era chiara; ora che siamo tutti analfabeti io invece di dire il Tate dico la Tate: ci tengo a primeggiare in analfabetismo).</p>
<p>Il primo problema è <a href="https://www.linkiesta.it/2025/10/bressanini-libri-editoria-follower/" target="_blank" rel="noopener">l’economia dell’elemosina.</a> Ci ho messo quaranta minuti a fare il biglietto, mentre ancora ero a casa, perché puoi aggiungere due sterline di donazione, e io due sterline di donazione non le voglio aggiungere, ne pago venti di biglietto per la mostra, mi pare una donazione sufficiente. Ma alla fine me le ritrovavo comunque nel conto. Al dodicesimo tentativo con chiusure e riaperture di finestre di browser, l’ho spuntata. Sulle cose serie mollo subito, ma su due sterline riesco a impuntarmi come un’assatanata.</p>
<p>Poi arrivo lì e come prima cosa, appena entrata, c’è un gigantesco bidone in cui far cadere la tua elemosina. Sopra c’è scritto da un lato «Tate is a charity», la Tate è un ente benefico, e dall’altra dacci dieci sterline. Ma ve ne ho date venti, siete insaziabili. E sul biglietto c’è pure la sponsorizzazione di Gucci. Sembrate i ricchi di seconda generazione che scialano il patrimonio dei padri.</p>
<p>Il secondo problema è che siamo troppi. Siamo troppi al mondo, il pianeta non era fatto per otto miliardi di persone, il turismo culturale non era fatto per tutta questa gente che non legge un libro o un giornale da anni ma pensa che se quand’è in vacanza va nei musei allora apparterrà per diritto al ceto medio riflessivo.</p>
<p>I musei l’hanno capito e se ne approfittano: vuoi la tessera annuale sostenitore con cui potrai entrare alle mostre quando vuoi anche se all’ora che ti fa comodo la capienza è teoricamente esaurita? E quindi c’è sempre comunque la fila ovunque. Fai la fila al vento gelido del Tamigi per i controlli di sicurezza nonostante tu abbia già fatto il biglietto o sia un pirla con la tessera.</p>
<p>Il terzo problema è che una volta che entri sei sfiancato dalla fila e vuoi solo sederti, non te ne frega niente che princìpi il culturale, non te ne importa niente delle opere (di quelle non t’importava ovviamente neanche prima: dovevi solo mettere il bollino culturale sulla gita fuori porta), e quindi l’unica cosa che funziona, nelle mostre, sono i video. Pensate sia perché ormai siamo rincoglioniti da TikTok, ma no: è che nelle sale in cui su una parete proiettano qualcosa ci sono i posti per sedersi (se non ci sono è uguale: sono stata seduta per terra mezz’ora con davanti gli stessi tre minuti di Tracey Emin che ballava nel 1995, pur di non alzarmi avrei visto anche l’intervallo con le pecore).</p>
<p>Il quarto problema so che me lo sto creando da sola, perché uno degli articoli per i quali ho ricevuto più insulti è quello in cui mi chiedevo come vi venisse in mente di portare i bambini <a href="https://www.linkiesta.it/2024/03/rothko-mostra-colori-ceto-medio-complessato/" target="_blank" rel="noopener">a vedere Rothko</a>, come potete essere così complessati, va bene che io non do due sterline di beneficenza alla Tate ma voi duecento in una tata dovreste investirle.</p>
<p>Ecco, i mocciosi da Rothko erano niente in confronto ai due bambini biondi, avranno avuto sette, otto anni, cui erano stati forniti sgabellini pieghevoli perché i bambini mica possono stare in piedi (anche in metropolitana li fanno sempre sedere, ma perché? Sono piccoli, non hanno fatto in tempo a maturare il mal di schiena).</p>
<p>Ed essendo piccoli, si andavano a sedere dove vedevano seduta altra gente, dove vedevano seduti gli adulti, cioè nella seconda sala video, quella col filmato più lungo. Bambini biondi con lo sgabellino davanti a Tracey Emin che nel 1996 racconta d’una giornata d’estate in cui camminava per strada, ha sentito qualcosa di bagnato tra le gambe, ed era il feto che stava abortendo che le colava giù per le cosce.</p>
<p>La generazione più scema della storia della genitorialità, cioè la mia, è la generazione che pensa di salvare i figli dai traumi consumando tutto con loro, sapendo cosa guardano alla tele, mettendogli i divieti sul tablet, ascoltando le canzoni orrende che ascoltano loro. Però poi, quando si principia il culturale, si pensa che lì dentro – in un museo, diamine – non possa succedere niente di male: è cultura, mica lo traumatizzerà.</p>
<p>La generazione più scema della storia dell’uomo non ha capito che lo scopo precipuo della cultura è traumatizzarti. Il quarto problema decidete voi se sia che dovete smetterla di percepirvi colti senza neanche essere abbastanza istruiti da capire cosa significhi la parola, o che dovete smetterla di percepire i vostri figli come la comitiva di amici da portarvi dietro ovunque.</p>
<p>Il quinto problema è la soglia di allarme. A me non fa impressione niente e sarei non solo per non vietare niente ma per neanche avvertire nessuno che qualcosa non fa per gli impressionabili. Però hai questa descrizione che più vivida non potrebbe essere di feti morti, e poi il trigger warning lo metti di fianco alle pagine in cui l’artista scrive che da piccola le dicevano che era figlia di un nigger? Me lo vedo, il comitato che decide cosa sì e cosa no, e stabilisce che nigger è inaccettabile ma l’aborto bisogna normalizzarlo (“normalizzare” fissa tra le cinque parole più fesse del secolo).</p>
<p>Il sesto problema è che andiamo tutti alle mostre ormai solo per quello che quando facevamo francese alle medie chiamavamo spaccio di souvenir, e adesso chiamiamo gift shop. Certo che ti do trenta sterline per la tazza col disegno di Tracey Emin, diamine, come potrei non darteli per avere l’eterno ricordo che dura finché arrivo a casa e apro la valigia e scopro che la tazza è ormai un mucchietto di cocci prima ancora che l’abbia usata per la prima volta. Ah, se ero socia costava 25? Fammi fare la tessera annuale da 90 sterline con le quali ne risparmierò 5, andavo fortissimo in economia domestica.</p>
<p>L’ultimo problema è ultimo solo perché l’ho rilevato venendo via dalla Tate, ma è il primo per importanza ed è la radice di tutti gli altri. Dalla Tate Modern parte il Millennium Bridge, che come sa chiunque abbia mai preso <a href="https://www.linkiesta.it/2025/10/londra-turismo-economy/" target="_blank" rel="noopener">un RyanAir per Londra</a> è un ponte pedonale di metallo. La parte che si calpesta è zigrinata, immagino per evitare che diventi scivolosa quando piove.</p>
<p>Sto attraversando il ponte e ci voltiamo tutti, ma tutti, perché il rumore che si sente è quello che nei film apocalittici c’è quando la crosta terrestre si sta aprendo e il mondo sta finendo. Ma il mondo non sta finendo. C’è solo un tizio che, dovendo attraversare il ponte con un trolley minuscolo, pensa di non sollevarlo, ma di trascinarlo su tutte le sconnessioni del metallo, facendo rimbombare le due sponde del fiume a ogni centimetro che avanza.</p>
<p>È una cosa che dura alcuni minuti, perché alcuni minuti ci vogliono per andare da una riva all’altra del Tamigi, che dà fastidio a tutti, perché è un rumore fortissimo e prolungato, e di cui il tizio non ha occasione di prendere atto. Perché lui, l’uomo che col suo rumore sta infastidendo centinaia di sconosciuti, ha le cuffie isolanti: le avrà comprate con l’intento di dare fastidio a tutti tranne che a sé stesso, o pensando che rumorosi son sempre gli altri?</p>
<p>Mi ha ricordato una mia amica che, una volta che avevo preso <a href="https://www.linkiesta.it/2023/11/treno-carrozza-silenzio-rumore/" target="_blank" rel="noopener">la carrozza silenzio del Frecciarossa</a> e mi ero lamentata che tutti stessero al telefono come avessero prenotato in un vagone normale, mi ha risposto che anche lei, l’unica volta che l’aveva presa, stava al telefono: pensava la dicitura silenzio le promettesse «staranno tutti zitti tranne te».</p>
<p>L’ultimo problema non è tanto che aveva ragione Pascal sugli uomini che non sanno starsene tranquilli alla casa: l’ultimo problema, che poi è il primo, è che la mia amica incarna lo spirito del tempo.</p>
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<title>I primi dieci anni del ristorante di Giulio Terrinoni</title>
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Per celebrare il compleanno del proprio ristorante c’è chi propone i migliori piatti realizzati, chi i più iconici e chi i più nascosti. Per festeggiare il decimo anniversario di “Per Me” lo chef ha puntato sull’inedito lanciando il menu “X”
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-8845.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-8845.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-8845-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-8845-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-8845-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-8845-1200x900.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>«La x ha un triplice valore» racconta lo chef <a href="https://www.instagram.com/giulioterrinoni/">Giulio Terrinoni</a>, patron del ristorante romano <a href="https://www.giulioterrinoni.it/il-ristorante/">Per Me</a>. «In matematica è l’incognita da scoprire, in numeri romani è il dieci e in italiano rappresenta il per». Tutti elementi perfetti per questo compleanno e che si specchiano, letteralmente, nel menu. Sul tavolo non si trova infatti la classica lista dei piatti ma un foglio in cui ci si vede riflessi, sottolineatura di quanto l’ospite sia stato e sia importante nell’esperienza di questo locale. Ma quel foglio senza scritte è anche l’emblema di quanto velocemente cambi il menu nel locale. «Al mare si pesca, non si fa la spesa, e anche al mercato si prende quello che c’è» dice Giulio Terrinoni. «E così noi abbiamo menu stagionali con dentro altri menu stagioni e piatti in continuo cambiamento». Ingredienti che vengono poi valorizzati in cucina e che stupiscono per l’essenzialità e l’immediatezza con cui arrivano al palato, rivelando così un impianto solido di rispetto, metodo e studio.</p>
<p>«Il mio atteggiamento verso le preparazioni – dice – è molto laico. Ho incontrato le ricette, le ho studiate e le ho fatte mie in grande libertà in tutti questi anni». Anni che non sono stati sempre in discesa e che hanno incrociato la pandemia da Covid, lo shock energetico e l’aumento dei prezzi degli ingredienti. Ma che proprio per questo dimostrano come lavorare con onestà e serietà siano un grande valore aggiunto, elementi che gli sono valsi la stella Michelin. E infatti «una delle cose che mi rende più contento di questi anni è che Per Me ha un anima e una grande personalità».</p>

        
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<p>Anima e personalità che emergono appieno in questo menu “X”. Si parte infatti con piatti iconici, ma profondamente rivoluzionati. Come i tortellini ricotta e spinaci, pomodoro e ostrica. L’ostrica è un ingrediente icona dello chef, ma con questo menu evolve: il guscio del mollusco diventa un piatto che raccoglie al suo interno tortellini piccolissimi ripieni di ricotta e spinaci, mantecati con una glassa di pomodorini gialli e finiti con un coulis acido di pomodoro rosso e una tartare di ostrica cruda.</p>
<p>Anche la triglia non può mancare in questo menu, perché «è un pesce che abbiamo da sempre in carta e che normalmente una persona non si fa mai a casa, ma che a noi dà tante soddisfazioni». Soddisfazioni che emergono chiaramente nella preparazione con mugnaia ai ricci di mare: golosa e marina, crea un equilibrio perfetto al boccone tra grassezza e sapidità.</p>
<p>Giulio Terrinoni però non si ferma al pesce, elemento distintivo del suo ristorante, e arricchisce il menu con piatti di carne, per ricordare «come io sia un uomo che viene dalle colline, ho la carne nel mio dna». Nella selezione di “X” emerge “Festina Lente”, che significa «affrettati con lentezza». Questo ossimoro viene interpretato con l’utilizzo di un ragù di lepre e lumachine in corsa su una pista fatta da pappardelle di farina di castagne.</p>
<p>“X” è un menu di – ovviamente – dieci portate che mostrano in pieno l’identità di questo ristorante e del suo chef, sorridente e genuino. Proprio come ogni suo piatto.</p>
<p></p>
<p>Tutte le foto sono di Marco Corso</p>
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<title>L’Ucraina sceglie l’economia di mercato, mentre la Russia resta ancorata allo Stato</title>
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<description><![CDATA[ 
Un’indagine comparata tra 36 paesi mostra che il capitalismo gode di maggiore consenso tra gli ucraini rispetto ai russi. La distanza tra i due Paesi riguarda sempre più anche i valori economici di fondo
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>L’Ucraina, sceglie, l’economia, mercato, mentre, Russia, resta, ancorata, allo, Stato</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="668" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/marek-studzinski-iv00rfcfw00-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/marek-studzinski-iv00rfcfw00-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/marek-studzinski-iv00rfcfw00-unsplash-300x157.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/marek-studzinski-iv00rfcfw00-unsplash-1024x534.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/marek-studzinski-iv00rfcfw00-unsplash-768x401.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/marek-studzinski-iv00rfcfw00-unsplash-1200x626.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>In Europa orientale è in atto un cambiamento silenzioso ma significativo. Mentre l’attenzione geopolitica si è concentrata sulla guerra e sulla sicurezza, un nuovo studio </span><a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ecaf.70038" target="_blank" rel="noopener"><span>pubblicato </span></a><span>sulla rivista Economic Affairs evidenzia una trasformazione più profonda: una divergenza nelle convinzioni economiche tra Ucraina e Russia, che potrebbe plasmare il futuro della regione tanto quanto gli esiti militari.</span></p>
<p><span>Lo studio si basa su sondaggi d’opinione condotti in Ucraina, Polonia e Russia, esaminando gli atteggiamenti nei confronti dell’economia di mercato e del capitalismo. I risultati sono sorprendenti. Gli ucraini oggi esprimono alcune delle opinioni più positive sull’economia di mercato a livello mondiale, posizionandosi dietro solo a una manciata di paesi, tra cui Polonia, Stati Uniti, Repubblica Ceca, Corea del Sud e Giappone. Al contrario, la Russia si colloca all’ultimo posto tra i 36 paesi oggetto dell’indagine. Nella maggior parte dei paesi, tra cui Polonia e Russia, l’indagine è stata condotta da Ipsos MORI; in Ucraina, è stata commissionata dall’International Institute of Freedom.</span></p>
<p><span>Invece di porre domande dirette sul capitalismo, un termine che spesso ha connotazioni ideologiche, lo studio ha inizialmente utilizzato sei domande sui sistemi economici, senza menzionare affatto la parola. Questo approccio affronta una questione ben nota: molte persone reagiscono negativamente all’etichetta capitalismo, anche quando sostengono i principi sottostanti, come la concorrenza, la proprietà privata e la libertà economica.</span></p>
<p><span>Quando è stato chiesto di esprimersi su questi principi in termini neutri, solo circa un intervistato su dieci, in Ucraina e Polonia, si è detto d’accordo con l’affermazione secondo cui «abbiamo bisogno di molto più intervento statale nell’economia, poiché il mercato fallisce ripetutamente», rispetto a uno su quattro in Russia.</span></p>
<p><span>Le differenze diventano ancora più evidenti quando agli intervistati sono state poste domande su politiche più concrete. Si consideri l’affermazione secondo cui lo Stato dovrebbe fissare i prezzi degli affitti e dei generi alimentari, e imporre salari minimi e massimi. In Ucraina, il 32 per cento ha sostenuto questa idea. In Polonia, solo il 19 per cento si è detto d’accordo. In Russia, la percentuale è salita al 65 per cento, più del doppio del livello ucraino.</span></p>
<p><span>Questi risultati indicano una divergenza fondamentale nella cultura politica tra due paesi che un tempo condividevano lo stesso sistema sovietico. Gli ucraini, a quanto pare, si stanno orientando verso una visione del mondo che abbraccia i mercati e limita il ruolo dello Stato. I russi, al contrario, rimangono molto più inclini a favorire il controllo governativo.</span></p>
<p><span>Il contrasto diventa ancora più netto quando viene introdotto esplicitamente il termine «capitalismo». Lo studio includeva un test di associazione con dieci termini relativi al capitalismo, insieme a 18 affermazioni aggiuntive – sia positive sia negative – sul sistema. Anche in questo caso, l’Ucraina si distingue. Tra i 36 paesi oggetto dell’indagine, solo la Polonia mostra un sostegno più elevato al capitalismo, mentre gli Stati Uniti si collocano a un livello altrettanto alto. In 33 paesi, le percezioni del capitalismo sono più negative che in Ucraina. </span><span>La Russia si trova all’estremità opposta dello spettro. Solo in due paesi l’atteggiamento verso il capitalismo è più negativo che in Russia. Questo divario non è marginale; è profondo.</span></p>
<p><span>È necessaria una certa cautela nell’interpretare i risultati. Le indagini in Polonia e Russia sono state condotte diversi anni prima – tra il 2021 e l’inizio del 2022 – mentre quella ucraina ha avuto luogo nel settembre 2025. Tuttavia, le differenze sono così grandi che è difficile attribuirle principalmente alla tempistica. Inoltre, tutte e tre le indagini hanno utilizzato lo stesso questionario, rendendo i confronti insolitamente solidi.</span></p>
<p><span>La spiegazione risiede meno negli eventi recenti che nell’esperienza economica a lungo termine. Dal 1990, la Polonia ha subito una delle </span><a href="https://nations-escape-poverty.com/" target="_blank" rel="noopener"><span>trasformazioni economiche</span></a><span> di maggior successo della storia moderna, caratterizzata da una crescita sostenuta, un aumento dei redditi e una crescente integrazione nei mercati globali. </span><span>La traiettoria della Russia è stata molto più irregolare, caratterizzata da periodi di stagnazione, forte intervento statale, una cleptocrazia che non rispetta la proprietà privata e una dipendenza persistente dalle risorse naturali. </span><span>Gli ucraini, situati tra questi due modelli, hanno tratto le proprie conclusioni. Il successo della Polonia fornisce un esempio tangibile di ciò che le riforme orientate al mercato possono realizzare. La Russia, al contrario, offre un monito.</span></p>
<p><span>I risultati rivelano anche importanti modelli demografici. Come nella maggior parte dei paesi, il sostegno all’economia di mercato e al capitalismo in Ucraina è maggiore tra le persone con un livello di istruzione più elevato e redditi più alti. Gli uomini tendono a esprimere opinioni più favorevoli rispetto alle donne, e questo divario di genere è particolarmente pronunciato in Ucraina. Tuttavia, in tutte le fasce d’età, il modello generale rimane invariato: sia gli ucraini più giovani sia quelli più anziani mostrano atteggiamenti ampiamente positivi nei confronti dei mercati.</span></p>
<p><span>Nel loro insieme, questi risultati mettono in discussione l’ipotesi secondo cui le società post-sovietiche condividano mentalità economiche simili. In realtà, l’Ucraina e la Russia si stanno muovendo in direzioni opposte. Una si sta allineando sempre più ai valori economici delle democrazie occidentali; l’altra rimane radicata in una tradizione di controllo statale.</span></p>
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<title>Come la dinamite è diventata l’arma contro il potere dello Stato</title>
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In &quot;Dinamite&quot;, Steven Johnson racconta di come l&#039;invenzione di Alfred Nobel, pensata per lo sviluppo ingegneristico delle città, si sia trasformata nel principale strumento di lotta violenta contro le istituzioni dello Stato
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="1013" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/the-new-york-public-library-cgzdutjd6mu-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/the-new-york-public-library-cgzdutjd6mu-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/the-new-york-public-library-cgzdutjd6mu-unsplash-300x237.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/the-new-york-public-library-cgzdutjd6mu-unsplash-1024x810.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/the-new-york-public-library-cgzdutjd6mu-unsplash-768x608.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/the-new-york-public-library-cgzdutjd6mu-unsplash-1200x950.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p data-start="127" data-end="376">Il viaggio di Pëtr Kropotkin attraverso la frontiera siberiana non si limitò a gettare le basi per idee che sarebbero state utilizzate contro il potere statale centralizzato, ma contribuì anche a trasformare l’identità dello Stato nazionale russo. Pochi decenni dopo il suo ritorno a San Pietroburgo, lungo lo stesso percorso che Kropotkin aveva tracciato attraverso i monti Jablonovyj furono posati i binari della Transiberiana, ancora oggi la ferrovia ininterrotta più lunga al mondo. Prima della Transiberiana, la Russia era di fatto una nazione europea di medie dimensioni, con una sterminata e remota frontiera che avrebbe potuto costituire un Paese a sé, proprio come gli Stati Uniti prima della costruzione della ferrovia transcontinentale. Collegare le ricche e popolose città di Mosca e San Pietroburgo alle risorse agricole e minerarie delle steppe asiatiche fu uno degli atti decisivi nella formazione della Russia moderna.</p>
<p data-start="1071" data-end="1461">Progetti ingegneristici titanici come la Transiberiana non erano solo opera di esploratori e topografi temerari quali Kropotkin e la sua guida. Anche il valico più promettente richiedeva lo spostamento di enormi quantità di terra e roccia per fare strada al ferro e al vapore. E dove non si trovava un passaggio praticabile, bisognava scavare gallerie attraverso granito, gneiss e scisto. Fu la dinamite di Alfred Nobel a rendere tutto questo possibile.</p>
<p data-start="1531" data-end="1697">Nessun esperimento chimico condotto nel diciannovesimo secolo ebbe un impatto tanto significativo sulle infrastrutture del mondo quanto la miscela di nitroglicerina e diatomite da lui inventata. I detrattori di Nobel lo accusavano spesso di alimentare l’industria bellica, probabilmente perché suo padre aveva lavorato nel campo delle munizioni. Tuttavia, la dinamite si rivelò un elemento marginale nella storia della guerra: il suo utilizzo principale rimase confinato all’ingegneria e ai lavori pubblici, permettendo un’impennata senza precedenti nella costruzione di gallerie ferroviarie, sistemi fognari e metropolitane in tutto il mondo, grandi progetti che sarebbero stati impossibili senza le esplosioni controllate della dinamite.</p>
<p data-start="1531" data-end="1697">Quasi tutti i successi ingegneristici dell’epoca – la metropolitana di Londra, il ponte di Brooklyn, la ferrovia transcontinentale americana, il Canale di Panama – fecero ampio affidamento sul nuovo esplosivo. (In parte, l’invenzione di Nobel contribuì anche all’ascesa dell’agenzia investigativa di Allan Pinkerton, che dipendeva dalla rapida espansione delle reti ferroviarie). Anche le attività minerarie beneficiarono della polvere sicura di Nobel: nuovi giacimenti di carbone, essenziali per alimentare l’era industriale, divennero accessibili grazie alla sua invenzione. A metà degli anni Settanta dell’Ottocento, Nobel vendeva i suoi esplosivi nei mercati di tutto il mondo. Il giovane chimico ambizioso era diventato un gigante dell’industria.</p>
<p data-start="1464" data-end="1777">Attratto dalla vivace scena letteraria e filosofica di Parigi, Nobel si trasferì in Francia e acquistò una dimora sontuosa vicino al Bois de Boulogne, con un giardino d’inverno a grandi vetrate e un laboratorio all’avanguardia. I giorni in cui mescolava composti su una chiatta galleggiante erano ormai lontani. A Parigi coltivò rapporti con intellettuali del calibro di Émile Zola, che si ispirò a lui per un personaggio del suo romanzo <em data-start="1905" data-end="1926">Il ventre di Parigi</em>. Ma il suo straordinario successo commerciale ebbe scarso effetto sul suo temperamento: Nobel conservò infatti la malinconia nordica che lo contraddistingueva e rimase soggetto a profondi stati depressivi. Trascorreva lunghe e solitarie ore nel laboratorio parigino, dedicandosi alle sue ultime innovazioni. Era noto come «il milionario più solo al mondo»</p>
<p data-start="170" data-end="640">In parte quella tristezza era dovuta al fatto che Nobel non riusciva ad affrancarsi – e a separare il proprio nome – dalla terribile violenza che da tempo accompagnava la sua ossessione per la nitroglicerina. Sebbene il suo utilizzo in campo militare fosse stato trascurabile, la forma compatta del cilindro di dinamite rendeva possibile una nuova forma di violenza politica. «Come arma, non richiedeva particolari sforzi o abilità» ha scritto la storica Beverly Gage. La dinamite era economica, facilmente reperibile e semplice da usare. Come una pistola o un coltello, poteva essere agevolmente nascosta e trasportata per essere utilizzata in momenti strategici. La dinamite dava al suo possessore la possibilità di agire nell’anonimato; le bombe potevano essere piazzate sulla soglia del nemico o lanciate da lontano. Ma, soprattutto, forniva alla classe operaia una potenza di fuoco paragonabile a quella degli eserciti statali.</p>
<p data-start="1110" data-end="1382">L’invenzione di Nobel rese possibile un nuovo tipo di distruzione, compiuta nelle città e nei palazzi d’Europa non da soldati ma da rivoluzionari e anarchici, molti dei quali si ispiravano agli scritti di Pëtr Kropotkin. La stampa li ribattezzò «il Club della Dinamite». E così, il primo capo di Stato a essere ucciso dall’invenzione di Alfred Nobel fu proprio l’uomo che, molti anni prima, aveva mandato Kropotkin in Siberia per dimostrarsi “utile”: lo zar Alessandro II.</p>
<p data-start="1589" data-end="2005">Il giovane falegname Batyškov non passava inosservato negli alloggi della servitù al Palazzo d’Inverno. Appena ventiduenne, era alto, con una folta chioma, guance rosee e il sorriso facile. Figlio di un contadino, non era abituato alla raffinatezza urbana di San Pietroburgo, ma era un ottimo falegname e ben presto fu incaricato di compiere riparazioni nell’enorme complesso, sede del potere dei Romanov dal 1734. Sembrava soddisfatto del nuovo impiego: corteggiava le cameriere e si aggirava per le immense stanze reali al primo piano del palazzo, restaurando mobili e svolgendo altri lavori manuali dove necessario. Qualche settimana dopo l’inizio del lavoro, nell’autunno del 1879, i suoi colleghi notarono che aveva contratto una qualche influenza stagionale: le sue guance rosee divennero pallide e sudaticce, e iniziò a lamentare forti emicranie. Poi, un giorno, annunciò ai suoi compagni di stanza che si sarebbe sposato e portò un gigantesco baule, destinato al corredo della futura sposa, nei suoi alloggi angusti nel seminterrato. Conduceva una vita frugale, investendo tutti i risparmi nell’acquisto di camicie da notte e sottovesti che conservava nel baule per la fidanzata. L’imminente matrimonio parve giovargli: le sue guance riacquistarono colore e le emicranie scomparvero.</p>
<p data-start="2893" data-end="3302">Il lavoro gli garantì presto una profonda conoscenza della struttura elaborata del palazzo, oltre mille stanze disposte lungo le rive del fiume Neva. Il seguito della famiglia reale – le dame di compagnia, i cortigiani e i parenti dei Romanov – viveva e svolgeva le sue mansioni nel maestoso primo piano, mentre il piano terra e il seminterrato ospitavano le cucine, le officine e gli alloggi della servitù. Un’unità di cinquanta guardie finlandesi occupava il piano terra, proprio sopra gli alloggi di Batyškov nel seminterrato; sopra il corpo di guardia, separata da spesse lastre di granito, si trovava la Sala da pranzo gialla, dove occasionalmente lo zar riceveva gli ospiti per offrire loro un ambiente più intimo. (Intimo, se non altro, rispetto all’immensa sala da pranzo principale del palazzo, che poteva accomodare oltre mille invitati seduti).</p>
<p data-start="3755" data-end="4090">Agli occhi del giovane e affascinante falegname che viveva nel seminterrato, tale disposizione delle stanze era particolarmente interessante per un motivo preciso: sotto le vesti di pizzo che componevano il corredo della sua futura sposa immaginaria erano nascoste centinaia di libbre della miglior dinamite prodotta da Alfred Nobel.</p>
<p data-start="4092" data-end="4404">Batyškov, il cui vero nome era Stepan Nikolaevič Chalturin, era stato recentemente reclutato nell’organizzazione terroristica clandestina chiamata Volontà del Popolo. Poco tempo dopo gli era stato affidato un ruolo chiave in un’operazione sotto copertura per assassinare lo zar, destinata a protrarsi per mesi. Ogni mattina Chalturin lasciava il palazzo per incontrarsi di nascosto con il suo supervisore, il radicale Aleksandr Aleksandrovič Kvjatkovskij, che gli consegnava uno o due candelotti di dinamite mentre lui condivideva le ultime informazioni raccolte dall’interno del palazzo. Inizialmente Chalturin nascose gli esplosivi sotto il cuscino, ma ben presto la scorta divenne troppo ingombrante per passare inosservata; inoltre, il suo colorito grigiastro e i continui mal di testa non lasciavano dubbi sul fatto che dormire per mesi sopra una sostanza tossica come la nitroglicerina non fosse sostenibile a lungo. Come copertura, inventò la storia del fidanzamento e del corredo per giustificare la presenza del baule chiuso a chiave e stipato in un angolo della sua stanza.</p>
<p data-start="5188" data-end="5464">Per il primo mese il piano procedette senza troppi ostacoli. In seno a Volontà del Popolo infuriava un dibattito sulla quantità esatta di dinamite necessaria per aprire una breccia nel corpo di guardia e infliggere un colpo fatale agli occupanti della Sala da pranzo gialla. Il gruppo valutava anche le implicazioni morali legate alla distruzione del corpo di guardia implicato nell’attacco finale contro lo zar. Chalturin stimava che l’esplosione avrebbe ucciso almeno cinquanta sentinelle, una previsione che si rivelò fin troppo prudente. Nella sua fredda logica, tale bilancio di vittime collaterali significava una cosa sola: era meglio peccare per eccesso nell’accumulare dinamite in modo da assicurarsi, come disse ai compagni, che le guardie «non morissero invano».</p>
<p data-start="5969" data-end="6089">Poi, un bel giorno, senza nessuna spiegazione il supervisore Kvjatkovskij smise di presentarsi agli incontri quotidiani.</p>
<p data-start="5969" data-end="6089"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-595697 aligncenter" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/i-id13842-mw600-1x-195x300.jpg?x17776" alt="" width="142" height="218" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/i-id13842-mw600-1x-195x300.jpg 195w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/12/i-id13842-mw600-1x.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 142px) 100vw, 142px"></p>
<p data-start="1464" data-end="1777"><a href="https://neripozza.it/libro/9788854533424" target="_blank" rel="noopener"><em>Tratto da “Dinamite”, di Steven Johnson, ed. Neri Pozza, pp. 45, 26,00€</em></a></p>
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<title>L’era della resilienza energetica</title>
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<description><![CDATA[ 
Pandemia, guerre e shock climatici cambiano le priorità globali. Efficienza e prezzo non bastano più: contano sicurezza e politica. Le nuove filiere diventano leve geopolitiche
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>L’era, della, resilienza, energetica</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dan-meyers-w6x7xaolqa0-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dan-meyers-w6x7xaolqa0-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dan-meyers-w6x7xaolqa0-unsplash-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dan-meyers-w6x7xaolqa0-unsplash-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dan-meyers-w6x7xaolqa0-unsplash-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dan-meyers-w6x7xaolqa0-unsplash-1200x900.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>L’evoluzione dell’ordine economico mondiale porta i Paesi a spostare la priorità dalla mera efficienza all’affidabilità, all’isolamento e alla leva strategica. Oggi, a livello mondiale il tema centrale per l’energia non è più solo l’ascesa delle rinnovabili né l’ostinata resistenza dei combustibili fossili: è infatti in corso una trasformazione più profonda che interessa la struttura stessa dell’economia mondiale. L’epoca in cui le filiere di fornitura attraversavano agevolmente i confini e il supremo principio organizzativo era l’efficienza cede ormai il passo a qualcosa di più cauto, più politico e più strategico. La nuova priorità è la resilienza, cioè la capacità di resistere agli shock e di mantenere la continuità in un mondo di sconvolgimenti a cascata.</p>
<p>Gli eventi degli ultimi cinque anni hanno reso tale cambiamento inevitabile. Una pandemia che ha congelato le filiere di approvvigionamento, guerre che hanno trasformato le vie di transito dell’energia in vere e proprie armi (la cosiddetta weaponization), eventi meteorologici estremi che hanno messo a dura prova reti e sistemi di stoccaggio: questi eventi hanno svelato come anche le economie avanzate siano vulnerabili.</p>
<p>L’International Energy Agency (IEA) è stata chiara: gli investimenti nell’approvvigionamento di combustibili fossili “unabated” nel 2023 erano destinati a crescere di oltre il 6 per cento, raggiungendo circa 950 miliardi di dollari a livello globale. Nei soli settori upstream di petrolio e gas erano stimati investimenti per oltre 500 miliardi di dollari.</p>
<p>Nel 2024 la domanda mondiale di energia è tornata a salire, trainata da eventi meteorologici estremi e dalla ripresa industriale, con una crescita delle fonti non fossili in un sistema ancora sostenuto dai combustibili fossili. Questi sconvolgimenti non si sono limitati a causare l’interruzione delle forniture: hanno addirittura ridisegnato la strategia.</p>
<p><strong>A dettare il ritmo è la rivalità tra Stati Uniti e Cina</strong><br>
Che lo si ammetta oppure no, il mutevole equilibrio tra Stati Uniti e Cina è sempre più determinante nel plasmare il sistema L’ energetico mondiale. La Cina rappresenta ormai più del 50 per cento della capacità di produzione di batterie a livello mondiale e ha il predominio nella lavorazione delle terre rare (si stima addirittura il 90 per cento).</p>
<p>Nel frattempo, nel 2022 gli Stati Uniti hanno riorganizzato il meccanismo degli incentivi con l’Inflation Reduction Act (IRA) e la relativa politica industriale per convogliare centinaia di miliardi di dollari nella produzione di energia pulita, di semiconduttori, di prodotti farmaceutici e in altri settori strategici. Ciò che conta ora, più che il pacchetto di misure dell’Inflation Reduction Act, sono i capitali, cioè gli impegni per la produzione negli Stati Uniti e per le alleanze con partner in Medio Oriente e in Asia. Per molti paesi, non si tratta più di prezzo e tecnologie bensì di allineamento.</p>
<p>Nel 2024 più di 30 paesi hanno riscritto la propria strategia nazionale per la sicurezza energetica, per ridurre l’esposizione alle filiere di fornitura statunitense e cinese. Sostenere la neutralità è sempre più difficile. Come ha osservato Raphael Lotilla, segretario per l’Energia delle Filippine, “la sicurezza energetica oggi non è più solo questione di quello che possiamo permetterci, ma di sapere su chi possiamo contare quando il mondo diventa imprevedibile”.</p>
<p><strong>Europa: principi sotto pressione<br>
</strong> Nessuna regione avverte le tensioni in atto quanto l’Europa. Prima della guerra in Ucraina, la Russia forniva circa il 40 per cento del gas europeo. Alla fine del 2023 questa cifra era scesa al di sotto del 10 per cento, ma a costo di impennate nei prezzi, tensioni industriali e frammentazioni politiche interne. Parallelamente, nel 2024 eolico e solare hanno generato una quota record di elettricità nell’Unione europea (UE), ma le attrezzature necessarie per sostenere questo progresso sono rimaste fortemente legate alle filiere cinesi. L’Europa sta scoprendo che la resilienza non necessita solo diversificazione ma anche di chiarezza politica su quali dipendenze si possano tollerare.</p>
<p><strong>Produttori in transizione<br>
</strong>Nell’attesa della transizione, i paesi produttori di petrolio e gas non restano passivi: si preparano dotandosi di coperture dai rischi. Il patrimonio complessivo dei fondi sovrani del Golfo supera ormai i 4.000 miliardi di dollari. Nel 2023, le sottoscrizioni di contratti di gas naturale liquefatto (GNL) a livello mondiale sono aumentate all’incirca del 50 percento rispetto a cinque anni prima, fatto che indica come le infrastrutture fossili di lungo periodo non vengano abbandonate bensì riposizionate. Come di recente affermato da Abdulaziz bin Salman, ministro dell’Energia dell’Arabia Saudita, “la sfida non è il picco del petrolio. La sfida è navigare in un mondo in cui a scarseggiare sono le certezze”.</p>
<p><strong>La nuova geografia delle filiere di fornitura</strong><br>
I cambiamenti più evidenti non sono nei flussi di merci bensì nella geografia industriale: le fabbriche di batterie vengono trasferite in prossimità dei mercati finali; in Africa, Asia e Americhe si rinegoziano i corridoi dei minerali critici; le infrastrutture non sono valutate solo in base ai costi ma anche in termini di affidabilità politica. Di recente, un produttore europeo di apparecchiature per rinnovabili, per i materiali delle terre rare è passato da un fornitore asiatico a basso costo a un fornitore australiano più costoso: ha scelto di pagare un premio per la prevedibilità.</p>
<p><strong>L’ampiezza del cambiamento</strong><br>
Il riallineamento strategico in corso è di portata impressionante. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha avvertito che, per mantenere gli attuali livelli di produzione di petrolio e gas fino al 2050, il mondo dovrebbe investire circa 540 miliardi di dollari all’anno nell’esplorazione e nello sviluppo di nuovi giacimenti. Nel frattempo, si assiste alla rapida espansione delle iniziative volte a rafforzare la sicurezza energetica e la resilienza delle filiere di fornitura. Anche le aggiunte di fonti rinnovabili toccano nuovi record, ma i combustibili fossili restano predominanti. Significa che il mondo non sta uscendo dagli idrocarburi ma li sta riorganizzando al riparo di mura difensive.</p>
<p>Quella che emerge non è solo una transizione energetica: è anche un’aggiunta di energia e un riassetto del potere. L’economia diventa strategia, le filiere di fornitura si comportano come alleanze. E l’energia, un tempo trattata come una commodity, riconquista il proprio ruolo storico di leva di influenza geopolitica. A trarre vantaggio da tale situazione sarà chi saprà ragionare contemporaneamente sulle tre dimensioni di tecnologia, mercati e potere. Chi ancora crede che a determinare i risultati siano solo i segnali di prezzo si troverà a scoprire, ma troppo tardi, che l’efficienza non è l’opposto della fragilità ma può esserne la causa. La mappa energetica globale è in fase di ridisegno. La domanda, quindi, non è più se ciò accadrà, ma chi ne definirà i contorni nel nuovo ordine resiliente.</p>
<p><strong>Gli investimenti mondiali</strong><br>
Gli investimenti globali nell’approvvigionamento di combustibili fossili “unabated” nel 2023 erano destinati a crescere di oltre il 6 percento, raggiungendo circa 950 miliardi di dollari. Nei soli settori upstream di petrolio e gas erano stimati investimenti per oltre 500 miliardi di dollari. Nel 2024 la domanda mondiale di energia è tornata a salire, trainata da eventi meteorologici estremi e dalla ripresa industriale, con una crescita delle fonti non fossili in un sistema ancora sostenuto dai combustibili fossili.</p>
<p><em>Questo è un articolo del numero di </em><em>Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, <a href="https://store.linkiesta.it/prodotto/linkiesta-magazine-04-25-scenari-2026/" target="_blank" rel="noopener">ordinabile qui.</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/lera-della-resilienza-energetica/">L’era della resilienza energetica</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>A Stanford il Partito comunista cinese non studia soltanto</title>
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Un operativo dell’intelligence di Pechino ha preso di mira Elsa Johnson, studentessa alla prestigiosa università americana. La sua storia è diventata il caso emblematico di un problema che le democrazie occidentali non possono più ignorare
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="929" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/22605970-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/22605970-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/22605970-large-300x218.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/22605970-large-1024x743.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/22605970-large-768x557.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/22605970-large-1200x871.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><i>Stanford, California</i>. Elsa Johnson è diventata, suo malgrado, il volto di un dibattito che gli Stati Uniti conducono da anni e che solo ora, anche grazie a lei, è arrivato nelle aule del Congresso.</p>
<p>Studentessa di East Asian Studies a Stanford, 21 anni, parla mandarino da quando ne aveva 5: lo ha imparato in una scuola di Minneapolis dove le lezioni si tenevano in cinese. Amava la cultura di quel Paese. Oggi, invece, è fisicamente sorvegliata nel campus da agenti legati al Partito comunista cinese e teme per la sicurezza della propria famiglia. Lo ha dichiarato, sotto giuramento, nel corso di <a href="https://edworkforce.house.gov/uploadedfiles/elsa_johnson_written_testimony.pdf">un’audizione</a> la scorsa settimana davanti alla commissione Educazione della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.</p>
<p>Tutto è cominciato nel giugno 2024, quando un uomo che si faceva chiamare Charles Chen le ha scritto su Instagram spacciandosi per studente di Stanford. Le ha chiesto se parlasse mandarino – un’informazione che non compariva da nessuna parte sul suo profilo – e ha ottenuto risposta. Johnson ha raccontato la vicenda al <a href="https://www.thetimes.com/us/news-today/article/spy-chinese-catfish-communist-party-stanford-rm5d5k6fw">Times</a> lo scorso agosto: nelle settimane successive Chen ha cercato di costruire un rapporto, offrendosi di pagarle un viaggio in Cina, inviandole un itinerario aereo da Los Angeles a Shanghai e persino lo screenshot di una transazione bancaria per dimostrare di poterselo permettere. Ha insistito perché la conversazione si spostasse su WeChat, piattaforma cinese sottoposta a controllo statale. Poi, a luglio, ha compiuto un passo ulteriore: ha commentato pubblicamente un suo post su Instagram, in mandarino, chiedendole di cancellare gli screenshot delle loro conversazioni private. Johnson non aveva detto a nessuno di averli fatti. L’unica spiegazione plausibile era che il suo telefono o il suo account fossero stati compromessi.</p>
<p>A quel punto ha contattato due esperti di Cina a Stanford, che l’hanno messa in collegamento con un referente del Federal Bureau of Investigation. A settembre ha consegnato tutto il materiale. Le indagini hanno stabilito che Chen non aveva alcuna affiliazione con l’ateneo: da anni si fingeva studente, utilizzando profili social costruiti ad arte per colpire giovani donne impegnate su temi legati alla Cina. Almeno dieci le vittime identificate dal 2020 in poi. La conclusione degli investigatori è netta: Chen era quasi certamente un operativo del ministero per la Sicurezza dello Stato cinese, ovvero l’intelligence cinese.</p>
<p>Nell’inchiesta pubblicata nel maggio 2025 sullo <a href="https://stanfordreview.org/investigation-uncovering-chinese-academic-espionage-at-stanford/">Stanford Review</a>, insieme al collega Garret Molloy, Johnson aveva ricostruito la strategia strutturale dietro il suo caso. Il ministero per la Sicurezza dello Stato cinese opera secondo una logica di raccolta non convenzionale: utilizza civili privi di legami formali con i servizi per acquisire, in modo discreto, conoscenze strategiche americane – metodologie di ricerca, pratiche di laboratorio, reti di contatto – senza ricorrere al furto di documenti classificati. Fonti anonime tra docenti e ricercatori confermano che una quota degli oltre 1.100 studenti cinesi presenti nell’ateneo riferisce attivamente al Partito comunista, in virtù della Legge sull’intelligence nazionale del 2017, il cui articolo 7 obbliga ogni cittadino cinese, ovunque si trovi, a collaborare con le attività di intelligence dello Stato.</p>
<p>Alla testimonianza della scorsa settimana, Johnson non si è presentata più soltanto come vittima, ma come interlocutrice del Congresso. Ha riferito che il Bureau l’aveva informata di essere fisicamente monitorata nel campus. Ha descritto telefonate intimidatorie ancora in corso, provenienti da numeri americani, con interlocutori che improvvisamente passano al mandarino. L’ultima, pochi giorni prima dell’audizione: il chiamante le chiedeva se avesse finito di cenare. Ha denunciato anche l’inerzia di Stanford: a un anno dall’inchiesta, non esistono canali di segnalazione dedicati, né uffici competenti, né programmi di formazione sistematica. La ragione, suggerisce, è anche economica: le università americane incassano ogni anno circa 12 miliardi di dollari dagli studenti cinesi. «Stanford ha deciso che questo non richiede una risposta», ha detto.</p>
<p>Il contesto è quello tracciato dal <a href="https://www.dni.gov/files/NCSC/documents/products/08222025_Safeguarding-Academia.pdf">bollettino</a> del National Counterintelligence and Security Center, pubblicato lo scorso agosto, che definisce la Cina «la minaccia di spionaggio più ampia, attiva e persistente per gli Stati Uniti» e ne elenca i principali strumenti: programmi di reclutamento di talenti, collaborazioni di ricerca non dichiarate, tecniche di <i>elicitation</i>, minacce interne e intrusioni informatiche. Il caso di Charles Lieber, già presidente del dipartimento di Chimica di Harvard, condannato per aver mentito sui suoi legami con il Thousand Talents Program e poi nominato, nell’aprile 2025, <i>chair professor</i> alla Tsinghua University, dimostra che il problema non riguarda soltanto gli studenti.</p>
<p>La sicurezza della ricerca è ormai una priorità esplicita sia per il Congresso sia per l’esecutivo. Il <a href="https://www.congress.gov/bill/119th-congress/house-bill/1048">Deterrent Act</a>, che dovrebbe abbassare la soglia di dichiarazione obbligatoria dei fondi stranieri da 250.000 a 50.000 dollari e azzerarla per i Paesi considerati avversari, è stato approvato alla Camera nel marzo 2025 con un ampio sostegno bipartisan; la palla è ora al Senato.</p>
<p>Ma la questione ha anche una dimensione internazionale: il tema si è imposto come agenda multilaterale dall’inizio del decennio, spinto dal riposizionamento della competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina come questione di sicurezza nazionale, accelerato dalla pandemia Covid-19. I Paesi del G7 si sono progressivamente dotati di strumenti comuni: dal Research Compact adottato nel summit in Cornovaglia nel 2021, ai principi condivisi sotto la presidenza tedesca nel 2022, fino alle linee guida operative definite con la guida giapponese nel 2023.</p>
<p>Non si tratta, infatti, più soltanto di un dossier americano. Anche in Europa l’allarme è ormai esplicito: <a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/mi5-allerta-partiti-universita-ingerenze-straniere/">recentemente</a>, nel Regno Unito, l’intelligence ha avvertito partiti politici e università del rischio crescente di ingerenze straniere sistematiche, capaci di sfruttare proprio le vulnerabilità del mondo accademico, ovvero apertura, collaborazione internazionale, dipendenza da fondi esterni. Il punto, ormai, non è più se il fenomeno esista – <a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/mi5-allerta-partiti-universita-ingerenze-straniere/">anche in Italia</a>, dove il piano del governo per la sicurezza della ricerca, varato a novembre 2024, è su base volontaria e con auto-valutazione. Ma quanto a lungo si possa permettere che resti senza una risposta strutturata.</p>
<p>È qui che la storia di Johnson cambia natura. Non è più soltanto il racconto di un caso individuale, né un incidente isolato. È la dimostrazione concreta di una zona grigia – tra accademia, sicurezza nazionale e competizione tecnologica – che le democrazie occidentali hanno a lungo preferito ignorare. E che ora, sempre più chiaramente, non possono più permettersi di farlo.</p>
<p> </p>
<p><em>Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Territori, quando la sostenibilità diventa pratica quotidiana</title>
<link>https://www.eventi.news/territori-quando-la-sostenibilita-diventa-pratica-quotidiana</link>
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La filosofia “Cook the Mountain” di Norbert Niederkofler in trasferta nella Toscana di Daniele Sera per un progetto grazie al quale la cucina trova l’equilibrio tra ricerca gastronomica e materia disponibile, ambiente, stagionalità
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Territori, quando, sostenibilità, diventa, pratica, quotidiana</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-170.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-170.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-170-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-170-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-170-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-170-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La sostenibilità nella ristorazione è uno di quei concetti che tutti evocano ma pochi definiscono davvero. È un tema che attraversa il presente e il futuro del settore, ma che sfugge a una codifica precisa: non esiste un prontuario, né un elenco di requisiti da spuntare per dichiararsi sostenibili.</p>
<p>Sostenibilità non è una certificazione ma un sistema di scelte. Riguarda le materie prime, da dove arrivano, come vengono coltivate, chi le produce, ma anche il lavoro in termini di condizioni delle brigate, formazione, ore lavorate, dignità economica. E poi la gestione degli sprechi, terreno su cui la tecnica incontra la creatività, trasformando ciò che resta in origine di un nuovo piatto.</p>
<p>È un perimetro ampio, che investe ogni gesto quotidiano di un ristorante, e oggi non esiste realtà gastronomica che possa sottrarsi a questo confronto, la sostenibilità è insieme urgenza e obbligo culturale.</p>
<p>In questo scenario, anche i riconoscimenti finiscono talvolta per oscillare tra sostanza e rappresentazione. Accade che si rincorra un’idea di sostenibilità più dichiarata che praticata, più estetica che fattiva.</p>
<p>Ma accanto a queste interpretazioni esiste una ristorazione che ha scelto una strada più radicale: fare della sostenibilità non un tema, ma un metodo.</p>
<p>È il caso dell’incontro tra <a href="https://www.instagram.com/sera.daniele/" target="_blank" rel="noopener">Daniele Sera</a>, chef del ristorante <a href="https://www.belmond.com/it/hotels/europe/italy/tuscany/belmond-castello-di-casole/dining?srsltid=AfmBOopabSwb5XRpPO5WJrcREnoiAB2eCVWu3umiK-ODLz__nyzYhUnj#tosca" target="_blank" rel="noopener">Tosca</a> al Castello di Casole, e <a href="https://www.instagram.com/nniederkofler/" target="_blank" rel="noopener">Norbert Niederkofler</a>. Un sodalizio che nasce da una convergenza di visione e che trova espressione nel progetto “Territori”: un menu che è, prima di tutto, un motore di ricerca.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-610661" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-293.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-610661" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-293-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-293-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-293-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-293-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-293-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-293.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">@Territori</figcaption></figure>
<p>“Territori” si presenta infatti come un laboratorio gastronomico applicato, dove la cucina diventa strumento per interrogare il rapporto tra ecosistemi e contemporaneità. Alla base, un principio tanto semplice quanto esigente: utilizzare in cucina solo ciò che è visibile dalla finestra. È la sintesi della filosofia “Cook the Mountain” di Niederkofler, qui trasposta in un contesto diverso e declinata secondo la tradizione toscana.</p>
<p>A Casole questa visione prende forma concreta negli orti del Castello, da cui Sera attinge per realizzare i suoi piatti. Non solo varietà tradizionali, ma anche colture che diventano locali per adattamento, come lo <em>yacon</em>, il tubero di origine andina che trova nel clima toscano un habitat favorevole e si trasforma in cucina in un delizioso sorbetto.</p>
<p>È qui che la sostenibilità smette di essere un concetto astratto e si misura nella pratica, nella relazione con i produttori, nella stagionalità che non è più vincolo ma diventa linguaggio.</p>
<p>«La materia prima guida, la tecnica segue»: più che una dichiarazione, un intento operativo. E forse è proprio in questo equilibrio tra territorio e gesto che la sostenibilità trova la sua forma più credibile.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-610657" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-272.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-610657" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-272-782x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="838" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-272-782x1024.jpg 782w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-272-229x300.jpg 229w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-272-768x1005.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-272-917x1200.jpg 917w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/territori-cdc-2026-272.jpg 978w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">@Territori</figcaption></figure>
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<title>Meloni ora vuole la separazione delle carriere con Trump e Bibi</title>
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La presidente del Consiglio cerca il suo momento Sigonella per invertire i sondaggi, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Meloni, ora, vuole, separazione, delle, carriere, con, Trump, Bibi</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23981073-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23981073-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23981073-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23981073-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23981073-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/04/23981073-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Avevate capito male: il referendum del 22 e 23 marzo non era sulla giustizia, ma sulla politica estera, e a quanto pare, almeno per come sembra vederla Giorgia Meloni, ha vinto il Sì alla separazione delle carriere: della sua, s’intende, da quelle di Donald Trump e Benjamin Netanyahu.</p>
<p>L’elenco delle prese di posizione in cui si è manifestato il cambio di atteggiamento nei loro confronti, ad appena una settimana dal voto, è già lungo: prima le dichiarazioni di inusuale durezza contro il governo israeliano, sia sull’incidente che ha riguardato il cardinale Pizzaballa sia sulla questione della pena di morte, poi il caso della base di Sigonella rifiutata agli americani, reso ancora più grottesco dalla sequela di precisazioni, smentite e controsmentite rimbalzate tra ministero della Difesa, Palazzo Chigi e Pentagono.</p>
<p>Naturalmente per ognuno di questi episodi ci sono ragioni particolari ed elementi di contesto che possono essere invocati per precisare, delimitare e ridimensionare la portata della svolta. Ma è difficile credere alla maggioranza quando si ostina a negare la correlazione tra questa sfilza improvvisa di prese di distanza e il risultato del referendum.</p>
<p>È noto a tutti come l’analisi del voto e i successivi sondaggi abbiano portato immediatamente a collegare la sconfitta referendaria con l’impopolarità di Trump, dei suoi dazi e della sua guerra in Iran, senza dimenticare il voto dei giovani e il peso che ha avuto, per loro in particolare, la guerra di Gaza.</p>
<p>Quella del governo appare insomma come una scelta compiuta a freddo, a maggior ragione se si considera plausibile l’ipotesi, avanzata dai giornali, secondo cui fino a ieri Palazzo Chigi avrebbe chiuso un occhio davanti a casi analoghi, e adesso, tutto a un tratto, avrebbe deciso invece di aprirli entrambi, per far rispettare gli accordi nel modo più scrupoloso. Il che spiegherebbe anche il perché del singolare comportamento dell’aviazione americana, che si sarebbe limitata a comunicare le proprie intenzioni quando gli aerei erano già in volo.</p>
<p>Quanto alle successive rassicurazioni e smentite del Pentagono, e ai retroscena secondo cui Meloni avrebbe ottenuto prima una sorta di via libera da Washington, non farebbero che aggiungere un ulteriore tocco di ridicolo a un quadro ormai ben conosciuto, riducendo il tutto a una piccola sceneggiata propagandistica.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/2026/04/meloni-conte-rilancio-politico-crisi-leadership-italia/" target="_blank" rel="noopener">Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema</a></p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Sigonella mon amour</title>
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<description><![CDATA[ 
Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="1080" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-8.jpeg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-8.jpeg 1080w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-8-300x300.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-8-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-8-150x150.jpeg 150w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-8-768x768.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px"></p><p></p>
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<title>Il modo più intelligente di attraversare l’Atlantico è volare in pieno comfort</title>
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Con La Compagnie il volo smette di essere una pausa e torna a essere tempo utilizzabile. Un modello che elimina tutte le frizioni del volo e trasforma le ore tra partenza e arrivo in un’esperienza continua
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>Negli ultimi anni abbiamo imparato a ottimizzare tutto: il lavoro, il tempo libero, persino il sonno. Una corsa all’efficienza totale. Eppure c’è ancora una zona in cui il tempo sembra sospeso e poco utilizzabile: le ore in volo. È proprio lì che interviene La Compagnie. Non aggiungendo qualcosa, ma togliendo. Togliendo l’idea stessa di “classe”, per esempio: a bordo non esiste una gerarchia, ogni posto è business, ogni sedile diventa un letto, ogni passeggero ha lo stesso spazio. Solo settantasei persone, dove normalmente ce ne sarebbero più di duecento.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-611024" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-611024" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dsc-2558-1024x683.jpg?x17776" alt="" width="640" height="427" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dsc-2558-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dsc-2558-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dsc-2558-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dsc-2558-1200x801.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dsc-2558.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text">La Compagnie</figcaption></figure>
<p>Togliendo il tempo inutile. L’imbarco dura pochi minuti, il passaggio dall’aeroporto all’aereo è continuo, senza frizioni. Non c’è corsa, non c’è affollamento, non c’è quella sensazione di dover conquistare un posto anche se non ce n’è realmente bisogno perché tanto è assegnato. Ma soprattutto, togliendo quella distanza sottile che di solito esiste tra la vita a terra e quella in volo. Lavorare smette di essere un compromesso: la connessione a bordo degli aerei La Compagnie è sempre stabile, lo spazio è sufficiente, il tempo torna utilizzabile. Oppure, al contrario, si può scegliere di non fare nulla – ma farlo davvero. Senza distrazioni, senza interruzioni.</p>
<p>Anche ciò che normalmente viene standardizzato cambia natura. Il cibo, per esempio. In molti voli è un passaggio obbligato, serve più a riempire il tempo che a definirlo. La Compagnie ha deciso di renderlo parte del ritmo di viaggio. Un momento che accompagna il percorso invece di interromperlo: menu pensati da grandi chef, ingredienti stagionali, una ricerca che prova a restituire anche in quota una dimensione riconoscibile, non anonima. Non è tanto una questione di alta cucina, quanto di coerenza: portare a diecimila metri di quota qualcosa che non sembri progettato per essere solo consumato e dimenticato.</p>
<p>È lo stesso principio che guida tutto il resto. Ridurre il rumore, aumentare la continuità. In questo senso, il modello di La Compagnie è più vicino a un jet privato che a un volo di linea. Non per esclusività, ma per coerenza: non c’è un “prima” e un “dopo”, ma un unico flusso.</p>
<p>Anche il prezzo segue questa logica. La business class smette di essere un’eccezione e diventa una possibilità concreta, con tariffe più accessibili rispetto alle cabine premium tradizionali. Alla fine, la differenza non è tanto in ciò che viene offerto, ma in ciò che scompare. Sparisce l’attesa. Sparisce il rumore. Sparisce quella sensazione di tempo perso che accompagna ogni viaggio. E quello che resta è più raro: non il lusso, non il servizio, non la velocità. Ma una continuità quasi impercettibile tra partire e arrivare. Come se, per una volta, il viaggio non fosse una parentesi, ma parte della storia.</p>
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<title>Le filiali Adecco diventano presidi territoriali per contrastare la violenza di genere</title>
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Sono diciassette le filiali distribuite lungo tutta la penisola, con oltre cento dipendenti formati da DonnexStrada per offrire ascolto, primo supporto e orientamento a chiunque, vittima o testimone di violenza
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 16:30:02 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p><span>Le filiali coinvolte si trovano a Catania, Palermo, Salerno, Modena, Foligno, Jesi, Melfi, Ortona, Ferrara, Modugno, Cassino, Belluno, Rovigo, Montichiari, Imperia, Monza e Varese. In queste sedi oltre cento dipendenti hanno seguito una formazione specifica, pensata per fornire strumenti pratici e competenze utili ad accogliere le persone, riconoscere situazioni di rischio e indirizzare verso la rete dei servizi di assistenza.</span></p>
<p><span>Il progetto Punti Viola si basa sull’idea di creare presìdi diffusi, facilmente identificabili e integrati nel tessuto urbano, in cui chiunque, vittima o testimone di violenza, possa entrare e ricevere un aiuto immediato. Non si tratta di centri specializzati, ma di luoghi di prossimità che possono svolgere una funzione di primo contatto e orientamento.</span></p>
<div class="jetpack-video-wrapper"></div>
<p><span>«Adecco è la prima Agenzia per il Lavoro in Italia che ha scelto di rendere le proprie filiali Punti Viola», ha dichiarato Virginia Stagni, Chief Marketing Officer di The Adecco Group Italy, spiegando che l’iniziativa rappresenta «un’evoluzione della nostra presenza sui territori», con l’obiettivo di diventare «un punto di riferimento sociale per l’intera collettività», trasformando le filiali in spazi «sicuri, protetti, di tutela e protezione».</span></p>
<p><span>Anche l’Associazione DonnexStrada ha sottolineato il valore operativo del progetto. Irene De Cristofaro ha detto che «portare i Punti Viola dentro le filiali Adecco significa trasformare luoghi a diretto contatto con le persone in spazi di protezione reale», evidenziando come la formazione non riguardi solo procedure, ma la capacità di «accogliere senza giudizio, riconoscere il rischio e attivare la rete».</span></p>
<p><span>L’iniziativa si inserisce in un contesto più ampio di attenzione al tema della violenza di genere in Italia, dove negli ultimi anni si è sviluppata una rete articolata di servizi pubblici e privati. Progetti come Punti Viola puntano a rafforzare l’accessibilità dell’aiuto, avvicinandolo ai luoghi della vita quotidiana. </span></p>
<p><span>Resta aperta la possibilità di un’estensione futura del modello ad altre sedi e ad altri contesti, con l’obiettivo di ampliare la rete di presìdi e rendere sempre più capillare la presenza di punti di supporto sul territorio.</span></p>
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<title>Rally: Ceccato domina il Ciocco Over 55</title>
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<description><![CDATA[ In testa dal primo all&#039;ultimo metro il pilota di Bassano del Grappa prende il comando delle operazioni tra le vecchie volpi del Campionato Italiano Assoluto Rally. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:00:32 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Sergei Rachmaninoff: rinnovamento della tradizione musicale del passato</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 1° Aprile ed in questo giorno, nel 1873, a Velikij Novgorod, in Russia, nasceva il grande compositore e pianista Sergei Rachmaninoff (nome completo Sergej Vasil’evič Rachmaninov), considerato l’ultimo dei romantici per la sua adesione a melodie struggenti e per la sua capacità di rinnovare la tradizione musicale del passato. Cresciuto in una […] ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:00:32 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Rachmaninov-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Oggi è il 1° Aprile ed in questo giorno, nel 1873, a Velikij Novgorod, in Russia, nasceva il grande compositore e pianista Sergei Rachmaninoff (nome completo Sergej Vasil’evič Rachmaninov), considerato l’ultimo dei romantici per la sua adesione a melodie struggenti e per la sua capacità di rinnovare la tradizione musicale del passato. Cresciuto in una […]]]> </content:encoded>
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<title>Rally: il Ciocco esalta De Antoni</title>
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<description><![CDATA[ Parte con il piede giusto il 2026 del pilota di Camposampiero, secondo nell&#039;atto inaugurale della serie Lancia e terzo in chiave CIAR due ruote motrici. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:00:31 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Mixa presenta BALM CICA+ Il balsamo riparatore multiuso pensato per tutta la famiglia</title>
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<description><![CDATA[ Il prodotto è ipoallergenico, testato sotto controllo dermatologico, pediatrico e oftalmologico, e certificato per l’utilizzo su pelle sensibile ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:00:31 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Ultimo step formativo per le GEV di Torre Guaceto: dall’estate 2026 braccio operativo della Capitaneria di porto</title>
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<description><![CDATA[ L’obiettivo è contrastare in modo capillare i reati sulla costa. Grazie ad un accordo tra il Consorzio di Gestione di Torre Guaceto e la Capitaneria di porto di Brindisi, le Guardie Ecologiche Volontarie ricevono formazione specifica. Pronti alla stretta sulla pesca di frodo e la balneazione in zona A ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:00:21 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>INPS: il Fascicolo previdenziale del cittadino diventa uno strumento chiave per il controllo della propria posizione contributiva</title>
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<description><![CDATA[ Sempre più centrale il ruolo dei servizi digitali per verificare contributi, pagamenti e comunicazioni in tempo reale ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:00:21 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Cristiana Alicata nuova Mobility Director di Subito</title>
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<description><![CDATA[ Subito, prima piattaforma italiana di re‑commerce[1], con i suoi 2,8 milioni di utenti unici al giorno, annuncia l’ingresso in azienda di Cristiana Alicata in qualità di Mobility Director e nuovo membro del board aziendale, a riporto diretto del CEO Giuseppe Pasceri ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:00:21 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Redoro vince l’ambito premio Sol d’Oro 2026 con il suo Olio Biologico</title>
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<description><![CDATA[ L’azienda veronese Redoro si aggiudica il premio Sol d’Oro nella categoria Big Producers Biologico al 24° Sol d’Oro Emisfero Nord, confermando il ruolo del Nord Italia nella nuova geografia dell’olio di qualità. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:00:10 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Redoro, vince, l’ambito, premio, Sol, d’Oro, 2026, con, suo, Olio, Biologico</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Redoro-Premio-SOL-DORO-CS-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Margherita, Lorenzo e Daniele Salvagno con il Premio Sol D'Oro." decoding="async">L’azienda veronese Redoro si aggiudica il premio Sol d’Oro nella categoria Big Producers Biologico al 24° Sol d’Oro Emisfero Nord, confermando il ruolo del Nord Italia nella nuova geografia dell’olio di qualità.]]> </content:encoded>
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<title>Autogrù vs Camion Gru: Guida alla Scelta per il Sollevamento Professionale</title>
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<description><![CDATA[ Nel settore dell’edilizia e della logistica pesante, la precisione non è un optional. Quando si tratta di movimentare carichi importanti, la domanda è: meglio puntare sulla potenza di un’autogrù o sulla versatilità di un camion gru? Sebbene entrambi i mezzi servano a sollevare e spostare oggetti pesanti, le loro caratteristiche tecniche li rendono adatti a […] ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:00:10 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Md-Service-srls-lavoro-cantiere-di-Feltre-9-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Nel settore dell’edilizia e della logistica pesante, la precisione non è un optional. Quando si tratta di movimentare carichi importanti, la domanda è: meglio puntare sulla potenza di un’autogrù o sulla versatilità di un camion gru? Sebbene entrambi i mezzi servano a sollevare e spostare oggetti pesanti, le loro caratteristiche tecniche li rendono adatti a […]]]> </content:encoded>
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<title>INPS: il Cassetto Previdenziale Aziende si conferma strumento centrale per la gestione contributiva delle imprese</title>
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<description><![CDATA[ Un unico punto di accesso digitale per monitorare contributi, anomalie e comunicazioni con l’Istituto ]]></description>
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<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 15:00:10 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>I due pesi di Meloni, repulisti a Roma ma in Sicilia come se nulla fosse</title>
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Pezzi da novanta di Fratelli d’Italia sono a processo nell’Isola, qui però la premier non interviene: gli equilibri sono delicati e ogni mossa rischierebbe di far saltare la maggioranza. Intanto il governo di Roma “litiga” con quello regionale, e a pagare caro sono i siciliani
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="905" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jeremy-stewardson-1bgwzk-5nng-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jeremy-stewardson-1bgwzk-5nng-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jeremy-stewardson-1bgwzk-5nng-unsplash-300x212.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jeremy-stewardson-1bgwzk-5nng-unsplash-1024x724.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jeremy-stewardson-1bgwzk-5nng-unsplash-768x543.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jeremy-stewardson-1bgwzk-5nng-unsplash-1200x848.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="s3"><span class="s2">Repulisti! Repulisti! Il comandamento di Giorgia Meloni, il giorno dopo la batosta referendaria, è stato uno: basta. È l’ora delle pulizie.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Via i nomi ingombranti, fuori chi rischia di sporcare la narrazione di un governo che si vuole granitico, disciplinato, presentabile. E così sono arrivate le uscite, più o meno accompagnate, di Andrea Delmastro e Daniela Santanchè, simboli di una stagione in cui l’imbarazzo pubblico ha superato la soglia della tolleranza politica.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">La linea è chiara: nessuno deve diventare un problema. O meglio: nessuno deve diventare un problema troppo grande. </span><span class="s2">Ma, come spesso accade nella politica italiana, il principio non è universale. È geografico. Variabile. Elastico. </span><span class="s2">E infatti, mentre a Roma si spazza, in Sicilia si lascia sedimentare.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Qui, nella terra dove la politica ha sempre avuto una sua autonomia interpretativa — chiamiamola così — il repulisti si è fermato sulla soglia dello Stretto. Non per mancanza di casi, anzi. Ma per eccesso di convenienza.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gaetano Galvagno, è a processo: corruzione, peculato e truffa. Prima udienza, il 4 Maggio.  L’assessora regionale al Turismo, Elvira Amata, anche. Corruzione.  Non esattamente figure marginali. Non comprimari di secondo piano. Ma pilastri della maggioranza che governa l’isola. </span><span class="s2">Eppure, qui, nessuna richiesta di passo indietro. Nessuna moral suasion. Nessun «serve un gesto per rispetto delle istituzioni». </span><span class="s2">Niente.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Il paradosso è evidente: ciò che a Roma diventa intollerabile, in Sicilia è perfettamente sostenibile. Come se esistessero due codici etici distinti. Uno nazionale, da esibire nelle conferenze stampa e nei talk show. E uno regionale, da applicare con maggiore flessibilità, per non turbare equilibri già precari.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Perché la verità è meno nobile di quanto si voglia raccontare. </span><span class="s2">In Sicilia, Fratelli d’Italia non può permettersi scosse. La maggioranza è un mosaico fragile, costruito su rapporti di forza delicati, correnti, alleanze trasversali e, soprattutto, su una gestione del potere che ha bisogno di stabilità più che di coerenza. </span><span class="s2">Togli un tassello, e rischi che salti tutto. </span></p>
<p class="s3"><span class="s2">C’è poi un’altra spiegazione, più sottile e forse più inquietante. In Sicilia, il rapporto tra politica e vicende giudiziarie ha da tempo perso la sua capacità di scandalizzare davvero. Non perché i fatti siano meno gravi, ma perché sono diventati parte del paesaggio. Una normalità distorta, ma ormai sedimentata.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Così accade che un processo non sia più una linea rossa, ma una variabile. Una delle tante.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">E allora la domanda diventa inevitabile: il garantismo vale solo quando conviene? O, al contrario, il giustizialismo scatta solo quando serve? </span><span class="s2">Perché se il criterio è politico — e lo è sempre — allora bisogna dirlo chiaramente: non esiste una regola, esiste una convenienza. </span><span class="s2">E la convenienza, oggi, dice che a Roma si può sacrificare. In Sicilia no.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Il risultato è un corto circuito che logora la credibilità di chi governa. Perché il messaggio che passa è semplice, persino brutale: la legalità è importante, ma non ovunque allo stesso modo. </span><span class="s2">E soprattutto: non per tutti.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Il rischio, per Giorgia Meloni, non è solo quello di apparire incoerente. È qualcosa di più profondo. È quello di consolidare l’idea che esista una doppia morale di governo. </span><span class="s2">Una per la vetrina nazionale. </span><span class="s2">Una per le stanze del potere periferico.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">E in mezzo, come sempre, gli elettori. Che osservano, prendono nota, e prima o poi — referendum o non referendum — presentano il conto.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">«Non me ne occupo» è stata la risposta di Meloni a chi, in questi giorni, le ha chiesto di affrontare di petto i nodi della Sicilia. E ancora: «Voglio restare distante da questi casini, abbiamo altro a cui pensare». Fine della questione. </span><span class="s2">Le dinamiche siciliane sono un campo minato. Meloni lo sa. Perché aprire il dossier dei casi in Fratelli d’Italia significa anche parlare del caso Cuffaro e del capitolo sanità, con le ombre sul super manager ed ex eurodeputato Salvatore Iacolino.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">E come se non bastasse, il centrodestra si ritrova a litigare con se stesso anche sul terreno più delicato: quello dell’emergenza. Perché mentre a Roma si invoca il rigore, in Sicilia si gestisce la crisi. E il risultato è un altro corto circuito.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">La vicenda dei ristori per il ciclone Harry è, in questo senso, esemplare. Una legge approvata in fretta, per rispondere a un’emergenza reale. Soldi già promessi, in parte già erogati. Poi, all’improvviso, lo stop da Roma. Il Consiglio dei ministri, su proposta di Roberto Calderoli, ha deciso di impugnare la norma varata dal governo di Renato Schifani. </span><span class="s2">Centrodestra contro centrodestra.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Il provvedimento regionale era stato costruito in due tempi: 50 milioni stanziati subito dalla giunta, altri 40,8 milioni approvati dall’Ars con una legge urgente, quattro articoli appena, dentro i quali c’era di tutto. Ristori alle imprese, aiuti a pesca e agricoltura, sostegno ai balneari, perfino esenzioni sui pedaggi. Una risposta veloce. Forse troppo.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Per Roma, alcune norme eccedono le competenze della Regione. Previdenza sociale, concorrenza, regole nazionali piegate a esigenze locali. Il nodo vero sta in due punti: la deroga al Durc — che avrebbe consentito aiuti anche a imprese non in regola — e l’esenzione dai canoni demaniali per i balneari. Questioni tecniche, certo. Ma dagli effetti politici esplosivi.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Perché nel frattempo i soldi sono già partiti. Milioni distribuiti attraverso Irfis: imprese, pesca, agricoltura, stabilimenti balneari. Destinatari reali, non ipotesi. E adesso? Si blocca tutto? Si restituisce? Si corregge? </span><span class="s2">Da Palermo minimizzano: rilievi tecnici, norma da aggiustare, nessun allarme. Ma il punto non è solo giuridico. È politico. Perché l’immagine che ne esce è quella di due governi dello stesso colore incapaci di coordinarsi persino sull’emergenza.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">E qui il paradosso diventa quasi grottesco. Da un lato, la premier che prende le distanze dai “casi siciliani”. Dall’altro, lo Stato che interviene direttamente per fermare una legge della sua stessa maggioranza regionale. </span><span class="s2">Nel mezzo, il caos.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">A rendere tutto ancora più surreale è il livello dello scontro. Il deputato regionale Ismaele La Vardera parla di “ritorsione”. Attacca, alza i toni, chiama in causa direttamente la presidente del Consiglio. E a quel punto succede qualcosa che, in un sistema politico normale, sarebbe impensabile: Giorgia Meloni risponde. </span><span class="s2">Non con una nota ufficiale. Non con una dichiarazione istituzionale. Ma con un messaggio privato, su WhatsApp.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">«Ritorsione? Io veramente non ho parole. E ora che faccio, mi metto a impugnare le leggi di quasi tutte le regioni italiane? Che modo vergognoso di fare politica…».</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">Un messaggio che finisce immediatamente online, trasformato in screenshot, rilanciato sui social, utilizzato come arma politica. La Vardera replica pubblicamente, attacca la maggioranza siciliana, invita la premier a venire sull’isola «a vedere i veri problemi». </span><span class="s2">Il punto, però, non è il botta e risposta. È il livello. </span><span class="s2">Perché mentre il governo impugna leggi e la Regione prova a rattopparle, la discussione scivola su un terreno da chat privata trasformata in arena pubblica. Una politica che si muove tra emergenze reali e reazioni istintive, tra atti formali e messaggi notturni.</span></p>
<p class="s3"><span class="s2">E alla fine resta una sensazione precisa: il dossier Sicilia è diventato un problema. Per tutti. </span><span class="s2">Per Giorgia Meloni, che prova a tenerlo a distanza ma ne viene comunque risucchiata. </span><span class="s2">Per Renato Schifani, che deve gestire una maggioranza sempre più fragile. </span><span class="s2">Per il centrodestra, che scopre di non essere monolite ma somma di contraddizioni. </span><span class="s2">E soprattutto per i siciliani, che dopo il ciclone si ritrovano a fare i conti con qualcosa di ancora più imprevedibile: la politica.</span></p>
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<title>Perugia, il terrorismo memetico, e l’idea ridicola di una Spectre nazifascista</title>
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Dietro gli episodi recenti non ci sono cellule coordinate, ma dinamiche culturali digitali ibride. La radicalizzazione oggi è un processo frammentato e veloce, spinto dalle piattaforme, in cui identità e violenza nascono e si rafforzano attraverso linguaggi e riferimenti condivisi online
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Perugia, terrorismo, memetico, l’idea, ridicola, una, Spectre, nazifascista</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrey-matveev-p7fzdkmoyw8-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrey-matveev-p7fzdkmoyw8-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrey-matveev-p7fzdkmoyw8-unsplash-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrey-matveev-p7fzdkmoyw8-unsplash-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrey-matveev-p7fzdkmoyw8-unsplash-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrey-matveev-p7fzdkmoyw8-unsplash-1200x900.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>A pochi giorni dai fatti di<a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/trescore-balneario-e-la-columbine-italiana-prenderne-atto-evitera-errori/" target="_blank" rel="noopener"> Trescore Balneario</a>, un diciassettenne viene arrestato a Umbertide, in provincia di Perugia, con l’accusa di star pianificando una strage in un liceo. Anche in questo caso, il riferimento esplicito dell’aspirante terrorista è il massacro di Columbine del 20 aprile 1999, e le similitudini con l’episodio avvenuto in provincia di Bergamo non si esauriscono con il mito di Klebold e Harris: anche questa volta, i propositi terroristici vengono messi nero su bianco in una chat Telegram; le persone coinvolte sono principalmente minorenni e, per l’ennesima volta, la stampa italiana scade nella semplificazione (questione sulla quale torneremo a breve). </span><span>L’unica differenza tangibile tra i due episodi è la matrice: nel caso di Trescore, un rimando goffo alla retorica dello stereotipico school shooter («rivolta dei reietti», «vendetta» contro presunte ingiustizie); in quello perugino, il neonazismo.</span></p>
<p><span>Il canale Telegram nel quale l’aspirante stragista condivideva i suoi propositi eversivi con altri utenti faceva riferimento a un gruppo, Werwolf Division, dove il richiamo all’effimera resistenza delle giovani SS nella Germania occupata dagli alleati – l’unità Werwolf, appunto, – si somma a deliri su satanismo e accelerazionismo. Roba già vista, anche in Italia.</span></p>
<p><span>Per questo motivo, diversi giornali hanno iniziato a mettere da parte elementi chiave della vicenda – gli stessi emersi dalle indagini su Trescore Balneario – preferendo invece gettarsi sulla ricerca di una fantomatica rete neonazista organizzata su scala globale (auguri). È per questo che bisogna chiarire alcuni aspetti essenziali, prima di azzardare ipotesi su una Spectre nazifascista e le sue cellule italiane.</span></p>
<p><span>Da oltre dieci anni, un certo filone del suprematismo bianco ha trovato una sponda nel sottobosco filo-stragista. Il sottobosco che fa riferimenti a casi che, come Columbine, nulla hanno a che fare con la politica. </span><span>I punti di contatto tra i due mondi sono diversi: l’idea mitica del cane sciolto (personificata nella figura dello shooter), la lotta al sistema, l’atto violento, gli stessi luoghi online (dieci anni fa c’erano le board di 4chan e forum simili; oggi la piattaforma principale è Telegram, con i suoi canali privati). Ma, da soli, questi elementi non bastano a creare un ambiente comune, un immaginario condiviso.</span></p>
<p><span>L’incontro tra le due subculture avviene grazie a un processo di vicendevole autoalimentazione e reciproca appropriazione dei rispettivi miti. </span><span>Il caso che spiega meglio questa operazione (e l’ambiente nel quale si muoveva il presunto militante della Werwolf Division) è quello del Terrorgram Collective, canale principale di una rete – non organizzata – dedita alla diffusione di materiale filo-stragista e di propaganda politica (da intendersi come quel mischione nazi-satan-accelerazionista prima citato). </span><span>Su questo canale, tra i vari meme e proclami nazistoidi, circolavano immagini di mass shooter in forma di santini cristiani. Gli shooter diventavano martiri, figure ironicamente santificate, funzionali alla costruzione di un pantheon.</span></p>
<p><span>Come riportato approfonditamente da Leonardo Bianchi su “Iconografie” nel maggio 2023, ai santini riconducibili esplicitamente al terrorismo di matrice suprematista (Anders Breivik, Dylan Roof e Brenton Tarrant) si aggiungono San Rodger (Elliot Rodger, responsabile della strage di Isla Vista del 2014) e gli assassini di Columbine, trasformati in San Klebold e San Harris. </span><span>Una grottesca appropriazione culturale, da parte di una frangia della destra radicale, che arruola nelle sue fila incel (Elliot Rodger) e school shooter apolitici, per dare il via a un tipo di terrorismo inedito e facilmente diffondibile su piattaforme non tradizionalmente riconducibili all’estrema destra. </span></p>
<p><span>Avviene così l’ingresso del filone nazista in quello più ampio del terrorismo memetico: un ingresso, del quale le community che esaltano lo school shooting e la strage di massa come atto fine a sé stesso possono solo beneficiare. </span><span>Lo dimostra l’accoglienza, da parte degli allora utenti del forum 4chan, riservata al responsabile del massacro di Christchurch del 2019, Brenton Tarrant.</span></p>
<p><span>Nel suo manifesto, il nazista Tarrant chiede esplicitamente di «fare meme, diffondere meme» su di lui, perché «hanno fatto di più i meme per la causa [del suprematismo bianco, ndr] che i phamplet politici», trovando una sponda in quegli utenti che, prima di lui, avevano trasformato in meme – da intendersi sia come contenuto virale sia come codice condiviso – episodi di school shooting. </span><span>Tarrant, il quale aveva pubblicato la diretta streaming del suo attentato su questi forum (oltreché su piattaforme «innocue» come Facebook), è citato esplicitamente anche dall’aspirante assassino di Trescore, che da Tarrant ha preso ispirazione non in senso ideologico, quanto nel metodo (la diretta streaming).</span></p>
<p><span>Tutto ciò che abbiamo descritto non avviene su iniziativa di organizzazioni reali, ma di bolle che nascono e muoiono con la velocità propria del web. </span><span>È questo che la stampa italiana dovrebbe tenere a mente quando sceglie di indagare sulla Werwolf Division. </span></p>
<p><span>Negli ultimi anni sono miriadi le sigle che – stando ai proclami dei loro presunti appartenenti – si rifanno alla stessa impostazione degli utenti del caso di Perugia: la Atomwaffen Division, l’Ordine dei Nove Angoli e il gruppo 764. </span><span>In alcuni casi, la polizia ha individuato e neutralizzato cellule terroristiche che sostenevano di appartenere a uno dei suddetti gruppi, ma, in nessuno di questi casi, è stata confermata la tesi di un’organizzazione verticistica, con capi e capacità di fuoco reali. </span><span>Nella maggior parte dei casi in cui compare anche soltanto una di queste sigle, si è trattato di uno o più ragazzi – quasi sempre minorenni – radicalizzatisi online o avvicinati da presunti appartenenti all’organizzazione di turno, mitomani non diversi da quelli che popolano le community filo-stragiste. </span></p>
<p><span>I fatti di Perugia, così come quelli di Trescore, sono l’ennesimo esempio di terrorismo memetico. </span><span>Un fenomeno che, per essere arginato, va prima compreso, con buona pace dei commentatori nostrani.</span></p>
<p><em><a href="https://store.linkiesta.it/prodotto/idioti-dell-orrore/" target="_blank" rel="noopener">Antonio Pellegrino è autore del libro “Idioti dell<span>’</span>orrore. Indagine su stragisti di massa e subculture digitali” (Linkiesta Books)</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/terrorismo-memetico-italia-radicalizzazione-online-stampa/">Perugia, il terrorismo memetico, e l’idea ridicola di una Spectre nazifascista</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Sapori nuovi per un cuoco in formazione</title>
<link>https://www.eventi.news/sapori-nuovi-per-un-cuoco-in-formazione</link>
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<description><![CDATA[ 
Oltre alle scorribande culinarie dei due protagonisti, Hugo e Madame Laval, “Il cuoco giapponese” di Lucia Visonà, Giulio Einaudi editore, racconta anche il gusto, le ricette, i quartieri e i mercati di una Parigi sempre affascinante, soprattutto per chi ne ama il profilo gourmand
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Sapori, nuovi, per, cuoco, formazione</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/spenser-sembrat-mrsdwt6lsty-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/spenser-sembrat-mrsdwt6lsty-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/spenser-sembrat-mrsdwt6lsty-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/spenser-sembrat-mrsdwt6lsty-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/spenser-sembrat-mrsdwt6lsty-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/spenser-sembrat-mrsdwt6lsty-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Hugo si guarda intorno spaesato per un tempo lunghissimo, poi finalmente la vede, seduta su una panchina al centro della piazza, si sta sbracciando. Forse non l’aveva notata perché la sua pelliccia ha lo stesso colore dei tronchi degli alberi che la circondano. Appena la raggiunge, Margot si alza e lo tira per il braccio fino a un portone. Entrano. Dall’altro lato del cortile, dietro le finestre del pianterreno, si intravede la sala di un ristorante. Quasi tutti i tavoli sono già occupati.</p>
<p>– Vieni, sediamoci qui, – gli dice appena entrata, lasciandosi cadere sulla prima sedia libera. Non fa in tempo a togliersi il cappotto che una cameriera con la faccia imbronciata sbuca dietro di lei.</p>
<p>– Avete prenotato?</p>
<p>– Ma tesoro, non serve, sono di casa qui. Devi essere nuova. Margot, Margot Laval. Conoscevo bene il padre di Fred –. La ragazza alza le spalle e va all’ingresso a controllare le prenotazioni.</p>
<p>– Dev’essere nuova, – ripete Margot con un sorriso.</p>
<p>La cameriera torna poco dopo con un menu dalla copertina di pelle. Hugo comincia a sfogliarlo, ma ci sono solo vini. Madame Laval, invece, non lo apre nemmeno.</p>
<p>– Champagne, il primo della lista.</p>
<p>Quando rimangono soli, Hugo si spreme le meningi per trovare qualcosa da dire e rompere il ghiaccio, ma ha l’impressione di non aver mai avuto un pensiero originale in tutta la sua vita. Margot, però, non sembra far caso al suo silenzio imbarazzato: continua a guardarsi intorno, sorride, ogni tanto scuote la testa soddisfatta come se avesse ritrovato tutto a posto dopo un lungo viaggio. Annuisce ai muri, annuisce ai clienti degli altri tavoli, annuisce perfino al gatto grigio che dorme in un angolo della sala.</p>
<p>Poi si sporge verso Hugo, stringe tra le mani il bordo del tavolo e, d’improvviso serissima, sussurra: – Sai, lo chef qui è un allievo di Escoffier.</p>
<p>Hugo si sforza di sorridere. Senza accorgersene, anche lui ha messo le mani sul tavolo, che è così piccolo da fargli toccare le unghie di Margot. Sono dello stesso colore delle sue labbra.</p>
<p>Rimangono così per alcuni secondi, riempiendo con le loro mani il poco spazio libero del tavolo, ingombro di piatti, posate, tovaglioli, centrotavola. È uno di quei tavolini da bistrot rotondi, minuscoli, con le gambe di ferro battuto sempre un po’ traballanti che costringono i commensali a gesti misurati. Poi Hugo ritira il braccio di scatto, colpendo un bicchiere che si rovescia senza rompersi.</p>
<p>Arriva il vino, un brut millésimé Taittinger. Il maître lo apre senza far saltare il tappo, con un deludente <em>plop</em> da cartone animato, poi ne versa un filino dorato in un calice e aspetta che uno di loro lo assaggi guardando da un’altra parte.</p>
<p>Appena se ne va, Madame Laval tira fuori la bottiglia dal secchiello d’argento per riempire i bicchieri fino all’orlo.</p>
<p>– Santé!</p>
<p>Il vetro tintinna, alcune gocce di champagne cadono sulla tovaglia.</p>
<p>Hugo appoggia le labbra al bicchiere e prende una sorsata di quel vino dolce e frizzante che gli pizzica la gola e gli lascia in bocca un vago sapore di mela. Di fronte a lui, Madame Laval ha chiuso gli occhi. Tiene la coppa di champagne a mezz’aria, di tanto in tanto la inclina per bere. Ha ricoperto tutto il bordo di rossetto.</p>
<p>– È buono, – mormora lui per uscire dall’imbarazzo.</p>
<p>– È buono?! Certo che è buono, è champagne! – ride Margot scandalizzata. – È buono, ah! Questa è bella! Non è un vino lo champagne, è come la persona più importante della famiglia. La zia ricca che ti fa i regali più belli, – deglutisce per soffocare un rutto. – È una festa dove conosci tutti. Non è fantastico?</p>
<p>Intanto nel cortile sta calando la sera. Le ombre delle candele si allungano sulla tovaglia.</p>
<p>– Certo che è buono… – ripete Madame Laval ridacchiando.</p>
<p>Arriva la cameriera con due scodelle, anche se loro non hanno ordinato niente. Hugo vorrebbe chiedere che cos’è, ma preferisce non rischiare di fare un’altra figuraccia. Così rimane zitto, gli occhi fissi sul piatto. Dentro c’è un liquido marrone che sembra tè, a dire il vero non è molto invitante.</p>
<p>Madame Laval sta ispezionando attentamente il contenuto della scodella. Il cucchiaio tintinna contro i bordi, poi risale tremolante e si ferma a due centimetri dalla sua faccia.</p>
<p>– Per fortuna lo chef non segue alla lettera la ricetta di Escoffier. Non ha aggiunto quella porcheria del coriandolo!</p>
<p>In un attimo l’estremità del cucchiaio scompare tra le sue labbra. Hugo la imita controvoglia. Immerge la posata nel brodo e cerca di prenderne il più possibile in modo da finire in fretta.</p>
<p>All’inizio lo trova solo molto caldo: il brodo gli inonda la bocca bruciando tutto ciò che tocca. Ma dopo pochi secondi comincia a sentire un gusto che non conosce. Si spande dentro le guance, sotto la lingua. È morbido, gli avvolge il palato. Gli ricorda il legno, e anche il detersivo per i piatti che usa Monsieur David. Molto lontanamente, però. È più un vago sentore di limone, ma di limoni non ne ha assaggiati tanti in vita sua, e mai le scorze di quelli di Sicilia.</p>
<p>Tiene in bocca il cucchiaio vuoto come se non volesse più lasciarlo andare.</p>
<p>Madame Laval gli sorride, con sguardo complice.</p>
<p>– Delizioso, vero? – dice a bassa voce.</p>
<p>Hugo annuisce affondando di nuovo il cucchiaio nella ciotola.</p>
<p>– È l’unico posto in cui lo fanno ancora. Ormai è vietato.</p>
<p>– Vietato?</p>
<p>– Già, che peccato! – Poi aggiunge, abbassando ancora di più la voce, ormai solo un fruscio coperto dalle chiacchiere degli altri clienti: – È brodo di tartaruga.</p>
<p>A Hugo va di traverso l’ultima cucchiaiata, deve fare uno sforzo sovrumano per non sputarla.</p>
<p>– La carne di tartaruga è talmente buona che Cristoforo Colombo non è riuscito a portarne neanche una in Europa, lo sapevi? – continua imperterrita Margot. – I marinai se le sono mangiate tutte durante la traversata.</p>
<p>Lui ha ancora in bocca un po’ di brodo e non sa se mandarlo giù. Pensa al corpo lucido della tartarughina che teneva in camera un suo compagno delle elementari. Se lo immagina umido, sudato. Non bisognerebbe mai mangiare cose verdi, soprattutto se sono tartarughe. Ecco, adesso gli sale un conato di vomito.</p>
<p>Per fortuna, Margot non si accorge di niente. Anche lei non sta più toccando cibo, ma per un altro motivo: da quando è arrivata la cena non ha smesso un secondo di parlare.</p>
<p>– Mi faceva la corte, Fred, ma io, che scema… non ci sono stata. Mi sembrava… poco concreto. Non aveva una professione. Figurati che studiava Filosofia –. L’ultima parola l’ha divisa in sillabe, fi-lo-so-fi-a, e sulla i un po’ di saliva è schizzata fuori e ha colpito Hugo sulla guancia, ma lei va avanti come se niente fosse. – Ho scoperto dopo che era ricco di famiglia. I miei erano commercianti, avevano un banco alle Halles. Avevamo i prodotti più freschi di tutta Paname, anzi, di tutta la Francia. I proprietari dei ristoranti venivano a rifornirsi da noi. A quel tempo facevano ancora la spesa, mica come oggi che mandano i loro schiavetti perché non hanno voglia di svegliarsi alle cinque. Alle quattro, lo chef del Crillon veniva alle quattro! Beh, insomma, è così che ho conosciuto Gilles. Suo padre aveva una brasserie vicino al mercato. Il Pied de Cochon, dev’esserci ancora. Facevano la zuppa di cipolle più buona della città, usavano le nostre. A volte Gilles accompagnava suo padre a fare la spesa da noi. Non era bello, ma neanche bruttissimo. Mi sono detta: almeno ha già un lavoro. Invece la brasserie era solo in gestione. Che scema che sono stata.</p>
<p>Si versa un altro bicchiere di champagne e lo svuota tutto d’un fiato.</p>
<p>– Beh, insomma, ci siamo sposati. Cinque figli, <em>hop</em>, e poi il divorzio, <em>hop hop</em>. Non gli piaceva lavorare. Ma non era cattivo, sai. Era solo un poverino. Sempre triste, non aveva mai voglia di fare niente. Quando l’ho buttato fuori di casa ho fatto subito cambiare la serratura, ma lui non ci ha nemmeno provato a tornare. Credo si sia trasferito in Alsazia, la sua famiglia era di Mulhouse o giù di lì. All’epoca erano tutti alsaziani i ristoranti a Paname.</p>
<p>© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/978880626767hig.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-607191" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/978880626767hig-661x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="991" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/978880626767hig-661x1024.jpg 661w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/978880626767hig-194x300.jpg 194w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/978880626767hig-768x1189.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/978880626767hig.jpg 775w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a></p>
<p><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-contemporanea/il-cuoco-giapponese-lucia-visona-9788806267674/" target="_blank" rel="noopener">Estratto da “Il cuoco giapponese” di Lucia Visonà, Giulio Einaudi editore, 200 pagine, euro 17,50</a></p>
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<title>L’Osce conferma che la Georgia ormai è uno Stato illiberale</title>
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<description><![CDATA[ 
Il rapporto dell’organizzazione individua un deterioramento degli spazi democratici: giornalisti aggrediti, manifestanti detenuti arbitrariamente, opposizione intimorita. Ora l’Europa intervenga
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="933" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23996737-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23996737-small.jpg 1400w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23996737-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23996737-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23996737-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23996737-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px"></p><p class="s6"><span class="s5">A novembre avevamo raccolto nomi, vicende giudiziarie e testimonianze dirette, documentando le violazioni del diritto europeo e internazionale in cui la Georgia di Sogno Georgiano stava progressivamente sprofondando. Già allora emergeva un quadro coerente, difficile da ridurre a episodi isolati. </span></p>
<p class="s6"><span class="s5">Oggi, il rapporto OSCE del 10 marzo conferma molte delle osservazioni contenute nel <a href="https://europaradicale.eu/georgia-oltre-100-prigionieri-politici-presentato-il-dossier-che-denuncia-la-deriva-autoritaria-di-sogno-georgiano/">dossier di Europa radicale</a>. La definizione di «prigionieri politici e di coscienza», spesso discussa nel dibattito pubblico, non era allora una forzatura polemica, ma una categoria interpretativa adeguata a descrivere una trasformazione illiberale in atto.</span></p>
<p class="s6"><span class="s5">Il rapporto OSCE non usa esplicitamente quel linguaggio, ma presenta un insieme di elementi che convergono con quanto già documentato nel nostro lavoro. Non si tratta di una sovrapposizione meccanica: emerge piuttosto una corrispondenza sostanziale tra osservazione militante e approccio istituzionale, più cauto ma non meno eloquente.</span></p>
<p class="s6"><span class="s5">Un primo punto riguarda il funzionamento del sistema giudiziario rispetto alle proteste. I procedimenti contro i manifestanti sono rapidi, incisivi e spesso accompagnati da sanzioni severe. Al contrario, le indagini sugli abusi delle forze dell’ordine appaiono lente, frammentarie e talvolta inconcludenti. Questa disparità suggerisce una torsione del diritto penale, che agisce non come strumento imparziale di accertamento, ma come dispositivo selettivo.</span></p>
<p class="s6"><span class="s5">Questo meccanismo si manifesta in modo evidente nei casi dei giornalisti indipendenti, come Mzia Amaghlobeli. La libertà di informazione viene attaccata, e con essa si svuota lo spazio del dibattito democratico: come osservava Habermas ne La teoria dello spazio pubblico, senza un’informazione libera, la democrazia perde sostanza. Il rapporto OSCE conferma che il pluralismo informativo, portatore di cultura democratica, viene sistematicamente compresso. Le testimonianze raccolte descrivono giornalisti aggrediti anche dopo essersi qualificati come tali: la loro identità professionale non attenua la violenza, ma la rende talvolta più significativa.</span></p>
<p class="s6"><span class="s5">Analisi di Reporters Without Borders e di altre organizzazioni internazionali rafforzano questa percezione, descrivendo un ambiente progressivamente ostile al giornalismo indipendente. Il numero crescente di attacchi, minacce e procedimenti non è casuale: definisce un clima che rende strutturalmente più difficile l’esercizio della funzione informativa.</span></p>
<p class="s6"><span class="s5">Le imputazioni contro i manifestanti, diffuse dalle televisioni sotto controllo pubblico – teppismo lieve, mancato rispetto degli ordini della polizia, violazioni delle norme sulle manifestazioni – mostrano uniformità sorprendente, anche quando la condotta contestata appare marginale. Il rapporto OSCE conferma che sanzioni e detenzioni sono state applicate a persone ai margini delle proteste o senza comportamenti chiaramente pericolosi per l’ordine pubblico.</span></p>
<p class="s6"><span class="s5">Un secondo punto riguarda il trattamento dei detenuti. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura segnala maltrattamenti diffusi. Persone fermate durante le manifestazioni riferiscono di aggressioni da agenti mascherati, privi di identificazione, anche senza resistenza. Le lesioni erano spesso evidenti e richiedevano cure mediche urgenti. Tali pratiche non appaiono episodiche, ma ricorrenti.</span></p>
<p class="s6"><span class="s5">Infine, il rapporto descrive il trattamento riservato all’opposizione politica. La condanna di leader per mancata comparizione davanti a commissioni parlamentari contestate mostra uno slittamento dal diritto amministrativo a quello penale, ampliando il raggio d’azione dello Stato contro la sfera politica.</span></p>
<p class="s6"><span class="s5">Nel loro insieme, questi elementi delineano una dinamica più ampia, in cui diritto, sicurezza e informazione si intrecciano, restringendo lo spazio del dissenso. Il dossier pubblicato a novembre assume così un significato ulteriore: non è più solo una presa di posizione politica, ma un tassello di una documentazione internazionale più ampia.</span></p>
<p class="s6"><span class="s5">Le questioni emerse – rapporto tra sicurezza e libertà, ruolo del diritto penale, protezione del giornalismo, pluralismo politico – non riguardano soltanto la Georgia. Toccano nodi centrali per ogni Stato che si richiami allo stato di diritto. Per questo, il tema dovrebbe entrare con maggiore chiarezza nel dibattito politico italiano ed europeo e nell’agenda del governo guidato da Giorgia Meloni.</span></p>
<p class="s6"><span class="s5">Il valore di un rapporto internazionale non sta solo nelle conclusioni, ma nelle domande che impone. Il confronto tra dossier e rapporto OSCE non fornisce risposte definitive, ma riduce lo spazio dell’ambiguità. Ora spetta all’Europa, e all’Italia, scegliere se guardare altrove o se difendere ciò che resta di uno spazio pubblico libero e democratico.</span></p>
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<title>I vecchi leoni della sinistra vogliono fare le scarpe a Schlein, e Conte gongola</title>
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<description><![CDATA[ 
Tra i maggiorenti del Pd (e anche fuori dal Pd) cresce la convinzione che il capo dei Cinquestelle sarebbe un candidato premier più forte: i sondaggi lo confermano, e ora le primarie per la segretaria ora sono un rischio. L’ipotesi che sia il risultato elettorale, e quindi Mattarella, a determinare il premier. Così come prevede la Costituzione
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23294012-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23294012-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23294012-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23294012-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23294012-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23294012-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>C’è un insieme di fatti che dicono che intorno a Elly Schlein si sta facendo terra bruciata. Un’aria che un po’ somiglia a quella che circonda Antonio Tajani.<br>
</span></p>
<p><span>Con le debite differenze, i rispettivi mondi di riferimento stanno dicendo a entrambi «grazie per il lavoro svolto». La famiglia Berlusconi guarda oltre il ministro degli Esteri. I «vecchi leoni» del Pd cominciano seriamente a coltivare altri progetti nella consapevolezza che Elly non ce la fa. Che Giuseppe Conte è più forte di lei. Lo dicono i sondaggi, lo si teorizza in ambienti economici: in fondo l’uomo con la pochette è un ex presidente del Consiglio che sa spacciare per abilità politica la sua innata attitudine trasformistica. </span></p>
<p><span>Lo si è visto di recente quando ha seppur cautamente sposato la causa della difesa dell’Ucraina. Schlein forse non si accorge del lavorìo in atto contro di lei. Alcuni dei “vecchi” preferirebbero Conte a Palazzo Chigi per andare, uno di loro, al Quirinale. Bindi, Franceschini, Bersani, sono tutti titolati all’altissima carica. La segretaria dunque non può mettere la mano sul fuoco su nessuno, tanto meno sui big che l’appoggiarono alle primarie di tre anni fa. </span></p>
<p><span>Spiazzata da Conte, ha cercato invano di mettere il silenziatore alle spesso stucchevoli chiacchiere sulle primarie. Ma evidentemente non ha la forza per imporre la sua linea, giacché politici, ex politici, commentatori e quant’altro ogni giorno si sbizzarriscono a chi la spara più in alto. </span></p>
<p><span>In questo carnevale di Rio, nelle ultime ore sono venute avanti nuove suggestioni. Una l’ha formulata Rosy Bindi, l’ex dirigente cui le trasmissioni di La7 sono molto affezionate: ci vuole un federatore che metta d’accordo tutti. Facile, no? Probabilmente Bindi pensa a Pier Luigi Bersani, un altro dei beniamini di La7, generazionalmente e politicamente affine. </span></p>
<p><span>Egli dovrebbe mettere d’accordo Elly e Conte, che è un po’ come trovare un accordo definitivo in Medio Oriente. C’è anche chi pensa, per questo ruolo, a Roberto Gualtieri. Non è sfuggito che il sindaco di Roma ha conquistato un proprio pezzo d’immagine nel day after della vittoria del No al referendum, ed è una figura che ha ottimi rapporti con i duellanti. Forse esiste anche questa subordinata: se il federatore fallisse, potrebbe essere egli stesso il candidato premier: solo che Bersani ha già dato (tredici anni fa) e Gualtieri non sembra felice di lasciare il Campidoglio, in vista di una probabilissima conferma per altri quattro anni alle comunali di Roma della primavera del 2027. </span></p>
<p><span>Ancora. Al raduno dei democristiani d’antan, padrone di casa Dario Franceschini, ha fatto notizia la presenza di Franco Gabrielli, da tempo indicato come l’uomo nuovo: un altro possibile federatore-candidato? Infine, il “botto” l’ha fatto Paolo Mieli, grande estimatore di Schlein. Forse fiutando la trappola contro di lei, secondo Mieli la leader del Pd dovrebbe dare disco verde a Giuseppi per Palazzo Chigi – un sacrificio di cui la Storia le renderà merito – così da evitare una lotta fratricida che (ma questo Mieli non lo scrive esplicitamente) potrebbe vederla perdente. E se anche prevalesse, non sarebbe certo un plebiscito ma una vittoria risicata che non la porrebbe al riparo da successive manovre: anche Bersani vinse contro Renzi: e si e vista come è finita. </span></p>
<p><span>Meglio un passo indietro per mandare avanti l’avvocato del popolo in uno scontro con Meloni da cui potrebbe uscire con le ossa rotte. Elly ferma un giro: un gesto di generosità che la metterebbe al riparo da una possibile sconfitta esiziale. Vecchi e nuovi avversari interni applaudirebbero. E tuttavia pare di poter escludere che Elly Schlein rinunci a candidarsi a premier: sarebbe contraddittorio con la sua scesa in campo di tre anni fa. </span></p>
<p><span>Lei non vuole essere la segretaria di un partito, lei vuole essere quella che prende il posto di Giorgia Meloni. Lo stesso dicasi per Conte, ora gasatissimo per i sondaggi che lo danno in testa alla classifica degli aspiranti premier del campo largo. Dunque nessuno dei due farà un passo indietro a favore dell’altro e neppure a favore di un terzo nome. Primarie obbligate, dunque? </span></p>
<p><span>Ma non ha tutti i torti nemmeno la sindaca di Genova Silvia Salis quando bolla le primarie come strumento potenzialmente lacerante del campo largo. Cominciano a essere viste più come un problema che una soluzione. È un rebus, dunque. Che, a conti fatti, si può risolvere in un solo modo. Qualcuno ci sta pensando. «Le urne saranno le nostre primarie», ha detto chiaro e tondo Claudio Mancini, vecchio dalemiano, braccio destro di Gualtieri, al Fatto Quotidiano. Ci vuole coraggio. Se sarà necessario per legge indicare il nome del candidato premier, per il centrosinistra sarà una notte dei lunghi coltelli. </span></p>
<p><span>Ma se non ci sarà l’obbligo di indicare il candidato, allora si può fare: andare al voto senza un candidato premier e battere Giorgia. Sarà poi il presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari a nominare il presidente del Consiglio. Come prevede la Costituzione. In nome della cui difesa il campo largo ha vinto il referendum. </span></p>
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<title>La differenza tra Riondino e i social è che uno faceva memoria e gli altri fanno rumore</title>
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<description><![CDATA[ 
“La ballata del sì e del no” mi ha spiegato Tangentopoli meglio di qualsiasi manuale. Non è cambiata la storia, solo il modo in cui la attraversiamo: sempre più rumoroso e stupido
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cole-ankney-qhqjjncshaw-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cole-ankney-qhqjjncshaw-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cole-ankney-qhqjjncshaw-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cole-ankney-qhqjjncshaw-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cole-ankney-qhqjjncshaw-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cole-ankney-qhqjjncshaw-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La prima volta in cui ho capito lo strazio specialissimo della morte d’un ex – cioè di uno con cui hai fatto la più vitale delle cose: sesso – è stata prima che morisse qualunque mio ex, era una descrizione in un romanzo, direi fosse di Francesca Marciano ma potrei confondermi tra letture di gioventù.</p>
<p>L’ultima volta è stata domenica, quando Sabina Guzzanti <a href="https://www.facebook.com/TGPorco/posts/pfbid028wJBiEHfh6WZ6bVNpGrjx252kbs92rpCxcU62wJtKXWn5CT4a9qguZzCqRxEUx7Yl" target="_blank" rel="noopener">ha pubblicato su Facebook una foto</a> di quando lei e David Riondino erano una coppia. Credo fossero al ristorante, chissà quale amico li fotografava in anni in cui per farlo dovevi avere una macchina fotografica, lui faceva una smorfia buffa all’obiettivo, lei continuava a parlare con qualcuno fuori scena.</p>
<p>La didascalia diceva: io e te siamo stati fantastici. Per lei è una constatazione personale, immagino, ma vista da fuori è oggettiva: erano giovani, erano pieni di talento, erano spiritosi, erano di successo. Erano tutto quel che una parte di ventenni un po’ più giovani e assai meno talentuosi di loro sperava di diventare. Credo fossero quel che intendeva Baglioni in quel verso che diceva: io e te, che facemmo invidia al mondo.</p>
<p>Non so nessuna data. Non le memorizzo, non so un compleanno, non so collocare nessun episodio storico, c’è un <a href="https://www.linkiesta.it/2024/04/manuale-dei-giochini-del-new-york-times-per-sprecare-tempo-invece-di-leggere-guerra-e-pace/" target="_blank" rel="noopener">giochino del New York Times</a> in cui devi mettere in ordine delle scoperte o dei fatti rilevanti e una volta ne ho sbagliato uno di settemila anni – non è un’iperbole. Però so tutta la cronologia di Tangentopoli, e la so perché su questo pianeta è passato David Riondino.</p>
<p>Non so di preciso che sera fosse, dal titolo e dal ritornello («mentre conto i no, mentre conto i sì») quella dei risultati dei referendum del 1995 ma magari no: ve l’ho detto che ho problemi con le date.</p>
<p>So che era sera perché gli adulti del secolo scorso non erano sfaccendati come noialtri che nei pomeriggi feriali guardiamo la “Maratona Mentana”, e non erano smaniosi come noialtri che abbiamo bisogno d’essere aggiornati ogni minuto: l’analisi del voto, in tv, si faceva dopo cena.</p>
<p>Vatti a ricordare in quale di questi programmi arrivò Riondino, e fece un pezzo che riassumeva i due anni precedenti. S’intitolava “La ballata del sì e del no”. «Era lunedì, si sentì uno schianto: era la Dc che stava crollando. Poi un tonfo, poco più lontano: era Craxi a Milano».</p>
<p>“La ballata del sì e del no” poi la mise anche in un cd, che ho scioccamente buttato in un trasloco, fidandomi dell’immateriale, e invece su Spotify c’è solo con un arrangiamento diverso: come ti cambiassero ricetta alle madeleine. Però qualche anima buona ha caricato su YouTube la versione giusta. «Io penso al dolore di tanti uomini distinti: per un momento, onore ai vinti. Che brutta sera in casa Pillitteri: zitti a cena, tristi, seri. E le madri che rifiutavano la mano della sua figlia a chi ha un socialista in famiglia. Imbarazzante era l’argomento: un socialista non è più un investimento». (Questo è il punto in cui chi l’ultima volta che ha imparato qualcosa era in seconda media obietta: ma si dice «della loro figlia»).</p>
<p>«Era l’aprile del ’92: si dimetteva l’uomo del piccone e cominciava la rivoluzione. Primavera del coraggio, Palermo della desolazione: era il 23 di maggio quando ammazzarono Falcone». Chissà quanti di quelli che dicono che hanno deciso di fare politica o altro quando uccisero Falcone o Borsellino, chissà quanti di loro sono come me, che so la data solo perché Riondino me l’ha messa in rima.</p>
<p>«Era un inverno senza tabacco, tempo di fughe e di ritorni: Martelli segue Ghino di Tacco, La Malfa va dopo pochi giorni»; ma anche: «Primavera dei romani, Citaristi e poi Forlani, odore di zagara e bergamotto: dopo Forlani venne Andreotti». Era un altro mondo, pieno di nomi che non ricordiamo o che allora ritenevamo il male assoluto e che ora, paragonati a questi di adesso, ci appaiono come giganti del pensiero e dell’azione.</p>
<p>C’è anche, in quella filastrocca da spoglio elettorale, la frase più precisa che abbia mai sentito su un suicidio, cioè sulla cosa che è più impossibile definire con precisione tra quelle umane: «Cagliari muore a san Vittore, e poi Gardini uscì di scena: con un coraggio che fa paura, con un coraggio che fa pena».</p>
<p>Domenica qualcuno ha messo su Twitter (o come si chiama ora) la sigla di “Zanzibar”, una sit-com che andò in onda quando avevo sedici anni. È passato così tanto tempo che nei titoli di testa c’era scritto «soggetto di Giorgio Gori». C’era Riondino, ma c’era anche l’intero mondo di Salvatores, punto di riferimento culturale degli adolescenti di quegli anni (il TikTok di quand’eravamo meno stupidi): da Silvio Orlando in giù. Fa un po’ impressione notare che Italia 1 è passata da posto dov’erano quelli bravi a discarica di rifiuti tossici, ma son pure passati quasi quarant’anni: è un altro mondo.</p>
<p>“Zanzibar”, così come “La ballata del sì e del no”, è una parte minore dei diritti d’autore di Riondino. La maggiore è l’aver scritto “Maracaibo”, che credo gli rendesse più o meno quanto “Champagne” a Peppino di Capri. Nella versione originale, lei era innamorata «sì ma di Fidel», ma Jerry Calà mica poteva cantare una canzone castrista.</p>
<p>Tempo fa <a href="https://www.linkiesta.it/2025/07/ragazzo-padova-maturita-silenzio-virale-tiktok/" target="_blank" rel="noopener">ho scritto</a> che a Bologna c’è un teatro, il Duse, dove io alle medie vedevo Dario Fo o Giorgio Gaber, e chi ha dodici anni oggi può vederci Edoardo Prati. Nei commenti all’articolo – su un qualche social, cioè in uno di quei posti che i giornali presidiano acciocché il dibattito scenda sempre più di livello – qualcuno aveva scritto che volevo darmi un tono da intellettuale, e lì c’è temo tutta la misura del presente: pensa considerare i giullari delle nostre giovinezze, fossero Fo o Riondino, come ostentazioni di consumi alti.</p>
<p>Probabilmente quelli che dicono queste stronzate oggi sono discendenti di quelli che, una sera dei primi anni Ottanta, dalla platea del Duse urlarono a Fo sul palco «basta politica!», e quello sornione: «Certo, questa è la sera degli abbonati». Ci si forma per contrasto, e i nipoti di quelli che andavano dal barbiere che appendeva il cartello «Qui non si parla di politica» sono diventati iperpoliticizzati, iperideologici, ma altrettanto incapaci di ridere.</p>
<p>«Sono passati seicento giorni: non è rimasto quasi nessuno, c’è molta luce, se guardi intorno, e molta nebbia e molto fumo. Siamo all’inizio, siamo alla fine, siamo dove non lo so: siamo in una zona di confine mentre conto i sì, mentre conto i no».</p>
<p>Domenica è successa una cosa che vedo accadere sempre più spesso, da quando alle notizie continue abbiamo abbinato l’urgenza di dire la nostra in continuazione e su tutto e senza darci il tempo di pensare.</p>
<p>Qualcuno mi ha detto «eh però Riondino ultimamente scriveva delle robe su Twitter che mamma mia». Ho obiettato che considerato che sapeva di stare morendo mi sembrava opportuno non recensire come avesse deciso di passare le sue giornate, e la persona con cui stavo parlando ha con una certa sicumera risposto «Io se stessi morendo non twitterei stronzate».</p>
<p>Ora voi direte: eh ma pure tu che fai conversazione con Vongola75 – ma io vi giuro che era una persona normodotata, uno che ha persino passato la selezione per avere il mio numero di telefono. E vi dirò: non è la prima né l’ultima persona altrimenti normale che vedo dire enormi insensatezze rispetto alla gestione dell’ultimo periodo della vita di qualcuno con la strizza di morire.</p>
<p>Il caso più eclatante fu <a href="https://www.linkiesta.it/2023/05/michela-murgia-cancro-morte-queer/" target="_blank" rel="noopener">quello di Michela Murgia</a>. Che però, obietterebbero le persone cui sto pensando, aveva scelto di morire in pubblico e si potevano quindi commentare le sue scelte pubbliche. Certo che si può, ma non tutto quel che si può fare ci viene in mente di fare.</p>
<p>Non l’avremmo fatto, prima di diventare stupidi. Prima che la specie umana avesse un declino cognitivo evidente, non so se dato dal ciclo continuo di notifiche, dalla cassetta di frutta di Hyde Park sulla quale passiamo le giornate, dal bisogno di ascoltare continuamente il suono della nostra voce.</p>
<p>«Siamo all’inizio, siamo alla fine, siamo dove non si sa: siamo in una zona di confine, mentre conto i se, mentre conto i ma».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/david-riondino-x-morte-sabina-guzzanti/">La differenza tra Riondino e i social è che uno faceva memoria e gli altri fanno rumore</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Ora che fare? Alcune proposte per l’ultimo anno di legislatura</title>
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Il governo ha davanti mesi difficili e la tentazione di usare la spesa pubblica per creare consenso, ma la cosa più giusta sarebbe coniugare rigore dei conti e pochi interventi mirati: ecco alcune idee. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni  
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250120-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250120-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250120-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250120-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250120-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250120-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Che fare? Superata l’amara sconfitta referendaria, il governo deve provare ad assumere un’iniziativa politica: decidere come affrontare l’ultimo anno di legislatura e, in particolare, la redazione della legge di bilancio per il 2027. Data la congiuntura internazionale, abbiamo davanti mesi difficili, durante i quali la tentazione di usare la spesa pubblica come arma di sostegno indiscriminato e, in realtà, di <a href="https://www.brunoleoni.it/dopo-il-referendum-il-governo-non-ceda-al-populismo-della-spesa/">mantenimento di clientele</a> sarà fortissima.</p>
<p>Ma non è questa l’unica strada che il governo ha davanti né, a conti fatti, la più promettente per le prossime elezioni. Allargare i cordoni della spesa nell’anno precedente le votazioni è ciò che hanno fatto tutti gli esecutivi dal 1994 a oggi: sia quelli a guida politica sia quelli a guida tecnica, che anch’essi, in qualche modo, accarezzavano il consenso dell’elettorato. L’esito non è mai stato quello atteso. Gli italiani hanno sempre votato contro chi li governava nella legislatura precedente. Forse, allora, è il caso di scegliere una strada diversa.</p>
<p>Fortunatamente, è possibile coniugare il rigore dei conti – l’eredità più importante e, per certi versi, più sorprendente che il governo potrà lasciare in dote – con interventi che, pur senza essere rivoluzionari, siano incisivi. Come Istituto Bruno Leoni, ci siamo pertanto esercitati nella redazione di una sorta di programma di politica economica per i prossimi 365 giorni: il documento, i cui contenuti sono stati anticipati <a href="https://www.iltempo.it/economia/2026/03/28/news/la-proposta-dell-istituto-bruno-leoni-mingardi-in-dodici-mesi-e-possibile-dare-un-segnale-all-italia-del-fare--47024000/">sabato dal quotidiano Il Tempo</a> e che da oggi è liberamente scaricabile dal <a href="https://brunoleonimedia.it/public/Papers/IBL-PP-12-Proposte.pdf">nostro sito</a>, propone una pluralità di interventi in diversi ambiti.</p>
<p>Ci sono idee per rafforzare i diritti e i servizi fondamentali, facendo leva sulla concorrenza nei settori della sanità, della scuola e della casa. Altre si concentrano sul mondo del lavoro e riguardano la competizione tra le agenzie di collocamento, nonché la detassazione dei premi aziendali e degli utili distribuiti ai lavoratori. Si può, poi, favorire la crescita attraverso riduzioni degli oneri parafiscali nelle bollette elettriche, semplificazioni edilizie e l’uso delle tecnologie digitali in ambiti come il food delivery e il ride sharing. Infine, sul fronte fiscale, si può mettere mano tanto ad alcune distorsioni che derivano dal disegno delle imposte (l’unificazione delle aliquote sulle rendite finanziarie, la compensabilità tra plusvalenze e minusvalenze, la piena deducibilità degli interessi passivi da parte delle imprese) quanto al rapporto tra Stato e contribuente (la modifica degli incentivi nella riscossione, la revisione delle norme che rendono alcuni avvisi di accertamento titolo esecutivo e la doppia presunzione che porta a considerare alcuni prelevamenti bancari alla stregua di un reddito).</p>
<p>Nessuna di queste misure può, singolarmente, fare una differenza radicale rispetto al passato. Sappiamo che servirebbero riforme ben più radicali. Ma riforme più radicali in un anno si fanno a fatica, e questo insieme di provvedimenti potrebbe, nel suo complesso, dare l’impressione di un (tardivo) cambio di passo nel rapporto fra Stato e cittadino. Il momento buono per fare le riforme è sempre un altro. E se provassimo, per una volta, a farle adesso?</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/ora-che-fare-alcune-proposte-per-lultimo-anno-di-legislatura/">Ora che fare? Alcune proposte per l’ultimo anno di legislatura</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>La colazione perfetta esiste, si fa su un marciapiede a Jaipur</title>
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Dai canti ritmici dei templi al fervore dei mercati, il risveglio nel Rajasthan svela un’estasi gastronomica tra profumo di incensi e petali di fiori. Un’immersione totale in un’atmosfera dove il divino e il quotidiano si fondono a ogni morso
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="1280" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/giuliano-gabella-d93e-ungal8-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="unsplash" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/giuliano-gabella-d93e-ungal8-unsplash.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/giuliano-gabella-d93e-ungal8-unsplash-240x300.jpg 240w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/giuliano-gabella-d93e-ungal8-unsplash-819x1024.jpg 819w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/giuliano-gabella-d93e-ungal8-unsplash-768x960.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/giuliano-gabella-d93e-ungal8-unsplash-960x1200.jpg 960w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px"></p><p>C’è un’ora, a Jaipur, in cui la capitale del Rajasthan è già dorata ma ancora silenziosa. Un filo di nebbia tra i tetti dell’Old City, l’arenaria rosa nelle prime luci di febbraio, l’aria di gelsomino e sandalo bruciato. L’invito a svegliarsi arriva dal Govind Dev Ji Temple, nel cuore del City Palace, quando la prima preghiera del giorno tira la città fuori dal sonno.</p>
<p>Si chiama <em>Mangla Aarti</em>: la più antica delle sette cerimonie quotidiane dedicate a Krishna, ottavo avatar di Vishnu, il dio che nell’iconografia induista suona il flauto e incarna la gioia divina. I devoti scivolano scalzi nel cortile del tempio, il sipario si apre sulla statua adornata di ghirlande e calendula, e le mani cominciano a battere – un ritmo collettivo che entra nel corpo prima ancora che nella testa. Le donne si coprono il capo con il bordo del sari e cantano con una concentrazione che non ha nulla di esibito. All’uscita, un sacerdote appone sulla fronte il <em>tilak</em> – un punto rosso o arancione tra le sopracciglia che la tradizione chiama “terzo occhio”. Un sigillo: dice che il sacro ha lasciato il segno, e che da qui lo si porta con sé. Il sole ora è pieno, la nebbia si è sciolta. Dal portone del tempio arriva il primo rumore della strada.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609799" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609799 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-imag3e-2026-03-24-at-191208-1-959x1024.jpeg?x17776" alt="Foto di Venus Nadia Khounsarieh" width="640" height="683" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-imag3e-2026-03-24-at-191208-1-959x1024.jpeg 959w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-imag3e-2026-03-24-at-191208-1-281x300.jpeg 281w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-imag3e-2026-03-24-at-191208-1-768x820.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-imag3e-2026-03-24-at-191208-1-1124x1200.jpeg 1124w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-imag3e-2026-03-24-at-191208-1.jpeg 1199w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text">Foto di Venus Nadia Khounsarieh</figcaption></figure>
<p>A pochi passi da Govind Dev Ji il mercato dei fiori è già in piena attività: cumuli di garofani arancioni, sacchi strabordanti di rose bianche e rosse. Un uomo seduto su un telo li seleziona a mani nude, preparando gli ordini per i rituali del giorno e i matrimoni della settimana. Qualcuno sparge manciate di petali sulle teste dei passanti – un gesto che nessuno schiva, perché qui i fiori sono offerta, augurio, devozione.</p>
<p>Tra le corsie dei bazar si aprono le bancarelle di frutta e verdura: carote rosso corallo ammassate in sacchi di juta, barbabietole, melanzane, peperoncini verdi in bacinelle traboccanti, fasci di menta e coriandolo. Il Rajasthan ha una delle percentuali più alte di vegetarianismo dell’intera India – oltre il settanta per cento della popolazione secondo alcune stime – eredità della forte presenza jainista e vaishnava nella regione. Per il jainismo ogni forma di vita è sacra, e il principio di <em>ahimsa</em> – la non-violenza – si estende a ciò che finisce nel piatto. La cucina rajasthani si è costruita attorno a questo vincolo trasformandolo in un repertorio ricchissimo: legumi, latticini, farine di miglio, ghee e spezie. Qui la verdura non ha mai dovuto sostituire la carne. L’ha preceduta.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609794" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609794 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-213047-1-768x1024.jpeg?x17776" alt="Foto di Venus Nadia Khounsarieh" width="640" height="853" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-213047-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-213047-1-225x300.jpeg 225w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-213047-1-900x1200.jpeg 900w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-213047-1.jpeg 960w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text">Foto di Venus Nadia Khounsarieh</figcaption></figure>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609814" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609814 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-1913208-1-768x1024.jpeg?x17776" alt="Foto di Venus Nadia Khounsarieh" width="640" height="853" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-1913208-1-768x1024.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-1913208-1-225x300.jpeg 225w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-1913208-1-900x1200.jpeg 900w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-1913208-1.jpeg 960w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text">Foto di Venus Nadia Khounsarieh</figcaption></figure>
<p>Il mercato intanto si riempie, il traffico si addensa, e tra i colori si fa strada un altro profumo – olio caldo, spezie, zucchero bruciato. È ora di colazione.<br>
Nel mondo occidentale la colazione è diventata l’appuntamento. Il pasto che ha scalato la gerarchia sociale del cibo, tra café specialty, latte art e uova in camicia su pane a lievitazione lunga. Ora si sposti tutto a Jaipur: niente tavolo prenotato, niente mise en place, niente posate. Solo una fila di botteghe minuscole, una accanto all’altra, aperte sulla strada, ciascuna dedicata a un solo prodotto. In una si prepara il <em>chai</em>, il tè speziato. Nella seconda si friggono i <em>samosa</em>, triangoli di pasta croccante ripieni di patate e spezie. Nella terza si colano nell’olio bollente le spirali dorate dei <em>jalebi</em>, frittelle imbevute di sciroppo di zucchero. Tutto espresso, tutto in piedi. È la colazione più seria del mondo, e si fa sul ciglio della strada.</p>
<p>Il <em>chaiwalah</em> – l’uomo del tè, figura onnipresente dell’India urbana e rurale – lavora con un ritmo che ha qualcosa di coreografico: solleva il pentolino, lo inclina da un’altezza improbabile, e il liquido scuro cade nel <em>kulhad</em>, il bicchiere di terracotta cruda, senza perdere una goccia. Il gesto ha una funzione precisa: il versaggio dall’alto raffredda il tè, lo ossigena e ne monta la schiuma. Ma visto da fuori sembra un numero da strada, e forse lo è.</p>
<p>Il <em>masala chai</em> – letteralmente “tè alle spezie” – è il battito cardiaco dell’India. Se ne consumano oltre un miliardo di tazze al giorno. Eppure il tè in India è un’abitudine recente. Prima della colonizzazione britannica il subcontinente beveva acqua, latticini e infusi di spezie. Furono gli inglesi, nell’Ottocento, a impiantare le piantagioni di Assam e Darjeeling per spezzare il monopolio cinese sull’export, e poi a spingere il consumo interno attraverso campagne capillari dell’Indian Tea Association. Ma il popolo indiano resistette a modo suo: invece di bere il tè nero all’inglese, lo fece bollire nel latte con zenzero, cardamomo, cannella e chiodi di garofano, trasformando una bevanda coloniale in qualcosa di irriconoscibile per chi l’aveva importata. Il <em>masala chai</em> è, in un certo senso, un atto di appropriazione culturale al contrario.</p>
<p>Il <em>kulhad</em> in cui viene servito merita una nota a parte. È un bicchiere monouso nel senso più antico del termine: argilla non smaltata, modellata al tornio, cotta una volta sola. Scalda le mani, rilascia al primo sorso un retrogusto minerale di terra che i puristi considerano parte integrante dell’esperienza. Dopo l’uso si getta a terra, dove si sbriciola e torna polvere. Millenni prima del dibattito sulla plastica monouso, l’India aveva già trovato la risposta nel materiale più semplice del mondo.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609804" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609804 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-214037-768x1024.jpeg?x17776" alt="Foto di Venus Nadia Khounsarieh" width="640" height="853" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-214037-768x1024.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-214037-225x300.jpeg 225w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-214037-900x1200.jpeg 900w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-214037.jpeg 960w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text">Foto di Venus Nadia Khounsarieh</figcaption></figure>
<p>Il <em>samosa</em> arriva caldo, croccante. Dentro c’è quasi sempre una cosa semplice – patate, piselli, cumino e coriandolo – ma è la frittura e il profumo che arriva prima del morso a trasformarlo in uno dei prodotti più riconoscibili dello street food indiano. La sua storia precede di secoli qualsiasi nazione che oggi lo rivendichi: nato come <em>sanbosag</em> nella Persia medievale – un involucro di pasta farcito di carne e frutta secca, pensato per i viaggiatori lungo le rotte commerciali – raggiunse il subcontinente indiano con i mercanti e i cuochi delle corti sultanali attorno al tredicesimo secolo. L’India lo fece proprio, moltiplicò le spezie e nella maggior parte delle versioni sostituì la carne con le verdure, trasformandolo da cibo di corte a cibo di strada universale.</p>
<p>Poi il <em>jalebi</em>. Se il <em>samosa</em> è spezia e equilibrio, il <em>jalebi</em> è eccesso. Il friggitore tiene in mano un imbuto di stoffa da cui lascia colare la pastella di farina fermentata direttamente nell’olio bollente, tracciando spirali con un gesto rapido e sicuro che trasforma una colata informe in un ghirigoro dorato. Pochi secondi di frittura, poi il passaggio nello sciroppo di zucchero, zafferano, cardamomo e acqua di rose, dove il <em>jalebi</em> si imbeve fino a diventare traslucido – croccante fuori e colante dentro, da mangiare ancora caldo con il <em>chai</em> dell’alba. Anche il jalebi ha radici persiane: lo z<em>ulbiyā</em>, dolce fritto e sciroppato, compare nei testi arabi medievali e viaggia verso l’India seguendo le rotte dello zucchero di canna.</p>
<p>L’alternanza – un morso di <em>samosa</em> speziato, uno di <em>jalebi</em> dolce, un sorso di <em>chai</em> che lega tutto – è un pasto completo che non ha bisogno di nulla: né tavolo, né posate, né fretta. Si sta in piedi, con le dita appiccicose di sciroppo, a guardare Jaipur che si mette in moto tra i suoi palazzi rosa salmone. Un uomo in turbante sistema le ultime ghirlande di fiori sul carretto, una donna in sari rientra al tempio con una busta di <em>samosa</em> nella mano. Un ragazzino in motorino sfreccia con un<em> kulhad</em> incastrato sul manubrio. Il sacro e il profano, a quest’ora del mattino, condividono lo stesso marciapiede.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609810" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609810 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-191455j1peg-768x1024.jpeg?x17776" alt="Foto di Venus Nadia Khounsarieh" width="640" height="853" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-191455j1peg-768x1024.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-191455j1peg-225x300.jpeg 225w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-191455j1peg-900x1200.jpeg 900w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-191455j1peg.jpeg 960w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text">Foto di Venus Nadia Khounsarieh</figcaption></figure>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609809" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609809 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-214037jpe2g-768x1024.jpeg?x17776" alt="Foto di Venus Nadia Khounsarieh" width="640" height="853" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-214037jpe2g-768x1024.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-214037jpe2g-225x300.jpeg 225w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-214037jpe2g-900x1200.jpeg 900w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-214037jpe2g.jpeg 960w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text">Foto di Venus Nadia Khounsarieh</figcaption></figure>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609808" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609808 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kalpesh-jha-zfjckyhumw-unsplash-576x1024.jpg?x17776" alt="Unsplash" width="576" height="1024" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kalpesh-jha-zfjckyhumw-unsplash-576x1024.jpg 576w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kalpesh-jha-zfjckyhumw-unsplash-169x300.jpg 169w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kalpesh-jha-zfjckyhumw-unsplash-675x1200.jpg 675w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kalpesh-jha-zfjckyhumw-unsplash.jpg 720w" sizes="auto, (max-width: 576px) 100vw, 576px"><figcaption class="wp-caption-text">Unsplash</figcaption></figure>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609816" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609816 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-191304-3-894x1024.jpeg?x17776" alt="Foto di Venus Nadia Khounsarieh" width="640" height="733" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-191304-3-894x1024.jpeg 894w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-191304-3-262x300.jpeg 262w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-191304-3-768x879.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-191304-3-1048x1200.jpeg 1048w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-24-at-191304-3.jpeg 1118w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text">Foto di Venus Nadia Khounsarieh</figcaption></figure>
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<title>L’Europa si perde tra Iran e petrolio mentre la guerra decisiva è in Ucraina</title>
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Gli Shahed uniscono Iran e Russia, ma solo il conflitto alla frontiera orientale può cambiare davvero gli equilibri globali
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21390942-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21390942-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21390942-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21390942-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21390942-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21390942-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>“Balalaika volante” o “motorino mortale alato” è come gli ucraini si riferiscono al drone Shahed iraniano-russo. Lo scorso primo marzo, una di queste macchine di morte rudimentali, economiche ma incredibilmente efficaci, ha colpito un centro operativo militare statunitense in Kuwait, uccidendo sei soldati americani. Il più giovane aveva vent’anni.</p>
<p>Nella prima settimana della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, più di mille di queste <em>balalaike</em> assassine sono state lanciate dai Guardiani della Rivoluzione e da forze allineate al regime, prendendo di mira tutto e tutti attorno al Golfo Persico. Teheran può produrne circa diecimila al mese. Per fare un confronto, da quando l’Iran ha concesso la licenza della tecnologia nel 2022, il Cremlino ha aumentato la produzione interna fino a una stima di dodicimila al mese.</p>
<p>Nel settembre dello scorso anno, diciannove versioni disarmate dello Shahed prodotte in Russia hanno violato lo spazio aereo della Nato sopra la Polonia, e molte altre sono entrate in Romania. Quasi 58mila “motorini mortali alati” si sono abbattuti sulle città ucraine dal 2022. La Russia ne ha lanciati quasi mille mercoledì, il più grande attacco di questo tipo in un solo giorno, colpendo un sito del XVI secolo patrimonio mondiale dell’Unesco a Leopoli e un ospedale maternità a Ivano-Frankivsk.</p>
<p>Lo Shahed è il filo rosso che collega l’Iran all’Ucraina, passando per la Russia. È anche una lezione: un’aggressione impunita non si esaurisce. Si diffonde. L’Europa non ha iniziato nessuna di queste guerre, ma dovrà fare i conti con entrambe.</p>
<p>Il regime iraniano è stato decapitato tre settimane fa, e gli incubi europei si stanno moltiplicando. Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso, i prezzi del petrolio sono alle stelle, e in una settimana in Medio Oriente vengono consumati più intercettori Patriot di quanti l’Ucraina ne abbia ricevuti in quattro anni. La parodia di negoziati di pace mediata dagli Stati Uniti è congelata, e la Casa Bianca sta allentando le sanzioni contro la Russia per stabilizzare i mercati energetici. E come se non bastasse, Washington sta ora legando le garanzie di sicurezza al fatto che l’Ucraina ceda territorio alla Russia. Descrivendo la situazione in Medio Oriente, il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, lo ha detto senza mezzi termini: «Finora c’è un solo vincitore in questa guerra – la Russia».</p>
<p>Mosca condivide intelligence con Teheran. L’Ucraina sta inviando la sua tecnologia all’avanguardia per l’intercettazione dei droni per proteggere l’America e i suoi alleati del Golfo. Oltre duecento esperti militari ucraini sono già dispiegati nella regione. Paragonare le due guerre è allettante, persino necessario. Ma parallelismi superficiali non aiutano a rispondere alle domande che contano: dove l’Europa può intervenire, dove dovrebbe, e dove ha il dovere e i mezzi per cambiare l’esito. La giusta indignazione non è la stessa cosa della determinazione e della saggezza necessarie per agire.</p>
<p>Gli ayatollah hanno sottratto il Paese ai suoi cittadini. Su questo non ci sono dubbi. Centinaia, se non migliaia, sono stati falciati con le mitragliatrici per strada. Il regime gode di scarso sostegno popolare, ma mantiene il monopolio della violenza. Ma la caduta di un regime brutale raramente garantisce un miglioramento. La teocrazia iraniana potrebbe radicalizzarsi ulteriormente, accelerare il suo programma nucleare, o far precipitare il Paese in una guerra civile, scatenando una crisi di rifugiati di dimensioni che l’Europa difficilmente può immaginare. Le opzioni cattive, molto cattive e terribili abbondano. La possibilità che i mullah rinuncino al controllo e che un movimento popolare abbia successo in Iran non può essere esclusa, ma resta lo scenario meno probabile.</p>
<p>In Ucraina, non c’è questa ambiguità. La strada verso la pace è difficile, ma la direzione è chiara: dare a Kyjiv ciò di cui ha bisogno per espellere gli invasori. I membri europei della Nato dovrebbero prepararsi a inviare truppe e pattugliare i cieli ucraini, come hanno sostenuto Gabrielius Landsbergis e i suoi coautori <a href="https://www.rusi.org/explore-our-research/publications/commentary/europes-power-defined-ability-take-action-ukraine" target="_blank" rel="noopener">in un recente articolo?</a> Dovrebbero inviare missili a lungo raggio come i Taurus, una misura dibattuta per tre anni? Dovrebbero smettere di discutere dei beni russi congelati e iniziare a trasferirli? Sì, sì e sì. Ciò che lo impedisce è il nascondersi dietro il «con l’Ucraina, per tutto il tempo necessario».</p>
<p>Se l’Europa permetterà a Mosca di ottenere ciò che vuole in Ucraina attraverso esitazioni, mezze misure e l’incapacità di riconoscere l’imperativo esistenziale della vittoria ucraina, il vuoto dell’appeasement finirebbe per spingere l’aggressione russa verso ovest. E se le armi dovessero tacere senza che l’Ucraina sia pienamente all’interno della difesa collettiva europea, la Russia si riorganizzerà e tornerà a invadere. La guerra con l’Iran è un labirinto macabro.</p>
<p>La guerra della Russia contro l’Ucraina è, come ha scritto Anders Aslund, «la questione più in bianco e nero di bene contro male nella storia moderna». Il presidente finlandese Alexander Stubb, il cui Paese confina con la Russia e che comprende la posta in gioco meglio di molti, lo ha detto chiaramente: «L’Iran non è la mia guerra, l’Ucraina è la mia guerra».</p>
<p>L’Europa dovrebbe investire peso economico, capitale politico, risorse militari e influenza diplomatica lì dove i risultati sono raggiungibili. Quando il presidente tedesco definisce gli attacchi all’Iran illegali secondo il diritto internazionale, sta invocando qualcosa di sacro. Ma perché questo linguaggio abbia peso, dobbiamo riavvolgere il nastro. L’ordine internazionale basato su regole non è crollato il 28 febbraio 2026, quando l’America ha bombardato l’Iran. Si è incrinato nel 2008, quando la Russia ha invaso la Georgia e l’Europa ha risposto con pensieri e preghiere. Si è ulteriormente eroso quando la Russia ha invaso la Crimea nel 2014. Ed è evaporato quando l’Europa ha portato avanti Nord Stream 2 – ricompensando di fatto l’aggressione del Cremlino con un gasdotto ridondante che ha privato l’Ucraina del suo deterrente più potente: il transito energetico da cui dipendevano sia l’Europa che la Russia. Un blocco di potenze intermedie che ha distolto lo sguardo per diciotto anni non ha l’autorità morale per pontificare e puntare il dito.</p>
<p>Il futuro dell’Europa non sarà deciso in Medio Oriente, ma a Donetsk, Luhansk e in Crimea. Lo shock energetico passerà. Ciò che non passerà è la consapevolezza che «mai più» era uno slogan, non una promessa. L’Europa non ha bisogno di permesso per aiutare l’Ucraina a ristabilire i propri confini. Ha bisogno di volontà. Esiste una disciplina di base che vale per le nazioni quanto per le persone: concentrare le proprie energie sulle cose su cui si può incidere. Basta atteggiarsi, basta proclamazioni su un ordine basato su regole che l’Occidente nel suo insieme non è riuscito a difendere, e iniziare a difenderlo dove davvero si può. La forza non precede l’azione decisiva in Ucraina. Ne è la conseguenza.</p>
<p><em>Andrew Chakhoyan è direttore accademico presso l’Università di Amsterdam, ha lavorato in precedenza per il governo degli Stati Uniti.</em></p>
<p><a href="https://kyivindependent.com/war-in-iran-war-in-ukraine-europe-must-act-where-it-counts/" target="_blank" rel="noopener"><em>Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Kyiv Independent.</em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/europa-ucraina-iran-guerra/">L’Europa si perde tra Iran e petrolio mentre la guerra decisiva è in Ucraina</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Le primarie non possono essere la scelta di un pupazzo</title>
<link>https://www.eventi.news/le-primarie-non-possono-essere-la-scelta-di-un-pupazzo</link>
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<description><![CDATA[ 
L’idea della «carta coperta» evocata in tv da Rosy Bindi mi ha ricordato la vicenda della candidata «Senza Volto», scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="854" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24028244-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24028244-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24028244-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24028244-small-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24028244-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24028244-small-1200x801.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Quando Rosy Bindi ha evocato in tv la «carta coperta» per risolvere il problema della scelta del leader da candidare a Palazzo Chigi per il centrosinistra, i giornalisti più attenti e smaliziati hanno subito pensato a Pier Luigi Bersani. Io, lo confesso, un po’ per un’ovvia associazione di idee, un po’ per naturale inclinazione a cercare sempre il dettaglio minore, il punto di vista laterale, la piccola smagliatura nella grande tessitura della politica, ebbene sì, ho pensato alla candidata «senza volto» con cui i centri sociali vollero partecipare alle primarie del 2005. Vollero partecipare cioè a un’elezione convocata per scegliere il leader del centrosinistra, contestando però la personalizzazione e il leaderismo, dunque presentando un candidato, letteralmente, a volto coperto. Ma siccome alla fine, come si sa, in Italia la rivoluzione non si può fare perché ci conosciamo tutti, anche la candidata senza volto, per poter correre, dovette accettare di mostrare la faccia e le generalità. In pratica, dopo una breve prova di forza, il caso si risolse all’italiana, cioè con una soluzione meravigliosamente burocratica, e sulla scheda comparve infine la candidata Simona Panzino, detta «Senza Volto».</p>
<p>Quelli però erano gli scapestrati ragazzi dei centri sociali, dai quali era più che lecito attendersi la solita retorica assemblearista sul valore del collettivo, sulla prevalenza del noi sull’io (retorica vuota e assai ipocrita, perché poi anche quei movimenti hanno sempre avuto i loro leader, ben felici di mostrarsi in tv e sui giornali). Cosa ben diversa, però, è sentirsi rifilare la stessa solfa da attempati e meno attempati professionisti della politica, cioè dai dirigenti del centrosinistra. Ripetere che prima viene il programma e poi il leader, prima i valori comuni e poi il leader, prima il perimetro della coalizione e poi il leader, suggerisce immediatamente nell’elettore l’impressione che a questo benedetto leader, una volta scelto, sarà rimasto ben poco da decidere. Comunque lo si voglia scegliere, non è certo il modo migliore per accattivargli la simpatia dell’opinione pubblica.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/schlein-conte-premier-primarie/" target="_blank" rel="noopener"><em>Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema.</em></a></p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>L’Iran ha colpito una petroliera al largo di Dubai</title>
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La nave kuwaitiana, carica di greggio, è stata attaccata da un drone mentre era ancorata. Non ci sono feriti, ma cresce il rischio energetico e ambientale in una regione sempre più instabile
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>L’Iran, colpito, una, petroliera, largo, Dubai</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24274801-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24274801-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24274801-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24274801-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24274801-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24274801-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Questa mattina una petroliera carica di greggio è stata colpita da un attacco al largo di Dubai, in uno degli episodi più significativi dell’escalation in corso nel Golfo Persico. Secondo <a href="https://www.nytimes.com/live/2026/03/30/world/iran-war-trump-oil-news" target="_blank" rel="noopener">il New York Times</a>, la nave kuwaitiana Al-Salmi «ha preso fuoco dopo essere stata attaccata mentre era ancorata al largo della costa di Dubai». Le autorità del Kuwait attribuiscono l’azione all’Iran. L’attacco arriva in un momento di forte tensione nella regione, aggravato dalle minacce degli Stati Uniti e dal rischio di una chiusura dello stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale.</p>
<p>La petroliera era completamente carica al momento dell’attacco. La compagnia nazionale kuwaitiana ha spiegato che «lo scafo della nave ha subito danni» e che questi «potrebbero portare a una fuoriuscita di petrolio nelle acque circostanti», sollevando timori ambientali oltre che energetici. A bordo, secondo le ricostruzioni, c’erano circa due milioni di barili di greggio.</p>
<p>Nonostante la violenza dell’esplosione e l’incendio che ne è seguito, non si registrano feriti: «nessun membro dell’equipaggio è rimasto ferito», hanno fatto sapere le autorità di Dubai, aggiungendo che le squadre antincendio sono riuscite a domare le fiamme dopo l’attacco, probabilmente condotto con un drone.</p>
<p>L’episodio si inserisce in una fase di crescente instabilità. Il New York Times sottolinea che l’attacco è arrivato «il giorno dopo che Donald Trump ha minacciato di colpire infrastrutture iraniane» se Teheran non accetterà le condizioni statunitensi, alternando aperture diplomatiche a minacce dirette. Questa strategia ha contribuito a rendere estremamente nervosi i mercati: il prezzo del Brent ha superato brevemente i centosedici dollari al barile prima di ridimensionarsi.</p>
<p>Negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli attacchi contro obiettivi civili e militari nella regione, con missili e droni intercettati tra Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Il traffico nello stretto di Hormuz, da cui passa una quota fondamentale del petrolio mondiale, risulta ormai fortemente ridotto.</p>
<p>L’attacco alla Al-Salmi conferma questa tendenza: le petroliere sono diventate obiettivi diretti di una guerra che si sta progressivamente spostando anche sul piano economico ed energetico. E il rischio, oltre a quello militare, è ora anche ambientale, nel caso in cui i danni allo scafo dovessero causare uno sversamento in mare.</p>
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<title>Il cappio di Ben Guir e il suicidio di Israele</title>
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Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
L&#039;articolo Il cappio di Ben Guir e il suicidio di Israele proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 10:00:06 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/il-cappio-di-ben-guir-e-il-suicidio-di-israele/">Il cappio di Ben Guir e il suicidio di Israele</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Satispay Welfare: il modello che restituisce valore alla filiera</title>
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<description><![CDATA[ Continua la crescita della fintech anche nel mondo del Welfare aziendale: con oltre 30 milioni di euro rimborsati entro un giorno lavorativo agli esercenti ogni mese, e un tasso di crescita degli employer pari a 20 volte in soli due anni, Satispay rivede al rialzo gli obiettivi 2026 e punta a 700 milioni di volumi annualizzati su tutti i prodotti Welfare entro la fine del 2026 ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Satispay_2026-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Continua la crescita della fintech anche nel mondo del Welfare aziendale: con oltre 30 milioni di euro rimborsati entro un giorno lavorativo agli esercenti ogni mese, e un tasso di crescita degli employer pari a 20 volte in soli due anni, Satispay rivede al rialzo gli obiettivi 2026 e punta a 700 milioni di volumi annualizzati su tutti i prodotti Welfare entro la fine del 2026]]> </content:encoded>
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<title>Rally: Rally Team investe sulla sicurezza a Vedelago</title>
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<description><![CDATA[ La scuderia di Rosà è stata presente, Sabato scorso, all&#039;evento organizzato dal Comune di Vedelago, in collaborazione con l&#039;Istituto Comprensivo di Vedelago. ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Enduro: Jteam e Recchia, insieme nell’Italiano Enduro</title>
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<description><![CDATA[ La compagine di Bassano ed il vicecampione europeo 2022 saranno della partita nella serie tricolore riservata agli Under 23 ed ai Senior. ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Enduro:, Jteam, Recchia, insieme, nell’Italiano, Enduro</media:keywords>
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<title>John Constable: pioniere del naturalismo</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 31 Marzo ed in questo giorno, nel 1837, a Londra, in Inghilterra, moriva il grande pittore John Constable. Era nato nel 1776 a East Bergholt, nella Contea del Suffolk, e viene considerato uno dei più importanti esponenti del Romanticismo, noto soprattutto per i suoi paesaggi, specializzandosi nel ritrarre la campagna che lo […] ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:00:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/John-Constable-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Oggi è il 31 Marzo ed in questo giorno, nel 1837, a Londra, in Inghilterra, moriva il grande pittore John Constable. Era nato nel 1776 a East Bergholt, nella Contea del Suffolk, e viene considerato uno dei più importanti esponenti del Romanticismo, noto soprattutto per i suoi paesaggi, specializzandosi nel ritrarre la campagna che lo […]]]> </content:encoded>
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<title>Automazione Filettatura e Svasatura Lamiera con MultiTapper – CoastOne NextKey</title>
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<description><![CDATA[ ttimizza filettatura, svasatura e foratura della lamiera con le macchine MultiTapper di CoastOne, distribuite da NextKey. Riduci costi, aumenta efficienza e qualità nella carpenteria metallica. ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:00:11 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>L’Arte di Alessandra Maltoni trionfa alla Biennale di Milano: doppio prestigioso riconoscimento per l’artista ravennate</title>
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<description><![CDATA[ L’evento, svoltosi sotto l’egida dell’Istituto Internazionale di Cultura e con il contributo di prestigiose istituzioni come l&#039;Accademia di Belle Arti e il Console Italiano, ha posto i riflettori su una ricerca artistica che fonde sensibilità contemporanea e solidità accademica. ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:00:11 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>L’Arte, Alessandra, Maltoni, trionfa, alla, Biennale, Milano:, doppio, prestigioso, riconoscimento, per, l’artista, ravennate</media:keywords>
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<title>Firenze capitale turismo di lusso, Masi (Destination Florence): “Valorizzare i flussi di qualità”</title>
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<description><![CDATA[ Presentata in Regione Toscana la manifestazione Aura, in programma dal 27 al 29 ottobre alla Fortezza da Basso ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:00:11 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Firenze, capitale, turismo, lusso, Masi, Destination, Florence:, “Valorizzare, flussi, qualità”</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Aura-3-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Presentata in Regione Toscana la manifestazione Aura, in programma dal 27 al 29 ottobre alla Fortezza da Basso]]> </content:encoded>
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<title>Mutui: in Calabria 109.000 euro la richiesta media (+1%)</title>
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<description><![CDATA[ Il 2026 si è aperto positivamente sul fronte dei mutui; secondo l’Osservatorio* Facile.it – Mutui.it, nei primi due mesi dell’anno l’importo medio richiesto in Calabria è aumentato dell’1% rispetto a dodici mesi fa, arrivando a 109.374 euro. In calo l’età media dei richiedenti, che passa da quasi 41 anni e mezzo dei primi due mesi […] ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:00:11 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Golden Catwalk Magazine: Top 0,25% mondiale: un nuovo record di impatto globale</title>
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<description><![CDATA[ L’ingresso di Golden Catwalk Magazine nel Top 0.25% mondiale di HypeAuditor segna un riconoscimento ufficiale della sua autorevolezza internazionale e della qualità della sua audience. Questo traguardo consolida la posizione della rivista come riferimento globale nel lusso, moda, cinema e cultura. ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:00:11 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Golden, Catwalk, Magazine:, Top, 25, mondiale:, nuovo, record, impatto, globale</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/PRENDIAMOCI-UNA-PAUSA-CHRISTIAN-MARAZITTI-E-YARELYS-MONOCHE-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">L’ingresso di Golden Catwalk Magazine nel Top 0.25% mondiale di HypeAuditor segna un riconoscimento ufficiale della sua autorevolezza internazionale e della qualità della sua audience. Questo traguardo consolida la posizione della rivista come riferimento globale nel lusso, moda, cinema e cultura.]]> </content:encoded>
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<title>Polizze catastrofali: scatta l’obbligo per le micro e piccole imprese del comparto turistico e della ristorazione</title>
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<description><![CDATA[ Scade il 31 marzo l’ultimo termine utile per sottoscrivere una polizza assicurativa contro i danni da calamità naturali, la cosiddetta polizza Cat Nat. Entro tale data le micro e piccole imprese del comparto turistico e della ristorazione devono adeguarsi e provvedere all’adempimento. La scadenza interessa anche le attività del settore della pesca e dell’acquacoltura. Ma […] ]]></description>
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<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:00:10 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Polizze, catastrofali:, scatta, l’obbligo, per, micro, piccole, imprese, del, comparto, turistico, della, ristorazione</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/catastrofali_bojo-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Scade il 31 marzo l’ultimo termine utile per sottoscrivere una polizza assicurativa contro i danni da calamità naturali, la cosiddetta polizza Cat Nat. Entro tale data le micro e piccole imprese del comparto turistico e della ristorazione devono adeguarsi e provvedere all’adempimento. La scadenza interessa anche le attività del settore della pesca e dell’acquacoltura. Ma […]]]> </content:encoded>
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<title>Georges Seurat: pioniere del “Puntinismo”</title>
<link>https://www.eventi.news/georges-seurat-pioniere-del-puntinismo</link>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 29 Marzo ed in questo giorno, nel 1891, a Parigi, a soli 32 anni, moriva il pittore Georges Seurat (nome completo Georges-Pierre Seurat). Era nato a Parigi nel 1859 e fu noto come pioniere del movimento neoimpressionista. Fin da giovane, Seurat sviluppò una passione per il disegno, influenzato dallo zio Paul, un […] ]]></description>
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<pubDate>Mon, 30 Mar 2026 02:30:12 +0200</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Georges-Seurat-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Oggi è il 29 Marzo ed in questo giorno, nel 1891, a Parigi, a soli 32 anni, moriva il pittore Georges Seurat (nome completo Georges-Pierre Seurat). Era nato a Parigi nel 1859 e fu noto come pioniere del movimento neoimpressionista. Fin da giovane, Seurat sviluppò una passione per il disegno, influenzato dallo zio Paul, un […]]]> </content:encoded>
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<title>I rischi ignoti di un mondo in cui è la macchina a dar lavoro agli uomini</title>
<link>https://www.eventi.news/i-rischi-ignoti-di-un-mondo-in-cui-e-la-macchina-a-dar-lavoro-agli-uomini</link>
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<description><![CDATA[ 
Sono già online i primi siti in cui l’intelligenza artificiale assegna incarichi ai lavoratori, ma non si sa di chi sia la responsabilità giuridica o chi garantisca il rispetto delle normative. C‘è bisogno subito di regole 
L&#039;articolo I rischi ignoti di un mondo in cui è la macchina a dar lavoro agli uomini proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>rischi, ignoti, mondo, cui, macchina, dar, lavoro, agli, uomini</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/timon-studler-abgavhjxwdq-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/timon-studler-abgavhjxwdq-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/timon-studler-abgavhjxwdq-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/timon-studler-abgavhjxwdq-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/timon-studler-abgavhjxwdq-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/timon-studler-abgavhjxwdq-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Questa settimana ho provato, senza successo, a iscrivermi a una piattaforma online che si chiama RentaHuman.ai. Nel momento in cui scrivo, il contatore sul sito indica 662.869 persone disponibili a essere “noleggiate” da un agente artificiale per svolgere i compiti più disparati: fare una fotografia, ritirare un pacco o sottoscrivere un documento per conto di una macchina.</p>
<p>A prima vista, sembra l’ennesimo spazio digitale dove provare a guadagnare qualche euro. Ma se si guarda meglio al meccanismo, emerge qualcosa di diverso. Nelle piattaforme tradizionali della gig economy il rapporto, per quanto mediato, resta umano: un cliente incarica, una piattaforma organizza, un lavoratore esegue. Qui, invece, il centro decisionale è un agente di intelligenza artificiale.</p>
<p>L’essere umano non lavora più per qualcuno, ma per qualcosa. È un passaggio sottile, ma radicale: non si tratta più di governare l’AI, bensì di essere governati da essa. Se questo modello dovesse diffondersi, le implicazioni per il diritto del lavoro sarebbero tutt’altro che marginali. La prima criticità riguarda l’imputazione della responsabilità.</p>
<p>Le categorie tradizionali — datore di lavoro, committente, intermediario — presuppongono un soggetto giuridico identificabile che organizza e talvolta dirige la prestazione. Ma cosa accade quando le istruzioni provengono da una macchina, priva di personalità giuridica e opaco nei suoi processi decisionali? Non è solo un problema teorico. Pensate a un incarico apparentemente innocuo — il ritiro di un pacco o la consegna di un documento — che si traduca in una violazione di legge o in un danno a terzi. Il pacco conteneva droga o il documento era falsificato, ma l’umano non lo poteva sapere. Su chi ricade la responsabilità? Sulla persona? Sulla piattaforma? Sul soggetto che ha sviluppato o addestrato l’agente?</p>
<p>A questo si aggiunge un ulteriore livello di complessità: l’assenza di un centro di imputazione della responsabilità rende difficilmente applicabili anche le tutele fondamentali del diritto del lavoro. Chi garantisce il rispetto delle norme in materia di salute e sicurezza? Chi è tenuto a prevenire discriminazioni o a gestire correttamente i dati personali? E, soprattutto, è ancora sensato parlare di autonomia del lavoratore quando la direzione è esercitata da una macchina?</p>
<p>Insomma, ci troviamo dentro a un potenziale episodio di Black Mirror dai risvolti ancora ignoti. Siamo ancora in tempo: possiamo scegliere di mettere le persone al centro e vietare, o quantomeno limitare, la subordinazione degli esseri umani a delle macchine. Sperém.</p>
<p><em>*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. <a href="https://4bc4cd75.sibforms.com/serve/MUIEACHlAtd5qjjWQ5NmCRRyi7KCcCFgDeBHlg0C4Mm6VbQuuamx1-mGSXOd6jRlGD72FQihrF2-kKfXx1ekT2MgTmSKUZxLgS0VYaaf6lAT5Fl1DLjzrt--szscnEjv1zF9tOttGBbVTEiFM0Zi7TKoUvcxM3wazwBlkqxklh00GJ3huS1UL0tivNNbm-_BEtLOeBkvRYZ59OHl" target="_blank" rel="noopener">Qui per iscriversi</a></em></p>
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<title>La lunga marcia dello spionaggio cinese nei social professionali</title>
<link>https://www.eventi.news/la-lunga-marcia-dello-spionaggio-cinese-nei-social-professionali</link>
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Pagamenti, coperture credibili e reclutamento graduale: le campagne denunciate negli Stati Uniti nel 2018 trovano oggi una nuova maturità in Europa, come mostra un’inchiesta di Intelligence Online
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13778050-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13778050-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13778050-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13778050-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13778050-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13778050-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><i>San Francisco (California)</i>. Non è una novità. Semmai, è una conferma, e un salto di qualità. Già nel 2018, il controspionaggio denunciava una campagna «super aggressiva» su LinkedIn condotta dall’intelligence cinse per reclutare americani con accesso a informazioni sensibili. William Evanina, allora capo del controspionaggio statunitense, parlava apertamente, <a href="https://www.reuters.com/article/world/exclusive-us-accuses-china-of-super-aggressive-spy-campaign-on-linkedin-idUSKCN1LG16I/">a Reuters</a>, di migliaia di contatti simultanei attraverso profili falsi e finte offerte di lavoro. Non un episodio isolato, ma un metodo già allora considerato sistemico, tanto da spingere le autorità a chiedere una maggiore collaborazione alle piattaforme e una maggiore sensibilità da parte del mondo accademico e della ricerca.</p>
<p>È da qui che bisogna partire per leggere l’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi da <a href="https://www.intelligenceonline.com/asia-pacific/2026/03/24/chinese-spies-fish-for-high-profile-european-targets-via-fake-linkedin-profiles,110687480-art">Intelligence Online</a>, sito francese tra i più informati sulle dinamiche dell’intelligence europea. Il caso della ex collaboratrice francese della Commissione europea contattata da una falsa società di consulenza non introduce una tecnica nuova. Mostra, piuttosto, quanto quella tecnica sia maturata.</p>
<p>Secondo Intelligence Online, dietro profili come “Kevin Zhang” ci sarebbe un’operazione coordinata dal ministero della Sicurezza di Stato cinese, attiva almeno dal 2021 e focalizzata su target europei legati a istituzioni di Unione europea e Nato. Il meccanismo è ormai rodato: un annuncio credibile, un primo incarico pagato (anche 700-1000 euro), poi un’escalation verso richieste di informazioni non pubbliche o contatti utili.</p>
<p>Il punto chiave è proprio questo: la gradualità. Già negli Stati Uniti, i casi emersi alla fine degli anni 2010 mostravano lo stesso schema. Profili falsi che si presentano come recruiter, offerte di consulenza ben remunerate, costruzione progressiva di una relazione. In alcuni casi, questo processo ha portato a veri e propri reclutamenti: un esempio è quello di Kevin Mallory, ex funzionario della Central Intelligence Agency, che fu avvicinato proprio attraverso LinkedIn prima di essere condannato a 20 anni di carcere per spionaggio a favore della Cina.</p>
<p>Negli anni, le agenzie occidentali hanno continuato a lanciare l’allarme. Nel Regno Unito, MI5 <a href="https://www.gov.uk/government/news/action-to-disrupt-and-deter-threats-to-uk-as-mi5-issues-spy-alert">ha avvertito pubblicamente</a>, alla fine dello scorso anno, che i servizi cinesi stavano utilizzando piattaforme professionali per avvicinare anche parlamentari britannici. Già prima, Germania e Francia avevano segnalato campagne analoghe su larga scala.</p>
<p>Eppure, la percezione resta quella di una minaccia relativamente nuova. In realtà, ciò che sta cambiando non è il metodo, ma la sua efficacia. Le operazioni descritte oggi sono più credibili, meglio finanziate e più difficili da individuare. Le società di copertura appaiono plausibili, i pagamenti sono reali, e soprattutto il passaggio da attività lecita a richiesta sensibile avviene in modo quasi impercettibile.</p>
<p>Si tratta di una forma di <i>human intelligence</i> adattata all’ambiente digitale. Non cyber-attacchi, ma relazioni. Non intrusioni nei sistemi, ma nelle reti professionali. E il bersaglio non è solo chi ha accesso diretto a informazioni classificate, ma chi può contribuire a ricostruire contesti, dinamiche, processi decisionali.</p>
<p>In questo senso, il modello cinese si distingue nettamente da quello russo. Mosca privilegia operazioni più visibili e spesso più aggressive: hacking, leak, campagne di disinformazione. L’obiettivo è influenzare il breve periodo, incidere su elezioni, crisi, decisioni immediate. Pechino, invece, lavora sul lungo termine. L’obiettivo non è tanto cambiare una decisione oggi, quanto capire come verranno prese quelle di domani.</p>
<p>Anche l’uso delle piattaforme riflette questa differenza. Per la Russia, i social media sono uno strumento di influenza. Per la Cina, sono una infrastruttura di reclutamento. LinkedIn, in particolare, offre un ambiente ideale: professionale, basato sulla fiducia e sulla condivisione volontaria di informazioni sensibili come esperienze lavorative, reti di contatti e competenze.</p>
<p>Il risultato è una minaccia più difficile da contrastare. Le operazioni russe tendono a lasciare tracce evidenti. Quelle cinesi si sviluppano in una zona grigia, dove il confine tra collaborazione legittima e attività di intelligence è sfumato. Spesso iniziano come opportunità di lavoro, e solo in una fase successiva rivelano la loro natura.</p>
<p>Per l’Europa, questo implica un problema strutturale. Negli ultimi anni, l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla minaccia russa, più immediata e politicamente visibile. Il modello cinese richiede invece una risposta diversa: maggiore consapevolezza individuale, controlli sulle collaborazioni professionali e una cultura della sicurezza capace di adattarsi a un mondo in cui lo spionaggio passa sempre meno dalle ambasciate e sempre più dalle piattaforme digitali.</p>
<p>L’inchiesta di Intelligence Online, letta alla luce dei precedenti americani, mostra dunque una continuità più che una rottura. La Cina non ha inventato un nuovo strumento. Ha semplicemente imparato a usare meglio quelli esistenti, trasformando un social network professionale in una piattaforma globale di reclutamento informativo.</p>
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<title>La guardia del corpo di Jill Biden, e il piscialettismo come spirito del tempo</title>
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Non c’è più nessuno che sappia fare il lavoro per cui è pagato, persino i bodyguard si sparano addosso. Servirebbe qualcuno che imponesse di far bene le cose, e senza frignare 
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>guardia, del, corpo, Jill, Biden, piscialettismo, come, spirito, del, tempo</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dj-paine-bwvbqgcbkry-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dj-paine-bwvbqgcbkry-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dj-paine-bwvbqgcbkry-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dj-paine-bwvbqgcbkry-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dj-paine-bwvbqgcbkry-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dj-paine-bwvbqgcbkry-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Ieri, mentre alla guardia del corpo di Jill Biden partiva un colpo per sbaglio, io ricevevo una mail in toni indignati da una che non stava facendo il lavoro che doveva fare e alla quale mi ero permessa di far notare che erano settimane che non lo stava facendo.</p>
<p>Non importa che lavoro fosse, importa solo che nel 2026, se una non ha voglia o capacità di fare il lavoro per cui è pagata, e qualcuno glielo fa notare, quest’una si offenderà moltissimo. Io ne sono lieta, per carità: se la gente non avesse reazioni ridicole non avrei mai niente da scrivere, e probabilmente dovrei trovarmi un lavoro vero che poi, come tutti, non avrei voglia di fare.</p>
<p>La guardia del corpo di Jill Biden è un agente dei servizi segreti americani (gli ex presidenti e le loro famiglie hanno una protezione a vita), e quei furbi del Daily Mail hanno titolato come se si fosse suicidato: agente si spara mentre scorta l’ex first lady all’aeroporto di Filadelfia.</p>
<p>Poi <a href="https://www.nytimes.com/2026/03/27/us/jill-biden-secret-service-shot-philadelphia-airport.html">vai a guardare sul New York Times</a> e scopri che a questo tizio è semplicemente (si fa per dire) partito un colpo: si è sparato in una gamba. Ma come sarebbe, i più specializzati del mondo, quelli che dovrebbero saper proteggere i capi dell’universo dagli attentati, sono tipo Leslie Nielsen in “Una pallottola spuntata”, tipo Austin Powers? Non c’è più nessuna differenza tra realtà e parodia? Non c’è più nessuno che sappia fare il proprio lavoro?</p>
<p>Quando hanno iniziato a raccontarmi della gente che piange io non ci credevo. La prima è stata una mia amica, un po’ di anni fa. Ai trentenni, mi diceva, non puoi più dire niente. Tu, mi diceva, in un ufficio diventeresti matta. Raccontava che lei diceva questa cosa così non va bene, va fatta cosà, e quelli si mettevano a piangere.</p>
<p>Ho iniziato a chiedere in giro, e ovunque sentivo le stesse storie in cui, al non saper lavorare, si univa una suscettibilità grazie alla quale a lavorare non imparerai mai (speriamo siano tutti ricchi di famiglia, o abbiano amanti disposti a mantenerli).</p>
<p>La volta in cui, nella redazione d’un programma televisivo, il conduttore in riunione dice alla proposta d’una redattrice «questa è una cazzata», e lei non fa più niente tutto il giorno perché tutto il giorno piange.</p>
<p>La volta in cui, nella redazione d’un giornale, il direttore dice a un giornalista che il pezzo così non va bene, e lui offeso fa quel che nel gergo delle redazioni si chiama «mettersi di corta» (cioè: prendersi il giorno libero), e il capo non osa dirgli niente perché teme che, rimproverandolo, peggiorerà le cose: poi quello va dal medico e si fa dare quindici giorni di malattia.</p>
<p>Ogni tanto ripenso ai miei anni da piagnona. A quella redattrice – mi pare si chiamasse Laura, ma non ne sono sicura – che nell’estate del 1996 dovette assemblare un intero programma televisivo da sola perché io arrivavo in redazione e piangevo tutto il giorno. L’amore della mia vita (uno dei duecentocinquanta amori della vita dei miei anni giovanili) mi aveva lasciata via fax (prima di Daniel Day-Lewis e della Adjani: ci tengo), e io ero disperatissima.</p>
<p>Laura o come ti chiamavi, ovunque tu sia: scusami moltissimo. Ogni volta che vedo questi piscialetto penso a te e a quel pomeriggio in cui mi dicesti che tanto valeva tornassi in albergo, se non sapevo rendermi utile.</p>
<p>Però Laura aveva forse un paio d’anni più di me, e invece di piangere lavorava: c’erano ancora differenze tra noi piscialetto e quelle che mandavano avanti la baracca. Quand’è che il piscialettismo è diventato una cosa generazionale, ma che dico generazionale, generalizzata: quand’è che ha iniziato a non lavorare più nessuno, quand’è che hanno iniziato tutti a frignare?</p>
<p>Tutti gli articoli sulla guardia del corpo di Jill che s’è sparata in una gamba dicono a un certo punto qualcosa tipo «come se gli aeroporti non avessero già abbastanza problemi». C’è infatti quella questione che avete visto spesso negli sceneggiati televisivi: che le cose pubbliche americane non funzionano in automatico, gli stanziamenti di denaro per farle funzionare vanno continuamente ri-autorizzati, e a volte il Parlamento non si mette d’accordo su cosa finanziare.</p>
<p>La sicurezza aeroportuale è la vittima del momento: quelli che ci fanno levare le scarpe e passare sotto i raggi X e separare i liquidi (ma quello non lo fanno più praticamente da nessuna parte, che sollievo, persino a Heathrow non si fanno più venire crisi isteriche se hai la crema per il contorno occhi in valigia: è il più importante miglioramento della qualità della vita degli ultimi anni), loro in America non sono pagati da metà febbraio.</p>
<p>Trump ha detto giovedì sera che avrebbe firmato un’ordinanza esecutiva per farli pagare e riportare gli aeroporti alla normalità, ma al momento in cui scrivo questo articolo i giornali americani dicono che non si capisce se sia nei suoi poteri fare una roba del genere.</p>
<p>E a me viene un sospetto: che <a href="https://www.linkiesta.it/2025/04/trump-america-dipendenti-forestali/">Trump</a> non sia il problema ma la soluzione. Che uno abbastanza teppista da fregarsene dell’ordine costituito e ordinare come fosse un imperatore che chi deve lavorare lavori, che chi deve venire pagato sia pagato, che le cose che vanno fatte vengano fatte, che uno così sia l’unico modo di sbloccare un mondo che somiglia tantissimo a quella scena con Romy Schneider che se siete state bambine negli anni Ottanta conoscete e altrimenti sono qui per ricordarvi.</p>
<p>Il film è “La giovane regina Vittoria”, il primo in cui Romy Schneider fa la regnante, meno famoso di quelli in cui faceva Sissi ma dotato d’una fondamentale scena in cui la giovane Vittoria si è già innamorata di Alberto di Sassonia-Coburgo, e sta per riceverlo per la prima volta a palazzo.</p>
<p>Palazzo che però è freddo, e con le finestre sporche. «I lacchè reali dipendono dal caposcuderia, e non possono nemmeno toccare le finestre», spiega il valletto. E «il lord apparecchiatore fa preparare la legna, e il lord cameriere accende il fuoco, ma prima di settembre non esiste un pezzo di legna al castello». È una scena ambientata nel 1839 e resa cinema nel 1954: dunque già nessuno, nemmeno la regina Vittoria, riusciva a ottenere che chi era pagato per fare un lavoro lo facesse?</p>
<p>«Dall’interno, maestà, le finestre dipendono dal dipartimento del maggiordomo di corte, dall’esterno dall’amministrazione boschi e foreste». Ci ripenso ogni volta che ho la tentazione di offendere qualche lavoratore facendogli notare che non sta facendo il lavoro per cui è pagato, e che nella società in cui è convinto di vivere – quella competitiva, liberista, e altre fantasie di milanesi convinti di trovarsi a Tokyo – l’avrebbero già cacciato a calci. Penso alla giovane Vittoria che non è in grado d’imporsi sulla burocrazia che ha bisogno di due autorizzazioni per le vetrate esterne e per quelle interne, e quasi divento trumpiana: ah, se Vittoria avesse avuto le ordinanze esecutive; ah, se ce le avessi io.</p>
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<title>Perché devi disdire la prenotazione a un ristorante se sai che non ci andrai</title>
<link>https://www.eventi.news/perche-devi-disdire-la-prenotazione-a-un-ristorante-se-sai-che-non-ci-andrai</link>
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Il no show non è solo scortesia. Per i piccoli ristoranti è una perdita economica immediata e spesso non recuperabile. I dati internazionali aiutano a capire quanto incida davvero sul sistema
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/daoud-abismail-gnqehtqp9qq-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/daoud-abismail-gnqehtqp9qq-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/daoud-abismail-gnqehtqp9qq-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/daoud-abismail-gnqehtqp9qq-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/daoud-abismail-gnqehtqp9qq-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/daoud-abismail-gnqehtqp9qq-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Prenotare e non presentarsi per noi può essere solo un dettaglio organizzativo: per un ristorante è una variabile economica che incide direttamente sul conto economico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il termine <em>no show, </em>detestato dai ristoratori, indica l’assenza del cliente senza cancellazione del tavolo prenotato. A questo si aggiungono le disdette all’ultimo minuto, che producono effetti simili. In entrambi i casi il risultato è lo stesso: un tavolo vuoto che difficilmente viene riassegnato in tempo utile.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Secondo <a href="https://www.hospitalitymarketinginsight.com/p/psychology-hospitality-no-shows" target="_blank" rel="noopener">diverse analisi internazionali,</a> il fenomeno può incidere tra il 5 e il 20 per cento del fatturato potenziale di un ristorante. </span><span class="s1">Il costo medio per singolo cliente assente varia tra i 28 e i 120 euro, a seconda del livello del locale. </span><span class="s1">Nel Regno Unito <a href="https://www.zonal.co.uk/resources/blog-7-sobering-stats-on-no-shows-in-pubs-and-restaurants/" target="_blank" rel="noopener">il valore complessivo</a> del fenomeno è stato stimato fino a 16 miliardi di sterline all’anno. </span><span class="s1">Questi numeri diventano più rilevanti quando si osserva la struttura economica dei piccoli ristoranti. </span><span class="s1">Un locale con pochi coperti lavora su previsioni molto precise: le prenotazioni determinano acquisti, preparazioni e organizzazione del personale. Se una parte di queste prenotazioni salta, non esistono margini per compensare facilmente la perdita. </span><span class="s1">Un tavolo da quattro persone che non si presenta può incidere in modo significativo sull’incasso della serata, e a fine mese potrebbe addirittura coincidere con uno stipendio di un membro della brigata. </span></p>
<p class="p1">Secondo <a href="https://checkless.io/blog/restaurant-reservations-no-shows-2026-solutions" target="_blank" rel="noopener">una ricerca americana</a>, in un ristorante con scontrino medio di 75 dollari, una mancata presentazione di quattro commensali rappresenta una perdita di 300 dollari di fatturato. Con un tasso di mancata presentazione del 5 per cento e cento prenotazioni settimanali, si tratta di cinque mancate presentazioni a settimana, ovvero oltre 1.500 dollari a settimana, per un totale di 78.000 dollari all’anno per un singolo ristorante. E o<span class="s1">ltre al mancato ricavo, ci sono costi già sostenuti. Ingredienti acquistati e preparati, ore di lavoro già impiegate, organizzazione della cucina calibrata su un numero di coperti che non si realizza. </span><span class="s1">Nei ristoranti con menu degustazione o con forte utilizzo di materie prime fresche, la possibilità di recupero è limitata, perché il prodotto preparato non sempre può essere riutilizzato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un altro effetto riguarda la gestione delle prenotazioni. Un tavolo occupato a sistema non viene assegnato ad altri clienti. Se la cancellazione arriva troppo tardi, la domanda potenziale è già stata intercettata da altri locali. </span><span class="s1">Negli ultimi anni il fenomeno è stato collegato anche a un cambiamento nei comportamenti dei clienti. In particolare alla <a href="https://www.foodandwine.com/reservation-hoarding-and-no-shows-ruining-restaurants-11751717" target="_blank" rel="noopener">pratica di prenotare più ristoranti</a> contemporaneamente e decidere all’ultimo dove andare, definita <em>reservation hoarding: </em>q</span><span class="s1">uesto comportamento aumenta l’incertezza per i ristoratori e rende meno affidabile il sistema delle prenotazioni.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per ridurre il problema, molti locali hanno introdotto strumenti di garanzia: carta di credito, caparre, penali in caso di mancata presentazione. Sono soluzioni efficaci sul piano economico, ma modificano il rapporto con il cliente e spesso diventano un freno alla prenotazione dei ristoranti che li mettono in atto. Inoltre, i tavoli tenuti prenotati per chi non si è presentato avrebbero potuto servire altri avventori, spesso persone che si sono presentate senza prenotazione e che hanno poi scelto un altro ristorante.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il <em>no show</em> evidenzia una trasformazione nel modo in cui viene percepita la prenotazione, da impegno a opzione reversibile. Le ragioni si distribuiscono tra scelte consapevoli e dinamiche più contingenti: esistono comportamenti intenzionali, come le prenotazioni multiple per la stessa sera, le prenotazioni “di riserva” senza reale impegno o la gestione incerta dei gruppi, dove chi prenota non verifica la presenza degli altri. Accanto a questi, incidono fattori più ordinari: dimenticanze, cambiamenti improvvisi di programma, problemi nella ricezione delle conferme o difficoltà tecniche nel cancellare la prenotazione, che spesso rendono l’operazione inutilmente complessa. A rendere il fenomeno più frequente contribuisce anche la struttura stessa dei sistemi di prenotazione: l’assenza di penali, l’anonimato delle piattaforme digitali, la distanza creata dalle app e la possibilità di prenotare con largo anticipo riducono la percezione di responsabilità. La prenotazione perde così il valore di impegno e viene trattata come un’opzione reversibile. </span><span class="s1">Alcuni studi mostrano che una maggiore consapevolezza del cliente <a href="https://www.researchgate.net/publication/382914243_Tackling_no-shows_in_fine_dining_insights_into_cancellation_policies_and_consumer_awareness_campaigns" target="_blank" rel="noopener">riduce il fenomeno</a> più delle sole penalità economiche. E forse è questo il tasto su cui lavorare: il contatto e il rapporto diretto, ma anche la condivisione del problema sono strumenti potenti di sensibilizzazione, che vanno messe in atto e vanno sempre più utilizzate. Alla fine, rimane sempre il buon vecchio senso di colpa, da attivare attraverso un piccolo escamotage passivo-aggressivo. Se il cliente si sente parte del progetto, difficilmente lo saboterà consapevolmente. </span><span class="s1"> </span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/perche-devi-disdire-la-prenotazione-a-un-ristorante-se-sai-che-non-ci-andrai/">Perché devi disdire la prenotazione a un ristorante se sai che non ci andrai</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Trescore Balneario è la Columbine italiana, prenderne atto eviterà errori</title>
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Il caso del tredicenne che ha aggredito la sua professoressa costringe a fare i conti con una realtà da noi inedita e complessa, ma in linea con i tanti “school shooter” che si ispirano al massacro più famoso. Finora, però, solo reazioni demagogiche e inutili   
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Trescore, Balneario, Columbine, italiana, prenderne, atto, eviterà, errori</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24275011-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24275011-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24275011-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24275011-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24275011-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24275011-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Un anno fa, in Italia scoppiava il fenomeno “Adolescence”. La miniserie britannica introduceva – non senza semplificazioni e qualche scivolata – gli italiani al tema degli incel, e in particolare a quella frangia della subcultura digitale che sceglie la reazione violenta, l’omicidio o la strage. Questioni tutt’altro che recenti, temi già studiati e raccontati anche nel nostro Paese, ma che prima di allora non avevano ancora assunto una dimensione mainstream: argomenti di nicchia ad appannaggio esclusivo di nicchie altrettanto ristrette.</p>
<p>Se ad “Adolescence” possiamo riconoscere il merito di aver presentato i temi della radicalizzazione online e delle bolle eversive ad un pubblico di fatto ignaro, allo stesso tempo non possiamo ignorare il problema più grande legato all’impatto della miniserie sugli spettatori: l’identificazione di un intero sottobosco eversivo con la sola etichetta incel. Di fronte a un tipo di terrorismo – perché di terrorismo si tratta – inedito, la ricerca di un termine che potesse identificare un assassino non riconducibile all’eversione politica o al fondamentalismo ha portato i media a monitorare esclusivamente la subcultura incel, ad attribuire qualsiasi caso legato alla radicalizzazione online al mondo dei celibi involontari.</p>
<p>È per questo che la prima reazione dopo i fatti di Trescore Balneario è stata la confusione, lo spaesamento dei giornali e del pubblico di fronte agli aggiornamenti sulle indagini nei confronti del tredicenne che ha aggredito la sua professoressa di francese. L’assenza di richiami, da parte dell’aggressore, esplicitamente misogini o riconducibili a quella frangia specifica ha svelato l’impreparazione degli italiani su un fenomeno che esiste da decenni e che per la prima volta si è presentato – con i dovuti distinguo – nel nostro Paese.</p>
<p>L’aspirante assassino di Trescore Balneario ha preso esplicitamente spunto da un immaginario che abbiamo imparato a conoscere, quello degli <em>school shooter</em> americani. Lo dimostrano alcune scelte consapevoli fatte a ridosso dell’attacco: i pantaloni mimetici e la maglietta bianca sulla quale ha scritto in stampatello “VENDETTA”, un richiamo esplicito agli autori del massacro della Columbine del 1999 (uno dei due assassini, Harris, indossava la maglietta bianca con su stampata la scritta “Natural selection”; quella maglietta, assieme alla mimetica e al trench di pelle nero, è diventata la divisa ufficiosa, l’immagine stereotipica, dello <em>school shooter</em> americano); il tentativo di emulare gli assassini della Columbine anche nella ricerca di materiale esplosivo e nel procurarsi armi; il manifesto diffuso su Telegram, scritto in inglese e titolato sulla falsariga di quelli partoriti dai <em>mass shooter</em> anglosassoni; la diretta dell’attacco, non dissimile da quella fatta da Brenton Tarrant, l’autore della strage di Christchurch nel 2019, una strage “politica” ma che per la sua componente memetica, per l’utilizzo dello shitposting da parte dell’assassino, è entrata a pieno titolo in questo pantheon criminale; i meme e lo <em>shitposting</em>, appunto, che si alternano nella stessa chat Telegram nella quale viene diffusa la diretta dell’aggressione.</p>
<p>È necessario soffermarsi su quest’ultimo punto. Su Il Giornale, Alberto Bellotto e Manuela Messina, hanno riportato alcuni dei meme pubblicati su Telegram dall’aggressore, meme che hanno per protagonisti Adam Lanza (il <em>mass shooter</em> autore della strage nella scuola di Sandy Hook), il prima citato Tarrant e la sigla “No Lives Matter”, network nichilista radicale eversivo nei contenuti e, in alcuni casi, nelle azioni.</p>
<p>Meme e shitposting sono i mezzi che hanno contribuito maggiormente alla nascita di una subcultura stragista. È con questi che casi diversi tra loro come quello di Columbine, di Christchurch, dell’incel di Isla Vista nel 2014, sono stati accorpati in un immaginario unico, quello del ragazzino che prende le armi e compie un massacro per motivi tanto campati in aria quanto seducenti per una platea che vi si identifica e finisce per simpatizzare e fare propria «la causa dei reietti». Adam Lanza si era radicalizzato su un forum dove circolavano meme sugli stragisti della Columbine, quattordici anni dopo diventa lui stesso meme condiviso dall’attentatore di Trescore Balneario.</p>
<p>Di fronte al primo caso italiano di terrorismo memetico, viene da chiedersi cosa fare, come reagire a un fatto inedito senza scadere nell’allarmismo e nelle analisi superficiali. Lo <em>school shooting</em> – la strage nella scuola su modello Columbine – resta un fatto che non ci appartiene: se lo <em>school shooting</em> è diventato un fenomeno pop è soprattutto per la frequenza con il quale avviene negli Stati Uniti (dall’inizio alla fine del 2023, ne abbiamo contati 656). A questo dato vanno sommate la diffusione e soprattutto l’importanza culturale che in America hanno le armi da fuoco, elementi per i quali chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale può evitare di annunciare urbi et orbi l’avvento dei <em>mass shooting</em> in Italia. Ma i fatti dimostrano che questo stragismo fondato sull’emulazione non ha bisogno di replicare in tutto e per tutto le sparatorie nelle scuole per attecchire in un contesto alieno come quello italiano.</p>
<p>Anche in “Adolescence”, il protagonista non apre il fuoco sulla massa ma compie un omicidio come quello che si è rischiato di avvenisse pochi giorni fa in provincia di Bergamo. Da qui la caccia a un mandante, a un’organizzazione che possa aver plagiato il tredicenne – tra tutte le ipotesi diffuse nei giorni scorsi, l’unica non campata in aria è quella del network 764, organizzazione che abbiamo sfiorato trattando della rete terrorista su Roblox e che approfondiremo prossimamente – una ricerca, a tratti disperata, di un movente. Sappiamo che il terrorismo memetico è un fenomeno che regge sui cani sciolti, fattore che rende particolarmente difficile la possibilità di neutralizzare, sul nascere, cellule eversive ma questo non si deve tradurre in una resa annunciata di fronte la possibile emergenza.</p>
<p>La radicalizzazione del tredicenne di Trescore Balneario regge su un codice, <a href="https://store.linkiesta.it/prodotto/idioti-dell-orrore/" target="_blank" rel="noopener">su un’ondata subculturale</a>, già radicata nel tempo e in un certo senso sdoganata nella sfera online (sui social, la Columbine – e con questa tutto l’immaginario che ne deriva – è diventata suo malgrado un meme anche per gli utenti più innocui). La prevedibile risposta di molti opinionisti prestati al giornalismo è stata la demonizzazione dei social, le paternali su Internet e le sue conseguenze. L’Italia del 2026 si trasforma così negli Stati Uniti del 1999, dove i media tradizionali tentavano di spiegare Columbine come la conseguenza naturale delle subculture goth, della musica metal e dei videogiochi. L’effetto di quella strategia particolarmente lungimirante fu di provocare, in molti ragazzi che si identificavano in quei filoni, empatia e conseguente solidarietà nei confronti degli assassini. Il meccanismo si ripropone negli articoli che in questi giorni citano i passaggi del manifesto scritto dall’aggressore, ponendo l’accento sul presunto bullismo subito dal tredicenne, che raccontano con toni enfatici il sottobosco Telegram nel quale si è mosso e in quelli dove, sputando su ogni regola deontologica, vengono allegate le clip della diretta diffusa dall’aspirante <em>school shooter</em>.</p>
<p>Un primo passo per impedire l’effetto copione sarebbe quello di attenersi alle regole codificate dai ricercatori Adam Lankford ed Eric Madfis di fronte l’emergenza dei <em>fame-seeking shooter</em> (letteralmente, stragisti in cerca di fama): non scrivere i nomi, non mostrare nulla, riportare tutto il resto. Indicazioni che acquistano ancora più valore in un contesto come quello italiano, dove il voyeurismo morboso della cronaca nera egemonizza il racconto mediatico. Allo stesso tempo, è necessaria una maggiore consapevolezza del fenomeno. Come evidenziato da Assia Neumann Dayan nel suo ultimo pezzo incentrato proprio sui fatti di Trescore Balneario, psicologi, psichiatri e professori italiani interpellati sul tema hanno avanzato soluzioni tanto prevedibili quanto inutili, dai corsi sul buonsenso e il rispetto fino all’introduzioni di leggi ad hoc («come se fosse legale andare a scuola armati» scrive giustamente Neumann Dayan).</p>
<p>Sia i provvedimenti di stampo conservatore che quelli più idealmente progressisti ignorano l’elefante nella stanza: c’è un luogo dove avviene la radicalizzazione, e anche se non è fisico questo non vuol dire che sia inesistente. E non intendiamo i social tout court, ma i canali Telegram, gli specifici server dei giochi online sfruttati per il reclutamento di possibili attentatori, i luoghi dove l’indottrinamento e l’assimilazione di certi concetti è esplicito. Il caso di Trescore Balneario spaventa perché costringe gli italiani a fare i conti con una realtà sconosciuta. Ora è il momento di superare lo shock e trovare un modo adeguato per rispondere all’episodio “americano”, possibilmente evitando gli errori degli ultimi giorni.</p>
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<title>Meloni non sa spiegare né la sconfitta né cosa farà da qui alla fine della legislatura</title>
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La sconfitta referendaria ignorata dalla premier e dentro Fratelli d’Italia nessun dibattito interno, eppure gli elettori hanno bocciato tre anni di niente, non solo la riforma Nordio
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Meloni, non, spiegare, né, sconfitta, né, cosa, farà, qui, alla, fine, della, legislatura</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24260990-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24260990-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24260990-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24260990-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24260990-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24260990-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Ma l’autocritica dov’è? Abituati da tanto tempo a seguire il copione della sinistra che appunto a ogni sconfitta fa seguire un tormentato esame sul dove abbiamo sbagliato, si resta sconcertati dalla piattezza degli encefalogrammi a destra. </span></p>
<p><span>A una settimana quasi dalla disfatta referendaria nelle stanze del Potere non c’è niente, a parte il gioco al massacro dentro Fratelli d’Italia e Forza Italia (Lega missing). La premier, dopo il video con i pappagallini verdi in sottofondo in cui non ci ha detto niente, non ha più nemmeno provato a spiegare come mai quindici milioni di italiani le abbiano votato contro. È una cosa mai vista. Persino, in un certo senso, poco democratica: perché il Paese, e gli elettori della destra in primis, avrebbero il diritto di sapere cosa è successo e soprattutto cosa succederà. </span></p>
<p><span>In questo senso ha ragione Matteo Renzi a provare a stanarla. Certo lei non andrà mai in Parlamento a spiegare, ma Giorgia Meloni un cenno di vita dovrebbe darlo, scelga lei la modalità, per rispondere a una domanda semplice: come intende continuare a governare per un altro anno e mezzo di fronte all’inquietudine, se non alla ribellione, che gli elettori hanno evidenziato con il No? </span></p>
<p><span>Stanno emergendo alcune verità che la sbornia del triennio meloniano che abbiamo alle spalle avevano occultato. A partire dall’idea che Fratelli d’Italia fosse un partito vecchio stile, che discute, elabora, produce dibattito: ma dove? Ma di fronte a una botta del genere il Pci avrebbe convocato tre comitati centrali, la Dc la Direzione e e il Consiglio nazionale, il Psi un’assemblea. Chi si è riunito a via della Scrofa? </span></p>
<p><span>L’unico che ha detto qualcosa di sensato, ma siamo proprio al grado zero, è il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, non a caso uno che non è del giro di Meloni, che ha alluso al troppo “americanismo” degli ultimi anni. I professionisti, da Ignazio La Russa a Italo Bocchino, hanno fatto della mesta propaganda ma nemmeno tanto. Sotto la coltre di una decennale arroganza, niente. Lasciamo stare i comizi di Galeazzo Bignami che quando si agita fa spavento. I ministri, zero. E dov’è la Sorella? E i famosi intellettuali che volevano fondare una egemonia che nessuno ha capito bene cosa fosse, a parte l’occupazione di Saxa Rubra. </span></p>
<p><span>Un’altra verità che viene fuori è che Forza Italia è sempre uno strumento politico nella mani della famiglia Berlusconi, cui basta una telefonata per terremotarne i gruppi dirigenti. Nelle fasi di crisi, gli organismi politici sono come quelli umani: ritornano malattie antiche che si pensavano debellate. Ma, va ripetuto, il silenzio più inquietante è quello suo, di Giorgia, che indoviniamo alternare sfuriate a momenti di stupefatto abbattimento.<br>
</span></p>
<p><span>Più passano i giorni più risulta chiaro che la sconfitta ha un sapore personale che viene dalla semplice cronistoria della vicenda referendaria: lei ha voluto lo scontro, è scesa in campo per uscirne “più forte che pria” contando su una facile vittoria, ma forse è stato proprio il suo presenzialismo a far esplodere il No. Pensava di tirare un rigore e ha fatto autogol. Certe sconfitte inducono a guardare indietro. Fanno scoprire che quello che pareva oro in realtà era solo plastica. </span></p>
<p><span>Che abbiamo fatto realmente in questi tre anni? Questa è la domanda che interpella, o dovrebbe interpellare, la presidente del Consiglio, perché a quanto pare qui non è stata bocciata la riforma Nordio. Qui sono stati bocciati tre anni di niente. Rilegga “I Buddenbrook” di Thomas Mann, Giorgia Meloni, laddove il senatore Thomas dice: «Appena qui dentro qualcosa comincia a cedere, a rilassarsi, a stancarsi, tutto quello che è intorno a noi si svincola, si ribella, si sottrae al nostro influsso… Allora un colpo segue l’altro, batoste su batoste, e si è liquidati».</span></p>
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<title>Le specialità pasquali alternative alla colomba, anche salate</title>
<link>https://www.eventi.news/le-specialita-pasquali-alternative-alla-colomba-anche-salate</link>
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<description><![CDATA[ 
Questa festa copre una finestra temporale che percepiamo come molto più breve rispetto a quella natalizia, ma non per questo dobbiamo perderci tutti quei prodotti artigianali, lievitati e non, dolci e non, tradizionali e non, pensati apposta per festeggiare con gusto
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>specialità, pasquali, alternative, alla, colomba, anche, salate</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="1024" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-1-300x240.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-1-1024x819.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-1-768x614.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-1-1200x960.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Come ben illustrato <a href="https://www.linkiesta.it/2024/03/perche-colomba-ci-piace-meno-del-panettone/" target="_blank" rel="noopener">in questo articolo</a>, il confronto tra grandi lievitati festivi, panettone vs colomba, cede la vittoria al primo in termini di numero di assaggi e volumi di vendita. Tra i diversi fattori che portano a questo risultato, di certo non è la ricetta in sé ad avere una qualche responsabilità: a chi piace l’uno, non può non piacere l’altro, diversi nella forma e nel profumo ma molto simili nella resa. Esistono però anche altri prodotti che la tradizione gastronomica lega a questo periodo: primo fra tutti la pastiera napoletana. E in più gli artigiani lievitisti e pasticcieri amano dedicarsi alla creazione di lievitati innovativi, oppure ispirarsi al recupero di ricette ancora più antiche, o spingersi in un mondo a loro parallelo, quello del salato.</p>
<p>Abbiamo raccolto alcuni di questi prodotti, quelli che secondo noi vale la pena procurarsi e gustare augurandosi una felice Pasqua alternativa.</p>
<blockquote>
<p><strong>Dolce</strong></p>
</blockquote>
<p><strong>La Pastiera napoletana di Diego Vitagliano<br>
</strong>Accanto ai grandi lievitati, <a href="https://shop.diegovitagliano.it/prodotto/la-pastiera-napoletana/" target="_blank" rel="noopener">Diego Vitagliano</a> propone una pastiera che si inserisce nel solco della tradizione partenopea, lasciando spazio a una lettura personale. Il grano non setacciato mantiene texture e identità, mentre la ricotta di pecora definisce struttura e profondità. L’assenza di canditi sposta l’equilibrio verso una maggiore pulizia gustativa, affidata a poche gocce di neroli, essenza floreale estratta dai fiori d’arancio amaro. La frolla, classica e burrosa, sostiene il ripieno senza sovrastarlo. Un dolce che interpreta la tradizione come patrimonio vivo, fatto di variazioni consapevoli e rigore esecutivo.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609492" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/diego-vitagliano-pastiera-1.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609492" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/diego-vitagliano-pastiera-1-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="460" height="690" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/diego-vitagliano-pastiera-1-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/diego-vitagliano-pastiera-1-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/diego-vitagliano-pastiera-1-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/diego-vitagliano-pastiera-1-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/diego-vitagliano-pastiera-1.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 460px) 100vw, 460px"></a><figcaption class="wp-caption-text">La pastiera di Diego Vitagliano</figcaption></figure>
<p><strong>Ovo pistacchio e amarene di Forno Follador<br>
</strong>L’Ovo rappresenta la declinazione più creativa della Pasqua secondo <a href="https://www.fornofollador.it/" target="_blank" rel="noopener">Forno Follador</a>, partendo dalla stessa base della colomba. L’impasto accoglie pasta di pistacchio di Bronte Dop e amarene candite, costruendo un profilo ricco e stratificato. La copertura, una glassa al cioccolato bianco al pistacchio con granella croccante, introduce ulteriore profondità e texture. Il risultato è un dolce che spinge sulla golosità mantenendo struttura e leggerezza. Una proposta che amplia il linguaggio dei lievitati pasquali senza perdere identità artigianale.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609490" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/follador-ovo-rid.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609490" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/follador-ovo-rid-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="460" height="690" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/follador-ovo-rid-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/follador-ovo-rid-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/follador-ovo-rid-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/follador-ovo-rid-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/follador-ovo-rid.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 460px) 100vw, 460px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Ovo di Follador</figcaption></figure>
<p><strong>Pigna pasquale (casatiello dolce) di Pasticceria Lisita<br>
</strong>A Mondragone (CE), <a href="https://www.lisita.it/" target="_blank" rel="noopener">Pasticceria Lisita</a> riporta alla luce un lievitato quasi scomparso, trasformando la Pigna pasquale in un gesto di tutela culturale oltre che gastronomica. Realizzata in soli 50 esemplari, segue la ricetta tradizionale con farine, uova, strutto e aromi di Strega e anice, arricchita da una purea di arancia che richiama la firma identitaria della casa. La lavorazione arriva fino a 72 ore, restituendo struttura compatta e profumi profondi. La glassa bianca e i diavolini colorati mantengono il legame simbolico con i riti pasquali. Un dolce che unisce memoria, territorio e rigore artigianale.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609489" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pigna-pasquale-lisita.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609489" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pigna-pasquale-lisita.jpg?x17776" alt="" width="460" height="368" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pigna-pasquale-lisita.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pigna-pasquale-lisita-300x240.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pigna-pasquale-lisita-768x614.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 460px) 100vw, 460px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Pigna pasquale di Lisita</figcaption></figure>
<p><strong>La Pastiera di Malìa<br>
</strong>Negli anni, uno dei dolci pasquali di tradizione campana si è fatto strada nelle tavole di tutta Italia. In parte perché è troppo buono da lasciarsi scappare, ma anche perché ci sono bravissimi artigiani che hanno saputo esportare la pastiera mantenendone gusto e tradizione. A Milano, <a href="https://www.maliamilano.com/online-store/Pastiera-Napoletana-p736093109" target="_blank" rel="noopener">Malìa</a> è tra le realtà che meglio racconta la pasticceria e la cucina napoletana. La loro pastiera (insieme alle proposte creative di colombe e uova di Pasqua) è il dolce fatto con grano cotto nel latte, ricotta fresca, uova e aromi di fiori di arancio rinchiusa in una friabile frolla. Se poi siete amanti anche della Pasqua salata, da non perdere Casatiello e pizza di scarola. I prodotti si acquistano in uno dei loro tre negozi a Milano o sullo <a href="https://www.maliamilano.com/online-store" target="_blank" rel="noopener">shop online</a>.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609488" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/malia-pastiera-dettaglio-rid.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609488" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/malia-pastiera-dettaglio-rid-819x1024.jpg?x17776" alt="" width="460" height="575" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/malia-pastiera-dettaglio-rid-819x1024.jpg 819w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/malia-pastiera-dettaglio-rid-240x300.jpg 240w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/malia-pastiera-dettaglio-rid-768x960.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/malia-pastiera-dettaglio-rid-960x1200.jpg 960w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/malia-pastiera-dettaglio-rid.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 460px) 100vw, 460px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Malìa</figcaption></figure>
<p><strong>La pastiera di Mignon<br>
</strong>Ricotta e grano sono appunto i simboli della Pasqua napoletana, e la loro unione nella pastiera della pasticceria <a href="https://mignonitaly.com/" target="_blank" rel="noopener">Mignon</a> raggiunge il giusto equilibrio di aroma e dolcezza. È disponibile a Milano in Corso di Porta Romana e Stazione Centrale, a Roma in Stazione Termini e a Torino in Stazione Porta Nuova.</p>
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<p><strong>Focaccia Pasquale di Grigoris (Mestre, VE)<br>
</strong>Dall’esperienza della pizzeria Grigoris a Mestre è nato <a href="https://grigorislabakery.it/" target="_blank" rel="noopener">TheBakery</a>, il punto vendita dei prodotti messi a punto nel LaBakery, laboratorio a Zelarino dove Ruggero Ravagnan e Pina Toscani si dedicano alla ricerca su farine e lievitazioni naturali e alla produzione. I grandi lievitati di Grigoris, tra i quali la focaccia pasquale, sono realizzati sempre con lievito madre e ingredienti come burro di latteria, pasta di agrumi di Corrado Assenza e vaniglia Bourbon del Madagascar.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609487" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/grigoris-focaccia-pasquale-rid.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-609487" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/grigoris-focaccia-pasquale-rid-1024x683.jpg?x17776" alt="" width="640" height="427" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/grigoris-focaccia-pasquale-rid-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/grigoris-focaccia-pasquale-rid-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/grigoris-focaccia-pasquale-rid-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/grigoris-focaccia-pasquale-rid-1200x801.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/grigoris-focaccia-pasquale-rid.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">La focaccia pasquale di Grigoris</figcaption></figure>
<p><strong>La Focaccia di Tabiano (Tabiano Terme, Parma)<br>
</strong>Un abbinamento classico in una veste decisamente più leggera: l’impasto di <a href="https://www.pasticceriatabiano.it/" target="_blank" rel="noopener">questa colomba</a> è soffice e arioso, pur essendo realizzato con un ridotto quantitativo di grassi e zuccheri. Ma non per questo è meno gustosa, grazie alle gocce di cioccolato, ai pezzettoni di pera e al tocco finale della bagna al Grand Marnier.</p>
<blockquote>
<p><strong>Salato</strong></p>
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<p><strong>La Bolomba di Forno Brisa<br>
</strong>Ormai un must per chi ama la mortadella: torna infatti disponibile la Bolomba, la colomba di <a href="https://www.fornobrisa.it/it/" target="_blank" rel="noopener">Forno Brisa</a> con mortadella Artigianquality e Parmigiano Reggiano del Caseificio Rosola. Oltre al formato da 800 grammi quest’anno è disponibile anche il “Bauletto” da 400 grammi.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609486" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/brisa-bolomba-rid.jpeg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609486" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/brisa-bolomba-rid-682x1024.jpeg?x17776" alt="" width="460" height="690" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/brisa-bolomba-rid-682x1024.jpeg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/brisa-bolomba-rid-200x300.jpeg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/brisa-bolomba-rid-768x1152.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/brisa-bolomba-rid-800x1200.jpeg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/brisa-bolomba-rid.jpeg 853w" sizes="auto, (max-width: 460px) 100vw, 460px"></a><figcaption class="wp-caption-text">La Bolomba di Forno Brisa</figcaption></figure>
<p><strong>L’uovo lievitato in versione salata e il Casatiello Stracciato di Anna Belmattino<br>
</strong><a href="https://annabelmattino.com/" target="_blank" rel="noopener">Anna Belmattino</a>, pasticciera e lievitista di Angri (SA) dedica sempre un’attenzione speciale ai lievitati delle feste in versione salata. Le novità proposte in questa occasione sono l’uovo carciofo e pancetta, realizzato in collaborazione con il Salumificio Carbone, e la rivisitazione del casatiello, proposto sia a forma di uovo che nella versione classica stracciata, ovvero un impasto realizzato con lo strutto e lievitato 24 ore, arricchito dai sapori sapidi di Provolone del Monaco, pecorino sardo, salame, pancetta e strutto di maialini neri lucani. Questo casatiello è il protagonista principale di una box perfetta per il tradizionale pranzo fuori porta del lunedì di Pasquetta: avvolta in una tovaglia da picnic, contiene anche una bottiglia di Gragnano frizzantino, a una selezione di salumi del Salumificio Carbone, una confezione di carciofini sott’olio e una di pomodorini secchi di Casa Marrazzo e a due pezzi di formaggio di pecora prodotti da un micro caseificio locale.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609485" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-2.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-609485" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-2-1024x819.jpg?x17776" alt="" width="640" height="512" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-2-1024x819.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-2-300x240.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-2-768x614.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-2-1200x960.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anna-belmattino-2.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Anna Belmattino</figcaption></figure>
<p><strong>Corallina<br>
</strong>Non si tratta solo di colombe e casatiello. Se serve mettere insieme l’aperitivo di Pasquetta si può puntare alla tradizione dei Castelli Romani con la Corallina, un salame nato a Norcia e diventato di casa a Roma già dal Medioevo. Prende il suo nome dal colore corallo delle sue carni (di maiale) a grana grossa. Quello di <a href="https://www.maletti1867.it/" target="_blank" rel="noopener">Maletti</a>, è condito con vino e pepe, come nella tradizione dei salami contadini. È legato a mano ed è il salame della Pasqua del Centro Italia.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609484" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/corallina-rid.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-609484" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/corallina-rid-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/corallina-rid-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/corallina-rid-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/corallina-rid-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/corallina-rid-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/corallina-rid.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Corallina Maletti</figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/specialita-pasquali-alternative-alla-colomba-dolci-salate/">Le specialità pasquali alternative alla colomba, anche salate</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
</item>

<item>
<title>Trump ha trasformato l’anniversario dei 250 anni degli Stati Uniti nella solita propaganda personale</title>
<link>https://www.eventi.news/trump-ha-trasformato-lanniversario-dei-250-anni-degli-stati-uniti-nella-solita-propaganda-personale</link>
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<description><![CDATA[ 
Quella che dovrebbe essere un’occasione per riscoprire le idee e i principi della Dichiarazione d’Indipendenza ora rischia di diventare una macchina promozionale e una grande celebrazione della supposta grandezza del presidente
L&#039;articolo Trump ha trasformato l’anniversario dei 250 anni degli Stati Uniti nella solita propaganda personale proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Trump, trasformato, l’anniversario, dei, 250, anni, degli, Stati, Uniti, nella, solita, propaganda, personale</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/justin-cron-gtwjizqlq4-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/justin-cron-gtwjizqlq4-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/justin-cron-gtwjizqlq4-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/justin-cron-gtwjizqlq4-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/justin-cron-gtwjizqlq4-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/justin-cron-gtwjizqlq4-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Si chiama America 250 e ne sentiremo parlare fino alla noia. È la celebrazione del duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, iniziativa lunga un anno che culminerà il 4 luglio 2026. Attenzione: il 2026 non è certo un anno banale nelle traiettorie statunitensi. L’espressione elettorale di medio termine del prossimo novembre rappresenta il referendum decisivo che metterà chiarezza tra le indicazioni divergenti che in questo momento arrivano dall’altra sponda dell’Atlantico.</p>
<p>Si capirà, ad esempio, se la virata di arcigno conservatorismo passatista, innestata dal dilagare del dettato Maga, è definitivamente entrato nel circolo vitale della nazione. Se quegli attuali scenari politici possiedano l’elasticità democratica necessaria a consentire la convivenza politica di un J.D. Vance e di un Zohran Mamdani. Se ai principi di verità e realtà verrà restituita l’indispensabile centralità nelle descrizioni del confronto politico, della società nazionale e di quella internazionale, oggi sottoposte a incontrollati slittamenti che hanno destabilizzato l’opinione pubblica americana.</p>
<p>Ed ecco che l’evento, battezzato “United States Semiquincentennial”, si propone l’obiettivo di coinvolgere gli americani, le istituzioni e il settore privato in una riflessione collettiva sul passato della nazione, cercando ispirazione per le generazioni future. Ma la commemorazione è già travolta da controversie incentrate sulla politicizzazione e sulle lotte di potere nell’ambito della commissione incaricata di guidarla. I temi della polemica sono chiari e si riassumono nel tentativo di sfruttare l’anniversario e il calendario di eventi a fini propagandistici, con Donald Trump principale inquisito al riguardo.</p>
<p>Dopo la sua rielezione, Trump si è mosso in fretta per assumere il controllo di una serie di istituzioni culturali potenzialmente ostili, tra cui il Kennedy Center e la National Portrait Gallery, arrivando a pianificare il violento attacco al venerabile Smithsonian Institute, con la minaccia di privarlo dei fondi se non fossero state soddisfatte le sue richiesta di revisione di materiali giudicati woke, allineando le narrazioni storiche al rinnovamento dell’orgoglio nazionale, tipicamente Maga.</p>
<p>Quanto ad America250, nel 2016 il governo federale ne pianificò la celebrazione in termini dichiaratamente apolitici; Obama firmò la legge che istituiva una commissione bipartisan per il coordinamento dell’iniziativa, rispondente al potere legislativo e non alla Casa Bianca, con una struttura che avrebbe incluso personalità di rilievo, membri ed ex-membri del Congresso. In tutto sedici commissari, nominati dai leader repubblicani e democratici della Camera e del Senato e che Joe Biden, durante il suo passaggio alla Casa Bianca, ha affidato alla presidenza di Rosie Rios, l’ex tesoriera di Obama. Cinque anni più tardi, il progetto di Trump d’impadronirsi delle celebrazioni per il duecentocinquantesimo compleanno degli Stati Uniti ha preso le mosse in primavera, all’indomani della rielezione.</p>
<p>Il primo passo è stato nominare direttore esecutivo della commissione il giovane Ari Abergel, un 25enne ex-produttore di Fox News, già portavoce della first lady Melania. Rosie Rios si è piegata a questa richiesta, dichiarandosi anzi «rinvigorita» dal sostegno della Casa Bianca al comitato: «Affinché sia la più grande celebrazione nella storia della nazione, serve il contributo di tutti i nostri leader», ha detto nell’occasione, approvando l’uso del marchio America250 nelle attività dei fundraiser di Trump, ovvero sdoganando l’intervento di quello che è stato il team elettorale del trionfo trumpiano, pronto a riciclarsi in questa nuova impresa.</p>
<p>Appena insediato, Abergel s’è affrettato a convocare quattro commissari, chiedendo loro di dimettersi per far posto a nuovi nominati. È stato l’innesco della lotta per il controllo dell’organizzazione. I quattro si sono rifiutati e hanno contrattaccato: «La direzione esecutiva andrebbe riservata a un candidato esperto, non a un funzionario televisivo », hanno reagito. «Questo anniversario non va messo a repentaglio con qualcuno che non lo prende sul serio». Lo scontro tra Abergel e vari membri della commissione si è andata intensificando fin oltre i desiderata di Trump: Abergel ha suggerito che “America’s Field Trip”, il concorso in cui gli studenti creano opere d’arte celebrative, venisse trasferito sotto il controllo di un’agenzia governativa.</p>
<p>La sua riprogettazione del sito web, affidata alle mani di Brad Parscale – mente della campagna digitale di Trump nel 2020 – ha visto la proliferazione d’immagini del presidente in carica e di loghi delle aziende finanziatrici. E, con un post su Facebook, Abergel ha annunciato la partnership di America250 con “Moms for Liberty”, un gruppo conservatore che vuole rimuovere alcuni libri dai programmi scolastici e si oppone all’insegnamento di idee liberali su razza e genere. Intanto la responsabile della raccolta- fondi di Trump, Meredith O’Rouke, ha iniziato a cercare quattrini per America250.</p>
<p>Ai donatori è stata offerta una «esperienza Vip» degli eventi e sono state annunciate donazioni da aziende trumpiane come Oracle, Lockheed, Amazon e perfino dalla Ultimate Fighting Championship, la federazione di arti marziali estreme (Trump ha annunciato che un incontro Ufc si terrà alla Casa Bianca in onore di America250). Aprendo alla collaborazione a consulenti affiliati a Trump, la Rios ha chiesto a Chris LaCivita, co-responsabile della campagna di Trump, di assumere la carica di consigliere speciale.</p>
<p>Lo stesso Trump ha poi annunciato che Justin Caporale, l’uomo che ha orchestrato i suoi comizi nella campagna 2024, avrebbe lavorato alla produzione di eventi per America250. Alla società di produzione di Caporale, la Event Strategies, sono state appaltate diverse parate dell’esercito a Washington.</p>
<p>Si tratta della stessa Event Strategies che appare nella documentazione relativa al famigerato comizio “Stop the Steal”, tenuto da Trump il 6 gennaio 2021, in sincronia con l’attacco al Campidoglio. Monica Crowley, ex collaboratrice di Fox News e ora responsabile del protocollo della Casa Bianca, è stata nominata portavoce della celebrazione, di cui Abergel così ha disegnato le prospettive: «Il presidente Trump è il re del patriottismo. Quando si tratterà di celebrare l’America, nessuno sarà meglio di lui».</p>
<p>Infatti il 4 luglio scorso, lo stesso Trump ha dato il via al conto alla rovescia con un evento all’Iowa State Fairgrounds, in pratica la fiera dello Stato. Nell’occasione gli organizzatori avevano promesso «patriottismo, entusiasmo, ispirazione e uno sguardo ai futuri festeggiamenti », ma il discorso di Trump è stato in puro stile campagna elettorale, con vanterie sui successi e frecciate agli avversari, concretizzando il timore di una iperpolarizzazione politica di America250.</p>
<p>Preoccupazioni confermate durante la parata militare in commemorazione del medesimo anniversario della fondazione dell’esercito, tenutasi il giorno del compleanno del presidente e che ha visto esplodere le proteste anti-Trump in tutto il paese, con lo slogan “No Kings”. Cinquant’anni fa, nel 1976, il Bicentenario fu caratterizzato da un dispiego di velieri, monete commemorative e da un profluvio di stelle e strisce. Ma fu anche segnato dalle divisioni di una nazione reduce dal Vietnam e dal Watergate, incerta su cosa ci fosse da celebrare.</p>
<p>Già nel 1973, la commissione bipartisan incaricata di supervisionare l’anniversario era stata sciolta, con l’accusa d’aver favorito la rielezione di Richard Nixon. Eppure, quella celebrazione contribuì al boom d’interesse pubblico per la storia nazionale, che si spinse ben oltre il 1976, contribuendo a stimolare la riflessione collettiva sulle origini e anche sulle colpe del paese, a cominciare dalla schiavitù.</p>
<p>Ora il timore diffuso è che il 2026, non consegua gli stessi risultati. Detto questo, in cosa consisteranno questi festeggiamenti? Rios per ora si rifiuta di fornire dettagli sugli eventi di America250, ma basta sfogliare un opuscolo col logo America250 per venire a conoscenza delle esortazioni rivolte ai governatori degli Stati per la trasformazione delle fiere statali in «epicentri patriottici», o per sentir parlare di spettacoli di droni tricolori, punti vendita di «patatine della libertà», di una grande mostra sui Padri Fondatori e dello srotolamento sul Mall della capitale della «più grande bandiera statunitense della storia», portata da 500 testimonial, tra cui astronauti e atleti olimpici.</p>
<p>«Non cederemo la narrazione del duecentocinquantesimo a chi vorrebbe sovvertirne il potenziale unificante » garantisce Rios. Ma la faziosità dilaga. «Gli americani sono più uniti attorno ai principi della Dichiarazione d’Indipendenza di quanto pensino. Cerchiamo di fare del duecentocinquantesimo anniversario un’occasione per riscoprire quelle idee e il loro significato per i prossimi 250 anni» ha auspicato Ken Burns, popolarissimo divulgatore d’oltreoceano, una specie di Piero Angela che giocherà certamente un ruolo di rilievo nell’illustrare ai connazionali il senso di questo anniversario.</p>
<p>Intanto a fine settembre la commissione ha comunicato il licenziamento in tronco di Abergel, per «gravi violazioni», tra cui un post sui social di America250 in onore dell’attivista Charlie Kirk, pubblicato senza autorizzazione. Lo Studio Ovale lo ha difeso, ma non ha potuto contrastare la decisione. Alla vigilia dell’inizio delle celebrazioni, si è diffusa la convinzione che il Semiquincentenario si trasformerà in una gigantesca macchina promozionale per il presidente. E Trump appare pronto a fare di tutto perché l’evento ruoti attorno alla sua figura. Il tema della festa nazionale rischia di diventare soprattutto un “Celebriamo la grandezza del nostro Donald”.</p>
<p><em>Questo è un articolo del numero di </em><em>Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, <a href="https://store.linkiesta.it/prodotto/linkiesta-magazine-04-25-scenari-2026/" target="_blank" rel="noopener">ordinabile qui.</a></em></p>
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<title>Uno spettacolo teatrale che racconta la strage di Pizzolungo</title>
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Al Teatro Franco Parenti va in scena “Sangue Nostro”, tratto dall’episodio dell’attentato nel trapanese del 1985. L’incontro tra Margherita Asta e Carlo Palermo diventa materia teatrale e domanda civile
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="855" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-alex-dos-santos-305643819-33290863.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-alex-dos-santos-305643819-33290863.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-alex-dos-santos-305643819-33290863-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-alex-dos-santos-305643819-33290863-1024x684.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-alex-dos-santos-305643819-33290863-768x513.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-alex-dos-santos-305643819-33290863-1200x802.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Alla Teatro Franco Parenti di Milano, giovedì 2 aprile 2026 alle 21, in Sala Grande, andrà in scena </span><i><span>Sangue Nostro</span></i><span>, uno spettacolo prodotto da Tangram Teatro Torino e scritta da Margherita Asta, Michela Gargiulo e Fabrizio Coniglio. In scena Coniglio e Laura Nardi, con la regia di Coniglio e Alessia Giuliani.</span></p>
<p><span>Il lavoro riporta a teatro la strage di Pizzolungo, l’attentato dinamitardo avvenuto la mattina del 2 aprile 1985. Alle 8.35, un’autobomba esplode alle porte di Trapani. L’obiettivo era il giudice Carlo Palermo, magistrato sotto scorta, ma a morire furono Barbara Asta e i figli gemelli di sei anni, Giuseppe e Salvatore, travolti dall’esplosione mentre si recavano a scuola. </span></p>
<p><span>La drammaturgia di </span><i><span>Sangue Nostro</span></i><span> nasce dall’incontro, avvenuto anni dopo, tra Margherita Asta, la sorella dei due bambini uccisi dall’esplosione, e il giudice Palermo. Due vite fissate allo stesso istante: da una parte chi ha trasformato la perdita in una testimonianza pubblica; dall’altra chi è rimasto legato a quel giorno, e da allora convive con un profondo senso di colpa. Il dialogo tra i due diventa l’asse portante dell’intero racconto.</span></p>
<p><span>Lo spettacolo</span><i><span> Sangue Versato</span></i><span> racconta la storia di persone comuni. A partire da queste vite ordinarie la scena lavora sull’idea che la memoria possa essere una responsabilità collettiva, e non un semplice strumento di commemorazione.</span></p>
<p><i><span>Sangue Nostro</span></i><span> evita la cronaca e ricerca il lato umano della vicenda, e lo fa raccontando una sopravvivenza che non si chiude nel trauma. La storia di Margherita Asta diventa strumento di come raccontare la perdita in parola pubblica. In platea resta la domanda su che cosa significhi oggi ricordare una strage mafiosa senza ridurla a una data da ricordare. </span></p>
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<title>Trump cerca una via d’uscita dall’Iran, ma non la trova</title>
<link>https://www.eventi.news/trump-cerca-una-via-duscita-dalliran-ma-non-la-trova</link>
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Dopo un mese di guerra senza risultati, tra costi crescenti e obiettivi falliti, il presidente americano avrebbe bisogno di negoziare un cessate il fuoco e un accordo che gli permetta di cantare vittoria, o almeno di non ammettere il fallimento
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253883-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253883-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253883-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253883-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253883-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253883-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Donald Trump ha bisogno di una via d’uscita dall’Iran. Non ha molte carte, considerando che la sua priorità, l’unica certezza che possiamo scorgere nel mare delle bugie raccontate nell’ultimo mese, è che non vuole impelagarsi in un conflitto <i>boots on the ground</i>. La verità è che dopo quattro settimane di guerra l’Iran è diventato un problema strategico. Gli Stati Uniti non hanno ottenuto nessuno degli obiettivi che l’amministrazione aveva lasciato intendere – né il collasso del regime, né la neutralizzazione definitiva della minaccia nucleare, né una dimostrazione di forza tale da ristabilire la deterrenza nella regione. In cambio ha ottenuto: aumento dei costi dell’energia, tredici soldati statunitensi morti in Medio Oriente, circa centocinquanta feriti e un capitale politico sempre più fragile. Non si può certo definire un affare.</p>
<p>Il dato più netto lo sintetizza <a href="https://www.economist.com/leaders/2026/03/26/advantage-iran" target="_blank" rel="noopener">l’Economist</a> nella sua ultima cover story: «Per ora, il vantaggio è dell’Iran». È una conclusione controintuitiva, forse, in apparenza. Teheran ha incassato colpi durissimi, con una <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/israele-strategia-eliminazioni-iran-regime-resilienza-rischio-nucleare/" target="_blank" rel="noopener">leadership decapitata</a> e infrastrutture militari distrutte, ma <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/tulsi-gabbard-intelligence-americana-iran/" target="_blank" rel="noopener">il regime è ancora in piedi</a>. E in una guerra di questo tipo «la mera sopravvivenza conta già come una sorta di vittoria», scrive il magazine britannico.</p>
<p>Il punto è che la guerra ha prodotto un effetto opposto a quello dichiarato inizialmente da Trump. Invece di indebolire il sistema iraniano, ne ha rafforzato le componenti più radicali. I Pasdaran controllano il Paese come e più di prima, l’opposizione interna della società civile è silenziosa perché ha meno risorse e si sente più vulnerabile alla repressione, e la pressione esterna ha ricompattato i vertici religiosi.</p>
<p>Allo stesso tempo, l’Iran ha dimostrato di poter colpire dove fa più male. Lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è diventato una leva strategica. Dopotutto, non serve vincere militarmente se si riesce a rendere il costo della guerra insostenibile per l’avversario.</p>
<p>A questo punto Trump sta iniziando a pagare per la sua <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/trump-politica-estera-improvvisata/" target="_blank" rel="noopener">politica estera improvvisata</a>. Da più di un anno gli Stati Uniti scrutano il mappamondo con istinto predatore, solo per assecondare i pruriti del presidente e senza badare troppo alle conseguenze. <a href="https://www.linkiesta.it/2026/01/maduro-trump-venezuela-mondo/" target="_blank" rel="noopener">In Venezuela</a> è andata bene, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/dazi-incostituzionali-trump-corte-suprema/" target="_blank" rel="noopener">sui dazi</a> è intervenuta la Corte Suprema, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/01/trump-davos-discorso-groenlandia/" target="_blank" rel="noopener">la Groenlandia</a> è una partita mai davvero iniziata, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/petrolio-forniture-putin-ucraina-jim-o-brien/" target="_blank" rel="noopener">sull’Ucraina</a> non c’è stato nessun passo avanti. Con l’Iran, stavolta sì, c’è un pegno da pagare.</p>
<p>In questa campagna mediorientale, Trump è stato soggiogato dagli alleati con più interessi nella regione: <a href="https://www.nytimes.com/2026/03/24/us/politics/saudi-prince-iran-trump.html" target="_blank" rel="noopener">Mohammed bin Salman</a> e Benjamin Netanyahu. Le sue operazioni improvvisate avevano diversi obiettivi possibili ma non un piano credibile per raggiungerli a un costo accettabile. Il risultato è quello che in gergo si chiama <i>goal displacement</i>: hanno inanellato alcuni successi tattici che non producono alcun risultato politico.</p>
<p>Lo spiega bene un’analisi pubblicata ieri da <a href="https://www.foreignaffairs.com/iran/price-strategic-incoherence-iran" target="_blank" rel="noopener">Foreign Affairs</a>: «Il miglior scenario possibile, cioè il cambio di regime, è già fuori portata. L’obiettivo minimo, cioè il contenimento attraverso cicli ripetuti di attacchi, il cosiddetto <i>mowing the lawn</i> (letteralmente, falciare il prato), è difficilmente sostenibile. Richiederebbe un impegno militare intermittente ma permanente, con costi economici elevati e risultati incerti. Peggio: ogni attacco riduce le capacità iraniane ma ne aumenta gli incentivi alla ritorsione. Un equilibrio instabile che rende il conflitto potenzialmente infinito».</p>
<p>A questo punto ci sarebbero due sole opzioni sul tavolo: escalation o negoziato. L’escalation può sembrare una soluzione definitiva, perché andrebbe a colpire infrastrutture energetiche, occupare porzioni di territorio, e tentare di prendere il controllo dello Stretto di Hormuz. Ma nessuna di queste opzioni è davvero percorribile. Non senza un’invasione di terra, che però nessuno vuole e che sarebbe logisticamente proibitiva. E ogni passo avanti aumenterebbe il rischio di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto diretto, lungo e costoso. Esattamente ciò che Trump ha promesso di evitare.</p>
<p>Quindi negoziato. Il male minore. Ma è questa strada passa da concessioni che Trump non avrebbe voluto fare. Negli ultimi giorni il presidente ha oscillato tra minacce e aperture, in una sequenza che racconta più la pressione del contesto che una strategia definita. Dopo aver promesso di «continuare a colpirli» se Teheran non avesse ceduto, ha concesso altri dieci giorni per riaprire lo Stretto di Hormuz, parlando di colloqui che starebbero andando «molto bene» – poi smentiti dagli iraniani. In realtà, più che un segnale di forza, è un riconoscimento implicito dei limiti americani: i mercati in caduta, il petrolio sopra i cento dollari al barile e la vulnerabilità delle rotte energetiche hanno imposto una pausa. Mercoledì sera Trump ha provato a venderla come una richiesta del nemico: «Su richiesta del governo iraniano, gli Stati Uniti estendono il periodo di stop dei raid contro gli impianti dell’energia in Iran di dieci giorni, fino al 6 aprile», alle otto di sera (ora di Washington), ha scritto Trump in un post su Truth. «I negoziati stanno andando avanti e malgrado dichiarazioni erronee del contrario da parte dei media che diffondono notizie false, e altri, stanno andando molto bene».</p>
<p>La guerra è impopolare, non ha prodotto risultati chiari e rischia di pesare sull’economia, a partire dal prezzo dell’energia. In un anno di elezioni di midterm, in cui c’è in gioco la maggioranza al Congresso, è una combinazione pericolosa. Per questo la via d’uscita più probabile è anche la più ambigua: trovare un qualsiasi tipo di accordo di cessate il fuoco con l’Iran, convincere Israele a rispettarlo e uscire di scena. Trump canterebbe vittoria come fa sempre, pur non avendo le carte. Il regime iraniano resterebbe al suo posto, lì dov’era prima della guerra.</p>
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<title>La kombucha funziona davvero oppure è solo moda?</title>
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<description><![CDATA[ 
Da bevanda di nicchia a simbolo del benessere contemporaneo, questa bevanda dalle origini millenarie promette molto. Ma cosa dicono davvero gli studi sull’uomo? Tra microbiota, glicemia e intestino, emerge un quadro più solido del previsto, con qualche cautela necessaria
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>kombucha, funziona, davvero, oppure, solo, moda</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/gam-8096.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/gam-8096.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/gam-8096-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/gam-8096-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/gam-8096-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/gam-8096-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">La <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/kombucha-bigino-cosa-bisogna-sapere/" target="_blank" rel="noopener">kombucha</a> è passata in pochi anni da oggetto misterioso da negozio bio a presenza stabile sugli scaffali dei supermercati. Una bevanda fermentata a base di tè, zucchero e una coltura simbiotica di batteri e lieviti, il cosiddetto SCOBY. Il racconto che la accompagna è sempre lo stesso: depura, riequilibra, migliora. Il problema è che, nel mondo del cibo, le promesse sono spesso più veloci delle prove. </span><span class="s1">Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Non si tratta più solo di tradizione o suggestione, ma di studi clinici condotti su esseri umani. Non molti, ma sufficienti per iniziare a tracciare una direzione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il primo dato rilevante riguarda il microbiota intestinale, cioè l’insieme dei microrganismi che abitano il nostro intestino. Alcuni trial randomizzati mostrano che il consumo quotidiano di kombucha modifica in modo significativo la composizione batterica, aumentando specie considerate benefiche e riducendo quelle associate a infiammazione e disbiosi</span><span class="s1">. Non è un dettaglio: il microbiota è oggi uno degli snodi principali nella ricerca sulla salute metabolica e immunitaria.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un secondo ambito riguarda i sintomi gastrointestinali. In uno studio su donne con sindrome dell’intestino irritabile a prevalenza stitichezza, il consumo di kombucha ha migliorato frequenza e qualità delle evacuazioni in pochi giorni</span><span class="s1">. Il risultato è interessante perché misurabile e rapido, anche se è uno studio pilota, su un campione limitato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il capitolo più sorprendente è quello metabolico. Due studi clinici indicano che la kombucha può incidere sulla glicemia. In soggetti con diabete di tipo 2 si è osservata una riduzione significativa della glicemia a digiuno dopo quattro settimane di consumo</span><span class="s1">. In persone sane, invece, la bevanda ha abbassato l’indice glicemico di un pasto ricco di carboidrati, rendendo la risposta insulinica più contenuta</span><span class="s1">. I campioni sono piccoli e gli studi ancora pochi, ma se si verificasse su un campione più largo sarebbe una scoperta decisiva.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Anche sul fronte dello stress ossidativo emergono segnali interessanti. Un trial recente mostra una riduzione dei marker ematici associati ai processi ossidativi, implicati nell’invecchiamento e in molte patologie croniche</span><span class="s1">. Non è una rivoluzione, ma è un tassello coerente con la presenza di polifenoli derivati dal tè e trasformati dalla fermentazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Più sfumato il discorso sulla salute mentale. Esiste un’associazione tra consumo di alimenti fermentati e minori livelli di ansia sociale, ma si tratta di studi osservazionali, quindi incapaci di stabilire un rapporto di causa ed effetto</span><span class="s1">. Il legame tra intestino e cervello è plausibile, ma ancora in costruzione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La kombucha non è una bevanda miracolosa e non sostituisce una dieta equilibrata, come nessun altro alimento preso in sè. Gli studi disponibili sono promettenti ma ancora limitati per numero e dimensione dei campioni. Inoltre, nell’Unione Europea, qualsiasi claim salutistico deve essere validato secondo regole precise, e molte delle promesse che circolano oggi non sono autorizzate. </span><span class="s1">Resta però un fatto. A differenza di molti altri prodotti entrati nel linguaggio del benessere, la kombucha inizia ad avere una base scientifica concreta. Non definitiva, non esaustiva, ma reale. Ed è proprio qui che si gioca la sua credibilità futura: nella capacità di passare da racconto suggestivo a oggetto alimentare studiato, misurato, compreso.</span></p>
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<title>Il nuovo romanzo di John Niven smonta il mito dell’uomo contemporaneo realizzato</title>
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In “Padri nostri” (Einaudi, 2026) lo scrittore scozzese mette al centro uomini disorientati e imperfetti. A Linkiesta spiega che rabbia e invidia sono materiali inevitabili per raccontare il presente senza illusioni
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 20:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sergio-rodriguez-portugues-del-olmo-wp2o1esbfam-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sergio-rodriguez-portugues-del-olmo-wp2o1esbfam-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sergio-rodriguez-portugues-del-olmo-wp2o1esbfam-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sergio-rodriguez-portugues-del-olmo-wp2o1esbfam-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sergio-rodriguez-portugues-del-olmo-wp2o1esbfam-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sergio-rodriguez-portugues-del-olmo-wp2o1esbfam-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>John Niven è il maestro dell’humour contemporaneo, o meglio del black humour. I suo romanzi sono pieni di ferocia, follia, sarcastici e anti convenzionali. Le storie costellate da comicità e tensione alle stelle, raccontano senza sconti il fallimento del maschio occidentale, spaesato e perso davanti alla sua disfatta. Ma John Niven sa trafiggerti anche il cuore. Il suo ultimo libro è “Padri nostri” pubblicato da Einaudi e narra della pazza amicizia tra due padri agli antipodi che si conoscono in un reparto di maternità. Dan è uno sceneggiatore televisivo frustrato e di successo, Jada un criminale di piccolo cabotaggio che è diventato papà per la sesta volta. Tanta droga, alcol, ma pure spiragli di salvezza, redenzione, una luce in fondo a un tunnel che non lascerebbe sperare in nulla.</p>
<p><strong>Dan e Jada, i protagonisti del tuo ultimo romanzo, sono entrambi padri, ma molto diversi tra loro. Perché ha usato questa contrapposizione, questo espediente narrativo?</strong><br>
Mi piaceva l’idea di usare due padri sfortunati per esaminare alcune delle problematiche di classe legate alla genitorialità.</p>
<p><strong>Jada si astiene dal giudicare Dan, nonostante sia un criminale. L’umanità si trova sempre nella rispettabilità?</strong><br>
Credo che Jada giudichi Dan! Tanto quanto Dan giudica lui. Sono entrambi il prodotto del loro ambiente e della loro educazione, e lo stile di vita dell’altro è in qualche modo impensabile per entrambi.</p>
<p><strong>Perché i suoi romanzi spesso distruggono la reputazione degli uomini contemporanei?</strong><br>
Perché l’uccello in gabbia canta? Credo sia il mio terreno. Il mio campo. L’uomo contemporaneo traumatizzato. Qualcuno deve pur farlo ora che Martin Amis non c’è più.</p>
<p><strong>Nel tuo libro “Invidia il prossimo tuo<i>”</i></strong><strong>affermi che «non c’è niente di più odioso del successo altrui». L’invidia è un’emozione universale. Quali sono i suoi aspetti positivi e negativi, così come quelli comici?</strong><br>
Non sono sicuro che l’invidia abbia poi così tanti aspetti positivi. Ma penso che sia un tema interessante per la letteratura. A volte vorrei che le mie preoccupazioni fossero più commerciali. Come l’amore. Sarebbe bello essere Richard Curtis. Almeno dal punto di vista finanziario. Purtroppo, gli scrittori non hanno molta scelta in fatto di temi. Come Elvis Costello, posso scrivere solo di gelosia e rabbia.</p>
<p><strong>Nei suoi libri c’è molta malvagità commessa dagli uomini, a volte gratuita, ma esplosiva e irriverente. Perché?</strong><br>
Non abbiamo come sempre molta scelta in fatto di temi.</p>
<p><strong>Il motto <em>mors tua vita mea</em> sembra essere ricorrente nei suoi romanzi. L’uomo è troppo spesso mostruoso?</strong><br>
Penso che la mostruosità possa essere molto divertente. Uno degli elementi fondamentali di un romanzo comico è l’esagerazione. Non ho un’opinione così pessimistica dell’umanità come alcuni dei miei protagonisti potrebbero far credere…</p>
<p><strong>In “La lista degli stronzi<i>”</i>, un racconto anti conformista e divertente, sembra che voglia dirci che in questo mondo dobbiamo farci giustizia da soli. Viviamo in un mondo così crudele, o la risata ci salverà?</strong><br>
Oh, spero che la risata possa salvarci. Ma penso che le cose stiano diventando sempre più ridicole…</p>
<p><strong>Ha lavorato anche in ambito musicale. Cosa le ha insegnato questa esperienza, anche in termini di produzione narrativa?</strong><br>
Come dicevano i Roxette: “Non annoiateci, arrivate al ritornello<i>”</i>.</p>
<p><strong>In “A volte ritorno<i>”</i>, perché ha scelto Gesù come protagonista?</strong><br>
Mi sembrava un buon modo per raggiungere un pubblico più ampio. E così è stato: quel romanzo è stato il mio libro di maggior successo a livello internazionale.</p>
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<title>Virginia Woolf: scrittrice sensibile ai problemi sociali e paladina del femminismo</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 28 Marzo ed in questo giorno, nel 1941, ad Ouse, nel Regno Unito, moriva la grande scrittrice e saggista Virginia Woolf . Era nel 1882 a Londra, con il nome di Adeline Virginia Stephen, figlia del filosofo e scrittore Sir Leslie Stephen, che la formò con insegnamenti eruditi ed austeri. Iniziò a […] ]]></description>
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 18:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Virginia-Woolf-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Oggi è il 28 Marzo ed in questo giorno, nel 1941, ad Ouse, nel Regno Unito, moriva la grande scrittrice e saggista Virginia Woolf . Era nel 1882 a Londra, con il nome di Adeline Virginia Stephen, figlia del filosofo e scrittore Sir Leslie Stephen, che la formò con insegnamenti eruditi ed austeri. Iniziò a […]]]> </content:encoded>
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<title>Iran e bollette: gli aumenti superano i 600 euro</title>
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<description><![CDATA[ 477 euro per la bolletta del gas e 153 euro per quella dell’energia elettrica. A tanto ammontano gli aumenti previsti dagli analisti di Facile.it per le bollette delle famiglie italiane a causa del conflitto in corso ormai da quasi un mese in Iran. Il calcolo, aggiornato al 25 marzo 2026, è stato effettuato considerando le stime di PUN […] ]]></description>
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 18:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Osservatorio-energia-c-Michele_lr-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">477 euro per la bolletta del gas e 153 euro per quella dell’energia elettrica. A tanto ammontano gli aumenti previsti dagli analisti di Facile.it per le bollette delle famiglie italiane a causa del conflitto in corso ormai da quasi un mese in Iran. Il calcolo, aggiornato al 25 marzo 2026, è stato effettuato considerando le stime di PUN […]]]> </content:encoded>
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<title>Erasmus plus: Arricchisce la vita, apre la mente –  Studenti Francesi a Brescia marzo 2026</title>
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<description><![CDATA[ Proseguirà fino al 29 marzo 2026 la mobilità Erasmus plus iniziata il 15 marzo, che vede 22 ragazzi francesi del Il Lycée Robert d&#039;Arbrissel  di Chemillé en-Anjou dai 16 ai 19 anni ospitati dalle famiglie bresciane e impegnati come stagisti nelle principali attività commerciali della città, con la collaborazione di Mistral Società Cooperativa sociale onlus ]]></description>
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 18:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Mistral-Arbrissel-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Proseguirà fino al 29 marzo 2026 la mobilità Erasmus plus iniziata il 15 marzo, che vede 22 ragazzi francesi del Il Lycée Robert d'Arbrissel  di Chemillé en-Anjou dai 16 ai 19 anni ospitati dalle famiglie bresciane e impegnati come stagisti nelle principali attività commerciali della città, con la collaborazione di Mistral Società Cooperativa sociale onlus]]> </content:encoded>
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<title>Mutui: in Emilia&#45;Romagna 141.000 euro la richiesta media (+1%)</title>
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<description><![CDATA[ Il 2026 si è aperto positivamente sul fronte dei mutui; secondo l’Osservatorio* Facile.it – Mutui.it, nei primi due mesi dell’anno l’importo medio richiesto in Emilia-Romagna è aumentato dell’1% rispetto a dodici mesi fa, arrivando a 141.307 euro. In leggero calo l’età media dei richiedenti, che passa dai 40 anni dei primi due mesi del 2025 […] ]]></description>
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<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 18:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Se il gioco diventa linguaggio di inclusione</title>
<link>https://www.eventi.news/se-il-gioco-diventa-linguaggio-di-inclusione</link>
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<description><![CDATA[ 
Attraverso l’arte, la distanza può farsi vicinanza. È questo il concetto alla base dell’opera di Fulvio Morella, che nelle quattro ellissi concentriche racchiude l’abbraccio Paralimpico di Milano-Cortina 2026
L&#039;articolo Se il gioco diventa linguaggio di inclusione proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="1048" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi-ter.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi-ter.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi-ter-300x246.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi-ter-1024x838.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi-ter-768x629.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi-ter-1200x983.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><i><span>Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema del gioco, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile </span></i><a href="https://store.linkiesta.it/prodotto/linkiesta-etc-n10-autunno/?_gl=1*1czvvd7*_ga*MTU4NjA0OTM0Ni4xNzQyMDMwMjc0*_ga_1DSK8XX5TP*czE3NTk3Mzc5NTckbzQwMiRnMSR0MTc1OTczNzk5NyRqMjAkbDAkaDA." target="_blank" rel="noopener"><i><span>qui.</span></i></a></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-610127" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-610127 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ludi-johan-huizinga-fulvio-morella-5x53-legno-di-amaranto-e-braille-su-alluminio-madreperla-cramum-ok-1024x1024.jpg?x17776" alt="" width="458" height="458" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ludi-johan-huizinga-fulvio-morella-5x53-legno-di-amaranto-e-braille-su-alluminio-madreperla-cramum-ok-1024x1024.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ludi-johan-huizinga-fulvio-morella-5x53-legno-di-amaranto-e-braille-su-alluminio-madreperla-cramum-ok-300x300.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ludi-johan-huizinga-fulvio-morella-5x53-legno-di-amaranto-e-braille-su-alluminio-madreperla-cramum-ok-150x150.jpg 150w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ludi-johan-huizinga-fulvio-morella-5x53-legno-di-amaranto-e-braille-su-alluminio-madreperla-cramum-ok-768x768.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ludi-johan-huizinga-fulvio-morella-5x53-legno-di-amaranto-e-braille-su-alluminio-madreperla-cramum-ok-1200x1200.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ludi-johan-huizinga-fulvio-morella-5x53-legno-di-amaranto-e-braille-su-alluminio-madreperla-cramum-ok.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 458px) 100vw, 458px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Ludi (Johan Huizinga), Fulvio Morella 5×53 legno di amaranto e braille su alluminio madreperla ©Cramum</em></figcaption></figure>
<p><span>In occasione delle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026, Fulvio Morella, con la rassegna </span><i><span>I limiti non esistono</span></i><span>, ha promosso attraverso la sua arte i valori dell’inclusione e della resilienza. Per la tappa milanese, ospitata a Palazzo della Regione Lombardia, l’artista ha scelto d’indagare il tema del gioco, ispirandosi al pensiero di Maria Montessori e Johan Huizinga, per i quali il gioco è motore della società, esperienza tanto libera quanto formativa. Ha quindi sintetizzato questa visione in una nuova forma, che ha chiamato </span><i><span>Ludi</span></i><span>: quattro ellissi inclinate e concentriche, disposte in equilibrio dinamico. </span></p>
<p><span>Non si tratta di una ricerca formale fine a se stessa, ma di un’opera tanto concettuale quanto simbolica, che richiama la forma di un abbraccio tra due persone unite da un nucleo: l’amicizia. </span><i><span>Ludi</span></i><span> diventa così un luogo ideale dove, attraverso l’arte, il gioco e lo stare insieme, si entra in contatto con l’altro, e la distanza si fa vicinanza.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-610128" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-610128 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi-914x1024.jpg?x17776" alt="" width="515" height="577" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi-914x1024.jpg 914w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi-268x300.jpg 268w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi-768x861.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi-1071x1200.jpg 1071w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/fulvio-morella-e-franco-mazzucchelli-lavorazione-ludi.jpg 1142w" sizes="auto, (max-width: 515px) 100vw, 515px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Fulvio Morella e Franco Mazzucchelli – lavorazione LUDI. Courtesy of the artist</em></figcaption></figure>
<p><span>Non è un caso che, nelle intenzioni dell’artista, questa parola sia anche un acronimo e un motto che racchiude quattro valori essenziali del vivere insieme: Linguaggio, ovvero la comunicazione; Unione, il costruire insieme; Dialogo, fondato sull’ascolto; Incontro, per aprirsi all’altro con autenticità.</span></p>
<p><span>Il gioco diventa così la più grande occasione, come ripete spesso Morella, «per capire che siamo tutti  limitati in qualche modo, ma unendoci possiamo imparare a essere infinito». </span><i><span>“Giochiamo, non facciamo la guerra”</span></i><span>, sembra suggerire l’artista, cogliendo il significato più profondo dei Giochi Paralimpici e intrecciando arte, sport e inclusione.</span></p>
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<title>Conte provoca e Schlein rincorre, ma entrambi girano a vuoto nel campo largo</title>
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La destra traballa, ma l’opposizione suona il piffero della rivoluzione senza programma. La divisione sull’Ucraina è insanabile e il campo largo si dissolve senza strategia, leadership e una linea credibile di politica estera
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Conte, provoca, Schlein, rincorre, entrambi, girano, vuoto, nel, campo, largo</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="848" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/javs-lopez-4jsnpp4d2z8-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/javs-lopez-4jsnpp4d2z8-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/javs-lopez-4jsnpp4d2z8-unsplash-300x199.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/javs-lopez-4jsnpp4d2z8-unsplash-1024x678.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/javs-lopez-4jsnpp4d2z8-unsplash-768x509.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/javs-lopez-4jsnpp4d2z8-unsplash-1200x795.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>È chiara la tattica della Volpe di Volturara Appula: provocare, provocare, e ancora provocare. Per mettere il Partito democratico in fuorigioco. Forse adesso al Nazareno si accorgeranno che non è il caso di discettare di primarie, di inseguire Giuseppe Conte. Gli adulti del Pd lo avevano già capito. Poi ieri è arrivata una specie di annuncio di morte della coalizione cosiddetta del campo largo, per bocca dell’ex capogruppo del Movimento 5 stelle Stefano Patuanelli, uomo di Giuseppe Conte: «Con noi al governo stop agli aiuti militari all’Ucraina». Irricevibile per il Pd. Almeno per i riformisti, che sulla politica estera danno spesso la linea: «Gli aiuti con noi ci sono stati, ci sono, e ci saranno sempre, fatevene una ragione», ha replicato immediatamente Filippo Sensi. Provocazioni contiane: sarà sempre così. Il messaggio degli adulti nella stanza alla segretaria era arrivato: «Elly, calma». Il film è questo.</p>
<p>Come al solito, i giovani e gli ex giovani che guidano il Pd si sono lasciati prendere dall’entusiasmo. Non abituati a vincere, nel turbinìo entusiastico della sera di lunedì con Rosy Bindi, Gianfranco Pagliarulo e Maurizio Landini, erano andati a prendere piazza Barberini e poi piazza del Popolo. Nelle chiacchiere riprendeva vigore il gioco delle caselle del prossimo governo. Perché, oplà, il popolo è con noi, e i giovani, ritenuti dei mantenuti a ufo, ignari di tutto fino a poche ore prima, sono tutti di sinistra. Intanto Giuseppe Conte, anch’egli ebbro, li scavalcava dando l’idea che, basta, facciamo le primarie: io ci sono. Ed Elly Schlein, un po’ indispettita perché l’aveva detto prima lei: «Io ci sono». Il solito acchiappabandiera dei ragazzini.</p>
<p>A quel punto, mentre la destra andava al tappeto per la prima volta in tre anni, è partita la quarantott’ore di Le Mans di fumisterie, bizantinismi, alambicchi sulle primarie. Giorgia Meloni silurava i suoi – <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/santanche-meloni-vendetta/" target="_blank" rel="noopener">bum bum </a>– e tanti saluti a Delmastro, Bartolozzi e finanche <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/meloni-santanche-eva-contro-eva-dimissioni/" target="_blank" rel="noopener">lady Santanchè</a>, e a sinistra suonavano il piffero della rivoluzione dei gazebo. Mentre Silvia Salis forse aveva capito l’antifona e si sfilava, ecco il redivivo Ernesto Maria Ruffini, totalmente assente nella campagna referendaria, alzare la mano: ehi, ci sono anch’io. Non hanno capito che i miasmi dell’esecutivo non equivalgono alla presa del Palazzo d’Inverno. La strada è lunga.</p>
<p>Per cui, pur smaltita la sbornia landiniana, Schlein ha pensato bene di mettere agli atti che sono pronti per le elezioni. Non è vero. Non sono pronti per niente. Non c’è un programma condiviso, non c’è un candidato presidente del Consiglio, non c’è un’idea di squadra di governo.</p>
<p>Il fatto è che quando non si hanno le idee chiare si alza «la nebbia della retorica», come la chiamò una volta Mario Draghi, per cui, per esempio, ogni intervista ai capi della sinistra si conclude immancabilmente così: «Troveremo la sintesi». Peccato che dopo quattro anni di guerra, sull’Ucraina e il riarmo europeo, siano sempre lì a cantare canzoni stonate. Patuanelli docet.</p>
<p>Tutto questo Giorgia lo sa. Ma non può sfruttare la situazione perché in queste condizioni non è pronta nemmeno lei ad andare alle urne. Ha bisogno di tempo anche <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/delmastro-bartolozzi-santanche-meloni/" target="_blank" rel="noopener">la gatta di Palazzo Chigi</a> per cercare di far nascere un governo dalle ceneri del governicchio che presiede.</p>
<p>Perché il Meloni 1, parte seconda, è un governicchio debole in tutte le sue caselle, tranne forse la Difesa (non sappiamo se le perquisizioni della Guardia di Finanza avranno conseguenze sul piano politico). Non può più scommettere sull’aiuto della famiglia Berlusconi, che ha gentilmente cacciato Maurizio Gasparri dalla postazione di capigruppo al Senato di Forza Italia (messaggio ad Antonio Tajani).</p>
<p>Da ieri mattina sono partiti garbati inviti alla segretaria del Pd ad evitare fughe in avanti. Come al solito, sono stati i vecchi (Dario Franceschini e Goffredo Bettini sui giornali, ma tutti i big delle varie correnti la pensano così: nei momenti complicati esce fuori una vecchia storia di sapienza politica) a suggerire che invece di perdere tempo con i giochetti sulle primarie ci si deve concentrare contro il governicchio in carica.</p>
<p>Qui si vedrà quanto e se è cresciuta Elly Schlein. Se capisce che può battere la Volpe di Volturara Appula non inseguendolo, ma facendo politica.</p>
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<title>Perché ChatGPT sembra intelligente senza esserlo davvero</title>
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<description><![CDATA[ 
In “L’inganno dell’intelligenza artificiale”, Emily M. Bender e Alex Hanna spiegono che sistemi linguistici più avanzati producono frasi convincenti grazie a enormi quantità di dati e calcoli probabilistici
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Perché, ChatGPT, sembra, intelligente, senza, esserlo, davvero</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dima-solomin-nm3243n4ssy-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dima-solomin-nm3243n4ssy-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dima-solomin-nm3243n4ssy-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dima-solomin-nm3243n4ssy-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dima-solomin-nm3243n4ssy-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dima-solomin-nm3243n4ssy-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Nel campo delle tecnologie del linguaggio, i modelli linguistici neurali hanno migliorato molte applicazioni, tra cui la trascrizione e la traduzione automatiche. In confronto ai modelli n-gram, queste gestiscono in modo molto più armonico la dispersione dei dati (come il dover classificare </span><i><span>si pavoneggiava</span></i><span> rispetto ad </span><i><span>annusava</span></i><span> in termini di possibilità di cosa viene dopo </span><i><span>la veloce volpe fulva</span></i><span> quando nessuno dei due termini è presente nel corpus). </span></p>
<p><span>Una delle ragioni per cui questo avviene è il modo in cui i modelli linguistici neurali consentono la rappresentazione delle parole non sulla base della sequenza di caratteri usati per scriverle ma a partire dalle co-occorrenze con altre parole. Questi cosiddetti “embeddings” (’incorporamenti’) fanno sì che parole simili (come </span><i><span>gatto</span></i><span>, </span><i><span>cane</span></i><span>, </span><i><span>coniglio</span></i><span>, </span><i><span>criceto</span></i><span> e altre parole che si riferiscono agli animali domestici, oppure </span><i><span>correre</span></i><span>, </span><i><span>balzare</span></i><span>, </span><i><span>pavoneggiarsi</span></i><span> e altre parole che indicano movimento) siano rappresentate in modo simile, anche se sono scritte in modo diverso. Questo a sua volta comporta che le informazioni su queste parole possono essere aggregate. </span></p>
<p><span>Un’altra caratteristica importante dei modelli linguistici neurali è che possono espandersi grazie a corpora di addestramento (e set di percettroni) molto più grandi. Un primo modello linguistico neurale fondamentale è stato il sistema BERT, sviluppato da Google for English nel 2018. Il modello iniziale di BERT disponeva di 340 milioni di parametri (i pesi tra le connessioni dei percettroni) ed era stato addestrato su 3,3 miliardi di parole provenienti da testi. Non sono numeri da poco, ma sono già stati completamente eclissati. Nel luglio 2024, Meta ha rilasciato Llama 3.115, che ha 405 </span><i><span>miliardi</span></i><span> di parametri ed è stato addestrato su più di 15 </span><i><span>bilioni</span></i><span> di parole. </span></p>
<p><span>Il passo successivo verso la creazione di ChatGPT e altri chatbot simili basati su modelli linguistici ha implicato l’uso di una tecnologia progettata per la classificazione e il suo completo stravolgimento: invece che classificare sequenze diverse come più o meno probabili, un modello linguistico generativo è progettato per scegliere una parola probabile sulla base di un dato input, per usare poi l’input iniziale più la parola scelta come input successivo, quindi scegliere un’altra parola probabile come successiva e così via. Dato che i corpora di addestramento sono enormi e i modelli sono sia grandi sia progettati con cura, le sequenze di parole risultanti appaiono davvero credibili.</span></p>
<p><span> Questi modelli tendono a scoprire elementi linguistici (</span><i><span>cane</span></i><span> e </span><i><span>gatto</span></i><span> si riferiscono a cose simili; la parola </span><i><span>cani</span></i><span> ha la stessa relazione con la parola </span><i><span>cane</span></i><span> che </span><i><span>gatti</span></i><span> ha con </span><i><span>gatto</span></i><span>) ma anche molti altri pattern relativi a come le persone usano il linguaggio, compresi modi di esprimersi apertamente offensivi così come modi più sottilmente discriminatori da un punto di vista sociale (per esempio, usare l’espressione </span><i><span>donne</span></i> <i><span>giudici</span></i><span> invece del solo </span><i><span>giudici</span></i><span>, come se fosse insolito che un giudice sia donna). </span></p>
<p><span>Il passo finale per lo sviluppo dei modelli linguistici consiste nel provare a gestire questi pregiudizi (bias) e i casi evidenti di disinformazione e incitamento all’odio, anche perché, normalmente, la creazione di una tecnologia che diffonde contenuti tossici viene considerata una pratica commerciale discutibile. È ormai dimostrato che non esiste un corpus di testi che non contenga pregiudizi e non è nemmeno possibile evitare completamente output discriminatori oppure offensivi. Questo però non significa che non si possa migliorare la situazione. </span></p>
<p><span>Una tecnica per farlo (quella che OpenAI ha adottato nello sviluppo di ChatGPT) è definita “reinforcement learning from human feedback” (RLHF, ’apprendimento potenziato dal feedback umano’), in cui vengono impiegate persone (di solito in modo precario e con salari bassi) per valutare gli output del sistema. Queste valutazioni sono poi reinserite, in modo da “potenziare” gli output migliori e valutare negativamente quelli peggiori, dando così un tocco di rifinitura al trucco magico. In questo modo, il compito del sistema non è più solo di scegliere la parola probabile successiva, ma di sceglierne una che sia probabile e che riceva una valutazione alta da un valutatore umano. </span></p>
<p>Copyright ©️ 2025 Emily M. Bender and Alex Hanna</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-609988" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bender-hanna-linganno-dellintelligenza-artificiale-203x300.jpg?x17776" alt="" width="203" height="300" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bender-hanna-linganno-dellintelligenza-artificiale-203x300.jpg 203w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bender-hanna-linganno-dellintelligenza-artificiale-691x1024.jpg 691w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bender-hanna-linganno-dellintelligenza-artificiale-768x1138.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bender-hanna-linganno-dellintelligenza-artificiale-810x1200.jpg 810w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bender-hanna-linganno-dellintelligenza-artificiale.jpg 864w" sizes="auto, (max-width: 203px) 100vw, 203px"></p>
<p><a href="https://fazieditore.it/libro/9791259678447" target="_blank" rel="noopener">Tratto da <span>“</span>L’inganno dell<span>’intelligenza artificiale, di Emily M. Bender e Alex Hanna, Fazi editore, 324 pagine, 20 euro</span></a></p>
<p> </p>
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<title>I pesanti effetti della guerra in Iran sulla nostra spesa alimentare</title>
<link>https://www.eventi.news/i-pesanti-effetti-della-guerra-in-iran-sulla-nostra-spesa-alimentare</link>
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<description><![CDATA[ 
Le tensioni nello Stretto di Hormuz non incidono solo su petrolio e gas, ma anche sui fertilizzanti come l’urea che sono alla base delle coltivazioni. E il conto arriva mesi dopo, al supermercato
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>pesanti, effetti, della, guerra, Iran, sulla, nostra, spesa, alimentare</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225690-large-2.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225690-large-2.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225690-large-2-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225690-large-2-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225690-large-2-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225690-large-2-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Quando leggiamo le crisi energetiche pensiamo a prezzo del petrolio, prezzo del gas, tensioni geopolitiche. Questa però è una lente incompleta, perché tra il gas e il cibo esiste un passaggio intermedio, meno visibile e decisivo: quello dei fertilizzanti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L’agricoltura contemporanea si regge su una molecola chiave, l’ammoniaca. Si ottiene attraverso il processo Haber-Bosch, che combina azoto e idrogeno. L’azoto arriva dall’aria, l’idrogeno dal gas naturale. È un processo energivoro, tanto che <a href="https://www.iea.org/reports/ammonia-technology-roadmap" target="_blank" rel="noopener">secondo l’International Energy Agency</a> il gas rappresenta fino al 70-80 per cento dei costi di produzione dell’ammoniaca. Da qui deriva l’urea, il fertilizzante azotato più diffuso al mondo, con una concentrazione di azoto intorno al 46 per cento.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il legame è diretto: quando il gas aumenta di prezzo o diventa incerto, anche i fertilizzanti seguono. Nel 2022, con l’impennata dei prezzi energetici, diversi impianti europei hanno rallentato o fermato la produzione, <a href="https://www.worldbank.org/en/topic/agriculture/brief/fertilizer-prices-and-food-security" target="_blank" rel="noopener">contribuendo all’aumento globale</a> dei prezzi agricoli.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dentro questo scenario si inseriscono i nodi logistici globali. Lo Stretto di Hormuz è uno dei principali choke point energetici del pianeta. <a href="https://www.eia.gov/international/analysis/special-topics/Strait_of_Hormuz" target="_blank" rel="noopener">Secondo l’U.S. Energy Information Administration</a>, circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante di gas naturale liquefatto transitano da questo passaggio. Non serve una chiusura fisica per generare effetti: basta l’aumento del rischio percepito. Premi assicurativi più alti, rotte più lunghe, maggiore incertezza e immediatamente il commercio continua, ma diventa più costoso.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">I fertilizzanti sono uno dei principali fattori che hanno permesso l’aumento della produzione alimentare globale. Secondo una stima pubblicata su Nature Geoscience, circa il 50% della produzione mondiale di cibo è legata all’uso di fertilizzanti sintetici. </span><span class="s1">L’urea è, in sostanza, uno dei pilastri invisibili dell’agricoltura moderna. È una sostanza chimica che contiene azoto in forma molto concentrata e viene utilizzata come fertilizzante, cioè come nutrimento per le piante. Per capire perché è così importante bisogna partire da un punto semplice: le piante, per crescere, hanno bisogno di alcuni elementi fondamentali, e tra questi l’azoto è quello che più spesso aiuta lo sviluppo. È ciò che permette alle foglie di formarsi, agli steli di allungarsi e, in definitiva, alla pianta di produrre di più.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando un terreno non ha abbastanza azoto disponibile, le colture crescono meno e rendono meno. L’urea interviene proprio qui, fornendo alle piante una quantità elevata di questo elemento in una forma facilmente utilizzabile. Una volta distribuita nei campi, non viene assorbita immediatamente: si scioglie con l’acqua, viene trasformata dai microrganismi presenti nel suolo e diventa prima ammonio e poi nitrati, che sono le forme che le radici riescono ad assimilare. È quindi il punto di incontro tra chimica industriale e processi biologici naturali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La sua diffusione su scala globale dipende anche da caratteristiche molto pratiche. L’urea è solida, facile da trasportare e soprattutto estremamente concentrata: circa il 46% del suo peso è azoto. Questo significa che con quantità relativamente ridotte si possono fertilizzare superfici molto ampie, rendendola uno degli strumenti più efficienti a disposizione degli agricoltori.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il punto meno intuitivo riguarda però la sua origine. L’urea non esiste in natura in questa forma, ma viene prodotta industrialmente a partire dall’ammoniaca. E per produrre ammoniaca serve gas naturale, che fornisce sia l’energia necessaria sia l’idrogeno indispensabile alla reazione chimica. In altre parole, l’urea è, a tutti gli effetti, gas trasformato in fertilizzante. È qui che si crea il legame diretto tra energia e agricoltura.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo legame ha conseguenze molto concrete. Quando il gas aumenta di prezzo o diventa meno disponibile, anche la produzione di fertilizzanti diventa più costosa o meno stabile. E poiché una parte significativa della produzione alimentare mondiale dipende proprio dall’uso di fertilizzanti azotati, ogni variazione a monte si riflette, prima o poi, a valle. Non immediatamente, perché tra fertilizzazione e raccolto passa del tempo, ma in modo inevitabile.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L’urea, quindi, è uno degli elementi che rendono possibile l’agricoltura intensiva contemporanea, quella che consente di produrre abbastanza cibo per una popolazione globale in crescita. Allo stesso tempo, però, porta con sé anche alcune criticità: può contribuire all’inquinamento delle acque e alle emissioni di gas serra, e soprattutto lega il sistema alimentare a una dipendenza strutturale dall’energia fossile.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Capire cos’è l’urea significa, in fondo, capire questo: il cibo che arriva sulle nostre tavole non nasce solo dalla terra, ma anche da un equilibrio complesso tra chimica, energia e agricoltura. E quando uno di questi elementi si muove, gli effetti si propagano lungo tutta la filiera.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il punto è che questo effetto non è immediato. Il petrolio si paga subito, alla pompa. I fertilizzanti no. Si acquistano prima della semina, incidono sulla crescita delle colture e determinano raccolti che arrivano mesi dopo. È per questo che uno shock energetico oggi può trasformarsi in un aumento dei prezzi alimentari tra sei mesi, come mostrano <a href="https://www.fao.org/worldfoodsituation/foodpricesindex/en/" target="_blank" rel="noopener">le analisi della FAO</a> sui mercati agricoli. </span><span class="s1">Il carrello della spesa, in fondo, è il punto finale di una catena lunga. Parte dal gas, attraversa la chimica, passa per i campi e arriva sugli scaffali, anche se ce ne accorgiamo solo con qualche mese di ritardo.</span></p>
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<title>A Milano, il cinema torna a raccontare le grandi città</title>
<link>https://www.eventi.news/a-milano-il-cinema-torna-a-raccontare-le-grandi-citta</link>
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Cinque film, cinque città, un mese di proiezioni all’Armani/Silos per leggere la metropoli attraverso la pellicola. Con la Fondazione Piccolo America, torna la rassegna cinematografica che racconta New York, Napoli, Istanbul, Parigi e Hong Kong
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-nicolette-villavicencio-1114434-5826828.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-nicolette-villavicencio-1114434-5826828.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-nicolette-villavicencio-1114434-5826828-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-nicolette-villavicencio-1114434-5826828-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-nicolette-villavicencio-1114434-5826828-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-nicolette-villavicencio-1114434-5826828-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Dal 1° al 29 aprile, Armani/Silos e la Fondazione Piccolo America presentano la terza edizione di <em>Big City Life</em>, rassegna che mette al centro la metropoli come soggetto narrativo. Cinque film, cinque registi, cinque città. Un percorso che attraversa New York, Napoli, Istanbul, Parigi e Hong Kong per osservare come lo spazio urbano entri nelle storie fino a diventarne parte attiva.</span></p>
<p><span>Il progetto nasce dalla collaborazione tra le due realtà e si inserisce nel programma culturale del Silos, da tempo impegnato sul cinema e sulle nuove generazioni. L’idea è semplice: guardare alle immagini in movimento come strumento per leggere la città contemporanea. Le proiezioni sono in lingua originale con sottotitoli in italiano, seguite da conversazioni con ospiti del mondo del cinema e della cultura, moderate dal giornalista Mattia Carzaniga.</span></p>
<p><span>Si parte il 1° aprile con <em>After Hours</em> di Martin Scorsese. Una notte newyorkese che scivola nel paradosso, tra incontri casuali e strade che sembrano non portare mai fuori dal dedalo. New York non è sfondo ma dispositivo: imprime ritmo, orienta gli spostamenti, condiziona il destino del protagonista. La città accelera, confonde, respinge.</span></p>
<p><span>Il 9 aprile tocca a <em>Nostalgia</em> di Mario Martone. Napoli è memoria, identità, ritorno. I quartieri, le scale, i cortili custodiscono un passato che riemerge a ogni passo. La topografia urbana coincide con quella interiore: muoversi per la città significa attraversare ricordi, colpe, appartenenze.</span></p>
<p><span>Il 15 aprile la rassegna si sposta a Istanbul con <em>Crossing the Bridge</em> –<em> The Sound of Istanbul</em> di Fatih Akin. Qui è la musica a disegnare la mappa. Strade, quartieri, locali diventano tappe di un viaggio sonoro che restituisce la complessità culturale della metropoli turca. La città emerge per stratificazione, attraverso voci e ritmi.</span></p>
<p><span>Il 22 aprile è la volta di <em>Cléo</em> de 5 à 7 di Agnès Varda. Parigi è osservata in tempo reale, tra attese e camminate. La protagonista attraversa boulevard e caffè mentre il tempo scorre davanti allo spettatore. Lo spazio urbano diventa misura dell’ansia, specchio dello stato d’animo.</span></p>
<p><span>La rassegna si chiude il 29 aprile con <em>Chungking Express</em> di Wong Kar-Wai. Hong Kong è una città frammentata, di passaggio, dove ogni incontro è fugace. La città è un flusso continuo in cui le vite si sfiorano tra scale mobili, mercati, fast food e corridoi stretti. Il quotidiano diventa racconto.</span></p>
<p><span>In tutte le serate, al termine delle proiezioni, sarà dato spazio al dialogo con ospiti che saranno annunciati nei prossimi giorni. Un formato che punta a estendere la visione, a creare un momento di confronto su come il cinema rappresenta e interpreta le metropoli. Il Caffè dell’Armani/Silos resterà aperto fino all’inizio degli spettacoli.</span></p>
<p><span>L’iniziativa conferma l’attenzione del Silos per la diffusione del cinema e per il coinvolgimento di un pubblico giovane e internazionale. La collaborazione con la Fondazione Piccolo America prosegue anche oltre Milano: per il quarto anno consecutivo Armani/Silos sostiene “Il Cinema in Piazza”, la manifestazione gratuita che si terrà a Roma nell’estate 2026.</span></p>
<p><span><em>Big City Life</em> propone così una lettura incrociata tra geografie e sguardi. Le città raccontate non sono cartoline ma organismi in trasformazione. Il programma completo e le modalità di prenotazione sono disponibili su armanisilos.com.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-610156" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-610156 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/armani-silos-film-series-big-city-life-819x1024.jpg?x17776" alt="" width="531" height="664" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/armani-silos-film-series-big-city-life-819x1024.jpg 819w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/armani-silos-film-series-big-city-life-240x300.jpg 240w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/armani-silos-film-series-big-city-life-768x960.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/armani-silos-film-series-big-city-life-960x1200.jpg 960w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/armani-silos-film-series-big-city-life.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 531px) 100vw, 531px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Armani Silos Film Series – Big City Life</em></figcaption></figure>
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<title>La libertà di pensiero sotto assedio, in Europa e nel mondo</title>
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Dalle carceri bielorusse alle proteste iraniane, a Milano le testimonianze dei dissidenti riportano al centro il ruolo dell’Unione europea, e del Premio Sakharov, nella tutela dei diritti umani
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="852" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-337.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-337.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-337-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-337-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-337-768x511.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-337-1200x799.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>In Europa molte persone finiscono in carcere per aver esposto uno striscione, indossato un braccialetto o intonato un coro contro il governo, o per motivi simili. In Belarus arresti di questo tipo sono cronaca quotidiana da diversi anni. «Per noi il 25 marzo è il giorno della libertà, conquistato nel 1918, oggi non siamo liberi ma continuiamo a celebrare questa giornata nella speranza di poter riavere quello che ci è stato tolto», dice Yuliya Yukhno, attivista belarusiana incarcerata solo perché indossava un braccialetto bianco-rosso-bianco, cioè i colori della bandiera della Belarus indipendente.</p>
<p>Yukhno è intervenuta durante l’evento “Europa, Ucraina e libertà di pensiero”, promosso a Milano dalle istituzioni europee. L’iniziativa, organizzata dall’ufficio del Parlamento europeo a Milano e dalla Rappresentanza della Commissione europea, si è svolta al Palazzo delle Stelline e rientra nelle attività dedicate alla difesa delle democrazie, delle società aperte e dei dissidenti nei regimi illiberali. «Una cosa che vogliamo fare noi dissidenti è dissociarci dalla Russia, esattamente come gli Ucraini stanno ribadendo ogni giorno la loro indipendenza da Mosca che vorrebbe riportarla sotto il suo controllo. È una situazione complessa: il popolo belaruso è intrappolato a metà tra Europa e Russia, che storicamente è tornata a esercitare un ruolo di forza occupante a intervalli ricorrenti. Per questo esistono due Belarus: una, quella con la bandiera bianco-rosso-bianco, rappresentata da Sviatlana Tsikhanouskaya, e una filorussa illegale».</p>
<p>Dopo una prima parte dell’incontro dedicata principalmente <a href="https://www.linkiesta.it/?p=610137&preview=true" target="_blank" rel="noopener">all’Ucraina e al lavoro dell’Unione europea per aiutarla nella sua resistenza</a>, nella seconda parte il focus si è spostato sul Premio Sakharov del Parlamento europeo per la libertà di pensiero e sul ruolo dell’Ue nella promozione dei diritti umani e della democrazia. Aprendo il dibattito, moderato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca, la presidente del Consiglio comunale di Milano Elena Buscemi ha detto: «Il Premio Sakharov rappresenta il massimo riconoscimento dell’Ue per gli sforzi compiuti a favore dei diritti umani. È importante perché il neoimperialismo russo gioca un ruolo preminente, su Georgia, Ucraina, ma anche l’Ungheria, e poi c’è la propaganda e la disinformazione che si registra in tutti i Paesi d’Europa. Questo ci ricorda che i diritti umani non sono semplici astrazioni giuridiche, ma uno strumento necessario per proteggere le persone dallo strapotere di autocrati e dittatori dichiarati o camuffati».</p>
<p>Sul palco si sono alternati gli interventi di militanti e dissidenti provenienti da diversi Paesi, tra cui Belarus, Georgia, Russia e Iran, rappresentanti delle opposizioni e dei movimenti di resistenza nei rispettivi contesti.</p>
<p>Tra gli ospiti, al fianco di Yuliya Yukhno, c’era anche la cestista Yelena Leuchanka, arrestata durante le proteste in Belarus nel 2020, poi incarcerata e oggi in esilio in Grecia: «La mia storia non è unica: è una delle migliaia, uguali o simili, che riguardano i cittadini della Belarus.», ha detto Leuchanka. «Ho iniziato a giocare a basket a dieci anni e a quindici ho iniziato a giocare per la mia Nazionale. A diciassette anni ero negli Stati Uniti a giocare per la Wnba e ho sempre rappresentato la mia nazione con orgoglio e rispetto».</p>
<p>C’è stato però un momento, racconta Leuchanka, in cui qualcosa è cambiato. «Iniziavo a capire cosa stava accadendo nel mio Paese e nel 2020, anno di elezioni, qualcosa è cambiato: la gente ha smesso di stare in silenzio, ma potete immaginare che in un Paese in cui alzare la voce può costarti la libertà non è facile decidere di protestare. Ricordo quando due poliziotti mi fermarono, mi chiesero il passaporto e di seguirli sulla volante, solo perché avevo partecipato alle proteste antigovernative. Sono stata due settimane in una cella non più larga della mia apertura di braccia, lunga pochi metri, con delle compagne di cella. Ricordo di quando ci tolsero anche i materassi dalle brandine, costringendoci a dormire sulle doghe di metallo, in una cella fredda. Molto semplicemente: non hai più diritti, all’improvviso, e non ci sono avvocati a difenderti».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-610215" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-610215" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-374-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-374-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-374-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-374-768x511.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-374-1200x799.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-374.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>©Lorenzo Ceva Valla</em></figcaption></figure>
<p>Dalla Belarus alla Georgia, con l’intervento del musicista, attore e attivista italo-georgiano <a href="https://www.linkiesta.it/2025/03/la-georgia-in-fiamme-da-cento-giorni-tra-ingerenze-russe-e-voglia-di-europa/">Luca Chikovani</a>, che ha parlato della repressione costante del governo di Sogno georgiano ai danni dei cittadini: «Pochi conoscono la Georgia, un Paese che ha sofferto molto la vicinanza con la Russia e la forma di bullismo che applica agli Stati vicini. Nel 2008 sono stato a Gori, città natale di Stalin, ero in vacanza con mia nonna, ricordo che ci chiamarono la notte e ci avvertirono di un possibile pericolo. Era l’inizio dell’invasione russa». Oggi, a diciott’anni di distanza, il partito Sogno georgiano sta approvando leggi estremiste e filorusse, soprattutto stanno allontanando la Georgia dall’Europa: «I giovani georgiani chiedono l’Europa, vogliono lottare contro questo governo filorusso. E per loro c’è in particolare un sogno e un desiderio di Italia: questo Paese è il loro sogno americano».</p>
<p>La rappresentante dei “russi liberi” Maria Mikaelyan ha spiegato perché la Federazione Russa è una dittatura di stampo hitleriano: «Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto testimonianza di un obiettivo molto chiaro della Federazione, cioè lo sterminio delle persone che si identificano come parte del popolo ucraino. Ed è quello che l’Europa e il mondo hanno visto sorgere e svilupparsi prima e durante il Terzo Reich». Ha poi aggiunto un aneddoto: «All’inizio di questo mese di marzo l’Ucraina ha riconosciuto una coppia gay come un nucleo familiare, una decisione storica per un Paese del territorio ex sovietico; il generale dell’esercito russo Roman Demurchiev ha inviato alla moglie le foto di un soldato ucraino mutilato durante torture, arrivando persino a prometterle una ghirlanda realizzata con le orecchie dei soldati torturati. Questa è la quotidianità del Paese da cui provengo io. Per questo non possiamo distogliere l’attenzione dall’Ucraina».</p>
<p>Il Premio Sakharov 2025 è stato assegnato ad Andrzej Poczobut dalla Belarus e a Mzia Amaglobeli dalla Georgia, che hanno pagato un prezzo elevato per aver osato affermare la verità dinanzi al potere, diventando un simbolo della lotta per la libertà e la democrazia, nonostante la repressione e la detenzione.</p>
<p>Andrzej Poczobut è un giornalista, saggista, blogger e attivista della minoranza polacca in Belarus. Noto per la sua opposizione al regime di Aleksandar Lukashenko, è diventato una figura simbolica nella lotta per la libertà e la democrazia in Belarus. Detenuto dal 2021 e condannato a otto anni di reclusione in una colonia penitenziaria, è stato sottoposto a isolamento e gli sono state negate cure mediche adeguate, anche quando le sue condizioni di salute si sono aggravate, mentre alla sua famiglia è stato negato il diritto di rendergli visita. Nonostante il deterioramento della sua salute, egli continua a difendere con fermezza la libertà e la democrazia.</p>
<p>Mzia Amaglobeli, giornalista georgiana e direttrice degli organi di informazione online Batumelebi e Netgazeti, è la prima donna prigioniera politica in Georgia dalla sua indipendenza e un’attivista per la libertà di espressione. È stata arrestata nel 2025 dopo aver partecipato a una protesta antigovernativa ed è stata incarcerata per due anni sulla base di accuse di matrice politica. È diventata un simbolo di spicco del movimento di protesta filodemocratico georgiano che si oppone al regime del partito Sogno georgiano dopo le contestate elezioni dell’ottobre 2024. Il 19 giugno 2025 il Parlamento europeo ne ha chiesto il rilascio immediato e incondizionato e ha condannato le autorità del partito Sogno georgiano per il loro continuo attacco alla democrazia, alla libertà dei media, alla società civile e all’indipendenza della magistratura.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-610216" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-610216" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-431-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-431-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-431-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-431-768x511.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-431-1200x799.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-431.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>©Lorenzo Ceva Valla</em></figcaption></figure>
<p>Nel 2023 il Premio Sakharov è stato assegnato a Jina Mahsa Amini e al movimento “Donna, vita, libertà” in Iran. La tragica storia della ragazza curda iraniana di ventidue anni evoca con forza la lotta per i diritti umani e la libertà delle donne in corso in Iran. Il 13 settembre 2022 Amini era stata arrestata dalla polizia iraniana a Teheran con l’accusa di aver violato le rigide norme sull’uso del velo. Tre giorni dopo è deceduta durante la detenzione. La morte di Amini ha innescato un focolaio di proteste in tutto l’Iran, guidate soprattutto da donne, al potente grido di “Donna, vita, libertà”. Per questo ultimo panel della giornata sono intervenute le attiviste iraniane Pegah Moshir Pour e Rayhane Tabrizi.</p>
<p>«Sono giorni molto difficili per gli iraniani, dentro e fuori dal Paese», ha detto Rayhane Tabrizi. «Per la terza volta in cinquant’anni gli iraniani stanno vivendo un’altra guerra, e nessun Paese vuole vivere sotto le bombe. Il popolo in questo momento sa che da un lato la guerra gli toglie forza e impeto, perché non ci sono risorse né energie, ma dall’altro c’è anche la consapevolezza che quest’attenzione può rafforzare i diritti e le richieste civili e sociali. In questi anni gli iraniani hanno dimostrato in tutti i modi di saper protestare. Ma di fronte a un regime fortemente armato serve una forza di pari livello. E mi piange il cuore pensare che l’unica potenza in grado di intervenire siano gli Stati Uniti, oggi guidati da Donald Trump, una figura decisamente poco affidabile. In questo momento la repubblica islamica è un pericolo per tutto il mondo e i suoi diplomatici in tutta Europa e nel resto del mondo sono come spie e avamposti al loro servizio, per questo auspichiamo che molti Stati decidano di chiudere i rapporti con queste ambasciate».</p>
<p>Le manifestazioni del movimento dei dissidenti iraniani, in particolare delle donne, sfidano l’oppressiva legge sull’hijab e chiedono il riconoscimento dei diritti civili, ponendo fine all’oppressione, alla discriminazione, alla tirannia e alla dittatura messe in atto dal regime. «Oggi parliamo di dialoghi tra Stati Uniti e Iran, ma sappiamo che questi negoziati non sentono la voce della popolazione iraniana, che da anni chiede la caduta del regime», ha detto Pegah Moshir Pour. «La popolazione iraniana è lasciata da sola, non ci sono bunker, non ci sono luoghi dove rifugiarsi. Il governo di Teheran non li aiuta, anzi, li impicca, continua a uccidere i suoi cittadini».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-610217" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-610217" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-485-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-485-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-485-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-485-768x511.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-485-1200x799.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20260326-lorenzocevavalla-485.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>©Lorenzo Ceva Valla</em></figcaption></figure>
<p>I saluti finali sono stati affidati a Claudia Colla, Direttrice della Rappresentanza della Commissione europea a Milano, e Maurizio Molinari, Capo dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano. «C’è una responsabilità nostra, come Unione europea e come cittadini europei, di fronte a casi come quelli della Georgia, dell’Ucraina, della Belarus, dell’Iran, perché l’Europa e l’Ue sono nate come un progetto di pace, troppo spesso ce lo dimentichiamo», ha detto Colla. «Questa giornata è stata soprattutto un modo per mettere in contatto le persone, farle parlare tra loro, metterle insieme – ha detto in conclusione Molinari – e se le forze che ci dividono prevalgono su quelle che ci uniscono, perdiamo parte dei valori che l’Unione europea può esprimere».</p>
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<title>A Trieste si ripensa la cucina italiana con Stanley Tucci</title>
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A Futura 2026 il convegno Radici Confini Visioni mette a fuoco il ruolo culturale della cucina italiana tra identità, racconto e sfide globali. Dal decennale degli Ambasciatori del Gusto alle parole di Stanley Tucci, emerge una domanda che riguarda tutti: come si costruisce il futuro senza perdere il senso
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Trieste, ripensa, cucina, italiana, con, Stanley, Tucci</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="937" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/max-griss-bjid-5taguc-unsplash-rit.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/max-griss-bjid-5taguc-unsplash-rit.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/max-griss-bjid-5taguc-unsplash-rit-300x220.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/max-griss-bjid-5taguc-unsplash-rit-1024x750.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/max-griss-bjid-5taguc-unsplash-rit-768x562.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/max-griss-bjid-5taguc-unsplash-rit-1200x878.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">C’è un momento in cui un settore smette di celebrarsi e inizia a interrogarsi. A Trieste, il 24 marzo, è successo questo. Dentro il Generali Convention Center, Futura 2026 ha preso forma come uno spazio di riflessione più che di rappresentazione. Il convegno Radici Confini Visioni ha messo al centro una questione che riguarda l’intero sistema gastronomico italiano: capire cosa resta, cosa cambia, cosa va custodito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il decennale dell’Associazione <a href="https://ambasciatoridelgusto.it/" target="_blank" rel="noopener">Ambasciatori del Gusto</a> ha offerto un punto di partenza concreto. Nata nel 2015, nel solco di Expo Milano, oggi raccoglie oltre 250 professionisti. Alessandro Gilmozzi e Gianluca De Cristofaro hanno ripreso un percorso che ha attraversato grandi eventi e contesti internazionali. Il dato interessante non è la crescita numerica, ma la tenuta di una visione fondata su responsabilità culturale e condivisione. La domanda rilanciata da Gilmozzi resta aperta: cosa significa rappresentare la cucina italiana nei prossimi dieci anni.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il tema della comunità attraversa molti interventi. Massimiliano Fedriga richiama un nodo spesso rimosso: la difficoltà di fare sistema in un settore segnato da individualismi. La cucina italiana, nella sua forza narrativa, nasce da una pluralità che non si può semplificare. Trieste diventa così un simbolo efficace: città di confine, luogo in cui le identità si stratificano, mostra come la contaminazione sia una condizione originaria, non una moda recente.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dentro questo quadro si inserisce la figura di Stanley Tucci, premiato come Ambasciatore del Gusto Benemerito. Il suo lavoro di racconto ha avuto il merito di spostare lo sguardo. Non più solo piatti iconici, ma persone, territori, relazioni. Tucci insiste su un punto che spesso sfugge: la cucina italiana funziona perché è complessa, non perché è semplice da ridurre a stereotipo. Pizza e pasta bastano a costruire un’immagine, non a restituire un’identità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando parla di semplicità, il rischio di equivoco è evidente. Pochi ingredienti non significano facilità. Significano responsabilità. Ogni elemento deve essere riconoscibile, ogni gesto deve avere un senso. In questo equilibrio tra essenzialità e precisione si costruisce una grammatica accessibile e allo stesso tempo esigente. È qui che la cucina italiana mantiene una dimensione umana, capace di creare relazione prima ancora che stupore.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il cibo torna così a essere linguaggio, non in senso retorico, ma operativo. Tucci lo definisce uno strumento di comunicazione e, in una certa misura, di pace. La tavola come spazio di connessione, la convivialità come pratica culturale. Sono elementi spesso dati per acquisiti, ma che oggi assumono un valore nuovo dentro un contesto globale frammentato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il collegamento con Maurizio Martina, vicepresidente FAO, amplia la prospettiva. I sistemi agroalimentari sono sotto pressione. Cambiamento climatico, conflitti, instabilità economiche ridefiniscono le condizioni di produzione e accesso al cibo. In questo scenario, l’autenticità diventa una risorsa. Non come elemento nostalgico, ma come capacità di mantenere una relazione coerente tra territorio, produzione e racconto. La cucina italiana, storicamente costruita su contaminazioni, mostra qui una possibile direzione: trasformare i confini in luoghi di scambio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il confronto tra Alessandro Gilmozzi, Stanley Tucci, Antonia Klugmann, Carlo Cracco e Cesare Battisti riporta il discorso a una dimensione più concreta. Klugmann lavora sul concetto di confine come spazio fertile. La sua cucina nasce da un territorio complesso e ne restituisce le tensioni. Cracco richiama la necessità di una coerenza personale, senza la quale l’identità si disperde. Battisti introduce il tema della cura. La tradizione esiste solo se resta legata al contesto che l’ha generata. Quando questo legame si spezza, resta una forma vuota.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Da questo intreccio emerge una consapevolezza precisa: la cucina italiana non è un insieme di ricette, ma un sistema culturale. Tiene insieme memoria e trasformazione, tecnica e racconto, produzione e relazione e il rischio non è la perdita della tradizione, ma la sua banalizzazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Trieste, con la sua natura di soglia, ha reso evidente una direzione possibile. Il futuro non si costruisce scegliendo tra radici e apertura ma tenendo insieme entrambe. La sfida dei prossimi anni riguarda la capacità di mantenere questo equilibrio senza trasformarlo in slogan. </span><span class="s1">La chiusura del convegno lascia un’immagine chiara. La cucina italiana continua a essere un patrimonio condiviso, ma non garantito. Richiede cura, responsabilità, capacità critica. In altre parole, richiede di essere pensata.</span></p>
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<title>Trump rischia di svuotare il meccanismo europeo costruito per difendere Kyjiv</title>
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Il Pentagono valuta di dirottare verso il Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina tramite il Purl. Gli esperti smontano gli allarmismi, ma la vulnerabilità strutturale del programma resta reale
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269932-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269932-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269932-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269932-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269932-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269932-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Con Donald Trump alla Casa Bianca è come quella campagna Adidas che riprendeva Muhammad Ali: <i>impossible is nothing</i>.</p>
<p>Quando il <a href="https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/03/26/us-iran-war-ukraine-missile-defense/">Washington Post</a> ha riportato giovedì che il Pentagono sta valutando di dirottare verso il Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina attraverso il Prioritized Ukraine Requirements List (Purl), il meccanismo attraverso cui i Paesi partner acquistano armamenti americani per sostenere la resistenza di Kyjiv, la notizia ha fatto il giro delle cancellerie europee in poche ore. Kaja Kallas, Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, ha avvertito che le promesse fatte all’Ucraina devono essere mantenute. Mark Rutte, segretario generale della Nato, ha insistito che il flusso di equipaggiamenti continua. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che le consegne di Patriot non si sono fermate.</p>
<p>Il Purl non è un capriccio improvvisato: nato l’anno scorso su mediazione della Nato, è stato costruito dagli europei come strumento di protezione dall’imprevedibilità dell’amministrazione Trump. I Paesi partner hanno impegnato circa 4 miliardi di dollari per garantire all’Ucraina un flusso continuo di equipaggiamenti americani di alta gamma, dai missili Patriot agli intercettori Thaad. Secondo Rutte, il programma ha coperto circa il 75 per cento delle munizioni per le batterie Patriot ucraine.</p>
<p>Eppure, la storia è più complicata di quanto il titolo del Post suggerisca. Colby Badhwar, esperto di esportazioni di armamenti, <a href="https://x.com/ColbyBadhwar/status/2037264374990065705">ha smontato</a> in parte la lettura allarmistica su due punti distinti. Il primo riguarda la meccanica del programma: il Purl funziona anche come meccanismo di rimpiazzo. Ovvero: gli Stati Uniti cedono dalle proprie scorte per consegna immediata all’Ucraina, e i fondi europei servono poi a ricostituire quelle scorte americane. In questo scenario, il Pentagono che utilizza 750 milioni di dollari Purl per ricostituire i propri inventari non è uno storno fraudolento, ma il programma che opera come previsto. Il secondo punto riguarda il diritto contrattuale: la facoltà americana di modificare i calendari di consegna nell’ambito del Foreign Military Sales per proprie esigenze operative non è un’anomalia dell’era Trump, ma una clausola standard che ogni cliente firma accettando una lettera d’offerta. Washington ha applicato lo stesso strumento in direzione opposta quando ha dato priorità all’Ucraina sugli intercettori Pac-3 Mse e i missili Amraam rispetto ad altri clienti paganti. Non esistono, secondo Badhwar, prove di modifiche recenti ai calendari di consegna Purl, e l’affermazione del Post sulla notifica al Congresso dello storno non risulta suffragata.</p>
<p>Questo non rende il quadro rassicurante. La guerra in Iran – avviata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele in meno di quattro settimane — sta consumando le scorte americane a una velocità che preoccupa i partner Nato. Il Pentagono tenta di accelerare la produzione di interceptor e missili da crociera, ma l’industria della difesa americana non riesce a fare il salto produttivo necessario in tempi brevi. La richiesta supplementare di bilancio che la Casa Bianca si prepara a presentare al Congresso supererebbe i 200 miliardi di dollari.</p>
<p>La lezione strutturale che gli europei stanno imparando riguarda l’architettura stessa dei loro impegni con Washington. I meccanismi costruiti per limitare la volatilità dell’amministrazione Trump restano esposti alla discrezionalità americana, perché quella discrezionalità è scritta nei contratti. Il Purl era la risposta europea al rischio Trump: quel rischio non è scomparso, si è spostato di un livello. <i>Impossible is nothing</i>, appunto.</p>
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<title>Il centrosinistra deve dirci ora da che parte sta, e dirlo chiaro</title>
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Il sostegno all’Ucraina è cosa troppo seria per lasciarla al prossimo programma elettorale da trecento pagine di frasi fatte, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>L’esegesi dell’ipocrisia è un lavoro usurante, e chiunque, come me, segua da qualche anno la faticosa gestazione dell’alleanza tra Pd e M5s sa di cosa parlo. Qui però si tratta di una questione troppo seria per lasciarla al prossimo programma da trecento pagine di frasi fatte che il centrosinistra si prepara senza dubbio a sfornare, esattamente come fece nel 2006, con i risultati che tutti dovrebbero ricordare. E che andrebbero ricordati anche a Romano Prodi, che continua a portare quell’esperienza a esempio, come se il risultato fosse stato un modello di stabilità ed efficacia dell’arte di governo, e non il disastro che alimentò da un lato l’esplosione dell’antipolitica grillina (il Vaffa Day da cui nacque il Movimento 5 stelle arriva non a caso nel 2007, proprio come «la Casta», il bestseller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo), dall’altro il successo dell’antipolitica renziana, tutta rivolta contro i gruppi dirigenti del Pd, con la parola d’ordine della rottamazione. Parola d’ordine lanciata nel 2010, ma incubata nello stesso senso di frustrazione e impotenza di quei due anni di governo appesi al voto dei senatori a vita, ai capricci di vecchi trotzkisti in pieno delirio di onnipotenza, ai bisticci tra Antonio Di Pietro e Clemente Mastella, all’inadeguatezza dei ministri dei Verdi e di Rifondazione comunista che al pomeriggio manifestavano in piazza contro i provvedimenti da loro stessi varati al mattino.</p>
<p>Nel momento stesso in cui il centrosinistra infierisce sul modo in cui Giorgia Meloni si è fatta trascinare nella polvere dalla sua subalternità a Donald Trump, dovrebbe capire che ha poco da sghignazzare, perché rischia di fare esattamente la stessa fine appena arrivato a Palazzo Chigi, o forse ancora prima, perché in tempo di guerra la collocazione internazionale del paese, le scelte dirimenti sul futuro dell’Europa e della Nato, la lotta contro l’imperialismo russo e i suoi alleati più o meno dichiarati non sono opzioni su cui si possa tergiversare, oscillando da un fronte all’altro, di volta in volta, secondo le convenienze.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/campo-largo-crisi-pd-conte-provocazioni-ucraina/" target="_blank" rel="noopener"><em>Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema.</em></a></p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>In Forza Italia c’è aria di cambiamento, o di resa dei conti</title>
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Dopo il referendum, il partito è entrato in una fase di tensione. Marina Berlusconi pesa nelle decisioni senza esporsi più di tanto, Tajani tiene la linea, ma il rinnovamento è ormai inevitabile
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Forza, Italia, c’è, aria, cambiamento, resa, dei, conti</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22529946-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22529946-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22529946-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22529946-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22529946-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22529946-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Dentro Forza Italia si è aperta una fase di tensione e riassestamento dopo il referendum sulla giustizia, con al centro il tema del rinnovamento della classe dirigente e il ruolo della famiglia Berlusconi. Le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato hanno fatto emergere in modo più evidente i movimenti interni al partito e il peso politico di Marina Berlusconi.</p>
<p><a href="https://roma.corriere.it/notizie/politica/26_marzo_26/marina-berlusconi-spinta-rinnovamento-classe-dirigente-0a5dd768-07e7-4765-bc0f-fe2e209d3xlk.shtml" target="_blank" rel="noopener">Secondo quanto racconta il Corriere della Sera,</a> la situazione va letta con una certa cautela: Antonio Antonio Tajani resta saldamente al suo posto e non sarebbe in discussione la sua leadership. La stessa Marina Berlusconi, pur sostenendo la necessità di un rinnovamento, continuerebbe a esprimere «immutata stima» nei confronti del segretario. Anche le recenti mosse interne, come la raccolta di firme che ha portato alle dimissioni di Gasparri, non vengono interpretate come un tentativo diretto di mettere in discussione Tajani, ma piuttosto come il segnale di un partito attraversato da “fibrillazioni”.</p>
<p>Il quotidiano sottolinea inoltre che la famiglia Berlusconi mantiene un ruolo di influenza, ma senza intervenire direttamente nelle scelte politiche del partito. Alcuni contatti recenti tra Marina Berlusconi e figure di primo piano di Forza Italia vengono letti come segnali di attenzione, più che come una regia esplicita. In questo quadro, il tema del rinnovamento – già evocato in passato anche da Pier Silvio Berlusconi – resta aperto, ma inserito in una dinamica ancora sotto controllo.</p>
<p>La stessa storia però può essere vista anche da un’angolazione diversa. <a href="https://www.repubblica.it/politica/2026/03/26/news/marina_berlusconi_forza_italia_gasparri_tajani_retroscena-425248812/?ref=RHLF-BG-P1-S1-F-r35678" target="_blank" rel="noopener">Su Repubblica</a>, Francesco Bei descrive Forza Italia come un partito che sta vivendo l’inizio di un cambiamento più profondo. «Marina Berlusconi ha scosso l’albero di Forza Italia»e le dimissioni di Gasparri rappresenterebbero solo il primo passo di un’“operazione rinnovamento” destinata a proseguire». In questa lettura, la spinta al cambiamento sarebbe ormai avviata e difficilmente arrestabile.</p>
<p>Sempre secondo Repubblica, il prossimo passaggio potrebbe riguardare anche il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, mentre all’interno del partito si starebbero formando schieramenti tra “rinnovatori” e fedeli a Tajani. Il segretario, per fermare un possibile ribaltamento, avrebbe persino minacciato le dimissioni, in una fase descritta come particolarmente delicata per gli equilibri interni.</p>
<p>Al di là delle diverse interpretazioni, entrambe le ricostruzioni convergono su alcuni punti. Il primo è che il tema del rinnovamento è ormai centrale nel dibattito interno a Forza Italia. Il secondo è che Marina Berlusconi, pur senza un ruolo formale nel partito, esercita un’influenza significativa, soprattutto nella definizione dell’identità politica.</p>
<p>Proprio su questo aspetto si concentra la lettura più politica di Repubblica, secondo cui l’obiettivo sarebbe rafforzare il profilo liberale del partito e distinguerlo maggiormente dagli alleati di governo, a partire da Giorgia Meloni. Un posizionamento che potrebbe puntare a recuperare consenso nell’area centrista.</p>
<p>Nel racconto del Corriere, invece, questo processo appare più graduale e meno conflittuale, inserito in una continuità con la linea già tracciata da Silvio Berlusconi e nella volontà di evitare scosse troppo brusche.</p>
<p>La differenza tra le due narrazioni è evidente: prudente e descrittiva quella del Corriere, più politica e orientata a uno scenario di resa dei conti quella di Repubblica. E in ogni caso oggi Forza Italia è un partito che, a più di un anno dalla scomparsa del suo fondatore, continua a ridefinire equilibri, leadership e direzione futura.</p>
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<title>Il Festival di Gastronomika 2026</title>
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<description><![CDATA[ La quinta edizione si terrà il 17 e 18 maggio al Teatro Franco Parenti di Milano
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:07 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Festival, Gastronomika, 2026</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/gastronomika-festival-2026/">Il Festival di Gastronomika 2026</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Un’esperienza di ascolto di Federico Sacchi</title>
<link>https://www.eventi.news/unesperienza-di-ascolto-di-federico-sacchi</link>
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<description><![CDATA[ 
All’interno del progetto Cieli su Torino 96-26 il Musicteller Federico Sacchi omaggia i trent’anni di carriera dei Subsonica con un’esperienza d’ascolto. Un vero e proprio documentario dal vivo che si muove tra storytelling, musica, teatro e video
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:30:07 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Un’esperienza, ascolto, Federico, Sacchi</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/artwork4.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/artwork4.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/artwork4-300x169.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/artwork4-1024x576.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/artwork4-768x432.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/artwork4-1200x675.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>In occasione dei trent’anni di carriera dei Subsonica il progetto <i>Cieli su Torino 96–26</i> attraversa la città con un programma diffuso di eventi. Al centro, quattro concerti alle OGR Torino – il 31 marzo, 1, 3 e 4 aprile 2026, già sold out – affiancati da un palinsesto dal 31 marzo al 12 aprile tra mostre, spettacoli, dj set e percorsi sonori dedicati alla storia e all’immaginario della band.</p>
<p><span>All’interno di questo programma si inserisce </span><i><span>Rimango Subsonico. Istantanee di un attimo che passerà,</span></i><span> una produzione originale Consiste Entertainment ideata e portata in scena da Federico Sacchi. Dal 31 marzo al 6 aprile il Cinema Classico ospita 17 repliche di un format che si muove tra racconto, musica e immagini: un documentario dal vivo costruito a partire da materiali d’archivio, interviste e testimonianze dirette. Il progetto nasce da un lavoro di ricerca sviluppato a partire dall’accesso diretto all’archivio dei Subsonica e dal confronto con i membri della band e con una rete ampia di collaboratori e collaboratrici che ne hanno accompagnato il percorso.</span></p>
<p><i><span>“Ho avuto accesso completo all’archivio e ho potuto raccogliere testimonianze dirette, anche su aspetti meno raccontati”</span></i><i><span>, </span></i><span>spiega Sacchi. </span><i><span>“Ne emerge una storia diversa, fatta di relazioni, passaggi complessi e di una squadra allargata che nel tempo ha costruito e sostenuto il progetto Subsonica”.</span></i></p>
<p><span>Il racconto si sviluppa attorno a una domanda centrale: cosa significa oggi “rimanere Subsonico”? La risposta non riguarda solo la band, ma l’ecosistema che negli anni si è costruito intorno ad essa: una comunità di lavoro e di pubblico che ha contribuito a rendere questo progetto qualcosa di condiviso e duraturo. Non solo quindi una celebrazione, ma un dispositivo narrativo che attraversa trent’anni di musica e relazioni, restituendo la dimensione collettiva che ha accompagnato il percorso dei Subsonica. Il Cinema Classico, a pochi passi da Casasonica – storico quartier generale della band – diventa il luogo naturale per questo racconto, rafforzando il legame tra la città, la band e il suo pubblico.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/unesperienza-di-ascolto-di-federico-sacchi/">Un’esperienza di ascolto di Federico Sacchi</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Sarah Vaughan: raffinatezza vocale Jazz</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 27 Marzo ed in questo giorno, nel 1924, a Newark, nel New Jersey, U.S.A. nasceva Sarah Vaughan, che è stata una delle più raffinate e prestigiose cantanti Jazz del ‘900. Il padre, falegname, suonava anche la chitarra ed il pianoforte e la madre, lavandaia, cantava nel coro della chiesa. Sensibilizzata immediatamente da […] ]]></description>
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 12:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Sarah-Vaughan-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Oggi è il 27 Marzo ed in questo giorno, nel 1924, a Newark, nel New Jersey, U.S.A. nasceva Sarah Vaughan, che è stata una delle più raffinate e prestigiose cantanti Jazz del ‘900. Il padre, falegname, suonava anche la chitarra ed il pianoforte e la madre, lavandaia, cantava nel coro della chiesa. Sensibilizzata immediatamente da […]]]> </content:encoded>
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<title>Mutui: in Sicilia quasi 119.000 euro la richiesta media (+2%)</title>
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<description><![CDATA[ Il 2026 si è aperto positivamente sul fronte dei mutui; secondo l’Osservatorio* Facile.it – Mutui.it, nei primi due mesi dell’anno l’importo medio richiesto in Sicilia è aumentato del 2% rispetto a dodici mesi fa, arrivando a 118.729 euro. In leggero calo l’età media dei richiedenti, che passa dai 41 anni dei primi due mesi del […] ]]></description>
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 12:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Mutui:, Sicilia, quasi, 119.000, euro, richiesta, media, 2</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Oss.-mutui_c-Puttachat-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Il 2026 si è aperto positivamente sul fronte dei mutui; secondo l’Osservatorio* Facile.it – Mutui.it, nei primi due mesi dell’anno l’importo medio richiesto in Sicilia è aumentato del 2% rispetto a dodici mesi fa, arrivando a 118.729 euro. In leggero calo l’età media dei richiedenti, che passa dai 41 anni dei primi due mesi del […]]]> </content:encoded>
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<title>Precisione geometrica per il bagno con Kubik by OMBG</title>
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<description><![CDATA[ Il miscelatore termostatico con le maniglie cubiche assume un appeal contemporaneo. ]]></description>
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 12:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Tonitto 1939 presenta il Sorbetto DUO, la nuova linea che unisce  la freschezza del sorbetto alla cremosità del gelato</title>
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<description><![CDATA[ Tonitto 1939 accelera sul fronte dell’innovazione di prodotto e presenta per il 2026 la nuova linea del Sorbetto DUO, che nasce dall’evoluzione della sua eccellenza storica. L’azienda ligure, leader in Italia per il sorbetto, per il gelato senza zuccheri aggiunti e per i gelati speciali come Vegan e High Protein, introduce infatti una soluzione che […] ]]></description>
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 12:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Fotovoltaico ad alta efficienza: ritorno dell’investimento in 1,2 anni per un sito produttivo italiano</title>
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<description><![CDATA[ Nello stabilimento della Vercar Srl di Castelfranco Veneto, l’impianto fotovoltaico installato sulla copertura è diventato un driver strategico per l’efficienza operativa. ]]></description>
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<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 12:30:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Il Partito Democratico americano sta andando meglio, ma non ancora abbastanza</title>
<link>https://www.eventi.news/il-partito-democratico-americano-sta-andando-meglio-ma-non-ancora-abbastanza</link>
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<description><![CDATA[ 
I sondaggi per la Camera e alcuni successi simbolici in Texas e Florida sono beneauguranti, ma l’incapacità di incidere sulla percezione economica degli elettori e le divisioni interne limitano la possibilità di trasformare il momento favorevole in una svolta duratura
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Partito, Democratico, americano, sta, andando, meglio, non, ancora, abbastanza</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24169303-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24169303-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24169303-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24169303-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24169303-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24169303-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Vista la serie di <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/trump-crisi-iran-stretto-hormuz-stallo-energetico/" target="_blank" rel="noopener">sfortunati eventi</a> della presidenza Trump, ci si chiede se il Partito Democratico americano saprà trasformare questo momento favorevole in una vittoria alle elezioni di metà mandato di novembre. Al momento la risposta è: ni. Il Partito Democratico sta andando meglio di quanto ci si aspettasse, ma non abbastanza bene da potersi dire davvero solido. Dopo la batosta di Kamala Harris alle presidenziali del 2024, i dem non hanno ancora ricostruito una relazione stabile con una parte decisiva dell’elettorato americano, soprattutto quella più sensibile ai temi economici.</span></p>
<p><span>Ci sono però una serie di segnali positivi che stanno attirando l’attenzione, tra vittorie locali ad alto valore simbolico e sondaggi favorevoli. Il caso più interessante arriva dalla Florida. Emily Gregory ha vinto un’elezione speciale per la Camera statale nel distretto 87, lungo la costa della contea di Palm Beach, che a noi non dice niente fin quando non menzioniamo il resort più famoso della zona, Mar-a-Lago, dove Donald Trump risiede spesso quando non è alla Casa Bianca.</span></p>
<p><span>La quarantenne Gregory ha ottenuto circa il 51 per cento dei voti contro il 48 per cento del repubblicano Jon Maples, sostenuto pubblicamente da Trump. Il dato più significativo è il confronto con il 2024: in quell’occasione il repubblicano Mike Caruso aveva vinto lo stesso seggio con un margine di 19 punti, segno che il distretto era considerato solidamente repubblicano. La campagna elettorale ha attirato più di un milione di dollari di spesa complessiva, un livello insolitamente alto per un’elezione locale, e forse una cifra esagerata per una affluenza così bassa: circa 15 per cento. Nelle settimane precedenti al voto, Maples è stato anche indebolito da polemiche sulla sua residenza nel distretto: nei giorni precedenti al voto erano emerse contestazioni sul fatto che non vivesse stabilmente nell’area che voleva rappresentare. Gregory non ha un curriculum politico così solido: di lavoro gestisce la sede</span><span> locale di FIT4MOM, una comunità di fitness dedicata a donne in gravidanza e nel periodo post-parto. Ha costruito la sua vittoria su temi non ideologici: sanità, costo della vita, accesso alla casa e un’organizzazione capillare sul territorio.</span></p>
<p><span>La vittoria a casa Trump non basta per gridare alla riscossa nazionale del Partito democratico, visto che ad Arcore, dove c’era una delle 20 case di Berlusconi, tra il 1997 e il 2016, solo una volta ha vinto le elezioni comunali il candidato di Forza Italia. </span></p>
<p><span>Ma la Florida non è un caso isolato. Dall’inizio del 2025 i democratici hanno ribaltato circa 29 seggi statali, compreso in Texas dove Taylor Rehmet, operaio sindacalizzato e veterano dell’Air Force, ha vinto un’elezione speciale per il Senato statale nella contea di Tarrant. Ha battuto Leigh Wambsganss, anche lei sostenuta da Trump, con oltre 14 punti di scarto. La candidata trumpiana ha attribuito la sconfitta anche a una tempesta che avrebbe ridotto l’affluenza tra i repubblicani nel fine settimana del voto; una scusa che si posiziona a 9 su 10 nella scala Walter Mazzarri, l’allenatore di Napoli e Inter che spesso attribuiva sconfitte e pareggi al tempo di recupero, il meteo, i calci d’angolo.</span></p>
<p><span>C’è un filo rosso in questa riscossina del Partito democratico. Sono vittorie ottenute in elezioni speciali con un’affluenza bassa, elettorato più motivato, forte peso delle organizzazioni locali. Non è scontato che si possa replicare lo stesso risultato nelle elezioni di metà mandato, ma c’è una tendenza: i democratici sono più capaci di portare i propri elettori alle urne. Non è poco, non è tutto, ma è qualcosa. </span></p>
<p><span>Nelle elezioni di metà mandato il partito del presidente degli Stati Uniti perde spesso la maggioranza di una delle camere e i dem potrebbero sfruttare le due preoccupazioni degli americani in questo momento. Il primo è il costo della vita, il secondo la guerra in Iran, entrambe causate da Donald Trump che ha un tasso di approvazione al 36 per cento (Ipsos/Reuters), uno dei livelli più bassi di sempre. </span></p>
<p><span>Secondo i sondaggi i Democratici potrebbero riconquistare facilmente la Camera dei rappresentanti: a livello nazionale raccolgono circa il 49 per cento delle intenzioni di voto contro il 42 per cento dei Repubblicani. Se il vantaggio fosse confermato, sarebbe sufficiente a superare la soglia dei 218 seggi necessari per la maggioranza. Tra gli indipendenti, spesso decisivi nei collegi in bilico, il margine è di circa 18 punti, mentre tra gli elettori ispanici, che nel 2024 avevano mostrato una maggiore apertura verso i repubblicani, il vantaggio democratico è di oltre 20 punti.</span></p>
<p><span>Al Senato la situazione è più complessa. I Repubblicani partono da una maggioranza di 53 seggi contro 47, e a novembre si rinnoveranno solo 33 seggi su 100. Molti di questi si trovano in Stati a orientamento conservatore o già saldamente repubblicani, come Texas, Montana e Alaska, mentre diversi Democratici devono difendere posizioni in territori difficili come Michigan e Georgia. </span><span>Non tutto però è già deciso. Alcuni sondaggi sono </span><a href="https://thehill.com/opinion/campaign/5776253-democrats-house-senate-chances/" target="_blank" rel="noopener"><span>particolarmente positivi </span></a><span>per i Democratici. In Alaska, Mary Peltola è leggermente avanti nei sondaggi contro Dan Sullivan, così come in North Carolina, Roy Cooper risulta in vantaggio su Michael Whatley; in Maine la corsa contro Susan Collins è abbastanza equilibrata; e in Texas il democratico James Talarico, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/democratici-coalizione-elettorale-crisi-strategia-talarico/" target="_blank" rel="noopener">di cui abbiamo già parlato</a>, non partirà battuto con il senatore uscente John Cornyn che però potrebbe essere sfidato alle primarie repubblicane dal procuratore generale texano Ken Paxton. Se il Partito Democratico riuscirà a difendere tutti i suoi seggi e a conquistarne quattro tra questi, arriverebbe a 51, sufficienti per ottenere la maggioranza al Senato.</span></p>
<p><span>In vista di novembre rimarrà irrisolto il </span><span>dilemma strategico</span><span> tra le due anime del partito. Una parte dei candidati, come Talarico, punta su un’agenda moderata, centrata su costo della vita, sanità e lavoro. È la linea che funziona meglio in Florida o in Texas per attrarre elettori moderati e indipendenti. L’altra anima del partito, quella di Zorhan Mamdani, spinge di più su giustizia sociale e diritti civili, ottenendo parecchio consenso in Stati già ampiamente dei democratici, come New York e la California. Per le midterm sarà addirittura un vantaggio avere due visioni diverse, per le presidenziali sarà il vero ostacolo da superare. </span></p>
<p><span>Ma non è solo questo il problema del Partito democratico. Una delle analisi più lucide l’ha fatta il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, uno dei pochi leader dem che governano in uno Stato competitivo. Nel podcast <a href="https://www.youtube.com/watch?v=VlTO4sOFG8w" target="_blank" rel="noopener">“Talk Easy” condotto da Sam Fragoso</a>, Shapiro ha spiegato che finora i democratici «hanno fallito nel produrre risultati tangibili per le persone» e che la distanza tra realtà e percezione è sempre più ampia. I dirigenti del Partito democratico misurano il successo solo in termini di leggi approvate, fondi stanziati, indicatori macroeconomici. Gli elettori sono più prosaici, guardano alla qualità della scuola dei figli, la sicurezza del quartiere, il costo della vita: è su questo terreno che si è aperta la frattura. </span></p>
<p><span>«Le persone vedono che il governo non lavora per loro, non risolve i loro problemi. Non è solo una questione di comunicazione, è una questione di fare davvero le cose. Approvare una legge è un conto, far arrivare davvero i benefici alle persone è il secondo passo».  </span><span>Secondo Shapiro, il Partito democratico deve concentrarsi sull’implementazione delle sue politiche. Meno ideologia, più pragmatica: scuole migliori, maggiore sicurezza, tasse più basse, opportunità di lavoro. È così che si ricostruisce la fiducia. Appunti utili anche per il Partito democratico italiano. </span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/democratici-usa-segnali-ripresa-limiti-strutturali-midterm/">Il Partito Democratico americano sta andando meglio, ma non ancora abbastanza</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Uova di cioccolato per nerd ed eterni bambini</title>
<link>https://www.eventi.news/uova-di-cioccolato-per-nerd-ed-eterni-bambini</link>
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Nostalgici degli anni Ottanta? Appassionati di cartoni animati? Inguaribili dei videogiochi? Qui c’è tutto quello che può rallegrare la vostra Pasqua, in un guscio di cioccolato
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Uova, cioccolato, per, nerd, eterni, bambini</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="1029" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sven-mieke-xg2kpp3bomw-unsplash-rit.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sven-mieke-xg2kpp3bomw-unsplash-rit.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sven-mieke-xg2kpp3bomw-unsplash-rit-300x241.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sven-mieke-xg2kpp3bomw-unsplash-rit-1024x823.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sven-mieke-xg2kpp3bomw-unsplash-rit-768x617.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sven-mieke-xg2kpp3bomw-unsplash-rit-1200x965.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Hai cinquant’anni, sei troppo vecchio(a) per l’uovo di Pasqua. E non ti sembra di essere un po’ grande per i cartoni animati? E non ti vergogni a leggere i fumetti alla tua età? Se ti sei sentito(a) fare queste domande più di una volta nella vita, questo articolo fa per te. Anzi, è proprio dedicato a te. A te che sai a memoria le sigle dei cartoon degli anni Ottanta e Novanta, e che pensi ancora che Actarus sia l’uomo più bello del mondo. A te che non hai paura di ammettere che a volte cerchi di trasformarti in un Super Saiyan, perché Dragon Ball non è solo un anime, è una filosofia di vita. A te che giochi con i videogiochi appena hai un attimo libero, e che spieghi ai tuoi figli che senza Pac-Man il mondo non sarebbe lo stesso. Ma soprattutto a te che a Pasqua non puoi fare a meno dell’uovo da scartare e aprire. Deve essere tuo, tutto tuo, non va diviso con fratelli, figli, cugini o consorti. E deve avere la sorpresa. Ma non una sorpresina qualsiasi, una sorpresa goduriosa, una sorpresa con cui giocare davvero, una sorpresa che ti renda felice. Che ti faccia tornare bambino davvero, anche se a guardar bene, dentro di te, tu un bambino lo sei già.</p>
<p><strong>Uovo Goldrake di Bauli<br>
</strong>«Vai, contro i mostri lanciati da Vega,<br>
vai, che il tuo cuore nessuno lo piega,<br>
con te la razza umana non morirà,<br>
invincibile sei perché Actarus c’è<br>
che combatte con te dentro te…»</p>
<p>Se l’hai letta cantando, <a href="https://www.bauli.it/it/prodotto/uovo-di-cioccolato-goldrake" target="_blank" rel="noopener">questo uovo</a> deve essere tuo. È di cioccolato al latte, e dentro la sorpresa è un pupazzetto di Goldrake in pvc da collezionare. Oppure da usare per giocare, facendolo volare in giro e gridando «alabarda spaziale!», «lame rotanti!», «pioggia di fuoco!». Ma qui anche gli appassionati si dividono.</p>
<p><strong>Uovo Snoopy di Lindt<br>
</strong>«Era una notte buia e tempestosa» è l’unico inizio possibile per un romanzo. Soprattutto se sei un bracchetto e scrivi su una macchina da scrivere seduto sul tetto di una cuccia per cani. I Peanuts non sono solo fumetti, sono poesia, sono filosofia: tutti quelli che la pensano così hanno trovato il loro uovo di Pasqua ideale. È fatto di <a href="https://www.lindt.it/uovo-snoopy-fondente-240g" target="_blank" rel="noopener">cioccolato fondente Lindt</a> e contiene una sorpresa di Snoopy. E se aprendolo ti dovesse venire voglia di (ri)leggere le strisce di Charles M. Schulz, non trattenerti: è sempre una buna idea.</p>
<p><strong>Uovo Pac-Man di Dolci preziosi<br>
</strong>In principio erano le sale giochi. Era lì che si andava, armati di gettoni, quando si voleva sfidare il labirinto popolato da fantasmi. Poi Pac-Man ha iniziato a popolare le case dei ragazzini: non di tutti. Chi aveva l’Intellivision ospitava i compagni per una merenda e una partita. E di consolle in consolle, la sferetta gialla è arrivata a conquistare tutti. Oggi la ritroviamo come sorpresa in <a href="https://www.dolcipreziosi.it/product/uovo-pacman/" target="_blank" rel="noopener">un uovo di cioccolato al latte</a>, abbinata a un concorso per vincere un Nano Player Pac-Man.</p>
<p><strong>Uovo Sonic di Dolfin<br>
</strong><a href="https://dolfin.it/it/pasqua-sorprendente/uova-di-pasqua" target="_blank" rel="noopener">È al latte</a> e racchiude una sorpresa dedicata al velocissimo porcospino, quello che negli anni Novanta era considerato il rivale diretto di Mario Bros. Perché i ragazzini in quel periodo si dividevano tra quelli che giocavano a Mario (e avevano il Nintendo) e quelli che giocavano a Sonic (e avevano il Sega). Quelli che giocavano a tutti e due erano pochi e fortunatissimi.</p>
<p><strong>Uovo Dragon Ball di Dolfin<br>
</strong>Ha da poco compiuto quarant’anni l’anime firmato da Akira Toriyama, messo in onda per la prima volta in Giappone il 26 febbraio del 1986. E in Italia i ragazzini cresciuti tra gli anni Ottanta e Novanta sono diventati grandi insieme al bambino fortissimo con la coda e ai suoi amici. Ma Goku, Vegeta, Gohan e gli altri hanno saputo conquistare anche le generazioni successive, scrivendo una storia che ha unito davanti alla tv bambini di età diverse. Se non vi stanchereste mai di guardare e riguardare l’epico scontro tra Goku e Freezer, se Bulma è la vostra donna ideale o se sognate di sposare Vegeta, <a href="https://dolfin.it/sites/default/files/styles/410_x_480_crop/public/dragonball_220g.png?itok=8e-GwhrS" target="_blank" rel="noopener">questo uovo</a> deve essere sulla vostra tavola di Pasqua, con il suo cioccolato al latte e la sua “super sorpresa saiyan”.</p>
<p><strong>Uovo Spongebob di Dolci Preziosi<br>
</strong>Che Spongebob sia un cartone animato per bambini è un’affermazione discutibile. Con il suo umorismo ingenuo e a volte surreale, la spugna di mare gialla è amatissima anche da chi non è più bambino, e anche da chi non era già più bambino nemmeno nel 1997, quando il primo episodio è andato in onda. Soprattutto da chi ha uno spirito nerd.  E il fatto che anche i bambini si appassionino alle sue avventure offre un ottimo pretesto per comprare <a href="https://www.dolcipreziosi.it/product/uovo-spongebob/" target="_blank" rel="noopener">questo uovo</a>.</p>
<p><strong>Uovo Kinder, da Disney a One Piece<br>
</strong>Già a vedere i colori dell’<a href="https://www.kinder.com/it/it/" target="_blank" rel="noopener">uovo Kinder</a> il nostalgico degli anni Ottanta si commuove. Se poi assaggia il cioccolato con più latte e meno cacao scatta il tuffo nel passato e si visualizza un mondo di spot con bambini felici e sorpresine da montare, Coccodritti e Happy Dinos. Ma c’è un passo in più: il vero nerd tra sorprese a tema Pokémon, Disney, Harry Potter e One Piece si sentirà in paradiso.</p>
<p><strong>Uovo Looney Tunes di Walcor<br>
</strong>Bugs Bunny, Duffy Duck, Wile E. Coyote, Taz: sono personaggi capaci di mettere d’accordo nonni e nipoti. Tutti, tutti abbiamo guardato questi cartoni animati, a tutte le età. E tutti possiamo apprezzare la sorpresa contenuta <a href="https://www.wal-cor.it/pasqua-personaggi-preferiti-25/">in questo uovo</a>di cioccolato al latte. E i più “colti” vedranno riaffiorare alla memoria le immagini di “<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Bunny_e_le_uova_pasquali">Bunny e le uova pasquali</a>”, cartone speciale del 1977.</p>

        
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<title>Il miart compie trent’anni, e festeggia in una nuova sede</title>
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<description><![CDATA[ 
Dal 17 al 19 aprile alla South Wing di Allianz MiCo si terrà la Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Milano, con centosessanta gallerie provenienti da ventiquattro Paesi. Debutteranno nuove sezioni e programmi, con particolare attenzione ai linguaggi, e al rapporto con la città
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="1013" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-soft-opening-dean-sameschima-1-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-soft-opening-dean-sameschima-1-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-soft-opening-dean-sameschima-1-1-300x237.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-soft-opening-dean-sameschima-1-1-1024x810.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-soft-opening-dean-sameschima-1-1-768x608.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-soft-opening-dean-sameschima-1-1-1200x950.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>miart raggiunge la trentesima edizione e cambia assetto. La fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea, organizzata da Fiera Milano e diretta da Nicola Ricciardi, si sposta nella South Wing di Allianz MiCo e ridefinisce il proprio impianto. Lo fa a partire dal titolo: </span><i><span>New Directions</span></i><span>. Un riferimento esplicito al jazz e alla sua capacità di trasformare una struttura data in terreno di sperimentazione.</span></p>
<p><span>Dal 17 al 19 aprile 2026 – con l’anteprima il 16 aprile –, la manifestazione riunirà centosessanta gallerie provenienti da ventiquattro Paesi. Un dato che conferma la dimensione internazionale e una copertura che attraversa più di un secolo, a partire dal primo Novecento, arrivando fino alle ricerche contemporanee. Ma il centro focale dell’evento non è solo quantitativo, la fiera insiste infatti su un modello che tiene insieme tempi e linguaggi diversi, costruendo un racconto non lineare della storia dell’arte.</span></p>
<p><span>Il cambio di sede incide sulla struttura dell’intero evento. La South Wing, affacciata su CityLife, verrà trattata come uno spazio neutro, uno “spartito bianco” da attivare. Il layout si articola su tre livelli, con una progressione pensata per accompagnare visitatrici e visitatori. All’ingresso si troverà Emergent, la sezione dedicata alla sperimentazione, curata da Attilia Fattori Franchini, a cui parteciperanno ventinove gallerie con ventisei progetti che affrontano temi ricorrenti nella produzione artistica recente. Tra questi, identità, memoria, corpo, sistemi sociali, e crisi ambientale. I media utilizzati sono eterogenei: si passa dalla pittura alla scultura, passando per il tessile, il video, e la fotografia. Si segnala inoltre una presenza significativa di artiste donne e una quota rilevante di installazioni concepite per lo spazio fieristico.</span></p>
<p><span>Al livello 0 si svilupperà </span><i><span>Established</span></i><span>, il  nucleo storico della fiera che vanterà la presenza di centoundici gallerie. Il perimetro è ampio: maestri del Novecento, artisti contemporanei, design da collezione. La sezione lavora per accostamenti: alle mostre monografiche saranno accompagnati dialoghi generazionali, confronti tra ciò che è moderno e contemporaneo.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609912" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609912 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-gio-marconi-emilio-tadini-1-1-816x1024.jpg?x17776" alt="" width="434" height="545" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-gio-marconi-emilio-tadini-1-1-816x1024.jpg 816w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-gio-marconi-emilio-tadini-1-1-239x300.jpg 239w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-gio-marconi-emilio-tadini-1-1-768x964.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-gio-marconi-emilio-tadini-1-1-956x1200.jpg 956w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-gio-marconi-emilio-tadini-1-1.jpg 1020w" sizes="auto, (max-width: 434px) 100vw, 434px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Emilio Tadini Black Time n.1, 1969, Acrilico su tela, Acrylic on canvas. Courtesy Gió Marconi</em></figcaption></figure>
<p><span>Ma la novità di questa edizione di Miart è</span><i><span> Established Anthology</span></i><span>, al piano superiore: venti gallerie che costruiscono progetti che mettono al centro il tempo: ciclicità, memoria, trasformazioni. Il dispositivo curatoriale punta su mostre tematiche e focus monografici, evitando una lettura lineare della storia. L’idea è che il passato resti un campo attivo, che viene continuamente riscritto.</span></p>
<p><span>Accanto alle sezioni debutterà anche </span><i><span>Movements</span></i><span>, programma dedicato all’immagine in movimento, realizzato con St. Moritz Art Film Festival e curato da Stefano Rabolli Pansera. Venti film, presentati da quindici gallerie, introdurranno in modo sistematico il linguaggio del video e del film d’artista all’interno di miart. Il tema, </span><i><span>If Music</span></i><span>, lavora sul rapporto tra suono e immagine. La rassegna è divisa in cinque capitoli – materia, voce, spazio, corpo, lavoro – che traducono il suono in esperienza visiva.</span></p>
<p><span>Il sistema dei premi resta centrale. Il Fondo di Acquisizione di Fondazione Fiera Milano, attivo dal 2012, mette a disposizione centomila euro per ampliare una collezione che oggi supera le centoquaranta opere. Si confermano il Premio Herno (diecimila euro) per il miglior stand e il Premio LCA per Emergent (quattromila euro). Tornano anche il Premio Orbital Cultura – Nexi per la fotografia e il Premio Matteo Visconti di Modrone, con un riconoscimento di diecimila euro e la possibilità di produrre un’opera alla Fonderia Artistica Battaglia. Tra le novità, l’Archivorum Publication Award, che finanzia con ventimila euro un progetto editoriale sviluppato tra artista ed editore indipendente.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609915" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609915 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-maab-gallery-susanne-kutter-1-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-maab-gallery-susanne-kutter-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-maab-gallery-susanne-kutter-1-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-maab-gallery-susanne-kutter-1-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-maab-gallery-susanne-kutter-1-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/01-established-maab-gallery-susanne-kutter-1.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Susanne Kutter The lonely dancer 2009, Cartone, farfalla mummificata, luce Cardboard. Courtesy the artist and MAABGallery, Milan</em></figcaption></figure>
<p><span>Il rapporto con i partner si rafforza. Intesa Sanpaolo è main partner e presenta </span><i><span>Standard/Variations</span></i><span>, progetto che mette in relazione la pittura degli anni Sessanta con il jazz modale. In fiera e alle Gallerie d’Italia vengono esposte opere di Robert Ryman e Mario Schifano, tra cui </span><i><span>Analogo </span></i><span>(1961) e </span><i><span>Winsor 20</span></i><span> (1966). Il tema è la variazione all’interno di una struttura, principio che diventa chiave di lettura dell’intera edizione.</span></p>
<p><span>La città partecipa in modo esteso. Alle Gallerie d’Italia il progetto si amplia con un allestimento nel caveau. Alla Triennale Milano una mostra su Don Bronstein documenta la scena jazz di Chicago tra il 1953 e il 1968, mentre il PAC dedica una monografica a Marco Fusinato, con lavori che uniscono suono e immagine. Pirelli HangarBicocca ospita la mostra di Rirkrit Tiravanija e attiva un programma di performance e incontri. </span></p>
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<title>I quaresimali, non solo colomba e uova di cioccolato</title>
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<description><![CDATA[ 
Sono dolci che raccontano una tradizione pasticcera italiana in cui l’osservanza del digiuno pre pasquale diventa occasione creativa: mandorle, zucchero, albume e nessun grasso animale
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anita-austvika-er9ueqe-m78-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anita-austvika-er9ueqe-m78-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anita-austvika-er9ueqe-m78-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anita-austvika-er9ueqe-m78-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anita-austvika-er9ueqe-m78-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/anita-austvika-er9ueqe-m78-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La ricchezza della tradizione dolciaria italiana fa sì che a ogni festa corrisponda un sapore, a ogni ricorrenza un gesto ripetuto. A Natale in tavola troneggiano panettone, torrone, struffoli e panforte, a Carnevale chiacchiere e castagnole, i dolci dei morti a Ognissanti, le zeppole a San Giuseppe. Una molteplicità di dolcezze che cambia sfumature in base alla regione, perché profuma di ingredienti locali.</p>
<p>La Pasqua è innanzitutto colomba e uova di cioccolato. Ma prima del trionfo del cacao, arrivato in Italia solo nel 1600, esisteva un altro repertorio di dolci, legato al tempo della Quaresima.</p>
<p>Per quaranta giorni prima della Pasqua, la tradizione cristiana imponeva un regime alimentare sobrio, privo di grassi animali, niente burro, niente strutto. Eppure, proprio da questa sottrazione nasce una delle espressioni più raffinate della pasticceria italiana: quella dei dolci quaresimali.</p>
<p>Gli ingredienti sono pochi e ricorrenti lungo tutta la penisola: mandorle dolci, zucchero a velo, albumi d’uovo, acqua di fiori d’arancio. A volte compaiono note di frutta, come marmellate di fichi o albicocche, spezie leggere. Ne risultano biscotti secchi, capaci di durare settimane, una qualità tutt’altro che secondaria in un tempo in cui la conservazione era necessità quotidiana.</p>
<p>Oggi ogni regione interpreta questa ricetta con accenti propri, costruendo un mosaico sorprendentemente vario.</p>
<p>In Toscana, i quaresimali sono piccoli biscotti al cacao, croccanti, realizzati con albumi, zucchero e farina, talvolta arricchiti da nocciole. Hanno forma di lettera, per insegnare ai bambini le parole del Vangelo, intrecciando educazione e devozione.</p>
<p>A Napoli, la tradizione prende la via delle spezie. I mostaccioli quaresimali, diversi da quelli natalizi, ricordano nella forma i cantucci, ma si distinguono per la presenza di cedro candito e un profilo aromatico importante, con cannella, chiodi di garofano e noce moscata.</p>
<p>In Sicilia, i quaresimali sono detti tricotti e sono caratterizzati da una doppia cottura. Qui le mandorle incontrano profumi di cannella e agrumi, i sapori dell’isola.</p>
<p>Tra Lombardia e Veneto compaiono i pazientini: sottilissimi, quasi impalpabili, fatti di soli albumi, zucchero e farina. Il nome è già una dichiarazione: richiedono tutta la virtù quaresimale della pazienza per essere preparati.</p>
<p>I quaresimali preparati da <a href="https://romanengo.com/" target="_blank" rel="noopener">Romanengo</a> in occasione della Pasqua pescano dalla tradizione genovese, che affonda le radici nel Cinquecento, quando le monache del convento di San Tommaso preparavano semplici impasti di mandorle e zucchero, rigorosamente privi di burro, latte e uova. Una pasticceria austera, almeno nelle premesse, che nel tempo si è raffinata fino a diventare un simbolo cittadino.</p>
<p>Alla base c’è la pasta di mandorle, ingrediente nei banchetti della nobiltà genovese del Settecento. L’arte di lavorare mandorle dolci e amare con lo zucchero arriva dalla cultura arabo-persiana, approdata in Italia grazie ai traffici della Repubblica di Genova.</p>
<p>Oggi questa tradizione vive in diverse forme: i marzapani, modellati a cestino o a fiore e rifiniti con glasse colorate, i canestrelli quaresimali, morbidi e decorati con zuccherini e i mostaccioli, rombi ripieni di marmellata.</p>
<p>Sono dolci che raccontano un’idea di pasticceria in cui l’assenza di grassi animali non rappresenta un limite ma diventa occasione creativa, perché è proprio difficile pensare di rimanere senza una nota dolce per un periodo così lungo.</p>
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<title>La famiglia Rana ha un ristorante due stelle Michelin, in cui la natura e la cucina sono sinergiche</title>
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<description><![CDATA[ 
A Oppeano, nel veronese, c’è un ecosistema che unisce paesaggio, ricerca e ospitalità. Al centro, la cucina di Francesco Sodano, che trasforma tecnica e memoria in un linguaggio coerente con il luogo
L&#039;articolo La famiglia Rana ha un ristorante due stelle Michelin, in cui la natura e la cucina sono sinergiche proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="854" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/l1300505.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/l1300505.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/l1300505-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/l1300505-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/l1300505-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/l1300505-1200x801.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Il <a href="https://www.ristorantefamigliarana.it/it/homepage" target="_blank" rel="noopener">Ristorante Famiglia Rana</a> non si comprende partendo dal piatto, ma va osservato come sistema. Un’ex area agricola, segnata dalla coltivazione del tabacco, oggi è diventata un paesaggio abitato, dove la famiglia vive e costruisce un’idea di armonia che tiene insieme produzione, accoglienza e ricerca.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L’ambiente è parte attiva. La valle, ricca di acqua e biodiversità, ospita centinaia di specie botaniche. Gli alveari, curati internamente, non producono solo miele biologico ma diventano un indicatore di equilibrio. Il frutteto raccoglie varietà dimenticate, poco produttive secondo logiche industriali ma preziose per complessità aromatica. È una scelta che sposta il criterio dalla quantità al significato.</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609936" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rana.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609936 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rana-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="961" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rana-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rana-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rana-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rana-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rana.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">@Ristorante Famiglia Rana</figcaption></figure>
<p class="p1"><span class="s1">Accanto alla terra, il lavoro sui cavalli. Il maneggio naturalistico accoglie animali traumatizzati e li accompagna in un percorso di recupero basato sulla relazione. Il riferimento è la monta naturale e gli studi di <a href="https://www.parelli-instruktoren.com/it" target="_blank" rel="noopener">Pat Parelli</a>, con un’attenzione al linguaggio del branco e alla personalità del singolo cavallo. Non si impone, si interpreta. Questo approccio ha generato anche risultati sportivi, con atlete che sperimentano modelli alternativi fino alla competizione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa idea di ascolto si riflette nel ristorante. L’ospite è pensato come destinatario di un’esperienza che deve generare sorpresa e meraviglia. La cultura del servizio diventa struttura, e determina le scelte.</span></p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/senza-titolo-4080-2.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-609939 size-large" title="@Ristorante Famiglia Rana" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/senza-titolo-4080-2-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="961" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/senza-titolo-4080-2-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/senza-titolo-4080-2-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/senza-titolo-4080-2-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/senza-titolo-4080-2-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/senza-titolo-4080-2.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609937" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/menu.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609937 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/menu-683x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="960" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/menu-683x1024.jpg 683w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/menu-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/menu-768x1151.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/menu-801x1200.jpg 801w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/menu.jpg 854w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">@Ristorante Famiglia Rana</figcaption></figure>
<p class="p1"><span class="s1">Al centro del progetto c’è un laboratorio attrezzatissimo e all’avanguardia, dove si costruisce il pensiero gastronomico. Tecniche come la frollatura in cera d’api, la liofilizzazione a bassa pressione, le fermentazioni e la chiarificazione non sono esibizione tecnologica, ma strumenti per preservare e trasformare ciò che arriva dall’orto e dall’ambiente circostante. È uno spazio dove si sbaglia, si corregge, si affina, dove si “aggiusta il tiro” con l’aiuto della scienza, della tecnica ma anche della grande sapienza artigiana e esperienziale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dentro questo sistema si inserisce la cucina di Francesco Sodano. Classe 1988, formazione in cucine stellate e un percorso internazionale, Sodano porta una visione contemporanea che tiene insieme tecnica e identità</span><span class="s1">. La sua è una cucina che parte dalla biografia: le origini campane emergono come memoria gustativa, mentre il territorio veneto diventa materia viva con cui dialogare</span><span class="s1">.</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609924" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chef-sodano.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609924 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chef-sodano-819x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="800" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chef-sodano-819x1024.jpg 819w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chef-sodano-240x300.jpg 240w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chef-sodano-768x960.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chef-sodano-960x1200.jpg 960w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chef-sodano.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Chef Francesco Sodano</figcaption></figure>
<p class="p1"><span class="s1">Il suo lavoro si distingue per un approccio quasi “ecosistemico” al mare, usato come ingrediente e come modello di lettura</span><span class="s1">. Il risultato è una cucina che non cerca l’effetto immediato, ma una stratificazione che si sviluppa nel tempo e soprattutto che non è banale esibizione di abilità ma ricerca profonda del gusto della riconoscibilità per l’ospite. Proprio come accade per la danza o la musica, la tecnica è indispensabile ma non è evidente, anzi, viene nascosta perché non disturbi la bellezza e la bontà che deve emergere preponderante. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un elemento centrale è proprio il tempo. Alcuni piatti apparentemente semplici si reggono su lavorazioni lunghe, dove la tecnica serve a concentrare e chiarire il sapore. È una cucina che non rincorre la riconoscibilità immediata, ma costruisce una propria grammatica.</span></p>

        
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                <figcaption>Cozza La Romantica</figcaption>
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                <figcaption>Finto nigiri</figcaption>
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                <figcaption>Finto nigiri</figcaption>
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                <figcaption>Pacchero</figcaption>
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                <figcaption>Scampo e granchio tra Varanasi e Hong Kong</figcaption>
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                <figcaption>Porro</figcaption>
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                <figcaption>Meringa, rapa rossa, fiori di ibisco, anguilla</figcaption>
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                <figcaption>Tartelletta</figcaption>
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                <figcaption>Pastiera</figcaption>
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                <figcaption>Piccola pasticceria</figcaption>
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<p class="p1"><span class="s1">L’incontro tra Sodano e Gian Luca Rana è decisivo. Da un lato, un imprenditore che immagina il ristorante come spazio culturale e produttivo; dall’altro, uno chef che trova libertà espressiva dentro una struttura complessa. Il risultato è un luogo che non si limita a rappresentare un territorio, ma lo interpreta e lo trasforma.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Famiglia Rana funziona quando tutte queste parti restano in equilibrio. Natura, tecnica, relazione. Non è un modello facile da replicare perché nella sua complessità richiede visione, tanti investimenti, tempo. Ma soprattutto richiede coerenza. Per chi vuole provare la cucina dello chef e assaporarne lo stile a Milano, sta per arrivare i</span>l Temporary Bistrot & Restaurant “Famiglia <span class="il">Rana</span>”, da anni diventato un evento classico della Milano Design Week, che torna nell’affascinante spazio NonostanteMarras offrendo un viaggio all’insegna della bontà e della bellezza, tra cucina d’autore, moda e design. L’unione di <span class="il">Rana</span> e Marras è un affare di cuore e mani: il cuore di chi non smette mai di amare ciò che fa, e le mani, operose, sagge, esperte, innamorate di un fare che trasforma il sogno in realtà.</p>
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<div><svg width="50px" height="50px" viewbox="0 0 60 60" version="1.1" xmlns="https://www.w3.org/2000/svg" xmlns:xlink="https://www.w3.org/1999/xlink"><g stroke="none" stroke-width="1" fill="none" fill-rule="evenodd"><g transform="translate(-511.000000, -20.000000)" fill="#000000"><g><path d="M556.869,30.41 C554.814,30.41 553.148,32.076 553.148,34.131 C553.148,36.186 554.814,37.852 556.869,37.852 C558.924,37.852 560.59,36.186 560.59,34.131 C560.59,32.076 558.924,30.41 556.869,30.41 M541,60.657 C535.114,60.657 530.342,55.887 530.342,50 C530.342,44.114 535.114,39.342 541,39.342 C546.887,39.342 551.658,44.114 551.658,50 C551.658,55.887 546.887,60.657 541,60.657 M541,33.886 C532.1,33.886 524.886,41.1 524.886,50 C524.886,58.899 532.1,66.113 541,66.113 C549.9,66.113 557.115,58.899 557.115,50 C557.115,41.1 549.9,33.886 541,33.886 M565.378,62.101 C565.244,65.022 564.756,66.606 564.346,67.663 C563.803,69.06 563.154,70.057 562.106,71.106 C561.058,72.155 560.06,72.803 558.662,73.347 C557.607,73.757 556.021,74.244 553.102,74.378 C549.944,74.521 548.997,74.552 541,74.552 C533.003,74.552 532.056,74.521 528.898,74.378 C525.979,74.244 524.393,73.757 523.338,73.347 C521.94,72.803 520.942,72.155 519.894,71.106 C518.846,70.057 518.197,69.06 517.654,67.663 C517.244,66.606 516.755,65.022 516.623,62.101 C516.479,58.943 516.448,57.996 516.448,50 C516.448,42.003 516.479,41.056 516.623,37.899 C516.755,34.978 517.244,33.391 517.654,32.338 C518.197,30.938 518.846,29.942 519.894,28.894 C520.942,27.846 521.94,27.196 523.338,26.654 C524.393,26.244 525.979,25.756 528.898,25.623 C532.057,25.479 533.004,25.448 541,25.448 C548.997,25.448 549.943,25.479 553.102,25.623 C556.021,25.756 557.607,26.244 558.662,26.654 C560.06,27.196 561.058,27.846 562.106,28.894 C563.154,29.942 563.803,30.938 564.346,32.338 C564.756,33.391 565.244,34.978 565.378,37.899 C565.522,41.056 565.552,42.003 565.552,50 C565.552,57.996 565.522,58.943 565.378,62.101 M570.82,37.631 C570.674,34.438 570.167,32.258 569.425,30.349 C568.659,28.377 567.633,26.702 565.965,25.035 C564.297,23.368 562.623,22.342 560.652,21.575 C558.743,20.834 556.562,20.326 553.369,20.18 C550.169,20.033 549.148,20 541,20 C532.853,20 531.831,20.033 528.631,20.18 C525.438,20.326 523.257,20.834 521.349,21.575 C519.376,22.342 517.703,23.368 516.035,25.035 C514.368,26.702 513.342,28.377 512.574,30.349 C511.834,32.258 511.326,34.438 511.181,37.631 C511.035,40.831 511,41.851 511,50 C511,58.147 511.035,59.17 511.181,62.369 C511.326,65.562 511.834,67.743 512.574,69.651 C513.342,71.625 514.368,73.296 516.035,74.965 C517.703,76.634 519.376,77.658 521.349,78.425 C523.257,79.167 525.438,79.673 528.631,79.82 C531.831,79.965 532.853,80.001 541,80.001 C549.148,80.001 550.169,79.965 553.369,79.82 C556.562,79.673 558.743,79.167 560.652,78.425 C562.623,77.658 564.297,76.634 565.965,74.965 C567.633,73.296 568.659,71.625 569.425,69.651 C570.167,67.743 570.674,65.562 570.82,62.369 C570.966,59.17 571,58.147 571,50 C571,41.851 570.966,40.831 570.82,37.631"></path></g></g></g></svg></div>
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<title>Meloni cerca una svolta dopo la batosta, ma non può permettersela</title>
<link>https://www.eventi.news/meloni-cerca-una-svolta-dopo-la-batosta-ma-non-puo-permettersela</link>
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La premier è sommersa da consigli e pressioni per ripartire di slancio, tra chi le chiede di imitare la brutalità di Javier Milei e chi in questi anni ha apprezzato i toni più moderati, soprattutto in politica estera. Al momento, l’unica certezza è che le carte da giocarsi sono poche e il bilancio italiano non permette grandi manovre
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Meloni, cerca, una, svolta, dopo, batosta, non, può, permettersela</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24085827-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24085827-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24085827-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24085827-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24085827-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24085827-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1">Può darsi che prima o poi – domani, fra una settimana, fra un mese chissà – Giorgia Meloni torni a essere quella implacabile macchina da guerra politica che tanti <i>laudatores</i> hanno descritto in questi anni, trovando anche conferme sulle copertine di grandi magazine internazionali. Donna di infallibile istinto, abile manovriera politica, naturalmente comunicativa, sempre protagonista della scena.</p>
<p class="p1">In questo momento, certo, non è così. Anzi, se è vero che lo spessore di un leader si vede più nelle difficoltà che nei successi, Meloni sta dando una prova deludente delle proprie capacità. Si sapeva che non fosse una grande incassatrice, ma il guaio nel quale si è cacciata da sola nelle scorse ore va oltre un eventuale limite caratteriale, e credo che abbia generato sconcerto innanzitutto fra i suoi sostenitori più vicini.</p>
<p>Finché si è trattato di <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/delmastro-bartolozzi-santanche-meloni/" target="_blank" rel="noopener">mandar via</a> Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, la mossa di far pagare la sconfitta referendaria a due reprobi direttamente coinvolti può aver avuto un senso. Avrebbe comunque esposto la premier alle critiche che sta ricevendo, per il tempismo e per la plateale contraddizione con quanto diceva pubblicamente in difesa del sottosegretario soltanto pochi giorni fa, ma si sarebbe rimasti nel novero delle cose che si fanno dopo una batosta elettorale.</p>
<p class="p1">La vicenda di Daniela Santanchè invece è stata – per ventidue lunghissime ore, che lasceranno un segno – una sofferenza che Meloni si è procurata interamente a gratis. Di cacciare proprio adesso la ministra del Turismo nessuno glielo chiedeva e probabilmente nessuno glielo avrebbe neanche chiesto fuori dalle aule parlamentari, dove si svolgono dibattiti a scarsissimo indice di ascolto pubblico. Invece c<span class="s1">’</span>era evidentemente troppo pregresso, troppo rancore accumulato e soprattutto tanta ansia di azzerare ogni questione sospesa che riguardasse in qualche modo giustizia, giudici, inchieste, pm. Argomenti che fanno male in queste ore.</p>
<p class="p1">E così Meloni ha voluto strafare, pur sapendo di avere in materia di incarichi ai ministri un potere limitato dalla Costituzione. L<span class="s1">’</span>allontanamento di Santanché si sarebbe potuto ottenere nel silenzio, in un tempo anche non lungo, gestendo la persona (che è molto difficile) e il suo sistema di relazioni. Invece la premier ha voluto alzare la voce non solo in privato ma anche in pubblico, intimando e infine ottenendo la resa di una ministra che avrà una montagna di difetti, ma nella sconfitta referendaria non ha neanche un centesimo delle responsabilità che ha Meloni stessa (come ha prontamente ricordato nella lettera di dimissioni).</p>
<p class="p1">Il risultato è stato che, invece di mostrare al mondo rapidità di recupero e presa ferma su una situazione di crisi, la premier ha evidenziato un deficit di autorevolezza e di credibilità. Se qualcuno aveva previsto che la sconfitta del Sì avrebbe costretto il centrodestra a passare da un regime monarchico a un sistema coalizionale più tradizionale ed equilibrato, s<span class="s1">’</span>era sbagliato: dalla monarchia la maggioranza di centrodestra è passata, finora, direttamente all<span class="s1">’</span>anarchia (e parliamo sempre solo del partito della premier, perché ancora non si percepisce nulla dall<span class="s1">’</span>umiliata Forza Italia né dalla silenziosa Lega salviniana, forse non così dispiaciuta del caos all<span class="s1">’</span>interno di Fratelli d<span class="s1">’</span>Italia).</p>
<p class="p1">Ammaccata e ferita, e avendo sacrificato dei fedelissimi (cosa che nei clan non rimane mai senza conseguenze), Giorgia Meloni uscirà comunque da queste giornate amare riconfermata a palazzo Chigi e con davanti a sé diversi mesi per ribaltare la situazione. Qui però si apre un capitolo molto più complicato di quello Santanchè, perché la premier in queste ora è sommersa da consigli e pressioni <span class="s1">“</span>per ripartire di slancio” che però la spingono in direzioni pericolose.</p>
<p class="p1">Scorrendo i giornali di destra, che se non altro definiscono il clima che si respira in quella parte del mondo politico, si trova un po<span class="s1">’ </span>di tutto ma un tema prevale sugli altri: come facciamo, nello stesso tempo e in pochi mesi, a recuperare tutto il consenso perso nelle regioni del Sud abituate all<span class="s1">’</span>assistenzialismo e dominate dall<span class="s1">’</span>impiego pubblico improduttivo, facendoci però forti del consenso mantenuto nelle province (non nelle città) del Nord-Est iperproduttivo ed efficiente?</p>
<p>Il paragone che viene citato non è certo Donald Trump – diventato un innominabile – bensì Javier Milei, l’argentino con la motosega, l’anarco-capitalista riuscito nell’impresa di farsi votare in massa da coloro ai quali voleva togliere ogni copertura pubblica, salvo avere adesso un indice di consenso molto basso.</p>
<p class="p1">Certo, una Meloni-Milei, brutale e scorretta, farebbe impazzire di gioia personaggi un po<span class="s1">’ </span>estremi ma con qualche popolarità, tipo Giuseppe Cruciani. Sicuramente avrebbe la copertura piena dei giornali d<span class="s1">’</span>area. Rianimerebbe la “comunità”, oggi colpita anche dal sacrificio di alcuni pezzi forti. Darebbe una soddisfazione a quelli che oggi morettianamente la implorano <a href="https://www.linkiesta.it/2026/01/meloni-destra-governo/" target="_blank" rel="noopener">“di’ qualcosa di destra”</a> (s’è letta anche questa citazione letterale, fra i commenti del <em>day after</em>).</p>
<p class="p1">Ma è una svolta pensabile? Dopo quasi quattro anni di governo segnati da prudenza di bilancio e scrupoloso rispetto delle famose compatibilità, si può immaginare un simile rovesciamento?</p>
<p class="p1">Nel carattere di Giorgia Meloni una vocazione alla Milei potrebbe anche esserci. Almeno quando sale su un palco per arringare i sostenitori, si vede tornare in lei prepotente l<span class="s1">’</span>istinto plebeo, il ricorso alla voce stentorea e al lessico aggressivo. Un tratto comune con i leader della destra d<span class="s1">’</span>ogni latitudine, tra i quali sicuramente s’è fatta notare.</p>
<p class="p1">Peccato che, nel posto che occupa e che vuole continuare a occupare, questa Meloni barricadera possa sbilanciarsi molto meno dell<span class="s1">’</span>omologo argentino. A cominciare dal fatto che i motivi per i quali gode in Europa di un credito residuo sono esattamente quelli opposti: le copertine illustri e i colleghi europei sono rimasti negli scorsi anni piacevolmente sorpresi proprio perché Meloni <i>non</i> ha fatto ciò che ci si sarebbe aspettato dalla capa di una destra estrema.</p>
<p class="p1">E poi i margini concessi dal bilancio italiano sono pressoché inesistenti. Gli effetti positivi sui dati di crescita trascinati dal Pnrr sono ormai esauriti. L<span class="s1">’</span>Italia non può permettersi né di sbracare sulla spesa pubblica (per accontentare questi famosi, eventuali, meridionali delusi) né di dare altri colpi al già fragile sistema di welfare, per soddisfare gli impulsi dei columnist anarco-liberisti di casa nostra.</p>
<p class="p1">Diciamo meglio: l<span class="s1">’</span>Italia non <i>potrebbe</i> permettersi simili svolte, perché naturalmente l<span class="s1">’</span>ultima legge di bilancio prima dell<span class="s1">’</span>anno elettorale è la più esposta alle ventate della disperazione e al Mef sono già rassegnati a dover abbassare la guardia. Ma anche ammesso che Meloni, per tirarsi fuori dall<span class="s1">’</span>attuale pantano, volesse rovesciare l<span class="s1">’</span>approccio fin qui seguito col suo ministro dell<span class="s1">’</span>Economia, sarebbe davvero questa la cosa giusta da fare politicamente ed elettoralmente? Tanto per dirne una, piacerebbe a Marina Berlusconi e al sistema Mediaset un centrodestra che si avvia alla conta armato di motoseghe? Gli italiani <span class="s1">“</span>normali” – non quelli già schierati a prescindere, che sono ovviamente una minoranza – sono davvero pronti per un<span class="s1">’</span>avventura che, pur fra tante chiacchiere e proclami, la destra qui non ha mai davvero tentato? E, infine, l<span class="s1">’</span>inevitabile corollario autoritario che accompagnerebbe una svolta <span class="s1">“</span>argentina” della premier non avrebbe forse come risposta un ricompattamento ancora più solido di tutti gli <span class="s1">“</span>altri”, di quei quattordici milioni di italiani che per molto meno già si sono fatti sentire domenica scorsa?</p>
<p class="p1">In conclusione, questa ipotetica via d<span class="s1">’</span>uscita dalla batosta referendaria, qualora Meloni volesse dare retta ai suoi opinionisti, prima ancora di essere imboccata somiglia già tanto a un <span class="s1">“</span>vorrei ma non posso”.</p>
<p class="p1">Strana coincidenza: esattamente la stessa camicia impotenza nella quale la presidente del consiglio si è chiusa in queste ore. Dunque, una condizione esistenziale, più che un accidente momentaneo.</p>
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<title>Per decifrare lo scontro politico tra Meloni e Santanchè va rivisto “Eva contro Eva”</title>
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Non è una questione di rivalità femminile, questa è la storia di quanto a lungo una donna riesca a portarti rancore se ti approfitti dell’occasione che ti ha dato
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Per, decifrare, scontro, politico, tra, Meloni, Santanchè, rivisto, “Eva, contro, Eva”</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23238363-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23238363-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23238363-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23238363-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23238363-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23238363-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Uno dei più bei film del Novecento arriva esattamente a metà di quel secolo, e nonostante parli d’un ambiente che allora sarà stato pure vivace ma adesso appare residuale – la rivalità tra la gente di teatro – è così perfetto che è impossibile annoiarsi guardandolo.</p>
<p>Dal titolo, è la storia di Eva, e infatti da Eva comincia, da un premio a Eva, ovvero Eve Harrington, che solo otto mesi prima era una ragazza timida che aspettava sotto la pioggia per veder entrare e uscire Margo Channing dal teatro.</p>
<p>«Margo è una vera star: non sarà mai nient’altro o niente di meno», apprendiamo dal critico che narra i primi sette minuti, quelli in cui stanno premiando questa ragazza di cui ancora non sappiamo niente, e che ci dice che ci parlerà dopo di Eva, ci dirà «tutto quel che c’è da dire di Eva», che poi è il titolo del film: “All About Eve”.</p>
<p>In italiano lo tradussero “Eva contro Eva”, ed erano gli anni Cinquanta ma evidentemente già sapevano come saremmo stati qualche decennio dopo, bisognosi di slogan facili per dinamiche ancestrali: se l’adattatore o il distributore che scelsero quel titolo avessero un nichelino per ogni volta che la formula Eva-contro-Eva è stata usata per titolare una diatriba tra femmine, i loro discendenti fino alla settima generazione potrebbero smettere di lavorare.</p>
<p>Ci sarebbe piaciuto appassionarci all’Eva-contro-Eva che era Meloni contro Schlein, ma non ce l’abbiamo fatta perché Schlein è di quella particolare sfumatura di inadeguatezza che non viene redenta neppure dagli esiti vittoriosi: in genere chi vince ha ragione, chi vince diventa improvvisamente bellissimo e carismatico e molto spiritoso, chi vince ha tutte le qualità, ma Schlein no, Schlein continua a sembrare quella cugina un po’ imbarazzante alla quale troviamo sfinente sederci vicine al pranzo di Natale.</p>
<p>Adesso, però, abbiamo finalmente un’Eva-contro-Eva come si deve, quello tra Meloni e Santanché, dove una scarica l’altra, a scrutinio referendario sì e no terminato, con la rapidità con cui ci si libera della collezione di gufi impagliati del povero nonno a cadavere neanche ancora caldo.</p>
<p>Dove una invoca la sensibilità istituzionale, e l’altra risponde «io non ho sensibilità», una battuta che sarebbe piaciuta a Mank (Joseph Leo Mankiewicz, detto Mank allora da chi lo conosceva e adesso da noi mitomani che vogliamo darci un tono ostentando confidenza con la storia del cinema, era un signore che aveva scritto e diretto robetta come “Eva contro Eva”, come “Cleopatra”, come “Bulli e pupe”).</p>
<p>Nel maggio 2021, mancava un anno e mezzo alla vittoria elettorale di Giorgia Meloni e al suo incarico come presidente del Consiglio, scrissi su questa paginetta che l’autobiografia di Giorgia Meloni era <a href="https://www.linkiesta.it/2021/05/meloni-libro-io-sono-giorgia/" target="_blank" rel="noopener">il perfetto testo furbo</a> per un’epoca che vuole specchiarsi, immedesimarsi, riconoscersi. Che Giorgia Meloni era una influencer di quelle che hanno spuntato tutti i ricatti emotivi giusti nel modulo d’adesione allo spirito del tempo.</p>
<p>«L’infanzia di privazioni, compreso un nonno che fa gareggiare lei e la sorella mettendo in paio cinquemila lire che poi non ricevono mai? C’è. La culonaggine (in neolingua: <em>bodyshaming</em>) che la fa irridere dai coetanei cattivi? C’è. Il trauma del padre che la abbandona? C’è. Il cane della sua infanzia, menomato per colpa della scorta d’un politico (scommetterei: di sinistra), cui Giorgia non ha mai smesso di pensare? C’è. I riferimenti alti e bassi, la Garbatella dei “Cesaroni” e di “Caro diario”? Ci sono. La nonna che ogni volta che la vede, anche da obesa, le dice “A ni’, mangia, che sei troppo magra”? C’è. La figlia Gì con la casa piena di giocattoli mentre lei da piccola poteva tenere tutti i giochi che possedeva in una scatola da scarpe? C’è».</p>
<p>Era un libro perfetto per vedere il futuro: certo che gli italiani l’avrebbero votata, certo che l’avrebbe votata l’elettorato d’un secolo i cui abitanti sono assai più emotivi di quanto lo fossero i loro nonni analfabeti. Giorgia era una di noi anche se non lo era. Daniela no.</p>
<p>Daniela Santanchè è, in questo, eroicamente controcorrente. Non ha un momento di emotività mai, di fragilità mai, di contrizione mai. Non importa se non ce li abbia perché non ce li ha davvero o se, essendo di un’altra generazione (ha sedici anni più della Meloni), le sia rimasto quell’ingombro del senso del ridicolo che le impedisce di fare la vittima cui hanno venduto delle borse di Hermès false o altre ingiustizie assortite.</p>
<p>Daniela è del 1961: quando Corrado Guzzanti codificò il manifesto filosofico delle classi dirigenti del secolo successivo – «Ma tu lo sai a che ora mi sono svegliato io stamattina? La bambina ha vomitato!» – era già un’adulta e aveva già piantato il marito Santanchè di cui si sarebbe tenuta il cognome fattosi logo. Daniela Santanchè è, beata lei, impermeabile ai ricatti emotivi del nostro tempo.</p>
<p>Ricopio di nuovo da quell’articolo sull’autobiografia di Giorgia Meloni: «I sensi di colpa della madre moderna che ha un’intervista alla radio ma proprio in quel momento la figlia pianta un capriccio e gliela tolgono di torno piangente e lei deve parlare del recovery fund mentre guarda la piccina che pieni di pianto ha gli occhi e “in quel momento mi sono sentita un verme”».</p>
<p>La Santanchè non te la immagini che si sente (o anche solo: dice di sentirsi) in colpa per aver trascurato il bambino (Lorenzo Mazzaro, ormai trentenne) per un comizio o anche solo per una serata al Billionaire: la Santanchè te la immagini che del capriccio non si accorge perché il bambino, come si faceva nel Novecento, l’ha ammollato a tate svizzere.</p>
<p>(Poiché il lessico delle tate ci viene trasmesso dal più gran romanzo del Novecento, “Vestivamo alla marinara” di Susanna Agnelli, è con un brivido che in questo momento penso al «Don’t forget you are an Agnelli» che le <em>nanny</em> inglesi dicevano a Suni, e a come suonerebbe un «Don’t forget you are a Mazzaro» – i nomi sono un destino, e dal chiamarti come il Mazzarò di Verga non c’è ricchezza che possa emendarti).</p>
<p>Naturalmente, come tutti voi, non conosco né la Santanchè né la Meloni, e quindi nulla di ciò che ipotizzo ha a che vedere con come sono davvero loro nel segreto delle loro vite private (che spero abbiano: mi pare che con la sparizione della dimensione privata per gli esseri umani tutti non stiamo facendo abbastanza i conti). Tutto quel che scrivo, non solo oggi, attiene alla proiezione pubblica delle loro figure, a come vengono percepite, a come decidono di porsi quando fanno delle scelte d’immagine.</p>
<p>Quindi, da un punto di vista di posizionamento e di percezione, quella tra Santanchè e Meloni può essere vista come la lotta tra il vecchio mondo e il nuovo. Ma basta spostare l’angolazione dello sguardo e diventa invece una questione in cui nuovo e vecchio sono invertiti: la Meloni la figura istituzionale d’un tempo, quella col senso dell’opportunità; la Santanchè l’influencer contemporanea che, con piglio teppista, forte dei like e delle borse fotogeniche e della memoria corta del pubblico, intende approfittarsi del suo potere.</p>
<p>Non so quale delle due interpretazioni sia più vicina alla realtà (come tutti voi, non so niente), ma mi interessa il dettaglio di Karen Richards. Karen è la moglie del drammaturgo che ha scritto la pièce fuori dalla rappresentazione della quale staziona Eva, e sul palco della quale è protagonista Margo. Karen è quella abbastanza fessa da credere al pulcinobagnatismo di Eva, al suo essere una devota ammiratrice, al suo posizionamento di ragazza timida che non osa tener testa all’attrice famosa.</p>
<p>Karen è quella che si fa fottere: ne serve una in ogni drammaturgia, altrimenti non si innesca l’azione e non abbiamo una storia. Karen è la crepa attraverso la quale Eva entra nel loro mondo, e trionfa col suo gattamortismo. Margo a Eva non crede per più di tre minuti, e Karen fa quel che le amiche buone fanno con le amiche stronze: tentare di convincerla che le sue siano solo paranoie, e pentirsene quando vien fuori che la stronza aveva ragione.</p>
<p>Ci sono molte cose che “Eva contro Eva”, uscito al cinema in Italia settantacinque anni fa, può insegnarci sulla società di oggi. Margo Channing che pensa sia tutto finito perché ormai è una decrepita quarantenne dovrebbe essere una dinamica antica, ora che le donne a quarant’anni iniziano a pensare al primo figlio, e invece siamo circondate da trentenni che si fanno il botulino. La fan che è assai più pericolosa di chi ti disprezza è una lezione che dovremmo aver ormai imparato, e invece eccoci qui a chiamare «hater» quelli che ci dicono «brutto cesso», invece di preoccuparci di quelli che ci dicono che siamo le più belle del mondo nonché dei mancati Nobel.</p>
<p>Ma oggi voglio concentrarmi su un altro dettaglio. Nella prima scena – quella in cui, dopo soli otto mesi dall’essere arrivata pulcina bagnata nei camerini, Eva è diventata la premiata giovane star del teatro americano – applaudono al premio il critico che ha capito il doppio gioco di Eva, il regista che Eva ha tentato di separare da Margo, il commediografo che Eva ha tentato di separare da Karen.</p>
<p>Le uniche a non applaudire sono Karen e Margo. Perché “Eva contro Eva”, nonostante ciò di cui hanno tentato di convincervi migliaia di titoli di giornale, non è la storia di come sia impossibile che due femmine riescano a coesistere. “Eva contro Eva” è la storia di quanto a lungo una donna riesca a portarti rancore se ti approfitti dell’occasione che ti ha dato.</p>
<p>Ed è anche la storia di perché Delmastro si sia dimesso con più prontezza della Santanchè: di quanto le donne possano essere attaccate al loro ruolo e al loro potere, che siano quello di star teatrale o quello di moglie, quello di ministro o quello di presidente.</p>
<p>E adesso decidete voi se Daniela Santanchè sia più Eva (che poi mentiva: si chiamava Gertrude), o più Karen.</p>
<p>A entrambe, Karen e Eva, ognuna gatta morta a modo suo, si addice tantissimo il «Non ti nascondo un po’ di amarezza […] ma nella vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri» con cui si è dimessa la Santanchè, per non parlare di quel gattamortismo in purezza che è «Tengo di più alla nostra amicizia»: Margo non l’avrebbe detto mai.</p>
<p>Resta quindi solo Giorgia per, nel rifacimento della commedia, interpretare quella scena in cui Margo Channing sale su un scala un po’ ubriaca e dice agli ospiti alle sue spalle: «Allacciatevi le cinture: sarà una serata movimentata».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/meloni-santanche-eva-contro-eva-dimissioni/">Per decifrare lo scontro politico tra Meloni e Santanchè va rivisto “Eva contro Eva”</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il problema dell’intelligenza artificiale non sono le macchine, ma la superficialità umana</title>
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In “Il problema siamo noi”, Danilo Broggi spiega che l’accelerazione tecnologica avanza senza una crescita equivalente della consapevolezza. In questo squilibrio si concentra il rischio principale, perché strumenti complessi vengono guidati da una comprensione ancora limitata 
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>problema, dell’intelligenza, artificiale, non, sono, macchine, superficialità, umana</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="800" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/boliviainteligente-kecrxz0m42a-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/boliviainteligente-kecrxz0m42a-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/boliviainteligente-kecrxz0m42a-unsplash-300x188.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/boliviainteligente-kecrxz0m42a-unsplash-1024x640.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/boliviainteligente-kecrxz0m42a-unsplash-768x480.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/boliviainteligente-kecrxz0m42a-unsplash-1200x750.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Viviamo in un tempo in cui l’intelligenza artificiale e l’innovazione in generale avanzano a una velocità che supera la nostra capacità di comprenderne appieno le implicazioni.  </span><span>I sistemi digitali analizzano, decidono, prevedono; nel lavoro, nella politica, nelle relazioni personali, nei mercati globali.  </span><span>Non è quindi una questione tecnologica: è un mutamento di paradigma che investe la nostra stessa struttura cognitiva ed esperienziale. </span><span>Siamo noi che rincorriamo il flusso ininterrotto di informazioni, confondendo quantità con qualità, velocità con profondità, connessione con relazione. </span></p>
<p><span>L’elemento decisivo non è la tecnologia in sé, ma ciò che noi umani decidiamo di farne.  </span><span>Dietro ogni algoritmo c’è una scelta, dietro ogni macchina un’intenzione, dietro ogni innovazione una responsabilità collettiva. </span><span>Per questo il problema, prima di essere “loro” – le macchine, gli algoritmi, l’AI – è “nostro”: dalle nostre fragilità cognitive, alla superficialità con cui assumiamo decisioni, dall’incapacità di distinguere tra informazione e conoscenza, tra utilità e senso sociale. </span><span>A questo scenario si somma la velocità impressionante dell’avanzamento tecnologico al punto di non aver del tutto la consapevolezza di dove stiamo andando, compreso rischi e pericoli. </span></p>
<p><span>Gli scritti raccolti in questo volume nascono in un arco di cinque anni di riflessioni sulle continue trasformazioni tecnologiche, geopolitiche e sociali.  </span><span>Ogni saggio mette in luce come la tecnologia non inventa problemi nuovi, ma amplifica i difetti antichi delle nostre società: brame di potere, miopia politica e sociale, incapacità di costruire futuro, scarsa capacità di collaborare. </span><span>Riflessioni su come l’innovazione plasmi la nostra esperienza di comunità. </span><span>Perché se è vero che la stupidità umana rischia di amplificarsi con strumenti sempre più potenti, è altrettanto vero che l’intelligenza collettiva può crescere e rafforzarsi attraverso la collaborazione. </span></p>
<p><span>Nessuna macchina potrà sostituire la forza di una comunità che sa trasformare il sapere in saggezza, che sceglie di condividere piuttosto che isolarsi. </span><span>Dal lavoro alla politica, dall’economia alla salute, dalla plastica che invade gli oceani ai robot che affiancano le nostre attività quotidiane, il filo conduttore è sempre lo stesso: comprendere come l’innovazione, senza una visione umana e intrinsecamente sociale, rischi di amplificare più la stupidità che l’intelligenza.</span></p>
<p><span>“Il problema siamo noi” non è dunque un atto d’accusa, ma un invito a fermarsi a riflettere, a recuperare quella capacità critica che la logica dell’istante digitale tende a soffocare. </span><span>Un invito a trovare il tempo della riflessione su chi siamo e cosa vorremmo diventare come umanità.  </span><span>A riconoscere che la vera sfida non è contro l’intelligenza artificiale, ma contro la nostra distrazione, la nostra superficialità, la nostra rinuncia alla responsabilità.</span></p>
<p><span>Non ho la pretesa di offrire risposte certe, definitive, ma di proporre chiavi di lettura, interrogativi e suggerire qualche via di uscita.  </span><span>Se l’IA può essere strumento straordinario di progresso, come la guideremo?  </span><span>Per guidarla serva una rinnovata coscienza del limite, della misura, della responsabilità, dell’essere parte di una comunità globale.  </span><span>In altre parole, serve più umanità. </span><span>Nella speranza che saremo ancora in tempo.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-609902" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/s-193x300.jpeg?x17776" alt="" width="193" height="300" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/s-193x300.jpeg 193w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/s-658x1024.jpeg 658w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/s-768x1194.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/s-772x1200.jpeg 772w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/s.jpeg 823w" sizes="auto, (max-width: 193px) 100vw, 193px"></p>
<p><a href="https://www.guerini.it/index.php/prodotto/il-problema-siamo-noi/" target="_blank" rel="noopener">Tratto da “Il problema siamo noi” di Danilo Broggi, 200 pagine, 19,95 €, </a></p>
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<title>Tomo tomo, cacchio cacchio, Papa Leone è la spina nel fianco di Trump</title>
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Dalle critiche ai blitz dell’Ice a quelle per “l’atroce violenza” in Iran e ora all’azione diplomatica per Cuba, il pontefice e la chiesa americana provano a contrastare la Casa Bianca, ma con discrezione
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Tomo, tomo, cacchio, cacchio, Papa, Leone, spina, nel, fianco, Trump</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="854" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265808-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265808-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265808-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265808-large-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265808-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265808-large-1200x801.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Non sapremo mai con certezza se i 115 cardinali che hanno scelto papa Leone XIV volessero mettersi in casa un antagonista, silenzioso ma risoluto, alla deriva autarchica di Donald Trump. Coscienti o meno gli alti prelati, adesso a guidare il Vaticano c’è proprio un figlio di quell’America che poco o nulla ha in comune col suo presidente. </span></p>
<p><span>In generale, quando l’8 maggio dell’anno scorso Robert Francis Prevost si affacciò al balcone della Basilica di San Pietro come successore di Francesco, pochissimi sapevano già chi fosse. Alzi la mano chi non corse a compulsare Google in cerca di informazioni. «A tutte le persone, ovunque si trovino, a tutti i popoli, a tutta la Terra, la pace sia con voi» furono le prime parole del nuovo Papa che ha attraversato i primi mesi del suo pontificato sotto traccia, come se avesse bisogno di prenderci la mano o come se volesse distanziarsi dall’interventismo, dalla scossa data ai cattolici da Bergoglio, anche al costo di apparire inconsistente al suo confronto.</span></p>
<p><span>Il mondo da quell’8 maggio, però, sembra essersi messo a correre e anche Leone XIV comincia a mostrarsi per quel che è davvero. Una riprova si è avuta nei giorni scorsi con la comparsa a Roma di Peter Thiel, l’anima nera dell’America tecnocratica e Maga, e con l’intransigenza con cui il Papa ha negato alle sue conferenze le sedi in qualche modo riconducibili alla chiesa cattolica. </span><span>A ben vedere, una reazione quasi obbligata alla vera e propria sfida lanciata da Thiel: presentarsi nel cuore del cattolicesimo a parlare di Anticristo e individuare nello stesso Papa che parla di «tecnocrazia escludente», uno degli ostacoli agli sviluppi dell’intelligenza artificiale. </span></p>
<p><span>I cardinali riuniti nella Cappella Sistina puntavano senz’altro una figura di mediazione, qualcuno che riportasse tranquillità nella Chiesa dopo anni turbolenti. Di più, complicati. «Credo che i cardinali cercassero tre cose – ha detto Alistair Dutton, lo scozzese segretario generale della Caritas Internationalis -. Desideravano continuità con papa Francesco, cercavano qualcuno che avesse uno spirito unificante, ma desideravano anche un Papa forte, capace di confrontarsi alla pari con i grandi del pianeta, tra cui la nuova amministrazione americana, ma non solo». Insomma, conoscevano Prevost molto meglio di quanto potesse sembrare e in questo erano stati istradati da Bergoglio che, in soli due anni, lo aveva portato da </span><span>vescovo della poco nota Chiclayo alle più alte sfere. Volevano un fine diplomatico e sembra l’abbiano trovato. </span></p>
<p><span>La presa d’atto definitiva del suo problema principale (Trump) si potrebbe far risalire all’incontro con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per gli auguri di inizio anno. Il Papa che aveva esordito con quel «la pace sia con voi», ora sentenziava «la guerra è tornata di moda», ma sempre con la flemma che stiamo imparando a conoscere</span><span>. Per poi pronunciare il più politico dei suoi discorsi. Almeno finora. «Cessate il fuoco subito in Ucraina. A Gaza grave crisi umanitaria. In Venezuela si rispetti la volontà del popolo»: il sunto distillato dai titoli di giornale. Senza fare nomi, ma con un destinatario ben preciso, quella Casa Bianca che minacciava di annettere la Groenlandia, stringeva d’assedio il Venezuela e radunava già un’armata per scatenare la guerra contro l’Iran.</span></p>
<p><span>Adesso proprio il Wall Street Journal dedica un lungo approfondimento al ruolo di Leone come difensore dell’ordine internazionale e si chiede se «riuscirà il discreto pontefice di Chicago a fare la differenza in un’epoca di spietata politica di potere». Di certo, Prevost </span><span>conosce </span><span>la società e la politica americana meglio di qualsiasi Papa precedente e le sue critiche non possono essere liquidate con la stessa facilità con cui lo sarebbero quelle di un papa italiano, argentino o nigeriano. A complicare il suo compito c’è il fatto che milioni di cattolici americani hanno votato per Trump, ma al tempo stesso quegli stessi cattolici mostrano un crescente disappunto per le dure politiche sugli immigrati.</span></p>
<p><span>Leone procede con accortezza, non è l’anti-Trump, fa un altro mestiere: è il difensore dell’insegnamento cattolico, il custode della dottrina sociale a cui ha dato impulso Francesco e che non vuole, né può, rinnegare m</span><span>a il contrasto di stile e di sostanza tra i due americani più in vista al mondo è troppo evidente per non essere notato. «Offrono immagini molto diverse dell’America. Ma entrambe sono rappresentazioni autentiche di ciò che siamo» spiega Elise Ann Allen, autrice di “Papa Leone XIV”, la biografia uscita di recente anche in Italia per Mondadori.</span></p>
<p><span>Il pontefice e il presidente americano non si sono ancora incontrati. Leone ha anche declinato l’invito a Washington che gli aveva rivolto il vicepresidente JD Vance in occasione della visita a Roma poco dopo l’incoronazione papale: non farà da testimonial all’imprevedibile Donald in coincidenza con le celebrazioni dei 250 anni dell’America e con le elezioni di midterm. Le divergenze attuali sono troppo forti, anche se Prevost non le pubblicizzerà mai. L’amministrazione Trump è andata in conflitto col Vaticano</span><span> sulle politiche migratorie sin dal suo insediamento. La spaccatura si è ampliata in estate con i primi raid dell’Ice e lo sconcerto si è diffuso tra i<em> latinos</em> cattolici, che sono milioni e che hanno visto amici, vicini e parenti arrestati. «Per anni – spiega il Wall Street Journal -, la Conferenza episcopale statunitense si è distinta per le forti divisioni tra la sua maggioranza conservatrice e i progressisti allineati con papa Francesco. Sull’immigrazione, tuttavia, le azioni dell’amministrazione hanno portato a una rara unità. A novembre, una schiacciante maggioranza ha votato a favore di una dichiarazione che denunciava un “clima di paura” e condannava “la deportazione di massa indiscriminata”». </span></p>
<p><span>Una presa di posizione gradita al Papa e a cui la Casa Bianca si è sentita in dovere di reagire per bocca di Tom Homan, il duro (e peraltro credente) “zar del confine”: «La Chiesa cattolica è in errore», senza per questo impressionare i vescovi che a febbraio sono tornati alla carica con un’istanza </span><i><span>amicus curiae</span></i><span> alla Corte Suprema (una specie di nostra costituzione di parte civile), chiedendo di bloccare l’ordine «immorale» col quale Trump avrebbe voluto abolire lo ius soli. </span></p>
<p><span>In questo clima, il tradizionale ruolo di mediazione del Vaticano nei conflitti si è fatto più difficoltoso. Il Papa ha rifiutato l’invito a far parte del Bord of Peace per Gaza, anche come semplice osservatore, e la Casa Bianca ha bollato la decisione come «profondamente deplorevole». Fino all’ultimo, Leone e il segretario di Stato </span><span>Pietro Parolin hanno cercato di convincere Trump ad accettare una soluzione concordata in Venezuela, cioè l’esilio per Nicolás Maduro. Sembrava fatta, ma solo pochi giorni dopo, la risposta è stata il blitz armato. Adesso la diplomazia vaticana è all’opera su Cuba e nessuno può aver dimenticato il viaggio apostolico del 2015 di Francesco nell’isola caraibica e negli Stati Uniti (presidente Barack Obama). La mediazione ha portato all’avvio di colloqui, le speranze si sono accese a Città del Vaticano, ma lunedì Trump è tornato a minacciare e ad augurarsi di poter «avere l’onore di prendere Cuba in qualche forma».</span></p>
<p><span>E poi c’è l’Iran. Leone XIV ha parlato di «atroce violenza», mentre i cardinali statunitensi hanno criticato la spettacolarizzazione della guerra con i post su Truth in stile videogiochi. </span><span>Posizioni sempre più lontane, ma con un dato incontrovertibile: diminuisce il consenso per Trump e cresce quello per un Papa che è già riuscito a stemperare le tensioni nella Chiesa, e </span><span>anche a farsi apprezzare per il suo</span><span> approccio discreto. </span></p>
<p><span>Il settantenne che persino a Chicago pochi conoscevano, che di malgrado aveva accettato gli incarichi curiali e che di notte studia tedesco su Duolingo come un qualsiasi mortale, secondo un sondaggio condotto da Gallup in 61 Paesi è oggi il leader con il più alto indice di gradimento nel mondo. Ciò potrebbe finire per incidere anche nell’America delle religiosità ultraconservatrici. Che l’argine alla politica del “wrecking ball” diventasse uno che ha fatto il missionario in Perù per vent’anni nessuno lo aveva previsto.</span></p>
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<title>Negli Stati Uniti è battaglia dei gadget tra le agenzie d’intelligence</title>
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Startup, venture capital e sicurezza nazionale: la sfida tra Cia e Odni passa per In-Q-Tel e racconta l’importanza degli strumenti di raccolta e analisi delle informazioni
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Negli, Stati, Uniti, battaglia, dei, gadget, tra, agenzie, d’intelligence</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="852" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19999927-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19999927-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19999927-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19999927-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19999927-large-768x511.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19999927-large-1200x799.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Chi controlla l’innovazione tecnologica dell’intelligence americana? È attorno a questa domanda che si sta consumando, lontano dai riflettori ma con implicazioni strategiche profonde, uno scontro tra la Central Intelligence Agency (Cia) e l’Office of the Director of National Intelligence (Odni), ovvero la struttura che coordina il lavoro delle 18 agenzie d’intelligence del Paese.</p>
<p>Al centro della contesa c’è In-Q-Tel, il fondo di venture capital creato alla fine degli anni Novanta per intercettare e finanziare startup tecnologiche utili alla sicurezza nazionale. Un ponte tra Langley e la Silicon Valley, pensato per portare rapidamente dentro l’apparato di intelligence innovazioni su cui il settore pubblico fatica a tenere il passo: intelligenza artificiale, data analytics, cyber. Oggi, però, quel ponte è diventato terreno di scontro istituzionale. A raccontarlo è <a href="https://www.politico.com/news/2026/03/23/in-q-tel-odni-cia-control-00840302">Politico</a>. L’Odni, nato dopo l’11 settembre con il compito di coordinare l’intera <i>intelligence community</i>, punta a rafforzare la propria supervisione su In-Q-Tel. L’argomento è lineare: se il fondo serve tutte le agenzie, non può restare sotto l’influenza predominante della Cia. Langley non è dello stesso avviso. Per l’agenzia, la più importante della comunità, In-Q-Tel è uno strumento operativo, non un organismo intergovernativo. La sua efficacia, sostengono, dipende proprio dalla capacità di muoversi con la velocità e la discrezione del venture capital privato, evitando appesantimenti burocratici e filtri politici che rischierebbero di rallentare gli investimenti.</p>
<p>La disputa, in realtà, va ben oltre la governance di un fondo. Riflette una tensione strutturale che attraversa da anni l’intelligence americana: centralizzare per coordinare o mantenere autonomia per essere più efficaci? L’Odni incarna la prima opzione, figlia delle riforme post-11 settembre; la Cia, soprattutto nelle sue funzioni più operative, continua a difendere la seconda.</p>
<p>Ma c’è un elemento nuovo che rende questo scontro particolarmente significativo: il baricentro dell’intelligence si è spostato. Oggi il vantaggio competitivo non si gioca solo su fonti e analisti, ma sulla capacità di accedere e integrare tecnologie sviluppate nel settore privato. In questo senso, In-Q-Tel non è solo un investitore: è un moltiplicatore di potenza. Chi ne controlla le scelte – quali startup finanziare, quali tecnologie privilegiare, quali ecosistemi coltivare – esercita un’influenza diretta sulle capacità future dell’intelligence americana. Non si tratta più soltanto di comprare gadget, ma di orientare l’architettura tecnologica della sicurezza nazionale.</p>
<p>È per questo che difficilmente una delle due parti prevarrà del tutto. Più probabile è un compromesso, racconta Politico: maggiore supervisione da parte dell’Odni, senza però svuotare la Cia del controllo operativo. Un equilibrio instabile, che riflette la natura ibrida di In-Q-Tel, a metà tra pubblico e privato, tra intelligence e mercato.</p>
<p>In fondo, la contesa racconta qualcosa di più ampio. Nell’era della competizione tecnologica globale, il potere non risiede solo nelle informazioni raccolte, ma negli strumenti con cui le si raccoglie e le si analizza. E negli Stati Uniti, oggi, anche le agenzie di intelligence sembrano contendersi la fabbrica dei loro futuri gadget.</p>
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<title>Orbán usa il gas russo per indebolire la sicurezza europea</title>
<link>https://www.eventi.news/orban-usa-il-gas-russo-per-indebolire-la-sicurezza-europea</link>
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Il premier ungherese difende le forniture energetiche di Mosca attraverso TurkStream e le presenta come un interesse vitale, arrivando a richiamare anche la sicurezza collettiva
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24254965-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24254965-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24254965-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24254965-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24254965-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24254965-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Unione europea ha ridotto drasticamente l’import di gas russo, passando da una dipendenza sistemica a una gestione più diversificata. Tuttavia, questa transizione ha prodotto un effetto collaterale: la frammentazione delle vulnerabilità. Se, a livello macro, l’Europa è oggi più autonoma, su scala regionale persistono sacche di esposizione. Nell’Europa sud-orientale, la chiusura del transito ucraino ha concentrato i flussi su un’unica direttrice: TurkStream. Più che un’infrastruttura, è diventato un punto di pressione.</p>
<p>Per l’Ungheria, la questione energetica non è solo quantitativa, ma strutturale. Non conta soltanto il volume di gas disponibile, ma la sicurezza della rotta. Le alternative (LNG, interconnessioni regionali, forniture azere) esistono, ma non sono ancora in grado di sostituire integralmente i flussi garantiti dal corridoio russo nel breve periodo. In questo contesto, la dipendenza diventa rigidità: un sistema che non può essere rapidamente riconfigurato.</p>
<p>Il governo di Viktor Orbán ha scelto di politicizzare questa condizione. La continuità del gas non è più trattata come una variabile economica, ma come un interesse vitale dello Stato. Il richiamo, seppur indiretto, alla Nato e al suo articolo 5 non introduce un automatismo giuridico, ma costruisce una cornice narrativa: un’interruzione del corridoio può essere letta come minaccia alla sicurezza nazionale. È una forma di securitizzazione che sposta il dibattito dal mercato alla difesa.</p>
<p>Questa impostazione produce un duplice effetto. Da un lato, introduce deterrenza: alzare il livello retorico aumenta il costo politico di qualsiasi azione che possa compromettere il corridoio. Dall’altro, rafforza la posizione negoziale di Budapest all’interno dell’Ue. Se il gas diventa sicurezza, le deroghe alle politiche di phase-out dell’energia russa possono essere presentate come necessità e non come deviazioni. È una strategia che trasforma la dipendenza in capitale politico.</p>
<p>La centralità di TurkStream ridefinisce anche gli equilibri regionali. La Turchia emerge come hub energetico e attore politico indispensabile, capace di controllare un nodo critico tra Russia ed Europa. La Serbia rafforza il proprio ruolo di snodo terrestre, mentre Budapest si propone come cerniera tra Est e Ovest. In questa configurazione, le infrastrutture non sono più neutre: diventano strumenti di influenza.</p>
<p>Il punto critico non è l’esistenza del gasdotto, ma la sua politicizzazione. Un’interruzione, anche temporanea,  se accompagnata da un’attribuzione credibile e da una scelta politica di escalation, potrebbe trasformarsi in una crisi euro-atlantica. Non servirebbe un danno strutturale: basterebbe la percezione di una minaccia sistemica. È qui che si gioca la partita tra sicurezza energetica e stabilità geopolitica.</p>
<p>Per un’Europa liberale e pro-ucraina, la sfida è evitare che le vulnerabilità nazionali diventino strumenti di veto. Il rischio è che ogni infrastruttura critica venga elevata a «linea rossa», frammentando la politica energetica comune. La risposta non può essere la negazione delle fragilità, ma la loro gestione condivisa: più integrazione, più interconnessioni, più solidarietà energetica.</p>
<p>TurkStream è oggi molto più di un gasdotto: è un indicatore politico. Misura la capacità europea di completare la transizione energetica senza cadere in nuove forme di dipendenza strategica. E misura, soprattutto, la tenuta del legame euro-atlantico quando l’energia smette di essere una commodity e diventa uno strumento di potere. In questo senso, la mossa di Budapest non è un’anomalia, ma un segnale: la geopolitica delle risorse è tornata al centro della politica europea.</p>
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<title>Santanchè sta già preparando la sua vendetta nei confronti di Meloni</title>
<link>https://www.eventi.news/santanche-sta-gia-preparando-la-sua-vendetta-nei-confronti-di-meloni</link>
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Costretta alla dimissioni l’ex ministra del Turismo non è tipo da sparire: tra Vannacci e nuove avventure politiche, la partita è appena cominciata
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 07:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/karsten-wurth-hie1biiorqq-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/karsten-wurth-hie1biiorqq-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/karsten-wurth-hie1biiorqq-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/karsten-wurth-hie1biiorqq-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/karsten-wurth-hie1biiorqq-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/karsten-wurth-hie1biiorqq-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Odiava Gianfranco Fini. «Umanamente è una merda», disse. Quello normalizzava, lei radicalizzava. Cercò di creargli dei guai quando, con Francesco Storace e Teodoro Buontempo, Daniela Santanchè fondo La Destra. Era il 10 novembre del 2007. Non si può escludere che la “Santa” ce l’abbia con Giorgia Meloni più di quanto detestasse l’allora leader di Alleanza Nazionale. Quello che non è ragionevole pensare è che da domani Daniela Santanchè, non più ministro dalle ore 18 di ieri, starà ferma. Non è una che fa l’offesa e si ritira in buone ordine. Qualcosa s’inventerà pur di vendicarsi.</p>
<p>Diciannove anni fa provò a dare fastidio a Fini ma alle politiche del 2008 racimolò il 2,4 per cento, mentre alle Europee del 2008 il 2,2: in entrambi i casi zero seggi. Magari stavolta sceglierà un altro autobus. Non è che ci sia molto spazio, però qualcosa già esiste. Roberto Vannacci, per esempio, è già un buon brand. La sua linea molto di destra potrebbe funzionare per togliere voti alla cara Giorgia consumando una vendetta mica male.</p>
<p>Vedremo se la “Pitonessa”, come la chiamavano i giornali ai bei tempi di Berlusconi, avrà ancora voglia di dare battaglia malgrado gli anni passino in fretta e lei sa bene che nella vita non c’è solo la politica.</p>
<p>Ma certo questa vicenda se la lega al dito. Dimettermi perché hanno perso il referendum? «Non vorrei essere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio», ha scritto nella lettera di dimissioni nella quale conclude con un garibaldino «Obbedisco». In senso stretto non ha nemmeno tutti i torti.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/delmastro-bartolozzi-santanche-meloni/" target="_blank" rel="noopener">Nella furia post-sconfitta</a>, Giorgia, ormai “la gatta sul tetto che scotta”, ha preteso l’uscita di Daniela che ci ha rimesso la testa per colpe pregresse. Beninteso, lei ha scritto che «ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio». Però mentre Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi hanno responsabilità specifiche per la disfatta referendaria, Danielona che c’azzecca? Se non andava bene perché la presidente del Consiglio l’ha difesa in tutti questi anni?</p>
<p>È amareggiata, l’ex ministra del Turismo, perché considera ingiusto essere finita nel tritacarne meloniano insieme a Delmastro («una vicenda separata»). Di buono, se così si può dire, è che scende da una nave piena di falle, che può affondare presto: lo ha capito anche Elly Schlein. Quindi ha fatto passare una giornata giusto così, per non fare vedere che chinava all’istante il capo dinanzi alla Capa. Poi ieri Daniela Santanchè ha scritto per l’ultima volta sulla carta intestata del ministero una lettera che ricorda un po’ il Maurizio Ferrini di “Quelli della notte”, «non capisco ma mi adeguo». Si è dimessa, finalmente, tanto mercoledì il Parlamento l’avrebbe cacciata all’unanimità. Sarebbe stata un’umiliazione insopportabile, per una come lei. Una che non dimentica. Ma – chissà – forse stavolta saranno tutti gli altri a dimenticarsi di lei.</p>
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<title>Il paese di Putin, il libro di Gian Piero Piretto</title>
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<description><![CDATA[ Edito da Raffaello Cortina Editore, dall&#039;8 Aprile in Libreria ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 05:30:15 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>“Sospiro Lieve” nuova composizione per clarinetto e pianoforte del compositore sannita Claudio Patuto</title>
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<description><![CDATA[ “Sospiro lieve” Una nuova pagina cameristica tra intimità espressiva e linguaggio contemporaneo ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 05:30:15 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>AB rafforza la presenza negli Stati Uniti: nuovo hub in Texas per esportare tecnologia Made in Italy che genera energia ad alta efficienza e rinnovabile</title>
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<description><![CDATA[ AB rafforza la propria presenza negli Stati Uniti con l’apertura del nuovo quartier generale nordamericano in Texas, nell’area di Houston. Il Texas rappresenta oggi uno dei contesti più dinamici negli Stati Uniti per lo sviluppo delle infrastrutture energetiche a servizio dell’industria e delle grandi infrastrutture digitali, rendendolo una base strategica per sostenere la crescita del gruppo nel mercato nordamericano ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 05:30:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>La nuova generazione della skincare Made in Brussels sbarca al Cosmoprof</title>
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<description><![CDATA[ Green economy, upcycling, biotecnologia:
hub.brussels presenta a Bologna lo stato dell’arte della dermocosmesi brussellese, con un’attenzione particolare a sostenibilità ed inclusione ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 05:30:14 +0100</pubDate>
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hub.brussels presenta a Bologna lo stato dell’arte della dermocosmesi brussellese, con un’attenzione particolare a sostenibilità ed inclusione]]> </content:encoded>
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<title>Il 2025 di Subito Motori: il mercato dell’auto usata attraverso dati e trend del più grande parco auto d’Italia</title>
<link>https://www.eventi.news/il-2025-di-subito-motori-il-mercato-dellauto-usata-attraverso-dati-e-trend-del-piu-grande-parco-auto-ditalia</link>
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<description><![CDATA[ Auto la categoria più visitata, con una crescita del +19,4% rispetto al 2024
Più di 500.000 annunci live in piattaforma, pubblicati da 250.000 privati e 8.000 dealer
Grazie a Subito Motori nel 2025 è stata venduta 1 auto ogni 3 minuti
Oltre 700 milioni di ricerche (+3%) confermano Panda il modello più cercato e BMW il brand più desiderato ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 05:30:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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Più di 500.000 annunci live in piattaforma, pubblicati da 250.000 privati e 8.000 dealer
Grazie a Subito Motori nel 2025 è stata venduta 1 auto ogni 3 minuti
Oltre 700 milioni di ricerche (+3%) confermano Panda il modello più cercato e BMW il brand più desiderato]]> </content:encoded>
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<title>Mutui: in Lombardia 151.000 euro la richiesta media (+2%)</title>
<link>https://www.eventi.news/mutui-in-lombardia-151000-euro-la-richiesta-media-2</link>
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<description><![CDATA[ Il 2026 si è aperto positivamente sul fronte dei mutui; secondo l’Osservatorio* Facile.it – Mutui.it, nei primi due mesi dell’anno l’importo medio richiesto in Lombardia è aumentato del 2% rispetto a dodici mesi fa, arrivando a 151.269 euro. In calo l’età media dei richiedenti, che passa dai 40 anni dei primi due mesi del 2025 […] ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 05:30:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Quando il vino cambia forma: nasce nelle Marche il primo vino analcolico da una piccola cantina artigianale</title>
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<description><![CDATA[ In una delle regioni vinicole più autentiche d’Italia, le Marche, una giovane cantina artigianale sceglie di mettere in discussione uno dei pilastri più radicati della cultura del vino: l’alcol. CANTINA ROOT, fondata da Maxim ed Elena a Maiolati Spontini, nasce con una visione semplice ma radicale – ascoltare il consumatore contemporaneo, senza tradire l’identità del […] ]]></description>
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<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 05:30:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Root_LumenZero_Post_3_01-150x150.png" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Alcohol free wine" decoding="async">In una delle regioni vinicole più autentiche d’Italia, le Marche, una giovane cantina artigianale sceglie di mettere in discussione uno dei pilastri più radicati della cultura del vino: l’alcol. CANTINA ROOT, fondata da Maxim ed Elena a Maiolati Spontini, nasce con una visione semplice ma radicale – ascoltare il consumatore contemporaneo, senza tradire l’identità del […]]]> </content:encoded>
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<title>L’olio trova il suo consumatore (non elitario). Ora manca il ristoratore</title>
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Fioi, la Federazione degli olivicoltori indipendenti che prende ispirazione dalla Fivi, racconta un settore in trasformazione: più cultura e attenzione alle cultivar, ma ancora troppa distanza dalla ristorazione di qualità
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="719" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-02.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-02.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-02-300x169.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-02-1024x575.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-02-768x431.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-02-1200x674.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Quando si parla di olio extravergine di oliva italiano, i numeri fanno capire la portata dei valori in gioco. In Italia sono attive oltre ottocentomila aziende olivicole e il Paese detiene il patrimonio varietale più ricco al mondo: oltre 580 cultivar, distribuite su una molteplicità di terreni e microclimi che non ha confronto nel mondo. Eppure per decenni questo patrimonio è rimasto per lo più nascosto, compresso nella logica della commodity, dell’olio come ingrediente anonimo e intercambiabile. Qualcosa, però, sta cambiando. E lo conferma – non senza un pizzico di compiacimento – il presidente della <a href="https://federazionefioi.it/" target="_blank" rel="noopener">Federazione italiana degli olivicoltori indipendenti</a> (Fioi) Filippo Legnaioli, intercettato tra gli stand della fiera SOL Expo a Verona.</p>
<p>Dal punto di osservazione di Fioi, che nasce sul modello della <a href="https://fivi.it/" target="_blank" rel="noopener">Federazione italiana vignaioli indipendenti</a> (Fivi), i segnali sono positivi sul fronte del destinatario finale.</p>
<p><strong>Il consumatore si è svegliato<br>
</strong>Dai piccoli produttori vengono buone notizie. «Partecipando a SOL Expo quest’anno devo dire che la sensazione è stata rincuorante – racconta Legnaioli – perché conducendo momenti di assaggio con consumatori appassionati e buyer le adesioni non sono mancate e ho notato un’attenzione, una consapevolezza e una preparazione che francamente fa ben sperare per noi produttori. Ecco, solo un paio di anni fa sarei stato molto più pessimista».</p>
<p>Il cambio di passo dunque è evidente. Eppure il presidente Fioi ammette che molto deriva dal cambiamento nel prodotto. «L’extravergine italiano, che fino a non molto tempo fa veniva trattato alla stregua di una commodity – qualcosa che in cucina non poteva mancare come il sale o lo zucchero, ma senza identità propria – ha compiuto un salto qualitativo che ne ha trasformato la percezione. Il mondo della produzione in questi ultimi anni ha espresso questa capacità di far sentire aromi, profumi e sentori che prima oggettivamente il consumatore non aveva la possibilità di raggiungere».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608723" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-hp-01.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-608723" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-hp-01-1024x576.jpg?x17776" alt="" width="640" height="360" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-hp-01-1024x576.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-hp-01-300x169.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-hp-01-768x432.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-hp-01-1200x675.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/slide-hp-01.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">@Fioi</figcaption></figure>
<p>In questo percorso hanno giocato un ruolo le denominazioni d’origine: in Italia si contano attualmente cinquanta indicazioni geografiche registrate fra Dop e Igp, in crescita negli ultimi anni. E poi gli oli monovarietali che, anche quando non hanno avuto un immediato successo commerciale di massa, «hanno comunque contribuito a creare una maggiore cultura, consapevolezza ed educazione nel consumatore finale», osserva Legnaioli.</p>
<p><strong>Indipendenti, non contro l’industria<br>
</strong>Come federazione di produttori (e non associazione di categoria in senso tradizionale), Fioi non si pone in contrapposizione con la grande industria olearia. Eppure la distanza di interessi è strutturale. «Non è una questione ideologica, è una questione proprio pratica – chiarisce Legnaioli – perché difficilmente gli interessi riescono a collimare, così come sono diversi anche i consumatori finali».</p>
<p>Il modello è esplicito. «Se in questo momento Fivi ha una forza di penetrazione nel mondo dell’Horeca tale da affermare un certo tipo di filosofia del vino e di visione, noi puntiamo alla valorizzazione del piccolo produttore anche per l’olio». Un milione di olivicoltori e produttori di olio in Italia, secondo le stime citate dal presidente: un tessuto enorme, polverizzato, che Fioi ambisce a connettere e a rappresentare con una voce riconoscibile.</p>
<p><strong>Il nodo Horeca: cultura più che prezzo<br>
</strong>Se il consumatore sta crescendo, il ristoratore arranca e su questo versante si concentra la frustrazione più acuta. «È dura», ammette Legnaioli. «Vorrei avere uno sguardo più positivo, ma ancora oggi, fare breccia nel mondo della ristorazione di qualità rimane una delle sfide più ardue per i produttori di extravergine artigianale».</p>
<p>Il paradosso è stridente e il presidente lo illustra con un ragionamento semplice: «su un piatto da 30/50 euro, quindi in un ristorante di livello, la quantità di olio extravergine di oliva utilizzata è talmente irrisoria che il costo per il ristoratore risulta irrilevante, per cui il risparmio nella scelta di utilizzare un olio di bassa qualità rispetto a un olio di alta qualità incide per uno zero virgola sul conto». Non è dunque una questione di budget, «piuttosto di cultura e di attenzione».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608725" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chisiamo-img.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-608725" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chisiamo-img-1024x502.jpg?x17776" alt="" width="640" height="314" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chisiamo-img-1024x502.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chisiamo-img-300x147.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chisiamo-img-768x376.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chisiamo-img-1200x588.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/chisiamo-img.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">@Fioi</figcaption></figure>
<p>Legnaioli rivolge allora un appello a tutti i consumatori consapevoli – e in Italia sono sempre di più. «Invito tutti a replicare un piccolo gesto che ormai è diventato per me un’abitudine necessaria – spiega – per cui quando vado al ristorante e mi presentano un piatto con un olio purtroppo difettosi (perché di questo dobbiamo parlare) lo segnalo senza tacere. Perché, se è vero che l’unico segnale positivo viene dalla sala, per cui cresce la tendenza a usare oli di qualità nella finitura del piatto, presentandoli direttamente al tavolo, in cucina per le preparazioni la resistenza è ancora forte. Ci sono piatti per i quali anche in cucina è imperdonabile usare oli di bassa qualità».</p>
<p>Il meccanismo potrebbe cambiare se il consumatore stesso diventa esigente. «Fino a quando l’avventore non segnalerà al ristoratore quanto una zuppa di pesce o una crudité di crostacei vengano danneggiate dal condimento con un olio di bassa qualità, le cose non cambieranno».</p>
<p><strong>I “punti di affezione” per costruire un sistema<br>
</strong>Per aggirare l’impasse, Fioi ha sviluppato una rete di “punti di affezione”: ristoranti, pizzerie, oleoteche, enoteche, gastronomie, ma anche e-commerce e importatori esteri specializzati, che condividono i principi e valori produttivi degli olivicoltori indipendenti. «La logica non è semplicemente distributiva – chiosa il presidente – perché in questi spazi il gestore stesso viene accompagnato in un percorso di formazione. Non sono solo luoghi in cui i soci Fioi possono posizionarsi con i propri oli, ma il ristoratore stesso viene formato e gli viene fornita quella conoscenza che poi lui può “rivendere” all’avventore».</p>
<p>È, in sostanza, un tentativo di replicare nel mondo dell’olio quello che Fivi ha fatto nel vino: costruire una rete di luoghi fisici dove il produttore e il consumatore si incontrano, dove la cultura del prodotto si forma per contatto diretto.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608724" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lagodicomo-cb20-914.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-608724" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lagodicomo-cb20-914-750x1024.jpg?x17776" alt="" width="460" height="628" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lagodicomo-cb20-914-750x1024.jpg 750w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lagodicomo-cb20-914-220x300.jpg 220w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lagodicomo-cb20-914-768x1049.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lagodicomo-cb20-914-878x1200.jpg 878w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lagodicomo-cb20-914.jpg 937w" sizes="auto, (max-width: 460px) 100vw, 460px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Lago di Como @Fioi</figcaption></figure>
<p><strong>Crescere per farsi sentire<br>
</strong>In questo percorso evolutivo, Fioi vuole uscire dalla nicchia. Oggi conta 160 aziende socie, con sette delegazioni regionali attive, ma da poco ha lanciato la campagna “Adotta un socio”, con l’obiettivo di raddoppiare la base nel giro di pochi mesi. «Per far sentire la nostra voce ci siamo resi conto che dobbiamo crescere numericamente e in visibilità, dobbiamo crescere con le iniziative che realizziamo sul territorio».</p>
<p>La traiettoria è chiara, «la strada è in salita, ma io da oggi vedo un po’ di luce», ammette Legnaioli dopo la chiusura della fiera a Verona.</p>
<p>Anche perché il consumatore consapevole può prevenire il rischio che – con i costi di produzione che restano elevati e il potere d’acquisto delle famiglie italiane sotto pressione – l’olio extravergine di qualità diventi sempre più <a href="https://www.linkiesta.it/2025/03/prezzi-in-salita-olio-evo-extravergine-oliva-italiano-conquista-mercati-mondiali/" target="_blank" rel="noopener">un prodotto per mercati stranieri e consumatori con alta capacità di spesa</a>.</p>
<p>«Sarebbe oggettivamente un prendere in giro il consumatore se dicessimo che è possibile avere un olio di alta qualità a un prezzo basso», precisa Legnaioli, mettendo in discussione l’abitudine che induce spesso a parlare di “eccellenza” nel comparto. «Il termine mi resta sullo stomaco, proprio perché indica qualcosa che arriva a pochi. Invece l’ambizione è che la qualità (intesa come capacità di esprimere al meglio la propria produzione) arrivi al maggior numero di persone possibile. Oltre la nicchia, c’è ampio spazio per oli di qualità che devono soppiantare la fascia bassa, sulle tavole e nelle cucine dei ristoranti. È una sfida complessa, difficile, che noi produttori in primis dobbiamo raccogliere».</p>
<p>La risposta, secondo il presidente, passa da scelte agronomiche e di trasformazione più efficienti, capaci di abbassare i costi senza abbassare la qualità. «Intervenendo sulle leve giuste, su scelte agronomiche e di trasformazione intelligenti, io credo che questo rischio di elitarismo dell’olio buono si possa mitigare o comunque progressivamente ridurre».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608721" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filippo-legnaioli.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-608721" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filippo-legnaioli-1024x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="640" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filippo-legnaioli-1024x1024.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filippo-legnaioli-300x300.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filippo-legnaioli-150x150.jpg 150w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filippo-legnaioli-768x768.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filippo-legnaioli-1200x1200.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filippo-legnaioli.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Filippo Legnaioli</figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/fioi-olio-trova-il-suo-consumatore-non-elitario-manca-il-ristoratore/">L’olio trova il suo consumatore (non elitario). Ora manca il ristoratore</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Ha ancora senso avere una band?</title>
<link>https://www.eventi.news/ha-ancora-senso-avere-una-band</link>
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<description><![CDATA[ 
Tornati dalla leva militare, i BTS ripartono e registrano già numeri record. Intanto, l’industria musicale si è spostata verso artisti singoli e collaborazioni, e i gruppi musicali non entrano più nelle classifiche
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265122-medium.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265122-medium.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265122-medium-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265122-medium-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265122-medium-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265122-medium-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Dopo quasi quattro anni, il gruppo k-pop più amato al mondo è tornato a esibirsi dopo aver adempiuto l’obbligo di leva militare. Secondo l’etichetta Big Hit Music, il loro ultimo album </span><i><span>Arirang</span></i><span> ha venduto 3,98 milioni di copie nel primo giorno di uscita, il 20 marzo. Un dato in linea con i precedenti debutti: nel 2020 </span><i><span>Map of the Soul: 7</span></i><span> aveva superato i 3,3 milioni di copie vendute nella prima settimana. Secondo Circle Chart è stato l’album più venduto del 2020 in Corea del Sud, con oltre 4,3 milioni di copie, poi salite a più di cinque milioni complessivi.</span></p>
<p><span>Il nono album </span><i><span>Arirang</span></i><span> è uscito alla vigilia del grande concerto della band k-pop più famosa del pianeta: il 21 marzo circa 260 mila fan si sono radunati nel centro di Seoul per uno spettacolo trasmesso in streaming su Netflix a milioni di spettatori.</span></p>
<p><span>Il tour dei BTS, con 82 date in 23 Paesi, partirà il 9 aprile da Goyang e si concluderà nelle Filippine undici mesi dopo. Secondo alcune stime, l’indotto economico potrebbe superare quello dell’</span><i><span>Eras Tour </span></i><span>di Taylor Swift, che secondo Pollstar ha incassato circa due miliardi di dollari in 21 mesi dalla sola vendita dei biglietti.</span></p>
<p><span>Il ritorno dei BTS arriva però in un contesto sfavorevole per le band, sempre meno presenti nelle classifiche globali. Ivan Lokhov, sviluppatore di visualizzazione dati, </span><a href="https://www.datawrapper.de/blog/bands-solo-artists-music-charts" target="_blank" rel="noopener"><span>ha mostrato</span></a><span> come il picco di popolarità dei gruppi musicali risalga agli anni Sessanta, era l’epoca dei Beatles, dei Rolling Stones e dei Beach Boys. Da quel momento in avanti, la presenza delle band è diminuita progressivamente, con una contrazione marcata registrata soprattutto a partire dagli anni Duemila.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609437" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609437 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/screenshot-2026-03-23-alle-160326-1024x854.png?x17776" alt="" width="640" height="534" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/screenshot-2026-03-23-alle-160326-1024x854.png 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/screenshot-2026-03-23-alle-160326-300x250.png 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/screenshot-2026-03-23-alle-160326-768x641.png 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/screenshot-2026-03-23-alle-160326-1200x1001.png 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/screenshot-2026-03-23-alle-160326.png 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Source Data Wrapper. Data visualization by Ivan Lokhov</em></figcaption></figure>
<p><span>Il gruppo coreano resta un’eccezione. Negli ultimi due decenni la classifica Billboard Hot 100, che combina streaming, trasmissioni radio e vendite digitali, è stata dominata da artisti solisti e collaborazioni. Tra i nomi più influenti ci sono Drake e Taylor Swift: nel 2023 uno stream su 78 era per un brano dell’autrice di <em>Cruel Summer</em>.</span></p>
<p><span>Mentre la popolarità delle band diminuisce, crescono le collaborazioni tra artisti. Un’analisi pubblicata su ResearchGate </span><a href="https://www.researchgate.net/publication/336427414_Causality_analysis_between_collaboration_profiles_and_musical_success/download?_tp=eyJjb250ZXh0Ijp7ImZpcnN0UGFnZSI6Il9kaXJlY3QiLCJwYWdlIjoiX2RpcmVjdCJ9fQ" target="_blank" rel="noopener"><span>evidenzia</span></a><span> il successo dei featuring, un modello affermatosi negli anni Novanta nella cultura hip-hop, con radici nelle collaborazioni jazz e pop degli anni Settanta e Ottanta. I </span><i><span>featuring </span></i><span>sono frutto di una collaborazione asimmetrica tra un artista principale e uno ospite, «un concetto innovativo rispetto a quello tradizionale di duetto in cui gli artisti hanno uguale peso», </span><a href="https://www.unibocconi.it/it/news/brani-con-featuring-perche-fanno-piu-successo" target="_blank" rel="noopener"><span>scrive in un report </span></a><span>Andrea Ordanini, Professore </span><span>Ordinario presso il Dipartimento di Marketing dell’Università Bocconi di Milano.</span></p>
<p><span>Oggi i <em>featuring</em> trainano il mercato globale: secondo uno studio</span><a href="https://www.researchgate.net/publication/336427414_Causality_analysis_between_collaboration_profiles_and_musical_success/download?_tp=eyJjb250ZXh0Ijp7ImZpcnN0UGFnZSI6Il9kaXJlY3QiLCJwYWdlIjoiX2RpcmVjdCJ9fQ" target="_blank" rel="noopener"><span> realizzato </span></a><span>da Mariana Silva e Mirella Moro esiste un circolo virtuoso tra collaborazioni tra artisti e successo di un brano. Lokhov collega il fenomeno della frammentazione dei generi e all’ascesa di hip-hop, r&b ed elettronica, ambiti storicamente dominati perlopiù da performer individuali.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609441" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-609441 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/screenshot-2026-03-23-alle-161018-1024x557.png?x17776" alt="" width="640" height="348" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/screenshot-2026-03-23-alle-161018-1024x557.png 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/screenshot-2026-03-23-alle-161018-300x163.png 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/screenshot-2026-03-23-alle-161018-768x418.png 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/screenshot-2026-03-23-alle-161018.png 1184w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Classifica Billboard Hot 100 (1958 – 2019). Le linee continue rappresentano diversi tipi di collaborazioni musicali. La linea tratteggiata indica l’andamento di tutte le collaborazioni. Source: ResearchGate</em></figcaption></figure>
<p><span>Alla base c’è anche una ragione industriale. Uno studio della International Federation of the Phonographic Industry (IFPI) </span><a href="https://www.ifpi.org/wp-content/uploads/2026/03/GMR2026_SOTI.pdf" target="_blank" rel="noopener"><span>mostra </span></a><span>come il successo sia legato a una gestione strategica dell’identità artistica, il cosiddetto </span><i><span>personal branding</span></i><span>. Gli artisti solisti risultano infatti più riconoscibili e una singola personalità è più facile da promuovere sulle piattaforme: l’identità individuale semplifica la costruzione del brand e rafforza il legame con il pubblico.</span></p>
<p><span>Ordanini interpreta i <em>featuring</em> come un caso di co-branding. «Ricerche empiriche hanno dimostrato che, al verificarsi di determinate condizioni, i consumatori valutano i prodotti in co-branding meglio di quelli dei singoli brand», </span><a href="https://www.unibocconi.it/it/news/brani-con-featuring-perche-fanno-piu-successo" target="_blank" rel="noopener"><span>spiega</span></a><span>. In uno studio realizzato insieme a Joseph C. Nunes e Anastasia Nanni, che analizza i brani entrati nella Top 10 della Hot 100 tra il 1996 e il 2018, emerge che le canzoni con <em>featuring</em> hanno più probabilità di entrare in classifica: si tratta il 18,4 per cento, contro il 13,9 per cento di quelle senza collaborazioni.</span></p>
<p><span>Per Lokhov il cambiamento riflette l’evoluzione dei gusti e l’impatto dello streaming. «La presentazione e il suono della musica pop possono essere cambiati, ma nella sua essenza, la struttura di una canzone di successo forse non è poi così diversa, che si tratti di una band nel 1965 o di un artista solista nel 2022», scrive.</span></p>
<p><span>«Negli anni Trenta, le band erano composte da venti membri a causa della mancanza di risonanza (mediatica, ndr): quello che ti serviva era essere ascoltato da un grande pubblico – scrive un utente su Reddit –. Con l’arrivo dell’amplificazione (mediatica, ndr), le band sono scese a cinque membri. L’estetica è cambiata seguendo la moda. Ora, con il supporto elettronico, e il culto della personalità già in atto per i musicisti, puoi fare lo stesso con una sola persona. Le case discografiche ne saranno felici, ne sono sicuro».</span></p>
<p><span>Un altro utente osserva come «ai tempi i cantanti erano già troppo enfatizzati e questo non fa altro che peggiorare la situazione. Preferisco una band con musicisti diversi, ognuno con il proprio contributo». Altri danno la colpa alla riduzione degli spazi fisici dove poter suonare: «Il costo degli spazi è aumentato così tanto che avere un posto per provare come band è molto difficile ora. […] Se fisicamente non hai un posto dove essere una band, non puoi essere una band. Ma tutti hanno uno spazio per fare musica su un pc e cantare».</span></p>
<p><span>In un articolo del New York Times, </span><i><span>Start a band, even if you are terrible</span></i><span>, il curatore editoriale Hugo Lindgren collega la crescita delle carriere da solista all’uso della tecnologia. «Oggigiorno non abbiamo quasi più bisogno di nessuno, per niente. Un’orchestra praticamente infinita – e totalmente obbediente – vive nei nostri iPhone». Sottolinea che il rischio è quello di chiudersi in “compartimenti stagni creativi”, e che connettersi con gli altri diventi sempre più difficile: una cosa «che tutti desideriamo, che è il vero significato della musica, e il motivo migliore per formare una band».</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/bts-band-declino-featuring-trend-musica-solista/">Ha ancora senso avere una band?</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il Kenya indaga sulle reti locali che reclutavano cittadini per l’esercito russo in Ucraina</title>
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Il governo keniota ha avviato una indagine sulle oltre mille persone reclutate con false promesse da intermediari, funzionari corrotti e trafficanti, con stipendi promessi fino a 350.000 scellini al mese e bonus elevati
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="851" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/amani-nation-lth5pgyvkam-unsplash-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/amani-nation-lth5pgyvkam-unsplash-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/amani-nation-lth5pgyvkam-unsplash-1-300x199.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/amani-nation-lth5pgyvkam-unsplash-1-1024x681.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/amani-nation-lth5pgyvkam-unsplash-1-768x511.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/amani-nation-lth5pgyvkam-unsplash-1-1200x798.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>A metà marzo, nel centro di Nairobi, famiglie keniote si sono radunate davanti al Parlamento e lungo le strade della città, chiedendo rientri, notizie o il recupero dei resti dei loro figli, che erano partiti per lavorare all’estero, ma si sono ritrovati a combattere in Ucraina. Negli stessi giorni, il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi è volato a Mosca per fermare gli arruolamenti. Secondo l’intelligence keniota, oltre 1.000 cittadini sarebbero stati reclutati con false promesse. Mudavadi ha tenuto a sottolineare di «non volere in alcun modo che la nostra partnership con la Russia venga definita esclusivamente in base all’agenda dell’operazione speciale. Il rapporto tra Kenya e Russia è molto più ampio di così».</p>
<p>Eppure, mentre il titolare degli Esteri parla di «operazione speciale», il suo vice denuncia che i kenioti sono stati «usati come carne da cannone». E mentre Musalia Mudavadi sottolinea la partnership, i dati economici evidenziano un forte squilibrio: nel 2024 il Kenya ha esportato in Russia merci per 46 milioni di dollari, a fronte di importazioni annuali di tè e caffè dalla Russia superiori a 1,5 miliardi, un divario che, secondo Musalia Mudavadi, entrambi i governi intendono colmare.</p>
<p>Ma il fenomeno del reclutamento di cittadini africani nella guerra in Ucraina, che non riguarda solo il Kenya, è stato documentato da INPACT, un gruppo investigativo che ha raccolto dati dettagliati su nomi, date di nascita, numeri di matricola, contratti firmati in Russia e registri dei caduti, con tempi medi di sopravvivenza di pochi mesi. In totale, secondo l’indagine, oltre 1.400 africani sarebbero stati arruolati e più di 300 sarebbero morti.</p>
<p>Questi dati hanno costituito la base della risoluzione del Parlamento europeo, adottata il 12 marzo, che condanna le pratiche ingannevoli e coercitive di arruolamento, chiede indagini e responsabilità e sollecita misure per facilitare il rimpatrio dei cittadini coinvolti. Tornando in Kenya, il governo ha chiuso più di 600 agenzie e avviato i rimpatri, ma i numeri restano incerti e il governo kenyota ha annunciato l’operazione Linda Mkenya Majuu (letteralmente: proteggi i kenioti all’estero), un piano per rintracciare i propri cittadini, chiudere i canali di reclutamento e riportarli a casa.</p>
<p>L’accordo con Mosca prevede una stop list e il rientro dei cittadini coinvolti. Il rapporto degli 007 descrive una rete di funzionari corrotti che, in collaborazione con trafficanti di esseri umani, reclutavano kenioti puntando su ex soldati, agenti di polizia e disoccupati, reclutati con la promessa di ricevere stipendi di circa 350.000 scellini (2.715 dollari) al mese e bonus fino a 1,2 milioni di scellini (9.309 dollari). All’inizio, i cittadini partivano con visti turistici e raggiungevano la Russia passando per Turchia o Emirati Arabi Uniti; dopo il rafforzamento dei controlli all’aeroporto di Nairobi, le rotte si sono spostate attraverso Uganda, Sudafrica e Repubblica Democratica del Congo.</p>
<p>L’intelligence ha identificato le agenzie di reclutamento che avrebbero assoldato personale aeroportuale e personale diplomatico in Kenya e in Russia per agevolare i viaggi. Ai sensi del Codice penale keniota, arruolarsi in eserciti stranieri senza autorizzazione scritta del Presidente è punibile con fino a dieci anni di carcere, salvo casi di arruolamento non volontario, ma il governo ha concesso un’amnistia per chi rientra volontariamente nel Paese, considerando che molti cittadini erano stati ingannati o reclutati con false promesse di lavoro.</p>
<p>L’ambasciata russa a Nairobi ha negato qualsiasi coinvolgimento ufficiale, pur confermando che i cittadini stranieri possono arruolarsi volontariamente. Dopo i colloqui tra Musalia Mudavadi e Sergej Lavrov, la Russia avrebbe accettato anche di bloccare i canali ufficiali; tuttavia, Lavrov ha dichiarato che tutti i cittadini stranieri, compresi i kenioti, si sono arruolati volontariamente e, al termine del servizio, sono liberi di andarsene. In altre parole, il fronte rende liberi.</p>
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<title>Sergey Kiriyenko, l’uomo che cucina le elezioni, dall’Ungheria al Donbas</title>
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È il primo vice capo di gabinetto del Cremlino, il tecnocrate che gestisce la narrazione interna russa e coordina le interferenze elettorali all’estero. Dalle operazioni in Moldova al dispiegamento dell’intelligence militare a Budapest, ecco uno dei papabili successori del leader 
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20016314-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20016314-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20016314-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20016314-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20016314-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20016314-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Tre ufficiali dell’intelligence militare russa (Gru) operano sotto copertura diplomatica all’ambasciata russa di Budapest. Le loro identità sono note ai servizi occidentali. Il loro mandante, secondo fonti di sicurezza nazionale di tre Paesi europei, è Sergey Kiriyenko, primo vice capo di gabinetto dell’amministrazione presidenziale di Vladimir Putin.</p>
<p>Non è la prima volta. In Moldova, nelle elezioni del 2024, operativi sotto la sua direzione avevano gestito reti di acquisto di voti, troll farm e campagne di influenza sul territorio per logorare la presidente filoeuropea Maia Sandu. I risultati erano stati confusi, ma il manuale operativo è rimasto invariato. Lo stesso schema, il «blueprint moldavo» secondo <a href="https://vsquare.org/putins-gru-linked-election-fixers-are-already-in-budapest-to-help-orban/" target="_blank" rel="noopener">VSquare</a>, viene ora applicato a Budapest per garantire un quinto mandato a Viktor Orbán. Il <a href="https://www.ft.com/content/34df20f9-487b-4cb6-9dc9-d676d959d1ed" target="_blank" rel="noopener">Financial Times</a> ha rivelato che il Cremlino ha approvato un piano della Social Design Agency, già sanzionata da Washington e Londra per la campagna Doppelgänger, per inondare i social media ungheresi di contenuti favorevoli a Fidesz: Orbán come leader forte con amici globali, Péter Magyar come fantoccio di Bruxelles. Contenuti progettati in Russia, confezionati per sembrare nativi.</p>
<p>Al centro di tutto c’è Kiriyenko. Sessantadue anni il prossimo luglio, Kiriyenko sfugge alle categorie semplici. Non è un <i>siloviki</i> – non viene dai servizi, non ha gradi militari. Non è un oligarca. È un ingegnere del consenso che ha trasformato la politica interna russa in una disciplina tecnica. La sua formazione intellettuale è rivelatrice. È seguace di Georgij Šchedrovickij, fondatore del Circolo metodologico di Mosca negli anni Cinquanta, che concepiva la società come un sistema da gestire attraverso quella che chiamava «ingegneria umanitaria» – non manipolazione, sostenevano i discepoli, ma gestione dei framework della comunicazione sociale. Con Pёtr Šchedrovickij e l’umanista Jefim Ostrovskij, Kiriyenko ha elaborato testi fondativi sul «mondo russo» inteso non come progetto imperiale ma come leadership culturale e tecnologica: il nuovo mondo russo non conquista nuove terre, scrivevano, ma dispiega nuove immagini del futuro. Con l’invasione di Kyjiv del febbraio 2022, quella filosofia è diventata propaganda di Stato.</p>
<p>Nel 1993 Kiriyenko fonda la Garantia Bank a Nizhnij Novgorod, stringendo rapporti con Boris Nemtsov, allora governatore della regione. Quando Nemtsov diventa ministro dell’Energia, porta il suo protetto a Mosca. Nel marzo 1998, a trentacinque anni, Kiriyenko diventa il primo ministro più giovane della storia russa. Il mandato dura cinque mesi: in agosto il governo dichiara il default sul debito estero e Kiriyenko viene rimosso. Prima di lasciare, è lui ad annunciare la nomina di Putin alla guida dell’Fsb – un gesto che lo ha probabilmente protetto da ogni futura ritorsione.</p>
<p>Nel 2000 viene nominato rappresentante presidenziale nel Distretto Federale del Volga, con il compito di ricondurre i governatori sotto il controllo del Cremlino. Ci riesce in cinque anni. Dal 2005 al 2016 guida Rosatom, trasformandolo in un esportatore globale di tecnologia nucleare. Nel 2016 Putin lo richiama all’amministrazione presidenziale.</p>
<p>Con l’invasione del febbraio 2022 Kiriyenko assume – su iniziativa propria, secondo <a href="https://meduza.io/en/feature/2022/06/10/the-viceroy" target="_blank" rel="noopener">Meduza</a> – la responsabilità della gestione dei territori ucraini occupati. Organizza le amministrazioni civili-militari, selezionando i funzionari tra i laureati del suo programma Leaders of Russia, con cui dal 2017 forma la prossima generazione di quadri politici russi. I due incarichi apicali nei territori occupati – primo ministro della cosiddetta Repubblica Popolare di Donec’k e vice presidente di quella di Luhans’k – vanno a due finalisti 2019 del programma. Il sistema di patronage del luglio 2022, con cui le regioni russe finanziano la ricostruzione delle città occupate, gli conferisce leva aggiuntiva sui governatori. Sul fronte interno gestisce elezioni, silenzia l’opposizione, crea e dissolve partiti. La scuola dei governatori della Ranepa è sotto la sua supervisione: cinquantacinque degli ottantanove governatori russi attuali sono suoi laureati.</p>
<p>A fine 2025 Putin ha istituito una nuova Direzione presidenziale per il partenariato strategico e la cooperazione, sciogliendo due dipartimenti di Dmitrij Kozak, uscito di scena. A guidarla è Vadim Titov, uomo di fiducia di Kiriyenko dai tempi di Rosatom, senza formazione diplomatica convenzionale. Il perimetro è lo spazio post-sovietico, ma nella logica del Cremlino questo include l’Ungheria. In Francia, documenti analizzati dal <a href="https://www.washingtonpost.com/world/2023/12/30/france-russia-interference-far-right/" target="_blank" rel="noopener">Washington Post</a> mostrano Kiriyenko alla guida di operazioni di influenza sui social media. In Germania, un tentativo parallelo di coalizzare estrema destra ed estrema sinistra contro il sostegno a Kyjiv. <a href="https://ecfr.eu/publication/democratic-defence-how-italy-can-lead-the-fight-against-russian-disinformation/" target="_blank" rel="noopener">In Italia</a>, le attività di disinformazione nelle elezioni del 2022 si sono concentrate sull’energia – dossier che Kiriyenko conosce dai tempi di Rosatom, quando nel 2008 annunciò a Roma l’accordo per reattori nucleari italiani.</p>
<p>Suo figlio Vladimir è amministratore delegato di VK ed è l’uomo dietro Max, la super-app che il Cremlino sta imponendo come alternativa a WhatsApp e Telegram. Il blocco di WhatsApp e l’annuncio di Roskomnadzor di bloccare Telegram dal 1° aprile non sono casuali: più gli utenti migrano su Max, più cresce l’influenza della famiglia nell’ecosistema digitale russo. Questo ha generato attriti con l’Fsb, che ha arrestato collaboratori di Kiriyenko senza informarlo, secondo <a href="https://novayagazeta.eu/articles/2026/03/12/independence-day-en" target="_blank" rel="noopener">Novaya Gazeta</a>. Il rapporto con i siloviki è ambivalente per ragioni strutturali: Kiriyenko li gestisce sul piano domestico, ma alcuni lo sovrastano individualmente. Eppure ha resistito a diversi tentativi di defenestrazione, perché gestisce troppi nodi simultaneamente per poter essere rimosso senza danni al sistema.</p>
<p>Secondo molti è uno dei candidati più probabili alla successione di Putin. Ha accesso quasi quotidiano al presidente, buone relazioni con tutte le fazioni, una base di fedeli costruita in vent’anni. E non ha mai rappresentato una minaccia per Putin – cosa rara tra i potenti russi. Come presidente, probabilmente perseguirebbe una politica estera meno bellicosa, preferendo strumenti economici al confronto diretto. In politica interna, il sistema che ha costruito verrebbe semplicemente esteso. Per ora il suo orizzonte è Budapest. Il 12 aprile si vota. Il cuoco è ai fornelli.</p>
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<title>Il referendum tradito e la vittoria dello scontro politico sul testo della riforma</title>
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<description><![CDATA[ 
Il voto ha seguito logiche estranee al contenuto del quesito referendario. L’opposizione ha costruito una narrazione allarmistica, il governo ha scelto una linea identitaria: il risultato è un dibattito impoverito e una decisione distorta
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269541-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269541-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269541-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269541-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269541-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269541-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Perché ha vinto il No e noi, assertori della separazione delle carriere fin dai tempi del processo Tortora, abbiamo aggiunto una nuova cicatrice al nostro sfortunato medagliere? Individuo i due motivi principali, a mio giudizio. Il primo: non si è votato sul testo della legge, ma sul cosiddetto contesto, a sinistra come a destra. </span></p>
<p><span>A sinistra, il partito dei magistrati – il più spregiudicato e vorace – e il campo largo Pd-M5S hanno chiesto ai propri elettori di sconfiggere il governo di destra. Hanno puntato sul progetto meloniano di stringere i nodi del sistema in chiave orbaniana, leggendo questa riforma come l’anticamera di altre, più pericolose: in particolare il premierato, considerato l’architrave dell’autocrazia futura.</span></p>
<p><span><a href="https://www.linkiesta.it/2024/07/meloni-opposizione-premierato-elezione-diretta-democrazia-liberale/" target="_blank" rel="noopener">Come qualcuno saprà</a>, anch’io sono convinto che il premierato, se venisse introdotto, darebbe il colpo finale alla già scarsa autonomia del Parlamento, attribuendo al presidente del Consiglio poteri senza precedenti e senza reali contrappesi. Ma questa riforma dell’ordinamento giudiziario non era in alcun modo riconducibile a quel progetto – anzi, rafforzando insieme magistratura e avvocatura, ne sarebbe stata il contravveleno. </span></p>
<p><span>La magistratura militante e la sinistra non hanno fatto distinzioni. Hanno costruito la loro propaganda su un sistematico stravolgimento del testo in discussione, seminando ignoranza e falsità e, giocando spregiudicatamente da abili imprenditori della paura, hanno portato a casa il risultato.</span></p>
<p><span>Quali le conseguenze inintenzionali di una vittoria ottenuta con questi metodi? La magistratura militante ha sacrificato l’autorevolezza dell’intero sistema giudiziario; la sinistra ha dimostrato di non essere un’alternativa credibile – nemmeno lontanamente – in termini di serietà e capacità di governo.</span></p>
<p><span>Il secondo motivo riguarda la presidente del Consiglio. Giorgia Meloni ha giocato questa partita da underdog, non da aspirante statista. Invece di rivendicare il valore liberale di una riforma che ci avrebbe avvicinati alle culture prevalenti nell’Unione Europea e negli Stati liberaldemocratici, ha scelto di accentuare il carattere estremista della destra che guida. </span></p>
<p><span>Una destra che non conosce o disconosce le regole dello Stato di diritto, che scende nell’agone dell’opinione pubblica brandendo spadoni antimagistrati e svolazzando da una sentenza sgradita all’altra – come i samurai di “I 47 Ronin”, ma con il Fantozzi di turno al posto di Keanu Reeves.</span></p>
<p><span>Tra le gaffe di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, Carlo Fidanza e altri comprimari, il filo conduttore della campagna referendaria della presidente del Consiglio è stato sostanzialmente questo: se stai con gli immigrati, stai contro l’Italia. Giorgia Meloni ha fatto dell’accusa ai giudici di «rimettere in libertà» o non trattenere immigrati irregolari ritenuti pericolosi uno dei pilastri della sua propaganda. Ha legato esplicitamente quelle che ha definito «decisioni surreali» alla necessità di votare sì alla riforma, sostenendo che solo così si sarebbe aumentata la responsabilità dei magistrati e si sarebbero evitati rilasci di criminali. A tutto questo si aggiungano le polemiche scomposte sulla famiglia nel bosco e sulla famiglia del boss, esplose proprio alla vigilia del voto.</span></p>
<p><span>La riforma non conteneva alcuna possibilità di incidere sulla libertà di giudizio dei magistrati. Ma non c’è dubbio che questo appello indiretto all’anima giustizialista della destra abbia avuto effetti controproducenti su una parte dell’elettorato. Così facendo, Giorgia Meloni ha avvalorato la propaganda dell’opposizione e sprecato insieme una grande occasione di libertà e di maturazione politica.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/referendum-giustizia-no-propaganda-destra-sinistra-errori-meloni/">Il referendum tradito e la vittoria dello scontro politico sul testo della riforma</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>La scuola non è più il feudo della sinistra</title>
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<description><![CDATA[ 
Tra docenti influencer, ideologie fluide e nuove ossessioni culturali, il predominio progressista appare sempre più un cliché. Come racconta Andrea Minuz in “Egemonia senza cultura”
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9900027-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9900027-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9900027-small-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9900027-small-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9900027-small-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9900027-small-1200x900.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Diciamolo subito: non c’è più la scuola di sinistra di una volta. Fino a poco fa si denunciava l’oppressione dell’egemonia puntando l’indice sulla scuola pubblica, la grande startup del progetto gramsciano. Fortilizio ideologico, baluardo sindacale, perimetro inviolabile delle coscienze democratiche e antifasciste: la scuola pubblica! Quello era il vero fronte. Quanti libri, articoli, interventi, pamphlet contro ogni tentativo di «aziendalizzazione», contro ogni «alternanza scuola-lavoro», celebrando i maestri di provincia, gli insegnanti solitari che combattono l’abbandono scolastico con la sola forza della passione, in un paesino di montagna, con la neve, la tormenta, le scarpe rotte.</p>
<p>La scuola fucina della critica antiborghese. C’è stato un tempo in cui «in tutti i licei di tutte le scuole d’Italia», ricordava Beniamino Placido, gli studenti sapevano che infilando una citazione di Adorno «gravida di fiero disdegno verso l’industria culturale» avrebbero reso felice il professore e garantito a sé stessi un bel voto. Disprezzare la cultura di massa era sintomo di intelligenza raffinata e acuta. A volte la citazione era proprio quella tratta da Minima Moralia, una condanna sprezzante, senza appello: «Da ogni spettacolo cinematografico mi accorgo di tornare, per quanto mi sorvegli, più stupido e più cattivo». Bene, bravo, ottimo! La netta separazione tra cultura alta e pop rendeva tutto più semplice. Se invece oggi domando a ChatGPT quali riferimenti mi consiglia per fare bella figura nel tema d’attualità, mi risponde: «Pennac, Starnone, Carofiglio, D’Avenia, Cognetti, le poesie di Vecchioni, le conferenze di Barbero, i testi di Brunori Sas e Ariete».</p>
<p>Devo prima di tutto confessare una cosa: e cioè che i discorsi sulla scuola, i dibattiti, le analisi, i saggi, i reality, romanzi e film italiani sulla scuola con Silvio Orlando o Claudio Bisio professori simpatici, insomma tutto – tranne i libri di Claudio Giunta sulla scuola – è per me di una noia spettacolare. Non capisco l’ansia collettiva per le tracce della maturità. Non capisco come le si possa raccontare ogni volta come una faccenda decisiva per il paese (patologia di cui non ho ricordi come studente). Ecco il Grande Scrittore che il giorno della prova di italiano commenta su «Repubblica» le tracce della maturità, poi rievoca il suo esame su Pirandello, Verga, Quasimodo, poi l’irripetibile vacanza estiva che ne seguì, grande metafora della libertà di quegli anni. Se però all’Istruzione c’è un ministro di destra, ecco una coda più lunga: il Grande Scrittore dirà che i temi usciti sono non solo vecchi e retorici ma una vera e propria «arma ideologica», una prova di forza del governo per cementare la sua oscura visione di scuola e società. La fatidica maturità (non l’università) conta qui su un grumo di attese, ansie, aspirazioni, prestigio, come in nessun’altra parte del mondo. Diventare «traccia della maturità» è il nostro Pulitzer. Non serve neanche più morire o essere Umberto Eco: Tomaso Montanari è stato traccia della maturità, Marco Belpoliti è stato traccia della maturità, Vera Gheno è stata traccia della maturità. Al posto dei «venerati maestri» che non ci sono più, dopo «brillante promessa» e «solito stronzo» ecco aspiranti «tracce della maturità», in attesa di essere sorteggiati dal ministero.</p>
<p>Ma adesso siamo in un’altra era. Dentro altre sfide. Le nuove generazioni si allenano al «critical thinking». Basta insegnare il «critical thinking» e avremo studenti che ragionano, che sanno distinguere il vero dal falso, che non si fanno infinocchiare dalle fake news e dai populisti cattivi: basta insegnare la «salute» per non ammalarsi più. Nella scuola c’è ormai di tutto. Sì, certo, la radicalizzazione dello scontro di questi ultimi due anni ha ritirato fuori le grandi figure di un tempo: la maestra con la tessera di Potere al Popolo, la kefiah e la classe di quarta elementare in prima fila al corteo ProPal. Ma ormai non si escludono anche professoresse ultraliberiste, folgorate da basette e occhio azzurro di Milei, con studenti che infilano nei temi citazioni da von Mises, Hayek, Rothbard, un elogio del mercato o dell’ultimo Vargas Llosa marxista pentito, convertito al liberismo, ultrà di Margaret Thatcher.</p>
<p>La scuola «feudo della sinistra» è un cliché con dentro un po’ di verità, come ogni cliché, ma alla prova dei fatti non tiene più come prima. Anche prima, a dire il vero, era poco credibile. Presuppone una regia occulta, una ferrea organizzazione, una rigida selezione dei docenti in funzione del brainwashing cattocomunista, come una versione Cobas della psicopolizia di Orwell. Tutte cose anche volendo irrealizzabili nella scuola pubblica.</p>
<p>Nei discorsi sull’egemonia a scuola si sopravvalutano i docenti e si sottovaluta la resistenza passiva, l’impermeabilità degli studenti a temi, idee, valori, qualsiasi cosa veicolata dai programmi scolastici. Non è certo la scuola che promuove valori veltroniani, semmai è Veltroni che si è modellato su quelli della scuola. Quanto all’appartenenza politica dei docenti, siamo dentro un flusso incontrollabile. Un bacino elettorale fluido e isterico. Sempre in cerca di protezione, come ogni corporazione. Alle ultime elezioni, per dire, Fratelli d’Italia è stato il partito più votato dagli insegnanti. Si sono stupiti in molti, per primi ai piani alti del partito, ma non si capisce perché. Lo statalismo in Italia è una religione trasversale e – questa sì – veramente inclusiva. Si può votare per Giorgia Meloni, magari punendo il vecchio governo che non ha mantenuto le promesse o perché si odia la preside del PD, e promuovere in classe il multiculturalismo, l’accoglienza ai migranti, l’antifascismo militante, le fiabe di Gianni Rodari, perché così dice la Costituzione più bella del mondo. Un conto sono le idee, un altro gli scatti stipendiali.</p>
<p><strong>Non c’è più la professoressa democratica di una volta</strong><br>
La nostra vecchia professoressa di italiano e storia con «la Repubblica» sottobraccio e la «docente-attivista» di oggi (di giorno supplente, di sera nei collettivi) sono ormai un segmento qualunque nel magma di docenti tiktoker, influencer, blogger, YouTuber, podcaster, all’occorrenza onlyfanser per arrotondare.</p>
<p>Oggi la professoressa democratica è una content creator con migliaia di follower. Il registro di classe è un reel su Instagram, hashtag #vitadaprof, in cui spiega Leopardi con gli Incel (vedi supra, Adolescence), l’analisi metrica coi testi di Fedez, fa le versioni di latino e greco con gli stitch, sforna pillole quotidiane e motivational speech a raffica: «Oggi a scuola mi sono arrabbiata molto, vi spiego perché…». Nel mondo dei maestri tiktoker c’è il docente che si punta lo smartphone addosso mentre striglia la classe. C’è quello che corregge i compiti con le emoticon. C’è l’influencer delle elementari che di fronte alle critiche puntualizza: «Io per creare i miei contenuti attingo alla letteratura classica degli anni Settanta e Ottanta sull’insegnamento, leggo Tullio De Mauro, non improvviso certo» (fa i tutorial per le tabelline). Sarà il De Mauro sperimentale che voleva abolire i manuali, smetterla con la nozionistica, superare «lo studio egoistico finalizzato al successo nella società borghese». Tutte cose perfette per TikTok.</p>
<p>Instagram è una risposta concreta al tracollo sociale della figura del docente, agli stipendi miseri, un’ottima alternativa ai sindacati. I docenti possono sfogarsi, recitare le loro poesie «live», promuovere romanzi in self-publishing, fare campagne contro il bullismo sognando un’ospitata da Fazio. Il racconto è sempre lo stesso: «Un giorno un mio alunno mi ha detto: “Prof, perché non carica il video della sua lezione su YouTube?” Non sapevo neanche si potesse fare. Da lì è cambiato tutto». Il fenomeno è sfuggito di mano durante il Covid. Costretti a casa, i docenti hanno familiarizzato coi software di editing, si sono letti Instagram Rules di Jodie Cook, «the essential guide to building brands, business and community», hanno chiesto a figli e nipotini consigli per ottimizzare le performance su TikTok. Il resto l’ha fatto Alessandro Barbero.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.ibs.it/images/9791281946170_0_0_536_0_75.jpg" alt="Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un'ossessione italiana - Minuz, Andrea - Ebook - EPUB3 con Adobe DRM | IBS" width="426" height="632"></p>
<p><a href="https://www.silvioberlusconieditore.it/libri/egemonia-senza-cultura/" target="_blank" rel="noopener"><em>Tratto da “Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana” (Silvio Berlusconi Editore), di Andrea Minuz, 19 euro, 252 pagine.</em></a></p>
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<title>La sconfitta politica di Meloni ha un nome e un cognome, Donald Trump</title>
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Il governo ha subito una batosta pesante che va ben oltre il merito del referendum, e nonostante fino a poco fa la premier sembrasse imbattibile. Lo scenario è cambiato a causa della sua totale subordinazione al picchiatello americano,  proprio mentre tutti quanti si sono resi conto dei danni causati dalla Casa Bianca 
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:03 +0100</pubDate>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="854" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23299601-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23299601-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23299601-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23299601-large-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23299601-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23299601-large-1200x801.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Se è vero, come dicono tutti, che il voto del referendum è stato un voto politico e una bocciatura del governo di Giorgia Meloni, ben più di un semplice No alla pasticciata e residuale separazione delle carriere, allora la Presidente del Consiglio dovrebbe fare una riflessione seria non tanto sulla riformetta offerta agli italiani, ma sulla sua traiettoria politica da qui alla fine della legislatura. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Riavvolgiamo i nastri: da quando è in carica, il governo Meloni ha fatto poco o niente a fronte di tante chiacchiere e parecchi distintivi, motivo per cui il bilancio è certamente deludente per i suoi elettori, ma non catastrofico per i suoi detrattori. L’unico risultato del governo, approvato esibendo una certa arroganza parlamentare, è stato bocciato dal voto popolare di ieri. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Eppure, fino a pochi mesi fa Meloni sembrava invincibile, e le elezioni europee, le varie tornate di voti amministrativi, e i sondaggi (compresi quelli sul referendum) hanno quasi sempre confermato una certa aura di inevitabilità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">C’è, quindi, da chiedersi che cosa sia successo in questi mesi da aver convinto la maggioranza degli italiani a cambiare opinione su di lei, fino a sconfessare in modo così spettacolare l’operato del suo governo. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È successa una cosa semplice: Donald Trump. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Sia pure con colpevole ritardo, negli ultimissimi mesi tutto il mondo (con l’eccezione dei ribaldi giornali della destra italiana) si è finalmente accorto della tragedia che ci è capitata con il secondo mandato di Donald Trump, una catastrofe non solo per gli americani, ma anche per gli europei, e in particolare per noi italiani. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ormai è inconfutabile l’impatto negativo di Trump sulla nostra economia: i dazi punitivi per le imprese del Made in Italy; il diktat sull’aumento delle spese militari per pagare la sicurezza fin qui gentilmente offerta della Nato, le cui nuove risorse sono state trovate sottraendole a ospedali, scuole e pensioni; l’abbandono dell’Ucraina e il sostegno alle mire imperialiste della Russia che ci ha costretto a impegnare altri miliardi di euro per la sicurezza europea; la guerra all’Iran che ha ulteriormente aumentato il costo dell’energia e rallentato l’economia. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Insomma, il quadro è chiaro, addirittura chiarissimo se si aggiungono le follie quotidiane di un anziano signore non esattamente lucidissimo che gioca a fare l’imperatore, che uccide gli americani per strada, che rastrella le città democratiche servendosi di squadracce paramilitari alla caccia di persone con il colore della pelle diverso dal bianco, che lascia spianare impunemente Gaza a Netanyahu, che si fa comprare apertamente da chiunque gli offra denari e servizietti, che fomenta il caos globale aprendo fronti militari contro i nemici e politici contro gli amici, senza alcuna ragione se non il soddisfacimento del suo ego adolescenziale. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tutto questo c’entra con Giorgia Meloni perché Giorgia Meloni è l’unica leader occidentale a non aver preso le distanze da Trump, anzi a considerarlo un grande amico e un grande presidente, anche di fronte alle sue mattane. Meloni è l’unica leader occidentale che ha sostenuto Trump, e che lo continua a sostenere, l’unica che ha abbracciato anche i suoi più improbabili agenti del caos come Elon Musk, al quale fino a poco fa avrebbe voluto addirittura affidare le chiavi della sicurezza nazionale italiana. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per seguire Trump, Meloni fa anche campagna elettorale per il punto di riferimento di Washington in Europa nonché burattino di Vladimir Putin nell’Ue, quel Viktor Orbán che straparla di democrazia illiberale e il cui ministro degli Esteri comunica con il collega russo Sergei Lavrov durante i vertici europei, passandogli informazioni riservate. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La totale subordinazione di Meloni a Trump è evidente, ed è radicata nella tradizione autoritaria della destra italiana, ma è politicamente insensata per un capo di governo di un paese democratico europeo, specie ora che i deliri di onnipotenza trumpiani sono diventati imbarazzanti per gli stessi americani e pericolosi per tutti quanti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Eppure Meloni è rimasta l’unica follower del pazzo americano, nonostante il fallimento del suo surreale tentativo di fare da ponte tra l’Europa e Washington, una manovra che in realtà serviva a nascondere l’asservimento a Trump in cambio di un trattamento di favore che ovviamente non c’è mai stato. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Meloni probabilmente si è accorta da tempo della radioattività di Trump, ma non sa come liberarsene, ammesso che possa e voglia farlo. Ha provato a tergiversare, ha sperato che l’adolescente-in-chief non peggiorasse la situazione, ma quello ha pure scatenato una guerra in Iran senza motivo, senza strategia e senza via d’uscita.<br>
Intanto, in Italia il conto è arrivato.</span></p>
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<title>La sconfitta di Meloni e la fine del riformismo costituzionale</title>
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Certezza e stabilità delle regole sono la base di qualunque democrazia liberale, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:03 +0100</pubDate>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269540-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269540-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269540-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269540-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269540-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24269540-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Come al solito, un minuto dopo la certificazione della sconfitta, tutti ricordano i numerosi precedenti analoghi e si domandano come sia mai potuto venire in mente a Giorgia Meloni di lanciarsi in un simile azzardo. Compresi quelli che l’avevano applaudita e invitata a proseguire sulla stessa strada già imboccata dagli sfortunati predecessori. Ma chissà che non sia davvero la volta buona per liberarci di questa trentennale ossessione del cosiddetto riformismo costituzionale, espressione che in un paese civile dovrebbe essere considerata un ossimoro, essendo la certezza e la stabilità delle regole, e tanto più delle regole fondamentali scritte nella costituzione, la base di qualunque democrazia liberale degna di questo nome.</p>
<p>Non dico che non abbia ragione Christian Rocca (e non solo perché dirige la pregiata testata che pubblica questa newsletter) quando <a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=0%3DEZVdG%26J%3DN%26K%3DCaUX%26w%3DcTdHZ%26H%3DE2RCP_zypw_Ai_Exax_Om_zypw_0nJT5.J6KsG2P29.6Q_zypw_0nOg0d_Exax_OmHa_Exax_Om1ABKnGGQi-NBIqR60i-K2IwL6-OmD2OmL1Ru-RERuN_Exax_Om%26l%3D%26GF%3DX9ZWgA%26RF%3DYHZSgAZQgCcRXA%26F%3D2BEeVBDAUdnd2gif29EbSgDhzBHbzgk8i9xARd0Cy90AVYBhWdAa1ZEBSfBh2XlcPYDZ&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">scrive</a> che Meloni ha pagato la subordinazione a Donald Trump, e il fatto che negli ultimi tempi Trump abbia dimostrato chiaramente di essere Trump: certamente ha pesato anche quello, con la guerra e l’inflazione, ma io penso che sarebbe finita allo stesso modo anche se alla Casa Bianca ci fosse stato ancora Joe Biden e non ci fosse stata nessuna guerra.</p>
<p>Sono trent’anni che gli apprendisti stregoni del maggioritario giustificano ogni stortura del sistema con lo stesso argomento con cui i comunisti di tutti i tempi e di tutte le latitudini hanno sempre giustificato i guasti del socialismo reale: la ricetta è perfetta, è stata solo applicata male (o peggio: non abbastanza).</p>
<p>Questo interminabile dibattito sulle riforme istituzionali è figlio della necessità di adeguarle al cambiamento del sistema elettorale, cioè della consapevolezza che il principale vulnus alla Costituzione è stato inflitto allora, nel 1993, con il maggioritario, che ha alterato proditoriamente tutti gli equilibri, i pesi e i contrappesi previsti dalla nostra carta fondamentale.</p>
<p>Se adesso, finalmente, anche nel circuito degli opinionisti comincia a farsi largo la consapevolezza del fatto che insistere oltre su questa strada non è più possibile, perché saremmo ben oltre i confini dell’accanimento terapeutico, non resta che un ultimo passo: rimettere finalmente le cose a posto con una vera legge proporzionale (senza premi di maggioranza, senza coalizioni precostituite, senza trucchi e senza inganni, ovviamente).</p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Quattordici milioni di “No”</title>
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Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:03 +0100</pubDate>
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<title>Torna il Nameless Festival, con una lineup d’eccezione</title>
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In programma dal 30 maggio al 1° giugno al “Bione” di Lecco, l’evento – di cui Linkiesta Etc è media partner – vedrà esibirsi sul live stage Nerissima Serpe, TonyPitony, Sarah Toscano, Clara e tanti altri
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/nameless-festival-2025-foto-2-francesca-bindajpeg.jpeg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/nameless-festival-2025-foto-2-francesca-bindajpeg.jpeg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/nameless-festival-2025-foto-2-francesca-bindajpeg-300x200.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/nameless-festival-2025-foto-2-francesca-bindajpeg-1024x682.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/nameless-festival-2025-foto-2-francesca-bindajpeg-768x512.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/nameless-festival-2025-foto-2-francesca-bindajpeg-1200x800.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il Nameless Festival ha annunciato la line up completa dell’edizione 2026, in programma dal 30 maggio al 1° giugno al “Bione” di Lecco, nuova sede della manifestazione. Dopo il cambio di location dello scorso anno, il festival torna con una proposta che unisce grandi nomi della scena elettronica internazionale e artisti italiani, distribuiti su tre giornate.</p>
<p>Tra gli <em>headliner</em> ci sono Calvin Harris, atteso sabato 30 maggio, John Summit domenica 31 e Fisher lunedì 1° giugno. Intorno a loro si sviluppa una line up ampia, che attraversa diversi generi: dall’elettronica alla house, fino alla scena urban e pop italiana. Sul live stage sono previsti, tra gli altri, Nerissima Serpe, TonyPitony, Clara e Sarah Toscano.</p>
<p>Il programma di sabato vedrà salire sul palco, oltre a Calvin Harris, artisti come Sonny Fodera, Andy C, Hybrid Minds e Netsky, insieme a una lunga serie di dj e producer emergenti. Domenica sarà invece guidata da John Summit, affiancato da nomi come Pendulum (che terrà un dj set), Mousse T., Todd Terry e The Shapeshifters, oltre a TonyPitony e ad altri protagonisti della scena italiana. La chiusura di lunedì sarà affidata a Fisher, con una line up che include tra gli altri Chris Lorenzo, SVDDEN DEATH, Nic Fanciulli e Merk & Kremont, oltre ai live di Clara e Sarah Toscano.</p>
<p>Rinnovata anche per il 2026 la collaborazione con Defected e Glitterbox, che avranno un palco dedicato con artisti e produzioni sceniche specifiche. Torna inoltre “Less Names”, il format introdotto lo scorso anno che prevede la presenza di un artista a sorpresa ogni giorno sul main stage.</p>
<p>L’edizione 2026 punta anche a migliorare l’esperienza del pubblico con alcune novità organizzative, tra cui l’eliminazione del sistema dei token e la distribuzione gratuita di acqua. Il festival si svolgerà nella nuova area del Bione, a Lecco, pensata per accogliere un pubblico sempre più ampio.</p>
<p>Ad anticipare il festival sarà la Lake Como Music Week, in programma dal 26 maggio al 1° giugno: una serie di eventi diffusi tra concerti, <em>showcase</em> e incontri, organizzati sul territorio lecchese e nell’area del Lago di Como.</p>
<p>I biglietti per il Nameless Festival 2026 sono disponibili online sul sito ufficiale: <a href="https://namelessfestival.it/" target="_blank" rel="noopener">https://namelessfestival.it</a></p>
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<title>Il ritorno dello Stato in Telecom smentisce trent’anni di privatizzazioni ideologiche</title>
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<description><![CDATA[ 
Mentre la politica torna a dividersi come ai tempi della Seconda Repubblica riaffiorano anche le contraddizioni di una stagione politica. Senza fare i conti con quel periodo, la sinistra resta intrappolata tra vecchi errori e nuove scorciatoie
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>ritorno, dello, Stato, Telecom, smentisce, trent’anni, privatizzazioni, ideologiche</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22295185-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22295185-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22295185-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22295185-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22295185-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22295185-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il fatto che negli stessi giorni in cui l’Italia tornava a dividersi sulle riforme costituzionali e sul rapporto tra politica e giustizia, come se fossimo ancora ai tempi della Bicamerale D’Alema, le Poste annunciavano l’intenzione di ricomprarsi quel che rimane di Telecom, privatizzata ai tempi del primo governo Prodi, non dimostra solo che è sempre il giorno della Marmotta.</p>
<p>Dimostra anche e forse soprattutto quanti danni abbia fatto all’Italia e alla sinistra l’ideologia degli anni novanta, della Seconda Repubblica, di quello che chiamerei il riformismo a prescindere: dalle riforme istituzionali (vedi sotto) a quelle economiche e sociali.</p>
<p>E penso che il primo leader riformista capace di avviare una seria riflessione autocritica su quella stagione e sui suoi schematismi senza cadere nel populismo rossobruno e nel neoassistenzialismo paragrillino (in stile superbonus), lui sì, sarà il leader capace di accendere una nuova speranza, nella sinistra e nel paese. Chissà se riuscirò a vederlo prima di morire di vecchiaia.</p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Il rinculo di Trump in Iran</title>
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Enrico Cisnetto dialoga con Riccardo Alcaro, Claudio Bertolotti e Mario Del Pero
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<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 01:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>rinculo, Trump, Iran</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sajad-nori-rg41gps2fki-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sajad-nori-rg41gps2fki-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sajad-nori-rg41gps2fki-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sajad-nori-rg41gps2fki-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sajad-nori-rg41gps2fki-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sajad-nori-rg41gps2fki-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p></p>
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<title>Serenissima estate a bordo di un veliero.  L’Adriatico WOW di Royal Clipper parte da Venezia</title>
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<description><![CDATA[ Una ricca programmazione per il veliero Royal Clipper, che avrà Venezia come porto di base alla scoperta delle località-gioiello dell’Adriatico.
Dal fiordo di Kotor, fino alle isole dalmate e all’Istria croata, passando per le Marche e la Puglia ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 23:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Serenissima, estate, bordo, veliero., L’Adriatico, WOW, Royal, Clipper, parte, Venezia</media:keywords>
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Dal fiordo di Kotor, fino alle isole dalmate e all’Istria croata, passando per le Marche e la Puglia]]> </content:encoded>
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<title>Tumore al seno, il Sud fa rete: nasce il primo modello interregionale di cura</title>
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<description><![CDATA[ Curarsi senza lasciare la propria regione. Per migliaia di donne del Sud affette da tumore al seno potrebbe presto diventare una realtà. Dalla Basilicata, Campania e Puglia parte, infatti, un nuovo modello di collaborazione sanitaria che punta a ridurre le disuguaglianze territoriali e la migrazione sanitaria, garantendo percorsi di cura più equi e vicini alle pazienti ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 23:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Tumore, seno, Sud, rete:, nasce, primo, modello, interregionale, cura</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="85" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Untitled-2-copy-2-37-150x85.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Curarsi senza lasciare la propria regione. Per migliaia di donne del Sud affette da tumore al seno potrebbe presto diventare una realtà. Dalla Basilicata, Campania e Puglia parte, infatti, un nuovo modello di collaborazione sanitaria che punta a ridurre le disuguaglianze territoriali e la migrazione sanitaria, garantendo percorsi di cura più equi e vicini alle pazienti]]> </content:encoded>
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<title>Exeltis cresce e debutta nel settore neurologico</title>
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<description><![CDATA[ Exeltis, azienda leader nel settore della ginecologia, rinomata per il suo impegno nell&#039;offrire soluzioni terapeutiche innovative, annuncia un nuovo importante capitolo nella sua crescita: il suo ingresso ufficiale nel campo della neurologia ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 23:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Exeltis, cresce, debutta, nel, settore, neurologico</media:keywords>
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<title>La Settimana Santa in Sicilia tra riti secolari,  processioni e sapori identitari:  un itinerario che attraversa l’Isola tra sacralità e festa</title>
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<description><![CDATA[ In Sicilia la Pasqua è una tradizione viva: le strade diventano teatro, le comunità si riconoscono nei propri riti e la devozione si intreccia con musica, artigianato e gesti antichi. Come ricorda Leonardo Sciascia, «non c’è paese, in Sicilia, in cui la Passione di Cristo non riviva», in un incontro continuo tra sacro e profano che rende la Settimana Santa un’esperienza intensa e coinvolgente per residenti e visitatori ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 23:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Settimana, Santa, Sicilia, tra, riti, secolari, processioni, sapori, identitari:, itinerario, che, attraversa, l’Isola, tra, sacralità, festa</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/san_fratello_settimana-santa-festa-dei-giudei-04Archivio-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">In Sicilia la Pasqua è una tradizione viva: le strade diventano teatro, le comunità si riconoscono nei propri riti e la devozione si intreccia con musica, artigianato e gesti antichi. Come ricorda Leonardo Sciascia, «non c’è paese, in Sicilia, in cui la Passione di Cristo non riviva», in un incontro continuo tra sacro e profano che rende la Settimana Santa un’esperienza intensa e coinvolgente per residenti e visitatori]]> </content:encoded>
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<title>La visione di Kilian Jornet prende forma nella nuova capsule collection JULBO</title>
<link>https://www.eventi.news/la-visione-di-kilian-jornet-prende-forma-nella-nuova-capsule-collection-julbo</link>
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<description><![CDATA[ Dopo l’annuncio della partnership ufficiale avvenuto all’inizio dell’anno, Julbo e Kilian Jornet, atleta di fama mondiale del trail running e del mondo dell’outdoor, svelano oggi la loro prima collaborazione esclusiva: la Kilian Jornet Series ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 23:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/CP-Kilian-Jornet-IT-4-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Dopo l’annuncio della partnership ufficiale avvenuto all’inizio dell’anno, Julbo e Kilian Jornet, atleta di fama mondiale del trail running e del mondo dell’outdoor, svelano oggi la loro prima collaborazione esclusiva: la Kilian Jornet Series]]> </content:encoded>
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<title>WINGSTOP debutta a Milano: oltre 35.000 persone coinvolte e 175.000 alette distribuite</title>
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<description><![CDATA[ Dal pop-up al delivery, Wingstop si presenta al pubblico italiano con i suoi flavor iconici ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 23:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Acqua Dolomia e Jasmine Paolini incontrano il pubblico allo Sporting Life Center di Breda di Piave</title>
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<description><![CDATA[ La tennista ambassador del brand incontrerà la comunità locale in un momento di condivisione dedicato ai valori di benessere, energia e passione per lo sport ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 23:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Nasce Manifesto tra Coldiretti, Filiera Italia e Pediatri per garantire cibo sano nelle mense scolastiche e negli asili nido</title>
<link>https://www.eventi.news/nasce-manifesto-tra-coldiretti-filiera-italia-e-pediatri-per-garantire-cibo-sano-nelle-mense-scolastiche-e-negli-asili-nido</link>
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<description><![CDATA[ Sono 1,9 mln gli alunni che mangiano a scuola, l’83% degli italiani chiede di vietare per legge la presenza di cibi ultra-formulati nei menù ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 23:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Screenshot-1-9-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Sono 1,9 mln gli alunni che mangiano a scuola, l’83% degli italiani chiede di vietare per legge la presenza di cibi ultra-formulati nei menù]]> </content:encoded>
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<title>“CONOSCERE E CURARE IL CUORE” 2026. La cardiologia che cambia: nuove frontiere tra diagnosi, terapia e prevenzione</title>
<link>https://www.eventi.news/conoscere-e-curare-il-cuore-2026-la-cardiologia-che-cambia-nuove-frontiere-tra-diagnosi-terapia-e-prevenzione</link>
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<description><![CDATA[ Alla Fortezza da Basso di Firenze si è conclusa la 43ª edizione di “Conoscere e Curare il Cuore”, uno degli appuntamenti annuali più rilevanti nel panorama cardiologico italiano. Al centro dell’edizione 2026, il tema “La cardiologia che cambia: nuove frontiere tra diagnosi, terapia e prevenzione”, che ha guidato il dialogo sulle evoluzioni più recenti del settore ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 23:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>“CONOSCERE, CURARE, CUORE”, 2026., cardiologia, che, cambia:, nuove, frontiere, tra, diagnosi, terapia, prevenzione</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="76" height="140" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/images-copy.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Alla Fortezza da Basso di Firenze si è conclusa la 43ª edizione di “Conoscere e Curare il Cuore”, uno degli appuntamenti annuali più rilevanti nel panorama cardiologico italiano. Al centro dell’edizione 2026, il tema “La cardiologia che cambia: nuove frontiere tra diagnosi, terapia e prevenzione”, che ha guidato il dialogo sulle evoluzioni più recenti del settore]]> </content:encoded>
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<title>Maculopatie, verso un modello di presa in carico e cura più omogeneo: 5 priorità presentate in conferenza stampa alla Camera dei Deputati</title>
<link>https://www.eventi.news/maculopatie-verso-un-modello-di-presa-in-carico-e-cura-piu-omogeneo-5-priorita-presentate-in-conferenza-stampa-alla-camera-dei-deputati</link>
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<description><![CDATA[ Sandoz promuove un position paper con clinici e associazioni pazienti, per ampliare accesso a cure efficaci e sostenibili.
Cinque priorità operative presentate in conferenza stampa alla Camera per rafforzare prevenzione, diagnosi e modelli organizzativi efficienti su territorio nazionale.
Impatto delle maculopatie in crescita sul Sistema Sanitario Nazionale: nuove opportunità di gestione più sostenibile grazie ai biosimilari. ]]></description>
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<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 23:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Maculopatie, verso, modello, presa, carico, cura, più, omogeneo:, priorità, presentate, conferenza, stampa, alla, Camera, dei, Deputati</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Untitled-2-copy-2-40-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Sandoz promuove un position paper con clinici e associazioni pazienti, per ampliare accesso a cure efficaci e sostenibili.
Cinque priorità operative presentate in conferenza stampa alla Camera per rafforzare prevenzione, diagnosi e modelli organizzativi efficienti su territorio nazionale.
Impatto delle maculopatie in crescita sul Sistema Sanitario Nazionale: nuove opportunità di gestione più sostenibile grazie ai biosimilari.]]> </content:encoded>
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<title>L’affluenza al referendum sulla giustizia va oltre le attese, e la partita è ancora aperta</title>
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Quasi metà degli aventi diritto ha votato nella prima giornata, superando i precedenti di consultazioni simili. Il dato finale sarà decisivo per leggere il significato politico del risultato
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>L’affluenza, referendum, sulla, giustizia, oltre, attese, partita, ancora, aperta</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24266711-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24266711-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24266711-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24266711-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24266711-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24266711-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Nella prima giornata di voto per il referendum sulla riforma della giustizia ha votato il 46,07 per cento degli aventi diritto, pari a circa ventuno milioni di persone. I seggi hanno chiuso domenica alle 23 e hanno riaperto le porte ai cittadini stamattina alle 7, per poi chiudere definitivamente alle 15. Solo allora si conoscerà il dato finale sull’affluenza.</p>
<p>Si tratta di un dato significativo, perché nei referendum costituzionali – a differenza di quelli abrogativi – non è previsto un quorum: la riforma entrerà in vigore se prevarranno i voti favorevoli, indipendentemente dal numero complessivo dei votanti. L’affluenza resta però un indicatore importante per interpretare il risultato. Nelle settimane precedenti, diversi sondaggi avevano suggerito che una partecipazione più alta avrebbe potuto favorire il “Sì”, mentre una più bassa avrebbe avvantaggiato il “No”.</p>
<p>Il livello di partecipazione registrato domenica è superiore a quello di altri referendum costituzionali votati su due giorni. Nel 2020, per il taglio del numero dei parlamentari, alla stessa ora aveva votato il 39,37 per cento degli elettori; nel 2006, per la riforma del Titolo V, circa il trentacinque per cento. Più difficile il confronto con il referendum del 2016 sulla riforma costituzionale proposta dal governo Renzi, quando si votava in un solo giorno e l’affluenza finale superò il sessantacinque per cento.</p>
<p>Anche per questo diversi commentatori hanno parlato di un dato oltre le attese. «Oltre ogni aspettativa», scrive Repubblica. Il quotidiano evidenzia inoltre una forte differenza territoriale: «fanno da traino le regioni del Nord», mentre «più in affanno» risulta la partecipazione nel Sud, pur con dati in crescita rispetto ad altre consultazioni recenti.</p>
<p>La distribuzione geografica del voto conferma questa tendenza. Le regioni con l’affluenza più alta sono Emilia-Romagna, Toscana e Lombardia, mentre i livelli più bassi si registrano in Sicilia, Calabria e Campania. In alcune grandi città del Centro-Nord la partecipazione ha già superato o sfiorato il cinquanta per cento.</p>
<p>Anche il Corriere della Sera parla di un dato rilevante, definendolo «un record» se confrontato con altri referendum costituzionali votati in due giorni. Il quotidiano ricorda però che il confronto complessivo resta complesso, perché le diverse consultazioni si sono svolte con modalità differenti e in contesti politici non sovrapponibili.</p>
<p>Il voto prosegue quindi in un quadro di partecipazione relativamente alta, soprattutto se paragonata ad altre consultazioni recenti. Alle elezioni europee del 2024, per esempio, aveva votato meno della metà degli aventi diritto, mentre i referendum abrogativi più recenti si sono fermati ben sotto il cinquanta per cento.</p>
<p>Il dato finale dell’affluenza, che arriverà nel pomeriggio di lunedì, sarà decisivo per capire la portata politica del risultato. Più ancora dell’esito tra Sì e No, sarà infatti la partecipazione a indicare quanto questo referendum sulla giustizia sia riuscito a mobilitare l’elettorato in un momento in cui, negli ultimi anni, il ricorso alle urne è stato spesso segnato da una crescente disaffezione.</p>
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<title>Il Senatùr e ’O ministro, eterne maschere di un’Italia immobile</title>
<link>https://www.eventi.news/il-senatur-e-o-ministro-eterne-maschere-di-unitalia-immobile</link>
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Loro ormai non ci sono più, ma noi siamo ancora qui a discutere della politicizzazione dei pm e dell’irriformabilità della politica, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Senatùr, ’O, ministro, eterne, maschere, un’Italia, immobile</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/5219528-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/5219528-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/5219528-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/5219528-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/5219528-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/5219528-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Sono morti a distanza di pochi giorni, tra giovedì e sabato, giusto alla vigilia del referendum sulla giustizia, Umberto Bossi e Paolo Cirino Pomicino: il fondatore della Lega e l’ultimo degli andreottiani. «Il Senatùr» e «’o Ministro». Il leader del partito che più di ogni altro seppe anticipare e beneficiare del terremoto politico-giudiziario innescato dall’inchiesta Mani Pulite, arrivando fino a sventolare un cappio in parlamento, in nome della secessione territoriale e della rivolta fiscale del nord produttivo contro il sud assistito, e il ministro simbolo dell’assistenzialismo e del clientelismo democristiano. Due maschere perfette, del tutto speculari e pienamente rappresentative di una stagione, quella compresa tra la tragica fine della Prima Repubblica e la farsesca gestazione della Seconda, da cui, come testimonia la campagna referendaria appena conclusa, non siamo mai usciti e non sembriamo destinati a uscire nemmeno nel prevedibile futuro. Persino un fenomeno apparentemente epocale come il berlusconismo, capace di dominare la politica e il discorso pubblico per quasi un trentennio, adesso lo vediamo con chiarezza, non ci ha spostato di un millimetro da dove ci aveva trovato, già immersi in un dibattito ipocrita e fuorviante, fanatico e insensato, che ogni giorno occulta l’inarrestabile declino del paese dietro lo scontro tra politica e giustizia, vecchio e nuovo, partiti e società civile.</p>
<p>Se la salute e l’avanzare degli anni non lo avesse impedito, Bossi e Pomicino avrebbero potuto continuare a recitare i loro rispettivi ruoli ancora per chissà quanti anni, nell’immutabile copione dell’eterna stagnazione italiana. Loro ormai non ci sono più, ma noi siamo ancora qui a discutere della politicizzazione della magistratura e del suo esorbitante protagonismo da un lato, dall’altro dell’impunità e dell’irriformabilità del sistema politico. E non c’è esito del referendum che cambierà questo deprimente stato di cose.</p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Parigi resta alla sinistra mentre la destra avanza fuori dai grandi centri</title>
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La vittoria del candidato socialista Grégoire alle amministrative conferma il profilo progressista della capitale. Ma il voto nei comuni di medie dimensioni mostra una geografia politica sempre più polarizzata in Francia
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Parigi, resta, alla, sinistra, mentre, destra, avanza, fuori, dai, grandi, centri</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24268338-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24268338-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24268338-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24268338-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24268338-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24268338-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Domenica sera, dopo una giornata elettorale lunghissima, davanti alla Rotonde Stalingrad nel nord-est di Parigi, i sostenitori della sinistra erano già in festa prima ancora dei risultati definitivi. Sugli schermi compariva il nome di Emmanuel Grégoire, in netto vantaggio sulla candidata della destra Rachida Dati. Quel margine si è poi confermato: Grégoire ha vinto le elezioni municipali con il 50,52 per cento dei voti, segnando la più ampia vittoria della sinistra nella capitale francese dal 2001.</p>
<p>Nel suo primo discorso da sindaco, Grégoire ha rivendicato il significato politico del risultato: «Parigi ha deciso di restare fedele alla sua storia», parlando della «vittoria di una certa idea di Parigi, una Parigi vibrante, progressista, popolare, una Parigi per tutti». E ha aggiunto un messaggio più esplicito: «Parigi non è e non sarà mai una città di estrema destra».</p>
<p>La sconfitta è stata netta per Dati, ferma al 41,52 per cento. La candidata dei Républicains, già ministra della Cultura nel governo di Gabriel Attal e sostenuta da un’alleanza che includeva anche forze centriste, ha ammesso di non essere riuscita a convincere gli elettori: «Non sono riuscita a convincere abbastanza persone che il cambiamento non fosse solo possibile, ma soprattutto necessario». Allo stesso tempo ha denunciato una campagna elettorale segnata, a suo dire, da «attacchi infondati, vergognosi e inaccettabili».</p>
<p>Il risultato è particolarmente significativo perché arriva al termine di una campagna complessa. La destra si era presentata unita, cercando di allargare il consenso dal centro fino all’area più radicale. Dati, forte anche di una maggiore notorietà personale, sembrava partire in vantaggio dopo il primo turno. Ma, come <a href="https://www.lemonde.fr/en/politics/article/2026/03/23/paris-municipal-elections-emmanuel-gregoire-and-the-united-left-achieve-a-resounding-victory_6751716_5.html" target="_blank" rel="noopener">osserva Le Monde</a>, «le urne non seguono mai una logica matematica» e i trasferimenti di voto non si sono verificati come previsto.</p>
<p>Grégoire ha così vinto non solo contro la destra, ma anche in un contesto difficile per la sinistra. L’alleanza che lo sosteneva escludeva La France Insoumise, che ha deciso di correre da sola con la candidata Sophia Chikirou. Una scelta che avrebbe potuto indebolire il fronte progressista, ma che non ha impedito la vittoria. Anzi, il risultato dimostra che la sinistra è riuscita a imporsi anche senza un fronte completamente unito.</p>
<p>La stessa Chikirou ha rivendicato comunque un risultato politico per il suo partito: «Da ora in poi ci siamo, i circoli chiusi sono finiti, il popolo entra nelle assemblee parigine», ha detto, sottolineando l’ingresso di LFI nel Consiglio di Parigi.</p>
<p>La vittoria di Grégoire è arrivata anche dopo tensioni interne al Partito socialista. La sindaca uscente Anne Hidalgo, inizialmente fredda nei suoi confronti, lo ha sostenuto solo nella fase finale della campagna. Domenica sera i due si sono incontrati davanti all’Hôtel de Ville, in un’immagine che fino a poche settimane prima sembrava improbabile. Hidalgo ha salutato il suo successore parlando di «un’immensa gioia» nel passaggio di consegne.</p>
<p>Per Dati, invece, la sconfitta ha avuto un peso politico ancora maggiore perché maturata dopo una lunga campagna costruita proprio sull’idea di cambiamento. Una strategia che non ha funzionato fino in fondo, anche per le divisioni interne al suo schieramento. Alcuni esponenti della destra, secondo Le Monde, si sono detti «disgustati» dalla campagna e «preoccupati» per le sue possibili conseguenze.</p>
<p>Un altro elemento che ha inciso è stata la riforma del sistema elettorale locale, voluta dalla stessa Dati nei mesi precedenti. Pensata per rafforzare le sue possibilità di vittoria, si è rivelata invece controproducente. Come ha osservato il dirigente comunista Ian Brossat, «l’elezione si è trasformata in un referendum su di lei», accentuando la polarizzazione attorno alla sua figura.</p>
<p>Il risultato finale conferma così una tendenza ormai consolidata: Parigi resta una città saldamente orientata a sinistra. Ma segna anche qualcosa di più, cioè la capacità di una coalizione progressista di vincere nonostante divisioni interne e un avversario politicamente competitivo. Un dato che, al di là del contesto locale, potrebbe avere effetti anche sul quadro politico nazionale.</p>
<p>Se nella capitale la sinistra ha ottenuto una vittoria netta, il quadro nazionale è più articolato. I Républicains non sono riusciti a conquistare le grandi città – oltre alla sconfitta nella capitale, ha perso anche a Lione e Nantes – <a href="https://www.lemonde.fr/en/politics/article/2026/03/23/les-republicains-claim-symbolic-victories-over-the-left-in-municipal-elections-but-struggle-in-france-s-largest-cities_6751712_5.html" target="_blank" rel="noopener">ma hanno ottenuto risultati significativi</a> in diversi centri medi. Città come Brest, Clermont-Ferrand e Besançon, tradizionalmente orientate a sinistra, sono passate alla destra, anche grazie alla mobilitazione contro le alleanze tra socialisti e sinistra radicale.</p>
<p>Il leader del partito, Bruno Retailleau, ha rivendicato il risultato parlando di una vittoria complessiva: «La battaglia è stata vinta», sostenendo che i Républicains restano «la principale forza politica locale in Francia». Allo stesso tempo, però, le difficoltà nelle grandi aree urbane restano evidenti. Come ha ammesso lo stesso partito, sarà necessario ripensare «come raggiungere gli elettori urbani».</p>
<p>Le elezioni municipali francesi confermano così una tendenza già visibile negli ultimi anni: una sinistra ancora forte nelle grandi città e una destra competitiva soprattutto nei centri di dimensioni medie. Un equilibrio che potrebbe pesare anche in vista delle prossime scadenze politiche nazionali.</p>
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<title>Una botta di affluenza al referendum</title>
<link>https://www.eventi.news/una-botta-di-affluenza-al-referendum</link>
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Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="1080" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-6.jpeg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-6.jpeg 1080w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-6-300x300.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-6-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-6-150x150.jpeg 150w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-6-768x768.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px"></p><p></p>
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<title>La grande stagione estiva pugliese si apre al Raffo Parco Gondar di Gallipoli</title>
<link>https://www.eventi.news/la-grande-stagione-estiva-pugliese-si-apre-al-raffo-parco-gondar-di-gallipoli</link>
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<description><![CDATA[ 
Lunedì 6 aprile c’è la dodicesima edizione del festival che è diventato uno degli eventi più riconoscibili della primavera musicale nel Sud Italia. TonyPitony, Ozuna, Sfera Ebbasta e Blanco invece sono i primi nomi per l’estate 2026
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>grande, stagione, estiva, pugliese, apre, Raffo, Parco, Gondar, Gallipoli</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1152" height="768" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pasquetta-parco-gondar-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pasquetta-parco-gondar-1.jpg 1152w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pasquetta-parco-gondar-1-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pasquetta-parco-gondar-1-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pasquetta-parco-gondar-1-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1152px) 100vw, 1152px"></p><p>Con la Pasquetta, in Puglia, si apre ufficialmente la stagione dei grandi eventi estivi. Anche quest’anno il primo appuntamento è al Raffo Parco Gondar di Gallipoli, che lunedì 6 aprile ospita la dodicesima edizione del suo festival di Pasquetta, diventato negli anni uno degli eventi più riconoscibili della primavera musicale nel Sud Italia.</p>
<p>La giornata si sviluppa come una vera e propria maratona di musica e intrattenimento: oltre 200 artisti distribuiti su otto palchi, tra live e dj set, per circa 15 ore consecutive. Tra i nomi annunciati ci sono Sud Sound System, Welo, Le One, Young Hash, insieme a Niccolò Torielli e Tekemaya, che guideranno parte della programmazione sul palco principale.</p>
<p>L’offerta musicale è ampia e attraversa generi diversi: dall’elettronica alla techno, dal reggae alla trap, fino al reggaeton e alla musica italiana e internazionale. Ogni palco propone una line-up distinta, pensata per pubblici e gusti differenti. Accanto agli stage principali, come la Pineta o l’Hangar dedicato alla techno, trovano spazio anche aree più specifiche, come quella reggae in stile dancehall o quella dedicata alla musica indipendente.</p>
<p>Il festival, però, non è solo musica. L’evento è costruito come una giornata aperta anche a famiglie e gruppi di amici, con spazi dedicati ai bambini – tra spettacoli di magia e circo – e aree pensate per il tempo libero. Sono previsti campi per attività sportive, zone relax con yoga e massaggi, spettacoli di artisti di strada e un’area picnic immersa nel verde.</p>
<p>Particolare attenzione è riservata anche all’offerta gastronomica. All’interno del parco saranno presenti numerosi food truck con proposte molto varie, dalla cucina tipica salentina allo street food internazionale, con opzioni che vanno dalla carne alla brace al sushi, fino a soluzioni vegetariane e vegane. Resta comunque la possibilità di portare il pranzo da casa, mantenendo uno degli aspetti più tradizionali della Pasquetta.</p>
<p>L’appuntamento del 6 aprile rappresenta, come ogni anno, l’avvio della stagione del Raffo Parco Gondar, una delle principali location per eventi live del Sud Italia, con un’area di circa 50mila metri quadrati. La programmazione estiva proseguirà nei mesi successivi con concerti e festival che coprono diversi generi musicali.</p>
<p>Tra i primi nomi annunciati per l’estate 2026 ci sono Ozuna, Blanco, Sfera Ebbasta e Tony Pitony, a cui si aggiungono artisti come Anuel AA, Gemitaiz, Frah Quintale e Mace. Una line-up che conferma l’impostazione degli ultimi anni, con un cartellone che alterna pop, rap, reggaeton ed elettronica.</p>
<p>Accanto alla musica, il calendario includerà anche eventi sportivi e iniziative legate al fitness, come l’Apulia Sport Convention, prevista a giugno, che porterà a Gallipoli allenatori, istruttori e ospiti dal mondo dello sport. Un programma ampio, che prova a trasformare il parco in uno spazio multifunzionale, capace di intercettare pubblici diversi per tutta la stagione estiva.</p>
<p>Ticket online su Vivaticket: <a href="https://www.vivaticket.com/it/ticket/festival-di-pasquetta-2026/297366" target="_blank" rel="noopener"><em>https://www.vivaticket.com/it/ticket/festival-di-pasquetta-2026/297366</em></a><br>
Infoline: +39 327 82 15 783</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/puglia-raffo-parco-gondar-gallipoli/">La grande stagione estiva pugliese si apre al Raffo Parco Gondar di Gallipoli</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il ristorante di Delmastro, e il garantismo selettivo della destra</title>
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Il sottosegretario alla Giustizia era in società con una ragazza di diciotto anni, figlia di un prestanome della camorra. Meloni dice che non c’è ragione di chiederne le dimissioni. Ma cos’avrebbe fatto se si fosse trattato di un avversario politico?
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24073130-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24073130-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24073130-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24073130-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24073130-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24073130-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Ricapitoliamo. Stando a quanto rivelato dal Fatto quotidiano, il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, era in società con una ragazza di diciotto anni, figlia di un prestanome della camorra. Una ragazza prodigio, evidentemente, se all’età in cui i suoi amici si impegnavano a prendere il diploma o al massimo la patente lei era già amministratore unico della Srl «Le 5 Forchette».</p>
<p>Comunque sia, Delmastro ha ceduto le sue quote a fine febbraio e Giorgia Meloni ha detto che è stato semplicemente «leggero», motivo per cui non c’è ragione di chiederne le dimissioni, che naturalmente è esattamente quello che avrebbe detto se si fosse trattato di un avversario politico o dell’esponente di un altro governo, considerate le sue ferree convinzioni garantiste, o no? No.</p>
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<title>FontinaMi arriva a Courmayeur</title>
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L’evento dedicato alla Fontina Dop esce da Milano e debutta in Valle d’Aosta. Undici locali coinvolti e piatti fuori menu che incrociano cucina lombarda e alpina
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ricardo-frantz-lshsvaalmuq-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ricardo-frantz-lshsvaalmuq-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ricardo-frantz-lshsvaalmuq-unsplash-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ricardo-frantz-lshsvaalmuq-unsplash-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ricardo-frantz-lshsvaalmuq-unsplash-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ricardo-frantz-lshsvaalmuq-unsplash-1200x900.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s2">Come rendere cool un formaggio a latte crudo prodotto esclusivamente in Valle d’Aosta, ottenuto da latte intero e caratterizzato da una pasta morbida e fondente? Con eventi che mescolino il formaggio con il territorio, partendo da Milano e arrivando nelle sue zone di origine. FontinaMi, il format che ha portato la <a href="https://www.fontina-dop.it/" target="_blank" rel="noopener">Fontina Dop</a> in città, dopo cinque edizioni milanesi si sposta per la prima volta fuori città e approda a Courmayeur coinvolgendo dieci ristoranti e un rifugio.<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Il meccanismo resta invariato. Ogni locale propone un piatto fuori menu a base di Fontina Dop e lo accompagna con un amuse-bouche dedicato. Cambia invece il contesto, che qui non è più quello urbano ma quello di origine del prodotto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Questo formaggio è tradizionalmente usato in cucina soprattutto per la capacità di sciogliersi e legare gli ingredienti, come nelle fondute. </span><span class="s2">L’edizione di Courmayeur lavora sul confronto tra due tradizioni: da una parte piatti lombardi riconoscibili, come risotto allo zafferano, cotoletta e cassoeula. Dall’altra ingredienti e preparazioni tipiche valdostane, tra cui mocetta, prosciutto di Saint-Oyen e zafferano di Morgex. Il risultato sono interpretazioni ibride, costruite su tecniche note ma con materie prime diverse.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A inizio marzo il progetto si è tradotto anche <a href="https://www.fontina-dop.it/fontinami-courmayeur/" target="_blank" rel="noopener">in un percorso sul campo</a>. Il soggiorno all’Hotel Berthod, in posizione centrale vicino alla via pedonale e agli impianti, ha fatto da base a una sequenza di tappe nei locali coinvolti. All’Auberge de la Maison, Nicola Ricciardi ha lavorato su un riso allo zafferano di Morgex al salto con fonduta, mentre da 4810 Alessandro Chighine ha proposto una guancia di maialino glassata su cassoeula con Fontina. Il giorno successivo, al Pierre Alexis, gestione familiare guidata da Stefano Marchetto, la masterclass ha mostrato nel dettaglio la costruzione del piatto, una spuma di Fontina con castagne e miele allo zafferano. A Les Jorasses, Alessio Cascino ha invece tradotto il tema in una sequenza di assaggi che rileggono la cucina milanese. La chiusura è passata dalla visita con degustazione guidata alle Cave Mont Blanc, con vigneti fino a 1200 metri, e dal pranzo alla Chaumière, dove la cassoeula è diventata risotto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">L’operazione ha una doppia funzione: da un lato valorizza un prodotto Dop attraverso la ristorazione. Dall’altro testa la possibilità di rendere replicabile un format nato in città, adattandolo a un territorio con una forte identità gastronomica. “FontinaMi on Tour – Courmayeur”, promosso dal Consorzio Produttori e Tutela della DOP Fontina, in collaborazione con Courmayeur Mont Blanc, testimonia ancora una volta l’impegno del Consorzio nella valorizzazione di un prodotto caseario “Made in Italy” come la Fontina DOP, la cui estrema versatilità, amata dai grandi chef, ben si presta ad abbinamenti più inconsueti per creare piatti ricercati e gustosi, anche a casa. </span><span class="s2">Il prossimo appuntamento è già previsto a Milano in autunno, e la Fontina Dop tornerà a farsi bella in città.</span></p>
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<title>L’Europa, l’Ucraina e la libertà di pensiero</title>
<link>https://www.eventi.news/leuropa-lucraina-e-la-liberta-di-pensiero</link>
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<description><![CDATA[ 
Un incontro promosso da Parlamento e Commissione europea porta a Milano attivisti e testimonianze dai regimi illiberali. Un confronto su diritti, guerra e democrazia: appuntamento giovedì 26 marzo, dalle 9.30 alle 13.30, al Palazzo delle Stelline (Sala Pirelli) in Corso Magenta 59
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>L’Europa, l’Ucraina, libertà, pensiero</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/marek-studzinski-mszy5l2qs1g-unsplash-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/marek-studzinski-mszy5l2qs1g-unsplash-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/marek-studzinski-mszy5l2qs1g-unsplash-1-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/marek-studzinski-mszy5l2qs1g-unsplash-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/marek-studzinski-mszy5l2qs1g-unsplash-1-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/marek-studzinski-mszy5l2qs1g-unsplash-1-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Europa, Ucraina e libertà di pensiero saranno al centro di un incontro pubblico promosso a Milano dalle istituzioni europee. L’iniziativa è organizzata dall’ufficio del Parlamento europeo a Milano e dalla Rappresentanza della Commissione europea e si inserisce nel quadro delle attività dedicate alla difesa delle democrazie, delle società aperte e dei dissidenti nei regimi illiberali. <a href="https://ec.europa.eu/eusurvey/runner/UcrainaEuropaLibertaPensiero" target="_blank" rel="noopener">L’appuntamento è per giovedì 26 marzo, dalle 9.30 alle 13.30, al Palazzo delle Stelline, nella Sala Pirelli, in Corso Magenta 59.</a></p>
<p>All’incontro parteciperanno rappresentanti delle istituzioni europee e locali. Sono previsti, tra gli altri, gli interventi con un videomessaggio della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno e del vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto, insieme a diversi europarlamentari, tra cui Brando Benifei.</p>
<p>Ad aprire i lavori saranno i saluti istituzionali di Maurizio Molinari, capo dell’ufficio del Parlamento europeo a Milano, Claudia Colla, capa della Rappresentanza della Commissione europea a Milano, Elena Buscemi, presidente del Consiglio comunale di Milano, e Raffaele Cattaneo, sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia.</p>
<p>Una prima parte dell’incontro sarà dedicata alla guerra in Ucraina e al sostegno alla popolazione, anche attraverso le testimonianze delle associazioni ucraine attive a Milano. La mattinata si aprirà con l’intervento dell’ambasciatore ucraino in Italia, Ihor Mykolaiovyč Brusylо – già vice capo di gabinetto del presidente Volodymyr Zelensky – e proseguirà con le testimonianze delle associazioni ucraine attive in Italia.</p>
<p>Nella seconda parte dell’incontro il focus si sposterà sul Premio Sakharov del Parlamento europeo per la libertà di pensiero e sul ruolo dell’Unione europea nella promozione dei diritti umani e della democrazia. Interverranno militanti e dissidenti provenienti da diversi Paesi, tra cui Bielorussia, Georgia, Russia e Iran, rappresentanti delle opposizioni e dei movimenti di resistenza nei rispettivi contesti.</p>
<p>Tra gli ospiti sono attesi la cestista Yelena Leuchanka, già arrestata durante le proteste in Bielorussia nel 2020, la rappresentante della comunità democratica bielorussa Yulia Yukhno, l’attore e musicista italo-georgiano Luca Chikovani, la rappresentante dei “russi liberi” Maria Mikaelyan e le attiviste iraniane Pegah Moshir Pour e Rayhane Tabrizi.</p>
<p>L’incontro sarà moderato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca e alternerà interventi istituzionali, testimonianze e momenti di confronto con il pubblico.</p>
<p><a href="https://milan.europarl.europa.eu/home/pagecontent/grid/main/notizie/l-europa-l-ucraina-e-la-liberta-di-pensiero-milano-26-marzo-2026.html" target="_blank" rel="noopener">Di seguito il programma.</a></p>
<p>Milano, Sala Pirelli – 26 marzo 2026 ore 9.30-13.30<strong><br>
L’Ucraina resiste, quale sostegno da Milano e dall’Europa?</strong></p>
<p>Modera Christian Rocca, Linkiesta</p>
<p>Apertura istituzionale:<br>
Raffaele Fitto, Vicepresidente esecutivo della Commissione europea – Video messaggio<br>
Maurizio Molinari, Capo dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano<br>
Claudia Colla, Direttrice della Rappresentanza della Commissione europea a Milano<br>
Elena Buscemi, Presidente del Consiglio Comunale di Milano<br>
Raffaele Cattaneo, Sottosegretario alla Presidenza Relazioni Internazionali ed Europee di Regione Lombardia<br>
Rappresentante del Consolato Generale d’Ucraina a Milano</p>
<p>Keynote speech di Ihor Mykolaiovyč Brusylo, Ambasciatore ucraino in Italia</p>
<p>Testimonianze delle associazioni ucraine e delle fondazioni milanesi<br>
AVSI<br>
Associazione Boristene<br>
UAMI<br>
Forum Donne<br>
Ucraina Più<br>
VITAUKR, VITAWORLDS</p>
<p>Domande dal pubblico</p>
<p>Intervento eurodeputati della circoscrizione Nord-Ovest</p>
<p>Coffee Break</p>
<p><strong>L’Ue e i diritti umani nel mondo: l’importanza del Premio Sakharov</strong><br>
Modera Christian Rocca, Linkiesta</p>
<p><em>Introduzione degli ospiti e saluti istituzionali</em><br>
Elena Buscemi, Presidente del Consiglio Comunale di Milano<br>
Raffaele Cattaneo, Sottosegretario alla Presidenza Relazioni Internazionali ed Europee di Regione Lombardia</p>
<p>Yulia Yukhno, Rappresentante dell’Ambasciata popolare bielorussa e del centro della comunità democratica bielorussa a Firenze<br>
Yelena Leuchanka, Atleta olimpionica ed ex giocatrice WNBA arrestata durante le proteste in Bielorussia nel 2020<br>
Luca Chikovani, cantautore e attore georgiano<br>
Maria Mikaelyan, rappresentante della comunità dei “russi liberi”<br>
Pegah Moshir Pour, scrittrice e attivista<br>
Rayhane Tabrizi, Attivista Iraniana e Presidente Associazione Maanà<br>
Brando Benifei, europarlamentare</p>
<p>Domande dal pubblico</p>
<p>Chiusura e saluti.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-609394 aligncenter" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-120549-576x1024.jpeg?x17776" alt="" width="320" height="569" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-120549-576x1024.jpeg 576w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-120549-169x300.jpeg 169w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-120549-675x1200.jpeg 675w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-23-at-120549.jpeg 720w" sizes="auto, (max-width: 320px) 100vw, 320px"></p>
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<title>Da lunedì a domenica, ALT è convivialità</title>
<link>https://www.eventi.news/da-lunedi-a-domenica-alt-e-convivialita</link>
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<description><![CDATA[ 
Family and Kids, brunch domenicale e serate a tema musicale. Nei punti vendita ALT Stazione del Gusto prendono forma appuntamenti settimanali che trasformano il ristorante in uno spazio capace di accogliere famiglie e amici in tante occasioni diverse
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>lunedì, domenica, ALT, convivialità</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="800" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/offerta-gastronomica-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/offerta-gastronomica-1.jpg 1000w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/offerta-gastronomica-1-300x240.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/offerta-gastronomica-1-768x614.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px"></p><p>Se <a href="https://jo.my/linkiestaeventi" target="_blank" rel="noopener">ALT Stazione del Gusto</a> sta diventando sempre più un luogo riconoscibile nelle città non è solo per il menu. È per la sua capacità di dare un ritmo alla settimana, di intercettare momenti diversi della vita quotidiana e trasformarli in occasioni di incontro.</p>
<p>Il primo appuntamento è il lunedì, la giornata che ALT sceglie di dedicare alle famiglie. Grazie alla promozione Family and Kids è possibile istituire un appuntamento fisso e riconoscibile, con una formula pensata per semplificare la scelta e favorire la condivisione. Con il menu “Big” – una proposta che prevede un piatto a scelta tra bombe salate, focacce, piatti di cucina e insalate, accompagnata da chips o focaccia bianca e bevanda – il menu bambino è incluso: è il segno dell’attenzione di ALT ai più piccoli, che possono gustare una proposta pensata per loro mentre gli adulti si concedono una pausa senza stress.</p>
<p>Un altro appuntamento è la domenica con il brunch, ormai diventato un consolidato rito del weekend. Il menu dedicato a questo momento della settimana è un invito alla convivialità e allo stare bene insieme, e offre una selezione di piccoli morsi – sfiziosi appetizer – un piatto, un dolce e una bevanda a scelta. È un brunch perfetto per tutti, dalle famiglie, ai gruppi di amici e alle coppie: un momento che fa parte a tutti gli effetti della socialità rilassata della domenica.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608489" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/alt-stazione-del-gusto-milano-2.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-608489" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/alt-stazione-del-gusto-milano-2.jpg?x17776" alt="" width="602" height="482" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/alt-stazione-del-gusto-milano-2.jpg 602w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/alt-stazione-del-gusto-milano-2-300x240.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 602px) 100vw, 602px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Alt Stazione del Gusto Milano</figcaption></figure>
<p>Tra queste occasioni si inseriscono gli appuntamenti con le partite della Serie A Enilive. Anche da ALT il calcio è un rito collettivo: si commentano le azioni, si condivide il tavolo, con il cibo come elemento centrale di aggregazione in un’atmosfera accogliente in cui l’esperienza gastronomica accompagna il racconto sportivo.</p>
<p>Inoltre, da ALT la musica fa da sottofondo all’esperienza culinaria e convivale anche attraverso eventi dedicati: dagli aperitivi universitari alle serate a tema musicale e a quelle con dj set, per gustare l’offerta gastronomica ricercata in un ambiente informale e divertente.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608064" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/evento-milano-1.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-608064 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/evento-milano-1-1024x819.jpg?x17776" alt="" width="640" height="512" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/evento-milano-1-1024x819.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/evento-milano-1-300x240.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/evento-milano-1-768x614.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/evento-milano-1-1200x960.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/evento-milano-1.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">ALT Stazione del Gusto – DJ Set</figcaption></figure>
<p>Nel loro insieme, questi appuntamenti contribuiscono a consolidare l’identità e il ruolo di <a href="https://jo.my/linkiestaeventi" target="_blank" rel="noopener">ALT Stazione del Gusto</a>: non solo un ristorante dove mangiare bene, ma una casa informale e accogliente, che usa il cibo come linguaggio principale e gli eventi come strumento per rafforzare il legame con chi la vive, da scegliere non per una sera soltanto, ma lungo tutta la settimana.</p>
<p><a href="https://jo.my/linkiestaeventi" target="_blank" rel="noopener"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-589697 size-full" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/11/bannerlinkiesta-600x200-v2-2x.jpg?x17776" alt="" width="1200" height="400" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/11/bannerlinkiesta-600x200-v2-2x.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/11/bannerlinkiesta-600x200-v2-2x-300x100.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/11/bannerlinkiesta-600x200-v2-2x-1024x341.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2025/11/bannerlinkiesta-600x200-v2-2x-768x256.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px"></a></p>
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<title>Vince il No al referendum sulla giustizia, Meloni: andiamo avanti</title>
<link>https://www.eventi.news/vince-il-no-al-referendum-sulla-giustizia-meloni-andiamo-avanti</link>
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<description><![CDATA[ 
Il 53,73 per cento degli elettori ha votato contro la riforma costituzionale: oltre 14 milioni di persone. Il Sì fermo al 46,27 per cento. Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione», ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Vince, referendum, sulla, giustizia, Meloni:, andiamo, avanti</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265431-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265431-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265431-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265431-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265431-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24265431-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il No al referendum sulla giustizia ha vinto con il 53,74 per cento dei voti. Oltre 14 milioni di persone si sono espresse contro la riforma costituzionale di alcuni aspetti centrali dell’organizzazione della magistratura. I<span>n base allo spoglio delle 61.533 sezioni, oltre 12 milioni di persone hanno votato invece a favore del Sì, con una percentuale pari al 46,26%.</span><span> «Gli italiani hanno deciso. E noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia», ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni <a href="https://x.com/GiorgiaMeloni/status/2036106991643549719?s=20" target="_blank" rel="noopener">in un videomessaggio</a>. In linea il commento del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che più di ogni altro ha voluto il referendum: «Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano. Il nostro intendimento era quello di attuare definitivamente il progetto ideato da Giuliano Vassalli con il processo accusatorio e consacrato dall’articolo 111 della Costituzione che definisce il giudice terzo ed imparziale». </span></p>
<p><span>Il quesito referendiario, come era prevedibile, con l’avvicinarsi delle urne ha assunto un significato fortemente politico e tra chi esulta adesso c’è soprattutto la segretaria del Pd, Elly Schlein. «Abbiamo vinto, una maggioranza del Paese ha fermato una riforma sbagliata – ha detto Schlein -. Hanno fatto la differenza i giovani, nonostante non potessero votare i fuorisede». A confermare il valore politico della consultazione, proiettandone però le conseguenze nel campo largo, cioè nell’alleanza tra le opposizioni, è stato subito il leader del M5S, Giuseppe Conte: «Non possiamo soffocare la voglia dei cittadini di essere protagonisti, quindi ci apriamo alla prospettiva delle primarie. Non primarie di qualche apparato ma aperte anche ai cittadini». In pratica, facendo intendere che è pronto a contendere la leadership.</span></p>
<p><span>L’affluenza definitiva si attesta al 58,93 per cento a livello nazionale: il risultato di una crescita costante nel corso delle due giornate di voto e mostra una partecipazione nettamente più ampia rispetto ai referendum recenti. In alcune regioni del Centro e del Nord, come Toscana ed Emilia Romagna, si superano o si sfiorano i due terzi degli elettori, mentre nel Mezzogiorno i livelli restano più bassi ma comunque superiori a quelli registrati in altre consultazioni referendarie. Per la precisione la regione con la più ampia partecipazione è l’Emilia Romagna con il 66,6 per cento, mentre il fanalino di coda è la Sicilia, dove ha votato solo il 46,1%. Il No ha prevalso in tutte le regioni, tranne Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, qui con la sola eccezione della provincia di Milano.</span></p>
<p>Il cambiamento più rilevante previsto dal referendum, in caso di raggiunta maggioranza, sarebbe stato la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, che oggi condividono lo stesso percorso professionale. Vincendo il Sì, la riforma sarebbe entrata in vigore introducendo anche due Consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, al posto dell’attuale organo unico, e una Corte disciplinare separata incaricata di valutare eventuali illeciti dei magistrati. La maggioranza degli italiani, però, ha preferito non cambiare e non modificare gli articoli della Costituzione.</p>
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<title>Francesco Cundari scrive a Giorgia Meloni</title>
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Nella War Room di questa settimana l’editorialista di Linkiesta indirizza la sua lettera alla presidente del Consiglio
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<title>Che botta per Giorgia Meloni, ora l’ultimo anno di governo sarà in salita</title>
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La premier paga la chiusura a ogni confronto e la troppa vicinanza a Trump, sta a lei mostrare di essere una statista e non una capo popolo. Schlein si rafforza nel Pd e nel campo largo, ma con Conte di mezzo la leadership dovrà sudarsela 
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 20:00:09 +0100</pubDate>
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<p><span>Lei, la Grande Sconfitta, è scesa dal ring come Gassman ne “I mostri”: «Andremo avanti», ha detto in un video molto dimesso. Avanti, ma come? Ci vorrà un po’ di tempo per Meloni per metabolizzare la sua prima grossa sconfitta: sta a lei scegliere se cambiare almeno il tono della sua leadership o viceversa indurire la postura di sapore orbaniano. La botta è pesante. </span></p>
<p><span>La vittoria del No rappresenta un dato politico che toglie certezze alla destra spogliando la premier di un’aura di invincibilità che pareva assodata: non ha più l’Italia in tasca. È una botta che seminerà nervosismo in una coalizione non esattamente in un momento smagliante, tra carovita e bistecche di Delmastro. E infatti via Arenula, sede del ministero della Giustizia, potrebbe essere il luogo di un piccolo sisma politico. Fa venire dubbi tra gli elettori del centrodestra sulla opportunità di insistere su una linea chiusa al confronto con l’opposizione. E soprattutto annichilisce la narrazione del governo per la quale va tutto bene: il No, con ogni evidenza, ha vinto anche grazie al malcontento per come vanno le cose. </span></p>
<p><span>Non poteva non essere un voto politico. Cioè sul governo. Se agli italiani metti una scheda in mano, loro inevitabilmente la usano per esprimere il loro stato d’animo generale. Il famoso merito, in questo turbinìo emozional-politico, è venuto dopo, molto dopo. Piaccia o non piaccia, non è un Paese per giuristi. D’istinto gli italiani votano per lasciare la Costituzione così com’è, specie in un tempo in cui le destre nel mondo stanno sabotando le democrazie liberali. E Meloni è amica di quelle destre mondiali. Oggi ne paga il prezzo. </span></p>
<p><span>L’impressione è che i giovani abbiano ragionato in questo modo. Adesso Meloni, se fosse brava, dovrebbe cambiare atteggiamento. Polemizzare di meno e realizzare di più. Presentare un nuovo programma per l’ultimo anno di governo, che non può essere la legge elettorale e men che meno il premierato, un progetto che il voto di ieri ha sotterrato. Dovrebbe passare finalmente da capopartito a statista. Sta a lei. </span></p>
<p><span>Dall’altra parte, Elly Schlein, che nella campagna elettorale e riuscita a impersonare il ruolo di antagonista diretta di Meloni, ha riportato quella vittoria che la rafforza definitivamente nel Pd lanciandola nella partita della primarie. Partita del tutto aperta, a giudicare dalla voglia espressa da Giuseppe Conte di giocarsela. Sicché oggi Schlein è più forte di ieri, certo, ma per lei le primarie non saranno una passeggiata perché tutta un’area di “sinistra populista” potrebbe scegliere lui e non lei. E infatti l’aria nel campo largo è già abbastanza surriscaldata. Vedremo poi come l’ex Terzo polo, che dal referendum non esce bene perché il Sì non ha vinto, si muoverà per tenere aperta una propria autonoma prospettiva perché la situazione sembra polarizzarsi ulteriormente: Meloni contro Schlein o Conte. Ma con la premier azzoppata. È questa la novità.</span></p>
<p> </p>
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<title>SHEGLAM arriva in Italia</title>
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<description><![CDATA[ SHEGLAM, il marchio di cosmetici conosciuto e amato dagli appassionati di bellezza di tutto il mondo, è finalmente arrivato in Italia ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 19:00:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>I Corsi di Alta Formazione in Ergonomia e Sovraccarico Biomeccanico. Fine Aprile</title>
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<description><![CDATA[ Formazione applicabile, decisioni concrete, competenze che il mercato riconosce ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 19:00:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>TAMBERI porta le Marche in stazione: la campagna ATIM nei principali hub ferroviari</title>
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<description><![CDATA[ Dal 23 marzo la Regione Marche sarà protagonista nelle principali stazioni ferroviarie italiane con una campagna nazionale promossa da ATIM in collaborazione con Grandi Stazioni Retail. Lo spot video, con Gianmarco Tamberi come testimonial, verrà trasmesso nelle stazioni ferroviarie di maggior affluenza con una pianificazione basata sui flussi di mobilità, in modo da intercettare milioni di viaggiatori nei momenti chiave dell’anno, rafforzando il posizionamento delle Marche come destinazione turistica a livello nazionale. La campagna prevede 28 giorni di programmazione per stazione, coinvolgendo sette hub principali e 38 impianti digitali attivi ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 19:00:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>ZENTIS (ZNT) debutta su Solana con capitalizzazione iniziale oltre $1 miliardo</title>
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<description><![CDATA[ ZENTIS Digital Ecosystem annuncia il lancio ufficiale del token ZENTIS (ZNT) sulla blockchain Solana, con una capitalizzazione iniziale superiore a $1.06 miliardi, segnando un debutto estremamente rilevante nel panorama crypto emergente. Il token è attualmente scambiato su GeckoTerminal (Raydium pool) e ha iniziato a registrare le prime attività di mercato, con liquidità iniziale e volumi […] ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 19:00:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Menopausa e Magnesio: il minerale che manca sempre e che cambia tutto</title>
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<description><![CDATA[ Vampate, insonnia, fragilità ossea, sbalzi d&#039;umore: la scienza spiega perché quasi tutte le donne in menopausa sono carenti di magnesio  e perché correggere questo deficit può rendere questa fase della vita molto più gestibile. ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 19:00:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>misula cosmetics, bellezza inclusiva senza confini</title>
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<description><![CDATA[ La nuova collezione del brand italiano abbatte i confini tra &quot;lui&quot; e &quot;lei&quot;, puntando su un approccio scientifico segmentato per fasi: Prevention, Maintenance e Restoring. Un manifesto di bellezza inclusiva che celebra l&#039;unicità di ogni derma ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 19:00:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Gerani durante tutto l’anno</title>
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<description><![CDATA[ Pronti per la primavera? Il momento giusto per tornare ai fiori.
Consigli di cura da marzo a febbraio ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 19:00:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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Consigli di cura da marzo a febbraio]]> </content:encoded>
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<title>Fotoprotezione: esperti, ricercatori e industria a confronto in occasione dell’ evento AIDECO “Sun&amp;amp;Skin”</title>
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<description><![CDATA[ Filtri solari e prevenzione dei tumori della pelle: al centro dell’evento AIDECO “Sun&amp;Skin”, che si è svolto il 12 marzo alla Casa del Cinema di Roma, i temi chiave della protezione solare e della corretta informazione scientifica ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 19:00:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>La tavola si accende di primavera con Kasanova</title>
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<description><![CDATA[ La primavera entra in casa e, con la Pasqua alle porte, la tavola diventa il cuore della convivialità. È il momento in cui ci si ritrova, non solo per condividere il pranzo, ma anche per celebrare l’arrivo della stagione della luce, tra giornate che si allungano, colori più vivi e atmosfere leggere ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 19:00:11 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-piatti-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-piatti-150x150.jpg 150w, https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-piatti-300x300.jpg 300w, https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-piatti-1024x1024.jpg 1024w, https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-piatti-768x768.jpg 768w, https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-piatti.jpg 1200w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px">La primavera entra in casa e, con la Pasqua alle porte, la tavola diventa il cuore della convivialità. È il momento in cui ci si ritrova, non solo per condividere il pranzo, ma anche per celebrare l’arrivo della stagione della luce, tra giornate che si allungano, colori più vivi e atmosfere leggere]]> </content:encoded>
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<title>‘Tutto è possibile’ quando sport, salute e passione si incontrano. Milano Sanremo: il Team Novo Nordisk in gara per superare i confini della cronicità</title>
<link>https://www.eventi.news/tutto-e-possibile-quando-sport-salute-e-passione-si-incontrano-milano-sanremo-il-team-novo-nordisk-in-gara-per-superare-i-confini-della-cronicita</link>
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<description><![CDATA[ Presentata a Palazzo Lombardia, alla presenza di istituzioni e del mondo dello sport, la partecipazione del Team Novo Nordisk - unica squadra al mondo composta interamente da atleti professionisti con diabete tipo 1 - alla ‘Classicissima’.
L’evento ha offerto l’occasione per accendere i riflettori sulla necessità di un modello di gestione integrata delle malattie croniche nel nostro Paese, dove oltre 24 milioni di persone convivono con una malattia cronica ]]></description>
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<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 19:00:11 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Che cosa scrivono i giornali internazionali sul mondo del cibo</title>
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<description><![CDATA[ 
Piatti anti-Instagram, vino da collezione, uova industriali, fast-food automatici e carrelli più cari
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<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 13:00:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="907" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/taisiia-stupak-xotghsaruf4-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="unsplash" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/taisiia-stupak-xotghsaruf4-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/taisiia-stupak-xotghsaruf4-unsplash-300x213.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/taisiia-stupak-xotghsaruf4-unsplash-1024x726.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/taisiia-stupak-xotghsaruf4-unsplash-768x544.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/taisiia-stupak-xotghsaruf4-unsplash-1200x850.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Marzo è il mese in cui tutto sembra rifiorire. Le giornate si allungano, i mercati si colorano, l’aria alleggerisce i pensieri. Ma nel mondo del cibo, insieme ai primi germogli, tornano anche le contraddizioni. Questa settimana sbocciano piatti marroni e anti-instagram, cantine troppo piene, fabbriche di uova, fast food senza persone e nuovi timori per il prezzo della spesa. Cinque notizie molto diverse tra loro che raccontano il cibo come status, infrastruttura, tecnologia e geopolitica: uno specchio piuttosto sincero del tempo in cui viviamo.</p>
<p>Se la scorsa settimana il vino affiorava come oggetto estetico con bottiglie d’autore firmate da artisti, ora il <a href="https://www.ft.com/content/bea4e545-4e09-4d4d-b699-4fe878b69469" target="_blank" rel="noopener">Financial Times</a> ne mostra il rovescio più patrimoniale. Il punto di partenza è un paradosso molto contemporaneo: possedere più vino di quanto si riuscirà mai a bere.  Non è solo una faccenda da collezionisti compulsivi o da ricchi con la cantina scenografica. È il sintomo di un cambiamento profondo nel rapporto con il vino, sempre più sospeso tra piacere, investimento e identità sociale. Le bottiglie si accumulano, si conservano, si catalogano, si rivendono; entrano nelle aste, nei passaggi ereditari, perfino nella progettazione domestica, con cantine sempre più esibite come parte dell’arredamento. Il vino, insomma, da bevanda destinata al consumo si trasforma in bene patrimoniale, oggetto di desiderio che spesso sopravvive alla sua stessa funzione originaria. E qui si apre una crepa interessante: cosa resta del vino come gesto conviviale, come liquido vivo da stappare, quando diventa soprattutto un asset da custodire? In un’epoca che accumula tutto – dati, immagini, oggetti, esperienze – anche questo rischia di diventare una forma di possesso più che di godimento. Una collezione di occasioni future che forse non arriveranno mai.</p>
<p>Dalla bottiglia come bene da conservare si passa quasi naturalmente al suo opposto: un cibo che non ha alcuna ambizione di farsi ammirare. <a href="https://elpais.com/gastronomia/el-comidista/2026-03-14/vivan-las-lentejas-y-la-comida-marron-reivindicacion-de-los-platos-para-comer-no-para-hacerles-fotos.html" target="_blank" rel="noopener"><u>El País</u></a> celebra la rivincita della <em>comida marrón</em>, quella dei legumi, degli stufati, dei <em>guisos</em>, dei piatti lunghi, densi, opachi, poco fotogenici ma memorabili al palato. In un ecosistema dominato dall’estetica e dalla necessità di funzionare sullo schermo, il marrone sembrava escluso in partenza. E invece torna come segnale di una stanchezza diffusa verso il cibo-performance. Meno immagine, più sostanza. Meno posa, più comfort. Sembra un tema leggero, ma tocca un nodo preciso: per anni abbiamo chiesto al cibo di essere desiderabile prima ancora che buono. Ora riemerge il bisogno di una cucina che non debba giustificarsi con la sua fotogenia. I piatti che non bucano il feed, ma restano impressi nella memoria, ci ricordano una cosa semplice: alla fine, è ancora il palato a decidere.</p>
<p>Poi però dalla memoria si torna alla filiera, e il paesaggio cambia. <a href="https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/03/15/quand-les-usines-a-ufs-remplacent-les-poulaillers_6671262_3234.html" target="_blank" rel="noopener"><u>Le Monde</u></a> racconta l’avanzata delle “fabbriche di uova”, impianti sempre più automatizzati che prendono il posto dell’immaginario tradizionale del pollaio. L’aspetto interessante è proprio questo scarto: uno degli alimenti più semplici e quotidiani che abbiamo in cucina dipende sempre più da sistemi produttivi complessi, intensivi e iper-razionalizzati. L’uovo continua a evocare casa, essenzialità, cucina di base. Ma dietro quella semplicità lavora una macchina che risponde a logiche di resa, continuità, controllo e gestione del rischio. Il punto non è fare moralismo, ma riconoscere una contraddizione sempre più evidente: vogliamo prezzi accessibili, approvvigionamento costante, sicurezza, sostenibilità, benessere animale e trasparenza. Solo che queste richieste non sempre stanno comodamente nello stesso modello. E così anche l’alimento più elementare finisce per raccontare la distanza crescente tra ciò che immaginiamo e ciò che rende possibile il consumo quotidiano.</p>
<p>Da qui il passaggio al <a href="https://www.washingtonpost.com/food/2026/03/16/white-castle-vending-machine-restaurant-industry/" target="_blank" rel="noopener"><u>Washington Post</u></a> è quasi automatico, perché dall’automazione della produzione si arriva a quella del consumo. Il reportage sul chiosco di White Castle nell’aeroporto di Boston mostra un fast food sempre più ridotto a funzione: hamburger pronti in pochi minuti, senza cucina visibile, senza personale, senza vera sala, senza quasi relazione. Tutto è pensato per ridurre tempi, costi, attrito. È comodo, rapido, efficiente. Ma basta questo per parlare ancora di ristorazione? Il punto dell’articolo sta proprio qui. Nel passaggio dal locale alla macchina non si perde soltanto varietà o qualità: si perde una parte dell’esperienza, persino nella sua forma più minima. Mangiare fuori non significa solo nutrirsi. Significa anche attraversare uno spazio, incrociare una presenza, sostare in una scena condivisa. Il distributore non vende solo cibo: simula un ristorante. E in questa simulazione c’è forse il tratto più interessante della notizia: più servizio, meno relazione. Più accesso, meno esperienza. È un futuro possibile, certo. Ma non è detto che sia un progresso. Potrebbe essere semplicemente il modo in cui il mercato traduce la solitudine in format.</p>
<p>L’ultima notizia è anche la più concreta, perché riguarda direttamente il carrello della spesa. <a href="https://www.lavanguardia.com/economia/20260320/11494365/sector-alimentario-anticipa-subida-precios-cesta-compra-guerra-iran.html" target="_blank" rel="noopener"><u>La Vanguardia</u></a> mette in fila un timore molto chiaro: che il conflitto in Iran possa tradursi in nuovi aumenti dei prezzi alimentari. Energia, trasporti, fertilizzanti, mangimi, materie prime: basta che uno di questi snodi si inceppi perché l’intera filiera si irrigidisca. E quando succede, il conto arriva allo scaffale. È qui che la geopolitica smette di sembrare lontana. Non resta chiusa nelle mappe o nelle analisi internazionali, ma entra nei gesti più ordinari: scegliere un olio, confrontare i prezzi, rinunciare a qualcosa, spendere di più per portare a casa meno. È anche per questo che l’inflazione alimentare lascia un segno così forte. Perché non colpisce il superfluo, ma il quotidiano. E finisce per ridisegnare abitudini, rinunce e priorità con una precisione che nessun discorso astratto riesce ad avere.</p>
<p>Se marzo è il mese in cui la natura ricomincia a muoversi, questa rassegna racconta un’altra forma di germinazione: quella delle contraddizioni. Sbocciano cibi umili che si prendono la rivincita sull’estetica, ma anche modelli industriali sempre più spinti. Fioriscono nuove idee di consumo, e insieme nuove forme di accumulo, di automazione, di rincaro. La primavera, dopotutto, non è mai solo una stagione gentile: è anche un tempo di trasformazioni brusche, di assestamenti, di energia che rompe gli equilibri precedenti. E il cibo, ancora una volta, è il luogo dove tutto questo si vede meglio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/marzo-fior-fior-di-notizie/">Che cosa scrivono i giornali internazionali sul mondo del cibo</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Antoon Van Dyck: raffinato ritrattista e pittore di corte</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 22 Marzo ed in questo giorno, nel 1599, ad Anversa, in Belgio, nasceva il grande pittore Antoon Van Dyck, che fu principalmente un ritrattista e che divenne il primo pittore di corte in Inghilterra, dopo aver soggiornato a lungo in Italia. Diventò noto a livello internazionale grazie ai ritratti della nobiltà genovese […] ]]></description>
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<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 12:00:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Antoon, Van, Dyck:, raffinato, ritrattista, pittore, corte</media:keywords>
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<title>La guerra in Iran, e il rischio di un aumento dell’inflazione</title>
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Il conflitto in Medio Oriente potrebbe portare un nuovo aumento dei prezzi in Europa, con i redditi da lavoro destinati a perdere ancora potere d’acquisto
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9666616-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9666616-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9666616-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9666616-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9666616-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/9666616-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il conflitto in l’Iran ha riacceso l’attenzione sui mercati energetici e sul conseguente aumento dei prezzi di petrolio e gas. Come quattro anni fa, l’Europa rischia di essere travolta da una nuova pressione inflazionistica. Lo dico senza giri di parole: i redditi da lavoro perderanno nuovamente potere di acquisto. Per un Paese come il nostro, dove gli stipendi sono sostanzialmente fermi da trent’anni, è uno scenario da incubo.</p>
<p>Dal punto di vista giuridico, il nostro ordinamento non prevede un meccanismo automatico di adeguamento dei salari all’inflazione. Il sistema della cosiddetta scala mobile, che collegava direttamente le retribuzioni all’andamento dei prezzi, è stato progressivamente superato nel corso degli anni ottanta e novanta. Con il cosiddetto peace dividend che è stato progressivamente cancellato dagli eventi, si impone una riflessione sugli strumenti a disposizione dei lavoratori subordinati.</p>
<p>I contratti collettivi nazionali di lavoro sono chiamati a svolgere un ruolo centrale nell’adeguamento delle retribuzioni dei dipendenti al costo della vita. Le trattative per il rinnovo dei Ccnl ruotano spesso intorno all’indice dei prezzi al consumo per definire aumenti retributivi in grado di compensare, almeno in parte, l’erosione del potere di acquisto. Anche la contrattazione di livello aziendale può contribuire ad adeguare le retribuzioni al contesto produttivo di riferimento.</p>
<p>In presenza di shock economici rilevanti – come quelli derivanti da crisi energetiche o da tensioni internazionali – questo equilibrio può diventare fragile. L’aumento dei costi dell’energia incide infatti non solo sui bilanci delle famiglie, ma anche sui costi di produzione delle imprese, rendendo più complessa la dinamica dei rinnovi contrattuali e della crescita salariale.</p>
<p>Le difficoltà derivanti da questo scenario obbligano le parti sociali a trovare un punto di equilibrio tra l’esigenza dei lavoratori a ricevere una retribuzione dignitosa nel rispetto dell’articolo 36 della Costituzione e la sostenibilità delle aziende in un contesto pieno di incertezze. La capacità della contrattazione collettiva di governare questi tempi instabili sarà fondamentale per mantenere un bilanciamento tra salari, produttività e competitività delle imprese nei prossimi anni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/inflazione-crisi-geopolitiche-salari/">La guerra in Iran, e il rischio di un aumento dell’inflazione</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Con Kappa® Authentic l’eredità incontra la strada</title>
<link>https://www.eventi.news/con-kappa-authentic-leredita-incontra-la-strada</link>
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Dalle radici automobilistiche di Torino al calore  di Palermo: la nuova collezione “Banda” e la linea motorsport celebrano l’unione tra archivio storico e avanguardia urbana
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Con, Kappa®, Authentic, l’eredità, incontra, strada</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="1041" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/92126-ewh-002-05-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/92126-ewh-002-05-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/92126-ewh-002-05-1-300x244.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/92126-ewh-002-05-1-1024x833.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/92126-ewh-002-05-1-768x625.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/92126-ewh-002-05-1-1200x976.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il confine tra il campo da gioco e il marciapiede non è mai stato così sottile. Kappa® Authentic, la label nata per elevare l’heritage sportivo del brand torinese verso i vertici della moda contemporanea, ha svelato la sua proposta per la Primavera/Estate 2026. Si tratta della collezione più matura e audace vista finora, un progetto che riesce nell’impresa di far dialogare le diverse anime dell’identità italiana: la precisione industriale di Torino e l’energia viscerale di Palermo.</p>
<p>Il fulcro della collezione rimane l’iconica linea “Banda”. Per la SS26, Kappa® ha attinto a piene mani dai suoi archivi dorati degli anni Novanta, l’epoca in cui il logo Omini ripetuto divenne un simbolo globale di stile trasversale.</p>
<p>La reinterpretazione moderna gioca con una palette cromatica d’impatto: nero e rosa. Questa scelta non è casuale, ma richiama un’eleganza sportiva che trova la sua massima espressione nella maglia da calcio, pezzo forte della linea, accompagnata da tute, felpe e pantaloncini coordinati. Il risultato è un look che profuma di nostalgia ma che si inserisce perfettamente nel guardaroba di chi vive la città oggi, trasformando l’abbigliamento tecnico in una divisa lifestyle quotidiana.</p>
<p>Se il design nasce all’ombra della Mole, l’anima della campagna pubblicitaria batte tra le strade di Palermo. La scelta della capitale siciliana come sfondo per gli scatti della collezione sottolinea la volontà del brand di uscire dai canoni classici per abbracciare un’estetica più calda, mediterranea e autentica.</p>
<p>Ma Torino resta nel Dna, specialmente nella nuova serie ispirata al mondo del motorsport. Questo segmento della collezione — che include giacche da corsa, t-shirt e felpe grafiche — rende omaggio alla storia automobilistica della città natale del brand. È un tributo alla velocità e all’ingegneria italiana, tradotto in capi dai tagli raffinati e dai materiali tecnici che strizzano l’occhio alla cultura dei motori, oggi più che mai protagonista nelle tendenze streetwear globali.</p>
<p>Oltre ai pezzi più iconici, la collezione SS26 si distingue per la sua versatilità. Per chi cerca un tocco di eleganza senza rinunciare al comfort, Kappa® propone una polo a righe sottili; capi in mesh e l’uso di tessuti traspiranti; graphic t-shirts e felpe e total look sportivi: l’immancabile tuta, vero marchio di fabbrica, torna in varianti di tessuto e colore studiate per non passare inosservate.</p>
<p>Con questa collezione Kappa® Authentic non si limita a riprodurre il passato, ma lo usa come trampolino per definire il futuro del casual chic sportivo. Con questa collezione, il brand dimostra che la vera forza sta nel sapersi evolvere senza mai tradire le proprie radici.</p>
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<title>Il sindaco di New York, sua moglie, e i campi beghini di battaglia culturale</title>
<link>https://www.eventi.news/il-sindaco-di-new-york-sua-moglie-e-i-campi-beghini-di-battaglia-culturale</link>
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<description><![CDATA[ 
Il lessico è lo stesso per tutti, ma una metà lo dichiara inaccettabile: parole trasformate in reati e moralismi creano un sistema che prima o poi colpisce anche chi lo ha costruito, tra propaganda, indignazione e un po’ di fatturato
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24231797-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24231797-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24231797-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24231797-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24231797-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24231797-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Quando ero una ragazzina non esistevano i social, non esisteva YouTube, non esistevano i telefoni con la telecamera. Sono cose di cui io e chiunque abbia più o meno la mia età ringraziamo ogni giorno prima e dopo i pasti, perché inalienabile diritto d’un essere umano dovrebbe essere non far sapere al mondo cosa dice, fa, pensa prima che il cervello gli si sia finito di formare.</p>
<p>Mi iscrissi a Twitter nell’estate del 2007. Non era il primo social – c’era stato MySpace, cui i più disadattati dei miei coetanei si erano prontamente iscritti – ma era il primo che provassero a usare gli adulti della mia generazione. Era agosto: avrei compiuto 35 anni due mesi dopo.</p>
<p>A 35 anni mia nonna aveva tre figli. Io ero una trentacinquenne di questo secolo: non avevo la più pallida idea di chi fossi. In più c’è un’altra cosa che abbiamo dimenticato quando siamo stati rapiti dai moralismi ideologici: che in quei primi anni l’internet era un posto libero.</p>
<p>Gente famosa che adesso non emette in pubblico una sillaba senza aver fatto tre riunioni con la comunicazione parlava, allora, su Twitter come parla a cena con gli amici. Ogni tanto ci diciamo, con amici: ti ricordi quando usavamo i social? Non perché siamo nel frattempo diventati Unabomber o Mina, ma perché adesso proprio non ci verrebbe in mente di dire su un social cosa pensiamo di qualcosa. Di usare un luogo pubblico come fosse privato.</p>
<p>È perché siamo diventati più vecchi, certo, ma è anche perché sono diciannove anni che stiamo dentro al meccanismo e un po’ lo conosciamo. Lo conosciamo senza bisogno d’essere Weinstein cui Scorsese dice che per iscritto non si capisce il tono: il tono non lo capisci se sei scemo, e la più parte del pubblico è scema, e una parte rumorosa del pubblico scemo non vede l’ora di urlare «Barabba!» perché si sente esclusa dai codici di comunicazione che tu osi adoperare parlando coi tuoi amici in pubblico.</p>
<p>Niente che Paolo Virzì non avesse codificato nel 2003, dimostrando una volta di più che per capire la realtà servono le opere di finzione, mica la saggistica o il giornalismo: le dinamiche social sono fatte di gente che ha l’ardire di farsi i fatti propri in pubblico, e di orde di Giancarlo Jacovoni che non sapendo come rifarsi delle proprie frustrazioni urlano «<a href="https://youtu.be/-V3dinXhgVE" target="_blank" rel="noopener">Conventicole!</a>».</p>
<p>Non ho idea di cosa ci sia nei miei tweet di diciannove anni fa (neanche in quelli di diciannove ore fa), gli unici che ricordo sono quelli che qualche polemica mi ha costretta ad avere presenti, e per una clamorosa botta di culo sono più bagatelle che massacri, e perdipiù bagatelle in cui avevo ragione, una grande chiesa che va da Harvey Weinstein a Guido Baldoni.</p>
<p>Ma può benissimo essere che ci siano invece cose con cui, a rileggerle adesso, non sarei d’accordo, o delle quali direi «Certo che ero ben scema»: lo dico in continuazione dei miei articoli, figurarsi se non esistono cose di cui vergognarsi tra quelle scritte gratuitamente dal telefono. Eppure la prima volta che ho scritto qualcosa su un social network ero un’adulta, e non solo un’adulta: ero una che lavorava nei mezzi di comunicazione da dodici anni, e che tra i ventisei e i ventott’anni aveva parlato alla radio tutti i giorni, e dai ventinove aveva scritto decine di migliaia di articoli. Insomma: ero più attrezzata a comunicare della persona qualunque che si apre un account non avendo mai detto prima la sua in pubblico.</p>
<p>Tutto questo per dire che la polemica su Rama Duwaji sarebbe una delle più stupide di tutti i tempi, se non fosse la milionesima polemica stupida che vedo da quando l’internet si è trasformata in polizia morale che dissotterra quel che avevi scritto dieci, quindici, venti anni prima per dirti, come un gigantesco Gabibbo, ma non ti vergogniiii.</p>
<p>Rama Duwaji, moglie del sindaco di New York, <a href="https://freebeacon.com/democrats/zohran-mamdanis-wife-celebrated-palestinian-terrorists-including-plane-hijacker-in-social-media-posts-from-early-adulthood/">ha scritto su Twitter</a> cose contro Israele, ha osato far battute sui gay, ha usato la parola nigger. Insomma: ha fatto quel che si faceva quindici anni fa, usando l’internet pubblica come fosse un messaggio privato. Solo che Rama Duwaji è nata nel 1997. Compirà 29 anni quest’estate. Possiamo mettere come regola di igiene del dibattito pubblico il fatto che non ce la prendiamo col passato di gente che è nata quando noi avevamo già un lavoro? (Io nel 1997 ero al mio quarto lavoro, la moglie del sindaco non credo abbia fatto ancora in tempo ad avere quattro lavori).</p>
<p>I tweet, da un account che l’altroieri ha giustamente cancellato per non avere i coglioni ulteriormente rotti, erano stati fatti tra il 2013 e il 2017, e mi pare che le considerazioni da fare siano due.</p>
<p>Una è che, non fatemi usare la categoria dell’onestà intellettuale, se eravate tra coloro che consideravano una barbarie il moralismo spicciolo del lato Mamdani dell’ideologia, se sbuffavate quando venivano richieste le teste di chi non si atteneva alle ortodossie di sinistra, se trovavate raccapricciante che a gente di destra venissero rinfacciate le proprie performance di quand’era universitaria, allora poi non potete rinfacciare a un sindaco, per quanto insopportabile, quel che scriveva sua moglie quand’aveva sedici anni.</p>
<p>(Anche perché, al di là delle ideologie ubriache di Zohran Mamdani, i sindaci di questo secolo hanno tali e tanti punti-rinfacciabilità, dalla gestione della spazzatura a quella dei trasporti, sono figure così autenticamente impopolari per ragioni così visibili e concrete, che bisogna essere ben scemi per accantonare i rimproveri più solidi e attaccarsi ai tweet della moglie, dei quali Mamdani potrà dire: ma che volete, era al liceo).</p>
<p>L’altra è che la battuta che gira su Twitter (o come si chiama ora), e cioè che chiunque facesse le ricerche per conto di Cuomo durante la campagna elettorale, chiunque avrebbe dovuto trovare cose compromettenti su Mamdani e si sia invece fatto sfuggire lo scandaluccio della moglie che diceva in pubblico cose che avrebbe dovuto dire in privato, beh, quel qualcuno non è molto portato per quel lavoro.</p>
<p>Ma naturalmente nessuno di questi due dettagli è quello interessante. Quel che è interessante è la circolarità di queste inaccettabilità. A parte Israele, rispetto al quale le simpatie e le antipatie sono invertite, i termini dello scandaluccio di Rama (nigger, gay) sono gli stessi che avrebbero scandalizzato i sodali di Rama e coniuge se utilizzati da qualche avversario.</p>
<p>La morale, quindi, mi pare sia che il lessico è lo stesso per tutti. Solo che una metà di coloro che lo adoperano ha deciso che è inaccettabile. E, dichiarandolo inaccettabile, dichiarando che non sono solo parole ma reati, non solo parole ma inaccettabilità morali, questi giganti del pensiero hanno creato le basi per venire linciati quando anche loro usano parole che alcuni di noi cercano da anni di spiegare siano solo parole.</p>
<p>Non pietre, non odio, non ferite: quella è propaganda utile a far fatturare una frazione di società che nel dire che le parole e i fatti sono uguali ha infine realizzato l’ambizione di non doversi trovare un lavoro vero. Non conosco i coniugi Mamdani, ma ho visto abbastanza dinamiche di questo tipo da conoscere l’evoluzione di questa qui.</p>
<p>Per i prossimi tre quarti d’ora, i Mamdani penseranno che sia una pretestuosa caccia alle streghe, una orrenda manovra degli avversari politici, un inaccettabile attaccarsi ai dettagli. Trasecoleranno per il modo in cui la società civile è diventata l’inquisizione spagnola, scevri di ogni consapevolezza del loro contributo a questa mutazione.</p>
<p>Poi scemerà il ricordo di questo scandaluccio – che qualche anno fa, quando questo fenomeno era al suo picco, sarebbe durato una settimana, e adesso non arriva a tre giorni. E tutto tornerà come prima: i Mamdani torneranno nei ranghi di chi pensa ci voglia una polizia del lessico, di chi rinfaccia le appartenenze giovanili, di chi pretende specchiata moralità anche nelle battute. Fino al prossimo giro, fino al prossimo caduto di sinistra sui campi beghini di battaglia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/mamdani-nyc-rama-social/">Il sindaco di New York, sua moglie, e i campi beghini di battaglia culturale</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il problema del metaverso di Meta è che nessuno ne aveva bisogno</title>
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Il progetto di Zuckerberg non è riuscito a conquistare un pubblico stabile nonostante 77 miliardi di dollari investiti. Esperienza poco pratica e contenuti deboli ne hanno frenato la diffusione, lasciandolo lontano dal grande pubblico e dal mercato
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13851966-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13851966-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13851966-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13851966-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13851966-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/13851966-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Mark Zuckerberg è cascato di nuovo nel solito errore: annuncia un progetto troppo ambizioso per essere vero, promette un nuovo ecosistema digitale, investe milioni e poi si scontra con la realtà del mercato; gli utenti non arrivano, i prodotti non convincono pienamente e le promesse di gloria si sgonfiano come un soufflé. Dopo aver creato Facebook e comprato saggiamente WhatsApp e Instagram, Zuckerberg ha provato più volte a ripetere la formula magica per reinventare Internet, senza successo. </span></p>
<p><span>Finora ha perso una battaglia dopo l’altra. Libra avrebbe dovuto essere molto più di una semplice criptovaluta: nelle intenzioni di Meta, un’infrastruttura finanziaria globale capace di aggirare banche e circuiti tradizionali, ma è stata fermata dalle autorità prima ancora di diventare operativa. Facebook Home puntava a colonizzare lo smartphone trasformandolo in un’estensione permanente del social network ed è scomparso nel giro di pochi mesi, travolto dal disinteresse degli utenti.</span></p>
<p><span>I dispositivi Portal avrebbero dovuto portare Meta dentro le case, ridefinendo le videochiamate domestiche, ma sono rimasti confinati a una nicchia, senza mai diventare un prodotto di massa. Gli NFT, presentati come il futuro della creator economy sulle piattaforme social, sono stati introdotti e poi rapidamente archiviati con il raffreddarsi del mercato. Threads, infine, è partito con numeri record nel tentativo di approfittare della crisi di Twitter, ma non è riuscito a trasformare quell’ondata iniziale in un’abitudine social diffusa. </span></p>
<p><span>Poi è arrivato il metaverso, la scommessa più grande, anche questa persa clamorosamente. L’idea era semplice da raccontare agli investitori: non più internet sullo schermo, ma un luogo in cui entrare. Uffici virtuali con Workrooms, dove riunirsi con avatar invece che su Zoom. Mondi digitali con Horizon, dove incontrarsi, giocare, partecipare a eventi. Una nuova vita online da vivere attraverso visori VR di ultima generazione.</span></p>
<p><span>Per costruire tutto questo, dal 2020 Meta ha investito 77 miliardi di dollari, poco più del prodotto interno lordo dell’Azerbaigian, puntando sull’idea che milioni di persone avrebbero adottato questi strumenti nella vita quotidiana, ma non è successo. Workrooms è stato chiuso senza mai diventare una vera alternativa al lavoro da remoto tradizionale e i visori sono rimasti costosi e troppo scomodi per un uso prolungato.</span></p>
<p><span>Soprattutto, è mancata la cosa fondamentale: il bisogno. Le persone non hanno sentito l’esigenza di lavorare con un casco in testa o di spostare la propria vita sociale in un mondo virtuale. I social bastano e avanzano. Il metaverso si è rivelato così il tentativo più costoso mai fatto da una grande azienda tecnologica di imporre un comportamento che le persone non avevano mai davvero desiderato. </span></p>
<p><span>Horizon Worlds, la piattaforma che avrebbe dovuto incarnare questa nuova visione: verrà ritirata dalla realtà virtuale entro giugno di quest’anno e continuerà a esistere solo come applicazione mobile. Zuckerberg aveva definito questa evoluzione come «il prossimo capitolo di internet», un passaggio inevitabile dopo l’era degli smartphone, ma il problema della realtà virtuale è la sua scomodità. Non è immediata, né discreta, sicuramente incompatibile con l’uso frammentato delle nostre interazioni digitali. </span><span>Le tecnologie che hanno successo non impongono nuovi comportamenti; si inseriscono in quelli esistenti e li amplificano. Lo smartphone non ha richiesto di cambiare modo di vivere, lo usiamo cento volte al giorno per pochi secondi. Mentre Horizon richiedeva sessioni dedicate, lunghe e immersive.</span></p>
<p><span>Gli utenti erano in gran parte giovani, attratti dall’aspetto ludico ma poco interessanti alla pubblicità. Gli adulti, che sostengono l’economia delle piattaforme digitali, non sono mai arrivati davvero. Senza utenti stabili e maturi, non sono arrivati neppure creator professionali, aziende e inserzionisti. Il risultato è stato un ecosistema debole: pochi contenuti di qualità, scarso coinvolgimento e una percezione diffusa di prodotto incompleto. </span><span>Anche l’esperienza non ha mantenuto le promesse. Gli spazi erano spesso vuoti o poco curati, le interazioni limitate e gli avatar, addirittura inizialmente senza gambe, sono diventati il simbolo di un progetto incompiuto.</span></p>
<p><span>Non è riuscito nemmeno a imporsi come piattaforma di gioco, che era l’alternativa più credibile. I titoli disponibili erano semplici, spesso costruiti dagli utenti, lontani dalla qualità e dalla profondità delle esperienze offerte su console, PC o anche su piattaforme come Roblox e Fortnite. Mancava un <em>killer game</em>, un motivo forte per indossare il visore ogni giorno. E soprattutto mancava un ecosistema di sviluppatori capace di sostenere contenuti complessi: creare giochi in VR richiede competenze e costi più alti, per un pubblico ancora limitato. Meta ha provato a rilanciare con concerti, eventi e accordi con grandi marchi, ma senza cambiare il problema di fondo. Non mancavano i contenuti, piuttosto il motivo per usarli.</span></p>
<p><span>Meta ha provato a costruire un mondo virtuale per tutti, rendendolo più semplice e puntando su una diffusione di massa. Ma così ha perso ciò che rendeva questi spazi davvero interessanti per chi li usava: la comunità e il senso di appartenenza. Allo stesso tempo, non è riuscita a renderlo abbastanza facile e immediato da competere con le piattaforme che le persone usano ogni giorno. Il risultato è stato un prodotto difficile per il grande pubblico e poco profondo per gli utenti più coinvolti. Zuckerberg si è trovato in mezzo al guado digitale, subendo l’ennesimo bagno di realtà virtuale. </span></p>
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<title>È stato creato il primo Etf per la ricostruzione ucraina</title>
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<description><![CDATA[ 
Un nuovo fondo lanciato a Londra intercetta i flussi destinati alla rinascita del Paese invaso dalla Russia. Tra risorse naturali, aiuti europei e incentivi fiscali, cresce l’interesse per un’economia ancora in guerra
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="843" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21919432-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21919432-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21919432-small-300x198.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21919432-small-1024x674.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21919432-small-768x506.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21919432-small-1200x790.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1">Il 25 febbraio 2022, il giorno dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina, i mercati crollavano e l’indice Pfts della borsa di Kyjiv veniva sospeso. Per molti l’Ucraina era un Paese spacciato. Invece, quattro anni dopo la guerra non è finita, Mosca è impantanata nel fango e c’è chi sceglie di investire su Kyjiv. Mentre cadono le bombe, investitori privati stanno già mettendo capitali nel Paese e alla Borsa di Londra è stato appena lanciato il primo Etf sulla ricostruzione ucraina. Perché investire in un Paese ancora in guerra può avere senso.</p>
<p class="p1">Secondo Henry Shterenberg, imprenditore ucraino naturalizzato americano e presidente onorario del World Trade Center Kyiv, ci sono almeno tre buoni motivi. «Primo, storicamente i maggiori profitti si sono sempre fatti nel dopoguerra. Secondo, l’Ucraina è ricca di risorse naturali. Terzo, è uno dei Paesi più grandi d’Europa e diventerà un membro dell’Unione europea. Chi entra ora potrà beneficiare della crescita di valore futura e, secondo me, l’Ucraina diventerà il Paese più avanzato al mondo in termini di <em>smart manufacturing</em>. A differenza di altri Paesi dove è difficile riconvertire infrastrutture obsolete, il novantacinque per cento del nostro territorio è ancora vergine. Possiamo costruire tutto da zero, nel modo giusto: sostenibile, efficiente, digitale».</p>
<p class="p1">A questo si aggiungono altri due motivi: gli oltre novanta miliardi tra prestiti e assistenza finanziaria accordati dall’Unione europea a Kyjiv (Ungheria permettendo) e la completa esenzione dalle tasse per almeno dieci anni per gli investitori esteri. A fine 2024 questo ha attratto in Ucraina oltre sessanta miliardi di stock investimenti esteri diretti, principalmente con aziende con sede legale a Cipro, Paesi Bassi, Svizzera e Stati Uniti. L’Italia è neanche tra i primi venti.</p>
<p class="p1">La raccolta di risparmio tra i piccoli investitori è stata finora più complessa. Anche per questo il Kyiv Independent ha pubblicato una “Guida per gli investimenti in Ucraina”, negli stessi giorni in cui alla Borsa di Londra ha debuttato il primo fondo negoziato dedicato alla ricostruzione del Paese: l’Ukraine Reconstruction Ucits Etf, lanciato dall’emittente HANetf con il contributo di Kpmg, e che replica il VettaFi Ukraine Reconstruction Index.</p>
<p class="p1">L’Etf non investe direttamente in asset ucraini, almeno per ora. Il portafoglio è composto soprattutto da grandi aziende europee e globali quotate, attive nei settori che saranno centrali nella ricostruzione: infrastrutture, energia, industria pesante, difesa e ingegneria civile. L’obiettivo è intercettare il flusso di capitali pubblici e privati che nei prossimi anni dovrà finanziare la ricostruzione del Paese, stimata dalla Banca Mondiale in oltre cinquecento miliardi di dollari.</p>
<p class="p1">Il fondo potrà includere progressivamente anche aziende ucraine, quando torneranno a quotarsi sui mercati internazionali e la liquidità del sistema finanziario inizierà a normalizzarsi.</p>
<p class="p1">Il debutto in borsa è stato prudente, come spesso accade per Etf tematici di nicchia. Nei primi giorni di contrattazione il prezzo si è mosso tra circa 8 e 8,6 euro per quota, con volumi ancora contenuti ma in crescita. UKRN è stato presentato dai promotori come un veicolo di investimento di lungo periodo, legato alla trasformazione dell’economia ucraina e alla sua integrazione con l’Unione Europea. Nelle loro intenzioni i mercati dei capitali privati potrebbero diventare una delle infrastrutture finanziarie della ricostruzione, permettendo agli investitori di partecipare a un processo che sembrava destinato quasi solo da governi e istituzioni multilaterali. Ossigeno per la rinascita ucraina, sempre più legata all’Occidente.</p>
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<title>Il credito privato sta diventando un problema per la stabilità finanziaria</title>
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Fondi sempre più diffusi raccolgono capitali promettendo rendimenti elevati, ma operano senza i controlli tipici delle banche
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lucas-favre-mnxaw-ablzy-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lucas-favre-mnxaw-ablzy-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lucas-favre-mnxaw-ablzy-unsplash-300x169.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lucas-favre-mnxaw-ablzy-unsplash-1024x576.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lucas-favre-mnxaw-ablzy-unsplash-768x432.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lucas-favre-mnxaw-ablzy-unsplash-1200x675.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Cresce il timore di una riedizione della grande crisi finanziaria del 2008. Infatti gli effetti devastanti delle guerre in corso e le gravi difficoltà del credito privato, sia negli Stati Uniti sia a livello internazionale, sono fattori che incidono assai negativamente sulle economie. Nei mesi passati alcuni fondi di credito privato sono già andati in bancarotta e nelle ultime settimane altri si sono trovati a cercare disperatamente liquidità per far fronte a ritiri da parte di molti investitori. E la corsa continua. Negli Stati Uniti il settore del credito privato è stimato in circa 2.000 mld di dollari, ma il mercato potenziale è molto più grande.</span></p>
<p><span>Il credito privato si riferisce agli investitori che prestano denaro direttamente alle imprese private e a semplici cittadini, bypassando le banche. Si tratta di fondi e non di banche e quindi non sottoposti alle regole e ai controlli propri del settore bancario. </span><span>Funziona in questo modo: gestori patrimoniali raccolgono fondi da investitori di tutti i tipi, anche da fondi pensione e assicurazioni, che sono alla ricerca di rendimenti elevati, superiori, ad esempio, a quelli obbligazionari. Alcuni operano direttamente, altri, i grandi operatori finanziari, creano dei «fondi ad hoc» per la gestione dei prestiti.</span></p>
<p><span>Negli ultimi anni è aumentata di parecchio la percentuale di piccoli risparmiatori, i cosiddetti retail investors, che hanno portato i loro soldi nei fondi di credito privato. Sono attratti dai più alti tassi d’interesse offerti. A fine 2024 era quasi il 17 per cento del totale. Anche un executive order di Trump dello scorso agosto riguardante le pensioni sta invogliando molti cittadini a portare i loro soldi ai gestori del credito privato.</span></p>
<p><span>I mutuatari – per lo più aziende di piccole e medie dimensioni che le banche considerano troppo rischiose per un prestito tradizionale – pagano un tasso d’interesse più elevato in cambio di un rapido accesso al capitale e a condizioni di finanziamento flessibili. Anche per loro, però, il tasso di fallimento per mancati pagamenti ha raggiunto il record di 9,2 per cento. </span><span>Si tratta di un’attività diffusa dopo il 2008, quando i governi hanno inasprito le restrizioni sui prestiti delle banche, che, a volte, erano stati concessi troppo facilmente.</span></p>
<p><span>Spesso si ha a che fare con un mercato opaco di prestiti che sostengono delle aziende anch’esse con bilanci opachi. Si ricordi che i mercati privati, per definizione, non sono negoziati pubblicamente. La mancanza di trasparenza rende difficile sapere cosa c’è in un’offerta di credito privato e anche capire in anticipo quando gli investitori iniziali potranno chiedere la restituzione dei loro soldi. </span><span>Inoltre, si teme che gli sviluppi impetuosi dell’intelligenza artificiale possano compromettere l’attività e la redditività di alcune aziende di software, rendendo superati i loro prodotti e innescando un’ondata di insolvenze. Durante la pandemia gli istituti di credito privati avevano investito molto nelle aziende di software.</span></p>
<p><span>Il problema vero è che la giostra non si ferma con la concessione di crediti ai mutuatari, alcuni dei quali sicuramente poco affidabili. I prestiti concessi sono considerati degli asset e diventano il capitale di base per l’emissione di altri titoli e anche, o soprattutto, di derivati finanziari. Perciò si entra nella «foresta oscura» di Dante, diretti agli inferi, non in paradiso.</span></p>
<p><span>Nelle ultime settimane, infatti, alcuni investitori nei fondi di credito privato hanno chiesto la restituzione del loro denaro a causa del timore che i gestori di detto credito sopravvalutassero i prestiti legati ad aziende rischiose. </span><span>Dopo il fallimento di due fondi americani legati al settore auto, l’ansia a Wall Street si è concentrata sul fondo di prestiti privati Blue Owl Capital, che il mese scorso è stato colpito da un’ondata di richieste di prelievo, costringendolo a sospendere i rimborsi e a liquidare degli asset per rimborsare i suoi finanziatori. Ha venduto prestiti per un valore di 1,4 miliardi di dollari. E il titolo della società ha perso un terzo del suo valore.</span></p>
<p><span>BlackRock, il più grande operatore patrimoniale al mondo, con circa 14.000 mld di dollari in gestione, ha dovuto limitare, dopo un’impennata di richieste di rimborso, i prelievi dal suo fondo Hlend. Lo stesso ha dovuto fare Blackstone, noto per le acquisizioni dirette di aziende, con il suo fondo di credito privato Bcred.</span></p>
<p><span>Da ultimo anche la banca Morgan Stanley ha deciso di limitare i prelievi dai propri fondi. JPMorgan Chase, da parte sua, ha ridotto il valore dei prestiti che i fondi di credito privato avevano dato alla banca in garanzia per ottenere altri prestiti. In questo modo ha diminuito la potenziale leva finanziaria dei fondi in questione.</span></p>
<p><span>Molti sostengono che il settore non è sufficientemente grande per impattare sull’intera finanza. In parte è vero. Lo stesso, però, era anche vero per il settore dei mutui immobiliari subprime prima della crisi del 2008! È per questa ragione che i banchieri top sono sempre più nervosi e lo affermano con frasi da cowboy come «la tempesta non si sente ancora, ma i cavalli nelle stalle nitriscono per la paura». E Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase, sulle crisi del credito privato è arrivato ad ammettere che «quando si vede uno scarafaggio vuol dire che ce ne sono molti altri nascosti». </span><span>Se si pensa che a livello mondiale i prezzi aumentano e il Pil diminuisce, ci verrebbe da dire <em>mala tempora currunt</em>.</span></p>
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<title>Le reti da pesca contro i droni di Putin, e la difesa a basso costo dell’Ucraina</title>
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Da scarto industriale a risorsa strategica, le reti sospese proteggono le strade della vita ucraine. In una guerra condotta con intelligenza artificiale, software innovativi e armi costose, le soluzioni semplici possono essere decisive tanto quanto le tecnologie avanzate
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827966-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827966-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827966-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827966-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827966-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827966-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>In alcune strade dell’Ucraina orientale, soprattutto nelle zone più esposte agli attacchi russi, si vedono reti da pesca sospese sopra l’asfalto. Formano una specie di copertura leggera, quasi invisibile, che trasforma le carreggiate in corridoi protetti. Servono a fermare i droni. Le eliche si impigliano nella maglia e il velivolo si blocca o esplode prima di colpire il bersaglio. È una dinamica che dice molto di questa guerra. Perché la resistenza di Kyjiv non passa solo da missili da milioni di euro e sistemi sofisticati in grado di elaborare enormi quantità di dati: è fatta anche di strumenti rudimentali, adattati sul campo.</p>
<p>Il senatore Ivan Scalfarotto <a href="https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?tab=datiGenerali&did=59993" target="_blank" rel="noopener">ha depositato</a> un disegno di legge per promuovere la cessione volontaria delle reti da pesca dismesse alle forze ucraine. L’idea nasce da una pratica già diffusa sul campo: «Le reti industriali da pesca sono considerate ideali perché i propeller dei droni si impigliano nelle maglie e il drone non riesce a proseguire il volo; anche un Lancet che colpisce la rete e detona non causa danni significativi perché la rete assorbe l’onda d’urto», dice Scalfarotto a Linkiesta. «Uno strumento antico quanto la civiltà del mare, che si sta rivelando uno degli antidoti più efficaci contro sistemi d’offesa ad altissima tecnologia». <span>Il ddl è stato firmato anche dalla capogruppo a Palazzo Madama Raffaella Paita e dai senatori del gruppo Enrico Borghi, Silvia Fregolent, Annamaria Furlan, Dafne Musolino e Daniela Sbrollini.</span></p>
<p>Non è una trovata isolata, quella di Scalfarotto. In tutta Europa, negli ultimi mesi, pescatori e agricoltori hanno iniziato a raccogliere e spedire reti verso l’Ucraina. Nei Paesi Bassi, l’organizzazione Life Guardians ne ha inviate oltre ottomila tonnellate; in Svezia circa quattrocento; in Danimarca cinquecento; dalla Bretagna francese sono partiti più di duecentottanta chilometri di reti. Materiali che fino a poco tempo fa erano un problema da smaltire sono diventati una risorsa strategica. «Ci sono già Paesi attivamente coinvolti, ma tutti su base volontaria e civile. Se fosse approvata questa legge l’Italia sarebbe il primo Paese a organizzarsi con una legge in questo senso», aggiunge Scalfarotto.</p>
<p>A prima vista può sembrare una di quelle soluzioni improvvisate che funzionano solo in emergenza. In realtà è coerente con l’evoluzione del conflitto. In questi anni Russia e Ucraina hanno progressivamente abbassato la soglia tecnologica necessaria per colpire un obiettivo, rendendo accessibili capacità offensive che fino a pochi anni fa erano prerogativa di eserciti molto più strutturati. E quando il costo dell’attacco si abbassa così tanto, anche la difesa deve cambiare scala.</p>
<p>In alcune zone del fronte, come raccontano i militari ucraini, è diventato quasi impossibile muoversi senza essere individuati da droni piccoli, economici, spesso modificati a partire da modelli commerciali, e caricati con esplosivi. Possono colpire veicoli, trincee, ospedali, infrastrutture energetiche, ma soprattutto le linee logistiche. Tutto ciò che tiene in piedi un esercito.</p>
<p>Per questo le reti da pesca stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante. Vengono tese sopra le strade, tra pali o strutture improvvisate, creando corridoi protetti.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609116" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-609116" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827962-small-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827962-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827962-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827962-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827962-small-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23827962-small.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>AP/Lapresse</em></figcaption></figure>
<p>Un reportage del New York Times della scorsa estate <a href="https://www.nytimes.com/2025/07/07/world/europe/ukraine-russia-drones-nets.html" target="_blank" rel="noopener">raccontava</a> il passaggio in alcune zone del fronte coperte da reti: attraversarle dà la sensazione di entrare in una struttura artificiale sospesa nel vuoto, una sequenza di archi leggeri, quasi invisibili, che trasformano strade aperte in tunnel improvvisati. Gli ucraini le hanno ribattezzate <a href="https://edition.cnn.com/2026/02/01/europe/ukraine-fishing-farming-nets-drones-intl" target="_blank" rel="noopener">«strade della vita»</a>, percorsi essenziali che permettono di rifornire le truppe o evacuare i feriti. Senza protezioni sarebbero bersagli facili. Con le reti, almeno, si riduce il rischio.</p>
<p>Quando un drone prova a colpire un bersaglio a terra, le eliche si impigliano nella maglia e il velivolo si blocca o esplode prima di raggiungere il bersaglio. Il paragone più usato dai soldati ucraini è quello con una ragnatela che cattura una mosca. Sembra un’immagine adeguata.</p>
<p>I droni sono difficili da intercettare con sistemi tradizionali. Sono piccoli, veloci, volano a bassa quota. In molti casi non conviene nemmeno abbatterli con armi sofisticate, come un caccia o un missile, per la disparità di costi che renderebbe l’operazione economicamente insostenibile sul lungo periodo.</p>
<p>Altri sistemi usati di solito per fermare i droni possono essere inefficaci contro i droni a fibra ottica, ampiamente diffusi al fronte ucraino. Si tratta di velivoli immuni ai normali sistemi di disturbo elettronico. Allora ecco che soluzioni semplici come le reti diventano uno dei pochi strumenti in grado di fermare fisicamente il drone prima dell’impatto.</p>
<p>Questo non significa che siano risolutive. «Le reti non sono una panacea», <a href="https://www.theguardian.com/world/2025/nov/08/old-fishing-nets-vital-protection-against-russian-drones-ukraine" target="_blank" rel="noopener">ha spiegato</a> una portavoce dell’esercito ucraino. Sono solo un elemento di un sistema più ampio. I piloti russi stanno già cercando modi per aggirarle, modificando le traiettorie o aumentando la velocità degli attacchi. In altri casi, i droni riescono comunque a colpire, soprattutto quando le coperture sono incomplete o danneggiate. Come spesso accade in questo conflitto, ogni contromisura genera rapidamente una contromossa.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-609117" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-609117" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23910170-small-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23910170-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23910170-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23910170-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23910170-small-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23910170-small.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>AP/Lapresse</em></figcaption></figure>
<p>Lo abbiamo scritto più volte in questi anni: non esiste un sistema di difesa che possa costituire da solo un proiettile d’argento. «Per difendersi efficacemente occorre una difesa stratificata e multilivello», <a href="https://www.linkiesta.it/2026/01/difesa-aerea-droni-microonde/" target="_blank" rel="noopener">aveva detto</a> qualche settimana fa a Linkiesta Alessandra Russo, esperta di tecnologie militari. Guerra elettronica, droni intercettori, sensori, armi tradizionali: ogni strumento riduce la probabilità che un attacco vada a segno.</p>
<p>Le reti si inseriscono esattamente in questa logica. Non sostituiscono le tecnologie avanzate, semplicemente le affiancano. Una soluzione a basso costo che risponde a un problema altrettanto concreto come la saturazione dello spazio aereo a bassa quota.</p>
<p>La capacità di adattamento è sempre indispensabile in una guerra di attrito, lunga e dettata da una costante necessità di efficienza, di razionalizzare il consumo di risorse. Per questo la proposta di Scalfarotto, al di là della sua dimensione politica, coglie un punto reale. Bisogna saper combinare il vecchio e il nuovo. Un oggetto semplice, nato per catturare pesci, oggi viene impiegato per fermare armi guidate da remoto. Da materiale di scarto a risorsa strategica. Una tecnologia povera che si rivela efficace contro sistemi molto più costosi.</p>
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<title>Una corsa e un’app, così è stata localizzata la portaerei francese</title>
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La geolocalizzazione pubblica su Strava di un militare imbarcato ha consentito di individuare il Charles de Gaulle nel Mediterraneo. L’episodio riaccende i timori sulle falle di sicurezza legate all’uso di app civili in contesti operativi sensibili
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="854" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11270725-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11270725-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11270725-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11270725-large-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11270725-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11270725-large-1200x801.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Una semplice sessione di jogging può trasformarsi in una falla di sicurezza. È quanto accaduto alla Francia, dopo che la posizione della portaerei Charles de Gaulle è stata individuata nel Mediterraneo orientale grazie ai dati pubblici caricati su Strava da uno dei suoi marinai.</p>
<p>A rivelarlo è<i> </i><a href="https://www.lemonde.fr/international/article/2026/03/19/stravaleaks-le-porte-avions-charles-de-gaulle-localise-en-temps-reel-par-le-monde-grace-a-l-application-de-sport_6672445_3210.html">Le Monde</a>, che ha ricostruito l’episodio partendo dal profilo pubblico di un ufficiale – indicato con il nome di fantasia “Arthur”. Il 13 marzo, l’uomo ha registrato una corsa di 35 minuti sul ponte della nave tramite smartwatch, caricando poi automaticamente il tracciato sull’app. Il risultato è stato una mappa Gps dettagliata che ha permesso di localizzare l’unità a nord-ovest di Cipro, a circa 100 chilometri dalla costa turca. La posizione è stata successivamente verificata anche attraverso immagini satellitari, che mostrerebbero la portaerei e il suo gruppo di scorta.</p>
<p>L’episodio arriva in un momento particolarmente delicato. La portaerei Charles de Gaulle è infatti il fulcro di un gruppo d’attacco dispiegato nella regione mediorientale, in un contesto segnato dalle tensioni legate alla guerra con l’Iran. A bordo si trovano una ventina di caccia, velivoli di sorveglianza ed elicotteri, impiegati – secondo il ministero delle Forze armate francese – per proteggere i cittadini francesi, difendere gli interessi nazionali e sostenere partner e alleati. Il presidente Emmanuel Macron ha definito la missione “strettamente difensiva”.</p>
<p>La reazione dello Stato maggiore è stata immediata: l’eventuale comportamento del militare “non è conforme alle consegne in vigore” e saranno adottate misure disciplinari se i fatti saranno confermati. Un richiamo che evidenzia come, nonostante anni di allarmi, la gestione dei dispositivi personali resti un punto debole per molte forze armate.</p>
<p>Il caso francese non è infatti isolato, ma si inserisce in una lunga serie di incidenti legati all’uso di Strava in contesti sensibili. Già nel 2018, la pubblicazione della “heatmap” globale dell’app – una mappa che aggrega miliardi di dati Gps – aveva esposto la posizione di basi militari statunitensi e alleate in Afghanistan, Siria e altre aree di crisi. In alcuni casi, i percorsi di corsa dei soldati permettevano addirittura di ricostruire la struttura interna delle installazioni, invisibili nelle immagini satellitari commerciali.</p>
<p>L’allarme era stato rilanciato da analisti e centri di ricerca, sottolineando come comportamenti quotidiani – una corsa, un giro in bici – potessero compromettere la sicurezza operativa. “Se i soldati usano l’app come persone normali, il rischio è evidente”, <a href="https://www.theguardian.com/world/2018/jan/28/fitness-tracking-app-gives-away-location-of-secret-us-army-bases">osservava</a> allora l’analista Nathan Ruser, evidenziando come le basi apparissero come “punti luminosi” in aree altrimenti buie.</p>
<p>Negli anni successivi, il problema non è stato risolto. Nel 2022, un’indagine del gruppo israeliano FakeReporter ha rivelato un utilizzo ancora più sofisticato della piattaforma: attori non identificati avrebbero creato segmenti di corsa fittizi all’interno di basi militari, riuscendo così a identificare e tracciare personale anche con impostazioni di privacy elevate. In alcuni casi, gli spostamenti degli individui potevano essere seguiti tra diverse installazioni e persino all’estero.</p>
<p>Episodi analoghi hanno coinvolto anche figure di alto profilo. Secondo quanto riportato da Le Monde, le attività su Strava avrebbero già esposto in passato gli spostamenti delle guardie del corpo di Emmanuel Macron, mentre casi simili hanno riguardato agenti del Secret Service statunitense durante viaggi presidenziali.</p>
<p>Il nodo, dunque, non è solo tecnologico ma culturale. Le app di fitness, utilizzate da centinaia di milioni di utenti nel mondo, si basano sulla condivisione dei dati come elemento centrale dell’esperienza. Ma in ambito militare, quella stessa logica entra in conflitto diretto con le esigenze di segretezza e protezione delle informazioni.</p>
<p>Per le forze armate occidentali, la sfida è duplice: da un lato rafforzare le regole e i controlli sull’uso dei dispositivi personali; dall’altro sviluppare una maggiore consapevolezza tra il personale. Perché, come dimostra il caso della Charles de Gaulle, basta una corsa apparentemente innocua per trasformare un dato personale in un’informazione strategica accessibile a chiunque sappia dove guardare.</p>
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<title>Di che cosa parliamo quando parliamo di referendum? Di Enzo Tortora</title>
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Se la serie tv di Marco Bellocchio fosse andata in onda su Raiuno, anziché su HboMax, l’esito del voto di domenica sarebbe scontato. La riforma Nordio è poca cosa, ma completa l’opera cominciata nel 1987, nonostante i suoi promotori non siano affatto garantisti e abbiano in testa altro
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="840" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4486708-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4486708-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4486708-large-300x197.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4486708-large-1024x672.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4486708-large-768x504.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4486708-large-1200x788.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Se la serie tv su Enzo Tortora diretta da Marco Bellocchio fosse stata trasmessa su Raiuno, anziché su HboMax, che è l’ultima e la meno diffusa delle piattaforme a pagamento arrivate in Italia, non ci sarebbero dubbi sull’esito del referendum del 22 e 23 marzo.</p>
<p>Il caso Tortora è la fotografia esatta della malagiustizia italiana di quegli anni, e non c’è fotogramma di “Portobello” che non lo ribadisca in modo preciso, e allo stesso tempo tragico, violento e surreale.</p>
<p>Le figure grette e meschine dei due procuratori della Repubblica, ma si dovrebbe dire dei “persecutori della Repubblica”, Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, uno dei quali definito “il Maradona del diritto”, dicono tutto. Di Pietro e Di Persia orchestrarono le testimonianze di una serie di camorristi – uno detto «’o animale», l’altro «’o pazzo» e infine un altro ancora detto «’o bello» – per incastrare a fini mediatico-narcisisti, e modalità sadiche, il totalmente estraneo Enzo Tortora in una maxi retata sulla Nuova Camorra Organizzata, ma senza aver svolto alcuna indagine seria sul giornalista e conduttore, nemmeno una chiamata al numero telefonico trovato su un’agendina dell’amica di un camorrista (immaginatevi di che prova regina stessero parlando), anche perché se avessero telefonato avrebbero scoperto che a quel numero non avrebbe risposto il popolare conduttore di Portobello ma un tal Enzo Tortona, con la n al posto della r, di Caserta, titolare di un negozio di macchine per caffè.</p>
<p>Ma il caso Tortora, che in realtà era il caso Italia, non è stato soltanto un episodio isolato di malagiustizia che ha rovinato la vita a un uomo pubblico, alla sua famiglia, e a molte altre persone. Il caso Tortora è straordinariamente attuale non solo perché arriva in tv grazie a Bellocchio, ma perché riguarda esattamente il tema del referendum di domenica e lunedì: i due procuratori, il giudice istruttore e gli altri magistrati, compreso Diego Marmo che si permise di definire Enzo Tortora «un cinico mercante di morte», non hanno subìto alcun procedimento disciplinare da parte del Csm nonostante i loro grossolani errori. Anzi sono stati premiati con incarichi prestigiosi, e in un caso addirittura eletti proprio al Csm, l’organo che giudica i colleghi magistrati (abbiamo visto come) grazie a un sistema di lottizzazione degli incarichi e di autoassoluzioni in base all’appartenenza alle correnti politiche della magistratura.</p>
<p>Sapete chi è stato l’unico dei magistrati coinvolti nel caso Tortora a non aver fatto carriera? Si chiama Michele Morello, ed è il giudice che in appello ha assolto Tortora. Morello è stato sottoposto anche a un procedimento disciplinare intimidatorio da parte del Csm, per aver detto ai giornalisti una semplice frase al momento della lettura della sentenza di assoluzione di Tortora: «Abbiamo condannato chi andava condannato e assolto chi andava assolto», una frase che – come ha ricordato Filippo Facci – fu ritenuta una «violazione del segreto della camera di consiglio, anche se il fascicolo, forse per imbarazzo, fu lasciato estinguere per prescrizione dal Csm»,</p>
<p>Ora è vero che ai tempi di Tortora c’era ancora il rito inquisitorio e non quello accusatorio di stampo anglosassone, approvato proprio in conseguenza della débâcle della giustizia italiana durante il caso Tortora, ma allora il Csm era esattamente quello che il referendum di questo weekend vuole riformare, e che ha funzionato con le logiche di spartizione politica e di auto assoluzione dei magistrati, e non a tutela dei cittadini.</p>
<p>Di questo parliamo quando parliamo del referendum di domenica: dell’ultima tappa in ordine di tempo di un processo riformatore della giustizia italiana nato in reazione anche popolare all’ingiustizia del caso Tortora e che, grazie al referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei giudici (il cosiddetto referendum Tortora, approvato da oltre l’80 per cento degli elettori) ha portato alla riforma del codice di procura penale, alla legge sulla (tenue) responsabilità civile dei giudici, e poi alla riforma costituzionale sul giusto processo del 1999, e all’apertura del dibattito sul sistema di elezione del Csm, oggetto peraltro di un altro “referendum Tortora” su cui nel 1987 non si è votato perché bocciato dalla Corte Costituzionale. Fino all’annoso scontro post Mani Pulite sulla separazione delle carriere, brillantemente affrontato senza nessuna polemica da Mario Draghi con la riforma Cartabia che, senza scossoni politici, ha portato alla separazione di fatto delle funzioni tra pubblico ministero e giudice.</p>
<p>La riforma costituzionale Nordio che va al voto referendario è residuale, non meritevole di così tanta agitazione e allarmi democratici. In linea teorica, completa il quadro normativo cambiato dalla legge Cartabia e, in continuità con le riforme post caso Tortora, separa le carriere dei magistrati, sdoppia il Csm, elegge i membri con il sorteggio per rompere l’assedio delle correnti, e affida le questioni disciplinari a un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare.</p>
<p>La riforma Nordio è molto discutibile, ma per ragioni diverse se non opposte a quelle che si sentono ogni sera nei talk show e negli accorati appelli social di gente molto fotogenica ma che non ha mai avuto a che fare con le pandette.</p>
<p>Il problema della riforma Nordio non è che rischia di mettere i pm sotto il controllo del governo, e quindi di indirizzare l’azione penale, come peraltro succede in tutti quei i Paesi liberi e democratici del pianeta, anche perché è attività che non può prescindere dall’articolo 112 della Costituzione che impone al pubblico ministero di avviare l’azione penale ogni qual volta viene a conoscenza di una notizia di reato (obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale).</p>
<p>La campagna elettorale e le dichiarazioni dei due fronti dimostrano che questo non è nemmeno uno scontro tra garantisti e giustizialisti. Buona parte del fronte del Sì è composto da forze politiche certamente non garantiste, o garantiste solo con gli amici, esattamente come una parte consistente del fronte del No.</p>
<p>Le dichiarazioni dei leader della maggioranza, poi, sono critiche in particolar modo nei confronti dei giudici non dei pubblici ministeri, dei giudici che applicano le direttive Ue contro le leggi del Parlamento, per esempio, o dei giudici che scarcerano i militanti dei centri sociali fermati durante gli scontri di Torino, respingendo le richieste dei pm, e così via.</p>
<p>O vi sembrano garantisti e cultori del diritto romano quei leader di governo che a gennaio erano sul punto di dichiarare guerra alla Svizzera perché i giudici locali avevano scarcerato, in attesa del giudizio, il proprietario del locale dove si era consumata la tragedia di Crans-Montana?</p>
<p>Vi sono sembrati garantisti e rispettosi dei principi del giusto processo quando, sempre loro, hanno applaudito all’uccisione di uno spacciatore a Rogoredo, schierandosi senza se e senza ma con il poliziotto che ha sparato e ucciso, salvo poi scoprire che la vittima non aveva un’arma, nemmeno caricata a salve, e che molto probabilmente c’è stata un’inquietante messa in scena?</p>
<p>Alla destra di governo vanno benissimo i pubblici ministeri giustizialisti e i metodi spicci delle forze dell’ordine che, sui temi cari e purché non tocchino gli amici, arrestano i sospettati e dimenticano la chiave della cella.</p>
<p>Alla destra di governo non vanno bene i giudici che non aderiscono alle sue scelte politiche e quelli che si ostinano a voler applicare le leggi che impediscono la piena soddisfazione del sentimento popolare alimentato dalla maggioranza, come dimostrano i casi dei centri per immigrati in Albania o della scarcerazione del criminale di guerra libico Al Masri.</p>
<p>I promotori della riforma sono meno interessati a tutelare le garanzie del cittadino e più a rafforzare il potere esecutivo, sulla scia di quanto avviene nell’Ungheria di Orbán, nella Turchia di Erdogan e nell’America di Trump.</p>
<p>Tutto molto pericoloso, ed evidente, ma si tratta di un progetto che prescinde dal merito della riforma del Csm, una tendenza autoritaria che fotogra lo spirito del tempo e che non accelererà né arretrerà a seconda del risultato del referendum. Non succederà niente di irreparabile nel caso vincesse il Sì e nemmeno in caso di vittoria del No, specie se come pare la differenza sarà piccola. A metà settimana avremo dimenticato tutto.</p>
<p>Per questi motivi, come si dice in questi casi, su Linkiesta non ci siamo granché appassionati al tema, che certamente è meno rilevante rispetto all’aggressione russa all’Europa, all’avventura in Iran e alla tragedia trumpiana. Abbiamo ospitato articoli <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/referendum-voto-garantisti-si/" target="_blank" rel="noopener">garantisti per il Sì</a> di Carmelo Palma e di Marco Taradash, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/la-separazione-delle-carriere-e-fuffa-nordio-punta-ad-altro-ecco-perche-mi-asterro/" target="_blank" rel="noopener">opinioni garantiste ma per l’astensione</a> dell’avvocato Cataldo Intrieri, un appello di <a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/referendum-garantisti-per-il-no/" target="_blank" rel="noopener">garantisti per il No</a> organizzato quasi per scherzo da Francesco Cundari, e anche un mio contro appello col quale, pur ammettendo che non avrei mai potuto votare No, mi sono dichiarato <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/firmerei-l-appello-garantisti-per-il-boh/" target="_blank" rel="noopener">garantista per il Boh</a>.</p>
<p>Poi, però, ho visto la serie tv su Enzo Tortora.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/di-che-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-referendum-di-enzo-tortora/">Di che cosa parliamo quando parliamo di referendum? Di Enzo Tortora</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il fumetto più letto al mondo non è più americano e parla di politica</title>
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Il manga di Eiichirō Oda ha raggiunto i seicento milioni di copie vendute, superando Superman. Nonostante la contrazione del mercato, l’immaginario collettivo dei più giovani passa ancora attraverso i fumetti, ma oggi parla di libertà dalle oppressioni e lo fa in giapponese
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="706" height="262" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/logo-onepiece.png?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/logo-onepiece.png 706w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/logo-onepiece-300x111.png 300w" sizes="auto, (max-width: 706px) 100vw, 706px"></p><p class="p1">Il fumetto più letto al mondo non è più americano ed è un manifesto politico. È il manga giapponese One Piece, che racconta le storie di una ciurma di giovani pirati che decidono di prendere il mare per realizzare i propri sogni e vivere in libertà. In un mondo fatto di mari pericolosissimi e isole misteriose, il protagonista Luffy viaggia alla ricerca del grande tesoro del Re dei Pirati, il One Piece, e nel farlo incontra gli abitanti di queste isole, soggiogati dalla prepotenza dei regnanti locali.</p>
<p class="p3">In ogni isola l’arrivo di Luffy porta alla liberazione del popolo oppresso e a scoprire un pezzo in più della storia del mondo, accuratamente nascosta dal Governo Mondiale. Dal 1997 a oggi la storia è ancora in corso: ogni settimana viene pubblicato un capitolo da venti pagine, atteso da milioni di fan che lo commentano sui forum e su YouTube. Una community di tutte le età, ma soprattutto di giovani che vedono in questa opera mastodontica da oltre centoquindici volumi un riferimento culturale e politico.</p>
<p class="p3">Il formato e il messaggio sono profondamente diversi dalle storiche serie americane ormai surclassate nelle vendite, per quanto non sia semplicissimo il conteggio e si tratti di stime. Superando le seicento milioni di copie in ventinove anni, One Piece lascia indietro Superman – che ha ottenuto seicento milioni in ottantotto anni –, Batman – con 484 milioni in ottantasette anni – e Spiderman – 387 milioni in sessantatré anni –. Nei comics i protagonisti sono inseriti in una dimensione temporale indefinita, con alcuni elementi che si ripetono nei decenni tra rivisitazioni e adattamenti. Al contrario, i fumetti giapponesi sono la serializzazione di una storia precisa, con un inizio e una fine.</p>
<p class="p3">I protagonisti dei comics sono archetipi sempre uguali a sé stessi: il cavaliere azzurro senza macchia e il cavaliere nero con una vendetta da compiere, che combattono mostri e minacce alla sicurezza e alla stabilità in un mondo che è sempre da preservare e salvare. Luffy, invece, il mondo lo vuole ribaltare. In One Piece è il potere costituito che opprime i popoli e i “mostri” sono in realtà gli esclusi, gli emarginati e i “diversi” che vanno liberati.</p>
<p class="p3">Qui Capitan America rientrerebbe tra i cattivi che difendono un governo che schiavizza, discrimina e stermina le persone innocenti. Qualcuno ha mai scritto una storia in cui Superman guida una <i>class action </i>contro Lex Luthor per la ridistribuzione della sua ricchezza? Peter Parker è un insegnante del liceo sottopagato, che combatte i mostri, ma non i tagli all’istruzione. La generazione Z oggi vede una minaccia più nelle crescenti disuguaglianze e nella crisi climatica – temi centrali in One Piece –, che nei mostri alieni.</p>
<p class="p3">Una maggiore attenzione alle questioni sociali si è vista nell’ultimo Superman di James Gunn, in cui il supereroe sfida le indicazioni del governo per difendere una popolazione da imprenditori tech e imperialismo, ma è la bandiera di One Piece a essere diventata un simbolo. Il teschio con il cappello di Paglia è così comparso in tutte le ultime manifestazioni degli ultimi anni, dai movimenti pro-Palestina alle proteste contro Trump, arrivando persino a campeggiare nelle rivoluzioni giovanili in Indonesia e in Marocco, solo per citarne alcune. Così oggi l’immaginario collettivo dei più giovani continua a passare attraverso i fumetti, ma parla di libertà dalle oppressioni e lo fa in giapponese. Un pezzo di soft power che il Giappone sa bene di avere e in cui gli Stati Uniti non dettano più la linea.</p>
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<title>Calcio, criminalità, clan e quel che Meloni prima o poi dovrà spiegare</title>
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Delmastro e i legami storici di un mondo estremista con settori oscuri della società disegnano un quadro opaco della destra romana, tra vecchi retaggi e responsabilità politiche oggi impossibili da ignorare
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24256975-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24256975-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24256975-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24256975-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24256975-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24256975-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Premessa: la nuova vicenda che coinvolge Andrea Delmastro investe profili penali che qui non si possono né si debbono valutare perché riguardano la magistratura.</p>
<p>La questione politica, invece, sì che va affrontata. Questa questione politica riguarda i rapporti inquietanti fra la destra romana e la criminalità organizzata. La cosa è molto importante perché si sta parlando del primo partito italiano la cui leader è anche la presidente del Consiglio, di cui il più importante esponente è presidente del Senato, che annovera vari ministri, sottosegretari, presidenti di commissione, tra le quali l’Antimafia. Che la vicenda scotti è dimostrato dal fatto che le sorelle Meloni sono subito scese in campo per difendere il sottosegretario alla Giustizia. Quindi è oggettivamente un’altra grana per il governo.</p>
<p>Ora, per quanto Delmastro, già incappato in altre vicende giudiziarie e pure condannato in primo grado per una di queste, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/la-pregiata-bisteccheria-delmastro-e-i-professionisti-delle-fregnacce-antimafia/">su Linkiesta</a> Carmelo Palma ha già spiegato il fatto di cui si sta discutendo. Una strana storia nella quale il sottosegretario di Fratelli d’Italia si era imbarcato in una società, fondata nella sua Biella con altri esponenti piemontesi di Fratelli d’Italia, con la figlia di un ristoratore romano, Mauro Caroccia, che risulta impelagato con il clan del camorrista Michele Senese. Delmastro, quando ha capito con chi si era messo in affari, ha fatto dietrofront spiegando che non conosceva il padre della ragazza e che appena saputo è uscito dalla società. Ma poi è uscita una sua foto abbracciato al padre della ragazza nel ristorante di famiglia. E non appare nemmeno vero che il sottosegretario abbia subito preso le distanze dalla famiglia Caroccia dato che oggi emerge un’altra foto di un paio di mesi fa in cui Delmastro cena nel ristorante di Caroccia insieme a Giusy Bartolozzi, la capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Vedremo gli sviluppi perché il caso è solo agli inizi.</p>
<p>Dicevamo che la questione politica sulla quale il partito di Giorgia Meloni dovrebbe dire qualcosa è quella di ripetuti rapporti tra la destra romana e ambienti criminali che operano nella Capitale. I tempi di Massimo Carminati sono lontani, ma poi non tanto. Strascichi di nessi opachi tra destra, ambienti sportivi – gli ultrà della Lazio – e malavita (droga, riciclaggio di denaro sporco, ristoranti e quant’altro) esistono tuttora. Delmastro può essere rimasto impigliato, magari per imperizia, in un giro sbagliato.</p>
<p>Dice Matteo Orfini del Partito Democratico, che da anni segue queste vicende: «Qualche tempo fa Paolo Signorelli, portavoce di [Francesco] Lollobrigida, fu costretto alle dimissioni dopo la pubblicazione di sue chat in cui si abbandonava a orribili commenti antisemiti. In quelle chat Signorelli dialogava con Fabrizio Piscitelli, in arte “Diabolik”, capo degli ultras della Lazio nonché personalità di spicco della criminalità romana, ucciso in pieno giorno in un parco romano. “Diabolik” ovviamente conosceva e frequentava la famiglia Caroccia, come emerso in una precedente inchiesta».</p>
<p>Ovviamente, ripetiamo, vedranno i magistrati. Però è fuori dubbio che esista un contesto, avrebbe detto Leonardo Sciascia, come di scatole cinesi. Calcio, criminalità, destra. “Roma Caroccia”, alla maniera di Antonello Venditti, ancora una volta.</p>
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<title>Il gusto su misura cambia il rito e la società</title>
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Un editoriale del Washington Post lega l’ascesa del caffè personalizzato alla trasformazione dei comportamenti sociali. Tra dati reali e interpretazioni culturali, emerge una domanda più ampia sul rapporto tra individualismo e riti condivisi
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 05:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="855" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-chevanon-312420.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-chevanon-312420.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-chevanon-312420-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-chevanon-312420-1024x684.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-chevanon-312420-768x513.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-chevanon-312420-1200x802.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Spesso pensiamo ai nostri acquisti alimentari solo con i filtri personali: li vediamo come una scelta economica, percepiamo il loro valore nutrizionale, a volte ci preoccupiamo della filiera che rappresentano o dei valori che rappresentano. Ma a volte, se guardiamo il cibo e i nostri acquisti in quel settore con l’occhio sociologico, ci rendiamo conto che possono avere una valenza ancora più significativa. La società contemporanea può essere dunque letta anche attraverso una tazza di caffè? È la provocazione avanzata da Jakub Grygiel <a href="https://www.washingtonpost.com/opinions/2026/03/09/starbucks-coffee-edmund-burke-latte/" target="_blank" rel="noopener">in un editoriale pubblicato sul The Washington Post</a>, che in un articolo volutamente provocatorio, “Il tuo latte al caramello salato sta distruggendo la società”, osserva come la crescente diffusione di bevande personalizzate negli Stati Uniti accompagni una trasformazione più ampia nei comportamenti sociali. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il punto di partenza è concreto. Secondo la National Coffee Association, il consumo di caffè <em>specialty</em> ha raggiunto livelli record: quasi un adulto su due negli Stati Uniti ne ha bevuto almeno uno nell’arco della giornata. È un dato che farà gongolare i produttori e i promotori di questo nuovo stile di bevuta, che sono sempre più attenti a <a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/che-cosa-significa-davvero-specialty-coffee/" target="_blank" rel="noopener">promuovere il caffè di origine certa</a>, che viene lavorato con attenzione e proviene da territori definiti e vocati. Ogni caffè è unico, in qualche modo, e la sua macinatura ed estrazione dipende dai desideri del consumatore, che è molto più informato e consapevole e quindi sceglie e personalizza per ottenere il “suo” caffè. Curiosamente, osserva sempre Grygiel, diverse ricerche, tra cui quelle dell’American Psychological Association, registrano una diffusione crescente di solitudine e isolamento percepito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Grygiel propone di leggere questi due fenomeni all’interno della stessa cornice culturale. Le bevande dai nomi complessi, costruite attraverso combinazioni di latte vegetale, aromi e topping, rappresentano una forma di consumo in cui il prodotto diventa espressione dell’identità individuale. Il caffè, da gesto semplice e condiviso, si trasforma in esperienza costruita su misura, pensata per rispondere a preferenze sempre più specifiche. Potremmo dire lo stesso per una serie infinita di altri alimenti, che sono sempre più pensati per corrispondere alle scelte individuali dei singoli. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questo passaggio si inserisce il riferimento a Edmund Burke, per il quale la tenuta della libertà dipende anche dalla capacità degli individui di esercitare autocontrollo. Una società fondata su desideri costantemente soddisfatti tende a spostare l’equilibrio tra autonomia personale e regole comuni. Il consumo personalizzato diventa così un indicatore di una trasformazione più profonda, in cui il desiderio individuale assume un ruolo centrale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La teoria trova un’eco in alcune ricerche sul rapporto tra individualismo culturale e solitudine, che evidenziano come contesti più orientati al singolo presentino livelli più elevati di isolamento percepito. Allo stesso tempo, il legame diretto tra abitudini di consumo e coesione sociale resta oggetto di discussione. La personalizzazione può essere letta anche come forma di espressione e di partecipazione, capace di generare nuovi linguaggi e nuove comunità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il confronto con l’Italia introduce un’altra prospettiva. Qui il caffè mantiene una struttura riconoscibile: espresso al banco, tempi brevi, ritualità consolidata. Il bar continua a funzionare come spazio di prossimità, luogo attraversato quotidianamente da relazioni rapide e informali. Tutto sommato, anche se le scelte di caffè in Italia sono tutto fuorché standard – provate a stare al banco di un bar alla stazione per capire in quanti modi siamo in grado di ordinare un espresso – siamo comunque dei tradizionalisti che fanno delle piccole varianti al classico. Nemmeno l’ingresso di Starbucks nel mercato italiano, avvenuto nel 2018 a Milano, ha modificato in modo sostanziale questo equilibrio. Il caramel matcha latte rimane uno sfizio che non sostituisce in alcun modo un bel macchiato o un cappuccino. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Più che una contrapposizione tra modelli, emerge una differenza di approccio. Da una parte un consumo costruito sull’individualità, dall’altra un rito che mantiene una dimensione collettiva. In mezzo, una questione aperta: fino a che punto la ricerca di esperienze su misura ridefinisce il modo in cui si condividono spazi, tempi e abitudini. </span><span class="s1">Dentro una tazza, quindi, si riflette un cambiamento che riguarda la forma stessa della vita quotidiana e il modo in cui si abita la relazione con gli altri, almeno secondo questa lettura di causa ed effetto che non siamo in grado di dimostrare, ma che comunque ci fa riflettere. Se la possibilità di personalizzazione è infinita, e se siamo sempre più soli e meno disposti a rispettare le regole di convivenza sociale, forse dipende davvero da che tipo di caffè scegliamo. Almeno facciamolo bene e con consapevolezza: la prossima settimana a Milano ci aspetta <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/grind-chronicles-racconta-cio-che-accade-prima-espresso/" target="_blank" rel="noopener">Grind Chronicles</a>, è sicuramente l’occasione per capirne di più di questo settore in costante evoluzione. </span></p>
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<title>Investimenti: 1,2 milioni di truffati nell’ultimo anno</title>
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<description><![CDATA[ Sono più di 1,2 milioni nel solo 2025 gli italiani vittime di una truffa o un tentativo di frode nell’ambito degli investimenti, con un danno medio pari a 1.770 euro. Questi alcuni dei dati emersi dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, che ha acceso un faro sulle frodi ai danni degli […] ]]></description>
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 04:30:20 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Truffe-investimenti_c-SutikawatiVibes-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Sono più di 1,2 milioni nel solo 2025 gli italiani vittime di una truffa o un tentativo di frode nell’ambito degli investimenti, con un danno medio pari a 1.770 euro. Questi alcuni dei dati emersi dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, che ha acceso un faro sulle frodi ai danni degli […]]]> </content:encoded>
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<title>Dagli Stati Generali sul Diabete la strategia italiana per contrastare la pandemia in chiave di Ecosistemi</title>
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<description><![CDATA[ Torna per il terzo anno l’appuntamento che riunisce Istituzioni, Società scientifiche e Associazioni di pazienti, con l’obiettivo di arginare l’emergenza diabete in Italia. Focus su quattro Ecosistemi: “Governance Sanitaria”, “Digitale”, “Salute”, “Ricerca e Innovazione” ]]></description>
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 04:30:20 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/WhatsApp-Image-2026-03-19-at-09.50.27-1-1024x576-1-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Torna per il terzo anno l’appuntamento che riunisce Istituzioni, Società scientifiche e Associazioni di pazienti, con l’obiettivo di arginare l’emergenza diabete in Italia. Focus su quattro Ecosistemi: “Governance Sanitaria”, “Digitale”, “Salute”, “Ricerca e Innovazione”]]> </content:encoded>
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<title>Tre ponti, un solo desiderio: una pausa da sogno ad Asmana Wellness World</title>
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<description><![CDATA[ Vicino Firenze, la Day Spa più grande d&#039;Italia trasforma Pasqua, 1° maggio e 2 giugno 2026 in un viaggio sensoriale tra i rituali wellness del mondo, con Cerimonie di Benessere a tema primavera ]]></description>
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 04:30:20 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Naturopatia 2.0: un mix di antiche tradizioni e conoscenze scientifiche moderne</title>
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<description><![CDATA[ Istituto Vitae è la scuola quadriennale in naturopatia contemporanea che forma professionisti riconosciuti dagli standard europei grazie a oltre 25 anni di esperienza in medicina complementare
Ecco come diventare naturopati contemporanei nel rispetto della scienza e della legislazione ]]></description>
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 04:30:20 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Naturopatia, 2.0:, mix, antiche, tradizioni, conoscenze, scientifiche, moderne</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-505-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Istituto Vitae è la scuola quadriennale in naturopatia contemporanea che forma professionisti riconosciuti dagli standard europei grazie a oltre 25 anni di esperienza in medicina complementare
Ecco come diventare naturopati contemporanei nel rispetto della scienza e della legislazione]]> </content:encoded>
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<title>Di vele e giardini. Livorno sboccia a primavera</title>
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<description><![CDATA[ Primavera ed estate si annunciano ricche di appuntamenti a Livorno: tra fiori, vele e creatività giovanile, il calendario cittadino torna ad animare parchi, mare e quartieri storici ]]></description>
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 04:30:19 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>vele, giardini., Livorno, sboccia, primavera</media:keywords>
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<title>Fiori Royal. Fiori di primavera</title>
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<description><![CDATA[ I territori delle Residenze Reali Sabaude salutano l’arrivo della bella stagione insieme alle comunità che li vivono: nuovi Royal Community Tour raccontano questa straordinaria stagion ]]></description>
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 04:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Sotto la direzione del Maestro Francesco Mazzonetto torna “Musica Regina in Villa” International Music Festival</title>
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<description><![CDATA[ Dal 28 giugno al 5 luglio 2026, dopo il successo della scorsa edizione che ha richiamato oltre 3.000 spettatori, torna a Villa della Regina il festival promosso dall’Associazione Apeiron in collaborazione con le Residenze reali sabaude del Ministero della cultura e con l’Associazione Amici di Villa della Regina.
Guidata dal Maestro Francesco Mazzonetto, la manifestazione si conferma un appuntamento capace di coniugare musica, visione artistica e valorizzazione del patrimonio ]]></description>
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 04:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/image00005-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Dal 28 giugno al 5 luglio 2026, dopo il successo della scorsa edizione che ha richiamato oltre 3.000 spettatori, torna a Villa della Regina il festival promosso dall’Associazione Apeiron in collaborazione con le Residenze reali sabaude del Ministero della cultura e con l’Associazione Amici di Villa della Regina.
Guidata dal Maestro Francesco Mazzonetto, la manifestazione si conferma un appuntamento capace di coniugare musica, visione artistica e valorizzazione del patrimonio]]> </content:encoded>
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<title>Crisi internazionale, il Turismo Organizzato incontra il Ministro Santanchè per chiedere misure di carattere emergenziale e strutturale</title>
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<description><![CDATA[ Le associazioni del Turismo Organizzato hanno partecipato oggi al tavolo convocato dal Ministro del Turismo, Daniela Santanchè, per affrontare gli effetti della crisi internazionale sul settore ]]></description>
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 04:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Crisi, internazionale, Turismo, Organizzato, incontra, Ministro, Santanchè, per, chiedere, misure, carattere, emergenziale, strutturale</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="65" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Untitled-copy-288-150x65.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Le associazioni del Turismo Organizzato hanno partecipato oggi al tavolo convocato dal Ministro del Turismo, Daniela Santanchè, per affrontare gli effetti della crisi internazionale sul settore]]> </content:encoded>
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<title>Allergie primaverili: come trasformare la propria casa in un rifugio sicuro per le vie respiratorie</title>
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<description><![CDATA[ Specializzato nella purificazione dell&#039;aria, Levoit risponde a questa esigenza con il modello Core 300S. Questo purificatore d&#039;aria contribuisce a trasformare l&#039;ambiente domestico in un luogo sicuro, garantendo ogni giorno aria pulita ]]></description>
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 04:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Mutui e BCE: possibili aumenti già nelle rate di aprile</title>
<link>https://www.eventi.news/mutui-e-bce-possibili-aumenti-gia-nelle-rate-di-aprile</link>
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<description><![CDATA[ La BCE nella riunione di oggi non è intervenuta sui tassi, nonostante questo, però, le rate dei mutui variabili potrebbero comunque aumentare già da aprile. Analizzando l’andamento dell’Euribor, valore di riferimento per i mutui variabili, Facile.it ha rilevato che, a seguito dello scoppio del conflitto in Iran, gli indici sono saliti; dal 27 febbraio al […] ]]></description>
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<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 04:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Mutui, BCE:, possibili, aumenti, già, nelle, rate, aprile</media:keywords>
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<title>Perché Praga è il principale acquirente di droni taiwanesi</title>
<link>https://www.eventi.news/perche-praga-e-il-principale-acquirente-di-droni-taiwanesi</link>
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<description><![CDATA[ 
Dietro i numeri di un mercato in rapida ascesa si nasconde una filiera collaudata: il Paese boemo funge da nodo logistico per convogliare i velivoli senza pilota verso il fronte ucraino, replicando lo schema già sperimentato con le munizioni. Un’architettura che intreccia interessi industriali, solidarietà atlantica e calcolo geopolitico
L&#039;articolo Perché Praga è il principale acquirente di droni taiwanesi proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Perché, Praga, principale, acquirente, droni, taiwanesi</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20283436-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20283436-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20283436-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20283436-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20283436-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20283436-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Praga non è nota per produrre droni. Non ha una tradizione nell’industria dei velivoli senza pilota, né ambizioni di diventare il prossimo hub europeo della manifattura ad alto contenuto tecnologico. Eppure, secondo i dati pubblicati dall’<a href="https://www.economist.com/asia/2026/03/12/taiwans-bid-to-export-drones-free-of-chinese-parts-is-taking-off">Economist</a>, nel 2025 la Repubblica Ceca è stata il principale mercato di sbocco per le esportazioni di droni taiwanesi, seguita dalla Polonia. Una classifica che a prima vista sorprende, ma che al secondo sguardo rivela una logica precisa: Praga non compra droni per sé. Li compra per Kyiv.</p>
<p>Il meccanismo è lo stesso già sperimentato con le munizioni. Da quando la guerra russa su larga scala è cominciata nel febbraio 2022, la Repubblica Ceca si è costruita un ruolo di intermediario logistico di primo piano nel supporto militare all’Ucraina. Il caso più noto è la Czech Ammunition Initiative, lanciata nel 2024 dal governo di Petr Fiala: un sistema di procurement coordinato con cui Praga ha acquistato proiettili da Paesi terzi (India, Sudafrica e Corea del Sud) per convogliarli verso il fronte. Il modello funziona perché aggira le lentezze decisionali dell’Unione europea, usa la struttura burocratica e logistica ceca come cinghia di trasmissione, e permette ai Paesi fornitori di vendere senza esporsi direttamente al rischio diplomatico di una cessione di armi a un Paese in guerra.</p>
<p>Con i droni taiwanesi lo schema si replica. Taiwan vuole accedere ai mercati occidentali ad alta sicurezza, ma non ha ancora la massa critica diplomatica per gestire forniture dirette su larga scala a un Paese in conflitto attivo. La Repubblica Ceca offre la soluzione: un intermediario affidabile, membro Nato e Ue, con una tradizione industriale militare solida – eredità del periodo socialista, quando Praga era uno dei principali arsenali del Patto di Varsavia – e una classe politica che sul sostegno a Kyiv ha costruito parte della propria identità atlantica.</p>
<p>La Polonia è seconda nella classifica degli acquirenti taiwanesi, e il suo coinvolgimento è strutturalmente analogo. Ma ci sono ragioni per cui Praga ha scalato la vetta. La Repubblica Ceca ha una filiera di difesa più frammentata e flessibile, meno orientata alla produzione interna e quindi più propensa ad acquistare all’estero. La Polonia sta investendo massicciamente nel proprio complesso industriale militare – acquisti di F-35, sistemi K2 sudcoreani, batterie missilistiche americane – con una propensione marcata a sviluppare capacità domestiche piuttosto che fare da hub per prodotti altrui. Praga, al contrario, ha trovato nella funzione di intermediario una specializzazione geopolitica redditizia. C’è anche una questione di velocità. La Czech Ammunition Initiative ha dimostrato che il governo ceco sa muoversi più rapidamente di molti partner europei nei cicli di acquisizione. Taipei ne ha preso nota.</p>
<p>Il ruolo di hub non esaurisce l’interesse ceco. Praga ha ragioni proprie per diversificare dai droni cinesi. La dipendenza dell’Europa da fornitori come Dji è percepita come un rischio di sicurezza crescente: i sistemi di volo raccolgono dati, i componenti possono contenere vulnerabilità e la dipendenza da Pechino in un settore critico per la guerra moderna è incompatibile con l’orientamento atlantico della Repubblica Ceca. Acquistare da Taiwan significa investire in una <i>supply chain</i> de-sinicizzata in anticipo, prima che le restrizioni legislative europee – sull’esempio di quelle americane, che già vietano l’acquisto di droni con componenti cinesi per uso militare – rendano obbligatorio il passaggio.</p>
<p>L’incognita riguarda il futuro. L’industria taiwanese dei droni ha costruito la sua traiettoria di crescita sul conflitto ucraino. Se la guerra si chiude, o se l’Ucraina – che produce già fino a cinque milioni di droni l’anno, pur con componenti cinesi – inonda il mercato europeo con dispositivi a basso costo, la domanda per i prodotti di Taipei potrebbe contrarsi bruscamente. La Repubblica Ceca rimarrebbe comunque un nodo rilevante nell’architettura di supporto a Kyiv, qualunque forma prenda. Ma il suo primato nelle importazioni di droni taiwanesi potrebbe rivelarsi, più che il segnale di una relazione strutturale, la fotografia di un momento preciso della guerra.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/perche-praga-e-il-principale-acquirente-di-droni-taiwanesi/">Perché Praga è il principale acquirente di droni taiwanesi</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Grind Chronicles racconta ciò che accade prima dell’espresso</title>
<link>https://www.eventi.news/grind-chronicles-racconta-cio-che-accade-prima-dellespresso</link>
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<description><![CDATA[ 
Un evento firmato Cimbali Group accende i riflettori sulla macinatura, fase cruciale e spesso invisibile della filiera. Due giorni tra formazione, confronto e visione, con Gastronomika media partner
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Grind, Chronicles, racconta, ciò, che, accade, prima, dell’espresso</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="853" height="1280" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-sedanur-kunuk-78972032-29527516.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-sedanur-kunuk-78972032-29527516.jpg 853w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-sedanur-kunuk-78972032-29527516-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-sedanur-kunuk-78972032-29527516-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-sedanur-kunuk-78972032-29527516-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-sedanur-kunuk-78972032-29527516-800x1200.jpg 800w" sizes="auto, (max-width: 853px) 100vw, 853px"></p><p class="p1"><span class="s1">C’è un momento, nel rito quotidiano dell’espresso, che resta quasi sempre fuori campo. È quello che precede l’estrazione, quando il chicco diventa polvere e decide già gran parte del destino in tazza. È proprio lì che nasce </span><a href="https://www.eventbrite.com/e/grind-chronicles-27-28-marzo-2026-tickets-1984988172057" target="_blank" rel="noopener"><span class="s2">Grind Chronicles</span></a><span class="s1">, il nuovo evento ideato da Cimbali Group, che il 27 e 28 marzo 2026 porta al centro della scena la macinatura professionale, trasformandola da gesto tecnico a tema culturale.<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non un semplice appuntamento per addetti ai lavori, ma un format che si interroga su ciò che accade “prima dell’espresso”, aprendo una riflessione ampia sulla filiera del caffè e sulle competenze che la attraversano.<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A ospitare l’evento è l’universo formativo del gruppo, da anni impegnato nella diffusione della cultura del caffè, tra innovazione tecnologica e formazione professionale.<span class="Apple-converted-space">  </span></span><span class="s1"> Qui la macinatura smette di essere un passaggio intermedio e diventa chiave di lettura: tecnica, certo, ma anche linguaggio, responsabilità, scelta.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Grind Chronicles nasce con un obiettivo preciso: costruire consapevolezza. Lo fa attraverso incontri, momenti formativi e dialoghi tra professionisti, chiamati a interrogarsi su variabili spesso sottovalutate, come granulometria, uniformità e impatto sull’estrazione. Temi apparentemente specialistici che, letti da vicino, raccontano molto di più: il rapporto tra uomo e macchina, tra conoscenza e automatismo, tra qualità e standardizzazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questo senso, l’evento si inserisce in una traiettoria più ampia. Il Cimbali Group, multinazionale italiana specializzata in macchine professionali per espresso, investe da anni in ricerca e sviluppo e nella diffusione di una cultura tecnica evoluta, consapevole che il valore non si costruisce solo nel prodotto finale ma lungo ogni passaggio della filiera.<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ed è proprio su questo terreno che si innesta la presenza di </span><span class="s2">Gastronomika</span><span class="s1"> come media partner. Non una semplice collaborazione, ma una convergenza di sguardi: raccontare il cibo e il caffè significa oggi andare oltre la superficie, entrare nei processi, dare voce a ciò che normalmente resta implicito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Grind Chronicles lavora su questo scarto. Prende un gesto quotidiano e lo trasforma in racconto, analisi, confronto. Perché capire come si macina significa, in fondo, capire come si costruisce il gusto. E quindi scegliere, con maggiore consapevolezza, che cosa vogliamo trovare in tazza.</span></p>
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<title>Forse Meloni ha capito che Trump è diventato un alleato ingombrante</title>
<link>https://www.eventi.news/forse-meloni-ha-capito-che-trump-e-diventato-un-alleato-ingombrante</link>
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La distanza crescente tra la premier e il presidente degli Stati Uniti riflette più un calcolo politico che una revisione profonda delle sue convinzioni politiche, ma è già qualcosa
L&#039;articolo Forse Meloni ha capito che Trump è diventato un alleato ingombrante proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Forse, Meloni, capito, che, Trump, diventato, alleato, ingombrante</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/henry-lai-oxkebfohabc-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/henry-lai-oxkebfohabc-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/henry-lai-oxkebfohabc-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/henry-lai-oxkebfohabc-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/henry-lai-oxkebfohabc-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/henry-lai-oxkebfohabc-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Buongiorno, principessa! Giorgia Meloni «chiane chiane», come si dice a Napoli, si sta rendendo conto che le conviene scollarsi dall’uomo nero di Mar-a-Lago, che sta annaspando nel suo personale Pantano-a-Lago e trascinando mezzo mondo in un disastro economico. C’è da scommetterci: le misure contro il caro-benzina saranno come il cucchiaino che svuota il mare, ma lei ha bisogno di qualche specchietto per le allodole prima di domenica. Bazzecole. Qualche bonus per i più poveri, che probabilmente vanno in autobus. Ci vorrebbe altro. Il piccolo 8 settembre del governo italiano, reso plasticamente con il graduale ritiro dei soldati, non arriverà in tempo per il referendum, che, piaccia o no, potrebbe diventare l’occasione per punire la sudditanza della presidente del Consiglio a Donald Trump, un uomo ormai senza controllo.</p>
<p>Beninteso, Meloni non riuscirà mai a spogliarsi del suo trumpismo: perché ne è ideologicamente affine e perché l’operazione puzzerebbe di trasformismo lontano un miglio. Intanto, però, il fantasma iraniano-vietnamita, il pantano, appunto, consiglia alla presidente del Consiglio di divincolarsi dagli abbracci dello Studio Ovale e di Sharm el-Sheikh, quando il presidente degli Stati Uniti ne lodò tutto, persino la bellezza.</p>
<p>Dall’endorsement per il premio Nobel, Meloni passa ora al nyet irremovibile su ogni ipotesi di coinvolgimento in una guerra che, peraltro, non ha mai condannato, o anche solo criticato. Stavolta, Donald, no, grazie. In un’operazione nello stretto di Hormuz, noi non ci saremo, come diceva Francesco Guccini, decenni fa.</p>
<p>Oggi lo ribadirà a Bruxelles, al Consiglio europeo, un posto dove a dare la linea sono gli europei che contano: l’odiato Emmanuel Macron, l’amico Friedrich Merz, le a lei antipatiche Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, il socialista Antonio Costa. Si farà scudo di loro, Meloni, posizionandosi non lontanissimo da Pedro Sanchez, che conta meno di lei, ma che su questa posizione c’era arrivato ben prima.</p>
<p>Sai come dev’essere contento Donald. Abbandonato finanche da Giorgia Meloni, gli sono rimasti gli avanzi europei: un Viktor Orbán, forse verso l’uscita, la Repubblica ceca, la Slovacchia. Persino il Giappone gli ha detto no. Forse mai si era visto un presidente americano così isolato. Giorgia, più sveglia di Matteo Salvini, queste cose le sa benissimo e capisce, soprattutto, che in Italia questa guerra, come e più di tutte le guerre, è impopolare. Perciò, meglio starne fuori. L’arrovella il dubbio: questo Donald Trump proprio non va. Ben svegliata, presidente.</p>
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<title>La nuova newsletter di Linkiesta Europea</title>
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Ogni due settimane, il mercoledì, Edoardo Arcidiacono prova ritagliare una prospettiva diversa sulla politica e le istituzioni europee, con un focus sull’autonomia dell’Unione
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lapresse.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lapresse.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lapresse-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lapresse-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lapresse-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lapresse-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><em>Questa è la newsletter di Linkiesta europea, scritta da Edoardo Arcidiacono. Ogni due settimane, il mercoledì, proviamo a ritagliare una prospettiva diversa sulla politica e le istituzioni europee, con un focus sull’autonomia dell’Unione. Se vi va, ci si iscrive gratis <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">cliccando qui</a></em></p>
<p>Il mantra della ricerca della competitività, teorizzato da <a href="https://www.linkiesta.it/2025/09/discorso-completo-mario-draghi/" target="_blank" rel="noopener">Mario Draghi</a> e Enrico Letta, sembra aver stregato la Commissione europea. Alla faccia di chi diceva che noi italiani non contiamo niente. L’agenda degli ultimi due anni a Palazzo Berlaymont pare aver preso atto della realtà: al mondo non esiste solo l’Unione europea, in pochi rispettano le regole che vorrebbe condividere con tutti, ed è per questo che le crisi la colpiscono così duramente.</p>
<p>In meno di una settimana si sono riuniti o si riuniranno il Consiglio Energia, il Consiglio Ambiente e il Consiglio Affari Generali dell’Ue. Domani si aprirà il Consiglio europeo. I ministeri e le rappresentanze a Bruxelles lavorano da settimane per preparare la reazione a quella che sembra l’ennesima tempesta perfetta. Sul tavolo ci sono la crisi energetica generata dalla guerra in Iran, la riforma del Carbon Border Adjustment Mechanism – Cbam, un meccanismo che impone un prezzo sulle emissioni di CO2 contenuto nei beni importati da Paesi extra-Ue – e la competitività dell’industria, l’implementazione del ReArmEu e il blocco degli aiuti all’Ucraina ordito da Viktor Orbán e Robert Fico.</p>
<p>L’Europa sta provando a reagire, ma goffamente. In maniera divisa e a tratti contraddittoria. L’architettura normativa europea rischia di essere manchevole della virtù dei superpotenti: il tempismo. Ci sono diversi strumenti che Bruxelles ha messo in piedi per difendere la propria autonomia strategica. C’è il già citato Carbon Border Adjustment Mechanism, che rischia di svantaggiare l’industria europea di fronte concorrenti extra-Ue che non pagano per le proprie emissioni. C’è l’Industrial Accelerator Act, il nuovo set di politiche che punta al rilancio dell’industria europea tramite preferenze “Made in Eu” e a basse emissioni negli appalti pubblici, e semplifica le procedure di autorizzazione per i progetti industriali. C’è il ReArmEu, il presupposto per una difesa comune e per il pivot-away dagli Stati Uniti, che mobilita quasi mille miliardi potenziali per rafforzare l’industria militare.</p>
<p>Questi strumenti e i loro correttivi coesistono fra loro in un ecosistema complesso, che potrebbe non bastare più in situazioni di crisi stratificate come quella di questi tempi. L’impennata dei prezzi generata dalla guerra in Iran richiede disposizioni urgenti per il costo dell’energia. Secondo le bozze di conclusioni del Consiglio europeo, i leader chiederanno alla Commissione di ridurre la “tassa” sulle emissioni (l’Ets), il pilastro del Cbam, l’incentivo alla decarbonizzazione su cui si fonda buona parte del Green Deal. Le trattative tra Commissione e Consiglio europeo per far fronte alla crisi rischiano quindi di erodere la base su cui poggiano Cbam e Industrial Accelerator Act (IAA), strumenti la cui ratio è rendere la transizione un motore industriale anziché un costo. Un cane che si morde la coda.</p>
<p>La nascita del’Industrial Accelerator Act è stata quanto meno tormentata. Prima della pubblicazione del 4 marzo è stato rinviato e riscritto – con pesanti revisioni – per tre volte. È cambiato perfino il titolo, passato da Industrial Decarbonisation Accelerator a Industrial Accelerator Act. Il Consiglio europeo di domani potrebbe sposare la proposta della Commissione (la bozza prevede di chiedere ai co-legislatori di adottare la proposta entro fine 2026), ma tra posizione del Consiglio, posizione del Parlamento, trilogo e adozione finale, il percorso non sembra destinato a terminare a breve. Le fratture tra Paesi membri, e in particolare tra Francia (alfiere del puro “Made in Europe”), Italia e Germania (fautori del “Made with Europe”) e Paesi Bassi, complicano il quadro. E anche dopo l’adozione l’iter prevede un’entrata a pieno regime solo nel 2029.</p>
<p>Il ReArmEu sblocca fino all’1,5 per cento del Pil annuo per la difesa tramite la clausola di fuga dal Patto di Stabilità. Quei soldi sono parte dello stesso bilancio che dovrebbe finanziare la transizione energetica, gli incentivi industriali, e ora anche le misure di contenimento dei prezzi energetici. Ci sono diversi problemi. Quello più profondo riguarda l’industria della difesa europea (European Defence Technological and Industrial Base, Edtib) e la sua composizione. La European Defence Technological and Industrial Base è fatta delle stesse piccole e medie imprese, delle stesse catene di fornitura di materiali critici, delle stesse competenze manifatturiere e della stessa energia a costi competitivi che l’Industrial Accelerator Act, il Cbam e le altre misure stanno cercando di garantire.</p>
<p>In quattro giorni i leader europei avranno affrontato l’intera panoplia delle dipendenze che limitano l’autonomia strategica dell’Ue. In ogni settore, la risposta arriva in maniera intempestiva e reattiva, lasciando poco o nessuno spazio alla programmazione lucida.</p>
<p>Quella dell’autonomia strategica non è una ricetta predefinita, sia chiaro. È un equilibrio raggiungibile solo attraverso decenni di investimenti e diplomazia. C’è una distanza abissale tra ciò che l’Unione europea ha fatto per prevenire le crisi e ciò che fa per reagirvi. Può l’Europa permettersi di essere un cantiere in costruzione in una fase come questa? Come Penelope con la sua tela, Bruxelles ha il vizio di smontare pezzo per pezzo quanto fatto. Pare quasi il palazzo sia occupato dai Proci. Quanto dovremo ancora aspettare per veder chiudersi il nòstos dell’autonomia europea?</p>
<p> </p>
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<title>In Italia non fare assolutamente nulla è la migliore strategia politica</title>
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In “L’economia della paura”, Veronica De Romanis racconta come il nostro Paese abbia trasformato lo status quo in una politica economica. Tra paura del cambiamento e calcolo elettorale, il prezzo lo pagano i giovani in un Paese sempre più vecchio
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Italia, non, fare, assolutamente, nulla, migliore, strategia, politica</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="854" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ben-karpinski-ctww2s9vqoi-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ben-karpinski-ctww2s9vqoi-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ben-karpinski-ctww2s9vqoi-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ben-karpinski-ctww2s9vqoi-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ben-karpinski-ctww2s9vqoi-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/ben-karpinski-ctww2s9vqoi-unsplash-1200x801.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>L’ex presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, amava ripetere: «Noi politici sappiamo come realizzare le riforme, ma non sappiamo come vincere le elezioni dopo averle completate». Un’amara verità, almeno per i dirigenti europei. In Italia, infatti, si è andati ben oltre: da noi la classe politica non si pone nemmeno il problema, perché ha capito che per vincere basta non fare assolutamente nulla e lasciare tutto com’è. Così l’immobilismo è diventato la sua arma elettorale. La cronaca degli ultimi quindici anni lo dimostra con disarmante chiarezza.</p>
<p>Le vere riforme sono state essenzialmente due: quella del sistema pensionistico varata dall’esecutivo guidato da Mario Monti nel 2011 – la cosiddetta Legge Fornero – e quella del lavoro, il Jobs Act, voluta da Matteo Renzi nel 2015. Entrambe, però, non hanno prodotto né consenso né continuità, lasciando un retaggio fatto di resistenze e contestazioni. Basti pensare che l’intervento sulle pensioni non è stato rivendicato neppure da chi, in Parlamento, l’aveva votato. Al contrario, quasi tutti hanno tentato di attenuarlo, persino di annullarlo, ma senza successo. Ancora più illogica è la vicenda del Jobs Act, introdotto con l’ambizione di rendere il mercato italiano più flessibile. Dieci anni dopo, paradossalmente, è lo stesso Partito democratico, guidato da Elly Schlein, a spingere per un referendum che ne decreti l’abolizione. L’obiettivo è quello di riappropriarsi di un profilo di sinistra in materia di lavoro e inclusione anche se questo significa rinnegare una parte della propria storia recente. È vero che, nel settembre 2019, Renzi e alcuni esponenti hanno lasciato il partito per fondare Italia Viva; tuttavia, in molti sono rimasti. I quesiti vengono proposti dalla CGIL, che già nel 2024 raccoglie oltre 4 milioni di firme. Il risultato, però, delude: con un’affluenza ferma a un terzo degli aventi diritto non si raggiunge il quorum. La consultazione, dunque, non è valida: il Jobs Act, alla stregua della Legge Fornero, resiste. E per fortuna, si potrebbe aggiungere. Ciononostante, quell’episodio deve far riflettere: rivela l’estrema difficoltà del rinnovamento in Italia. Le protezioni e le tutele delle tante corporazioni, piccole o grandi che siano, rimangono intoccabili. In definitiva, nel nostro Paese mantenere lo status quo non è solo l’opzione più naturale, ma si configura – di fatto – come una necessità accettata e persino desiderabile.</p>
<p><strong>Un popolo di gattopardi</strong><br>
Il metodo della conservazione, per quanto non dichiarato, è una scelta precisa di politica economica. Non nasce da un programma predefinito, ma da una pratica quotidiana: ci sono pochi punti fissi, qualche promessa vaga, e poi si procede giorno per giorno, a seconda delle pendenze più immediate. Non si pianifica, non si struttura, non si costruisce. Si comincia e in seguito si vede. L’importante è congelare l’esistente il più a lungo possibile. Innanzitutto, perché cambiare costa: il prezzo si paga subito, in voti persi e conflitti aperti, mentre i vantaggi arrivano solo con il tempo. E chi governa con lo sguardo corto, spesso con poco margine a disposizione, preferisce navigare a vista.</p>
<p>Ma poi, e qui sta il punto centrale, in Italia ogni cambiamento è ritenuto, in fin dei conti, sostanzialmente inutile se non addirittura dannoso, e questo a dispetto di tutte le litanie riformiste. A cominciare dagli anziani. Sarebbero disposti a mutare le proprie abitudini, a compiere qualche sacrificio soltanto se fossero sicuri che i possibili benefici ricadrebbero sulla propria cerchia familiare, figli e nipoti, per intenderci. Nei confronti della comunità, della società in generale, tendono invece a essere scettici, sospettosi, pessimisti: difficilmente invocano svolte radicali, temendo un peggioramento della propria condizione. Anche per tale motivo, una volta alle urne, votano misure come Quota 100, lo schema di pensionamento anticipato per i sessantaduenni, che tuttavia ha danneggiato i giovani. Eppure, sono proprio questi ultimi a versare nelle condizioni peggiori: nel 2024 l’incidenza della povertà assoluta tra gli under 34 si è attestata mediamente al 13 per cento, un valore doppio rispetto a quello registrato tra gli over 65. Un dato eloquente che, tuttavia, sembra ignorato nell’agenda governativa. D’altra parte, il peso elettorale degli anziani resta considerevole. Basti pensare che l’Italia, dopo il Giappone, è lo Stato più vecchio del mondo: nel 2025, l’età media ha raggiunto i 46,9 anni, tra le più elevate in Europa e persino in crescita. Non è tutto. Deteniamo il primato per quanto riguarda la quota di over 65: il 24,7 per cento del totale, circa 14.573.000 persone, contro il 21 per cento della media europea.5 In soli dieci anni, la percentuale è salita di oltre 4 punti, la variazione più rapida del continente. Una tendenza che non rallenta: oggi nel nostro Paese vivono oltre 4,5 milioni di ultraottantenni e ben 23.500 centenari. In un simile contesto, la conservazione diventa non solo la via più semplice, ma quasi un’opzione inevitabile e persino auspicabile.</p>
<p>La portata di quanto sta accadendo, ciò che l’ISTAT ha definito «l’inverno demografico», si comprende davvero solo entrando nel dettaglio dei numeri. L’elenco è lungo e poco accattivante ma indispensabile: senza tutte le cifre precise, il problema rimane solo a parole e non diventa mai una vera priorità. Cominciamo, dunque, da quelle che meglio raccontano questa emergenza: la condizione delle nuove generazioni. Mentre gli anziani aumentano, i giovani seguono una tendenza opposta. Nel 2014 i ragazzi fino a 14 anni rappresentavano il 13,9 per cento del totale; dieci anni dopo la quota è scesa al 12,2, circa 7 milioni di individui: siamo ultimi in Europa. Tale dinamica incide, inevitabilmente, sulla platea di chi si trova in età lavorativa, cioè tra i 15 e i 64 anni. Nel 2024 questa fascia conta 37.342.000 persone, pari al 63,4 per cento del totale. In pratica, ci sono meno di tre persone attive per ogni cittadino con più di 65 anni. Si tratta, anche qui, del dato peggiore d’Europa. La situazione si fa maggiormente critica se si osserva il numero delle nascite, in rapida diminuzione ormai da tempo. Basti pensare che in un solo anno, fra il 2023 e il 2024, si è passati da 379.000 a 369.944 nuovi nati: una tendenza che riflette anche il calo del tasso di fertilità, sceso da 1,4 figli per donna degli anni Novanta a 1,18, ben lontano dalla soglia di 2,1 necessaria a garantire il ricambio generazionale. La nostra sfida demografica è ancora più evidente nel confronto europeo: in base all’ultimo dato disponibile, quello del 2023, il tasso di fertilità medio è 1,66 in Francia e 1,39 in Germania, mentre peggio di noi fanno solo Lituania, Spagna e Malta. Anche l’età media alla nascita del primo figlio è più alta: 31,9 anni contro i 29,8 europei. Ciò, inevitabilmente, riduce la possibilità di avere un secondo figlio perché diventa troppo tardi. Così, il declino demografico si autoalimenta, avvitandosi su se stesso.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.ibs.it/images/9788804814542_0_0_536_0_75.jpg" alt="L'economia della paura. Perché conservando si arretra - Veronica De Romanis - copertina" width="378" height="580"></p>
<p><em><a href="https://www.mondadori.it/libri/leconomia-della-paura-veronica-de-romanis/" target="_blank" rel="noopener">Tratto da “L’economia della paura. Perché conservando si arretra” (Mondadori), di Veronica De Romanis, 18 euro, 180 pagine.</a></em></p>
<p><em>L’autrice presenterà il libro a Roma, il 31 marzo, alle ore 18 al Teatro Manzoni, via Monte Zebio 14, con gli interventi di Mario Monti e Antonio Polito.</em></p>
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<title>Cosa vuole Trump dalla Nato? Chiami il Board of Peace</title>
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Le proteste del presidente americano contro gli alleati dimostrano che non sa letteralmente quel che fa e quel che dice, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Cosa, vuole, Trump, dalla, Nato, Chiami, Board, Peace</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253147-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253147-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253147-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253147-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253147-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24253147-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Le proteste e le minacce di Donald Trump agli alleati della Nato colpevoli di non correre in suo soccorso in Iran, per liberare lo stretto di Hormuz dalla morsa che sta strangolando l’economia mondiale, sono l’ennesima dimostrazione di quanto il presidente americano, come larga parte della sua amministrazione, non sappia letteralmente quel che fa e quel che dice. Non bastasse a dimostrarlo la brillante analisi fornita qualche giorno fa dal «segretario alla Guerra» Pete Hegseth: «L’unico ostacolo al transito nello stretto al momento è rappresentato dagli attacchi dell’Iran contro le navi mercantili. Lo stretto è aperto al transito, a meno che l’Iran non continui a sparare». Chiaro, no? In proposito, Martin Wolf <a href="https://www.ft.com/content/86be5097-1a9c-4dd6-bf53-1f2b429592c7?syn-25a6b1a6=1" target="_blank" rel="noopener">sul Financial Times ricorda</a> il detto utilizzato da Colin Powell per mettere in guardia George W. Bush dai rischi di un intervento in Iraq: «If you break it, you own it», che potremmo approssimativamente tradurre con «chi rompe paga, e i cocci sono suoi».</p>
<p>I cocci, in questo caso, sono rappresentati dalla chiusura dello stretto di Hormuz e (di conseguenza) dai prezzi del petrolio alle stelle: questo adesso è un problema di Trump, sia nel senso che è lui ad averlo creato, sia nel senso che sarà il primo a pagarne le conseguenze, alle prossime elezioni di midterm. Certo, aggiunge Wolf, gli Stati Uniti minacceranno di non correre in soccorso degli alleati della Nato in caso di crisi. «Ma la triste verità è che ben pochi dei loro alleati si aspettano che lo facciano in ogni caso».</p>
<p>E poi, scusate, ma non è forse questo il classico problema per cui Trump ha appena creato il famigerato Board of Peace? Cosa vuole dall’Europa e dalla Nato, vada a bussare lì.</p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Secondo l’intelligence americana l’Iran è stato indebolito, ma il regime è ancora «intatto»</title>
<link>https://www.eventi.news/secondo-lintelligence-americana-liran-e-stato-indebolito-ma-il-regime-e-ancora-intatto</link>
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Le audizioni al Senato contraddicono la narrazione dell’amministrazione Trump. La dittatura regge nonostante i tentativi di decapitazione, e la minaccia diretta agli Stati Uniti non appare imminente
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Secondo, l’intelligence, americana, l’Iran, stato, indebolito, regime, ancora, «intatto»</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24252769-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24252769-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24252769-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24252769-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24252769-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24252769-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La guerra in Medio Oriente continua a produrre effetti militari, economici e politici, ma anche a mettere in discussione le stesse motivazioni che hanno portato gli Stati Uniti a intervenire. <a href="https://www.nytimes.com/2026/03/18/us/politics/tulsi-gabbard-iran-trump.html" target="_blank" rel="noopener">Le ultime audizioni al Senato</a> americano hanno infatti restituito un quadro più complesso – e contraddittorio – rispetto alla narrazione della Casa Bianca.</p>
<p>Secondo Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence nazionale (Dni), l’Iran è stato duramente colpito dalle operazioni militari congiunte di Stati Uniti e Israele: la leadership è stata «largamente degradata» e la capacità di proiezione militare del Paese è stata fortemente ridimensionata. Eppure, ha aggiunto, il governo iraniano «appare ancora intatto». Una valutazione che mette in dubbio l’efficacia della cosiddetta <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/israele-strategia-eliminazioni-iran-regime-resilienza-rischio-nucleare/" target="_blank" rel="noopener">strategia della decapitazione</a>, cioè l’eliminazione sistematica dei vertici politici e militari per indebolire il regime.</p>
<p>Ma il punto più delicato emerso durante l’audizione riguarda le ragioni stesse della guerra. Sia Gabbard sia il direttore della Cia John Ratcliffe hanno evitato di confermare una delle principali giustificazioni utilizzate da Donald Trump: l’esistenza di una minaccia imminente da parte dell’Iran. Al contrario, le valutazioni dell’intelligence indicano che Teheran sarebbe ancora lontana dallo sviluppo di missili in grado di colpire direttamente gli Stati Uniti, con un orizzonte che potrebbe estendersi fino al prossimo decennio.</p>
<p>La frattura tra analisi tecnica e decisione politica è emersa con ancora più chiarezza in un passaggio particolarmente significativo dell’audizione. Pressata dai senatori democratici sulla natura della minaccia iraniana, Gabbard ha sostenuto che stabilire cosa sia «imminente» non spetta all’intelligence, ma al presidente. Una posizione inusuale, che di fatto trasferisce alla Casa Bianca una funzione tradizionalmente affidata agli apparati di sicurezza: la valutazione indipendente dei rischi.</p>
<p>Dietro questa scelta c’è anche una tensione interna all’amministrazione. Uno dei principali collaboratori di Gabbard, Joe Kent, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/dimissioni-capo-antiterrorismo-trump-iran/" target="_blank" rel="noopener">si è dimesso contestando apertamente la guerra</a> e sostenendo che l’Iran non rappresentasse una minaccia immediata per gli Stati Uniti. Le sue posizioni hanno creato imbarazzo politico e costretto la direttrice dell’intelligence a un difficile equilibrio tra fedeltà al presidente e credibilità istituzionale.</p>
<p>Nel frattempo, sul terreno, il conflitto continua ad allargarsi. Israele prosegue gli attacchi mirati contro i vertici iraniani e le infrastrutture militari, mentre Teheran risponde con operazioni indirette e pressioni regionali. La morte di figure chiave del regime – tra cui il ministro dell’Intelligence – non ha però prodotto il collasso sperato, confermando la resilienza della struttura di potere iraniana.</p>
<p>Anche il fronte energetico resta altamente instabile. Gli attacchi contro infrastrutture nel Golfo e il blocco parziale dello stretto di Hormuz hanno fatto impennare i prezzi di petrolio e gas, aumentando la pressione sui mercati globali e spingendo Washington a misure straordinarie, come l’allentamento temporaneo di alcune sanzioni sul petrolio russo.</p>
<p>Il risultato è un quadro in cui gli obiettivi strategici appaiono meno chiari. Da un lato, l’Iran è stato indebolito sul piano militare; dall’altro, il regime non è crollato e continua a esercitare una capacità di destabilizzazione regionale. E soprattutto, le basi politiche dell’intervento americano risultano sempre più controverse, proprio mentre il conflitto entra in una fase potenzialmente più lunga e imprevedibile.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/tulsi-gabbard-intelligence-americana-iran/">Secondo l’intelligence americana l’Iran è stato indebolito, ma il regime è ancora «intatto»</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Di Travaglio che infanga Vassalli e di Meloni che va da Fedez</title>
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Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="1080" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-5.jpeg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-5.jpeg 1080w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-5-300x300.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-5-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-5-150x150.jpeg 150w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-5-768x768.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px"></p><p></p>
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<title>A cena a New York, ispirati da John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette</title>
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Mentre la serie televisiva rievoca la storia della celebre coppia americana, tornano in auge i locali dove i due erano soliti ordinare pancake o piatti italiani, francesi o vietnamiti 
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="836" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/6093778-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/6093778-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/6093778-large-300x196.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/6093778-large-1024x669.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/6093778-large-768x502.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/6093778-large-1200x784.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>New York negli anni Novanta, vista con gli occhi di oggi, era mitologica. Una città dove ci si parlava invece di tenere gli occhi incollati allo schermo del cellulare, dove la vita era leggera e spensierata, dove veramente si poteva non dormire mai e dove prenotare al ristorante era un’opzione non necessaria: il <em>walk in</em> vinceva sempre. Oggi praticamente non esiste più, senza l’uso delle app per prenotare non trovi il tavolo. Era la New York che il sindaco Rudy Giuliani aveva ripulito dalla criminalità diffusa.</p>
<p>Il successo della serie di FX “Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette” su Hulu – in Italia si può vedere su <a href="https://www.disneyplus.com/it-it/browse/entity-505f79c2-0d1c-4977-a127-5652f6d108a0" target="_blank" rel="noopener">Disney+</a>, dove ogni venerdì esce un nuovo episodio fino al 28 marzo, quando sarà in onda il nono e ultimo – è in parte dovuto alla capacità di far rivivere quegli anni magici per la Grande Mela. I primi cinque episodi hanno avuto venticinque milioni di telespettatori. Poi ovviamente non è secondario il tema della serie: la storia d’ amore tra il più azzurro dei principi di allora, John F. Kennedy Jr., e Carolyn Bessette, una giovane pr di Calvin Klein, che vede nel figlio di JFK un ragazzo normale, per nulla interessata al suo ruolo sociale, ed è questo che apre il cuore del rampollo abituato a essere coreggiato da arrampicatrici sociali. La fine della storia d’amore è tragica perché la coppia muore, assieme alla sorella di John, in un incidente sull’aeroplano pilotato da lui.</p>
<p>Ci sono numerosi ristoranti che appaiono nella serie, quasi tutti locali che ancora vivono e che hanno beneficiato delle immagini spesso girante proprio sul posto. A cominciare da <a href="https://www.pannatwo.com/" target="_blank" rel="noopener">Panna II Garden Indian Restaurant</a> nell’East Village, che nella serie è presentato come il locale del primo appuntamento (<em>date</em>) tra John e Carolyn. In realtà pare che il primo appuntamento non sia stato qui, ma è stato sicuramente un posto frequentato spesso della coppia. Il proprietario, Bashir Khan, ha detto al New York Post che le prenotazioni sono aumentate drasticamente da quando è cominciata la serie, con i commensali che hanno chiesto di sedersi esattamente nel tavolo lontano dalle vetrine che appare sullo schermo. La coppia si presentava alle 18, quando il ristorante doveva ancora riempirsi, per cenare tranquilli senza l’assillo della gente e dei paparazzi.</p>
<p>Un altro ristorante amato dalla coppia è stato <a href="https://www.theodeonrestaurant.com/" target="_blank" rel="noopener">The Odeon</a>, in West Broadway, un ristorante celebrato nel famoso romanzo “Le mille luci di New York” scritto da Jay McInerney nel 1984. Il ristorante è rimasto uguale ad allora, con la sua insegna luminosa rossa, ben evidente nelle riprese della serie. Anche se l’ispirazione del locale è vagamente francese venivano qui soprattutto per un hamburger con <em>french fries</em>: erano senza ombra di dubbio clienti abituali.</p>
<p>Non sei un vero newyorkese se non hai un posto preferito per un brunch dove protagonisti sono i pancake con mirtilli e sciroppo d’acero. John Jr. e Carolyn, lo si vede spesso nelle immagini di “Love Story”, erano assidui di <a href="https://www.bubbys.com/" target="_blank" rel="noopener">Bubby’s</a> a Tribeca, a due passi da casa. Oggi lì vendono anche un preparato con il mix per cucinare le popolari frittelle americane a casa, ma tra i piatti amati della coppia, oltre ai pancake, la <em>matzo ball soup</em> un tipico confort food di origine ebraica ashkenazita: polpette di farina, uova, acqua e grasso servite in un brodo di pollo.</p>
<p>Un’altra insegna che appara di sfuggita è quella di <a href="https://www.indochinenyc.com/" target="_blank" rel="noopener">Indochine</a>, famosissimo ristorante vietnamita in Lafayette Street, che fa parte dello stesso gruppo di Pastis e Minetta Tavern, tutti locali dove ancora oggi non è difficile incontrare personaggi del jet set e dello spettacolo.</p>
<p>C’è una scena in cui John Jr. è a cena con la sorella in un locale non ben definito, ma dall’arredamento e dalle tovaglie a quadretti bianchi e rossi ha tutta l’aria di essere <a href="https://www.lvdnyc.com/" target="_blank" rel="noopener">Le Veau d’Or</a>, uno storico ristorante francese nell’Upper East Side, recentemente rinnovato. Ci sono poi altri due locali che nella popolarissima serie, accusata dal nipote di John Jr. e dalla ex fidanzata Daryl Hannah di essere romanzata con eccessiva libertà, non compaiono, ma sono universalmente considerati tra quelli amati dalla coppia. Uno è <a href="https://raossince1896.com/" target="_blank" rel="noopener">Rao’s</a>, un famosissimo ristorante italoamericano a East Harlem che oggi ha anche una linea di pasta, salse per condirla e minestre pronte. L’altro locale che vedeva John Jr. e Carolyn tra i clienti abituali era invece Tribeca Grill: co-fondato da Robert De Niro e Drew Nieporent, ha ospitato la cena del trentacinquesimo compleanno di Kennedy Jr., ma ha chiuso definitivamente nel maggio 2025.</p>
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<title>Il gran discorso di Mattarella all’Università di Salamanca</title>
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<description><![CDATA[ 
Ricevendo il dottorato honoris causa, il presidente della Repubblica ha fatto riferimento a dignità della persona e alla libertà, valori «abbiamo condiviso con l’altra sponda dell’Atlantico e riassunti da Franklin D. Roosevelt». Oggi, ha aggiunto, serve «il coraggio di proporre una visione alternativa alla mera legge di chi appare più forte»
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/400150-2.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/400150-2.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/400150-2-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/400150-2-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/400150-2-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/400150-2-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Maestà,</p>
<p>Magnifico Rettore,</p>
<p>Signor Direttore della Facoltà di Filologia,</p>
<p>Signore e Signori Decani e Professori,</p>
<p>Care studentesse e cari studenti,</p>
<p>desidero anzitutto esprimere al Magnifico Rettore, al Senato Accademico e alla Facoltà di Filologia la più profonda riconoscenza per l’alto onore di ricevere un Dottorato honoris causa da un’istituzione così prestigiosa, con una tradizione accademica che le ha consentito nel corso dei secoli di accompagnare la Spagna e l’Europa, esprimendo illustri studiosi.</p>
<p>In un ideale dialogo con i loro omologhi italiani, si può rinvenire un contributo rilevante alla formazione della cultura europea come la conosciamo oggi.</p>
<p>In essa, infatti, le relazioni tra Spagna e Italia rappresentano uno degli assi portanti.</p>
<p>Lungo un arco temporale che si estende dall’antichità romana fino all’età contemporanea, i nostri Paesi hanno condiviso strutture istituzionali, modelli culturali e dinamiche politiche che ne hanno profondamente influenzato la rispettiva evoluzione storica.</p>
<p>Una relazione profonda, che ha inciso, al di là del rapporto tra gli Stati, sulle società dei nostri popoli, nelle quali dimensioni politiche, culturali, religiose e intellettuali si sono costantemente intrecciate e vicendevolmente influenzate.</p>
<p>Sappiamo che il primo fondamento delle relazioni tra Spagna e Italia si ritrova nell’Impero romano.</p>
<p>La romanizzazione della Hispania e della penisola italiana produsse una base culturale condivisa, fondata sul diritto romano, sulla lingua latina e su un modello amministrativo complesso.</p>
<p>Sul piano della cultura abbiamo vissuto un’autentica fusione: pensiamo a Lucio Anneo Seneca – cordobés – la cui riflessione etica ha influenzato profondamente il pensiero morale d’Europa. Allo stesso modo, sul versante italiano, figure come Cicerone, Virgilio e Tito Livio elaborarono modelli letterari e storiografici che divennero patrimonio comune, producendo una concezione universalistica del potere destinata a influenzare l’intero continente.</p>
<p>La caduta dell’Impero romano d’Occidente non ne interruppe del tutto la continuità. Il diritto romano continuò a esercitare la propria funzione ordinatrice, contribuendo a una comune tradizione giuridica destinata a riaffiorare nei secoli successivi.</p>
<p>L’intensità dei nostri rapporti culturali non venne affievolita neppure dalla frammentazione politica che caratterizzò Spagna e Italia durante il Medio Evo.</p>
<p>Se il Papato costituì un comune polo di riferimento, un ruolo centrale fu svolto dalla trasmissione del sapere, soprattutto attraverso la nascita delle prime università.</p>
<p>Nel 1200, a pochi anni di distanza, vennero fondate lo Studium di Salamanca e la Federico II di Napoli che, poco più di un anno fa, ha, per la prima volta, attribuito un dottorato a un Capo di Stato, Sua Maestà Felipe VI.</p>
<p>Conserverò tra i ricordi più intensi del mio mandato presidenziale quella cerimonia, colma di significato, resa preziosa dall’altissima lectio di Sua Maestà, che ringrazio per essere presente oggi.</p>
<p>Maestà, in quell’occasione Lei disse “senza la Spagna non si può comprendere Napoli, e senza l’Italia, e, concretamente, Napoli, non è possibile comprendere la Spagna”.</p>
<p>Sono certo che Vostra Maestà condivida che io oggi aggiunga: senza la Spagna e l’Italia non si può comprendere l’Europa.</p>
<p>Le Università di Napoli, Salamanca, Bologna, Valladolid non furono realtà isolate ma nodi di un sistema sovranazionale di circolazione di docenti e studenti, nella comune lingua latina, contribuendo alla diffusione di valori condivisi: l’idea di una razionalità ordinatrice, il primato del diritto, la centralità della riflessione teologica e filosofica, il riconoscimento di un sapere strutturato secondo metodi rigorosi come la lectio e la disputatio.</p>
<p>È in questi centri che avviene la formazione di un’élite intellettuale europea, consapevole di appartenere a una medesima res publica christiana.</p>
<p>Il Claustro de Doctores di questa Università ha deciso di celebrare la figura di uno dei fondatori – cinquecento anni or sono – della “Scuola di Salamanca”, Francisco de Vitoria, protagonista di riflessioni e definizioni che – ancor oggi – costituiscono principi fondanti la comunità internazionale, a partire dalla sua “totus mundus est quasi una res publica”, con il passaggio dalla concezione di comunità legata alla cristianità medievale a quella di comunità universale del genere umano.</p>
<p>Troviamo, anche in questo caso, una connessione con il mondo romano, con le opere di Gaio.</p>
<p>De Vitoria richiama la definizione di ius gentium del giurista romano “diritto praticato da tutti gli uomini, inter omnes homines, perché stabilito dalla ragione naturale”, per sostenere – nelle sue Relectiones – che si tratta di diritto che “la ragione naturale ha stabilito tra tutti i popoli”, definendo una relazione diretta tra comunità politica e diritto internazionale.</p>
<p>Il passaggio dal Medioevo alla modernità segna una profonda trasformazione del modo di concepire l’uomo e il potere.</p>
<p>Due autori sono significativi in questo passaggio: Niccolò Machiavelli e Miguel de Cervantes, spesso considerati lontani per genere e stile, ma sorprendentemente vicini sul piano antropologico.</p>
<p>Machiavelli, che riconosce l’uomo come soggetto storico responsabile, capace di agire entro le leggi della realtà, sviluppando un’analisi del potere che non giustifica la tirannide, bensì smaschera le illusioni che permettono al potere arbitrario di perpetuarsi.</p>
<p>Cervantes, che, con Don Chisciotte, rivendica la libertà interiore e la dignità dell’ideale, anticipando una concezione europea della dignità umana come valore intrinseco, indipendente dal successo o dal riconoscimento sociale.</p>
<p>Entrambi gli autori, pur con strumenti diversi, contribuiscono alla nascita di una coscienza moderna dell’uomo, fondata sulla responsabilità individuale e sulla consapevolezza del conflitto tra ideale e realtà.</p>
<p>Addentrandoci nell’Illuminismo troviamo Cesare Beccaria e Gaspar Melchor de Jovellanos. Entrambi, perseguitati per le loro idee, testimoniano la difficoltà di affermare la ragione in contesti autoritari.</p>
<p>Beccaria afferma che la legge deve essere espressione della ragione e della giustizia, e contribuisce alla nascita del diritto penale moderno in ambito europeo.</p>
<p>Jovellanos declina gli stessi principi in chiave civile e riformista, concependo lo Stato come garante dei diritti.</p>
<p>Eppure, questa progressiva costruzione di una cultura europea fondata sui valori universali di uguaglianza, dignità, libertà e primazia del diritto non riesce ad evitare le grandi crisi del XX secolo, che entrambi i nostri Paesi hanno vissuto, sia pure con modalità e sviluppi differenti.</p>
<p>Anche nella crisi dei valori che attraversa il continente in un secolo che ha conosciuto gli orrori del nazismo e del fascismo e quelli del comunismo, la cultura resta un argine, come testimonia il coraggioso discorso pronunciato da Miguel de Unamuno proprio in questa università il 12 ottobre 1936: “Venceréis, pero no convenceréis”: parole che diventano simbolo contro le forze autoritarie e difesa della ragione, della coscienza libera.</p>
<p>Non meno potenti, dopo il secondo conflitto mondiale, le parole di Primo Levi e di María Zambrano che rappresentano due risposte diverse, tuttavia convergenti, alle barbarie del secolo.</p>
<p>Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, fa della scrittura un atto di testimonianza e di difesa dei diritti umani.</p>
<p>Zambrano, filosofa dell’esilio, elabora una concezione dell’Europa come patria spirituale, fondata sulla persona e sulla compassione.</p>
<p>Nel dialogo a distanza tra questi due pensatori emerge un europeismo che precede un senso strettamente politico e si qualifica sul terreno etico e culturale.</p>
<p>L’Europa, insomma, trova il suo fondamento nella dignità umana, nella solidarietà, nei valori civili.</p>
<p>Maestà, Magnifico Rettore,</p>
<p>si tratta di pilastri solidi, con radici profonde, cementati da secoli di pensiero illuminato e da un’etica condivisa.</p>
<p>Come scrisse Maria Zambrano “La nostra anima è attraversata da sedimenti di secoli, le radici sono più grandi dei rami che vedono la luce.”</p>
<p>In queste fondamenta abbiamo fiducia: non cederanno agli attacchi di quanti vorrebbero smantellare la costruzione europea.</p>
<p>Dobbiamo ritrovare l’ambizione dei leader che, nel 1951, nel preambolo del Trattato della Comunità del carbone e dell’acciaio, posero queste parole: “Convinti che il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”.</p>
<p>Un’Europa dunque nucleo indispensabile per il mantenimento di quelle relazioni pacifiche che sei anni prima la Carta di San Francisco aveva messo al centro della missione identitaria delle Nazioni Unite.</p>
<p>Un’Organizzazione che nasceva per sottrarre ai singoli Stati – non importa quanto potenti – le decisioni fondamentali su pace e sicurezza, immaginando così una nuova stagione del diritto internazionale fondata su tre pilastri: il divieto dell’uso della forza; il principio di sovrana eguaglianza degli Stati; la promozione universale dei diritti umani.</p>
<p>In cui pace e diritti umani non costituiscono ambiti distinti, bensì dimensioni complementari di un progetto normativo volto a superare la logica del sistema westfaliano.</p>
<p>La pace insomma non coincide con qualsiasi equilibrio ma si realizza in presenza di condizioni di giustizia e di inclusione.</p>
<p>Pensiamo all’articolo 2 della Carta che dispone: “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, o in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.”</p>
<p>Mentre nel sistema imperialistico delle grandi potenze la guerra veniva considerata uno strumento legittimo di politica estera, la Carta di San Francisco introduce un divieto generale dell’uso della forza, consentendo soltanto due eccezioni: la legittima difesa e le misure autorizzate dal Consiglio di Sicurezza.</p>
<p>Una norma che definisce i confini della legittimità del potere politico nei rapporti internazionali, rimuovendo la pretesa che la sovranità degli Stati possa consistere nel diritto di muovere guerra.</p>
<p>Quel che avviene in questi ultimi anni in cui assistiamo a progressivi atti di erosione del divieto di muovere guerra nelle contese internazionali.</p>
<p>Come l’articolo 2, per la pace, l’articolo 55 della Carta dell’ONU, per la promozione, dispone il “rispetto universale e l’osservanza dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione.”</p>
<p>L’articolo occupa una posizione centrale nell’architettura normativa dell’ordine internazionale contemporaneo segnando un passaggio storico: i diritti dell’individuo non sono più esclusivamente materia interna agli Stati ma divengono oggetto di interesse della comunità internazionale.</p>
<p>Anche a questo riguardo la distanza tra la formulazione universalistica della norma e la realtà politica di questo periodo appare immane.</p>
<p>La frequenza di violazioni sistematiche dei diritti umani, favorite dal tentativo di rendere marginali le Nazioni Unite, affievolisce l’efficacia dell’ordine internazionale e dei suoi principi.</p>
<p>Una condizione che ha finito per favorire l’attuale controtendenza, rispetto allo spirito di San Francisco, e che vede il riemergere di una insofferenza crescente rispetto alle regole pattuite e agli impegni che ne derivano, liberamente sottoscritti dagli Stati. Questo avviene in nome di un presunto sovranismo assoluto, che si manifesta immemore di dove possa condurre il Leviatano invocato da Hobbes.</p>
<p>Accade così che – in opposizione a quanto si afferma necessario per l’ordinata vita delle singole comunità nazionali – si assista alla delegittimazione delle Corti Internazionali e dei loro giudici, negando il valore del diritto internazionale, rimuovendo la storica scelta di civiltà di predisporre autorità preposte a verificarne il rispetto e a sanzionarne le violazioni.</p>
<p>Osserviamo l’involuzione del sistema multilaterale di controllo degli armamenti e delle relative misure di fiducia reciproca, faticosamente costruite nel periodo della Guerra fredda e nella fase successiva alla caduta dell’impero sovietico.</p>
<p>Stiamo assistendo a un progressivo indebolimento fatto di sospensioni, ritiri, mancati rinnovi.</p>
<p>Un fenomeno che comporta non soltanto una perdita di strumenti di trasparenza, ma anche una trasformazione del regime giuridico internazionale in materia di sicurezza, con conseguenze rilevanti sul piano della prevedibilità strategica e della prevenzione delle escalation.</p>
<p>Trattati paralizzati o rimossi negli ultimi anni.</p>
<p>Non rileva soltanto la cessazione degli obblighi contrattuali, ma la perdita di meccanismi che per decenni avevano fatto crescere la reciproca comprensione e garantito stabilità.</p>
<p>La sistematica inosservanza quando non la aperta violazione della Carta delle Nazioni Unite, l’abbandono delle organizzazioni settoriali operative del sistema onusiano, lo smantellamento del sistema del controllo degli armamenti, la delegittimazione delle Corti, sono tutti fenomeni che vanno nella medesima sconfortante direzione.</p>
<p>Ne deriva un vuoto, una arbitraria “terra di nessuno”, ambito per ingiustificate scorrerie – in una sorta di rincorsa a rinnovate conquiste, espansioni commerciali, creazione di presunte fasce e aree di sicurezza, con un processo che va a gravare pesantemente sui Paesi e sui popoli più poveri e meno fortunati.</p>
<p>Non possiamo rischiare di dover essere indotti a ripetere le parole con cui, nel 1935, Johan Huizinga apriva il suo “Nelle ombre del domani” scrivendo: “Vediamo distintamente come quasi tutte le cose, che altra volta ci apparivano salde e sacre, si siano messe a vacillare: verità e umanità, ragione e diritto”.</p>
<p>Lungo tutta la storia moderna abbiamo vissuto cicli in cui sistemi globali sono stati dismessi per essere sostituiti da strutture che riflettevano i tempi nuovi.</p>
<p>Oggi non sembra prevalere il desiderio di dare vita a un progetto più efficace; né, tanto meno, sembrano prevalere i tre pilastri prima richiamati: il divieto dell’uso della forza; il principio di sovrana eguaglianza degli Stati; la promozione universale dei diritti umani.</p>
<p>Una vis destruens che non origina dalla necessità di preparare il terreno a una costruzione migliore, ma – parrebbe – dalla volontà di eliminare quei limiti all’esercizio di una pretesa sconfinata sovranità statale che erano stati definiti per impedire la prevalenza di aspirazioni egemoniche dei gruppi dirigenti in controllo dei Paesi più forti, più ricchi, meglio armati.</p>
<p>L’ordine internazionale è, per sua natura, dinamico, nuovi protagonisti si affacciano, nuove sfide si presentano.</p>
<p>Cosa può fare l’Europa a fronte della recessione del modello cooperativo multilaterale nella gestione dei rapporti tra gli Stati?</p>
<p>Accettare che esso venga soppiantato da una visione contrattualistica fondata sulla competizione?</p>
<p>Tocca all’Europa saper dire di no.</p>
<p>Dire di no all’ampliamento dei conflitti, a una perenne instabilità, con la moltiplicazione dei fronti di crisi.</p>
<p>Come dimostrano le drammatiche vicende che, a partire dal sanguinoso attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, vedono oggi Iran, Libano, l’intera regione medio-orientale e del Golfo, al centro di un arco di crisi di cui non si intravede lo sbocco, con gravissime conseguenze sulle popolazioni.</p>
<p>Dall’assalto russo all’Ucraina in poi si è intensificata la convinzione che l’aggressione possa essere regolarmente praticata nei rapporti internazionali.</p>
<p>Ne conseguirebbe il venir meno di attenzione e di impegno verso le vere crisi che affliggono le popolazioni mondiali: quella climatica, da cui dipendono fenomeni migratori importanti; quella alimentare, quella energetica, quella demografica, quella sanitaria. Le politiche di trasferimento di aiuti tendono a impoverirsi, con incremento delle spese militari.</p>
<p>Anche su questi fronti si giocano valori cari all’esperienza europea come la dignità della persona e la sua libertà.</p>
<p>Valori che abbiamo condiviso con l’altra sponda dell’Atlantico e riassunti da Franklin D. Roosevelt nel discorso delle quattro libertà del gennaio 1941: libertà di parola e di espressione ovunque nel mondo; libertà di culto; libertà dal bisogno, ovunque nel mondo; libertà dalla paura “che – disse – tradotta in termini mondiali, significa una riduzione mondiale degli armamenti a un punto tale e in modo così completo che nessuna nazione sarà in grado di commettere un’aggressione fisica contro un vicino ovunque nel mondo”.</p>
<p>Può apparire che rimanere attaccati a un ordine e a istituzioni che stanno perdendo autorevolezza, efficacia, finanziamenti, sia una ricetta certa per la marginalizzazione del nostro continente.</p>
<p>Eppure, prendere atto dei cambiamenti in corso e non limitarsi a subirli significa avere il coraggio di proporre una visione alternativa alla mera legge di chi appare più forte.</p>
<p>È la strada che l’Europa può e deve percorrere.</p>
<p>Una visione e dei principi al cui servizio dobbiamo porre strumenti e modalità di azione nuovi e flessibili. Adatti ai tempi e fondati su un pensiero sviluppatosi nei secoli, a cui Spagna e Italia hanno ampiamente contribuito.</p>
<p>Maestà, Magnifico Rettore, Signori Professori,</p>
<p>al palazzo delle Nazioni Unite a New York è esposto un busto di Francisco de Vitoria.</p>
<p>Il prossimo anno ne ricorreranno cinquecento dalla nascita di un altro grande docente, Luis de León, teologo, poeta, giurista, traduttore in castigliano della Bibbia. Troviamo anche qui un legame con la cultura italiana, con Petrarca, con Pietro Bembo.</p>
<p>De Vitoria e de León non ebbero remore ad affermare la libertà di ricerca e di espressione, in tempi certamente non facili.</p>
<p>A Luis de León risale l’espressione, al suo ritorno all’insegnamento dopo l’esperienza dell’Inquisizione, “Dicebamus hesterna die”, a conferma della capacità di resilienza.</p>
<p>Lo spirito che li animò deve ispirarci oggi, in questa difficile congiuntura.</p>
<p>Poco meno di ottant’anni addietro, l’Umanesimo europeo seppe ispirare i Padri fondatori dell’odierna Europa.</p>
<p>Basta fare riferimento alle finalità assegnate all’Unione dall’articolo 3 del Trattato Unico:</p>
<p>“la pace, la sicurezza, lo sviluppo sostenibile della Terra, la solidarietà e il rispetto reciproco tra i popoli, il commercio libero ed equo, l’eliminazione della povertà e la tutela dei diritti umani, la rigorosa osservanza e lo sviluppo del diritto internazionale, in particolare il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite.”</p>
<p>È missione che ci compete e che riguarda le nostre società, i nostri ordinamenti.</p>
<p>Distrarci oggi dalla sua applicazione significherebbe tradire la nostra cultura, i nostri popoli, abdicare al ruolo dell’Europa unita.</p>
<p>Se perdessimo di vista i nostri obiettivi saremmo sconfitti, come già Seneca ammoniva: “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est”. Per chi ignora in quale porto approdare non vi sono venti favorevoli.</p>
<p>Noi sappiamo dove approdare: ce lo indicano i Trattati dell’Unione Europea.</p>
<p>Care studentesse, cari studenti,</p>
<p>so che, in questo momento, in questa prestigiosa università, studiano più di 450 ragazze e ragazzi italiani, parte di un vasto movimento di giovani europei che liberamente scelgono dove studiare.</p>
<p>Ogni anno, grazie al programma Erasmus, tra Spagna e Italia studiano insieme più di 15.000 giovani.</p>
<p>L’orizzonte non può essere quello di un mondo con barriere di ogni genere che vi impediscano di scegliere, di incontrarvi, di conoscere, di essere liberi.</p>
<p>Oggi, per voi, questa libertà è una condizione che considerate – comprensibilmente – normale, acquisita, così come quella di vivere in pace.</p>
<p>Eppure, l’emergere di conclamate questioni di sicurezza, i soprassalti di chiusure identitarie, la pongono a rischio.</p>
<p>Libertà è stata una conquista resa possibile e consolidata grazie al coraggio e alla visione dei padri d’Europa.</p>
<p>Preservare e trasmettere gli spazi di libertà è compito di ogni generazione.</p>
<p>Oggi è, dunque, compito che vi viene trasmesso.</p>
<p>Nella conoscenza troverete strumenti per esercitare l’indispensabile spirito critico: vi darà la forza di essere quel vento che non conosce confini, come è proprio alla conoscenza.</p>
<p>Il vento di cui il mondo ha bisogno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/il-gran-discorso-di-mattarella-all-universita-di-salamanca/">Il gran discorso di Mattarella all’Università di Salamanca</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Chi è e cosa vuole Peter Thiel</title>
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Enrico Cisnetto dialoga con Massimo Gaggi, Alessandro Mulieri e Dino Pedreschi
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<title>Morto Umberto Bossi, fondò la Lega e picconò la Prima repubblica</title>
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Aveva 84 anni, al grido di “Roma ladrona” creò un movimento di massa dal nulla, portò in Parlamento le istante federaliste e il suo partito al governo, alleato con Berlusconi. Poi l’ictus, lo scandalo dei rimborsi elettorali e il colpo gobbo di Salvini
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 23:00:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="895" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11567628-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11567628-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11567628-large-300x210.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11567628-large-1024x716.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11567628-large-768x537.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11567628-large-1200x839.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Umberto Bossi, fondatore della Lega Lombarda poi diventata Lega Nord, a tutti noto come il Senatùr è morto a Varese, dove era ricoverato in terapia intensiva. Aveva 84 anni, ed era debilitato da tempo dopo l’ictus che lo aveva colpito nel 2004 e precedenti problemi cardiaci. Bossi era stato ministro, senatore, deputato, europarlamentare ed è, a buon diritto, considerato uno dei protagonisti assoluti della politica italiana degli ultimi quarant’anni.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Era nato a Cassano Magnago e aveva fondato la Lega Lombarda nei primi anni Ottanta. Un piccolo partito autonomista col quale era stato eletto senatore per la prima volta nel 1987, per poi condurlo a diventare una forza politica nazionale. Un movimento che divenne di massa (soprattutto nel nord Italia), cavalcando la lotta contro “Roma ladrona”, riunendo vari gruppi federalisti e, persino secessionisti, nella Lega Nord (dall’89 la nuova denominazione del partito) e rivendicando l’autonomia della Padania: un’entità geografica inesistente ma a cui Bossi seppe dare forza identitaria e sempre nuovi simbolismi, con i raduni sul pratone di Pontida, il “culto” per Alberto da Giussano, la bandiera col sole delle Alpi, il rito annuale dell’ampolla alla sorgente del Po.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Il suo stile comunicativo provocatorio e diretto si impose nello scenario politico nazionale, mentre i vecchi partiti crollavano sotto i colpi delle inchieste della magistratura. Il termine “celodurismo”, nato da uno dei suoi slogan, è entrato nei vocabolari.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Importante, soprattutto, la sua alleanza tra alti e bassi con Silvio Berlusconi, di cui fu ministro per le Riforme istituzionali dal 2001 al 2004 e dal 2008 al 2011, e col quale darà vita alla Casa delle libertà. La storia politica dei due leader corre parallela eppure s’interseca, non c’è l’uno senza l’altro, ma il nome di Bossi si lega anche a quello di Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale nata dalle ceneri del Movimento sociale, col quale nel 2002 firmò la controversa legge sull’immigrazione clandestina, ancora in vigore.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">Poi l’ictus che lo colpì nel 2004, la lentissima ripresa, le ulteriori difficoltà di salute, i primi contrasti all’interno del partito e lo scandalo dei rimborsi elettorali con l’accusa di aver sottratto allo Stato 49 milioni di euro. Infine, nel 2013 la sfida persa con Matteo Salvini, che lo sostituirà come segretario della Lega. Alle ultime elezioni, quelle del 2022, era stato rieletto per un soffio e solo grazie a un riconteggio.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">«L’Italia perde un leader politico appassionato e un sincero democratico» ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, appresa la notizia. Per la premier Giorgia Meloni «Bossi ha dato un fondamentale apporto alla formazione del primo centrodestra», mentre Pierluigi Bersani ha scritto su X: «Umberto Bossi. L’avversario più dignitoso che ho avuto in vita mia, e alla fine quello a cui ho voluto più bene».</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal leading-[1.7]">
</p><p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/morto-umberto-bossi-fondo-la-lega-e-piccono-la-prima-repubblica/">Morto Umberto Bossi, fondò la Lega e picconò la Prima repubblica</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Rally: Brignoli e la Lancia, binomio promosso a Pavia</title>
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<description><![CDATA[ Al Motors Rally Show il pilota di Rally Sport Evolution è già da podio, al debutto in Rally4, mentre al Bardolino dura poco l&#039;avventura di Konrad Ober. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:00:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Rally: Quintarelli vince il Bardolino Classic</title>
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<description><![CDATA[ Il pilota di Funny Team firma, in solitaria, l&#039;assoluta scaligera mentre a Precenicco “Toni” centra il primo podio di stagione nel Trofeo Pista. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:00:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Velocità in circuito: Meneghetti punta in alto con Bolza Corse</title>
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<description><![CDATA[ Vincitore della sua prima assoluta nel 2025 il pilota di Carmignano di Brenta tornerà al volante della Renault Clio Cup 4 adriese nella Formula X Italian Series. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:00:11 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Roberto Crippa: Concetti spazialisti dalle Spirali” ai “Totem”</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 19 Marzo ed in questo giorno, nel 1972, a Bresso, nell’area metropolitana di Milano, moriva il pittore, scultore ed aviatore Roberto Crippa. Era nato nel 1921 a Monza e fu noto per il suo contributo al movimento spazialista. Iniziò a dipingere nel 1945 in uno stile figurativo, influenzato dal cubismo e da […] ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:00:11 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Roberto-Crippa-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Oggi è il 19 Marzo ed in questo giorno, nel 1972, a Bresso, nell’area metropolitana di Milano, moriva il pittore, scultore ed aviatore Roberto Crippa. Era nato nel 1921 a Monza e fu noto per il suo contributo al movimento spazialista. Iniziò a dipingere nel 1945 in uno stile figurativo, influenzato dal cubismo e da […]]]> </content:encoded>
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<title>MAMMOTION: il robot tagliaerba che libera tempo per godersi il giardino</title>
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<description><![CDATA[ In occasione della Festa del Papà, MAMMOTION, azienda pioniera della robotica outdoor e prima al mondo ad aver introdotto la trazione integrale nei robot rasaerba ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:00:11 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>NextKey Srl lancia presse piegatrici elettriche compatte per la minuteria metallica</title>
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<description><![CDATA[ NextKey Srl presenta le nuove presse piegatrici elettriche compatte per la minuteria metallica Brescia 19/03/2026 – NextKey Srl, azienda italiana leader nell’innovazione per la lavorazione della lamiera, annuncia il lancio della sua nuova linea di presse piegatrici elettriche di piccola dimensione, progettate specificamente per il settore della minuteria metallica e per tutte le realtà produttive […] ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>SAN BENEDETTO debutta a Cosmoprof Worldwide Bologna 2026 e presenta il nuovo “Skincare Spray Idratante”</title>
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<description><![CDATA[ Minerale San Benedetto partecipa per la prima volta a Cosmoprof Worldwide Bologna 2026, in programma dal 26 al 29 marzo, uno degli appuntamenti di riferimento a livello internazionale per l’industria della bellezza, segnando un nuovo e importante passo nel percorso di evoluzione del brand nel mondo del benessere e della cura della persona ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Il Gruppo Capri porta l’intelligenza artificiale nel fashion retail: protagonista all’Agentforce Summit Milano</title>
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<description><![CDATA[ Dall’assistenza clienti 24/7 all’agentic commerce: il gruppo presenta all’Università Bocconi il proprio case study sull’adozione degli agenti AI per trasformare customer care, e-commerce e customer experience ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-499-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Dall’assistenza clienti 24/7 all’agentic commerce: il gruppo presenta all’Università Bocconi il proprio case study sull’adozione degli agenti AI per trasformare customer care, e-commerce e customer experience]]> </content:encoded>
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<title>PASQUA, campane tibetane e onde luminose</title>
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<description><![CDATA[ Alto Adige. La Pasqua si trascorre al Bad Moos Aqua Spa Resort.
Trattamento Longevity in Spa, campane tibetane in sauna.
Ultime discese sugli sci ed escursioni in quota ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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Trattamento Longevity in Spa, campane tibetane in sauna.
Ultime discese sugli sci ed escursioni in quota]]> </content:encoded>
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<title>Ponti di primavera, parti in compagnia con i Viaggi di Giorgio</title>
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<description><![CDATA[ Crociera in Egitto, tour archeologico nella Mesopotamia Turca o un tuffo nella cultura dell’Antica Cina: scegli il tuo mood e via ]]></description>
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<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 22:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>L’invasione dell’Ucraina ha messo a repentaglio la credibilità della stampa</title>
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Nella raccolta “Da vicino. Raccontare la guerra oggi” (curata da Paolo Giordano per Einaudi), Lorenzo Tondo ricostruisce come con l’aggressione criminale da parte della Russia il 24 febbraio 2022 ci sia stato un salto di qualità nell’ecosistema della propaganda del Cremlino
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="1049" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185597-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185597-small.jpg 1400w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185597-small-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185597-small-1024x767.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185597-small-768x575.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185597-small-1200x899.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px"></p><p>Lo osservavo camminare avanti e indietro, frugando tra i cespugli, smuovendo la sabbia tra i cadaveri con le mani e i piedi, nei punti in cui il terreno sembrava più morbido. Non si dava pace. La salma era stata seppellita a poche decine di metri dal luogo dove i vicini avevano udito gli spari, nei pressi di un checkpoint russo, in una Buča occupata fino a poche settimane prima dalle truppe di Mosca. Era stata gettata in una fossa comune insieme ad altre decine di vittime, così come avevano ordinato i militari. Il corpo giaceva accanto a quello di un altro uomo, anch’egli ridotto a una sagoma di carne putrida. Entrambe le spoglie erano contorte in posture innaturali, come se gli arti fossero stati spezzati in più punti. Ma solo il cadavere di suo padre era stato decapitato.</p>
<p>Da ore, Serhiy Kubitsky cercava la sua testa.</p>
<p>Ripeteva che senza non avrebbe potuto celebrare il funerale. La testa è ciò che ci rende riconoscibili, la matrice della nostra identità. In essa si concentra la singolarità di ciascuno, il volto che racconta chi siamo. Il corpo, al confronto, sembra quasi un involucro, un mezzo che trasporta quella parte irripetibile che ci distingue. Troncare una testa significa annientare l’identità. Agli occhi di Serhiy, celebrare un funerale per quel mucchio di ossa senza volto sarebbe stato come commemorare un manichino.</p>
<p>Paralizzato dal freddo e dall’odore di quella massa di corpi in decomposizione, mentre osservavo un figlio cercare la testa mozzata di suo padre, Mosca aveva già messo in moto la macchina della disinformazione. Mentre un gruppo di reporter osservava l’abisso di una fossa comune – una voragine che avrebbe messo in discussione persino il senso stesso delle nostre vite –, una catena di fake news e teorie complottiste iniziarono a circolare sui canali Telegram, a essere rilanciate sui social network e amplificate dai talk show televisivi. Nelle stesse ore in cui Serhiy tentava di ricomporre ciò che era rimasto del suo vecchio, gli autori di quelle bufale, sposando la tesi del Cremlino, parlavano di «messa in scena». Secondo la loro narrazione, i cadaveri dissotterrati a nord di Kyiv non erano altro che un set teatrale allestito dall’Occidente per gettare fango sulla Russia. A sostegno di questa versione iniziarono a diffondersi alcuni video, tra i quali quello di due uomini intenti a sistemare fantocci in un ambiente disseminato di vetri infranti e macchie di sangue. Le immagini fecero il giro del web in poche ore. Si trattava in realtà di clip estrapolate da una serie televisiva russa, e girate a Vsevoložsk, non in Ucraina. Ma il danno era già fatto: le menzogne avevano cominciato a scavare nella coscienza pubblica.</p>
<p>Troppi, ancora oggi, continuano a credere che gli orrori emersi dalla terra umida di Buča fossero una montatura.</p>
<p>Il nostro mestiere era cambiato. Il conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina stava per incrinare le certezze su cui si reggeva la cronaca dai fronti, aprendo crepe profonde nelle fondamenta stesse del giornalismo di guerra. In gioco c’era la nostra credibilità. Il nostro compito – andare, restare, osservare, verificare e poi raccontare, con le parole o con le immagini – rischiava di essere irrilevante, schiacciato dalla valanga della disinformazione.</p>
<p>Il mio viaggio verso l’Ucraina era iniziato dall’altra parte del confine, in Polonia, dove le prime centinaia di profughi annunciavano l’imminente tragedia. Ero arrivato a Medyka al tramonto del 26 febbraio. La coda di sopravvissuti si allungava per chilometri, dal villaggio ucraino di Shehyni fino al piccolo insediamento rurale sul lato polacco. Avanzavano in silenzio, passo dopo passo, verso quella linea invisibile che separava la guerra dalla pace.</p>
<p>Una frontiera che, nel verso opposto, avrei presto varcato anch’io.</p>
<p>Il «Guardian», ai primi di marzo, mi chiese di entrare nel paese e contribuire alla copertura della guerra scatenata dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina del 24 febbraio 2022.</p>
<p>Insieme al fotoreporter Alessio Mamo attraversammo il confine di notte, a bordo di un furgone polacco che mi aveva recuperato a Cracovia.</p>
<p>Non ci si abitua alla guerra in un istante. Ci vuole tempo perché le orecchie imparino a distinguere il fragore dei missili, perché l’olfatto riconosca l’odore dei cadaveri, perché la mente trovi un fragile equilibrio con la paura, a cui, prima o poi, si fa il callo.</p>
<p>Non so dire quando iniziò quel processo di assuefazione. Ricordo solo il silenzio che accompagnava i miei pensieri, mentre il paesaggio polacco lasciava spazio a quello ucraino.</p>
<p>Raggiunsi Kyiv su un treno che viaggiava a luci spente per eludere i droni russi. Dalla feritoia osservavo le strade puntellate di ricci cechi – le pesanti croci di metallo saldate insieme per fermare i carri armati – mentre in lontananza i bombardamenti illuminavano l’orizzonte.</p>
<p>In quei giorni la capitale era irriconoscibile. Fino a poche settimane prima Kyiv pulsava di vita: tre milioni e mezzo di abitanti, un centro storico brulicante di caffè, librerie, ristoranti, viali attraversati da tram che scintillavano di luci al tramonto. Poi erano arrivati i bombardamenti, e quasi metà della popolazione era fuggita verso ovest, lasciando dietro di sé un paesaggio di vetri infranti e saracinesche abbassate.</p>
<p>Con Alessio decidemmo di spingerci oltre la città, nelle zone appena liberate dall’occupazione russa, in quei luoghi dove, tra villaggi sventrati e campi minati, stavano emergendo la lunga scia di crimini di guerra che i russi si erano lasciati dietro dopo la ritirata: fosse comuni, torture, stupri. Parole che l’Europa pensava di avere consegnato ai libri di storia e che invece tornavano a infestare i giornali. Come in Vietnam, in Siria, in Afghanistan, in Bosnia, anche in Ucraina la guerra sembrava non conoscere piú regole, ignorando quelle convenzioni umanitarie nate dalle macerie del Novecento per separare la civiltà dalla barbarie.</p>
<p>© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.einaudi.it/content/uploads/2026/03/978880627137GRA.JPG" alt="Copertina del libro Da vicino di Paolo Giordano" width="266" height="416"></p>
<p><em><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/storia/da-vicino-paolo-giordano-9788806271374/" target="_blank" rel="noopener">Tratto da “Da vicino. Raccontare la guerra oggi” (Einaudi), a cura di Paolo Giordano, il brano ricavato è di Lorenzo Tondo, 18 euro, 160 pagine.</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/da-vicino-paolo-giordano-lorenzo-tondo/">L’invasione dell’Ucraina ha messo a repentaglio la credibilità della stampa</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il business degli americani che vogliono diventare italiani per fuggire da Trump</title>
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Il New Yorker racconta il boom delle richieste di passaporti europei, e in particolare del nostro paese, per avere un’alternativa stabile alla deriva trumpiana. Una richiesta ogni tre minuti per la cittadinanza italiana. Ma il governo Meloni ha ristretto lo ius sanguinis per contenere un sistema ormai congestionato e poco sostenibile
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="751" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kelly-sikkema-riuzqofq8xe-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kelly-sikkema-riuzqofq8xe-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kelly-sikkema-riuzqofq8xe-unsplash-300x176.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kelly-sikkema-riuzqofq8xe-unsplash-1024x601.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kelly-sikkema-riuzqofq8xe-unsplash-768x451.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kelly-sikkema-riuzqofq8xe-unsplash-1200x704.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Uno degli effetti collaterali dell’imprevedibile e sciagurata presidenza Trump è aver incrinato il valore simbolico del passaporto americano. Per almeno un secolo la cittadinanza statunitense era considerata il passaporto per la serenità: il documento che garantiva stabilità politica, diritti granitici e opportunità economiche difficilmente eguagliabili altrove. Era il traguardo per generazioni di migranti, italiani compresi, ma anche una garanzia implicita per chi negli Stati Uniti era nato: la certezza di appartenere a un sistema capace di proteggere i propri cittadini ovunque. Oggi per una quota crescente di americani non è più così. </span></p>
<p><span>Come spiega il New Yorker </span><a href="https://www.newyorker.com/news/the-lede/seeking-a-second-passport" target="_blank" rel="noopener"><span>in un interessante approfondimento</span></a><span>, sempre più cittadini statunitensi stanno cercando di ottenere legalmente una seconda cittadinanza sfruttando le loro origini europee, e in particolari italiane. Non vogliono per forza partire subito, ma avere un’alternativa pronta nel caso in cui le cose peggiorassero. </span></p>
<p><span>PortaleItaly, società nata nel 2020 e specializzata nell’assistenza agli americani, ha gestito finora circa 300 pratiche e ne ha oltre 150 ancora aperte. Il processo è lungo e articolato: raccolta dei certificati di nascita, matrimonio e morte, verifica della linea genealogica, traduzioni giurate, legalizzazioni e deposito della domanda. I costi variano tra i 3.000 e i 12.000 dollari, a seconda della complessità del caso, e i tempi medi si aggirano intorno ai 18 mesi. Henley & Partners, uno dei principali operatori globali nel settore della mobilità internazionale, segnala che i cittadini statunitensi rappresentano oggi circa il 25 per cento della propria clientela, contro il 4 per cento nel 2018. In pochi anni, gli americani sono passati da segmento marginale a componente centrale di questo mercato, che include anche programmi di cittadinanza per investimento e residenza.</span></p>
<p><span>L’attrattiva principale resta l’accesso all’Unione europea. Un passaporto italiano, irlandese o portoghese funziona come una chiave che apre simultaneamente ventisette mercati del lavoro, sistemi sanitari pubblici e regimi di mobilità senza restrizioni. La via più accessibile resta quella della discendenza: negli Stati Uniti vivono tra 16 e 20 milioni di italoamericani. </span><span>Per loro, il modo più efficace per ricostruire la propria linea familiare è partire dagli archivi di Ellis Island, l’isola di fronte a New York dove, tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento, venivano registrati milioni di immigrati in arrivo negli Stati Uniti. </span></p>
<p><span>Q</span><span>uei registri, oggi digitalizzati, permettono spesso di individuare il nome dell’antenato, il luogo di origine e la data di ingresso. Questo lavoro certosino viene fatto dalla squadra dell’avvocato Marco Permunian, che il New Yorker ha intervistato. Secondo Permunian, dopo le elezioni del 2024, il ritmo delle richieste è diventato quasi continuo: una ogni tre minuti via email. Un picco visto solo in occasione di shock politici o sociali ben precisi, come la prima elezione di Trump nel 2016, la pandemia e la decisione della Corte Suprema di revocare la tutela federale del diritto all’aborto.</span></p>
<p><span>Il paradosso è che proprio mentre la domanda di nuovi passaporti cresce, l’offerta si restringe. Nel 2025 il governo Meloni ha limitato la trasmissione automatica della cittadinanza per discendenza ai soli figli e nipoti, addirittura subordinando in alcuni casi il riconoscimento alla dimostrazione di un legame effettivo con l’Italia. </span></p>
<p><span>Per anni il nostro Paese è stato uno dei più permissivi in materia di cittadinanza per discendenza, grazie al principio dello ius sanguinis, secondo cui la cittadinanza si trasmette per linea di sangue, indipendentemente dal luogo di nascita. Questo ha permesso a milioni di discendenti di emigrati italiani di rivendicare il passaporto anche a distanza di diverse generazioni, sfruttando un bisnoonno o un trisavolo. Risultato? Oltre 60.000 procedimenti pendenti tra tribunali e amministrazioni e una forte congestione delle sedi consolari, in particolare in Nord e Sud America, dove si concentra la gran parte delle domande di riconoscimento.</span></p>
<p><span>Negli ultimi dieci anni, il numero di cittadini italiani residenti all’estero è cresciuto del 40 per cento, superando i 6,4 milioni. Un incremento dovuto in larga parte alle nuove iscrizioni all’AIRE di cittadini riconosciuti tali per discendenza e non per migrazione diretta, che ha ampliato rapidamente la platea dei cittadini senza un corrispondente aumento dei legami economici, culturali o fiscali con l’Italia.</span></p>
<p><span>Secondo stime citate dal governo per giustificare il decreto Tajani, fino a 80 milioni di persone nel mondo avrebbero potuto potenzialmente accedere al riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis secondo l’interpretazione estensiva precedente alla riforma, un numero superiore all’intera popolazione italiana. E in molti casi, il legame con il nostro Paese è puramente genealogico: un antenato partito più di un secolo fa, nessuna conoscenza della lingua, nessuna relazione concreta con il territorio.</span></p>
<p><span>Il 12 marzo la Corte costituzionale ha confermato la validità del decreto, respingendo le questioni sollevate dal Tribunale di Torino. Il caso riguardava otto cittadini venezuelani che avevano chiesto la cittadinanza italiana per discendenza, secondo le vecchie regole dello ius sanguinis. </span><span>La Consulta ha stabilito che la nuova legge non viola né il principio di uguaglianza né i diritti già acquisiti. In particolare, ha chiarito che non c’è stata alcuna “revoca” della cittadinanza: chi non aveva ancora concluso la procedura prima della riforma non aveva un diritto garantito a ottenerla. Sono stati respinti anche i dubbi di incompatibilità con il diritto europeo e con le norme internazionali. La cittadinanza per discendenza non è un diritto senza limiti, ma può essere regolata e ristretta dalla legge. Un bel problema per gli avvocati che continuano a cercare avi italiani negli archivi di Ellis Island. </span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/cittadinanza-italiana-americani-domanda-europa-restrizioni-ius-sanguinis/">Il business degli americani che vogliono diventare italiani per fuggire da Trump</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Le fonti aperte non bastano quando la trasparenza diventa un rischio operativo</title>
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Planet Labs e Vantor hanno oscurato le immagini satellitari del Medio Oriente. Osservare i mezzi non è mai equivalso a capire le intenzioni. Ma adesso non si vedono più neppure quelli
L&#039;articolo Le fonti aperte non bastano quando la trasparenza diventa un rischio operativo proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196747-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196747-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196747-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196747-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196747-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196747-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Per un decennio, ricercatori e giornalisti hanno avuto in mano uno strumento che i loro predecessori della Guerra Fredda si sarebbero sognati: immagini satellitari ad alta risoluzione acquistabili sul mercato aperto, capaci di mostrare, in tempo quasi reale, movimenti di truppe, danni agli impianti nucleari, bugie dei comunicati ufficiali. Era la democratizzazione della <i>geospatial intelligence</i> (Geoint), che per decenni era rimasta prerogativa esclusiva delle agenzie governative.</p>
<p>Quella stagione si sta chiudendo. A partire dal 6 marzo, Planet Labs ha imposto prima quattro giorni, poi due settimane di ritardo sulla pubblicazione delle immagini ad alta risoluzione del Medio Oriente. Vantor ha esteso restrizioni analoghe. Le giustificazioni ufficiali invocano la sicurezza operativa. Meno comprensibile è il perché le limitazioni si applichino anche al territorio iraniano, dove non ci sono basi alleate bensì siti nucleari che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non può più ispezionare di persona. <a href="https://www.economist.com/middle-east-and-africa/2026/03/15/open-source-intelligence-shuts-down">Lo racconta l’Economist</a>, evidenziando che sullo sfondo c’è la pressione dell’amministrazione Trump attraverso il National Reconnaissance Office, con il sospetto, tra gli analisti, che l’obiettivo reale sia anche impedire che le immagini documentino perdite statunitensi e alleate.</p>
<p>Una precisazione che i media generalisti tendono a trascurare: le immagini satellitari non sono propriamente <i>open-source intelligence</i> (Osint), ovvero fonti aperte. Sono imagery intelligence (Imint), sottocomponente della Geoint. La differenza non è accademica: indica la tipologia della fonte indipendentemente dal fatto che l’immagine sia classificata o acquistata su un portale commerciale. Quello che era cambiato negli ultimi anni non era la natura dello strumento, ma la sua accessibilità. I governi stanno ora richiudendo quello spazio.</p>
<p>La parabola è emblematica di una trasformazione più ampia. Le fonti aperte hanno progressivamente saturato il fabbisogno conoscitivo di governi e analisti, concentrando il valore aggiunto dell’intelligence classica su una porzione residuale ma cruciale: quella strutturalmente irraggiungibile dai dati pubblici. I satelliti commerciali avevano documentato con precisione l’ammassamento di truppe russe al confine ucraino mesi prima dell’invasione su larga scala iniziata il 24 febbraio di quattro anni fa. Ma osservare i mezzi non equivale a capire le intenzioni. Quante divisioni, in quale posizione: tutto misurabile dall’orbita. Perché Vladimir Putin avrebbe davvero attaccato, quello richiedeva altro, e nessun satellite può fornirlo.</p>
<p>Le conseguenze del blackout sono concrete e riguardano una platea più ampia di quanto si pensi. Quando i Tomahawk statunitensi hanno colpito una scuola femminile a Minab il 28 febbraio, le immagini di Planet, incrociate con i video sui social, sono state decisive per ricostruire edifici colpiti e munizioni usate. Ma lo stesso tipo di servizio lo usano le aziende con personale o interessi nell’area per proteggere i propri dipendenti sul terreno, riorientare forniture verso mercati colpiti dal conflitto, calibrare strategie in contesti di incertezza. Perdere una fonte non è mai indolore, anche quando non è l’unica.</p>
<p>Il vuoto non rimane vuoto: il <i>Tehran Times</i> ha già pubblicato una fotografia di danni a una base americana in Bahrein <a href="https://www.bbc.com/news/articles/ckg8wvz427vo">generata</a> dall’intelligenza artificiale; nel frattempo la startup cinese MizarVision pubblica liberamente immagini annotate con analisi AI di basi americane nel Golfo e dei gruppi da battaglia navali nel Mar Arabico. Il blackout occidentale non ha chiuso nessun rubinetto. Ne ha solo cambiato il gestore, consegnando il mercato dell’informazione satellitare a chi non ha nessun interesse a limitarsi.</p>
<p>Ciò che nel mondo anglosassone viene definito <i>secret intelligence</i> – lo spionaggio vecchia scuola, in particolare la <i>human intelligence</i> fatta di risorse in carne e ossa da reclutare, gestire e manipolare – torna utile, si scopre, quando quella aperta sparisce. Il problema è che il primo non è disponibile per tutti.</p>
<p> </p>
<p><em>Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/le-fonti-aperte-non-bastano-quando-la-trasparenza-diventa-un-rischio-operativo/">Le fonti aperte non bastano quando la trasparenza diventa un rischio operativo</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Negli Stati Uniti il risveglio religioso è una costruzione politica e non spirituale</title>
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La politica americana aumenta il ricorso a simboli e riferimenti religiosi, soprattutto tra gli elettori conservatori perché offre un linguaggio semplice e condiviso per rafforzare identità collettive in una società sempre più polarizzata
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21217827-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21217827-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21217827-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21217827-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21217827-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21217827-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Negli Stati Uniti la religione non è mai stata soltanto una questione privata. Fin dalla nascita della repubblica, le grandi ondate di risveglio religioso hanno spesso accompagnato, e talvolta anticipato, cambiamenti profondi nella società e nella politica. </span><span>I cosiddetti Great Awakenings, che tra XVIII e XIX secolo attraversarono le colonie e poi gli Stati Uniti indipendenti, non furono solo fenomeni spirituali: rappresentarono momenti di mobilitazione collettiva, ridefinizione identitaria e rielaborazione dell’idea stessa di missione nazionale. Il primo Grande Risveglio, nel Settecento, contribuì a diffondere un ethos di autonomia morale e partecipazione che si intrecciò con il clima politico che portò alla rivoluzione americana.</span></p>
<p><span>Il secondo, tra fine Settecento e prima metà dell’Ottocento, accompagnò l’espansione territoriale e la democratizzazione della vita religiosa. In altre parole, nella storia americana, religione e politica non sono mai state completamente separate: la prima ha spesso fornito il linguaggio simbolico attraverso cui la seconda si è legittimata.</span></p>
<p><span>Oggi non è affatto certo che gli Stati Uniti stiano vivendo un nuovo Grande Risveglio in senso storico. I dati disponibili suggeriscono piuttosto una dinamica più complessa. Tuttavia, il ritorno del lessico del risveglio religioso nel dibattito pubblico segnala qualcosa di rilevante: la religione sta riacquistando un ruolo nella costruzione delle identità politiche e nella narrazione del ruolo americano nel mondo.</span></p>
<p><span>La sociologia religiosa americana mostra un quadro ambivalente. Negli ultimi vent’anni, l’appartenenza cristiana è diminuita e la quota di cittadini che si definiscono non religiosi è cresciuta. Tuttavia, negli ultimi anni questo calo sembra essersi stabilizzato. </span><span>Gli Stati Uniti restano una società profondamente religiosa rispetto agli standard europei, ma con forti differenze generazionali e culturali. </span></p>
<p><span>Si è rafforzato un fenomeno distinto dalla semplice pratica religiosa: il nazionalismo cristiano. Non si tratta necessariamente di un aumento della fede, ma di una visione politica secondo cui l’identità americana sarebbe inseparabile da una tradizione cristiana da difendere nello spazio pubblico e nelle istituzioni. </span><span>Questo orientamento è particolarmente forte tra gli elettori evangelici bianchi, uno dei pilastri del consenso di Donald Trump. Fin dalla campagna del 2016, l’ex presidente ha costruito con questo elettorato un rapporto politico e simbolico molto solido.</span></p>
<p><span>Per molti evangelici conservatori, Trump non è soltanto un leader politico, ma il veicolo di una battaglia culturale contro quella che percepiscono come una secolarizzazione aggressiva della società americana. Il risultato è che la religione torna a funzionare come collante politico, non necessariamente nel senso di un aumento della devozione, ma come linguaggio capace di tenere insieme identità, memoria e mobilitazione. </span><span>Un elemento nuovo di questa fase è la crescente sacralizzazione simbolica di alcune figure ed eventi del conservatorismo americano. Nei movimenti politici, la costruzione di simboli e martiri svolge una funzione cruciale: trasforma una coalizione elettorale in una comunità morale.</span></p>
<p><span>Negli ultimi anni alcuni settori del movimento conservatore hanno iniziato a utilizzare un lessico fortemente religioso per descrivere la propria battaglia politica. Il linguaggio del sacrificio, della testimonianza e della missione nazionale ricorre sempre più spesso nelle narrazioni pubbliche di attivisti, commentatori e leader politici. </span><span>Questo processo non implica necessariamente una trasformazione teocratica della politica americana. Piuttosto, indica una strategia identitaria: in una fase di polarizzazione estrema, la religione offre un repertorio simbolico potente per rafforzare la coesione interna di un campo politico.</span></p>
<p><span>Negli Stati Uniti, dove la religione civile ha sempre avuto un ruolo importante, questo meccanismo trova terreno fertile. La differenza rispetto al passato è la sua integrazione sempre più stretta con la polarizzazione partitica. </span></p>
<p><span>Il punto cruciale è che queste dinamiche non restano confinate alla politica interna. Quando identità religiosa, nazionalismo e leadership politica si intrecciano, anche la politica estera può risentirne. </span><span>Questo è particolarmente evidente nel confronto con l’Iran, da decenni uno dei principali rivali strategici degli Stati Uniti in Medio Oriente. Se una parte del discorso politico americano tende a interpretare lo scontro con Teheran in termini morali o civilizzazionali, il conflitto rischia di assumere un significato più ampio rispetto alla semplice competizione geopolitica.</span></p>
<p><span>Per Teheran, una narrativa americana che intrecci valori religiosi e azione militare facilita la costruzione di una contro-narrazione speculare: quella di una resistenza contro un blocco occidentale percepito come ostile non solo politicamente, ma anche culturalmente. </span><span>Questo meccanismo è noto nella storia delle relazioni internazionali. Quando le potenze interpretano il conflitto come scontro tra ordini morali incompatibili, la possibilità di compromesso tende a ridursi. La deterrenza diventa più difficile da gestire e le crisi rischiano di trasformarsi in conflitti identitari. </span><span>Il vero cambiamento, dunque, non è un improvviso ritorno della religione nella società americana. È piuttosto la sua riattivazione selettiva come strumento politico. </span></p>
<p><span>Una parte significativa del campo conservatore utilizza oggi simboli e linguaggi religiosi per ricostruire coesione e senso storico in un contesto di forte polarizzazione. In questa prospettiva, il richiamo al «risveglio» svolge diverse funzioni. </span><span>Sul piano interno, offre una narrazione di ricomposizione nazionale a un elettorato che percepisce crisi culturale e declino morale. Sul piano politico, rafforza la legittimità della leadership in tempi di conflitto. Sul piano strategico, consente di presentare lo scontro internazionale come prova storica o missione civile.</span></p>
<p><span>Il rischio emerge quando questa grammatica simbolica diventa lente stabile per interpretare la politica estera. In quel caso, la guerra smette di essere uno strumento di potenza e tende a trasformarsi in un confronto identitario più rigido. </span><span>Per l’Europa, e per l’Occidente nel suo complesso, comprendere questa dinamica è fondamentale. La politica americana resta determinante per la sicurezza globale, ma il modo in cui Washington interpreta il proprio ruolo nel mondo può cambiare sensibilmente a seconda delle coalizioni politiche interne.</span></p>
<p><span>Se la religione rimane un linguaggio di mobilitazione interna, la politica estera americana continuerà a essere guidata da logiche strategiche tradizionali. Se invece diventa una lente interpretativa stabile del conflitto internazionale, la gestione delle crisi potrebbe diventare più ideologica e meno pragmatica. </span><span>Gli alleati europei hanno un interesse evidente: lavorare per mantenere il confronto internazionale entro una grammatica di deterrenza, interessi e sicurezza condivisa.</span></p>
<p><span>In una fase di polarizzazione interna e tensioni geopolitiche, la religione è tornata a essere una risorsa politica: un linguaggio attraverso cui interpretare il disordine del mondo e ridefinire il ruolo americano. </span><span>Nella storia degli Stati Uniti, quando fede, identità nazionale e potere strategico tornano a sfiorarsi, le conseguenze raramente restano limitate ai confini del paese. E spesso finiscono per ridisegnare, almeno in parte, l’equilibrio internazionale.</span></p>
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<title>Le cose che diamo via, e la curiosità di sapere che fine abbiano fatto</title>
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Una volta buttavamo le cose e basta, oggi le differenziamo male, e ce ne pentiamo pure. Tra servizi che non funzionano e oggetti che ci sopravvivono, nasce un nuovo bisogno, forse anche un nuovo business: sapere dove finiscono le nostre vite dismesse
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>Una volta buttavamo le cose. Le buttavamo e basta. Non so neanche se ai tempi dei miei genitori esistesse la tassa sulla spazzatura, di sicuro non esisteva la raccolta differenziata. Adesso per fortuna c’è stato il progresso, così posso dare alcune centinaia di euro l’anno a un comune che mi multi se non separo bene la carta dalla plastica.</p>
<p>In quel fascicolo sulle ipotesi di complotto bisognerà metterci anche quella che la differenziata sia una distrazione di massa che poi finisce tutta nello stesso inceneritore, con la carta usata per accenderlo. Abbiamo tutti un amico che prima o poi ha lavorato nel settore e che è disposto a giurarlo, ma purtroppo è una paranoia impresentabile: se vuoi essere accolta dalla società civile, devi dire che i tappi che non si staccano dalle bottiglie di plastica sono un’ottima idea.</p>
<p>Sì, la destra ha idee orribili su un sacco di cose, e ci sono molte ragioni più solide per avercela con quella parte politica lì, ma la mia ragione è innanzitutto il suo essersi intestata gli sberleffi contro i tappi attaccati alle bottiglie. Trovo inaccettabile che ora, se uno dice una cosa sensata sulla scemenza di questa regola, quest’uno si ritrovi a essere Mario Giordano, o un altro di questi figuri che mi fanno sempre tornare in mente il sospiro della donna di sinistra in quel vecchio libro di Gramellini: questa destra, francamente, non si può.</p>
<p>Comunque. Will Ferguson lavora in una città in cui i tappi si staccano dalle bottiglie (avranno fatto Brexit per quello: lungimiranti), e vagamente più evoluta di Bologna, e in cui quindi i londinesi chiamano lui invece di fare quel che fanno i bolognesi: lasciare le cose ingombranti in mezzo alla strada, in prossimità dei cassonetti.</p>
<p>Va detto che i bolognesi, poveretti, se anche volessero fare le cose secondo le regole non potrebbero. Una volta ho chiamato il ritiro rifiuti ingombranti perché avevo un centinaio di scatoloni. Gli scatoloni non sono considerati ingombranti, mi ha detto la signorina. Avremo vocabolari diversi.</p>
<p>Il mio Will Ferguson si chiamava D., e me l’aveva prestato l’amica Omissis. Per gli uffici di Omissis, D. faceva i lavori di fatica. Stavo svuotando una casa a Milano, ero sommersa dalla disorganizzazione, e Omissis disse: ti mando D.</p>
<p>D. arrivò coi suoi scagnozzi, e non seppi mai dove portava la roba. Will Ferguson dice che se c’è qualcosa di valore se lo vende, e io spero che abbia fatto lo stesso anche D. Che tutti i vecchi vestiti favolosi che mi ero stufata di traslocare da una casa all’altra ed ero troppo pigra per mettere in vendita, che adesso li abbia addosso qualche amante di D., o qualche sua nipote. Non posso farmi una ragione del fatto che siano finiti in una discarica, la ex fashionista che ormai in me dorme un sonno profondissimo rischia di destarsene per mettersi a piangere.</p>
<p>Penso da molti anni che ci vorrebbe una legge che ti garantisce la possibilità di tornare a visitare le case in cui hai abitato. Niente di invadente, una data e un’ora decise dai nuovi inquilini, una visita veloce. In quella casa di Roma c’è ancora la cucina su misura che aveva fatto fare l’inquilino prima di me e che io poi ho riscattato? In quella casa di Bologna c’è ancora la carta da parati su cui c’erano le tacche della mia crescita? È una versione immobiliarista di “Anima mia”: nella stanza tua c’è ancora il letto come l’hai lasciato tu?</p>
<p>(Ora che ci penso le canzonette sono piene di questa mia fantasia legislativa, finalmente capisco che “Mille giorni di te e di me” parlava di immobili, di contratti d’affitto 4+4, di subentri semiarredati: «Chi mi vorrà dopo di te si prenderà il tuo armadio»).</p>
<p>Ecco, adesso che penso al Ferguson di Londra e a D., l’uomo che mi venne imprestato per quel trasloco e che ogni sera si presentava con un camion da riempire di roba che non credevo di non volere più, ora che ci penso forse bisognerebbe instaurare anche un diritto a sapere che fine fanno i nostri oggetti.</p>
<p>Tutta quella roba che non ho più voluto in quel trasloco che fine ha fatto, che fine hanno fatto i cd, che fine hanno fatto le tende, che fine ha quella coperta fricchettona che mi aveva portato un’amica da un viaggio in oriente, quella che mi aveva sempre fatto schifo ma ora un po’ mi manca, perché con gli oggetti funziona come con le persone, che prima le molli e poi ti penti.</p>
<p>Poiché a parte Milano non mi viene in mente una città in cui la spazzatura non sia un problema (ma a Milano come fanno? E perché le altre non copiano?), immagino che il mestiere di D. e di Ferguson sia sempre più diffuso.</p>
<p>Una volta un controllore di treno mi disse che non c’è problema che non si possa risolvere, se hai una carta di credito. Con la spazzatura (<a href="https://www.linkiesta.it/2023/09/bologna-spazzatura-teppistelli-commercianti-psiche-collettiva-verbale/" target="_blank" rel="noopener">in bolognese: rusco</a>) è uguale, però con i contanti. Quella volta degli scatoloni, un animo gentile mi spiegò che ero stata ingenua a chiamare il servizio di ritiro gratuito della raccolta rifiuti: ci vuole il numero privato di qualche omarino che lavori per loro e che, per cinquanta euro, venga a prendere quel che vuoi buttare ma non sai come, non sai dove.</p>
<p>Se posso suggerire un bonus al servizio, aggiungerei quelle robe geolocalizzate che i viaggiatori accorti mettono nelle valigie e le mamme apprensive negli zaini dei figli. Dimodoché D. butti via le giacche di jeans che ora sono certa di non volere più, ma che un domani mi mancheranno, e allora potrò andare a recuperarle seguendo la geolocalizzazione che ho infilato nel taschino.</p>
<p>È il business del futuro, lo sento. Visita guidata alla discarica delle proprie memorie, una Venere degli stracci con pochissima Venere e moltissimi stracci. E poi, due piccioni: è anche un discreto intrattenimento per la prole il sabato pomeriggio. Certo, quando tornano a casa li devi disinfettare, però è meno noioso che portarli ai gonfiabili.</p>
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<title>La destra americana chiede alle donne di farsi da parte, e molte iniziano a ribellarsi</title>
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Per anni la New Right degli Stati Uniti ha offerto a molte visibilità e trasgressione rispetto al femminismo militante del mondo progressista. Ma tra misoginia crescente, cultura red pill e subalternità forzata, quel patto implicito si è trasformato in una trappola
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22754779-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22754779-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22754779-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22754779-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22754779-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22754779-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Per anni, tra podcast, social e panel conservatori, nella nuova destra americana ha circolato una promessa implicita che non riguardava solo la politica, né la sfida al progressismo. Era un gioco delle parti più sottile. La possibilità per le giovani donne di occupare uno spazio nuovo, trasgressivo e riconoscibile, marginale eppure visibile. Si poteva essere contro il femminismo senza rinunciare alla centralità nel dibattito pubblico, si poteva criticare la modernità senza tornare all’antico. Bastava accettare una regola non scritta: dire le cose giuste, nel modo giusto, davanti al pubblico giusto. Per un po’, ha funzionato.</p>
<p>Molte giovani donne della galassia Maga hanno costruito una carriera su questa posizione così liminale. Critiche del femminismo, interpreti di una visione alternativa della femminilità, spesso lodate da un pubblico maschile. Il patto implicito che reggeva questo ecosistema era fin troppo lineare: visibilità in cambio di subordinazione. Per una parte della destra, le donne devono accettare un ruolo di cura, incarnare la figura della <em>tradwife</em> – la moglie che resta in casa – e, quando serve, farsi carico delle contraddizioni del sistema. Nel tempo, questo equilibrio si è rivelato insostenibile.</p>
<p>Il New York Magazine <a href="https://nymag.com/intelligencer/article/young-women-leaving-maga-new-right.html" target="_blank" rel="noopener">ha raccontato</a> questa degenerazione in un lungo articolo, partendo da un episodio avvenuto a una cena di lavoro. «A un tavolo di colleghi, le battute che scivolano verso qualcosa di più duro, quando Anna – ex voce riconosciuta dell’ecosistema conservatore – prova a replicare a commenti che definisce “davvero disgustosi»” l’uomo di fronte a lei esplode: “A nessuno interessa cosa pensi, donna”. Nessuno interviene».</p>
<p>Quel silenzio raccontato da Anna è diventato, col tempo, la misura di un cambiamento più profondo. Per molto tempo, Anna e migliaia di altre donne sono state parte integrante di quel mondo. Entrate quasi per attrazione estetica – «Mi sono avvicinata alla destra soprattutto come scelta estetica inizialmente», dice – avevano trovato nella cosiddetta <i>New Right</i> un’alternativa alla rigidità morale della sinistra. È il brivido della trasgressione, il piacere sottile di affrontare temi proibiti, dal nativismo alla differenza biologica tra i sessi, con la sensazione di accedere a verità nascoste, quasi esoteriche.</p>
<p>Questo slittamento coincide con una trasformazione più ampia dell’ecosistema conservatore online, che molti osservatori fanno risalire anche ai cambiamenti avvenuti su Twitter dopo l’acquisizione di Elon Musk. I contenuti più estremi hanno guadagnato visibilità, mentre il linguaggio misogino si è intrecciato sempre più apertamente con la cultura machista della “red pill”. In ampie porzioni di queste comunità, le donne finiscono per essere ridotte a mere funzioni: disponibilità e subordinazione, il resto diventa secondario.</p>
<p>All’interno del movimento Maga, pochi sono disposti a contestare questa deriva misogina. La regola implicita del «Nessun nemico nella destra» impedisce qualsiasi forma di autocritica. Anche gli uomini che non condividono apertamente queste posizioni evitano di esporsi, lasciando campo libero alle frange più estreme.</p>
<p>Per molte donne, il punto di rottura arriva quando il linguaggio online invade la vita quotidiana. Già durante l’amministrazione Biden, giovani attivisti iniziano a ripetere dal vivo le tesi della <a href="https://www.linkiesta.it/2024/11/donald-trump-manosfera/" target="_blank" rel="noopener">manosfera</a>: le donne sarebbero manipolatrici, irrazionali, utili solo per sesso e figli. Alcuni propongono apertamente l’abolizione del divorzio senza colpa, delle leggi contro la discriminazione di genere, persino del diritto di voto femminile. E le donne della destra acconsentono fin troppo spesso. Quello che sembrava un piccolo prezzo da pagare per sfuggire alla moralizzazione progressista, con il tempo è diventato una tassa insostenibile. «Era il tuo biglietto d’ingresso nella destra: lasciare la tua dignità alle spalle», dice Anna.</p>
<p>Nel mondo conservatore c’è sempre stata una forma di subalternità della donna, a lungo bilanciata da concetti ancestrali come protezione e stabilità. Oggi quella promessa sembra svanita. Gli uomini della New Right non sono protettivi nemmeno a parole, anzi sono molto ostili verso le donne.</p>
<p>Una delle espressioni più estreme di questa ostilità risponde al nome di <a href="https://www.linkiesta.it/2025/12/nick-fuentes-suprematismo-estrema-destra-trump/" target="_blank" rel="noopener">Nick Fuentes</a>, influencer dell’ultradestra, negazionista dell’Olocausto, apertamente razzista e misogino oltre ogni limite: «Le donne sono fatte per essere sc***te, madri, tr**e, o suore», ha detto, lui che in un’intervista con Piers Morgan ha dichiarato apertamente di non essere mai stato a letto con una donna – all’elenco delle qualità umane andrebbe aggiunto anche “confuso o perennemente ubriaco”. Il suo pubblico è un universo in espansione, e il suo linguaggio aggressivo si diffonde anche tra esponenti mainstream del mondo conservatore.</p>
<p>Quando una certa grammatica si stabilizza, finisce per produrre conseguenze politiche. Negli ultimi anni alcuni Stati hanno riaperto il dibattito su restrizioni al divorzio, mentre a livello federale sono state ridimensionate tutele contro le discriminazioni sul lavoro. Idee che fino a pochi decenni fa appartenevano alla periferia del dibattito – dal ridimensionamento del suffragio femminile alla ridefinizione del ruolo delle donne nello spazio pubblico – tornano a circolare con una legittimità nuova.</p>
<p>Parlando con il New York Magazine, una donna allontanatasi dalla New Right americana ha descritto una doppia dinamica creatasi in questi ambienti: da un lato il ritorno a un tradizionalismo che vuole le donne dipendenti da marito e famiglia, dall’altro una cultura maschile che celebra dominio e libertà sessuale. È un <i>pincer movement</i>, una manovra a tenaglia che finisce per stritolare la figura femminile. La donna è Alex Kaschuta, anche lei attratta inizialmente dalla trasgressione e dalla critica al femminismo liberale. Kaschuta si è costruita una piattaforma di successo da podcaster e opinionista, sempre in prima linea quando c’è da parlare dei limiti della modernità e delle “sex wars”. Ma il suo pubblico ha subito un’inquietante evoluzione, diventando sempre più radicale, più ostile, più esplicitamente misogino. «Ero diventata un’ulteriore conferma del fatto che le donne sono troppo emotive per occuparsi di politica», dice Kaschuta, che denuncia attacchi personali, insulti sull’aspetto fisico, e frasi di delegittimazione sempre più frequenti. Perché fintanto che una donna conferma le aspettative del gruppo viene idealizzata, ma basta un passo fuori dal seminato per essere espulsa.</p>
<p>Non è una dinamica astratta. Diversi casi di cronaca raccontano di storie in cui alle donne viene attribuita la responsabilità della violenza subita. <a href="https://www.linkiesta.it/2026/01/trump-guerra-civile-america-minnesota-minneapolis/" target="_blank" rel="noopener">L’uccisione di Renee Good in Minnesota</a>, lo scorso gennaio, viene letta da esponenti e commentatori Maga come conseguenza del suo comportamento: una donna che non sa stare al suo posto, dicono.</p>
<p>Ancora non è chiaro quanto sia numeroso questo segmento così estremista e misogino dell’elettorato. Alcuni sondaggi indicano che una parte significativa dei repubblicani – intesi come elettori – condivide o giustifica alcune di queste narrazioni. E nel dibattito interno al movimento, il sessismo raramente diventa oggetto di confronto esplicito, spesso oscurato da altre linee di frattura.</p>
<p>Di sicuro questa deriva misogina ha contribuito ad acuire una sensazione di straniamento tra le donne di destra. Persone che per anni hanno contribuito a costruire quel mondo si ritrovano oggi senza una rappresentanza politica, senza una voce in grado di parlare a nome loro, incapaci di riconoscersi altrove ma sempre più distanti da ciò che hanno lasciato.</p>
<p>Ora si aprono due interrogativi. Bisognerà capire se la New Right riuscirà a mantenere il consenso nonostante la degenerazione di una parte della sua base, e se il suo progetto sia sostenibile sul medio-lungo periodo. Secondo il New York Magazine un movimento che chiede a metà della popolazione di perdere la propria autonomia è destinato a schiantarsi al confronto con la realtà dei fatti, cioè quando si arriva in cabina elettorale. Magari già alle prossime elezioni di midterm ne avremo una dimostrazione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/stati-uniti-donne-destra-maga-trump-misogini/">La destra americana chiede alle donne di farsi da parte, e molte iniziano a ribellarsi</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Le comunità che abitano la crisi climatica, negli scatti di Nick Brandt</title>
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Gli scatti in bianco e nero di Brandt raccontano le storie di comunità che hanno perso tutto — la casa, la terra, persino l’identità —, a causa della crisi climatica: testimoni silenziosi di un mondo che è già cambiato
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/james-and-fatu-15inw-rgb-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/james-and-fatu-15inw-rgb-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/james-and-fatu-15inw-rgb-1-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/james-and-fatu-15inw-rgb-1-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/james-and-fatu-15inw-rgb-1-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/james-and-fatu-15inw-rgb-1-1200x900.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Da oggi fino al 6 settembre 2026, le Gallerie d’Italia di Torino ospiteranno </span><i><span>Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno</span></i><span>, </span><span>a cura di Arianna Rinaldo, un progetto espositivo dedicato a uno dei più importanti fotografi contemporanei attivi sui temi della crisi climatica e sulla tutela degli ecosistemi.</span></p>
<p><span>All’interno della mostra sarà presentata per la prima volta l’opera nella sua interezza: il progetto si compone di quattro capitoli nati nel cuore della pandemia che ridefiniscono il ruolo della fotografia ambientale contemporanea.</span> <span>Mentre i lavori precedenti di Brandt – come quelli legati alla celebre trilogia africana – si concentravano quasi esclusivamente sulla fauna selvatica, con </span><i><span>The Day May Break</span></i><span> il fotografo britannico compie un’evoluzione radicale: l’essere umano entra per la prima volta nell’inquadratura, e condividelo stesso destino degli animali. Entrambi sono profughi del clima, naufraghi in un mondo che sta cambiando troppo in fretta.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608376" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-608376 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jame-with-people-in-fog-11in-w-rgb-1-1024x768.jpg?x17776" alt="Jame and People in Fog, Bolivia, 2022. Photo by Nick Brandt" width="640" height="480" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jame-with-people-in-fog-11in-w-rgb-1-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jame-with-people-in-fog-11in-w-rgb-1-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jame-with-people-in-fog-11in-w-rgb-1-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jame-with-people-in-fog-11in-w-rgb-1-1200x900.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jame-with-people-in-fog-11in-w-rgb-1.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Jame and People in Fog, Bolivia, 2022. Photo by Nick Brandt</em></figcaption></figure>
<p><span>Il percorso espositivo si snoda attraverso una narrazione suddivisa per aree geografiche. Nei primi due capitoli (ambientati in Kenya, Zimbabwe, Bolivia) uomini e animali sopravvissuti a siccità estreme o al traffico illegale posano nello stesso fotogramma in ritratti dignitosi, quasi solenni, avvolti da una nebbia, presagio di un mondo che sta svanendo.</span></p>
<p><span>Il terzo capitolo </span><i><span>SINK / RISE</span></i> <span>è la sezione più visionaria, ambientata nell’arcipelago delle isole Fiji. Su queste terre emerse Brandt ritrae le comunità del Pacifico: persone che sembrano abitare l’abisso, terre che in un un futuro prossimo saranno sommerse dall’innalzamento dei mari.</span></p>
<p><span>The </span><i><span>Echo of Our Voices</span></i><span> è il quarto e ultimo capitolo dell’esposizione, ambientato in Giordania. L’ultimo atto, accompagna spettatrici e spettatori nel deserto giordano tra i rifugiati siriani. In un paesaggio inaridito dalle crisi che lo attraversano, cambiamento climatico, la guerra e la crisi ambientale si fondono, rivelando la resilienza dello spirito umano.</span></p>
<p><span>Nick Brandt è uno dei fotografi più originali della nostra epoca, un professionista che ha saputo trasformare la fotografia naturalistica in un potente manifesto politico ed elegiaco. Nato a Londra nel 1964, Brandt non nasce come fotografo puro: la sua formazione avviene nel mondo del cinema e della musica. È stato un acclamato regista di video musicali – ha collaborato per esempio con Michael Jackson nella realizzazione di </span><i><span>Earth Song</span></i><span> –, un’esperienza che ha plasmato il suo occhio cinematografico e la sua capacità di costruire narrazioni epiche.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608378" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-608378 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/onnie-and-keanan-on-seesaw-fiji-2023-11x146-in-1-1024x767.jpg?x17776" alt="" width="640" height="479" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/onnie-and-keanan-on-seesaw-fiji-2023-11x146-in-1-1024x767.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/onnie-and-keanan-on-seesaw-fiji-2023-11x146-in-1-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/onnie-and-keanan-on-seesaw-fiji-2023-11x146-in-1-768x575.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/onnie-and-keanan-on-seesaw-fiji-2023-11x146-in-1-1200x899.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/onnie-and-keanan-on-seesaw-fiji-2023-11x146-in-1.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Onnie and Keanan on Seesaw, Fiji, 2023. Photo by Nick Brandt</em></figcaption></figure>
<p><span>Nel 2000 si ritrovò a girare delle riprese in Tanzania. Colpito dalla maestosità e, allo stesso tempo, dalla fragilità dell’ecosistema africano, Brandt decise di abbandonare la regia per dedicarsi alla fotografia. Tra il 2001 e il 2013 realizza una trilogia monumentale che ridefinisce il genere. I suoi scatti in bianco e nero e realizzati su pellicola di medio formato, non ricercano l’effetto documentario. Brandt ritrae gli animali come se fossero soggetti di un ritratto in studio del diciannovesimo secolo: figure nobili, senzienti, quasi umane nella loro espressione di malinconia o nella loro fierezza.</span></p>
<p><span>Lo fa utilizzando obiettivi a focale fissa e avvicinandosi fisicamente agli animali — senza mai usare teleobiettivi che, a suo dire, </span><span>«</span><span>appiattiscono</span><span>»</span><span> l’anima del soggetto — Brandt cattura una vicinanza intima con un senso di profondo rispetto. Con il passare degli anni, il lavoro di Brandt si è fatto più urgente e cupo. Rendendosi conto che la sola celebrazione della bellezza non bastava ha iniziato a documentare l’impatto dell’impronta umana. Nell’opera</span><i><span> Inherit the Dust </span></i><span>(2016): Brandt ha stampato a grandezza naturale i suoi vecchi ritratti di animali e li ha collocati all’interno di paesaggi ormai urbanizzati, discariche e cantieri dove quegli stessi animali un tempo vagavano. L’effetto è quello di fantasmi che osservano con smarrimento lo stesso mondo che li ha dimenticati. Nella serie </span><i><span>This Empty World </span></i><span>(2019) l’artista esplora lo scontro frontale tra natura e sviluppo umano. Attraverso una tecnica complessa di doppia esposizione e set costruiti in loco, Brandt racconta animali e comunità umane che lottano per sopravvivere nello stesso spazio degradato.</span></p>
<p><span>L’impegno del fotografo britannico nel contrastare gli effetti della crisi climatica eccede il racconto fotografic</span><span>o. Nel 2010, infatti, ha co-fondato la </span><i><span>Big Life Foundation</span></i><span>, un’organizzazione non-profit dedicata alla protezione dell’ecosistema Amboseli-Kilimanjaro. </span><span>Big Life collabora direttamente con le comunità locali Maasai, impegnandosi a contrastare il</span> <span>bracconaggio e a mitigare i conflitti tra uomini e fauna selvatica.</span></p>
<p> </p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608379" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-608379 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/aisha-and-mariam-jordan-2024-12inw-1-1024x768.jpg?x17776" alt="" width="640" height="480" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/aisha-and-mariam-jordan-2024-12inw-1-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/aisha-and-mariam-jordan-2024-12inw-1-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/aisha-and-mariam-jordan-2024-12inw-1-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/aisha-and-mariam-jordan-2024-12inw-1-1200x900.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/aisha-and-mariam-jordan-2024-12inw-1.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Aisha and Mariam, Jordan, 2024. Photo by Nick Brandt</em></figcaption></figure>
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<title>Il discorso di Zelensky sull’iPad che può salvare l’Occidente dai droni</title>
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Il presidente ucraino ha illustrato il sistema integrato di difesa aerea che Kyjiv ha sviluppato in quattro anni di guerra e che è pronta a esportare prima che l’evoluzione delle armi superi quella delle difese. Ecco il suo intervento
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>discorso, Zelensky, sull’iPad, che, può, salvare, l’Occidente, dai, droni</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250555-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250555-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250555-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250555-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250555-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24250555-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><i>Lord Speaker, Mr. Speaker, signor primo ministro – caro Keir, signor segretario generale – caro Mark, cari membri del Parlamento, cari giornalisti, signore e signori,</i></p>
<p>grazie per tutta l’attenzione che dedicate a noi, all’Ucraina, e per il sostegno che la Gran Bretagna e il popolo britannico ci hanno dato dall’inizio della guerra su vasta scala della Russia. Insieme, abbiamo salvato molte vite. E possiamo salvarne molte altre. Oggi, tra gli ucraini, la fiducia nel Regno Unito è una delle più alte rispetto a tutti i nostri partner – ed è assolutamente meritata. Deriva dal vostro sostegno, dalla vostra leadership, dalla vostra cooperazione con noi. Quando gli ucraini pensano alla Gran Bretagna, sanno di potersi fidare. E ve ne sono grato. Grazie.</p>
<p>E sono grato che vi preoccupiate davvero di ciò che accadrà – alla sicurezza, alle nostre città e ai nostri villaggi, ai nostri Paesi, alla nostra Europa e al nostro mondo. Siamo un’altra generazione che deve pensare a cosa verrà dopo. Questo significa che siamo già nella storia. Ma dipende da noi se la storia si fermerà con noi, o continuerà – come storia umana. Non l’IA, non i droni, non altro ancora… questo sarà ancora un mondo in cui le persone vivono all’aria aperta, sotto il sole – non sottoterra, sotto il cemento, solo per stare al sicuro? Dipende da noi decidere. E siamo qui, in questo grande edificio del Parlamento britannico, calmi e al sicuro – non in un rifugio. Venendo qui, avete visto rami d’albero sulle strade, non reti protettive contro i droni FPV. E tutti noi qui ci preoccupiamo un po’ di avere una connessione mobile o un Wi-Fi veloce nelle vicinanze – non di sapere se squadre di difesa aerea mobile siano in servizio vicino a noi. Questo modo di vivere – spazi aperti, strade normali, edifici normali, non sottoterra – sembra così semplice, così familiare, come se fosse sempre esistito. È quasi impossibile immaginare che finisca. Ma cosa garantisce che continui? Solo la nostra determinazione.</p>
<p>Il mondo è entrato in un tempo completamente nuovo – il tempo dei droni, il tempo dell’IA. Questo significa: l’evoluzione delle armi, l’evoluzione della guerra e l’evoluzione del crimine.</p>
<p>Nessuno può prevedere dove porterà questa evoluzione. Ma dobbiamo tenere il passo – e ancora di più, dobbiamo essere avanti.</p>
<p>Le persone vogliono certezza. Ed è sempre la domanda più forte che qualsiasi società rivolge ai propri leader. Le persone vogliono sapere cosa porterà domani. E vogliono credere che domani, per i loro figli, per le loro famiglie, sarà almeno non peggio di oggi per loro. E quando non vedono un futuro, le persone cominciano a sostenere chi rifiuta tutto – offrendo qualcosa di completamente diverso, qualcosa che può scardinare le stesse fondamenta della società…</p>
<p>Quindi dobbiamo avere una risposta – che domani sarà almeno sicuro. Questa è la fondamenta. Senza sicurezza non c’è un’economia forte, non ci sono servizi sociali che funzionino davvero, e non c’è speranza reale – speranza per una vita normale, una vita per i nostri figli. E questo è il nostro dovere – il dovere di questa generazione di leader che agisce adesso. Dobbiamo garantire vera sicurezza. Sicurezza per le strade, sicurezza in casa, protezione della nostra cultura, rispetto reale per i diritti e la sicurezza del nostro popolo, e sicurezza nazionale – provata dalla guerra.</p>
<p><i>Signore e signori,</i></p>
<p>In questo momento ci sono 201 ucraini in Medio Oriente e nella regione del Golfo. E altri 34 sono pronti a essere dispiegati.</p>
<p>Sono esperti militari, esperti che sanno come aiutare, come difendersi dai droni “shahed”. Le nostre squadre sono già negli Emirati, in Qatar, in Arabia Saudita e in viaggio verso il Kuwait. Stiamo lavorando con altri Paesi – gli accordi sono già in vigore. Non vogliamo che questo terrore del regime iraniano contro i suoi vicini abbia successo.</p>
<p>E ho inviato questi esperti militari su richiesta dei nostri partner – inclusi gli Stati Uniti. In realtà, questa è parte del Drone Deal che abbiamo proposto agli Stati Uniti, su cui abbiamo lavorato insieme e che è ancora sul tavolo.</p>
<p>E siamo pronti a offrire accordi simili a tutti i nostri partner affidabili – dalla cooperazione pratica sui droni alle future alleanze difensive. E non credo che qualcuno voglia lasciare fuori dalla propria sicurezza la forza e le capacità dell’Ucraina, provate in guerra. Se qualcuno lo facesse, non sarebbe saggio. Il Regno Unito vede queste opportunità con chiarezza – i nostri accordi sono sempre solidi, e sono lieto che oggi abbiamo firmato una dichiarazione con il Primo Ministro. Grazie mille, Keir.</p>
<p>Gli eserciti del Medio Oriente e della regione del Golfo hanno una buona protezione contro i missili, inclusi quelli balistici iraniani. I sistemi Patriot e THAAD funzionano bene – anche se sono costosi. Ma i regimi terroristici cercano sempre modi per sfondare le difese e rendere più economico il massacro.</p>
<p>L’Iran ha iniziato a produrre droni “shahed” anni fa – droni d’attacco che oggi, dopo gli aggiornamenti, sono ancora più pericolosi dei missili.</p>
<p>In Ucraina abbiamo dovuto imparare a difenderci da loro. Circa tre anni fa, la Russia ha ricevuto gli “shahed” dal regime iraniano. Sono droni progettati per distruggere a basso costo obiettivi di infrastrutture critiche molto costosi. L’Iran ha insegnato alla Russia come lanciarli e le ha fornito la tecnologia per produrli. La Russia li ha poi aggiornati. E ora abbiamo prove concrete che gli “shahed” iraniani usati nella regione contengono componenti russi.</p>
<p>Quindi quello che accade intorno all’Iran oggi non è per noi una guerra lontana – a causa della cooperazione tra Russia e Iran. E non crediamo di avere il diritto di essere indifferenti – anche se siamo separati dalla sofferenza umana o da un pericolo comune da un oceano, per quanto grande e bello, o da qualsiasi altra cosa. I missili balistici possono colpire a migliaia di chilometri. I droni possono fare lo stesso. Ma se il male vince, l’evoluzione della guerra attraverserà qualsiasi distanza sulla terra – nessun oceano aiuterà, nessun deserto, nessuna montagna. Ecco perché vale la pena proteggere la vita.</p>
<p>I regimi di Russia e Iran sono fratelli nell’odio – ed è per questo che sono fratelli nelle armi. E vogliamo che i regimi costruiti sull’odio non vincano mai – in niente. E non vogliamo che nessun regime del genere minacci l’Europa o i nostri partner. Possiamo semplicemente convivere con regimi come questi? L’Ucraina ha cercato di vivere in pace con la Russia e – due invasioni in dieci anni. Questo è il risultato. Il Medio Oriente non ha vissuto un solo anno di vera pace mentre questo regime è stato in Iran. E stiamo entrando in un’epoca in cui tali regimi acquisiscono nuovi modi di uccidere – a basso costo, a grande distanza, usando l’IA – e, come sempre, semplicemente perché vogliono distruggerti, e possono costringere il proprio popolo a lavorare per la guerra.</p>
<p>Uno “shahed” iraniano costa circa 50.000 dollari. Per abbatterlo, i partner usano spesso missili – alcuni dal costo fino a 4 milioni di dollari – o aeromobili da combattimento, che è anch’esso molto costoso. Gli iraniani sapevano che nessuna difesa aerea al mondo sarebbe stata sufficiente a fermare tali droni, tale numero di droni. E siamo stati noi a cambiare le cose. In Ucraina, fermiamo uno di questi droni con due o tre intercettori, piccoli intercettori che costano meno di 10.000 dollari in totale. Il nostro approccio è quindi molto più conveniente di qualsiasi cosa i nostri partner usino oggi.</p>
<p><i>Cari amici,</i></p>
<p>Dobbiamo costruire la sicurezza in modo tale che l’evoluzione della sicurezza rimanga avanti rispetto all’evoluzione della guerra.</p>
<p>E non si tratta solo di uno Stato che lancia attacchi: dobbiamo essere pronti a qualsiasi tipo di colpo – incluso quello da parte di attori non statali – reti criminali, gruppi terroristici e persino lupi solitari che possono accedere a queste tecnologie. Con la diffusione dei droni, gli attacchi di massa non costano più miliardi – costano molto meno. Non è più solo un pazzo ricco come Putin a poterselo permettere. Purtroppo.</p>
<p>Ma anche ora, e anche lui continua a ricevere denaro mentre le sanzioni sul suo petrolio vengono allentate. E ovviamente vi ringrazio. Grazie che il Regno Unito non lo stia facendo. Grazie mille. E la vediamo allo stesso modo: forte sostegno all’Ucraina, forti sanzioni contro la Russia e forti progetti di difesa congiunta sono l’unica base per una diplomazia efficace che metta fine a questa guerra. Gli aggressori non pongono fine alle guerre perché improvvisamente lo vogliono – si fermano quando non possono più andare avanti. Ecco perché la pressione è cruciale. Vi ringrazio che la Gran Bretagna lo capisca. Grazie.</p>
<p>In questo momento ho la prova che l’evoluzione della sicurezza può essere rapida – e più economica dei vecchi sistemi difensivi. Questo è un iPad con un software che ci permette di controllare la nostra sicurezza in tempo reale. È vero. Abbiamo questi iPad – ce l’ho io, ce l’ha il mio Primo Ministro, il nostro Ministro della Difesa e i nostri principali comandanti militari – ce l’hanno. Ci permette di vedere la linea del fronte in Ucraina, e persino ogni nemico ucciso – con prova video. In questo momento, il 90% delle perdite russe al fronte è causato dai nostri droni. Ecco perché è così importante sapere chi ha il vantaggio nei droni – ed essere veloci e forti nel difendersi da essi.</p>
<p>L’iPad mostra anche ogni attacco nel nostro spazio aereo, nella nostra area marittima e i nostri attacchi a lungo raggio contro la Russia. Ci dà il controllo in tempo reale sulla sicurezza delle persone, e sul nostro settore infrastrutturale ed energetico.</p>
<p>E credo che l’evoluzione della sicurezza renderà possibile che ogni leader, ogni ministro della difesa – e persino le persone comuni – abbiano strumenti come questo, e con essi un alto livello di protezione della vita. I leader e i ministri lavorano per le persone. E se i leader hanno potere, è solo perché le persone affidano loro la propria sicurezza.</p>
<p>Con strumenti come questo, le persone non solo si fideranno – potranno vedere di persona cosa viene fatto per la loro sicurezza. In tempo reale.</p>
<p>Vediamo ogni attacco russo su vasta scala contro le nostre città nel dettaglio – punti di lancio, traiettorie di volo, obiettivi probabili. Il sistema ci permette di analizzare ogni attacco e come la nostra difesa risponde nel suo complesso.</p>
<p>In tempo reale, vediamo cosa accade nel cielo e quali risorse vengono impiegate per proteggerci. È un modo chiaro per mantenere il controllo – e per adattarsi a una situazione in tempo reale.</p>
<p>E in Ucraina non esistono quasi notti – ed è vero – non ci sono notti in Ucraina senza attacchi russi con droni “shahed” – a volte centinaia di droni d’attacco e decine di missili in una sola notte. Ma il tasso di intercettazione si aggira tra l’87 e il 90 per cento. E questo numero sarebbe più alto se avessimo investimenti sufficienti nella nostra produzione difensiva e abbastanza missili contro le minacce balistiche. Queste sono le nostre due principali carenze – finanziamenti e missili Patriot. Ecco perché stiamo lavorando per coinvolgere i nostri partner nella produzione e per aiutare l’Europa a costruire tutta la difesa aerea di cui ha bisogno.</p>
<p>Ecco un attacco massiccio nella notte del 14 marzo. In totale, ci sono stati – riuscite a immaginarlo – quasi 500 armi d’attacco aereo russe: 430 droni e 68 missili di vario tipo. E ne abbiamo abbattuta la maggior parte.</p>
<p>E in tempo reale, su questo iPad – nel nostro sistema – potevamo vedere come operavano i nostri aerei, dove veniva impiegata la guerra elettronica e come venivano dispiegati gli intercettori. E naturalmente lavorano anche le nostre squadre di difesa aerea mobile. E lo vediamo tutto sull’iPad – in tutto il Paese e fino a ogni singolo attacco – come ha funzionato la difesa, cosa occorre migliorare, quali soluzioni in quali aree daranno i migliori risultati. Lo facciamo dopo ogni, ogni attacco russo. Cioè: ogni giorno.</p>
<p>È questa difesa a strati che fa sì che la Russia non riesca a distruggerci dall’aria. Ogni parte del sistema deve essere utilizzata. Il nostro elemento più recente sono i droni intercettori. Quando le condizioni e il meteo lo consentono, ne usiamo centinaia ogni giorno. Questo funziona grazie alla nostra produzione in Ucraina e con i nostri partner – Sting, Merops, P1-Sun e altri… e sono lieto che abbiamo un progetto comune con il Regno Unito – i droni Octopus. Questa è una decisione riuscita; le intercettazioni riuscite dipendono da posizioni ben piazzate dei nostri soldati, predisposte per coprire il maggior numero possibile di rotte dei droni. Ed è una caccia continua – di notte, e ormai anche di giorno.</p>
<p>E vedete quanti sistemi Patriot e altri sistemi di difesa aerea ci siano in Medio Oriente e nel Golfo – eppure la sicurezza non è ancora sufficiente. Perché? Perché non è sufficiente? Perché le armi del regime iraniano si sono evolute più rapidamente delle difese di questi Paesi. È un problema che deve essere risolto – e che può esserlo. E al più presto. Tutti capiamo cosa viene dopo. L’IA è già in molti dispositivi che usiamo ogni giorno. Presto, quasi tutto funzionerà grazie ad essa. E anche le armi lo faranno – diventando ancora più letali, perché agiranno più velocemente di qualsiasi essere umano.</p>
<p>Costruendo protezione contro le armi di oggi – investendo nell’evoluzione della sicurezza – ci stiamo preparando anche per le armi di domani. Forse stiamo prevenendo un problema. E se il mondo avesse fermato Putin nel 2022, oggi non staremmo pensando a come difenderci dalla guerra dei droni. Senza la sua guerra contro l’Ucraina, il mondo avrebbe potuto evitare la guerra dei droni di massa – economica e letale – per molti anni…</p>
<p>E se, insieme ai partner in Medio Oriente, costruiamo un sistema come quello dell’Ucraina, saranno in grado di tracciare in tempo reale gli attacchi dall’Iran o dagli Houthi, analizzarli, continuare a migliorare la loro difesa – dando alle persone, alle infrastrutture critiche e alle rotte commerciali una vera sicurezza.</p>
<p>Oggi, pochi “shahed” possono interrompere le spedizioni di petrolio a una scala che colpisce intere regioni, o distruggere impianti di desalizzazione e colpire milioni di persone nel modo più doloroso. Il costo della vita sta aumentando ovunque. E i terroristi di tutto il mondo stanno imparando cosa possono fare anche loro. E tutti conosciamo le soluzioni che possono prevenire tutto ciò.</p>
<p>Alcuni potrebbero pensare che basti acquistare degli intercettori per avere la sicurezza garantita. Ma non è così semplice. La chiave è il sistema. Il sistema è ciò che conta. Ci sono già stati casi in cui i partner hanno acquistato intercettori ma hanno comunque dovuto chiedere aiuto, perché non avevano un sistema per utilizzarli. E senza un sistema, qualsiasi intercettore è solo un giocattolo – non un vero difensore.</p>
<p>Quindi cosa abbiamo?</p>
<p>Primo, siamo in grado di produrre almeno 2.000 intercettori efficaci e collaudati in combattimento ogni giorno. Possiamo produrne di più – dipende dagli investimenti. Abbiamo bisogno di circa 1.000 intercettori al giorno, e possiamo fornirne almeno altri 1.000 al giorno ai nostri alleati.</p>
<p>Secondo, sappiamo come costruire una copertura radar e acustica per rispondere alle modalità di avvicinamento degli “shahed” e di altri droni.</p>
<p>Terzo, abbiamo un software che consente ai radar di continuare a funzionare anche sotto il jamming della guerra elettronica. In tempo reale, analizziamo le frequenze nemiche e rispondiamo ad esse.</p>
<p>E grazie a questo sistema, comprendiamo quanto sia efficace la nostra difesa contro quasi ogni drone d’attacco, e possiamo spostare le nostre posizioni e la difesa aerea per ottenere risultati migliori. Questo iPad dà il pieno controllo della situazione perché abbiamo un sistema per utilizzare i nostri strumenti di difesa.</p>
<p>Se uno “shahed” deve essere fermato negli Emirati, possiamo farlo. Se deve essere fermato in Europa o nel Regno Unito, possiamo farlo. È una questione di tecnologia, investimenti e cooperazione. E il fatto che abbiamo superato questo inverno, che la Russia ha cercato di rendere letale per tutte le nostre famiglie, dimostra che le nostre soluzioni funzionano. La cosa fondamentale è continuare a migliorarle, in linea con le minacce che affrontiamo e con quelle che verranno. L’evoluzione delle minacce non si ferma mai.</p>
<p>Per esempio, le vostre basi militari a Cipro. Ecco come potrebbe apparire la nostra proposta di sicurezza – i nostri esperti posizionerebbero squadre di intercettazione, configurerebbero radar e copertura acustica, e tutto questo funzionerebbe. Se l’Iran lanciasse un attacco su vasta scala – simile agli attacchi russi – garantiremmo la protezione. Questo è il tipo di rinforzo che offriamo, e potrebbe presto essere necessario in tutta Europa.</p>
<p>E i droni possono essere lanciati non solo da terra, ma anche da navi in mare. Tali attacchi a lungo raggio non sono più rari. Paesi diversi già li usano. E poiché i mari europei ospitano ancora molte petroliere della flotta ombra russa, lanciare droni da tali imbarcazioni non è più qualcosa di inaspettato.</p>
<p>L’Ucraina non aveva una marina potente come quella britannica o come quella di alcuni altri nostri partner. Ma abbiamo spinto quel che resta della flotta russa in baie lontane nel Mar Nero, dove le sue navi si nascondono dai droni navali ucraini. Questa è una realtà di sicurezza completamente nuova nel nostro mare. La flotta russa – che era potente – non ha un modo efficace per contrastare i nostri droni. Le loro difese sono state solide – non lo neghiamo – ma i nostri sistemi di droni navali continuano ad evolversi, e ci siamo concentrati sulla velocità di quella evoluzione. E abbiamo vinto – abbiamo vinto il nostro mare.</p>
<p>Abbiamo iniziato con semplici droni navali kamikaze. Poi abbiamo costruito droni con torrette in grado di abbattere elicotteri. Ora abbiamo droni in grado di abbattere jet da combattimento russi dal mare. Abbiamo sviluppato imbarcazioni che trasportano altri droni. Abbiamo anche imbarcazioni che colpiscono obiettivi a terra dal mare. E stiamo sviluppando droni più stabili che possono operare più a lungo e più efficacemente in mare. Presto – e non in un futuro lontano – avremo sistemi in grado di operare anche in condizioni oceaniche. Stiamo anche lavorando attivamente su sistemi subacquei. Quindi, di fronte alle minacce nel Mar Nero, stiamo trovando le giuste soluzioni di sicurezza. E queste soluzioni possono essere utilizzate anche per le vostre esigenze – anche in situazioni complesse come quelle dello Stretto di Hormuz oggi. I droni possono risolvere problemi che nemmeno una flotta a volte riesce a risolvere.</p>
<p>E naturalmente abbiamo anche informazioni complete su ciò che accade a terra. La terra vera dell’Ucraina. Al fronte – completamente. Questo iPad dà il pieno controllo dei movimenti lungo il fronte. Tutti i cambiamenti vengono tracciati – e completamente verificati – in qualsiasi periodo, non solo parzialmente. L’Ucraina raccoglie, analizza e usa i dati sulla situazione completa del campo di battaglia. Tracciamo ogni scontro e ogni cambiamento lungo il fronte.</p>
<p>E abbiamo prove video per quasi ogni dato sulle perdite russe che comunichiamo. Solo in questo inverno, la Russia ha perso più di 92.000 tra morti e feriti gravi – ognuno confermato da video. Si tratta quindi di persone che non torneranno sul campo di battaglia. Questo è il primo esempio al mondo di tracciamento digitale completo della guerra.</p>
<p>La Russia può cercare di ingannare i satelliti o di aggiustare i rapporti nei più alti uffici di tutto il mondo. Ma se questo iPad mostra che Kupyansk – questa è la nostra grande città nella regione di Kharkiv – Kupyansk è sotto il nostro controllo – allora è vero. Se mostra che negli ultimi 30 giorni abbiamo recuperato più territorio di quanto la Russia ne abbia preso – allora è vero. Numeri chiari. Posizioni chiare sulla mappa.</p>
<p>E senza questo tipo di tracciamento digitale – e senza un sistema per raccogliere e analizzare dati reali dal campo di battaglia – è impossibile combattere efficacemente una guerra moderna, difendere il proprio Paese, gestire un’economia in tempo di guerra, o comprendere il costo della pace quando questa aggressione viene fermata e la vera sicurezza è garantita.</p>
<p><i>Signore e signori,</i></p>
<p>La nostra convinzione di poter fermare anche un nemico molto più forte e garantire reale indipendenza e reale sicurezza non è qualcosa di astratto.</p>
<p>Gli ucraini sono un popolo pragmatico, molto pragmatico. L’Ucraina è oggi il posto migliore per produrre droni, per sviluppare tecnologia. È anche uno dei posti migliori per produrre artiglieria e per sperimentare ciò che funziona davvero – nelle armi e nelle tattiche. Gli ucraini stanno creando nuovi modi per proteggere la propria vita – sul campo di battaglia, nelle nostre città, nei villaggi, nelle nostre infrastrutture, in mare, nel cielo. E non siamo diventati così tecnologici per caso. La nostra forza in oltre 4 anni di guerra su vasta scala non è casuale. È il risultato del lavoro. È il risultato di un sistema. E offriamo una cooperazione difensiva reale – e stiamo già lavorando insieme – non partendo da zero.</p>
<p>Sul campo di battaglia di oggi – a terra, in aria, in mare – il successo dipende dalla velocità e da soluzioni intelligenti e sistematiche. E questa è la nostra risposta alla Russia. Non diciamo che la Russia non sia in grado di innovare – lo è. Ma lo fa per uccidere. Uccidere, mutilare, distruggere – è ciò che sa fare meglio. Come gli ayatollah.</p>
<p>Lo si vede in come gli “shahed” si sono evoluti – da qualcosa di simile alle armi del blitz a droni più veloci, più letali e che già utilizzano l’IA.</p>
<p>Ma sappiamo come fermare tutto questo – perché abbiamo un sistema. Il sistema di difesa che funziona con ciò che voi e gli altri partner usate. Abbiamo un forte coordinamento tra il fronte e la nostra industria della difesa. E abbiamo qualcos’altro – le competenze e il pensiero dei soldati ucraini. Spesso, le idee di un’unità, una brigata, quando vengono scalate, risolvono problemi che un tempo sembravano impossibili. Tutto questo funziona insieme.</p>
<p>E ci aiuta a combattere con meno risorse della Russia – ma con più dignità. La dignità – questa è la cosa principale che abbiamo: la dignità del nostro popolo.</p>
<p>Dobbiamo andare avanti. Dobbiamo costruire forze di difesa moderne – insieme. Solo insieme, con voi, con i nostri alleati. In Europa, dobbiamo produrre tutti i livelli di difesa aerea – contro droni e tutti i tipi di missili, inclusi quelli balistici. I nostri mari devono essere sicuri, e le nostre forze in altri mari devono essere protette da tutte le minacce. L’Europa non solo ha questo potenziale – ha anche una missione: proteggere non solo se stessa, ma ciò in cui crede. Crediamo nelle persone, nei loro diritti e nella loro libertà. Crediamo nella cultura. E vogliamo che le nazioni vivano in vera pace, pace solida, e le comunità nel rispetto reciproco. Insieme, l’Europa è una forza globale – di cui il mondo non può fare a meno, e che nessuno può contrastare. Dobbiamo accrescere questa forza – e possiamo farlo. E dobbiamo indirizzarla – e possiamo.</p>
<p>Dobbiamo agire adesso affinché le generazioni future possano dire: questi leader hanno agito quando era importante. E le persone sono vissute in sicurezza.</p>
<p>Siamo pronti a fare tutto il possibile affinché la nostra difesa rimanga avanti rispetto a coloro che vogliono uccidere. Vi prego di lavorare con noi nel modo più stretto possibile – affinché né Kyjiv, né Londra, né nessuna delle nostre capitali – debba nascondersi sotto reti anti-drone o vivere sotto il cemento – senza un cielo sicuro, una terra sicura o mari sicuri – in un mondo dove i droni governano invece degli esseri umani.</p>
<p>Dovreste avere strumenti come questo iPad – il che significa avere il sistema di protezione. Il sistema che possiamo costruire insieme.</p>
<p>Oggi ho iniziato la mia visita con un’udienza con Sua Maestà il Re Carlo. E gli ho dato l’iPad. Davvero, proprio così. Come segno di rispetto e gratitudine. E per rafforzare la nostra cooperazione con il Regno Unito, con il vostro grande Paese.</p>
<p>Grazie mille.</p>
<p>E Sua Maestà mi ha chiesto se avevo un altro iPad. Ho detto: “Mi rimane solo il mio e non posso cederlo.” E Sua Maestà ha detto che lo avrebbe condiviso con il Primo Ministro.</p>
<p>Grazie mille.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/discorso-zelensky-westminster/">Il discorso di Zelensky sull’iPad che può salvare l’Occidente dai droni</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>La nona puntata del podcast di Stefano Pistolini e Christian Rocca sull’America di Trump</title>
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<description><![CDATA[ La subcultura digitale (e non solo) dei giovani maschi bianchi che scherza col fuoco nazista, i personaggi che intorno alla Casa Bianca spingono sull’acceleratore del suprematismo, e la tragedia degli oligarchi digitali
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<title>Una guerra che cancella i nemici di Israele e gli alleati di Trump</title>
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Se per Netanyahu l’intervento è comunque una vittoria, quale che sia il suo esito, forse per il presidente americano è vero l’opposto, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Una, guerra, che, cancella, nemici, Israele, gli, alleati, Trump</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24249142-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24249142-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24249142-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24249142-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24249142-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24249142-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Mentre Israele continua a eliminare uno dietro l’altro i suoi nemici al vertice del regime iraniano, Donald Trump sembra fare altrettanto con i propri alleati, interni ed esterni. Dopo Ali Khamenei, a cadere sotto i raid dello stato ebraico ieri è stato Ali Larijani, che ne aveva di fatto preso il posto alla guida del paese. Laureato in informatica e in filosofia, apprendo dall’articolo di Carlo Panella <a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=6%3DUYSZW%26I%3DK%26G%3DSZPX%26C%3DXKcPbL%26N%3D6QDIG_Okvn_ZU_Kozj_Ud_Okvn_YZPKT.6BBH38GQu.BH_Okvn_YZUXYP_Kozj_UdgM_Kozj_Ud86B-08BB888B-D8C7yOuG-9EuF3KyB-7OuG_Fxms_Pm%26x%3D%26BG%3DXKTVbL%26MG%3DYTUTgMTVgOWTXN%26A%3DPCw92ayUVZNc4YyVRCx7QYMVTgQcSBKYW0ObP4y8u9xU1dOUOCLTRdLTQAvZOXRbUau9&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt">su Linkiesta</a>, con una tesi su «La filosofia della matematica di Kant» e autore di varie pubblicazioni sul tema come «Metafisica e Scienze Esatte in Kant» e «Intuizione e giudizi sintetici a priori», la sua eliminazione è un durissimo colpo per il regime, che conferma la notevole capacità di penetrazione israeliana.</p>
<p>Ma è evidente, come <a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=3%3DHTNWJ%26D%3DF%26D%3DFUKU%26z%3DSFZCWG%26K%3DsL9F4_Jfsa_UP_Hbue_RQ_Jfsa_TUM8O.3O5A254.54C_3shp_ChGZCX_7qdr_GfKU_7qdr_GfBY_7qdr_Gf8G7Bo_Jfsa_TUCt6sBp7pI5_Jfsa_TU94Jp5w-A71y-Dt1o77-4p3984.09Cw%266%3D%26xI%3DBSFXFT%269I%3DCbGVKUFXKWIVBV%26w%3D2BVpRp7OSF1l3pSr6GTK4o4M3D5uYl8LSJ7IWJXL6mZrTDVL5G8r6B8HRn7KQBSuSp3q&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt">scrive il New York Times</a>, che la strategia delle decapitazioni ha i suoi limiti, e certo non si può pensare di rovesciare il regime un omicidio mirato alla volta. D’altra parte, come ha scritto qualche giorno fa Mairav Zonszein sempre <a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=0%3DNWUdP%26G%3DM%26K%3DLXRb%266%3DVMgIZN%26R%3DyOFM0_Mmzg_XW_Ohxl_YW_Mmzg_WbTDR.0VAD9B0.8AJ_9vow_IkNgIa_Dxju_NmQX_Dxju_NmHX_Dxju_Nm6K5KzJ0_Ohxl_YWI1QrIK8yP-5OrI-5P961I-D6D.EAH8%26A%3D%26zN%3DMXHcQY%26AN%3DNgIaVZHcVbKaMa%26y%3D6PCwXzgwWR9w7QaMawYI7Q9tXx8r6waJaNeHdw0MXQeraMYteUdw72gs01YrA2eQ7SXN&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt">sul New York Times</a>, la guerra in Iran, quale che sia il suo esito, sarà comunque una vittoria per Benjamin Netanyahu. Per Trump, invece, sarei quasi tentato di dire il contrario. Di sicuro, il numero dei sostenitori pronti a esaltare ogni sua mossa e quello degli alleati disposti a piegare la testa davanti a ogni suo capriccio si stanno rapidamente assottigliando. Del resto, la prova di lealtà richiesta, questa volta, era troppo dura persino per i discepoli più fedeli, da Joe Kent, il capo dell’antiterrorismo che si è <a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=5%3DJSWYL%26C%3DO%26F%3DHTTW%262%3DRObEVP%26M%3DuKHH6_Iouc_TY_Jdtn_TS_Iouc_SdO0N.0A1B776Ky.A7_Iouc_SdTMST_Jdtn_TSaQ_Jdtn_TS57EvJGA2E7-5nGC-31K7LrIFG50GE2-KFMzG-7JnE_Fsfq_Ph%26q%3D%260G%3DSDRVWE%26KG%3DTMSTbFRVbHUTSG%269%3DzbLZWYoYV8FaQVJ334n3P6IZ38LVX3q3n2y6UYr6W4n3RYq313qXWXsY3XH6S7GWUWpR&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt">dimesso ieri</a> proprio in protesta contro la guerra, a Giorgia Meloni, che in questo caso non se l’è sentita di smarcarsi dall’Unione europea e ne ha sottoscritto il netto rifiuto alle richieste di Trump, ansioso di scaricare sugli alleati l’onere di riaprire lo stretto di Hormuz.</p>
<p>Kent è un trumpiano della prima ora, e la lettera con cui spiega la sua decisione è un atto d’accusa particolarmente pesante, perché riflette la spaccatura del movimento Maga (Make America Great Again): «Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in Iran. L’Iran non rappresenta una minaccia imminente al nostro paese ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra per le pressioni di Israele e della sua potente lobby americana».</p>
<p>Per quanto riguarda invece Meloni, secondo il Corriere della sera la nostra presidente del Consiglio starebbe già lavorando a un tentativo di mediazione tra Unione europea e Casa Bianca, evidentemente all’unico scopo di salvare i suoi rapporti con Trump. Nell’interesse dell’Italia e dell’Europa, quali che siano le nostre convinzioni ideologiche e le nostre preferenze politiche, dovremmo tutti quanti augurarci che non ci riesca.</p>
<p> </p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/una-guerra-che-cancella-i-nemici-di-israele-e-gli-alleati-di-trump/">Una guerra che cancella i nemici di Israele e gli alleati di Trump</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>9 ottobre 1982, chiuse le indagini per l’attentato alla Sinagoga</title>
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<description><![CDATA[ 
Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="1080" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-4.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-4.jpg 1080w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-4-300x300.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-4-1024x1024.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-4-150x150.jpg 150w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/quelcherestadelgiorno-4-768x768.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px"></p><p></p>
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<title>JRE Italia tra ingressi e visione futura</title>
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<description><![CDATA[ 
A Trani il Congresso nazionale riunisce gli chef dell’Associazione e rilancia progetti, formazione e solidarietà. Cinque nuovi ingressi raccontano una generazione che guarda avanti senza perdere radici
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-gruppo-jre-italia.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-gruppo-jre-italia.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-gruppo-jre-italia-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-gruppo-jre-italia-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-gruppo-jre-italia-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/foto-gruppo-jre-italia-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>C’è un momento, nella vita di un’associazione, in cui il ritrovarsi non è solo rituale ma necessità. Il XXXIII Congresso Nazionale di JRE-Italia, ospitato il 15 e 16 marzo a Trani, ha restituito proprio questo senso: due giorni in cui la comunità degli chef si è fermata per guardarsi, misurare il percorso e rimettere a fuoco le direzioni future.</p>
<p>La scelta della Puglia, nella cornice di Tenuta Donna Lavinia, non è stata neutra. Tornare nel Sud significa rimettere al centro una geografia gastronomica che non è periferia ma cuore pulsante di biodiversità e tradizioni. <a href="https://jre.eu/it" target="_blank" rel="noopener">JRE-Italia</a> continua a raccontare il Paese nella sua interezza, attraversandolo fisicamente congresso dopo congresso, ma anche simbolicamente, tenendo insieme identità locali e visione condivisa.</p>
<p>Il Congresso resta uno dei momenti fondativi dell’Associazione. Qui si consolidano relazioni, si confrontano idee e si rinnova un lessico comune fatto di passione, talento e collaborazione. Parole che rischiano di suonare retoriche se non vengono praticate, ma che in questo contesto trovano una loro concretezza operativa.</p>
<p>Tra i passaggi più significativi, l’ingresso di cinque nuovi chef. Non è solo un aggiornamento anagrafico, ma un segnale preciso. JRE-Italia continua a investire su una generazione che sceglie la cucina come linguaggio contemporaneo, capace di tenere insieme tecnica, territorio e responsabilità. Entrano così A’ Cuncuma con Gianfilippo Gatto a Palermo, La Spigola con Roberto Pisano a Golfo Aranci, Nello con Federico Migliori a San Casciano Val di Pesa, Enigma Restaurant con Ciro Sieno a Reggio Emilia e La Filanda con Cristian Benvenuto a Macherio. Cinque storie diverse che ampliano il racconto collettivo.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608574" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/i-nuovi-ingressi-2026-jre-italia-congresso-2026.jpg?x17776"><img decoding="async" class="wp-image-608574 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/i-nuovi-ingressi-2026-jre-italia-congresso-2026-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/i-nuovi-ingressi-2026-jre-italia-congresso-2026-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/i-nuovi-ingressi-2026-jre-italia-congresso-2026-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/i-nuovi-ingressi-2026-jre-italia-congresso-2026-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/i-nuovi-ingressi-2026-jre-italia-congresso-2026-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/i-nuovi-ingressi-2026-jre-italia-congresso-2026.jpg 1280w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Ciro Sieno, Roberto Pisano, Federico Migliori, Cristian Benvenuto, Gianfilippo Gatto</figcaption></figure>
<p>Accanto alle persone, i progetti. La guida JRE-Italia diventa digitale e si sposta dentro l’app JRE Inside+, uno strumento che riflette una trasformazione più ampia: l’esperienza gastronomica si costruisce sempre più anche attraverso interfacce, accessi immediati, possibilità di orientamento. Non si tratta solo di comodità, ma di ridefinire il modo in cui si entra in relazione con i ristoranti.</p>
<p>C’è poi un’attenzione esplicita verso il pubblico più giovane. Nasce JRE Young Week, con l’obiettivo di rendere l’alta cucina più accessibile agli under 30. Un’operazione che ha un valore culturale prima ancora che commerciale. Avvicinare nuove generazioni significa lavorare sul futuro della domanda, educare lo sguardo, costruire abitudini.</p>
<p>Resta forte anche la dimensione solidale. Torna il panettone JRE a sostegno di Fondazione AIRC, dopo numeri che raccontano una partecipazione concreta. E prosegue la collaborazione con Chefs for Life, in un intreccio tra cucina e responsabilità sociale che ormai fa parte integrante dell’identità dell’Associazione.</p>
<p>Sul fronte degli eventi, JRE-Italia rafforza la propria presenza a Vinitaly con “Momenti d’Autore” e con uno street food che porta firma e pensiero degli chef. Due linguaggi diversi, uno più narrativo e uno più diretto, che convivono e ampliano il raggio d’azione.</p>
<p>Infine la formazione. Il lavoro con gli istituti alberghieri di Stresa e Recoaro non è un capitolo accessorio. È il punto in cui il mestiere si trasmette e si trasforma. Entrare nelle scuole significa incidere sul modo in cui si immagina la ristorazione di domani.</p>
<p>Il Congresso di Trani lascia quindi una traccia chiara. JRE-Italia continua a muoversi su un doppio binario: custodire una comunità e allo stesso tempo aprirla. Ai territori, ai giovani, a nuove forme di racconto. È in questo equilibrio che si gioca la sua rilevanza futura.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608579" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jre-italia-congresso-2026.jpg?x17776"><img decoding="async" class="size-large wp-image-608579" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jre-italia-congresso-2026-1024x676.jpg?x17776" alt="" width="640" height="423" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jre-italia-congresso-2026-1024x676.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jre-italia-congresso-2026-300x198.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jre-italia-congresso-2026-768x507.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jre-italia-congresso-2026-1200x792.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jre-italia-congresso-2026.jpg 1280w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Congresso 2026 JRE-Italia</figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/jre-italia-tra-ingressi-e-visione-futura/">JRE Italia tra ingressi e visione futura</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Pressa piegatrice elettrica compatta per carpenteria metallica</title>
<link>https://www.eventi.news/pressa-piegatrice-elettrica-compatta-per-carpenteria-metallica</link>
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<description><![CDATA[ Scopri la nuova pressa piegatrice elettrica compatta per la carpenteria metallica, ideale per piegatura lamiera, piccoli componenti e integrazione con macchine taglio laser. Efficienza, precisione e risparmio di spazio in officina. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 15:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Navigare a ritmo lento, ecco il nuovo portale houseboat di Evolution Travel</title>
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<description><![CDATA[ Navigare senza fretta tra i canali d&#039;Europa: la vacanza &quot;slow&quot; che unisce libertà, natura e scoperta. Laura Della Vecchia guida i viaggiatori in un&#039;avventura sull&#039;acqua senza patente nautica ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 15:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>L’Hotel Bertelli di Madonna di Campiglio (TN) conquista l’Oscar dell’Ecoturismo di Legambiente</title>
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<description><![CDATA[ Il prestigioso riconoscimento nazionale, giunto alla XIII edizione, premia l’eccellenza della famiglia Masè per l’impegno concreto nella sostenibilità alpina e la certificazione internazionale ISO 21401 ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 15:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Digital detox nella natura a due passi dalla città: Dal 28 marzo riaprono i parchi avventura WONDERWOOD</title>
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<description><![CDATA[ Zipline panoramiche, ponti di funi tra le fronde degli alberi, prove di abilità sospesi nel vuoto, percorsi immersivi nella natura e tante divertenti avventure per i più piccoli: a partire dall’ultimo weekend di marzo (sabato 28 e domenica 29), torna la grande stagione dei parchi avventura Wonderwood Lago Maggiore, a una manciata di km da Verbania sulle pendici del monte Carza, e Wonderwood Spina Verde, nell’omonimo parco regionale in provincia di Como. Dopo il primo weekend, i parchi saranno aperti dal 2 al 6 aprile compresi per le vacanze di Pasqua e successivamente tutti i fine settimana primaverili, inclusi ponti e festività, fino ad arrivare all’apertura continuativa durante i mesi estivi ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 15:30:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="51" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-13-14-150x51.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Zipline panoramiche, ponti di funi tra le fronde degli alberi, prove di abilità sospesi nel vuoto, percorsi immersivi nella natura e tante divertenti avventure per i più piccoli: a partire dall’ultimo weekend di marzo (sabato 28 e domenica 29), torna la grande stagione dei parchi avventura Wonderwood Lago Maggiore, a una manciata di km da Verbania sulle pendici del monte Carza, e Wonderwood Spina Verde, nell’omonimo parco regionale in provincia di Como. Dopo il primo weekend, i parchi saranno aperti dal 2 al 6 aprile compresi per le vacanze di Pasqua e successivamente tutti i fine settimana primaverili, inclusi ponti e festività, fino ad arrivare all’apertura continuativa durante i mesi estivi]]> </content:encoded>
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<title>Oltre 35 milioni di italiani hanno utilizzato integratori nell’ultimo anno. Farmacia principale canale di acquisito, ma l’online è in crescita</title>
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<description><![CDATA[ Nell’ultimo anno 1 italiano su 3 ha assunto integratori regolarmente tutti i mesi. 
Il 78% ritiene che gli integratori abbiano migliorato il proprio benessere. 
Quelli per le difese immunitarie e l’energia fisica sono gli integratori più utilizzati. 
L’indicazione a utilizzarli arriva principalmente dai professionisti della salute: medico e farmacista. 
Luoghi comuni diffusi: la metà degli italiani pensa che almeno per alcuni occorra la prescrizione medica per acquistarli ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 15:30:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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Il 78% ritiene che gli integratori abbiano migliorato il proprio benessere. 
Quelli per le difese immunitarie e l’energia fisica sono gli integratori più utilizzati. 
L’indicazione a utilizzarli arriva principalmente dai professionisti della salute: medico e farmacista. 
Luoghi comuni diffusi: la metà degli italiani pensa che almeno per alcuni occorra la prescrizione medica per acquistarli]]> </content:encoded>
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<title>U.S. News &amp;amp; World Report 2026 classifica le Isole Vergini Britanniche tra le destinazioni top 2026</title>
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<description><![CDATA[ Premiate per viaggi in famiglia, Caraibi da sogno e viaggi di nozze indimenticabili ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 15:30:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>BandoBuilder.it: arriva la prima piattaforma AI italiana per vincere bandi europei, nazionali e regionali</title>
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<description><![CDATA[ Al lancio, BandoBuilder.it copre i principali programmi europei: Horizon Europe, PNRR, FESR, FSE+, InvestEU, Life Programme, Digital Europe Programme. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 15:30:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Mamma, ti porto via… con me!</title>
<link>https://www.eventi.news/mamma-ti-porto-via-con-me</link>
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<description><![CDATA[ Tra Spa sognanti, cene stellate, esperienze nella natura. Ecco dove celebrare la Festa della Mamma del 10 maggio 2026 con un viaggio indimenticabile, vissuto insieme ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 15:30:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Il potere di 10: Wizz Air rafforza la sua base di Malpensa con l’espansione del network internazionale, il potenziamento delle rotte nazionali e l’aumento delle frequenze sulle destinazioni ad alta domanda</title>
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<description><![CDATA[ In collaborazione con SEA MILAN AIRPORTS, l&#039;espansione porta 40 nuovi posti di lavoro diretti, maggiore connettività e viaggi ancora più accessibili da Milano con tariffe a partire da €14,99 ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 15:30:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Rivoluzione delle vacanze: addio stress dell’auto, il futuro è intermodalità treno + bici</title>
<link>https://www.eventi.news/rivoluzione-delle-vacanze-addio-stress-dellauto-il-futuro-e-intermodalita-treno-bici</link>
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<description><![CDATA[ A Padova dal 27 al 29 marzo 5^ Fiera Internazionale del Cicloturismo: focus su intermodalità e nuove opportunità per il cicloturismo urbano. Raggiungere la Fiera con Trenitalia, Official Green Carrier della manifestazione. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 15:30:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Né carboidrati né grassi, il vero problema è che mangiamo semplicemente di più</title>
<link>https://www.eventi.news/ne-carboidrati-ne-grassi-il-vero-problema-e-che-mangiamo-semplicemente-di-piu</link>
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<description><![CDATA[ 
La pandemia globale di obesità non nasce da un singolo nutriente. I dati mostrano piuttosto un aumento generalizzato delle calorie disponibili e una riduzione dell’attività fisica: una forbice che continua ad allargarsi dagli anni Sessanta a oggi
L&#039;articolo Né carboidrati né grassi, il vero problema è che mangiamo semplicemente di più proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), l’obesità rappresenta oggi una vera e propria pandemia. Circa il quaranta per cento della popolazione mondiale si trova in una condizione di obesità o eccesso ponderale clinicamente rilevante. Si tratta di una tendenza che cresce da decenni e che ha iniziato a diventare evidente a partire dalla seconda metà del Novecento. Per capire come si sia arrivati a questa situazione bisogna guardare ai cambiamenti che hanno interessato i sistemi alimentari globali e gli stili di vita delle popolazioni.</p>
<p>I dati raccolti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) mostrano che dagli anni Sessanta la disponibilità calorica media per individuo è aumentata in modo significativo.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-1.jpeg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-607764" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-1-1024x723.jpeg?x17776" alt="" width="640" height="452" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-1-1024x723.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-1-300x212.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-1-768x542.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-1-1200x848.jpeg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-1.jpeg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a></p>
<p>Secondo i dati più recenti oggi la disponibilità globale si aggira intorno alle duemilaottocento chilocalorie al giorno per persona.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-2.jpeg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-607765" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-2-1024x723.jpeg?x17776" alt="" width="640" height="452" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-2-1024x723.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-2-300x212.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-2-768x542.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-2-1200x848.jpeg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-2.jpeg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a></p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-3.jpeg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-607766" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-3.jpeg?x17776" alt="" width="250" height="205" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-3.jpeg 495w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-3-300x245.jpeg 300w" sizes="auto, (max-width: 250px) 100vw, 250px"></a></p>
<p>È una media, naturalmente, ma indica con chiarezza una direzione: nel corso degli ultimi decenni il sistema alimentare mondiale ha reso disponibili più calorie per ciascun individuo.</p>
<p>Se si osserva come queste calorie si distribuiscono tra i macronutrienti, emerge un dato interessante. Dal millenovecentosessanta a oggi è aumentato l’apporto energetico proveniente da ciascuno di essi: carboidrati, grassi e proteine. L’aumento dei carboidrati è stato più contenuto rispetto a quello dei grassi e delle proteine, ma questo non cambia un fatto centrale: i carboidrati continuano a rappresentare la base dell’alimentazione umana su scala globale, soprattutto nei Paesi con reddito medio o basso.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-4.jpeg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-607768" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-4-1024x723.jpeg?x17776" alt="" width="640" height="452" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-4-1024x723.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-4-300x212.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-4-768x542.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-4-1200x848.jpeg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-4.jpeg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a></p>
<p>Il miglioramento delle condizioni economiche ha però modificato la composizione delle diete. Con l’aumento del reddito medio e della disponibilità di alimenti, molte popolazioni hanno incrementato il consumo di prodotti ricchi di grassi e proteine. In particolare si osserva un aumento delle proteine di origine animale e dei lipidi alimentari. Questo cambiamento ha contribuito all’aumento dell’apporto calorico totale, ma non ha sostituito i carboidrati: si è semplicemente aggiunto a ciò che già veniva consumato.</p>
<p>È proprio questo il punto spesso trascurato nel dibattito pubblico. Non esiste un singolo nutriente responsabile della pandemia di obesità. I dati mostrano piuttosto un aumento complessivo dell’energia disponibile nella dieta. In altre parole, nel corso degli ultimi decenni abbiamo iniziato a mangiare di più, di tutto.</p>
<p>A questo fenomeno si affianca un secondo cambiamento altrettanto importante: la riduzione dei livelli di attività fisica. L’evoluzione tecnologica e i cambiamenti nel lavoro, nei trasporti e nella vita quotidiana hanno ridotto in modo significativo il dispendio energetico medio delle persone. Molte attività che un tempo richiedevano movimento fisico sono state progressivamente sostituite da soluzioni meccaniche o digitali.</p>
<p>Numerosi studi epidemiologici indicano che l’inattività fisica è aumentata in modo significativo negli ultimi decenni e rappresenta oggi uno dei principali fattori di rischio per la salute pubblica. Sempre più persone si muovono poco o conducono una vita prevalentemente sedentaria.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-5.jpeg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-607769" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-5-1024x833.jpeg?x17776" alt="" width="640" height="521" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-5-1024x833.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-5-300x244.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-5-768x625.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-5-1200x976.jpeg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/figura-5.jpeg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a></p>
<p>Il risultato è una forbice che continua ad allargarsi: da una parte aumentano le calorie disponibili e consumate, dall’altra diminuisce l’energia che spendiamo ogni giorno. Questo squilibrio tra introito calorico e dispendio energetico rappresenta uno dei principali fattori alla base dell’accumulo di massa adiposa nella popolazione.</p>
<p>Alla luce di questi dati, la pandemia globale di obesità non può essere attribuita ai carboidrati, ai grassi o alle proteine presi singolarmente. Il problema è più semplice e, allo stesso tempo, più difficile da affrontare: nel complesso mangiamo di più e ci muoviamo di meno.</p>
<p>Comprendere questa dinamica è fondamentale per evitare scorciatoie narrative. Cercare un unico colpevole nutrizionale può funzionare nel dibattito mediatico, ma non aiuta a spiegare un fenomeno che riguarda l’intero sistema alimentare e i cambiamenti profondi degli stili di vita negli ultimi sessant’anni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/ne-carboidrati-ne-grassi-vero-problema-mangiamo-semplicemente-di-piu/">Né carboidrati né grassi, il vero problema è che mangiamo semplicemente di più</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>La diffusione dei talk show, e la necessaria semplificazione delle idee</title>
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Nel suo ultimo libro, “Cara televisione”, Aldo Grasso cede per la prima volta alla tentazione di riflettere sul suo lavoro di critico televisivo, e lo fa raccontando la televisione italiana di ieri e di oggi, specchio intramontabile di vizi e virtù, passioni e disincanti di un intero Paese
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="961" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pj-gal-szabo-u8knv-0dcs0-unsplash-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pj-gal-szabo-u8knv-0dcs0-unsplash-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pj-gal-szabo-u8knv-0dcs0-unsplash-1-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pj-gal-szabo-u8knv-0dcs0-unsplash-1-1024x769.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pj-gal-szabo-u8knv-0dcs0-unsplash-1-768x577.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pj-gal-szabo-u8knv-0dcs0-unsplash-1-1200x901.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il talk show è parola che si fa spettacolo, come tradizione drammaturgica vuole: con il passare del tempo, è diventato una necessaria semplificazione delle idee, una fatale iniezione di populismo, un esplicito incitamento alla polarizzazione: “Il problema non è più quello che dici, ed eventualmente a nome di chi lo dici, ma come ti esprimi, se tu sia una scuola di intelligenza e fervore per la conoscenza, sempre temperato dall’autoironia, o uno spogliatoio dove si cazzeggia” (Giuliano Ferrara).</p>
<p>Da circa cinquant’anni, nel conto delle ore, è il genere più diffuso della televisione italiana, condizionandola non poco e, con essa, anche il nostro modo di pensare, di discutere. Quando in America il genere era già ben consolidato, siamo negli anni Ottanta, il celebre anchorman Dan Rather si doleva di come i talk show avessero soppiantato le forme più tradizionali di informazione e si offrissero come una sorta di mediazione spontanea, “alla portata dello spettatore”, senza filtri, senza garanzie professionali: “Questa gente alla Larry King, alla Oprah Winfrey, alla Phil Donahue non sa nulla, non è preparata ad affrontare quei bugiardi di professione che sono i politici. Per avere ospiti importanti nelle proprie trasmissioni e fare share non li controbattono mai, di fatto si mettono al loro servizio e così rendono un pessimo servizio alla comunità. Non è giornalismo. Anzi, è l’antitesi del giornalismo”.</p>
<p>Il talk show in Italia è nato quasi per caso, per coprire un buco di programmazione, e il nome di riferimento è uno, uno solo: Maurizio Costanzo. Il suo grande merito è di aver introdotto nella televisione italiana una formula presa a prestito dalla radio e di aver creato un’alchimia di successo, mettendo assieme il trash e la televisione impegnata. Quando nel 1976 iniziò a condurre “Bontà loro”, cercava di riprodurre in video quello che da anni faceva con Dina Luce a “Buon pomeriggio” su RadioDue: intervistare le persone per trarre loro confessioni non scontate. E invece la televisione era una ribalta diversa. Se ne accorse subito, per quel carattere ripetitivo del genere che si dispiega nelle forme della ritualità e della mediazione sacralizzata: “Fare televisione è un fatto liturgico, è come dire messa”. Quando a “Bontà loro” chiudeva simbolicamente una finestra sembrava voler dire “lasciamo il mondo fuori” e scaviamo dentro l’anima degli ospiti per conoscere i loro piccoli segreti.</p>
<p>Ma è con il “Maurizio Costanzo Show” che la sua televisione diventa subito rappresentazione di un immaginario collettivo, di una nuova forma di commedia di cui il conduttore non era solo il burattinaio. No, era parte della recita, era personaggio lui stesso: lo zio buono (“Boni, state boni!”) ma anche perfido alla bisogna, l’amico del cuore ma un po’ antipatico, sornione e cinico, mai piacione e però corteggiatissimo perché un’apparizione al Teatro Parioli poteva valere una carriera, un libro nelle sue mani significava scalare la classifica delle vendite.</p>
<p>Più che interviste, le sue erano sedute di autocoscienza, una rappresentazione che non disdegnava alcun argomento, alcuna esibizione, alcuna mattana. Sotto l’abile regia di Costanzo sono andati in scena l’impegno civile (come nella staffetta, realizzata nel 1991 assieme a “Samarcanda”, in onore di Libero Grassi, l’imprenditore siciliano ribellatosi ai ricatti mafiosi e per questo assassinato), ma anche un cicaleccio futile ed evasivo, scandito dai contrappunti pianistici di Franco Bracardi, agghindato con frac variopinti. Il palcoscenico del “Costanzo Show” ha raccolto testimonianze importanti (come quella del giudice Di Maggio) e le confessioni eclatanti dei protagonisti dello spettacolo (memorabili gli interventi di Carmelo Bene), della politica, della vita quotidiana, regalando visibilità a giovani attori, a protagonisti dimenticati, a sgargianti starlet, e confermandosi un’inesauribile fucina di debuttanti, a cominciare da Vittorio Sgarbi.</p>
<p>Ci sono stati almeno due Costanzo: uno, il professionista, di una bravura fuori dal comune, che ogni sera sperimentava rapporti comunicativi con la stessa intensità con cui un prete dice messa. La galleria dei suoi ospiti vale più di un saggio sociologico sull’Italia degli ultimi sessant’anni. L’altro Costanzo, l’uomo di potere, è più complicato da descrivere. Ai tempi Giorgio Bocca aveva affermato, magari con enfasi eccessiva, che il suo show era la “fabbrica del consenso”, la vera televisione di regime. No, forse era soltanto un “format di potere” o, meglio, una formidabile macchina narrativa che produceva storie a basso costo e insieme instaurava una forma di controllo sulla vita delle istituzioni come nessun’altra trasmissione televisiva è mai riuscita a fare (quella di Bruno Vespa è una televisione più istituzionale, il salotto preferito per i governanti di turno). Nel rapporto fra potere e televisione il dato più sconcertante è il seguente: nel momento in cui lo Stato si dimostra assente e crea un vuoto (distanza dell’amministrazione della giustizia, della sanità, dell’assistenza, dei servizi in generale), qualcosa di televisivo occupa il suo posto. Molte volte i principali talk show si sono trasformati in succursali della governabilità, in formidabili ammortizzatori sociali, in surrogati di autorità. Tanto che, ancora oggi, quando una persona non riesce a risolvere un problema per le normali vie amministrative, preferisce abbandonarsi a una trasmissione per trovare conforto e soluzioni al suo avvilimento (il prezzo è mettere la disperazione al servizio dello spettacolo).</p>
<p>Il tempo e l’usura hanno lavorato, giorno dopo giorno, allo svilimento di un genere così centrale per la storia della televisione. Il talk show si sta mangiando la realtà, riducendo tutto a chiacchiera, a vaniloquio. Attraverso una congerie di parole, ha cambiato la nostra percezione della realtà, ha alterato la costruzione di un sapere sociopolitico, ha complicato, drammatizzandola, la gerarchia delle necessità. A officiare questa trasformazione c’è l’immagine di un prete laico, che è quella che meglio si attaglia a Costanzo, un uomo che ha confessato mezz’Italia e considerava il “privato” altrettanto importante del “pubblico”, della politica, dei temi sociali.</p>
<p>Oggi i talk show sono diventati quello che un tempo erano i “capannelli” che Karl Kraus mette in scena in <em>Gli ultimi giorni dell’umanità</em>: i capannelli non sono una forma di spontaneità democratica, ma l’ultimo rito che tiene insieme la società civile. A frequentarli è una vastissima setta: quella dei devoti di una potenza ufficialmente inerme, essenzialmente persecutoria, l’Opinione. Ancora un carattere sacrale: i fedeli sono la massa degli spettatori, una massa invisibile, potenzialmente in crescita, bisognosa di una direzione e, paradossalmente, dominata da un assoluto senso di eguaglianza: ogni spettatore, pur nella diversità del contesto in cui si trova, è simile a un altro spettatore. Una testa è una testa, un telecomando è un telecomando: non esistono differenze fra di loro. Per questa eguaglianza si diventa audience. Si ignora qualunque cosa che potrebbe distrarre da questa fatale vocazione. Poi sarebbero arrivati i social, le chat…</p>
<p>Come dicono gli psicoterapeuti televisivi, oggi tutto è “narrazione”, “storytelling”. Certo, tutto è narrazione, ma nelle logiche del talk questo significa che una parola vale l’altra e l’unica strategia è quella di spararne tante, in una escalation sempre più ridondante, in modo tale che l’ultima faccia dimenticare le precedenti. La narrazione ha il solo scopo di “fare opinione”, di conquistare l’assenso del pubblico: è il genere che diventa protagonista principale.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-608102 aligncenter" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tem-72-grasso-s-630x1024.jpg?x17776" alt="" width="382" height="621" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tem-72-grasso-s-630x1024.jpg 630w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tem-72-grasso-s-185x300.jpg 185w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tem-72-grasso-s.jpg 709w" sizes="auto, (max-width: 382px) 100vw, 382px"></p>
<p><a href="https://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/aldo-grasso/cara-televisione-9788832858563-4686.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Tratto da “Cara televisione. Una storia d’amore e altri sentimenti” (Raffaello Cortina Editore), di Aldo Grasso, 16 euro, 256 pagine.</em></a></p>
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<title>Pechino arruola il regista di “Lanterne rosse” per insegnare a riconoscere le spie</title>
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“Scare Out” non è un film di spionaggio come gli altri: è il primo blockbuster supervisionato dall’intelligence cinese, pensato per rispondere alle offensive di reclutamento americane con le armi della cultura di massa
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24239512-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24239512-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24239512-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24239512-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24239512-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24239512-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Quando un film d’apertura del Capodanno cinese viene «guidato e creato» dal ministero della Sicurezza di Stato (ovvero l’intelligence di Pechino) e incassa 160 milioni di dollari in due settimane, vale la pena chiedersi cosa stia succedendo davvero. Non tanto al botteghino, quanto nella strategia comunicativa di un’agenzia che per decenni ha fatto dell’invisibilità la sua cifra distintiva.</p>
<p>“Scare Out”, uscito il 17 febbraio, racconta la caccia a una talpa all’interno del servizio che ha ceduto informazioni classificate su un nuovo caccia militare. La trama è il pretesto. Il protagonista è Zhang Yimou, e la scelta non è casuale.</p>
<p>Zhang è il regista di “Ju Dou”, “Lanterne rosse” e “Hero”: tre candidature all’Oscar, uno stile visivo inconfondibile, una carriera che negli anni Ottanta e Novanta lo aveva reso un punto di riferimento del cinema d’autore mondiale. Apparteneva alla cosiddetta Quinta generazione, quella dei cineasti cinesi formatisi dopo la Rivoluzione culturale, i cui film erano letti in Occidente come un’alternativa silenziosa all’estetica di regime. Nel 2008 aveva già compiuto la sua trasformazione pubblica, curando le cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi di Pechino. Oggi è una figura d’establishment, ma il suo nome porta ancora con sé un peso culturale che nessun regista puramente di sistema potrebbe vantare. Ingaggiarlo per “Scare Out” significa acquistare credibilità artistica insieme alla macchina propagandistica: il film non può essere liquidato come prodotto di bassa qualità istituzionale. Zhang, in commento per il Quotidiano del popolo, ha scritto che «il personale della sicurezza di Stato ci ha accompagnati durante tutto il processo di riprese per garantire che il film fosse vicino alla realtà». La regia è sua; la supervisione è dello Stato.</p>
<p>Il risultato è un thriller visivamente elaborato, ambientato nella Shenzhen futuristica, con droni, intelligenza artificiale e sorveglianza urbana come protagonisti tecnici. Cinematograficamente, scrive il <a href="https://www.theguardian.com/film/2026/feb/18/scare-out-review-spy-thriller-zhang-yimou">Guardian</a>, si colloca tra “Mission: Impossible” e “Infernal Affairs”, la saga hongkonghese sull’agente che Scorsese ha rifatto come “The Departed”. La profondità psicologica è limitata, il ritmo è sostenuto, il messaggio è incorporato nella struttura narrativa: la lealtà verso lo Stato prevale su quella verso gli amici, i colleghi, i legami personali. Il film si chiude con uno slogan di Xi Jinping, «Non dimenticate mai le vostre aspirazioni originarie», mentre lo schermo diventa nero.</p>
<p>Ma il piano che merita analisi non è quello narrativo. È quello strategico. Il ministero della Sicurezza di Stato ha aperto il suo profilo WeChat circa due anni fa con una frase che funzionava come manifesto programmatico: «Il controspionaggio richiede la mobilitazione dell’intera società». Da allora pubblica quasi ogni giorno: casi reali, fumetti, mini-film, vignette su spie scoperte grazie a segnalazioni di cittadini comuni. Un post raccontava di un blogger di viaggi che aveva chiesto a uno studente universitario di fotografare una base militare. Un altro di un appassionato di storia militare che aveva acquistato per meno di un dollaro quattro libri contenenti segreti classificati presso una stazione di riciclaggio di quartiere. Il tono è quello della cronaca quotidiana, non della comunicazione istituzionale.</p>
<p>“Scare Out” è il coronamento di questa strategia, non il suo inizio. Il film include filmati reali di interrogatori con effetto mosaico applicato sui volti; ufficiali del ministero in servizio hanno istruito gli attori su gesti convenzionali e tecniche di pedinamento in ambienti urbani affollati; la sceneggiatura sarebbe basata su casi reali, tra cui uno che i media stranieri collegano alla fuga di informazioni sul caccia J-35. È trasparenza strumentale: si mostra quanto basta per rendere credibile il messaggio, mai abbastanza da rivelare procedure operative. L’opacità sistemica resta intatta; cambia solo la superficie.</p>
<p>Intervistata dall’<a href="https://apnews.com/article/china-spy-movie-intelligence-agency-8135d260b80237a16cb41aba5c8c54a4">Associated Press</a>, Sheena Greitens, docente all’Università del Texas ad Austin, definisce l’operazione «un tentativo sofisticato di mobilitare i cittadini cinesi e rendere la sicurezza nazionale qualcosa di piacevole da sostenere». L’obiettivo non è celebrare l’agenzia né costruire un mito fondativo: non c’è nessuna figura carismatica, nessun equivalente di James Bond. L’obiettivo è esternalizzare la funzione di allerta: fare in modo che il pubblico di massa si percepisca come parte attiva di un sistema di difesa collettiva, capace e legittimato a segnalare comportamenti sospetti nell’ambiente circostante.</p>
<p>Il contesto geopolitico non è neutro. Il film esce mentre la Central Intelligence Agency ha diffuso su piattaforme social cinesi video di reclutamento in mandarino, rivolti esplicitamente a funzionari, militari e chiunque abbia accesso a informazioni riservate sui vertici del Partito. «Volete capire la verità? Contattateci», dice una delle clip. Pechino risponde su due registri: diplomaticamente, attraverso il ministero degli Esteri che promette «tutte le misure necessarie»; culturalmente, con un blockbuster da 160 milioni di dollari che normalizza la percezione della minaccia esterna e legittima la risposta collettiva. I due piani si alimentano a vicenda: più l’intelligence statunitense rende visibile il proprio tentativo di reclutamento, più “Scare Out” acquista plausibilità narrativa agli occhi del pubblico cinese.</p>
<p>Il fatto che il film incassi sensibilmente meno dei precedenti «main melody» – il genere propagandistico che aveva dominato il botteghino tra il 2017 e il 2023 – segnala qualcosa sull’umore del Paese: un’economia in deflazione, un mercato immobiliare depresso, consumatori poco inclini alle narrazioni eroiche di Stato. Ma per il ministero della Sicurezza dello Stato la metrica rilevante non è il confronto con “Wolf Warrior 2”. È quante persone abbiano visto, per la prima volta, un’agenzia di sicurezza come qualcosa che li riguarda direttamente, e abbiano imparato, quasi senza accorgersene, a riconoscere una spia.</p>
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<title>Perché il giorno dell’Unità d’Italia non è mai diventato una festa nazionale</title>
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Il 17 marzo 1861 è la nascita ufficiale dello Stato italiano, ma nella memoria pubblica del Paese quella data è rimasta marginale. La Repubblica ha costruito i propri simboli civili attorno al 25 aprile e al 2 giugno, lasciando purtroppo il Risorgimento ai libri di storia
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p><span>Il giorno dell’Unità non è mai diventato una festa nazionale. Lo Stato ha organizzato mostre, cerimonie, celebrazioni ufficiali solo in occasione degli anniversari speciali: nel 1911 per i cinquant’anni, nel 1961 per il centenario e nel 2011 per i 150 anni. Il resto del tempo, il 17 marzo diventa un giorno qualunque, inghiottito dal calendario, tra carnevale e pasqua, in attesa di essere scongelato la prossima volta, nel 2061. Il Parlamento ha provato a dare </span><span>un riconoscimento ufficiale, istituendo nel 2012 la “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”, ma resta un giorno lavorativo. E senza una pausa nel calendario è difficile trasformare una ricorrenza in un rito nazionale.</span></p>
<p><span>Anche per questo molti italiani non la ricordano affatto. Alla vigilia delle celebrazioni del 2011, un sondaggio dell’istituto Demos&Pi registrava un antipatico paradosso: circa nove italiani su dieci dichiaravano di avere un giudizio positivo sull’Unità nazionale, ma pochi sapevano dire quando fosse nata davvero l’Italia. L’Unità è rimasta un simbolo condiviso, ed è una buona notizia. La sua data, molto meno.</span></p>
<p><span>Perché il 25 aprile e il 2 giugno sono diventati feste centrali della Repubblica, ma non il giorno in cui nasce lo Stato italiano? Ci sono almeno cento risposte, ma bisogna partire dalla geografia per capire la storia. Il 17 marzo 1861 segna la nascita del Regno d’Italia, ma non di tutta l’Italia. Veneto e parte del Friuli, con nomi e confini leggermente diversi, erano ancora sotto l’Impero austriaco e sarebbero entrate nel Regno solo con la terza guerra d’indipendenza, persa militarmente ma vinta diplomaticamente, nel 1866. Roma e il Lazio restavano sotto il controllo dello Stato pontificio e sarebbero stati annessi nove anni dopo con la breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870. Il Trentino e l’Alto Adige sarebbero arrivati addirittura dopo la Prima guerra mondiale. Quindi festeggiare oggi il 17 marzo vorrebbe dire poco e niente per oltre 12 milioni di italiani, circa il 21 per cento della popolazione. </span></p>
<p><span>Anche nel Mezzogiorno non sarebbe una festa così popolare. Negli ultimi anni il movimento neoborbonico ha spesso descritto l’Unità d’Italia come una sorta di conquista coloniale del Nord ai danni del Sud. È una lettura semplificata e scorretta, contestata dalla maggior parte degli storici contemporanei, ma come tutte le narrazioni ideologiche si alimenta di mezze verità e fratture storiche mai del tutto ricomposte. Soprattutto in alcune aree del Sud Italia, dove l’unificazione è stata a lungo raccontata negli aneddoti familiari isolando solo gli elementi negativi: nuove tasse, la leva obbligatoria e la guerra al brigantaggio e l’incontro scrontro con le leggi e i funzionari piemontesi. Oggi questa narrazione fa presa anche grazie agli squilibri economici e sociali ancora esistenti tra Nord e Sud, che finiscono per proiettare nel passato tensioni e frustrazioni del presente. Il 17 marzo potrebbe essere, e forse viene percepita dai pochi che se la ricordano, anche come una festa antimeridionale. </span></p>
<p><span>Il problema dell’oblio verso il giorno dell’Unità è in parte dovuto anche al giudizio degli italiani sui Savoia e sulle scelte discutibili prese dalla casa regnante sabauda che hanno eroso la sua legittimità e credibilità. La monarchia accettò e accompagnò l’ascesa di Benito Mussolini nel 1922, quando Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare lo stato d’assedio durante la marcia su Roma. Sedici anni dopo firmò senza opposizione le leggi razziali del 1938. E la fuga a Brindisi l’8 settembre del 1943 segnò una ferita con il Centro e Nord Italia ancora alle prese con la ferocia della Seconda guerra mondiale, lasciati indifesi a subire la vendetta della Repubblica sociale italiana dei fascisti e l’occupazione dei nazisti. </span></p>
<p><span>Il 17 marzo vorrebbe dire non solo celebrare il 1861, ma anche una casa regnante che ha avuto altre macchie nella storia nazionale, oltre il fascismo. Il 29 luglio 1900, il re Umberto I fu ucciso a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci per vendicare le vittime della repressione del 1898 a Milano: le proteste per il caro pane furono soffocate dall’esercito guidato dal generale Fiorenzo Bava Beccaris, che fece aprire il fuoco sui manifestanti e fu poi decorato dal sovrano. Le cannonate della crisi di fine secolo e l’omicidio del re sono mortalmente legati nel mostrare quanto fosse abissale la distanza tra re e sudditi. </span></p>
<p>L<span>’Italia</span> repubblicana, nata nel 1946 con il suffragio universale, i partiti di massa e una partecipazione politica femminile e maschile, si riconosce più facilmente nelle proprie radici novecentesche che in quella stagione tra il 1861 e la prima guerra mondiale in cui a governare era una ristretta classe dirigente, quella che Montanelli chiamava l’Italia dei notabili: grandi proprietari terrieri, avvocati, professionisti urbani. Il suffragio maschile universale fu introdotto dal presidente del Consiglio Giovanni Giolitti solo nel 1912; prima (ma anche molto tempo dopo) la politica era affare di una élite. I governi si reggevano su equilibri parlamentari costruiti da gruppi dirigenti che si contendevano pochi voti.</p>
<p><span>Anche il fascismo ha contribuito a ridefinire profondamente il posto del Risorgimento nella memoria nazionale. Il regime mussoliniano cercò di presentarsi come il compimento della rivoluzione nazionale iniziata nell’Ottocento: l’unificazione sarebbe stata solo il primo passo di una storia che trovava la sua piena realizzazione nello Stato autoritario fascista. I patrioti risorgimentali vennero così reinterpretati come precursori di una nazione forte, disciplinata e fascist</span><span>a. </span><span>Dopo il 1945 quella genealogia forzata storicamente divenne ingombrante per la giovane repubblica italiana che doveva costruirsi rapidamente una legittimazione diversa. </span></p>
<p><span>Il 25 aprile e il 2 giugno sono diventate così </span><span>ricorrenze perfette per consolidare il sentimento di unità nazionale perché offrivano e offrono una trama chiara, semplice e potente: la sconfitta del nazifascismo e la rinascita della democrazia. L’antifascismo inteso come lotta contro qualsiasi oppressione delle libertà ha rappresentato per decenni il terreno comune su cui culture politiche diverse fra loro (liberali, cattoliche, socialiste, comuniste) hanno potuto costruire una memoria condivisa, evitando così fratture antiche e insanabili tra monarchici (quando c’erano) e repubblicani, così come le tensioni tra nord e sud Italia e altri modi in cui amiamo dividerci. </span></p>
<p><span>Il vero problema del 17 marzo è forse ancora più antico e più profondo. Il vero no</span><span>do del Risorgimento è che non è mai stato una storia unica. Piuttosto un processo politico, sociale e storico complesso, nato dall’intreccio di progetti diversi di nazione e di Stato. Giuseppe Mazzini immaginava una repubblica fondata sulla sovranità popolare e su una missione morale dei popoli; Camillo Benso di Cavour costruì l’unità attraverso la monarchia costituzionale dei Savoia e una raffinata strategia diplomatica europea; Giuseppe Garibaldi incarnò invece la dimensione rivoluzionaria e popolare dell’unificazione. Ciascuno porta con sé una percezione diversa dell’Italia unita. Il 17 marzo quale tra queste dovremmo scegliere? Tutte o centomila? Al momento nessuna.</span></p>
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<title>Nel Roero si produce la giusta quantità di vino</title>
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In questa parte di territorio, vicina ad Alba ma lontana dai monumenti narrativi delle Langhe, si conserva un paesaggio agricolo misto e una scala produttiva misurata e matura
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="895" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roeroapreagaiamenchicchi-9382-rit.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roeroapreagaiamenchicchi-9382-rit.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roeroapreagaiamenchicchi-9382-rit-300x210.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roeroapreagaiamenchicchi-9382-rit-1024x716.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roeroapreagaiamenchicchi-9382-rit-768x537.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roeroapreagaiamenchicchi-9382-rit-1200x839.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il Roero è in una parte di Piemonte dove, se ci finisci, finisci bene. Siamo tra Langhe e Monferrato, ma la geografia ci ricorda subito che non siamo né nelle Langhe né nel Monferrato; siamo sulla riva sinistra del Tanaro, nel cuore delle colline del vino, in provincia di Cuneo ma lontani un’oretta abbondante di macchina dal capoluogo; siamo in un triangolo che sta molto più vicino ad Alba che ad Asti, tanto che diversi comuni della Docg del Roero portano addosso la specifica “d’Alba” come un promemoria topografico: Corneliano d’Alba, Piobesi d’Alba, Vezza d’Alba e altri.</p>
<p>Il Roero, quindi: cos’è? È una porzione di Piemonte meridionale che poggia su un materiale un tempo comune e oggi rarissimo: la cultura contadina. Qui la vigna non ha mai cancellato tutto il resto e per secoli, accanto alle colline vitate, il Roero è stato soprattutto terra di frutteti e orti: cassette e camion che puntavano Torino e poi l’Italia, carichi di pere Madernassa e di frutta e verdura estiva – pesche in particolare, e poi fragole, asparagi – dando un bel ritmo agricolo a un paesaggio mai diventato monocorde. Anche oggi, rispetto ad altre zone limitrofe questa biodiversità è un gradevole tratto identitario e paesaggistico.</p>
<p>Di questa terra, il <a href="https://www.consorziodelroero.it/" target="_blank" rel="noopener">Consorzio Tutela Roero</a> è una fotografia abbastanza precisa: riconosciuto nel 2014, oggi conta 258 soci e tutela due vini in cui si articola la Docg (ottenuta nel 2004), secondo il disciplinare, Roero Rosso è Nebbiolo per almeno il 95 per cento; Roero Arneis è bianco e Arneis per almeno il 95 per cento. Parliamo di oltre 1.345 ettari complessivi, con 990 ettari ad Arneis e 355 a Nebbiolo, per una produzione annua di circa 8,3 milioni di bottiglie: 90 per cento Roero Bianco e 10 per cento Roero Rosso, con oltre il 60 per cento delle bottiglie che prende la strada dell’estero. Non sono numeri esagerati: il Roero produce il giusto. Per fare un confronto con dei vicini di casa, di Barbera d’Asti l’anno scorso ne sono state prodotte circa quaranta milioni di bottiglie.</p>
<p>Questa scala di produzione non gigantesca e proprio per questo interessante è anche un’idea di posizionamento: meno ma meglio, senza il bisogno di correre dietro al gigantismo produttivo, al dover crescere per forza.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-607157" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-1.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-607157" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-1-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="961" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-1-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-1-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-1-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-1-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-1.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Foto di Gabriele Ferraresi</figcaption></figure>
<p>La denominazione Roero è diffusa, fatta di paesi e versanti più che di un unico cuore turistico: interessa l’intero comprensorio di Canale, Corneliano d’Alba, Piobesi d’Alba e Vezza d’Alba, e porzioni di Baldissero d’Alba, Castagnito, Castellinaldo, Govone, Guarene, Magliano Alfieri, Montà, Montaldo Roero, Monteu Roero, Monticello d’Alba, Pocapaglia, Priocca, Santa Vittoria d’Alba, Santo Stefano Roero e Sommariva Perno.</p>
<p>Tra questi diciannove comuni, Canale è la piccola capitale: è il comune più vitato, con 370 ettari (circa il 23 per cento della Docg), e poi c’è il paesaggio, e qui il Roero fa il suo colpo di teatro con le Rocche, canyon profondi decine o centinaia di metri frutto dell’erosione, che tagliano il territorio da sud-ovest a nord-est e separano i suoli continentali (ghiaie e argille fluviali) da quelli di origine marina, dove la vite trova condizioni ideali. È un territorio stratificato e questa origine marina entra nel bicchiere grazie a suoli sabbiosi e marnoso-arenari, che aiutano a spiegare perchél’Arneis del Roero abbia una firma così riconoscibile soprattutto in termini di sapidità.</p>
<p>Per l’Arneis esiste anche una versione Riserva (attribuibile dopo sedici mesi di affinamento) e la tipologia spumante: un tassello che intercetta la crescente voglia di bollicina anche in Piemonte e che, pur restando su volumi di produzione contenuti, nel Roero sta dando risultati convincenti soprattutto nelle interpretazioni Metodo Classico, mediamente di buona qualità. Il Rosso, invece, è Nebbiolo pressoché in purezza, ma qui esce molto diverso rispetto a quello di Langa e i suoli più sabbiosi del Roero alleggeriscono un po’ il passo senza rinunciare alla capacità di evolvere nel tempo.</p>
<p>È con questa doppia anima che il Roero si è raccontato a Milano, in un pranzo da <a href="https://www.andreaaprea.com/" target="_blank" rel="noopener">Andrea Aprea</a> organizzato dal Consorzio in un percorso pensato per metterne alla prova la versatilità a tavola. Siamo partiti con il Roero Arneis Docg Spumante 2019 di <a href="https://www.lorenzonegro.com/it/" target="_blank" rel="noopener">Lorenzo Negro</a>, un Metodo Classico centrato e gastronomico, perfetto per aprire il pranzo con una bolla fine, mentre sulla “Caprese… dolce e salato” è stato il turno di un Roero Arneis Docg 2024 (<a href="https://www.instagram.com/rosavicawines/" target="_blank" rel="noopener">Benotti Rosavica</a>, “Pasenic”), fresco e immediato. Il cuore del percorso è arrivato con il “Carnaroli Selezione Dama con genovese di maiale, scarola, olive nere e provolone del Monaco”, abbinato a Roero Arneis Docg Riserva 2021 (<a href="https://www.monchierocarbone.com/" target="_blank" rel="noopener">Monchiero Carbone</a>, “Renesio Incisa”): qui l’Arneis ha fatto vedere come può tranquillamente reggere un piatto complesso e stratificato. Su “Pecora, verza, senape, formaggio di capra” la cucina ha chiamato in causa l’altra anima del territorio con due letture del Roero rosso: da un lato <a href="http://www.valfaccenda.it/" target="_blank" rel="noopener">Valfaccenda</a> Roero Docg 2023, dall’altro <a href="https://www.malvira.com/" target="_blank" rel="noopener">Malvirà</a> Roero Docg Superiore 2001 “Trinità”, una bottiglia di un quarto di secolo da ricordare.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-607155" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-3.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-607155" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-3-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="961" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-3-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-3-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-3-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-3-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-3.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Foto di Gabriele Ferraresi</figcaption></figure>
<p>Il Roero oggi sta facendo la cosa più difficile: costruirsi un racconto senza copiare quello dei vicini e senza farsene schiacciare e sta trasformando la propria biodiversità – agricola prima ancora che enologica, con vigneti alternati a boschi, frutteti e orti – in un tratto contemporaneo, dentro un paesaggio che con Langhe e Monferrato è patrimonio Unesco. Il tour nelle grandi città chiuso a Milano da Andrea Aprea dopo Roma, Napoli e Bologna è servito anche a ribadire questo: il Roero non un satellite delle Langhe, ma un Piemonte più misurato e sempre più riconoscibile.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-607160" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-bottiglie-2.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-607160" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-bottiglie-2-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="961" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-bottiglie-2-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-bottiglie-2-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-bottiglie-2-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-bottiglie-2-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/consorzio-roero-aprea-bottiglie-2.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Foto di Gabriele Ferraresi</figcaption></figure>
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<title>La musa ispiratrice di Émile Sornin è una marionetta di nome Melchior</title>
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<description><![CDATA[ 
Artista francese autodidatta, Émile Sornin suona forme e colori per dare vita alla musica che gli piace, come un idiota rintanato nel suo laboratorio. Ha composto il suo ultimo album a quattro mani con Melchior, un robot-marionetta fabbricato in compagnia di un amico che porta un tocco più elettronico e minimal al suo pop artigianale, per alcuni versi un po’ indigesto
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="858" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/02-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/02-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/02-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-1-300x201.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/02-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-1-1024x686.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/02-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-1-768x515.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/02-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-1-1200x804.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1">Émile Sornin, aka <em>Forever Pavot</em>, è un tipo solitario. Uno con il sorriso stampato in faccia, baffetti inconfondibili e capigliatura scompigliata, spesso domata da un cappellino da baseball. Confeziona album come fossero film, con scene che si susseguono una dopo l’altra, a volte senza un nesso logico. Affascinato dalla figura dell’uomo-orchestra, registra da solo tutti gli strumenti: un sistema stratificato dove si sovrappongono batteria, basso, pianoforte, sintetizzatori e frammenti di suoni. Per farlo, si rifugia in un piccolo studio. «Non ho una formazione classica né jazz, non ho frequentato il conservatorio… Suono forme, colori, per dare vita alla musica che mi piace, come un idiota rintanato nel suo laboratorio.» L’unico strumento per cui prende lezioni da adolescente è la batteria. «Da allora, affronto gli strumenti in maniera ritmica. Mi piacerebbe saper suonare il flauto traverso, l’ocarina, la tromba ma sono troppo impaziente per mettermi a studiare» confessa l’artista. Il suo pop artigianale fa eco alle musiche dei film francesi e italiani degli anni 60 e 70. Ascoltandolo, emerge un’estetica sonora d’altri tempi, un groviglio retrò di filtri, pedali carichi di adrenalina e sessioni ritmiche, come in uno spaghetti western. Non a caso, in Francia è anche regista di videoclip, <span class="s1"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=npvNPORFXpc" target="_blank" rel="noopener">come questo</a> per Alt-J</span>, e compositore di <a href="https://open.spotify.com/intl-fr/album/6iGCQM8KBsQFt2b1w4pCFk?si=BqMVH5ZFQayEIaGOyaJnNg" target="_blank" rel="noopener"><span class="s1">colonne sonore nostalgiche</span></a>.</p>
<p class="p1">Nato nel 1985 nella periferia de La Rochelle, sul litorale atlantico francese, Émile Sornin cresce in una famiglia a cui deve la passione per il cinema. In quegli anni fondatori, la musica autodidatta dell’insaziabile curioso è influenzata dai generi più disparati: metal, hip-hop, reggae, jazz… Intorno ai venti anni hanno inizio le tournée arrangiate alla buona, di quelle in auto con gli amici, sono anni di puro divertimento. Poi sbarca a Parigi per studiare montaggio, e, senza mai abbandonare la musica, si specializza nella realizzazione di videoclip e musiche originali per film. Nella capitale trascorre intere giornate girovagando per mercatini delle pulci, passando in rassegna negozi di vinili, alla ricerca dischi per fare loop, basi strumentali, <em>scratch</em>.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608045" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-608045 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-12-1024x686.jpg?x17776" alt="" width="724" height="485" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-12-1024x686.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-12-300x201.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-12-768x515.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-12-1200x804.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-12.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 724px) 100vw, 724px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Forever Pavot and Melchior. Courtesy of Guillaume Dufour</em></figcaption></figure>
<p class="p1">Questa fase di adorazione dell’hip-hop, dei <em>beatmaker</em> che si ispiravano al jazz, al rock progressive, alla musica brasiliana, gli consente di rendersi conto che c’è un periodo che lo affascina più di tanti altri: la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. «La mia curiosità veniva dall’hip-hop, ho l’impressione una quindicina di anni fa fosse un genere che esistesse per davvero, dal vivo e in modo contemporaneo». Nel 2012 fonda il progetto musicale pop/rock progressive <em>Forever Pavot</em>. Come alcuni ricorderanno, alle medie e al liceo negli anni Novanta si usava scarabocchiare slogan su zaini e astucci. Un amico di Émile andava spesso per mercatini vintage e un giorno tornò a casa con un portapenne su cui c’era marcato “Flower Power” che i due compari leggono erroneamente come “Forever Pavot. «Ci ha fatto morire dal ridere. Mi è piaciuta la poesia di quell’errore e ho pensato che potesse essere divertente come nome per un gruppo». Un appellativo con un’accezione psichedelica, mix onirico in <i>franglais</i>: “Forever” va pronunciato con accento francese e “Pavot”, è una parola francese, per niente inglese.</p>
<p class="p1">Il fatidico incontro con l’etichetta discografica Born Bad Records lo porta alla realizzazione di quattro album. Prodotti con l’etichetta Born Bad Records, i primi tre – <i>Rhapsode</i> (2014), <i>La Pantoufle</i> (2017), <i>L’Idiophone</i> (2023) – rielaborano un universo elegante, caratterizzato da arrangiamenti densi. «Adoro Morricone, è un punto fermo che non ho mai perso di vista, è un pozzo senza fondo, ascoltandolo c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Piero Piccioni, i gialli di Dario Argento accompagnati dall’indimenticabile rock progressive dei Goblin… in queste composizioni sento qualcosa di sacro che mi tocca nel profondo, a volte sfiora qualcosa di inquietante che mi attrae da matti. Tra i musicisti più contemporanei ascolto Andrea Laszlo De Simone ed i Calibro 35».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608046" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-608046 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-13-1024x686.jpg?x17776" alt="" width="794" height="532" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-13-1024x686.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-13-300x201.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-13-768x515.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-13-1200x804.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-13.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 794px) 100vw, 794px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Forever Pavot and Melchior. Courtesy of Guillaume Dufour</em></figcaption></figure>
<p class="p1">Ammette che ultimamente il richiamo dell’elettronica si è fatto sentire, e con esso la voglia di rinnovarsi, il bisogno di cambiare direzione, di spezzare quell’immagine elegante e un po’ intellettuale anni Sessanta-Settanta che gli si è appiccicata addosso. Melchior, il robot-marionetta bussa alla porta dell’immaginazione di Émile; insieme registrano un disco a quattro mani. La creatura meccanica lo traghetta verso una direzione più minimal ed elettronica, cercando di rendere le melodie di <em>Forever Pavot</em> un po’ più digeribili. «Nel mio entourage, conosco poche persone si servono dell’intelligenza artificiale per fare musica: forse prima o poi ci arriverò anch’io. Per il momento, presentarmi in scena con una marionetta-robot è anche un modo per ironizzare sulla rivoluzione digitale».</p>
<p class="p1">La sua è una proposta artigianale che prende vita grazie a materiali di recupero e una buona dose di bricolage: una testa di un parrucchiere e mani da esercitazione per studenti di manicure, tutti pezzi scovati nei mercatini delle pulci. «Spesso mi è stato rimproverato di realizzare composizioni troppo spesse, con armonie strane e cambi di accordi repentini, che possono risultare un po’ indigeste. Con <em>Melchior Vol.1</em> abbiamo prodotto una musica più leggibile, anche se resta presente un tocco di stramberia».<span class="Apple-converted-space">  </span>Pop-rock bizzarro, <i>à sa sauce, </i>come si dice in Francia. «Ho l’impressione che con l’intelligenza artificiale la gente agisca in maniera meno spontanea; io preferisco divertirmi con la mia musa marionetta. È stata assemblata con un amico, è un progetto condiviso: abbiamo pensato insieme a come metterla in scena». Melchior è un bel nome da robot, per certi versi poetico, non è molto comune e allo stesso tempo ha un tocco futuristico. Fa capolino sui social, nei videoclip, è co-protagonista nella cover dell’ultimo album, ma soprattutto sul palco: canta, interviene tra un pezzo e l’altro, discute con i membri del gruppo. La sua, è una storia che non sembra volersi fermare qui. Non ci resta che aspettare l’uscita del Vol.2.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-608047" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-608047 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/09-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-7-1024x1024.jpg?x17776" alt="Forever Pavot and Melchior. Courtesy of Guillaume Dufour" width="640" height="640" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/09-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-7-1024x1024.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/09-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-7-300x300.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/09-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-7-150x150.jpg 150w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/09-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-7-768x768.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/09-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-7-1200x1200.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/09-foreverpavot-melchiorcguillaumedufour-7.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Forever Pavot and Melchior. Courtesy of Guillaume Dufour</em></figcaption></figure>
<p><strong>***</strong></p>
<p class="p1"><b>La playlist di Forever Pavot per Linkiesta Etc. </b></p>
<p></p>
<p class="p1">«Questi brani hanno alimentato il mio immaginario e quello di Melchior, ispirando la dimensione elettronica del nostro album. Si tratta di artisti che condividono un approccio al suono libero, sperimentale e senza tempo, che ha profondamente influenzato il nostro modo di comporre».</p>
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<title>Una battaglia dopo l’altra, gli ucraini avanzano, mentre i partiti italiani cedono</title>
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Altro scivolone della maggioranza, e Meloni imbufalita perché è venuta a sapere dalla stampa dell’incontro tra il viceministro degli Esteri del suo partito e l’ambasciatore russo. Intanto, Salvini insiste per ridurre le sanzioni contro Mosca, mentre Kyjiv riconquista terreno nonostante le previsioni dei soliti esperti nostrani
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23863537-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23863537-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23863537-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23863537-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23863537-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23863537-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Una battaglia dopo l’altra, la Resistenza ucraina ha guadagnato terreno come non accadeva dal novembre del 2022. Quattrocentotrentaquattro chilometri quadrati, ha specificato Volodymir Zelensky. Anche questo inverno sta passando con il Paese ferito ma vivo. All’attacco, addirittura. </span></p>
<p><span>Chi ci sperava, dopo i massacri delle prime settimane di quattro anni fa? Tutto sembrava già perduto. I servizi dei tg – è con i grandi inviati che la Rai è ancora la Rai – portavano nelle nostre comode case la distruzione di Bucha, di Kharkiv, di Mariupol. Città mai sentite prima che non si dimenticheranno più. </span></p>
<p><span>E ce li ricordiamo uno per uno i grandi analisti dei talk show che anche di recente suggerivano al presidente ucraino di trattare, trattare e ancora trattare, cioè cedere all’invasore: e dateglielo, questo Donbas! Gente che non conosce gli ucraini, il loro cuore. Una battaglia dopo l’altra, il popolo di Zelensky ha resistito. Nel giorno in cui è stato conferito l’Oscar come migliore attore non protagonista a Sean Penn, proprio per “Una battaglia dopo l’altra”, questi era giunto a Kyjiv per fare visita al presidente ucraino che lo ha ringraziato così: «Grazie a te, Sean, sappiamo cosa significa essere un vero amico dell’Ucraina. Sei stato con l’Ucraina fin dal primo giorno della guerra su vasta scala. E lo sei ancora oggi. E sappiamo che continuerai a essere al fianco del nostro Paese e del nostro popolo». Magari tutto il mondo fosse come Sean Penn.<br>
</span></p>
<p><span>Zelensky </span><span>ha fatto dieci volte il giro del mondo per perorare la causa, e ottenere soldi e armi. A fasi alterne – con il regno di Donald Trump è tutto più complicato – gli sono stati forniti. Quando si parla male dell’Europa, ricordarsene. E anche il nostro Paese, con Mario Draghi e il governo Meloni, ha fatto quello che doveva fare. Sennonché il paradosso è che gli ucraini avanzano sul terreno mentre in Italia avanzano i putiniani.<br>
</span></p>
<p><span>Non si tratta solo del fatto, pur inquietante, della nascita di un piccolo partito fedele al Cremlino, quello di Roberto Vannacci, che ha tre deputati. Il problema macroscopico è la Lega di Matteo Salvini che si sta battendo per un allentamento delle sanzioni contro Mosca e per l’acquisto del petrolio russo, e che su questo è entrato in rotta di collisione con il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Uno spettacolo non degno di un governo che voglia farsi rispettare e che meriterebbe un biasimo particolare del Quirinale (se già non c’è stato). Ma adesso si è aggiunto un altro episodio preoccupante. Lo ha rivelato Simone Canettieri sul Corriere della Sera: un incontro riservato del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli (FdI) e l’ambasciatore russo Paramonov. Scrive il Corriere che Meloni si sia imbufalita. Tajani ha sminuito il fatto chiarendo che non c’è nulla di misterioso. E allora perché il Cirielli non ha mai risposto al Corriere che gli chiedeva lumi?</span></p>
<p><span>Il fatto deve essere ancora chiarito fino in fondo. Perché questo incontro riservato? Chi lo ha chiesto? Per discutere cosa?<br>
</span></p>
<p><span>La Russia non è un Paese come un altro: politicamente è un nemico dell’Italia. Contraddire o peggio tradire un indirizzo politico stabilito dal Parlamento e confermato dal Consiglio Supremo di Difesa di pochi giorni fa costituisce un problema molto serio. Un ennesimo pasticcio della Farnesina, il cui titolare ormai incappa in una gaffe dopo l’altra.</span></p>
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<title>Non servono tetti e defiscalizzazione contro il caro&#45;petrolio, basta il mercato</title>
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Le esperienze recenti dimostrano che ogni tentativo di costringere i prezzi al di sotto del loro valore effettivo rischia di inasprire la crisi energetica e aumentare l’inflazione, meglio lasciar fare alla legge della domanda e dell’offerta e agli altri produttori. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni 
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24205639-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24205639-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24205639-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24205639-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24205639-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24205639-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il boom dei prezzi delle principali commodity energetiche – a partire dal petrolio e dal gas – ha suscitato la consueta cantilena: speculazione! E, contro la speculazione, ha fatto riemergere il medesimo rosario di interventi per evitare che i rincari arrivino ai consumatori: detassazioni per sterilizzare gli aumenti, tetti ai prezzi per impedire che si materializzino e varie altre misure più o meno eccezionali.</p>
<p>Senza bisogno di scomodare la speculazione, è banale osservare che sarebbe stato sorprendente se tali aumenti non ci fossero stati: dopo l’attacco degli Usa e di Israele e la reazione dell’Iran, lo stretto di Hormuz è pressoché chiuso. Questo significa che, in questo momento, circa il venti per cento del petrolio e del Gnl mondiale non può raggiungere i luoghi di consumo. I Paesi produttori stanno cercando di mettere in piedi contromisure – oltre alla risposta militare, per esempio, l’Arabia Saudita sta utilizzando un oleodotto per bypassare Hormuz e portare il greggio verso il Mar Rosso. Ma questo può tamponare solo in parte l’emergenza. Di fronte all’improvvisa scarsità, i prezzi dicono ai consumatori: per ora, cercate di utilizzare meno petrolio e gas, perché ce n’è meno di quanto sembrava (almeno fino al superamento della crisi).</p>
<p>I mercati sono relativamente ottimisti, almeno se guardiamo all’andamento dei futures, che prevedono una normalizzazione della situazione nella seconda metà dell’anno. Non sappiamo se le cose andranno effettivamente così: sappiamo però che qualunque intervento finalizzato a costringere i prezzi al di sotto del loro valore effettivo rischia di acuire la crisi, anziché risolverla. Questo vale sia per le misure che intendono impedire al mercato di funzionare (come le varie forme di price cap) sia per quelle che mirano a mitigarne gli effetti (come le defiscalizzazioni temporanee per compensare gli aumenti). L’esperienza recente del 2022, peraltro, conferma che questi provvedimenti hanno aggravato la situazione, trasformando la crisi energetica in una crisi fiscale, inasprendo l’inflazione e lasciando pesanti strascichi sui debiti pubblici dei Paesi che non hanno resistito alla tentazione.</p>
<p>L’unica via d’uscita da una situazione come questa è lasciare che il mercato faccia il suo mestiere: il picco dei prezzi, mentre dice ai consumatori che devono risparmiare, dice anche ad altri produttori in altre parti del mondo – o ai produttori di prodotti alternativi – che devono rimboccarsi le maniche e supplire il mercato dei beni mancanti. <a href="https://www.brunoleoni.it/eventi/ricchezza-nazioni-250-anni/">Parafrasando Adam Smith</a> nel 250° anniversario de “La ricchezza delle nazioni”, non è dalla benevolenza del petroliere che cerchiamo la nostra benzina, ma dal suo stesso interesse. E nemmeno possiamo affidarci alla benevolenza dei governi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/non-servono-tetti-e-defiscalizzazione-contro-il-caro-petrolio-basta-il-mercato/">Non servono tetti e defiscalizzazione contro il caro-petrolio, basta il mercato</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Gli Oscar, la nostalgia canaglia, e Sean Penn come Checco Zalone</title>
<link>https://www.eventi.news/gli-oscar-la-nostalgia-canaglia-e-sean-penn-come-checco-zalone</link>
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<description><![CDATA[ 
I premi del 2026 ci dicono che vince chi sa creare un immaginario e chi sa farsi desiderare: come l’attore di “Una battaglia dopo l‘altra” che non è neppure andato a ritirare la statuetta
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24243322-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24243322-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24243322-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24243322-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24243322-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24243322-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Dopo parliamo di tutte le cose importanti, la più importante delle quali, il più fondamentale interrogativo che ci lasciano gli Oscar del 2026, è: il Checco Zalone d’America è Sean Penn o è Leonardo DiCaprio? Ma prima, voglio parlare dell’unico regalo importante che mi ha fatto “Una battaglia dopo l’altra”.</p>
<p>Non ho visto nessuno degli altri film di cui si chiacchierava in zona Oscar, ma ho visto “Una battaglia dopo l’altra” il giorno in cui è uscito, perché la mia unica qualità davvero utile è la capacità di intuire per cosa valga la pena perder tempo e quale moda del momento sarà invece dimenticata quindici secondi dopo (sì: non ho mai visto “Barbie”).</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/2025/09/leonardo-di-caprio-sean-penn-cinema-film-una-battaglia-dopo-laltra/">Ho visto “Una battaglia dopo l’altra”</a> il pomeriggio del giorno in cui è uscito, e sono uscita da lì dicendo una cosa su cui non ho mai cambiato idea nei quasi sei mesi trascorsi da allora (e io in sei mesi in genere cambio idea quindici volte). Una cosa ovvia: Sean Penn si mangia il film. Possiamo far finta che il protagonista sia DiCaprio, ma il film è Sean Penn.</p>
<p>Lo sa anche DiCaprio – ci ho ripensato, parliamone subito – del quale avete senz’altro visto un pezzettino che passa molto sui social, un pezzettino in cui è a un’anteprima, seduto su un palco, lo stanno intervistando, e lui parla di Sean Penn nell’ultima scena, quando lo portano «in un qualche ufficio arredato Ikea, con una vista su, cos’è, Dallas?, e lui si guarda intorno con la soddisfazione di chi è a Shangri-La».</p>
<p>Il pezzettino gira molto per due ragioni. La prima è, appunto, che <a href="https://www.linkiesta.it/2025/12/articolo-su-checco-zalone-lunico-vero-filosofo-italiano-vivente-ma-anche-su-molto-altro/">DiCaprio è come Checco Zalone</a>. Fa il suo film, promuove il suo film, sparisce. Non lo vedi nei talk-show, non lo vedi in cinquecento podcast, non lo vedi nei programmi di cucina, non lo vedi ovunque come vedi i derelitti che manda in genere in giro un marketing cinematografico organizzato da gente che non ha mai capito quanto sia poco sexy la disperazione.</p>
<p>La seconda è che evidentemente “Una battaglia dopo l’altra” ha fatto quel che non è riuscito agli altri film che hanno tentato di spacciarci come epocali nell’ultimo anno: ha creato immaginario. Quella scena che DiCaprio riassume la conosciamo, la sappiamo, la vediamo mentre ce la evoca.</p>
<p>È talmente così che Conan O’Brien chiude la premiazione con una parodia di quella scena, in cui gli promettono la conduzione perpetua degli Oscar come al povero Sean Penn del film avevano promesso un posto tra gli Avventurieri del Natale, e poi nello stesso modo lo fanno fuori, quand’era convinto d’essere ormai a Shangri-La.</p>
<p>Il regalo che mi ha fatto “Una battaglia dopo l’altra” è un nuovo modo per individuare i cretini. Mi piacciono molto le opinioni diverse dalle mie, senza le opinioni diverse dalle mie morirei di noia, senza le opinioni diverse dalle mie non potrei praticare l’hobby di cambiare continuamente idea, ma a volte ci sono opinioni che non mi dicono che la pensi diversamente da me: mi dicono che sei stupido.</p>
<p>Sono sei mesi che sento gente che dice «Eh, sì, Sean Penn: ma vuoi mettere Benicio Del Toro?», e sono sei mesi che penso: ah, quindi sei imbecille. Che è semplicistico, me ne rendo conto, perché in realtà l’idiota che dice che doveva vincere Del Toro non è solo un idiota: è un pezzetto di spirito del tempo. Di quel tempo in cui le cose facili sono più apprezzabili di quelle faticose, perché sembrano più alla nostra portata, e noi vogliamo che tutto sia alla nostra portata. Vogliamo Benicio che, senza complessarci, stia in scena senza fare granché, mica Sean Penn che la scena la riempie facendo tantissimo.</p>
<p>Con un’amica abbiamo per un po’ sintetizzato questa sindrome in <a href="https://www.linkiesta.it/2024/01/succession-emmy-tv-tom-soprano/">“L’anno dei Tom”</a>. Era il 2023, alla fine di “Succession” il supremo mediocre Tom Wambsgans era stato messo a capo di tutto, e da allora per mesi (anni) ci siamo trovate con la definizione perfetta per ogni figura non all’altezza che vincesse qualunque cosa: le elezioni o l’Oscar, un posto da primario o uno da direttore. L’anno dei Tom.</p>
<p>Nel 2026 ha vinto Sean Penn, e chissà adesso che mediocre ci toccherà a compensazione, per ripristinare quel gigantesco anno dei Tom in cui viviamo ormai da molti anni. Ha vinto e neppure c’era, Sean; quel paraculo di Kieran Culkin, che presentava il premio, ha detto «non ha potuto essere qui» come gli avevano scritto sul gobbo, e poi ha aggiunto: o non ha voluto. E io ho pensato che forse il Checco Zalone d’America è Sean, che neanche va a prendersi l’Oscar.</p>
<p>Poi certo, ci sarebbero molte altre cose importanti da dire, tra cui l’identitarismo mai domo per cui una coreana che viene premiata si scusa coi coreani ora per la prima volta non invisibili nell’industria hollywoodiana (“Parasite” ha vinto come miglior film nel 2020, cocca di casa); o per cui, se Michael B. Jordan (nero) vince come miglior attore, DiCaprio e Chalacoso (bianchi) devono applaudire e congratularsi altrimenti invece che competitivi sembrano razzisti, ma quando vince Sean Penn (bianco) le inquadrature sugli altri candidati possono mostrare un Delroy Lindo (nero) immobile e incazzoso, perché quella non è mancanza di spirito sportivo, macché, è giusta rivendicazione razziale.</p>
<p>E ci sarebbe come al solito da dire che il mondo di prima è finito, e niente lo certifica come Anna Wintour che sale per la prima volta sul palco degli Oscar e quando le chiedono come mai pigola che c’era la ghiotta occasione di promuovere il seguito del “Diavolo veste Prada”. Chi è abbastanza adulto da esserlo già stato nel 2006 si ricorda di quando il primo “Diavolo veste Prada” era il grande tabù, non si sa se Anna l’abbia visto, non si sa cosa ne pensi, non si sa se porti rancore. Era quando ti servivano le copertine dei giornali per esistere, era quando Vogue era in una posizione di forza, poi è arrivata la telecamera sul telefono.</p>
<p>Ma mi sembra che l’unico problema irrisolvibile del presente questi Oscar l’abbiano svelato impietosamente: il principale problema del presente è che il presente non esiste. C’erano tanti di quei colossi morti quest’anno, da ricordare, che neppure ci è stata Brigitte Bardot. Ma ha avuto il suo tributo Robert Redford e ce l’ha avuto Rob Reiner (a margine, ma sennò mi scappa un’altra volta: sono mesi che non trovo il tempo di parlare della miglior cosa che ci sia sulle piattaforme, “Mel Brooks: The 99 Year Old Man!”, su HboMax; vedendo quest’omino gigantesco che va per i cento, e che è stato compagno di scena e migliore amico di Carl Reiner, e vedendo Rob Reiner tra gli intervistati, è impossibile non pensare a che mondo di merda sia mai quello in cui devi, tra i novantanove e i cent’anni, vedere il figlio del tuo migliore amico morire accoltellato dalla sua stessa prole).</p>
<p>Ha avuto il suo tributo anche Diane Keaton, fatto fare a un’irrilevante attrice della mia generazione perché, di quelli che erano stati importanti nella vita e nella carriera di Diane Keaton, Woody Allen è stato messo al bando dall’incivile società dello spettacolo, e Jack Nicholson e Warren Beatty non si fanno vedere in pubblico. Il presente non esiste perché niente ha sostituito il passato.</p>
<p>Hollywood ha capito che funziona ormai solo la nostalgia, ma non ha capito che l’unico modo per non restare a corto di nostalgia è produrre nuovo immaginario. La tua operazione-nostalgia sul passato recente non può essere il venticinquennale di “Bridesmaids”, perché “Bridesmaids” uscendo dal cinema già non ce lo ricordavamo più: non ne hanno nostalgia neanche quelli che con gli incassi ci si sono comprati la casa al mare, figurarsi il pubblico.</p>
<p>Ecco, semmai potevate far venire Woody Allen a parlare di Diane Keaton, e celebrare così il ventiquattresimo anno da quando gli chiedeste di fare lui il discorso sull’undici settembre. Quando teoricamente era già un maniaco sessuale denunciato dall’ex fidanzata, ma ancora vi sembrava la più impeccabile scelta con cui rappresentare New York a una premiazione californiana. Quando eravate meno scemi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/gli-oscar-la-nostalgia-e-sean-penn-lo-zalone-damerica/">Gli Oscar, la nostalgia canaglia, e Sean Penn come Checco Zalone</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>L’Ucraina recupera 400 chilometri quadrati e inceppa la macchina russa</title>
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L’avanzata nelle direzioni Oleksandrivka e Hulyaipole costringe Mosca a rischierare la Flotta del Pacifico e ad attingere alle riserve operative. Sul fronte diplomatico, nessuna apertura
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185593-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185593-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185593-large-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185593-large-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185593-large-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185593-large-1200x900.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Secondo l’ultimo aggiornamento dell’<a href="https://understandingwar.org/research/russia-ukraine/russian-offensive-campaign-assessment-march-16-2026/">Institute for the Study of War</a>, le forze ucraine hanno recuperato oltre 400 chilometri quadrati nelle direzioni di Oleksandrivka e Hulyaipole, nell’oblast di Dnipropetrovsk, da fine gennaio a inizio marzo 2026. Nella settimana successiva al 9 marzo, ulteriori penetrazioni tattiche hanno portato le truppe di Kyjiv a entrare a Sichneve, raggiungere le periferie orientali di Voskresenska e conquistare Rybne.</p>
<p><a href="https://t.me/zvizdecmanhustu/3293">Secondo l’analista militare ucraino Kostyantyn Mashovets</a>, elementi della 39ª Brigata fucilieri motorizzati russa (68° Corpo d’armata, Distretto militare orientale), operanti a est del fiume Vovcha, saranno probabilmente costretti a ripiegare sulla linea Voskresenka-Maliivka. Le forze russe nella direzione di Oleksandrivka hanno già abbandonato le operazioni offensive attive in favore di una difesa attiva. Segnale di crescente pressione tattica.</p>
<p>A nord-ovest di Hulyaipole, le controffensive ucraine avanzano su Hirke, Staroukrainka e Sviatopetrivka, complicando le operazioni della 5ª Armata interarmi (Distretto militare orientale). Mashovets <a href="https://t.me/zvizdecmanhustu/3296">precisa</a> che le avanzate ucraine non hanno ancora sufficientemente minacciato le retrovie dei reparti russi da costringerli a interrompere le operazioni offensive, ma il margine si restringe: il ritmo di avanzata russo è sceso a meno di 1,2-1,5 chilometri a settimana.</p>
<p>La pressione ucraina sta logorando anche le riserve di Mosca. L’Institute for the Study of War segnala il rischieramento di elementi della 40ª Brigata e della 120ª Divisione di fanteria navale della Flotta del Pacifico verso le aree di Oleksandrivka e Hulyaipole. Più significativa la ricomparsa del 656° Reggimento fucilieri motorizzati (29ª CAA), non osservato sul campo dall’agosto 2025: la sua attivazione nei pressi di Hai suggerisce che il comando russo stia attingendo a unità tenute in serbo per l’offensiva primaverile-estiva 2026.</p>
<p>Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha ribadito ieri, in conferenza stampa con l’omologo keniota Musalia Mudavadi, che Mosca rifiuta qualsiasi accordo anche qualora Kyjiv riconoscesse le «realtà sul terreno» e cedesse formalmente il Donbas. Lavrov ha definito le eventuali truppe europee di peacekeeping «forze di occupazione» e il governo ucraino democraticamente eletto «causa profonda» del conflitto, reiterando le condizioni massimaliste del Cremlino: neutralità ucraina, smilitarizzazione, cambio di regime. Posizioni che, secondo l’Institute for the Study of War, Mosca non ha pubblicamente abbandonato nemmeno nei negoziati trilaterali con Washington.</p>
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<title>La crisi di Hormuz taglia a Trump la via di fuga dalle responsabilità</title>
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Per Fukuyama il problema è che l’America è guidata da un bambino di dieci anni che ha scoperto un lanciafiamme in casa dei genitori e ora si diverte a bruciare cose, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>crisi, Hormuz, taglia, Trump, via, fuga, dalle, responsabilità</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24228887-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24228887-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24228887-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24228887-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24228887-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24228887-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La crisi della strategia americana in Iran sembra dimostrare anzitutto una regola della politica internazionale di cui Donald Trump, evidentemente, non sospettava l’esistenza. E cioè che insultare, minacciare, ricattare e muovere una guerra commerciale contro il resto del mondo, a cominciare dai propri alleati più stretti, non susciterà in loro un ardente desiderio di correre in tuo soccorso non appena ti troverai nei guai, tanto meno se quei guai consistono in una guerra che hai scatenato tu, senza motivo e senza nemmeno degnarti di informarli prima. La gravità e al tempo stesso l’assurdità della situazione è ben riassunta da Gideon Rachman <a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=4%3DRVBXT%26F%3D4%26E%3DPW9a%260%3DU4aMY5%26L%3D3NwGD_LTtk_WD_IlwS_Sa_LTtk_VINHQ.iK.xIp_IlwS_Sa7rEE9qK_CuVq_Mj4XP5B2Qc-7aMZ-7WSd-B5T0-4Uz5gZRViVwU%26g%3D%260D%3DU4RSVA%26KD%3DVCSQd6RRd8UQUB%269%3DNZdZzW0RT8dWvWi6yb0Xx0C6zbh6Ndd6TX85yX86vZA6zcfVQWA3U50TT2v5dVf3x89a&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt">sul Financial Times</a>: «Il conflitto con l’Iran, iniziato con obiettivi militari vaghi, ha ora uno scopo chiaro e prioritario: riaprire lo Stretto di Hormuz. Ironicamente, e fastidiosamente, l’unica ragione per cui lo stretto è chiuso è anzitutto che Stati Uniti e Israele sono entrati in guerra». Rachman sottolinea che adesso l’Iran sa e ha dimostrato di avere la possibilità di strangolare l’economia mondiale, e verosimilmente userà questo potere anche in futuro, indipendentemente dall’esito della guerra. Anzi, per colmo del paradosso, se il regime sopravviverà alla guerra, potrebbe emergerne proprio per questo motivo addirittura più forte di prima.</p>
<p>La conseguenza di più breve periodo che colpisce me è però un’altra, e cioè che adesso è come se Trump avesse perso il boccino, inteso come la possibilità di annunciare in qualunque momento e a sua totale discrezione di avere raggiunto gli obiettivi che si era prefissato, dichiarare missione compiuta, riprendersi baracca e burattini e chiuderla lì. O meglio – anzi, peggio – è come se l’avesse consegnato agli iraniani, il boccino, perché adesso saranno loro, con la decisione di riaprire o meno lo stretto di Hormuz, a certificare se e quando la guerra sarà davvero finita. A meno che, naturalmente, Stati Uniti e Israele non si dimostrino in grado di neutralizzare completamente sia il regime sia le sue numerose milizie sparse per la regione. Ma al momento non sembra che le cose stiano andando in questa direzione, come mostra proprio il tentativo di scaricare sugli alleati della Nato l’onere di scortare le navi lungo lo stretto. La situazione sembra corrispondere perfettamente alla brillante sintesi che ne ha fatto Francis Fukuyama: «Il mondo è diventato un posto molto pericoloso perché il paese più potente è sotto il controllo di un bambino di dieci anni; quel bambino ha scoperto un lanciafiamme nel cortile dei suoi genitori e ora si sta divertendo a usarlo per bruciare le cose». Lo dimostrano da ultimo le parole di Trump su Cuba, dove sembra minacciare un altro regime change, o più probabilmente una nuova operazione sul modello venezuelano, visti i pessimi risultati della replica mediorientale.</p>
<p><a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=A%3D9XVeA%26H%3DN%26L%3D7YSh%26q%3DWNh4aO%26S%3DjPGNu_Nn1R_YX_PSym_ZH_Nn1R_XcUyS.9GpG6CuPx.Gv_Nn1R_XcZBXS_PSym_ZHfP_PSym_ZH7-GPwIC-C-uAETkPx-Sp7-4SgNE9-rAE-AcL6Pg-95C-j7-yGuK4Lq-02EnE-xJnAxRk_Nn1R_Xc%26B%3D%26kO%3DNY3dOf%26vO%3DOh4bWa3cWc6bNg%26j%3DcRdh9c7x9Wbcf304f2Df7W9581hfdVge8ya87UfhZWe0BW9ABQdh0xa8fzYc01fh9SD7&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt"><i>Leggi anche l’articolo di Massimo Arcidiacono su questo tema</i></a></p>
<p> </p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Il Cremlino ci ascolta dai tetti di Vienna</title>
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<description><![CDATA[ 
Sugli edifici diplomatici russi nella capitale austriaca, una rete di antenne paraboliche intercetta comunicazioni satellitari militari e governative che coprono Europa, Medio Oriente e Africa. L&#039;Austria, neutrale per statuto e permissiva per scelta, non ha intenzione di cambiare approccio, racconta il Financial Times
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 10:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Cremlino, ascolta, dai, tetti, Vienna</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="884" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23244931-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23244931-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23244931-large-300x207.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23244931-large-1024x707.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23244931-large-768x530.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23244931-large-1200x829.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Sui tetti di Russencity, il complesso diplomatico russo di nove acri sulla riva est del Danubio, le antenne satellitari non puntano verso Mosca. Puntano a ovest. E si muovono: alla vigilia della Munich Security Conference di febbraio, uno dei più grandi è stato riorientato per poi tornare alla posizione originale il giorno dopo la fine dei lavori. Un’inchiesta del <a href="https://www.ft.com/content/2c54d627-5530-47a4-8be2-820035ece929">Financial Times</a>, basata su due anni di fotografie ad alta risoluzione raccolte dal collettivo NomenNescio e su fonti nei servizi di sicurezza europei, conferma ciò che l’intelligence occidentale sa da tempo: Vienna è la principale piattaforma <i>signals intelligence</i> (Sigint) del Cremlino in Occidente.</p>
<p>Quattro satelliti nel mirino – Eutelsat 3B e 10B, SES5 e Rascom QAF1 – tutti attivi sui corridoi che collegano Europa, Africa e Medio Oriente. L’agenzia di controspionaggio austriaca (Dsn) ha avvertito che le installazioni rappresentano un rischio significativo. Ha consegnato al governo una lista di operativi identificati. Non è successo quasi niente.</p>
<p>Non è una sorpresa. Vienna ospita circa 500 diplomatici russi, un terzo dei quali opererebbe sotto copertura. La legge austriaca non criminalizza lo spionaggio salvo che sia diretto contro interessi nazionali. Una lacuna strutturale che rende la capitale asburgica un ambiente operativo ideale. Dopo il 2022, mentre quasi tutta Europa espelleva rappresentanti di Mosca, l’Austria si è limitata a gesti simbolici: quattro espulsi nell’aprile 2022, altri quattro nel febbraio 2023, due nel marzo 2024. Mosse che non scalfiscono una presenza costruita in decenni.</p>
<p>Russencity stessa – ordinata da Yuri Andropov quando era capo del Kgb, quasi certamente progettata per lo spionaggio fin dalle fondamenta – è solo la parte visibile. Installazioni analoghe si trovano sull’ambasciata dietro la cattedrale ortodossa, sul centro culturale di Brahmsplatz e su un ex sanatorio a Sternwartestrasse, già usato segretamente dai quadri dell’Nkvd di Iosif Stalin. Un’infrastruttura sedimentata in settant’anni.</p>
<p>Il caso d Jan Marsalek ha mostrato come questo ecosistema funzioni anche sul piano umano. L’ex direttore operativo di Wirecard, reclutato dall’intelligence militare russa (Gru) undici anni prima del crollo della società, gestore di reti di agenti tra Monaco e Vienna, è fuggito nel 2020 con l’aiuto di contatti nei servizi austriaci, attraverso la Bielorussia. Per anni i servizi occidentali sapevano che si trovava a Mosca ma tacevano. È stato localizzato e fotografato da un consorzio di giornalisti guidati da Christo Grozev, il reporter che Marsalek aveva progettato di rapire proprio a Vienna, usando fonti aperte, dati acquistati sul mercato nero russo e il sistema di sorveglianza biometrica che Mosca ha mutuato dal modello cinese. Il panopticon dell’Fsb usato contro uno degli asset dell’Fsb stesso.</p>
<p>Vienna non è solo un luogo dove le spie russe lavorano. È un luogo che, per statuto e per scelta politica, permette loro di farlo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/il-cremlino-ci-ascolta-dai-tetti-di-vienna/">Il Cremlino ci ascolta dai tetti di Vienna</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Bollette: in Basilicata spesi 1.838 euro a famiglia nel 2025</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo decreto energia dovrebbe alleggerire le bollette 2026, ma quanto hanno pagato lo scorso anno le famiglie lucane per luce e gas? Secondo l’analisi* di Facile.it, in Basilicata, la spesa media 2025 per i clienti domestici con fornitura nel mercato libero a tariffa indicizzata è stata pari a 1.838 euro. Nello specifico, nel 2025, […] ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:30:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Osservatorio-energia-c-Michele_lr-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Il nuovo decreto energia dovrebbe alleggerire le bollette 2026, ma quanto hanno pagato lo scorso anno le famiglie lucane per luce e gas? Secondo l’analisi* di Facile.it, in Basilicata, la spesa media 2025 per i clienti domestici con fornitura nel mercato libero a tariffa indicizzata è stata pari a 1.838 euro. Nello specifico, nel 2025, […]]]> </content:encoded>
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<title>EcoShahtoosh® Toosh: il lusso e sostenibilità finalmente insieme</title>
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<description><![CDATA[ Il celebre fascino della “lana dei re” reinterpretato in chiave etica: un progetto innovativo che unisce leggerezza, eleganza e rispetto per la natura. ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:30:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>EcoShahtoosh®, Toosh:, lusso, sostenibilità, finalmente, insieme</media:keywords>
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<title>KASANOVA: Accettata l’offerta di PAMAF per l’acquisizione</title>
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<description><![CDATA[ Kasanova S.p.A. comunica di aver ricevuto un’offerta vincolante da parte di Pamaf S.r.l., holding imprenditoriale fondata e guidata da Antonio Bernardo, per l’acquisizione del 100% delle azioni della società, finalizzata al sostegno immediato e al rilancio dell’impresa ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:30:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>KASANOVA:, Accettata, l’offerta, PAMAF, per, l’acquisizione</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-488-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Kasanova S.p.A. comunica di aver ricevuto un’offerta vincolante da parte di Pamaf S.r.l., holding imprenditoriale fondata e guidata da Antonio Bernardo, per l’acquisizione del 100% delle azioni della società, finalizzata al sostegno immediato e al rilancio dell’impresa]]> </content:encoded>
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<title>Pasqua sul “Tetto della California”: a Mammoth Lakes la Primavera si festeggia a 2.400 Metri di altitudine</title>
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<description><![CDATA[ A Mammoth Lakes la Pasqua si celebra sopra le nuvole, tra panorami spettacolari, sci primaverile e tradizioni dal sapore autentico ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:30:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Nove nuovi Associati entrano a far parte di Relais &amp;amp; Châteaux</title>
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<description><![CDATA[ Le nove nuove dimore che si aggiungono alla famiglia Relais &amp; Châteaux dimostrano la presenza crescente dell’Associazione nel mondo. Se da una parte i nuovi associati difendono, ciascuno, la propria personalità, dall’altra condividono tutti i valori e la visione dell’ospitalità che unisce le dimore Relais &amp; Châteaux nel loro impegno verso l’Art de vivre, la gastronomia e il rispetto delle diversità culturali in Turchia, Francia, Stati Uniti (Colorado, Arizona e Georgia), Messico e Belize ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:30:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Nove, nuovi, Associati, entrano, far, parte, Relais, Châteaux</media:keywords>
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<title>Velocità in circuito: Bolzoni Jr. entra nella Supersport GT</title>
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<description><![CDATA[ Il classe 2008 adriese ritorna sulla Porsche 991.2 GT3 di Bolza Corse per puntare ad essere protagonista nella serie targata Formula X Italian Series. ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:30:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Tra le Dolomiti, dove le famiglie disegnano  la loro mappa delle meraviglie</title>
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<description><![CDATA[ All’Excelsior Dolomites Life Resort a San Vigilio di Marebbe (BZ) ogni età scrive la propria avventura tra natura UNESCO e coccole alpine, e i bambini fino a 8 anni soggiornano gratis ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:30:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Le 10 Migliori Cantine con Degustazione da Visitare in Italia</title>
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<description><![CDATA[ Vuoi scoprire le migliori cantine con degustazione in Italia? Ecco 10 esperienze imperdibili tra Toscana, Piemonte, Veneto e altre regioni vinicole italiane. ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:30:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Bollette: in Trentino&#45;Alto Adige spesi 2.276 euro a famiglia nel 2025</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo decreto energia dovrebbe alleggerire le bollette 2026, ma quanto hanno pagato lo scorso anno le famiglie della regione per luce e gas? Secondo l’analisi* di Facile.it, in Trentino-Alto Adige, la spesa media 2025 per i clienti domestici con fornitura nel mercato libero a tariffa indicizzata è stata pari a 2.276 euro. Nello specifico, […] ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:30:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Tra le isole di Tahiti la crociera è esplorazione, comunità e intimità</title>
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<description><![CDATA[ Piccole navi e itinerari lenti: la Polinesia francese sceglie un turismo nautico che rispetta ciò che attraversa ]]></description>
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<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 09:30:11 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Lester Young: genio e sregolatezza</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 15 Marzo ed in questo giorno, nel 1959, a New York, U.S.A., moriva il grande sassofonista Jazz Lester Young. Il suo nome completo era Lester Willis Young ed era nato a Woodville, nel Mississippi. Trascorse l’infanzia a New Orleans e fù iniziato alla musica dal padre, che era musicista ed operaio. A […] ]]></description>
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<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 03:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Dietro le quinte</title>
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<description><![CDATA[ 
Questa settimana il cibo rivela ciò che succede nel retroscena del mondo enogastronomico: etichette di vino trasformate in oggetti d’arte, politiche ambientali contestate dalla scienza, rotte alimentari influenzate dalla geopolitica, campagne di marketing che coinvolgono professionisti della salute e perfino compatibilità sentimentali che passano dalla tavola. Cinque storie diverse che raccontano il sistema alimentare da un’angolazione meno visibile
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Dietro, quinte</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1267" height="1280" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kilian-seiler-sywh7exm5zy-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="unsplash" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kilian-seiler-sywh7exm5zy-unsplash.jpg 1267w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kilian-seiler-sywh7exm5zy-unsplash-297x300.jpg 297w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kilian-seiler-sywh7exm5zy-unsplash-1014x1024.jpg 1014w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kilian-seiler-sywh7exm5zy-unsplash-768x776.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/kilian-seiler-sywh7exm5zy-unsplash-1188x1200.jpg 1188w" sizes="auto, (max-width: 1267px) 100vw, 1267px"></p><p>Spesso il cibo appare come un gesto semplice: si compra, si cucina, si condivide. Ma dietro ogni bottiglia, ogni ingrediente o ogni abitudine alimentare si muove un sistema molto più complesso fatto di marketing, politica, economia, scienza e cultura. Guardare dietro le quinte significa proprio questo: osservare le forze invisibili che plasmano il sistema alimentare contemporaneo, dalle strategie delle industrie alle tensioni geopolitiche, dalle narrazioni culturali alle scelte etiche.</p>
<p>A cominciare dal mondo del vino, dove – racconta <a href="https://www.lavanguardia.com/comer/beber/20260308/11480076/etiqueta-obra-arte-bodegas-transformaron-botellas-pequenos-museos-portatiles-cdv.html" target="_blank" rel="noopener"><u>La Vanguardia</u></a> – l’etichetta sta diventando sempre più un oggetto artistico. Non più soltanto uno spazio informativo, ma un vero supporto creativo capace di trasformare la bottiglia in un piccolo museo portatile. La pratica non è nuova: già negli anni Settanta lo Château Mouton Rothschild iniziò a invitare grandi artisti a firmare le etichette delle proprie annate, coinvolgendo figure come Picasso, Miró, Dalí, Chagall o Warhol. Oggi quella tradizione continua con artisti contemporanei come la scultrice portoghese Joana Vasconcelos, autrice dell’etichetta del millesimo 2023. Ma il fenomeno si sta diffondendo anche oltre i grandi château francesi: in Argentina Julio Le Parc ha collaborato con Rutini Wines, in Italia Donnafugata ha realizzato etichette insieme a Dolce & Gabbana e in Toscana la famiglia Castellani ha recuperato un disegno di Keith Haring per una bottiglia celebrativa. Il vino diventa così un oggetto multisensoriale che unisce gusto, estetica e collezionismo: non solo qualcosa da bere, ma anche da guardare, ammirare e conservare.</p>
<p>Nei retroscena dell’agricoltura europea, invece, emergono questioni molto più controverse. <a href="https://www.lemonde.fr/planete/article/2026/03/09/tuer-des-millions-de-renards-corbeaux-ou-corneilles-chaque-annee-inefficace-et-injustifiable-economiquement-conclut-une-etude_6670034_3244.html" target="_blank" rel="noopener"><u>Le Monde</u></a> racconta infatti uno studio pubblicato sulla rivista Biological Conservation che mette seriamente in discussione la politica francese di abbattimento delle cosiddette specie “nocive”, come volpi, corvi o gazze. Analizzando sette stagioni di caccia tra il 2015 e il 2022, i ricercatori hanno confrontato il numero di animali uccisi con i danni agricoli dichiarati, arrivando a una conclusione netta: non esiste alcuna correlazione tra le due variabili. In altre parole, abbattere milioni di animali non riduce realmente i danni alle colture. Durante il periodo analizzato sono stati eliminati oltre dodici milioni di individui appartenenti a dieci specie diverse, con costi pubblici stimati tra ventuno e centoventitré milioni di euro l’anno – una cifra che in alcuni casi supera di gran lunga il valore dei danni agricoli attribuiti a questi animali. Gli autori dello studio invitano quindi a ripensare il modello di gestione della fauna selvatica, puntando su misure preventive e locali piuttosto che su campagne di eliminazione su larga scala.</p>
<p>Che il cibo dipenda dalla geopolitica non è una novità, ma il <a href="https://www.ft.com/content/e7345712-e99d-4567-b4fc-c7d20ab1faf3" target="_blank" rel="noopener"><u>Financial Times</u></a> offre questa settimana un caso concreto e inquietante. Le tensioni iraniane sullo Stretto di Hormuz – uno dei corridoi marittimi più strategici al mondo, attraverso cui transitano ogni giorno enormi quantità di petrolio ma anche di grano, riso e altri prodotti alimentari – stanno costringendo i paesi del Golfo Persico a ripensare le proprie catene di approvvigionamento. Si tratta di economie che producono internamente solo una frazione del cibo consumato, e che dipendono quasi interamente dalle importazioni marittime. Le minacce alla sicurezza della navigazione spingono ora governi e operatori logistici a cercare rotte alternative, a dirottare cargo verso altri hub portuali o a valutare il trasporto aereo per le merci deperibili: soluzioni possibili, ma significativamente più costose e strutturalmente precarie. Il caso è emblematico di una vulnerabilità sistemica spesso sottovalutata: in un mondo in cui le filiere alimentari sono globali e i margini logistici sono ridotti, basta una tensione militare circoscritta in un punto nevralgico per trasformarsi in una crisi alimentare continentale nel giro di poche settimane.</p>
<p>Anche nel mondo della comunicazione alimentare, però, ciò che accade oltre il sipario può raccontare molto. In Spagna, riporta <a href="https://elpais.com/gastronomia/el-comidista/2026-03-11/la-ultima-tactica-de-la-industria-de-la-cerveza-en-redes-sociales-pagar-a-medicos-enfermeros-o-dietistas.html" target="_blank" rel="noopener"><u>El País</u></a>, una campagna promozionale dell’industria della birra ha sollevato un acceso dibattito etico: secondo l’Asociación de Usuarios de la Comunicación, alcuni medici, infermieri e dietisti con forte seguito sui social sarebbero stati coinvolti per diffondere messaggi positivi sul consumo di birra, associandolo a valori come dieta mediterranea, convivialità e stile di vita equilibrato. La strategia – definita da alcuni osservatori una forma di <em>health washing</em> – sfrutterebbe l’autorevolezza delle professioni sanitarie per legittimare il consumo di alcol, minimizzando i rischi legati alla sua assunzione. Alcuni contenuti sono stati rimossi dopo reclami presentati all’organismo di autoregolamentazione pubblicitaria, ma il caso riapre una questione più ampia: il confine tra divulgazione scientifica e promozione commerciale. In un ecosistema mediatico dominato dagli influencer, l’autorevolezza può diventare una risorsa di marketing molto potente.</p>
<p>Chiudiamo con la notizia più domestica – e forse la più rivelatrice. <a href="https://www.theguardian.com/food/2026/mar/09/meal-breakers-can-any-relationship-survive-food-incompatibility" target="_blank" rel="noopener">Il Guardian</a> introduce il concetto di “<em>meal-breakers</em>“: quei cibi, rituali o abitudini gastronomiche così identitarie da diventare un test di compatibilità sentimentale, una sorta di versione culinaria dei classici <em>deal-breakers</em>. Non è questione di gusti, ma di ciò che il cibo rappresenta: memoria, cultura, famiglia, identità, apertura al mondo. Le acciughe sulla pizza, il tè del mattino, il rifiuto categorico di dividere i piatti – piccoli segnali che possono rivelare tratti di incompatibilità molto più profondi. Le coppie che reggono, spiegano gli intervistati, non sono necessariamente quelle che mangiano le stesse cose, ma quelle che trovano una zona di intersezione – un diagramma di Venn culinario in cui entrambi si riconoscano. Ciò che invece manda in crisi non è tanto il singolo ingrediente detestato, quanto l’atteggiamento: il giudizio sistematico sui gusti altrui, la rigidità, il rifiuto di sperimentare. Rifiutare il piatto preferito di un partner, spiega qualcuno degli intervistati, viene spesso percepito come un rifiuto molto più profondo. Dopo il sesso, mangiare insieme è probabilmente l’atto di intimità più potente che esista. Il che significa che, in fondo, anche il frigo di casa è una scena di negoziazione continua.</p>
<p>Guardare dietro le quinte del cibo significa accettare che ciò che arriva nel piatto è solo l’ultimo atto di una storia molto più lunga. Prima ci sono artisti che trasformano le bottiglie in oggetti culturali, scienziati che mettono in discussione politiche ambientali consolidate, rotte commerciali che dipendono da equilibri geopolitici fragili, strategie di marketing che sfruttano l’autorevolezza della scienza e perfino compatibilità sentimentali che si misurano a tavola. Il cibo, ancora una volta, non è solo nutrizione o piacere. È un sistema complesso che racconta il mondo molto prima che lo assaggiamo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/dietro-le-quinte/">Dietro le quinte</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Thiel sproloquia sull’Anticristo, ma a cosa punta davvero è un’altra questione</title>
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Il miliardario atteso per quattro conferenze a Roma, segreti sede e invitati, nessuno potrà filmare o registrare. Il padrone di Palantir teorizza la fine della democrazia, attacca chi vuol limitare l’intelligenza artificiale e persino il Papa
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/xavier-coiffic-eq0lwafwhdi-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/xavier-coiffic-eq0lwafwhdi-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/xavier-coiffic-eq0lwafwhdi-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/xavier-coiffic-eq0lwafwhdi-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/xavier-coiffic-eq0lwafwhdi-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/xavier-coiffic-eq0lwafwhdi-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Sì, Peter Thiel, il profeta dell’Armageddon 2.0, il libertarian diventato vate di una tecno oligarchia che teorizza la fine della democrazia e dello Stato-nazione, sarà a Roma. Da domani 15 marzo a mercoledì prossimo, il 18, per quattro conferenze private sull’Anticristo. Private, ma anche ultra-segrete: selezionati e anonimi i partecipanti, sconosciuto il luogo di ritrovo. Silenzio anche sulla richiesta di un’incontro che sarebbe stata avanzata a Giorgia Meloni, nonostante le interrogazioni urgenti presentate dall’opposizione. </span></p>
<p><span>Certo è solo che per i “prescelti”, domani, «sarà possibile confessarsi» prima della messa rigorosamente in latino che si dovrebbe celebrare dalle 19 alla Basilica di San Giovanni dei Fiorentini; e anche che nessuno potrà filmare, registrare, persino prendere appunti. </span></p>
<p><span>Thiel, 58 anni, nato in Germania è cresciuto negli Stati Uniti, è elencato da Forbes tra le cento persone più ricche al mondo: ha cofondato prima PayPal, poi Palantir, la discutibile società che fornisce sistemi di sorveglianza e di analisi dei dati al Pentagono, alle principali agenzie governative americane, ma anche ai ministeri della Difesa di altri Paesi occidentali. Ci sono i dati raccolti da Palantir dietro alla “caccia” dell’Ice agli immigrati, ai raid israeliani a Gaza e, adesso, all’operazione Epic Fury in Iran. </span></p>
<p><span>Thiel, infine, è un sostenitore di Donald Trump fin dal 2016 ed è il principale finanziatore del suo vice JD Vance. Le idee estreme di Thiel sono note. Già nel 2009 scriveva: «Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili», ma ai partecipanti alle conferenze romane è stato comunque distribuito un elenco di letture di suoi saggi e articoli, come quello per il Wall Street Journal in cui teorizzava che «la competizione è per i perdenti». Il tecno-miliardario, tra le altre cose, propugna l’idea che i monopoli massimizzino i guadagni e che il futuro dell’economia debba essere di pochi capaci e “illuminati”, una sorta di oligarchia dei tecnocrati.  </span></p>
<p><span>A organizzare gli incontri sono l’associazione culturale Vincenzo Gioberti di Brescia e il Cluny Institute presso la sede romana della Catholic University of America. L’associazione Gioberti si presenta sul suo sito come «una voce conservatrice. Il sogno che ci guida: restaurare l’unità spirituale degli Italiani a partire dall’identità cattolica, dalle piccole patrie, e dalle pratiche ereditate dall’Antico Regime». </span><span>Nelle ultime ore è apparso anche un annuncio in cui si comunica agli «aspiranti ospiti» che «i posti sono esauriti». </span></p>
<p><span>Gioberti è stato un presbitero e teologo torinese, esponente di primo piano del Risorgimento. Il presidente dell’associazione è Alberto Garzoni, studioso di Sant’Agostino, dottorando  in Teologia a Oxford e chairman di Catholics in the Conservative Party, una lobby vicina all’ala più tradizionalista dei Tories che fa capo a Julian Brazier, per vent’anni membro del parlamento britannico ed ex sottosegretario alla Difesa, come ricostruito <a href="https://www.lastampa.it/politica/2026/03/12/news/gioberti_associazione_peter_thiel_vannacci-15541434/">da La Stampa</a>. Sui social dell’associazione Gioberti sono evidenti le simpatie per </span>il generale Roberto Vannacci, ritenuto un punto di riferimento «per la restaurazione del primato morale e civile degli italiani», tra i politici italiani vicini anche Silvia Sardone, europarlamentare della Lega.</p>
<p><span>Le conferenze romane fanno seguito alle quattro tenute da Thiel a San Francisco lo scorso settembre e a quella di gennaio a Cambridge, organizzata dal teologo James Orr, consulente di Nigel Farage. Il padrone di Palantir arriva in Europa, dopo aver visitato il Giappone dove ha incontrato la neo premier conservatrice Takaichi Sanae: i contenuti del colloquio non sono stati resi noti, ma uno dei principali canali tv del Paese (Tbs) non ha avuto dubbi nel definire Thiel </span><span>«il presidente ombra degli Stati Uniti».</span><span> </span></p>
<p><span>Tema delle conferenze romane sarà l’Anticristo. Nei seminari precedenti Thiel lo ha identificato nelle istituzioni che ostacolano il progresso tecnologico. Gli ambientalisti, chi solleva dubbi sui pericoli connessi all’intelligenza artificiale generale o chi vuole regolamentarla. In passato ha criticato pesantemente papa Francesco e nella lista degli sgraditi c’è anche l’attuale pontefice, definito un “apostolo dell’Anticristo”. </span></p>
<p><span>Non è quindi un caso che la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino, nota anche come Angelicum, indicata inizialmente come sede degli incontri, sia stata costretta a smentire con <a href="https://www.agensir.it/quotidiano/2026/3/10/angelicum-nessun-evento-con-peter-thiel-non-e-organizzato-dalluniversita-e-non-si-svolgera-presso-di-noi/">un comunicato ufficiale</a>. Alla domenicana Angelicum, papa Leone XIV scrisse la sua tesi di dottorato in diritto canonico. </span></p>
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<title>L’Italia dello “zero virgola” nell’economia delle guerre commerciali</title>
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La crescita del Paese continua a muoversi su numeri piccolissimi. Ma il panorama economico è instabile per l’Europa intera, anche a causa dell’assenza di una vera strategia per attrarre e trattenere nuovi investimenti
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>L’Italia, dello, “zero, virgola”, nell’economia, delle, guerre, commerciali</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="892" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23771653-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23771653-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23771653-small-300x209.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23771653-small-1024x714.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23771653-small-768x535.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23771653-small-1200x836.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>A Rho, in provincia di Milano, a più di undici ore di volo dalla Casa Bianca, si trova la prima azienda che a fine 2025 ha deciso di chiudere, licenziare tutti gli operai e spostare la produzione, motivando il tutto con l’introduzione dei dazi da parte di Donald Trump e la conseguente riduzione dei margini di profitto.</p>
<p>L’impatto della guerra commerciale statunitense sul tessuto produttivo italiano si rivelerà nel dettaglio nel corso di quest’anno. I distretti industriali italiani più esposti già provano ad adeguarsi alle nuove regole del commercio globale, cercando nuovi mercati e riducendo gli investimenti Oltreoceano. Si tagliano gli organici negli uffici commerciali di New York, si studia l’apertura di nuovi stabilimenti sul suolo americano. Ma quello che accadrà all’economia del Paese europeo più vicino a Trump è ancora difficile da prevedere. E mentre cresce il ricorso alla cassa integrazione nella manifattura, l’ex Ilva di Taranto è ancora una volta in piena crisi e al minimo della produzione. Con l’Italia che resta alla ricerca di una politica industriale che non si vede all’orizzonte.</p>
<p>Una cosa però è certa: l’Italia continua a muoversi lungo la rotta dello zero virgola. D’altronde gli ultimi aggiornamenti dicono che il Pil è salito dello 0,5 per cento nel 2025, secondo l’Istat, e il deficit, misurato in rapporto al Pil, è stato pari al 3,1 per cento, oltre il limite di un decimo relativo agli accordi dell’Unione europea.</p>
<p>Una debolezza che forse si noterà di meno in un’Europa altrettanto debole, con la Francia e la Germania in difficoltà. Ma l’immobilismo italiano pesa ancora di più se si considera la curva piatta degli ultimi anni. E soprattutto se si considera che la crescita, seppur minima, è drogata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Senza la benzina del Pnrr, l’Italia avrebbe vissuto già una lieve recessione nel 2025. E il 2026, ora, segna la fine del piano, a eccezione di qualche intervento successivo concesso dalla Commissione europea, che comunque ne annacquerebbe ancora di più l’effetto sulla crescita del Paese.</p>
<p>In ogni caso, il boom atteso non c’è stato. Le esperienze di Pnrr e Superbonus confermano le immissioni di denaro non sono state in grado di smuovere la curva anemica del Pil italiano. Che quest’anno dovrà vedersela pure con le intemperie causate dall’«alleato» Donald Trump. Non solo per i dazi. Ma anche perché le merci cinesi, che prima affollavano il mercato americano, a causa dell’«effetto Trump» entreranno in Europa, facendo concorrenza ai prodotti italiani, soprattutto sul prezzo.</p>
<p>Se Giorgia Meloni ha festeggiato il suo terzo anniversario a Palazzo Chigi in ottima forma politica, economicamente le prospettive non sembrano così rosee. Finora, il tessuto produttivo italiano si è mostrato più o meno resiliente agli shock degli ultimi anni. Ma le minacce geopolitiche che si vedono all’orizzonte del 2026, in un Paese con una forte vocazione all’export, sono anche troppe da elencare.</p>
<p>Certo, la lezione degli ultimi anni è che la recessione è poco probabile. Quello che gli osservatori internazionali si aspettano è solo un rallentamento della crescita, anche nella debole Europa schiacciata tra Cina e Stati Uniti. Secondo il Fmi, l’economia mondiale crescerà solo del 3,1 per cento nel 2026, con l’inflazione in discesa ma ancora sopra gli obiettivi di molte banche centrali.</p>
<p>Nel 2026, l’Europa si troverà ancora ad affrontare un panorama instabile, plasmato dall’evoluzione della politica commerciale statunitense e dai crescenti obblighi in materia di difesa, legati soprattutto alla guerra russa contro l’Ucraina e al disimpegno americano. Secondo la Commissione, le esportazioni caleranno dello 0,7 e le importazioni cresceranno.</p>
<p>Ma tra dazi, sanzioni, costi dell’energia e restrizioni non tariffarie, i singoli Paesi continueranno a difendere ciascuno i propri interessi nazionali. La cosiddetta «geoeconomia» svolgerà ancora un ruolo chiave nello scacchiere economico globale. E il passaggio dal «libero scambio» al «commercio sicuro» guiderà ancora gli investimenti esteri, portando a un maggiore controllo delle filiere, in particolare in settori considerati critici per la sicurezza nazionale, come la tecnologia e le infrastrutture.</p>
<p>Il grande punto di domanda è se la tendenza verso un mondo più frammentato accelererà o se, ora che il dazio medio statunitense si è stabilizzato intorno al quindici per cento (era 2,5 per cento prima del mandato di Trump), il rafforzamento dei legami commerciali tra Unione europea e nuovi mercati, soprattutto nel Sud Est asiatico, compenserà in parte gli effetti della ridotta apertura degli Stati Uniti.</p>
<p>L’unica certezza è che l’«incertezza» continuerà a guidare l’economia. La Banca centrale europea, come più volte spiegato dalla presidente Christine Lagarde, seguirà ancora un approccio basato sui dati, in base al quale le decisioni sui tassi di interesse vengono adottate di volta in volta a ogni riunione senza una traiettoria. È la logica del «wait and watch». I rischi si sono ridotti, ma non sono scomparsi. Un nuovo peggioramento delle relazioni commerciali potrebbe ulteriormente frenare le esportazioni e trascinare verso il basso investimenti e consumi. E l’inflazione, per ora sotto controllo, potrebbe diventare più alta con una frammentazione della supply chain globale o nel caso di eventi climatici estremi. La novità dal 2026 è l’introduzione da parte della Bce del «fattore climatico» nelle garanzie per valutare i rischi finanziari nella concessione dei prestiti. Alle incertezze generate da guerre e dazi, si aggiungerà quindi a pieno titolo anche quello del clima. Solo nell’estate del 2025, gli eventi meteo estremi hanno determinato perdite combinate di quarantatré miliardi di euro in tutta Europa, con l’Italia sul secondo gradino del podio. Di fronte a tanta incertezza, la propensione al risparmio di famiglie e imprese europee avanza a scapito di consumi e investimenti. Mentre il rapporto di Mario Draghi sul futuro della competitività europea, con tutte le riforme auspicate, è rimasto per lo più lettera morta sulle scrivanie delle cancellerie europee.</p>
<p>Il rischio per l’economia del 2026 non è tanto la spinta americana a trasferire le aziende europee Oltreoceano, ma l’assenza di una strategia per attrarre e trattenere nuovi investimenti. Solo così la vecchia Europa potrebbe crearsi un’occasione di consolidamento industriale e attrazione di capitali, senza limitarsi a essere campo di battaglia tra Cina, Stati Uniti e Russia.</p>
<p><em>Questo è un articolo del numero di </em><em>Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, <a href="https://store.linkiesta.it/prodotto/linkiesta-magazine-04-25-scenari-2026/" target="_blank" rel="noopener">ordinabile qui.</a></em></p>
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<title>“Prendi parola” invita gli adulti a tacere per un momento, e a mettersi in ascolto</title>
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Dal 17 al 22 marzo 2026, la Sala Tre del Teatro Franco Parenti di Milano ospiterà l’esito del progetto di Angelo Campolo: un viaggio nella quotidianità degli adolescenti, tra ferite personali e sogni di riscatto
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>“Prendi, parola”, invita, gli, adulti, tacere, per, momento, mettersi, ascolto</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="780" height="449" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/unnamed-95.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/unnamed-95.jpg 780w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/unnamed-95-300x173.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/unnamed-95-768x442.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 780px) 100vw, 780px"></p><p><span>Che cosa succede quando le parole smettono di essere uno slogan vuoto e diventano invece uno strumento di sopravvivenza? E come appare il mondo degli adulti visto dagli occhi di chi, a soli sedici o diciassette anni, sta già affrontando le sfide della vita, a volte segnate da procedimenti giudiziari o contesti di fragilità?</span></p>
<p><span>Le risposte – in questo caso – non si trovano in un saggio di sociologia, ma sul palco della Sala Tre del Teatro Franco Parenti, dove dal 17 al 22 marzo andrà in scena P</span><i><span>rendi parola – Il mondo degli adulti visto dai ragazzi.</span></i></p>
<p><span>Il progetto, ideato e diretto da Angelo Campolo — attore e regista già vincitore del Premio In-Box con il celebrato </span><i><span>Stay Hungry</span></i><span> — non è un semplice spettacolo, ma l’approdo di un lungo percorso di scrittura creativa e di teatro partecipativo cominciato a ottobre 2025.</span></p>
<p><span>Nato dalla sinergia tra il Teatro Franco Parenti, la Cooperativa La Strada e alcuni licei milanesi, il laboratorio ha coinvolto ragazze e ragazzi di età compresa tra i 13 e i 20 anni, provenienti da background complessi. Insieme al regista, e supportati dai tutor Arianna Sangiuliano e Giacomo Lisoni, i giovani protagonisti hanno trasformato le loro quotidianità — fatte di chat, strade di quartiere e silenzi istituzionali — in una fiaba metropolitana corale.</span></p>
<p><i><span>Prendi parola</span></i><span> rifugge la freddezza del resoconto cronachistico per abbracciare una più ampia e approfondita narrazione civile. Sul palco, il conflitto tra generazioni e la ricerca della propria identità si incontrano, e diventano un unico racconto. Le domande dei ragazzi sono quesiti esistenziali: “Chi voglio essere? Che posto ho in una comunità che spesso non ascolta?”.</span></p>
<p><span>«</span><span>Il teatro si conferma luogo di ascolto radicale</span><span>»,</span><span> si legge nelle note di presentazione, </span><span>«</span><span>dove la fragilità diventa materia creativa e il racconto di sé acquista insieme forza politica e poetica</span><span>».</span> <span>L’impatto dell’iniziativa supererà i confini delimitati dalla scena. Per questo, è previsto un</span> <span>incontro pubblico che vedrà la partecipazione di autorità, educatori, assistenti sociali ed esperti del settore. L’obiettivo dell’incontro è quello di trasformare l’emozione della rappresentazione in una riflessione concreta sulla fragilità adolescenziale e sul ruolo dell’arte come strumento di prevenzione e reinserimento sociale.</span></p>
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<title>Il referendum, e una storia breve della magistratura militante</title>
<link>https://www.eventi.news/il-referendum-e-una-storia-breve-della-magistratura-militante</link>
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<description><![CDATA[ 
Tutto inizia con Mani Pulite e con la mai sopita ambizione di condizionare la politica, a cui lo scontro sulla separazione delle carriere ha ridato vigore. Le parole di Gratteri anticipano la voglia di un ritorno al 1992
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>referendum, una, storia, breve, della, magistratura, militante</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11028324-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11028324-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11028324-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11028324-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11028324-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/11028324-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Tutto iniziò nel 1992. Prima Repubblica al tramonto, corruzione di partito generalizzata da destra a sinistra, dalla Dc al Pci, passando da tutti gli altri che avevano avuto ruoli di governo. Partiti allora elefantiaci, costosissimi.</p>
<p>A Milano scoppia il bubbone. Il sistema viene definito Tangentopoli, i magistrati milanesi creano il pool Mani Pulite. Fin qui tutto in regola.</p>
<p>Ma i magistrati del pool danno una impronta politica al loro lavoro. Perseguono i partiti non i reati, i dirigenti dei partiti non i presunti colpevoli. Il dottor Piercamillo Davigo, membro del pool, lo teorizza: «Non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti».</p>
<p>Gli avvisi di garanzia diventano grazie ai media conniventi – tutti – preannunci di condanna, la politica istituzionale ne viene colpita e affondata. Si arrestano innocenti perché divengano delatori nei confronti dei compagni di partito, a ragione o no. Il capo del Pool Francesco Emilio Borrelli lo spiega così: «Non arrestiamo la gente per farla parlare, la liberiamo dopo che ha parlato».</p>
<p>Uno solo dei grandi partiti della Prima Repubblica viene risparmiato, il Pci. Non soltanto perché la disciplina interna era ferrea e nessuno la violò, ma perché a un certo momento il Pool si convinse che era necessario un suo ruolo politico attivo per restituire virtù civiche alle istituzioni.</p>
<p>Il Pool calò la rete a strascico sui partiti di governo e di tradizione liberaldemocratica. Distrusse culture, luoghi di discussione, democrazia elettorale. Il disegno di guidare la politica attraverso il condizionamento della sinistra, una volta che questa, ormai senza avversari, avesse conquistato il governo fallì, come noto, perché la sinistra unita, «la gloriosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, venne sconfitta.</p>
<p>Il disegno politico da «guardiani della virtù» fu sconfitto, ma l’ambizione di condizionare la politica non fu dismessa. Divenne la costante della magistratura militante.</p>
<p>Oggi, grazie al referendum sulla separazione delle carriere, ha ripreso vigore. L’unica casta sopravvissuta all’alternarsi della stagioni politiche ha di nuovo l’ambizione di governare per interposto partito di sinistra. Purtroppo la sinistra, che aveva intrapresa una strada del tutto diversa, oggi si presta di nuovo a questo gioco.</p>
<p>La vittoria eventuale del no non verrà registrata né come la sconfitta della destra al governo, né come la vittoria della sinistra di opposizione, ma come un cambio di regime, in cui la magistratura militante, scesa in campo in prima persona col suo comitato per il no, riproporrà, vantando la legittimazione popolare, un suo ruolo anticostituzionale e antidemocratico di decisore di ultima istanza.</p>
<p>I metodi saranno quelli già conosciuti all’epoca del tramonto della Prima Repubblica? È giusto temerlo. Uno dei capifila del no, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ne ha anticipato le possibili mosse in uno scambio di battute con un quotidiano a lui ostile:<br>
«Tanto, dopo il referendum, con voi del Foglio faremo i conti»<br>
“I conti?”<br>
«Nel senso che tireremo una rete»<br>
“La famosa rete?”<br>
«Sì, una rete»<br>
“Si riferisce alla pesca a strascico?”<br>
«Speculate pure».</p>
<p>Meglio andare a votare. Ne trarrà giovamento lo stato di diritto, la libertà dei cittadini, il funzionamento della giustizia e il ruolo costituzionale dei partiti, a destra come a sinistra.</p>
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<title>I quattro piani di Bruxelles per finanziare l’Ucraina, nonostante il veto di Orbán</title>
<link>https://www.eventi.news/i-quattro-piani-di-bruxelles-per-finanziare-lucraina-nonostante-il-veto-di-orban</link>
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Il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo arriva mentre l’Ucraina ha bisogno urgente di fondi e l’Ungheria blocca il prestito comune. La Commissione ha preparato alcuni strumenti finanziari per sostenere Kyjiv anche senza l’unanimità
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24123697-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24123697-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24123697-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24123697-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24123697-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24123697-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Il prossimo Consiglio europeo non sarà come tutti gli altri. Il 19 e 20 marzo i 27 leader dell’Unione europea dovranno decidere una cosa allo stesso tempo semplice e complessa: come finanziare l’Ucraina nei prossimi due anni. Kyjiv sta riconquistando terreno sui russi a una cadenza mai vista prima, ma ha bisogno di decine di miliardi di euro per continuare a pagare l’esercito, far funzionare lo Stato e sostenere l’economia mentre la guerra continua da oltre quattro anni. Senza nuovi fondi europei il margine finanziario del governo ucraino potrebbe esaurirsi tra poco. Un prestito del Fondo monetario internazionale da 8,1 miliardi di dollari, con una prima tranche immediata da 1,5 miliardi, ha spostato quella scadenza all’inizio di maggio. È un sollievo tecnico, non una soluzione politica.</span></p>
<p><span>Il problema è che il piano principale dell’Unione, un prestito da 90 miliardi di euro, ha bisogno dell’unanimità, ma è bloccato dal veto dell’Ungheria. E il veto arriva nel momento politicamente più delicato per il premier sovranista Viktor Orbán, che dopo sedici anni di potere quasi ininterrotto, si presenta al voto del 12 aprile nella posizione più fragile del suo ciclo politico. I sondaggi lo danno in svantaggio contro l’opposizione guidata da Péter Magyar. </span></p>
<p><span>Gli altri venticinque leader europei (perché il premier slovacco Robert Fico si è accodato alla posizione di Orbán, ma a Bruxelles, viene considerato un ostacolo facilmente negoziabile) devono trovare rapidamente una soluzione. Devono farlo però in una situazione politicamente anomala: mentre cercano un accordo comune, uno dei loro governi sta usando proprio quel finanziamento come arma principale della propria campagna elettorale.</span></p>
<p><span>Se dal vertice non dovesse arrivare una soluzione, l’Unione si troverebbe davanti a una scelta difficile. O deciderà di aggirare il veto dell’Ungheria usando altri strumenti, offrendo il migliore degli assist elettorali a Orbán, oppure continuerà a non decidere, sperando che il premier ungherese alla fine perda la sua battaglia politica. Ma così facendo c’è il rischio di lasciare l’Ucraina senza il sostegno finanziario di cui ha bisogno nelle prossime settimane.</span></p>
<p><span>Che fare? L’Unione ha già riconosciuto che all’Ucraina servono risorse su una scala superiore a quella degli interventi ordinari. Circa 135,7 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, assumendo perfino uno scenario relativamente favorevole, cioè la fine della guerra pochi mesi. Di questi, 71,7 miliardi servirebbero già quest’anno, con 51,6 miliardi destinati alla difesa e 20,1 miliardi al funzionamento dello Stato. Per il 2027 il conto scenderebbe a 64 miliardi, ma resterebbe comunque ingente: 31,8 miliardi per il settore militare e 32,2 per il resto della macchina pubblica.</span></p>
<p><span>Come spiega un interessante <a href="https://www.politico.eu/article/europe-plan-to-keep-ukraine-afloat-hungary-blocking-e90b-loan/" target="_blank" rel="noopener">approfondimento di Politico</a>, Bruxelles ha architettato tre tattiche per raggiungere questo obiettivo, non per forza incompatibili fra loro. </span><span>La prima opzione è la più lineare e allo stesso tempo più politicamente costosa. Superare il Consiglio europeo a piedi pari, prevedendo contributi volontari dei governi nazionali alla Commissione, calcolati secondo la quota di reddito nazionale lordo di ciascun paese. In sostanza, niente debito comune aggiuntivo, niente nuove garanzie comuni, ma un trasferimento diretto di risorse dai bilanci nazionali verso l’Ucraina. Per funzionare, questo schema richiederebbe almeno 45 miliardi di euro all’anno, quindi 90 miliardi complessivi nel biennio, assumendo che altri partner internazionali coprano la parte residua del fabbisogno. Ma questa soluzione ha un problema: esporrebbe immediatamente i governi al costo politico interno, perché ogni euro dovrebbe apparire nei conti pubblici nazionali.</span></p>
<p><span>La seconda opzione è un classico schema di raccolta comune sui mercati. L’Unione emetterebbe debito e trasferirebbe poi le somme all’Ucraina sotto forma di prestito, con l’intesa che Kyjiv rimborserebbe solo nel momento in cui ottenesse riparazioni di guerra dalla Russia. La formula è più sofisticata di quanto sembri, perché non elimina il rischio: lo sposta. Per rendere possibile l’emissione, gli Stati membri dovrebbero infatti offrire garanzie giuridicamente vincolanti, incondizionate, irrevocabili e attivabili a richiesta, sempre in proporzione alla loro quota economica. In altre parole, il denaro verrebbe raccolto a nome dell’Unione, ma il rischio ultimo resterebbe sulle capitali. </span></p>
<p><span>La Commissione ha anche contemplato una struttura creata ad hoc per raccogliere denaro sui mercati e prestarlo all’Ucraina, una soluzione pensata per coinvolgere anche la quota di liquidità collegata agli asset sovrani russi immobilizzati in giurisdizioni G7 esterne all’UE. Il problema è che questo strumento si finanzia a condizioni peggiori rispetto all’Unione.</span></p>
<p><span>La terza opzione è riaprire il dossier degli asset sovrani russi immobilizzati in Europa. Una soluzione su cui sia il Belgio, sia il governo Meloni si sono opposti. La Commissione ipotizza di usarli non per una confisca formale, scelta che aprirebbe un contenzioso politico e giuridico delicato, ma per costruire un prestito grant-like, cioè con caratteristiche assimilabili a una sovvenzione per l’Ucraina. Il meccanismo prevederebbe un contratto obbligatorio e su misura con i depositari centrali di titoli che detengono il contante riconducibile a quegli asset: in cambio, questi soggetti riceverebbero obbligazioni europee zero coupon, mentre la liquidità verrebbe resa disponibile per Kyjiv. </span></p>
<p><span>Se il meccanismo coinvolgesse solo le grandi infrastrutture finanziarie che custodiscono e amministrano titoli e liquidità per conto di governi e istituzioni, la quantità di risorse mobilitabili arriverebbe teoricamente a circa 185 miliardi di euro. Stendendo il modello anche alle banche commerciali europee che detengono attività sovrane russe, si potrebbe salire fino a circa 210 miliardi. È la proposta più potente in termini di volume e la meno gravosa, almeno in apparenza, sui bilanci nazionali, perché le garanzie offerte dagli Stati membri verrebbero considerate passività potenziali e non debito immediatamente contabilizzato. Ma è anche quella che espone più chiaramente l’Unione al rischio di cause perse con la Russia e ai costi finanziari di un eventuale soccombenza.</span></p>
<p><span>Questa la teoria, poi c’è la pratica politica. Orbán arriverà battagliero a quello che potrebbe essere il suo ultimo, o al massimo penultimo Consiglio europeo. Negli ultimi giorni il premier ungherese ha moltiplicato i messaggi contro il presidente ucraino Volodymir Zelensky, contro la Commissione e contro Péter Magyar, dipinto come il candidato che aprirebbe le porte a una linea più favorevole all’Ucraina, qualsiasi cosa voglia dire. </span></p>
<p><span>Lo scontro con l’Ucraina è tornato utile proprio perché concentra in un’unica formula molte paure del suo elettorato: il timore della guerra, la diffidenza verso Bruxelles, la fatica economica di un paese fermo da tempo e l’idea che l’Ungheria debba difendersi da pressioni esterne. In campagna elettorale il premier ungherese sta cercando di presentarsi come l’ultimo argine contro una doppia minaccia. La sua tesi è primitiva, e proprio questo funziona: se passa il piano europeo, a pagare saranno gli ungheresi; se l’opposizione vince, il paese finirà trascinato dentro la guerra.</span></p>
<p><span>La disputa sulle forniture di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba è diventata il cuore di questo racconto politico. Il Druzhba è una vecchia infrastruttura sovietica che porta petrolio russo in Europa centrale passando dall’Ucraina e che ancora oggi alimenta le raffinerie di Ungheria e Slovacchia. Quando a fine gennaio un attacco russo ha danneggiato una parte della conduttura in territorio ucraino e il flusso si è interrotto, Budapest ha accusato Kyjiv di non voler riparare rapidamente l’impianto.</span></p>
<p><span>Secondo Orbán, l’Ucraina sarebbe pronta a mettere a rischio l’approvvigionamento energetico del paese per fare pressione politica. Una tesi controintuitiva, perché Kyjiv dovrebbe danneggiare proprio uno dei paesi dell’Unione in cui vuole entrare? L’Ucraina respinge questa ricostruzione e attribuisce il danno all’attacco russo, spiegando che i lavori di riparazione sono complicati perché l’area è ancora esposta ai bombardamenti. Ma nella campagna elettorale ungherese il dettaglio tecnico conta poco. Orbán sostiene che Budapest non possa dare via libera né al prestito da 90 miliardi né a un nuovo pacchetto di sanzioni contro Mosca finché non verrà ripristinato il pieno funzionamento del Druzhba.</span></p>
<p><span>La soluzione di riserva, coltivata soprattutto da paesi baltici e nordici, è l’attivazione di prestiti bilaterali capaci di coprire almeno la prima metà del 2026. L’ordine di grandezza discusso nelle ultime settimane è di circa 30 miliardi di euro. Sarebbe una risposta meno ambiziosa del pacchetto da 90 miliardi e politicamente meno elegante, perché certificherebbe la difficoltà dell’Unione ad agire come blocco, ma permetterebbe di evitare la rottura di continuità nei flussi verso l’Ucraina. È un’opzione che i governi avevano scartato a dicembre proprio per non mostrare divisioni così vistose sulla questione ucraina. Oggi, con i margini finanziari di Kyjiv compressi e Orbán inchiodato alla campagna elettorale, non è più un tabù.</span></p>
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<title>Cosa fa la super nave&#45;spia che la Cina ha spedito nel Golfo</title>
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Sorveglianza aerea, telemetria satellitare, allerta missilistica: tutto su una sola piattaforma, in mezzo al Golfo. Pechino porta in mare la sua visione della guerra futura
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="768" height="576" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/liaowang-1.jpeg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/liaowang-1.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/liaowang-1-300x225.jpeg 300w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px"></p><p>Nello Stretto di Hormuz, dove transita circa il venti per cento del petrolio mondiale, si è materializzata una presenza silenziosa e difficile da ignorare. Il contesto operativo – il conflitto tra Israele e Iran, la presenza militare statunitense nel Golfo, i movimenti navali europei nel Mar Rosso – offre a Pechino un banco di prova eccezionale. Non necessariamente per sostenere attivamente una delle parti, ma per raccogliere dati: su come i sistemi missilistici iraniani si comportano sotto pressione, su come rispondono le difese israeliane e americane, su quali tracce elettromagnetiche lasciano le operazioni di interdizione navale.</p>
<p>Lo strumento scelto per farlo è il Liaowang-1 – nave da 30.000 tonnellate, 225 metri di lunghezza, classificata ufficialmente come piattaforma di supporto spaziale – che opera in acque internazionali scortato da almeno un cacciatorpediniere di Tipo 055 della Marina dell’Esercito popolare di liberazione. Pechino non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sul dispiegamento. Non ne ha bisogno.</p>
<p>La nave, entrata formalmente in servizio nell’aprile 2025 dopo prove in mare protratte tra dicembre 2024 e gennaio 2025, è il punto d’arrivo di un programma iniziato da Zhou Enlai nel 1965 e sviluppato attraverso sette generazioni di navi Yuanwang. Ma il Liaowang-1 non è una versione migliorata dei suoi predecessori: è un salto qualitativo che ridefinisce il concetto stesso di nave di supporto spaziale. Dove i Yuanwang erano essenzialmente stazioni di telemetria mobili, il Liaowang-1 è descritto da fonti cinesi come un centro di comando integrato per operazioni spaziali, un nodo di allerta precoce missilistica e una piattaforma di sorveglianza aerea ad ampio raggio. Secondo analisi cinesi, la nave sarebbe in grado di tracciare simultaneamente fino a 1.200 bersagli aerei – missili balistici, velivoli ipersonici, obiettivi stealth – con un margine dichiarato di accuratezza superiore al 95% anche in condizioni di disturbo elettromagnetico.</p>
<p>La distinzione tra sorveglianza passiva e supporto attivo è reale sul piano giuridico, ma sfumata su quello operativo. Ciò che rende il Liaowang-1 strategicamente rilevante non è soltanto la sua capacità di raccolta: è la sua funzione di nodo mobile in un sistema distribuito. L’Aerospace Force dell’EPL – istituita nell’aprile 2024, erede del Dipartimento sistemi spaziali della Forza di supporto strategico – gestisce attraverso il China Launch and Tracking Control una rete che comprende stazioni terrestri in Argentina, Namibia, Kenya e Pakistan, quattro siti di lancio domestici e due centri di controllo satellitare. Le navi Yuanwang e il Liaowang-1 colmano i vuoti geografici che questa rete non riesce a coprire. In caso di crisi – uno scenario Taiwan, un’escalation nel Mar Cinese meridionale – le stazioni terrestri potrebbero essere soggette a pressioni diplomatiche o a rischi cinetici. Una nave in acque internazionali è più difficile da interdire.</p>
<p>Il confronto più immediato è con il USNS Howard O. Lorenzen, la nave statunitense per il monitoraggio missilistico che nel 2014 fu oggetto di sorveglianza ravvicinata da parte della milizia marittima cinese. Il Liaowang-1 lo supera per dimensioni e capacità di integrazione sistemica, pur operando secondo una filosofia diversa: gli Stati Uniti compensano la minore presenza navale in questo settore con la costellazione TDRSS di satelliti relè in orbita geostazionaria. La Cina sta costruendo il proprio equivalente – il Tianlian II-05 è stato lanciato nell’aprile 2025 – ma fino al completamento della costellazione, le navi rimangono l’architrave del sistema.</p>
<p>Il dispiegamento nel Golfo pone una questione che Washington e i suoi alleati faranno bene a considerare: non si tratta di valutare se Pechino stia violando norme internazionali, perché formalmente non lo fa. Si tratta di comprendere che la Cina ha costruito uno strumento che le consente di essere presente, informata e operativamente rilevante in qualsiasi teatro globale – senza sparare un colpo.</p>
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<title>Le aziende non possono più rinunciare a una buona comunicazione</title>
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Nella prefazione al libro di Salvatore Ricco, Mario Calabresi spiega come si è trasformato il linguaggio delle imprese negli ultimi anni, e perché costruire e difendere una reputazione è un valore sempre più indispensabile
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="960" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tasha-kostyuk-mwnavpuqycc-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tasha-kostyuk-mwnavpuqycc-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tasha-kostyuk-mwnavpuqycc-unsplash-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tasha-kostyuk-mwnavpuqycc-unsplash-1024x768.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tasha-kostyuk-mwnavpuqycc-unsplash-768x576.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tasha-kostyuk-mwnavpuqycc-unsplash-1200x900.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s2">I</span> <span class="s2">25</span> <span class="s2">anni</span> <span class="s2">che</span> <span class="s2">ci</span> <span class="s2">separano</span> <span class="s2">dall’inizio</span> <span class="s2">del</span> <span class="s2">nuovo</span> <span class="s2">secolo</span> <span class="s2">hanno</span> <span class="s2">cambiato</span> <span class="s2">radicalmente</span> <span class="s2">e</span> <span class="s2">per</span> <span class="s2">sempre</span> <span class="s2">il</span> <span class="s2">modo</span> <span class="s2">di</span> <span class="s2">comunicare</span> <span class="s2">delle</span> <span class="s2">azien</span><span class="s6">de.</span> <span class="s6">Se</span> <span class="s6">prima</span> <span class="s6">del</span> <span class="s6">passaggio</span> <span class="s6">di</span> <span class="s6">millennio</span> <span class="s6">si</span> <span class="s6">poteva</span> <span class="s6">guardare</span> <span class="s6">con</span> <span class="s6">cu</span><span class="s2">riosità a quei brand che facevano piccole rivoluzioni nel presentare un’immagine</span> <span class="s2">innovativa,</span> <span class="s2">che</span> <span class="s2">nasceva</span> <span class="s2">da</span> <span class="s2">un</span> <span class="s2">utilizzo</span> <span class="s2">combinato</span> <span class="s2">che mescolava</span> <span class="s2">pubblicità,</span> <span class="s2">marketing</span> <span class="s2">e</span> <span class="s2">declinazione</span> <span class="s2">dell’identità</span> <span class="s2">–</span> <span class="s2">penso</span> <span class="s2">a</span> <span class="s2">marchi</span> <span class="s2">come</span> <span class="s2">Benetton,</span> <span class="s2">Patagonia,</span> <span class="s2">Apple</span> <span class="s2">o</span> <span class="s2">Nike</span> <span class="s2">–,</span> <span class="s2">ora</span> <span class="s2">non</span> <span class="s2">è</span> <span class="s2">più possibile</span> <span class="s2">stare</span> <span class="s2">seduti</span> <span class="s2">comodamente</span> <span class="s2">in</span> <span class="s2">platea</span> <span class="s2">a</span> <span class="s2">godersi</span> <span class="s2">lo</span> <span class="s2">spettacolo. </span>Oggi qualunque azienda, a prescindere dalla sua dimensione, dal suo settore merceologico o dal suo posizionamento, che non costruisca un progetto comunicativo costante e coerente, <span class="s6">capace </span>di mostrarne la storia, i valori, il lavoro, non avrà<span class="s6"> futuro.</span></p>
<p class="p3">Viviamo il tempo in cui ognuno di noi è diventato un soggetto comunicativo, ma anche in cui ogni associazione, ogni negozio, ogni ristorante, perfino ogni spiaggia e ogni sentiero di montagna raccontano la loro identità, mostrano il loro posto nel mondo.</p>
<p class="p3">Se è vero che la comunicazione non è più un attributo dell’essenza, ma è essenza stessa, allora è chiaro che per un’azienda è un elemento centrale e imprescindibile del proprio business, un investimento strategico.</p>
<p class="p4">Questo libro lo racconta alla perfezione: non si tratta di fare pubblicità, di costruire un’immagine a tavolino da vendere ad azionisti, clienti e dipendenti, ma di costruire e difendere la propria reputazione.</p>
<p class="p7"><i></i>La reputazione è la somma della nostra immagine, dei nostri valori, della nostra storia e delle nostre azioni. Per costruirla ci vuole una vita, per perderla può bastare un attimo.</p>
<p class="p8">Per mantenerla è necessario tenere sempre fermi due valori: autenticità e coerenza. A cui va aggiunta una qualità essenziale in questo mondo velocissimo e mutevole: la trasparenza. Il percorso indispensabile per costruire un solido progetto comunicativo è quello di guardarsi dentro, di studiare la vita della propria organizzazione per distillarne la storia e i valori e capire che cosa ci definisce e che cosa ci indica la traiettoria futura. A questi valori e a questa visione bisogna tenere fede, non possono essere cambiati a ogni passaggio, perché si finirebbe per smarrirsi e per perdere quel tono di voce che ci definisce.</p>
<p class="p9">Anche nei momenti di difficoltà e di crisi, essere coerenti con il proprio DNA è di grande aiuto e ancora di più serve essere trasparenti nello spiegare all’interno e all’esterno che cosa sta <span class="s6">succedendo.</span></p>
<p class="p9">Il libro offre una panoramica delle principali aree della comunicazione aziendale: corporate e istituzionale, economico-finanziaria, di prodotto e marketing, di crisi, di employer branding e interna. Ognuna di esse contribuisce a costruire coerenza e credi<span class="s6">bilità.</span> <span class="s6">Salvatore</span> <span class="s6">Ricco</span> <span class="s6">ci</span> <span class="s6">spiega</span> <span class="s6">come</span> <span class="s6">soprattutto</span> <span class="s6">la</span> <span class="s6">comunicazio</span>ne interna abbia assunto un peso crescente: dipendenti motivati e informati sono ambasciatori fondamentali dell’identità aziendale e il loro ingaggio si riflette direttamente sulla produttività.</p>
<p class="p9">Per fare tutto questo servono figure professionali specializzate, dei registi della comunicazione che sappiano interpretare al meglio la missione di un’azienda.</p>
<p class="p9">Persone che siano capaci di visione e di un approccio olistico, che sappiano accettare la sfida dell’intelligenza artificiale, utilizzandola come strumento utile a semplificare e ad automatizzare processi e operazioni, investendo su ciò che resta peculiare dell’intelligenza umana: creatività, empatia, capacità di creare relazione e di immaginare nuove strade.</p>
<p class="p10"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" src="https://static.francoangeli.it/fa-libri-copertine/400/244_75.jpg" alt="La comunicazione d'impresa nel mondo che cambia" width="327" height="513"></p>
<p><a href="https://www.francoangeli.it/Libro/9788835175032" target="_blank" rel="noopener"><em>Tratto da “La comunicazione d’impresa nel mondo che cambia”, di Salvatore Ricco, prefazione di Mario Calabresi, 18 euro, 114 pagine.</em></a></p>
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<title>Quando lo Stato scarica sui propri uomini la responsabilità che non vuole assumersi</title>
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<description><![CDATA[ 
La vicenda dell’ex funzionario Sisde è lo specchio di un sistema in cui la politica chiedeva ai servizi di operare nell’ombra, riservandosi il diritto di abbandonarli alla luce. Un’anomalia risolta soltanto con la riforma dell’intelligence del 2007
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Quando, Stato, scarica, sui, propri, uomini, responsabilità, che, non, vuole, assumersi</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="937" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4535320-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4535320-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4535320-large-300x220.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4535320-large-1024x750.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4535320-large-768x562.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/4535320-large-1200x878.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Bruno Contrada è morto giovedì all’età di 94 anni, da incensurato. Poliziotto e funzionario del Sisde, il servizio d’intelligence del Viminale dal 1977 al 2007, è stato una figura centrale dell’antiterrorismo e antimafia in Sicilia.</p>
<p>Raccontando la storia di un uomo di Stato «tradito» dallo stesso Stato, <a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/03/13/news/e-morto-bruno-contrada-un-servitore-dello-stato-che-lo-stato-non-seppe-difendere-8781082/">Il Foglio</a> ha riassunto così, efficacemente, la sua vicenda giudiziaria: «Condannato in via definitiva nel 2007 a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Contrada aveva trascorso anni tra carcere e domiciliari, in condizioni di salute sempre più precarie, prima che nell’aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo stabilisse che il reato per cui era stato condannato non era, all’epoca dei fatti contestati, “sufficientemente chiaro e prevedibile”. Nel 2017 la Cassazione ne dichiarò la sentenza “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”. Poi arrivò il risarcimento per ingiusta detenzione, prima fissato dalla Corte d’appello di Palermo in 667mila euro, poi ridotto dalla Cassazione a 285mila. “Non c’è somma che possa riparare il male che mi è stato fatto”, aveva detto lui».</p>
<p>È la storia di un’architettura istituzionale costruita sull’ambiguità, in cui i funzionari dei servizi segreti operavano in una zona grigia priva di tutele, esposti alle conseguenze di scelte che spesso erano della politica, non loro. Lo scaricabarile era strutturale, come accaduto su Gladio tra Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, e l’ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi, il servizio segreto di allora, posto alle dipendenze del ministro della Difesa.</p>
<p>Questa anomalia aveva radici profonde. Dal dopoguerra fino alla riforma del 2007, l’intelligence italiana operava in un contesto normativo che non definiva con chiarezza né i limiti dell’azione operativa né la catena delle responsabilità politiche. I funzionari rispondevano ai ministri in modo informale, senza garanzie codificate. Il segreto di Stato era potenzialmente eterno e poteva essere opposto senza obbligo di motivazione. Le riforme, quando arrivavano, erano figlie degli scandali: il Sid nacque dopo il dossieraggio del Sifar, la legge del 1977 dopo le vicende che travolsero i vertici militari, quella del 2007 dopo Abu Omar, il caso Telecom-Sismi e i fondi neri del Sisde.</p>
<p>La legge 124 del 2007 ha cambiato le regole. Ha introdotto le garanzie funzionali: un funzionario autorizzato preventivamente può compiere atti altrimenti penalmente rilevanti senza incorrere in responsabilità personale. Ha centralizzato il segreto di Stato, affidandone la gestione esclusiva al presidente del Consiglio, che ne risponde davanti al Parlamento, con un limite temporale di quindici anni prorogabili una sola volta. Ha rafforzato il controllo parlamentare. Ha costruito, per la prima volta, una filiera di responsabilità politica chiara e verificabile in capo alla Presidenza del Consiglio.</p>
<p>Contrada era già entrato nel vortice giudiziario molto prima. Le garanzie funzionali introdotte nel 2007 non avrebbero potuto salvarlo dai fatti contestati negli anni Ottanta. Ma la sua vicenda resta il caso-limite di ciò che accade quando uno Stato chiede ai propri funzionari di operare nell’ombra senza offrire loro né regole chiare né protezione. Il risarcimento riconosciutogli è la misura grottesca di un debito che lo Stato non ha saputo onorare in tempo. Aveva ragione lui: non c’è somma.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/quando-lo-stato-scarica-sui-propri-uomini-la-responsabilita-che-non-vuole-assumersi/">Quando lo Stato scarica sui propri uomini la responsabilità che non vuole assumersi</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>L’alta cucina è un modello in crisi</title>
<link>https://www.eventi.news/lalta-cucina-e-un-modello-in-crisi</link>
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<description><![CDATA[ 
Chiusure eccellenti, crisi economica, il caso violenze al Noma. Negli ultimi mesi il fine dining europeo è attraversato da episodi che sembrano scollegati ma raccontano lo stesso momento storico. Non è necessariamente la fine di un modello, ma un insieme di segnali che vale la pena analizzare con attenzione
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>L’alta, cucina, modello, crisi</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="800" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jahanzeb-ahsan-vqsv9ydspnw-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jahanzeb-ahsan-vqsv9ydspnw-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jahanzeb-ahsan-vqsv9ydspnw-unsplash-300x188.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jahanzeb-ahsan-vqsv9ydspnw-unsplash-1024x640.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jahanzeb-ahsan-vqsv9ydspnw-unsplash-768x480.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/jahanzeb-ahsan-vqsv9ydspnw-unsplash-1200x750.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Negli ultimi mesi le notizie che arrivano dal mondo dell’alta cucina hanno una tonalità diversa dal solito. Non sono annunci di nuove aperture o di progetti visionari. Più spesso raccontano chiusure, cambi di rotta, tensioni interne.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/a-napoli-chiude-sustanza-ambrosino-chiusura/" target="_blank" rel="noopener">A Napoli ha chiuso Sustanza</a>, il ristorante di Marco Ambrosino che in pochi anni era diventato uno degli indirizzi più interessanti della città. <a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/chiude-lido-84-perdiamo-un-presidio-del-gusto/" target="_blank" rel="noopener">Sul Garda ha terminato il proprio percorso Lido 84</a>, uno dei luoghi più rappresentativi della cucina italiana contemporanea, considerato uno dei fari della cucina internazionale. <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/quando-la-chiusura-di-uno-star-chef-non-fara-piu-notizia/" target="_blank" rel="noopener">A Londra chiuderà Dinner by Heston Blumenthal</a>, due stelle Michelin e uno dei ristoranti simbolo della scena britannica.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel frattempo, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/rene-redzepi-sistema-tossico-noma-scandalo-dipendenti/" target="_blank" rel="noopener">il caso Noma</a> ha acceso un dibattito globale sulle condizioni di lavoro nelle brigate e sul modello organizzativo della ristorazione d’autore. Le testimonianze di ex dipendenti e <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/scandalo-redzepi-lascia-la-guida-di-noma/" target="_blank" rel="noopener">la decisione di René Redzepi di lasciare la guida operativa del ristorante</a> hanno aperto una discussione che va ben oltre il singolo locale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Presi singolarmente, questi episodi hanno spiegazioni diverse. Ogni ristorante ha la propria storia, i propri equilibri economici, le proprie scelte imprenditoriali. Osservati insieme però restituiscono l’immagine di un settore attraversato da tensioni profonde.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L’alta cucina resta un laboratorio creativo straordinario e un potente strumento culturale. Allo stesso tempo è un sistema che negli ultimi vent’anni ha costruito un immaginario molto preciso, fondato su premi, classifiche, copertine, storytelling eroici. Tutto ruota attorno a un nome inciso sulla porta, ripetuto nei comunicati, celebrato nelle interviste e amplificato dai social. </span><span class="s1">È il trionfo della personalizzazione del successo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo racconto ha funzionato a lungo. Ha prodotto icone, destinazioni gastronomiche, pellegrinaggi culinari. Ha costruito una mitologia contemporanea in cui lo chef è insieme artista, imprenditore e guida culturale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Negli ultimi mesi però qualcosa si muove sotto la superficie: q</span><span class="s2">uesti episodi non sono più casi isolati ma sono segnali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il sistema dell’alta cucina si è sviluppato negli ultimi vent’anni su un equilibrio fragile. Da una parte un enorme capitale simbolico fatto di stelle Michelin, classifiche internazionali, culto dell’ego e storytelling mediatico. Dall’altra un modello economico strutturalmente delicato, basato su costi altissimi, margini sottilissimi e una quantità enorme di lavoro umano. </span><span class="s1">Finché l’immaginario funzionava, la tensione restava invisibile. Oggi emerge con più chiarezza che u</span><span class="s1">n ristorante non è un monologo. È un organismo complesso fatto di relazioni, competenze, gerarchie, fragilità e responsabilità condivise. Una macchina collettiva che funziona solo se ogni ingranaggio è rispettato. Quando invece il riconoscimento si concentra su una sola persona, la pressione scende gerarchicamente. L’ansia di restare al vertice, di non perdere una stella, di non scendere in classifica, di non incrinare l’immagine costruita negli anni, si scarica verso il basso. </span><span class="s1">In un sistema che misura il valore attraverso simboli esterni, l’errore non è contemplato: ogni servizio deve essere perfetto. Ogni stagione deve produrre novità e ogni menu deve dimostrare che il ristorante è ancora all’avanguardia. La pressione diventa parte strutturale del lavoro e si scarica inevitabilmente su chi sta più in basso. </span><span class="s1">Per anni abbiamo romanticizzato questa tensione, basta pensare a quanto abbiamo trovato spassosi i libri di Bourdain, primo vero narratore della cruda verità nella gestione delle cucine. La brigata come piramide sacrificale. La disciplina assoluta come strumento pedagogico. L’umiliazione come rito di passaggio. La durezza come sinonimo di rigore.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In un post molto condiviso su Instagram, la pasticcera Aurora Storari, <a href="https://www.linkiesta.it/2024/05/hemicycle-parigi-flavio-lucarini-aurora-storari/" target="_blank" rel="noopener">italiana che sta brillando a Parigi</a>, lo ha espresso con lucidità: abbiamo accettato l’idea che l’eccellenza fosse incompatibile con la gentilezza, che la pressione fosse il carburante necessario del talento. Una narrazione comoda, perché giustifica tutto in nome del risultato. </span><span class="s1">Oggi però una nuova generazione di cuochi e cuoche sembra porre una domanda diversa. È davvero questo il prezzo inevitabile dell’alta cucina? Oppure stiamo difendendo un modello ormai obsoleto?</span></p>
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<p></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel frattempo il contesto economico cambia rapidamente. Il fuori casa affronta l’inflazione alimentare, aumenta il costo del lavoro e le vocazioni si assottigliano, la crisi energetica e le guerre sono sempre più opprimenti e il pubblico cambia modello e riferimenti alla velocità della luce. Un ristorante gastronomico è diventato più costoso da creare e mantenere e più complicato da vendere. </span><span class="s1">Molti locali resistono, ma l’equilibrio si è assottigliato. Basta poco perché il sistema si incrini e se c’è una riduzione della domanda, o se l’affitto cresce, ma anche se arriva la stanchezza di sostenere una macchina che richiede energie enormi, salta il banco. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per troppo tempo l’alta cucina ha costruito la propria narrazione sul culto della personalità. Lo chef come figura eroica, quasi solitaria. Il successo come manifestazione del talento individuale, e la sua superiorità morale e materiale come guerriero che non deve chiedere mai e che deve essere preservato dal mondo. È pratica comune, tra gli addetti ai lavori, indicare con la parola “chef” senza articolo questa figura ormai equiparata a Dio. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma nella realtà dei fatti la grandezza di un ristorante non nasce dal genio isolato, ma dalla qualità delle relazioni che lo tengono in piedi. Con buona pace di “chef”, s</span><span class="s1">enza di lui la giornata in qualche modo si porta a casa. Senza chi accoglie gli ospiti, chi lava i piatti, chi prepara le basi, chi gestisce i conti, chi tiene insieme la brigata, diventa molto più complicato. Eppure questo lavoro invisibile raramente finisce nelle interviste. </span><span class="s1">Se davvero crediamo che la cucina sia cultura, dobbiamo accettare che il valore non possa essere misurato solo in stelle o classifiche. Deve includere anche la capacità di costruire ambienti professionali in cui il talento possa crescere senza essere schiacciato, e si possa a</span><span class="s1">rrivare all’eccellenza senza umiliazione, o al rigore senza paura. </span><span class="s1">Significa ripensare la brigata come comunità professionale, non come scala gerarchica dove l’ansia del vertice si trasforma in pressione quotidiana o nei casi più critici in violenza. Significa riconoscere che la sostenibilità non è solo ambientale o finanziaria. È anche relazionale. </span><span class="s1">In questo senso le chiusure di oggi e le polemiche degli ultimi mesi non rappresentano necessariamente un declino, ma devono essere lette come il segnale di una trasformazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per la prima volta da molto tempo l’alta cucina sembra interrogarsi su sé stessa. Non solo su cosa mettere nel piatto, ma su come costruire il luogo in cui quel piatto nasce. </span><span class="s1">Forse la vera rivoluzione non sarà nelle fermentazioni estreme o negli ingredienti esotici, ma p</span><span class="s1">otrebbe trovarsi nella struttura stessa del ristorante. Nel passaggio da un modello centrato sull’eroe a uno fondato sulla comunità, i</span><span class="s1">n cui il pensiero non sia che gli operai stanno spaccando pietre affinché lo chef – anzi chef – possa costruire una cattedrale e averne gloria eterna.</span></p>
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<title>L’intelligenza artificiale ha cominciato a chiudere gli uffici</title>
<link>https://www.eventi.news/lintelligenza-artificiale-ha-cominciato-a-chiudere-gli-uffici</link>
<guid>https://www.eventi.news/lintelligenza-artificiale-ha-cominciato-a-chiudere-gli-uffici</guid>
<description><![CDATA[ 
Investcloud Italy ha avviato una procedura di licenziamento collettivo nella sede di Marghera, perché le tecnologie generative permettono di rimpiazzare facilmente i colletti bianchi
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>L’intelligenza, artificiale, cominciato, chiudere, gli, uffici</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrea-de-santis-q8fe785r5nu-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrea-de-santis-q8fe785r5nu-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrea-de-santis-q8fe785r5nu-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrea-de-santis-q8fe785r5nu-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrea-de-santis-q8fe785r5nu-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/andrea-de-santis-q8fe785r5nu-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Cosa accade quando una multinazionale decide di ripensare radicalmente il proprio modello di business e, nel farlo, deduce che un’intera sede non è più necessaria? Lo hanno scoperto, loro malgrado, i dipendenti della sede di Marghera di Investcloud Italy, con l’avvio di una procedura di licenziamento collettivo che coinvolge l’intero organico aziendale composto da ventinove impiegati, sette quadri e un dirigente. Tutti colletti bianchi che, a quanto pare, saranno sostituiti dall’intelligenza artificiale.</p>
<p>Secondo quanto emerge dai media, infatti, la società avrebbe deciso di chiudere gli uffici in Italia perché il modello sviluppato nel tempo «fortemente distribuito in diversi Paesi […] e basato su soluzioni adattate a livello locale, non risulta più compatibile con l’obiettivo di realizzare una piattaforma tecnologica integrata centrata su soluzioni basate sull’intelligenza artificiale». Queste sarebbero, in sintesi, le ragioni le ragioni tecniche, organizzative o produttive addotte dall’impresa che rendono inevitabile l’uscita dal mercato italiano.</p>
<p>Nelle procedure di licenziamento collettivo la fase di consultazione sindacale assume un ruolo centrale: l’azienda è chiamata a confrontarsi con i rappresentanti dei lavoratori sulla possibilità di evitare o ridurre i licenziamenti, oppure di attenuarne le conseguenze sociali mediante strumenti quali incentivi all’esodo, ricollocazioni o percorsi di riqualificazione professionale. In uno scenario dove si prospetta la cessazione di tutti i rapporti di lavoro a causa dell’innovazione tecnologica, i sindacati non hanno grandi leve da utilizzare nei confronti dell’azienda.</p>
<p>Il caso Investcloud si colloca in un contesto più ampio in cui i rapidi processi di automazione stanno già incidendo direttamente sull’occupazione. Il diritto del lavoro è chiamato a confrontarsi con nuove ristrutturazioni aziendali che non derivano necessariamente da crisi economiche, ma da scelte strategiche legate anche all’innovazione tecnologica.</p>
<p>Probabilmente è arrivato il momento di pensare a nuove forme di tutela in grado di proteggere i dipendenti che perderanno il posto di lavoro a causa dell’intelligenza artificiale. Meglio anticipare i problemi che rincorrerli.</p>
<p><em>*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni settimana. <a href="https://4bc4cd75.sibforms.com/serve/MUIEACHlAtd5qjjWQ5NmCRRyi7KCcCFgDeBHlg0C4Mm6VbQuuamx1-mGSXOd6jRlGD72FQihrF2-kKfXx1ekT2MgTmSKUZxLgS0VYaaf6lAT5Fl1DLjzrt--szscnEjv1zF9tOttGBbVTEiFM0Zi7TKoUvcxM3wazwBlkqxklh00GJ3huS1UL0tivNNbm-_BEtLOeBkvRYZ59OHl" target="_blank" rel="noopener">Qui per iscriversi</a></em></p>
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<title>Il Sì rafforza il giudice e il processo rispetto all’invadenza mediatica del Pm</title>
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Una riforma per avvicinare l’Italia al resto dell’Europa, visto che solo da noi l’accusa è così protagonista e il giustizialismo oscura le garanzie
L&#039;articolo Il Sì rafforza il giudice e il processo rispetto all’invadenza mediatica del Pm proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 23:01:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Sì, rafforza, giudice, processo, rispetto, all’invadenza, mediatica, del</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24233517-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24233517-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24233517-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24233517-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24233517-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24233517-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>In nessun Paese d’Europa c’è una così incombente presenza della giustizia nella scena mediatica come in Italia. Per alcune frange minoritarie dei magistrati – non certo la maggioranza di quelli che amministrano quotidianamente e in silenzio la giustizia – la funzione giudiziaria è intesa come una specie di vigilanza e contropotere in nome di generici valori costituzionali, quando non direttamente di valori etici sostenuti da un’interpretazione estensiva di norme generali e speciali.</p>
<p>Nessuno ci fa più tanto caso, ma ci siamo abituati a una presenza mediatica ed extra processuale di alcuni pubblici ministeri che sono anche scrittori e opinionisti nei talk show.</p>
<p>Al protagonismo mediatico si aggiungono le affollatissime conferenze stampa e interviste su arresti e indagini che radicano la fase delle ipotesi di reato rispetto al processo nella percezione dell’opinione pubblica.</p>
<p>Ciò, del resto, va incontro a una richiesta di giustizia intesa come un sentimento collettivo e di massa che esaspera una volontà punitiva di chi appare colpevole e ciò in nome di una giustizia immediata senza troppi approfondimenti.</p>
<p>Il giustizialismo e la gogna durano da tempo nella storia, ma vi si è opposto il garantismo della civiltà liberale, oggi piuttosto in ombra in Italia.</p>
<p>Da noi, negli ultimi anni, si è andata affermando la figura del pm che si pone come interprete esclusivo delle buone intenzioni e paladino della lotta ai fenomeni: prima il terrorismo, poi la corruzione e naturalmente la mafia. Anzi, sulla mafia il lavoro diventa autonomo rispetto a quello dello stesso giudice, che rimane, giustamente ai margini, sconosciuto alle cronache e del quale poco si sa e si deve sapere in tv.</p>
<p>Sono funzioni e lavori del tutto diversi. Accusare non è decidere e il processo non è uno spettacolo, ma spesso una tragedia per il singolo e per aziende, coinvolte spesso a ragione, ma talvolta anche sulla base di più ampie crociate per varie istanze di giustizia sociale, ecologia e solidarietà.</p>
<p>Il giudice si occupa invece del caso concreto e della responsabilità del singolo ed è del tutto solo e isolato rispetto al frastuono della grancassa mediatica e alle ben scelte spigolature sui giornali del pm che influenzano il pubblico e precedono la sentenza col giudizio mediatico.</p>
<p>Non c’è neanche bisogno di citare il caso Tortora, perché la gogna e le conferenze stampa continuano tranquillamente ed è grave che l’Anm si sia scelto come frontman della campagna proprio Nicola Gratteri, noto per centinaia di cittadini trascinati in carcere e poi, dopo anni, riconosciuti innocenti. Il sacrificio del diritto di questi ultimi poco conta rispetto alla bandiera “antimafia” nella quale Gratteri avvolge il proprio protagonismo con tanto di eroiche rubriche fisse in tv.</p>
<p>La riforma, con buona pace degli allarmi, rafforza il giudice e il processo e limita il giustizialismo della frangia, assolutamente minoritaria, di pm lottatori che spesso prevalgono nel Csm, grazie alla propria notorietà.</p>
<p>La gente e anche i giornalisti devono avvertire, una buona volta, che le interviste non sono il giudizio e che il pm non è il giudice. Quest’ultimo poi, non deve essere professionalmente valutato per la sua carriera, magari dopo una sentenza della mattina sfavorevole al pm, proprio da lui o dalla sua corrente, al pomeriggio nel consiglio giudiziario, per non parlare della valutazione nel Csm.</p>
<p>Per tale ragione, in linea del giusto processo di cui alla Costituzione vigente, si separa e deve essere ben chiaro che nei nuovi organi di valutazione professionale e disciplinare i magistrati, sono e rimarranno, un’ampia maggioranza. A proposito del Csm va ricordato che secondo la Costituzione, all’art. 105 esso l’organo deputato per «le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari dei magistrati». Il Csm, dunque, non è organo di rappresentanza elettoralistica, come ben si temeva nei lavori della Costituente, né terza Camera, bensì di Alta amministrazione. Il sorteggio, vera bestia nera delle correnti interessate al proprio potere, è una medicina per una patologia e depura i nuovi organi dalla degenerazione della lottizzazione sfrenata e ne porta al vertice quegli stessi magistrati normali che si occupano quotidianamente di giustizia e non più di professionisti ormai ben calibrati per nomine, spartizioni e scambio di indulgenze e spesso avvezzi a metodiche politiche.</p>
<p>Il sindacato dei magistrati si lamenta di non designare più i consiglieri negli organi di governo della magistratura, ma è ovvio che decidere delle carriere dei colleghi è più facile che risolvere un contenzioso societario o valutare un’ipotesi di concussione.</p>
<p>Separare dunque giudici e pubblici ministeri e ovviare al correntismo ha ben poco a che fare con rivoluzioni costituzionali – o peggio con scelte politiche di schieramento – e riguarda esattamente la civiltà giuridica serenamente radicata nelle altre democrazie europee, a parte Turchia e Bulgaria e qualche altra democratura.</p>
<p>Al proposito non si capisce proprio perché una tradizione riformista, sempre presente da Massimo D’Alema, Giuliano Vassalli, fino alle più recenti mozioni congressuali del Pd, debba essere mortificata da un interessato codismo rispetto al sindacato dei magistrati.</p>
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<title>Albert Einstein: “principe” della storia della Scienza</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 14 Marzo, ed in questo giorno, nel 1879, ad Ulma, in Germania, nasceva Albert Einstein, considerato uno dei più famosi e prestigiosi fisici della storia della Scienza. Attivo anche come filosofo fu uno dei più importanti studiosi e pensatori del XX° Secolo. Padre della teoria della relatività, nel 1921 ricevette il Premio […] ]]></description>
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 22:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>L’eccellenza ravennate alla Biennale di Milano: Alessandra Maltoni selezionata dal Prof. Salvo Nugnes</title>
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<description><![CDATA[ Ad accompagnare la scrittrice e poetessa nella metropoli lombarda sarà il tenore Cristian Caselli per il progetto multidisciplinare &quot;Prospettive&quot;. ]]></description>
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 22:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Una testimonianza sulla sanità lombarda e sul San Gerardo di Monza</title>
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<description><![CDATA[ Dopo molte critiche al sistema sanitario lombardo, una testimonianza personale racconta un’esperienza diversa: durante una vacanza a Palermo, i medici consigliarono un ricovero immediato in Lombardia per un grave problema di salute.
Al San Gerardo di Monza un percorso clinico complesso, tra intervento chirurgico e ricadute, si è concluso positivamente grazie alla professionalità e all’umanità di medici e infermieri.
Un ringraziamento pubblico al personale sanitario e alla struttura, esempio di quella eccellenza della sanità lombarda riconosciuta anche fuori regione. ]]></description>
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 22:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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Al San Gerardo di Monza un percorso clinico complesso, tra intervento chirurgico e ricadute, si è concluso positivamente grazie alla professionalità e all’umanità di medici e infermieri.
Un ringraziamento pubblico al personale sanitario e alla struttura, esempio di quella eccellenza della sanità lombarda riconosciuta anche fuori regione.]]> </content:encoded>
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<title>Bollette: in Molise spesi 2.092 euro a famiglia nel 2025</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo decreto energia dovrebbe alleggerire le bollette 2026, ma quanto hanno pagato lo scorso anno le famiglie molisane per luce e gas? Secondo l’analisi* di Facile.it, in Molise, la spesa media 2025 per i clienti domestici con fornitura nel mercato libero a tariffa indicizzata è stata pari a 2.092 euro. Nello specifico, nel 2025, […] ]]></description>
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 22:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Bari sceglie la Protezione Civile digitale: adottate nuove componenti della piattaforma TEGIS</title>
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<description><![CDATA[ Il Comune attiva il canale TEGIS 24 per l’informazione e l’allertamento della popolazione e l’App TEGIS per il supporto nella gestione delle calamità ]]></description>
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 22:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Tribunale di Pavia: l’indennità di turno va riconosciuta anche durante le ferie. Nuova vittoria FIALS</title>
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<description><![CDATA[ Il Tribunale di Pavia riconosce che la quota di stipendio legata al lavoro su turni deve essere pagata anche durante le ferie. Una decisione che rafforza un orientamento giurisprudenziale già affermato e che tutela concretamente gli operatori sanitari. Per la FIALS si tratta di un principio di giustizia retributiva verso una professione spesso sottoposta a forte pressione e non sempre adeguatamente valorizzata. ]]></description>
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 22:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Gentile-Roberto-w-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Il Tribunale di Pavia riconosce che la quota di stipendio legata al lavoro su turni deve essere pagata anche durante le ferie. Una decisione che rafforza un orientamento giurisprudenziale già affermato e che tutela concretamente gli operatori sanitari. Per la FIALS si tratta di un principio di giustizia retributiva verso una professione spesso sottoposta a forte pressione e non sempre adeguatamente valorizzata.]]> </content:encoded>
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<title>Apertura nuove aziende e visti a Dubai: G1 Service invita gli imprenditori a guardare avanti nonostante la tensione internazionale</title>
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<description><![CDATA[ Il consiglio agli imprenditori è di mantenere una visione di lungo periodo e non lasciarsi condizionare da una narrativa emergenziale ]]></description>
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 22:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/G1-Services-Dubai-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Il consiglio agli imprenditori è di mantenere una visione di lungo periodo e non lasciarsi condizionare da una narrativa emergenziale]]> </content:encoded>
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<title>Bollette: in Puglia spesi 1.795 euro a famiglia nel 2025</title>
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<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 22:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Israele, e la politica vive di emergenze</title>
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Non l’ennesima crisi, ma la possibilità che diventi un metodo, la forma stessa di governo: questo dovrebbe preoccupazione Washington, Bruxelles e le capitali arabe
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:07 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Israele, politica, vive, emergenze</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="834" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23770416-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23770416-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23770416-large-300x195.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23770416-large-1024x667.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23770416-large-768x500.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23770416-large-1200x782.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Israele sta combattendo contro l’Iran la guerra più ambiziosa della sua storia, mentre il governo di Benjamin Netanyahu è appeso a un voto sul bilancio che potrebbe far cadere la legislatura nel giro di poche settimane. È un paradosso politico raramente osservato nelle democrazie occidentali: uno Stato impegnato in un conflitto regionale ad alta intensità mentre il suo sistema politico rischia di entrare in campagna elettorale.</p>
<p>Il punto, però, non è soltanto la fragilità del governo Netanyahu. Il problema è più profondo e riguarda il funzionamento stesso del sistema politico israeliano negli ultimi anni. L’emergenza è diventata la principale forma di governo: guerre, crisi istituzionali e coalizioni precarie non sono più anomalie temporanee ma elementi ricorrenti di un equilibrio politico che riesce a sopravvivere proprio grazie alla gestione continua delle crisi. La guerra con l’Iran rappresenta il punto di massima tensione di questo modello.</p>
<p>La crisi che attraversa oggi Israele non è una semplice variazione dell’instabilità cronica. È qualcosa di più radicale: la saldatura fra un sistema istituzionale logorato, un ciclo di leadership che non riesce più né a rinnovarsi né a farsi da parte, e una guerra con l’Iran che spinge la politica estera sull’orlo di una trasformazione irreversibile. Da mesi il sistema politico israeliano vive in apnea attorno a una data che formalmente sembra un dettaglio tecnico: il 31 marzo. Se entro quella scadenza la Knesset non approverà la legge di bilancio per il 2026, la legislatura si chiuderà automaticamente e il Paese tornerà alle urne nel pieno di una guerra regionale.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Non sarebbe la prima volta che Israele vota in condizioni straordinarie. Sarebbe però la prima volta che lo fa mentre è impegnato in uno scontro diretto con l’Iran. Il governo Netanyahu ha già dovuto rinviare il voto a causa dello scontro con i partiti haredi sulla coscrizione obbligatoria. Una disputa apparentemente tecnica che in realtà tocca il cuore del contratto sociale israeliano: chi paga il prezzo umano della democrazia in guerra? Gli ultraortodossi rivendicano un’esenzione strutturale dalla leva. I partiti laici rifiutano un sistema in cui alcuni cittadini combattono mentre altri pregano. L’establishment della difesa chiede più uomini per sostenere un conflitto che potrebbe durare mesi. In questo triangolo impossibile, Netanyahu tiene insieme la coalizione rimandando ogni scelta strutturale e guadagnando tempo con la guerra. La guerra diventa così lo strumento di sospensione della politica interna. Non una cospirazione, ma un incentivo strutturale.</p>
<p>La campagna congiunta con Donald Trump contro l’Iran è il vertice di questa strategia del rinvio: l’operazione militare diventa la cornice dentro cui congelare il dibattito interno, sospendere lo scontro sulla riforma giudiziaria, rimandare la resa dei conti sul rapporto tra religione, esercito e democrazia. Ma la sospensione funziona solo finché la guerra appare breve, contenuta, controllabile. Oggi siamo ben oltre il lessico del <i>surgical strike</i>: bombardamenti sistematici su Teheran e sulle principali infrastrutture civili e militari iraniane, la leadership iraniana decapitata con l’uccisione di Ali Khamenei e un’escalation che ha già investito il Libano, il Golfo, le vie marittime energetiche. È il manuale del <i>mission creep</i> applicato al Medio Oriente del 2026.</p>
<p>Qui la relazione con Washington diventa il vero barometro della crisi israeliana. Per gli Stati Uniti, l’obiettivo appare sempre più limitato: degradare le capacità missilistiche e navali iraniane, allontanare la soglia nucleare, ristabilire la deterrenza regionale senza impegnarsi in una guerra di cambio di regime. Per Netanyahu, e per una parte consistente del suo blocco, la finestra aperta dalla morte di Khamenei è un’occasione unica per spingere il sistema iraniano verso il collasso, magari innescando un’onda lunga di sollevazioni interne. Lo si intuisce dai messaggi diretti al popolo iraniano, dall’insistenza sulla necessità di liberare l’Iran, dalla narrativa che presenta la campagna non solo come un’operazione difensiva, ma come l’atto fondativo di un nuovo ordine regionale.</p>
<p>A questo punto la crisi interna israeliana diventa un fattore strategico anche per gli alleati occidentali. Un premier indebolito, sotto processo e appeso a un voto sul bilancio, ha un incentivo potente: spostare l’asticella sempre un po’ più avanti. Creare fatti compiuti sul terreno. E confidare che la realtà della guerra trascini con sé anche le reticenze di Washington. Ma l’alleato americano non è disposto a pagare qualsiasi prezzo per la sopravvivenza politica di Netanyahu. Se la guerra dovesse protrarsi oltre le quattro o cinque settimane ventilate da Trump, se le perdite e le ritorsioni dovessero crescere, se la campagna cominciasse a somigliare al pantano iracheno che Obama ereditò e non seppe chiudere, l’asse personale tra i due leader rischierebbe di trasformarsi in un’accusa reciproca di aver trascinato l’altro troppo lontano.</p>
<p>Il teatro regionale nel frattempo si sta riordinando. In Libano la risposta di Hezbollah riapre stabilmente il fronte settentrionale con raffiche di lanci missilistici. A Gaza la questione del day after è stata semplicemente congelata. La priorità assoluta è l’Iran, con il risultato di radicalizzare ulteriormente la percezione di Israele nel mondo arabo. In Iran, infine, lo scenario più pericoloso resta quello meno discusso: il collasso incompleto. Un regime indebolito ma non sostituito, apparati di sicurezza frammentati, centri di potere locali in competizione. Una transizione caotica può rivelarsi più destabilizzante di una dittatura consolidata, soprattutto se nessuno dispone di leve politiche per orientarne l’esito.</p>
<p>Tutto questo ricade su un sistema politico israeliano che non ha ancora risolto la sua questione di fondo: quale relazione vuole stabilire tra democrazia, sicurezza e potere esecutivo. Il ciclo Netanyahu ha costruito la propria legittimità sull’idea che solo una leadership forte, libera dai vincoli eccessivi di magistratura, media e opposizione, potesse garantire la sopravvivenza di Israele in un ambiente ostile. Ma la sequenza degli ultimi anni suggerisce l’opposto: l’uso sistematico dell’emergenza come strumento politico ha indebolito sia le istituzioni sia la capacità di pianificazione strategica. Più lo Stato è in guerra, più la politica diventa una gestione di brevi orizzonti, di sondaggi quotidiani, di micro-equilibri di coalizione; meno spazio resta per definire una rotta stabile.</p>
<p>Se il bilancio non passerà e Israele si ritroverà di nuovo in campagna elettorale, la tentazione sarà quella di leggere il voto come un referendum su Netanyahu, sulla guerra, sul rapporto con Trump. Ma una lettura puramente personale rischia di mancare il punto. Il cuore della crisi non è solo chi siede a Balfour Street, è il modello di governance che si è consolidato: un Paese che si abitua a essere governato attraverso eccezioni, deroghe, operazioni speciali, con il Parlamento ridotto a luogo di ratifica e la società mobilitata a ondate, a seconda del nemico del momento.</p>
<p>Per l’Occidente, la vera domanda su Israele non è se resterà un alleato – la risposta è sì – ma che tipo di alleato diventerà. Un Paese che, sotto questa leadership, accetta come fisiologico governare soltanto nell’emergenza è un partner meno prevedibile, meno controllabile, meno capace di contribuire a un ordine comune e più propenso a imporre il proprio calendario di crisi. È questo, più ancora delle dispute quotidiane su Gaza o sulle risoluzioni Onu, che dovrebbe preoccupare Washington, Bruxelles e le capitali arabe: non l’ennesima crisi di governo, ma la possibilità che la crisi diventi la forma stessa di governo.</p>
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<title>La Cina è fragile e l’Europa ha una finestra, che sta però per chiudersi</title>
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Un nuovo studio dello European Union for Security Studies smonta il mito della potenza inarrestabile di Pechino, e chiede a Bruxelles di smettere di fare diplomazia difensiva. «Il costo dell’inazione», si legge, «è probabilmente più alto di quello dell’azione»
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:07 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24224578-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24224578-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24224578-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24224578-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24224578-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24224578-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Per anni la narrativa dominante nelle cancellerie europee è stata questa: la Cina cresce, avanza, è inarrestabile. La politica europea verso Pechino si è costruita di conseguenza intorno a una postura difensiva — de-risking, riduzione delle dipendenze, dialogo come fine in sé. Un <a href="https://www.iss.europa.eu/sites/default/files/2026-03/CP_188.pdf">nuovo rapporto</a> dello European Union Institute for Security Studies (EUISS), firmato dall’economista Alicia Garcia-Herrero (Bruegel) e dall’analista Tim Rühlig, sfida questo paradigma con una tesi scomoda nella sua semplicità: la Cina non è in posizione di forza. È in posizione di vulnerabilità. E l’Europa, se vuole usare la leva che ancora ha, deve farlo adesso.</p>
<p>Il prodotto interno lordo cinese è cresciuto ufficialmente del 5% nel 2025. Gli autori la considerano una cifra sovrastimata: analisti indipendenti collocano la crescita reale già nell’intervallo 1-2,4%. Le proiezioni del centro studi indicano un ulteriore rallentamento dopo il 2035, quando si esaurirà il processo di urbanizzazione. Dietro i numeri ci sono quattro vulnerabilità strutturali difficilmente reversibili: declino demografico, consumi interni cronicamente deboli, debito pubblico vicino al 100% del prodotto interno lordo, barriere tecnologiche imposte dagli Stati Uniti. La disoccupazione giovanile reale, secondo un funzionario cinese intervistato dagli autori, potrebbe superare il 50%.</p>
<p>Di fronte a queste pressioni, il Partito risponde con centralizzazione del controllo e nazionalismo. La prima comprime ulteriormente l’efficienza economica. Il secondo – fatto di retorica sulla «grande rinascita», manovre militari intorno a Taiwan, coercizione economica sistematica – non rende la Cina più disponibile al compromesso. La rende più pericolosa. Una Cina vulnerabile ha ancora più bisogno di esportare le proprie sovraccapacità e ancora meno margine per fare concessioni.</p>
<p>Eppure la Cina dipende dall’Europa più di quanto l’analisi corrente riconosca. Dipende dal mercato unico come sbocco ad alto margine: dopo la chiusura americana del 2025, è l’Europa ad aver assorbito parte del surplus cinese. Il margine che il colosso automobilistico Byd realizza in Europa sulla sua Seal U è quasi dieci volte quello del mercato interno. Dipende dalla tecnologia europea: macchinari per semiconduttori, ricerca sul 6G, capacità scientifica. Dipendenze reali, ma in via di riduzione sistematica.</p>
<p>«La finestra non durerà», scrivono gli autori. Il rapporto si chiude con quattro proposte: costruire <i>chokepoint</i> tecnologici europei; diversificare le <i>supply chain</i> verso il Sud globale; riformare lo strumento anticoercizione invertendo la regola di voto in Consiglio; fare diplomazia con obiettivi concreti e misure unilaterali di riserva. «Il costo dell’inazione», concludono, «è probabilmente più alto di quello dell’azione».</p>
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<title>Il caso Jo Malone, e il capitalismo che compra i nomi come se fossero terreni edificabili</title>
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Assistiamo con stupore a una gara di assurdità: da una parte chi sostiene di aver comprato anche il diritto di dire come ti chiami, dall’altra chi non riesce a starsene in panciolle dopo essere stata coperta di soldi
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:07 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>caso, Malone, capitalismo, che, compra, nomi, come, fossero, terreni, edificabili</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bady-abbas-uzor8u2hyiw-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bady-abbas-uzor8u2hyiw-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bady-abbas-uzor8u2hyiw-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bady-abbas-uzor8u2hyiw-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bady-abbas-uzor8u2hyiw-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bady-abbas-uzor8u2hyiw-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>A chi appartiene il nostro nome? Ai Montecchi? Ai Capuleti? Ai nostri genitori? Alla pesca in cui <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/timothee-chalamet-leconomia-dellelemosina-e-larte-di-saper-cercare-la-polemica/" target="_blank" rel="noopener">Chalamet</a> infilava il bigolo in “Chiamami col tuo nome”? Al fruttivendolo che gliel’aveva venduta?</p>
<p>Qualche tempo fa Paolo Virzì <a href="https://www.instagram.com/p/DUliIdjCryo/" target="_blank" rel="noopener">ha scritto su Instagram</a> d’un signore che ha lo stesso nome di uno dei personaggi d’un suo film, epperciò è offeso. E il bello è che il signore non si chiama Giancarlo Iacovoni, cioè <a href="https://www.linkiesta.it/2024/04/premio-strega-libri-vendite-editori/" target="_blank" rel="noopener">il personaggio più offensivo</a> e più somigliante agli italiani di questo secolo che Virzì abbia mai scritto.</p>
<p>Apprendo <a href="https://www.ft.com/content/e98cd166-210a-4bef-8dc2-983bab2b2b30" target="_blank" rel="noopener">dal Financial Times</a> che Estée Lauder è proprietaria del nome d’una signora che si chiama Jo Malone. Non ne è proprietaria la signora Lauder, che è morta da ventidue anni, ma la sua azienda, che quando ero adolescente mi sembrava quella che faceva le creme per le donne adulte, mentre noi ragazze trovavamo ganzo usare Clinique. Non c’era l’internet, quindi avrei scoperto solo anni dopo che Clinique era di proprietà di Estée Lauder.</p>
<p>(Spero che Cristina Fogazzi non legga mai questo articolo sennò viene a prendermi a calci, ma tra le molte teorie del complotto cui credo c’è che esista una unica gigantesca fabbrica che produce una unica crema che viene inscatolata con marchi e nomi diversi. Le creme sono tutte uguali, come la pizza. È inutile che mi insultiate, mi insultano già i miei amici tutti i giorni).</p>
<p>Di Estée Lauder hanno sentito parlare anche gli uomini (intesi come: quelle creature che si lavano la faccia col detersivo per i piatti) perché Ronald, che ha ereditato da mammà l’impero e come tutte le seconde generazioni di ricchi ha troppo tempo libero, sarebbe quello che – durante il mandato presidenziale del 2016 – suggerì a Trump di comprarsi la Groenlandia.</p>
<p>Insomma, nel 1999 Jo Malone cede il suo nome a Estée Lauder. Io neanche sapevo che Jo Malone fosse una persona, un po’ come da adolescente non sapevo che fosse una persona Estée Lauder. Invece sono tutte tizie che esistono davvero, verrà fuori che lo zio di Luciano De Crescenzo che chiedeva lo sconto alla commessa della Rinascente dicendo «io sono anche amico della signora Rinascente», verrà fuori che pure lui non era un mitomane, e che esisteva davvero una signora Rinascente.</p>
<p>Comunque, Jo Malone, spiega il Financial Times, cede i diritti sul suo nome a Estée Lauder nel 1999, resta al suo posto di direttore creativo fino al 2006, e poi ha una clausola di non concorrenza per cinque anni, trascorsi i quali fonda un nuovo marchio, Jo Loves.</p>
<p>Ogni tanto ne parliamo, con amici di settori nei quali arriva qualche gigante che ti compra: tu prenderesti un sacco di soldi per non fare mai più niente? Io guardo sempre come marziani quelli che dicono di no, che dicono che si annoierebbero, che mi dicono che anch’io poi mica riuscirei a star ferma. Ma in che senso?</p>
<p>Secondo loro se domani arriva uno con soldi da buttare, tipo quello che ha dato a Khaby Lame 975 milioni di dollari per i diritti sulla sua immagine, uno che mi dice ti copro d’oro e tu non devi mai più farti venire un’idea ma, tra una nuotata nel deposito di dobloni e l’altra, mi fai mettere il tuo nome su dei libri sgrammaticati che in quanto sgrammaticati stravendono, secondo loro io dico «eh no ma poi io come faccio senza esprimermi»?</p>
<p>I miei amici sono pazzi. A parte che lavorare, come tutte le attività umane, è una questione di forza d’inerzia: più lavori e più sei in grado di lavorare, meno fai e più la tua capacità di lavorare si atrofizza. Io, se non scrivessi tutti i giorni, non saprei mica scrivere. Ogni settimana mi dico che la domenica, quando non ho scadenze fisse, mi metterò in pari con questo e quell’arretrato di roba da scrivere, e poi ogni domenica succede la stessa cosa: che, non avendo scadenze immediate, non scrivo una riga.</p>
<p>Quindi la seconda domanda è: ma Jo Malone, che vende il nome a Estée Lauder quand’è un’implume trentacinquenne, perché a quarantott’anni, appena scade la clausola di non concorrenza, si mette a fare Jo Loves? Perché non se ne sta a Barbados a farsi portare dei cocktail sotto l’ombrellone? Perché non fa la vita che farei io al posto suo?</p>
<p>Ronald Lauder – che tutti i giornali americani chiamano «ambasciatore» perché durante il secondo mandato Reagan fu ambasciatore in Austria per un anno: tipo i direttori di giornale italiani che sono «direttore» a vita – le ha fatto causa perché l’anno scorso Joanne ha messo in vendita dei profumi in collaborazione con Zara, profumi sulle confezioni dei quali c’è scritto «fatti da Jo Malone, cavaliere dell’impero britannico e fondatrice di Jo Loves». Dicono gli avvocati dell’ambasciatore che è violazione di proprietà intellettuale.</p>
<p>Quindi, se ho capito bene, se fai l’ambasciatore per un po’ sei ambasciatore a vita, ma se i tuoi genitori ti danno un nome poi con quel nome ti ci puoi chiamare solo finché qualcuno non ti copre di dobloni per chiamare i suoi prodotti col tuo nome.</p>
<p>Certo è una bella gara di assurdità, tra chi pretende tu non dica che ti chiami come ti chiami perché il tuo diritto a dire che ti chiami come ti chiami ce lo siamo comprato comprando il tuo marchio, e chi non riesce a starsene in panciolle dopo essere stata coperta di soldi abbastanza da starsene in panciolle a vita (ma non avete film da vedere? romanzi da leggere? hobby da provare?).</p>
<p>È una bella gara tra Ron, che l’anno scorso <a href="https://nypost.com/2025/02/04/opinion/im-a-greenland-investor-these-3-paths-can-make-it-americas-next-frontier/" target="_blank" rel="noopener">ha firmato per il New York Post</a> l’articolo più scritto dall’intelligenza artificiale che abbia mai letto (a chi appartengono gli articoli firmati da un miliardario che ha ereditato troppo per affaticarsi a scrivere qualcosa di più di «ChatGpt, elencami quattro punti per cui la Groenlandia è una figata»? Al miliardario che firma l’articolo o a quello che possiede ChatGPT?); e Joanne che <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/italiani-dubai-sal-da-vinci-cazzullo-sanremo/" target="_blank" rel="noopener">vive a Dubai</a> e quindi immagino morirà di noia e infatti i profumi di Zara li ha fatti l’anno scorso: se avesse pazientato fino a quest’anno, avrebbe potuto fare la influencer sotto i missili.</p>
<p>L’articolo che l’ambasciatore si era fatto scrivere dal cervellone elettronico elencava quattro ragioni per accaparrarsi la Groenlandia (lui e ChatGPT usavano il verbo «grab», lo stesso con cui Trump diceva di prendere le donne per la passera: è certamente una coincidenza).</p>
<p>Non erano dissimili – «splendide spiagge (un giorno)»,«chill vibe», che non saprei come tradurre ma non ce n’è bisogno perché ormai tutti i vostri figli dicono «sto nel chill», analfabeti quanto l’erede d’un impero miliardario – dalle cose che, tre anni fa, Joanne scriveva di Dubai.</p>
<p>«Dubai è una città molto sensoriale». Ma anche «bramavo creatività in forme diverse». Non so, Jo: Ron dice che l’idea di Trump sulla Groenlandia «non è mai stata assurda – era strategica». Secondo me potete trovare un punto d’incontro sulle avversative col trattino, la creatività in forme diverse, l’avere più soldi di quelli che vi servono. Parlatevi: secondo me siete anime gemelle.</p>
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<title>Il pasticcio della Biennale, e la scelta politica di non invitare i dissidenti russi</title>
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<description><![CDATA[ 
Dare una vetrina agli artisti di regime è un errore imperdonabile, non giustificabile sul piano etico e morale, tantomeno evocando il diritto. Altra cosa sarebbe aprire uno spazio espositivo per gli oppositori di Putin, ma non sembra nelle intenzioni dei vertici della mostra
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:07 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19185701-large-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19185701-large-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19185701-large-1-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19185701-large-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19185701-large-1-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19185701-large-1-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Dichiariamolo subito, senza ambiguità. Sono filo-ucraino senza se e senza ma. L’aggressione russa all’Ucraina è una violazione del diritto internazionale, della sovranità di uno Stato e dei principi fondamentali su cui si regge l’ordine europeo. Su questo non esistono sfumature possibili. Proprio per questo, la questione della presenza russa alla Biennale di Venezia merita di essere affrontata con lucidità e senza riflessi ideologici.</span></p>
<p><span>La Biennale non è un vertice diplomatico. Non è una conferenza intergovernativa. Non è un luogo di legittimazione degli Stati. È, per definizione, uno spazio di libertà artistica e di confronto culturale globale. </span><span>Confondere il piano politico con quello culturale rischia di produrre un errore grave: trasformare l’arte in un campo di sanzioni simboliche che finiscono per colpire non il potere, ma proprio quelle voci che al potere si oppongono.</span></p>
<p><span>Mi trovo ideologicamente distante dalle note posizioni politiche del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, che stimo e che considero tuttavia tra le scelte più felici che un governo potesse fare per quel ruolo. </span><span>Comprendo le ragioni politiche del contesto internazionale e le legittime reazioni degli Stati contrari alla presenza della Russia. Ma ritengo che il compito di un’istituzione culturale come la Biennale di Venezia sia esattamente l’opposto: aprire spazi, non chiuderli; costruire ponti, non barricate.</span></p>
<p><span>Ed è proprio qui che si colloca il punto centrale. Invitare alla Biennale artisti russi legati o funzionali al potere di Mosca sarebbe non solo inopportuno, ma profondamente sbagliato: difficilmente giustificabile sul piano etico e culturale in un momento come questo. Ma escludere indistintamente ogni artista russo significherebbe fare un favore alla narrazione del Cremlino: quella secondo cui l’Occidente combatte la cultura russa e non l’imperialismo del regime.</span></p>
<p><span>La risposta culturale più forte potrebbe essere esattamente l’opposto. La Biennale potrebbe scegliere di aprire uno spazio specifico dedicato agli artisti russi dissidenti, un luogo di libertà all’interno della manifestazione, capace di dare visibilità a quegli artisti che si oppongono apertamente alla guerra, al regime e alla repressione. </span><span>Sarebbe un gesto culturalmente molto più potente di qualsiasi esclusione. Perché dare voce agli artisti del dissenso significa sostenere la parte migliore della società russa, quella che paga spesso prezzi altissimi in termini di censura, persecuzione, esilio e isolamento.</span></p>
<p><span>In questo modo la Biennale compirebbe un’operazione culturalmente e politicamente limpida. Non si tratterebbe di «aprire alla Russia». Si tratterebbe di aprire ai russi che resistono al regime. Occorre infatti distinguere tra Stato e società civile, tra potere politico e libertà creativa. La storia dell’arte europea offre esempi che non dovremmo dimenticare. Succederà? Improbabile.</span></p>
<p><span>Durante la Guerra fredda le istituzioni culturali occidentali non hanno mai escluso gli artisti sovietici in quanto tali. Al contrario, spesso hanno dato spazio proprio a quelle figure che mettevano in discussione il potere politico del loro Paese.</span></p>
<p><span>L’arte non è un’estensione della politica estera. È uno dei pochi luoghi in cui la società civile globale può ancora parlare. Se davvero vogliamo sostenere l’Ucraina – e io lo voglio senza esitazioni – la risposta non può essere il silenzio culturale. La risposta deve essere più libertà, più dissenso, più spazio per le voci che sfidano i regimi. </span><span>Invitare gli artisti russi dissidenti alla Biennale non sarebbe una concessione. Sarebbe una scelta di principio. E sarebbe perfettamente coerente con la funzione storica dell’arte: mettere in crisi il potere.</span></p>
<p><span>A tutto questo si aggiunge un elemento che nel dibattito pubblico viene spesso trascurato: il profilo giuridico della questione. </span><span>Il Padiglione della Russia ai Giardini della Biennale di Venezia non è uno spazio semplicemente assegnato di volta in volta dall’istituzione veneziana. È uno degli edifici storici del sistema dei padiglioni nazionali permanenti, costruiti nel corso del Novecento direttamente dagli Stati partecipanti.</span></p>
<p><span>Il padiglione russo, progettato nel 1914 dall’architetto Alexey Shchusev, appartiene a questo sistema consolidato. Come accade per Germania, Francia, Stati Uniti o Regno Unito, si tratta di edifici realizzati e storicamente gestiti dagli stessi Paesi che li utilizzano per la propria rappresentanza culturale.</span></p>
<p><span>Questo significa che la questione non è soltanto politica, ma anche giuridica e patrimoniale. La Biennale non può semplicemente revocare o riassegnare un padiglione nazionale come se fosse uno spazio espositivo qualsiasi. </span><span>Intervenire su quel sistema significherebbe toccare rapporti istituzionali consolidati da oltre un secolo e aprire questioni delicate relative ai diritti d’uso e alla natura stessa dei padiglioni nazionali. </span></p>
<p><span>Ignorare questo dato significa semplificare una realtà molto più complessa. Ed è proprio per questo che la soluzione culturalmente più intelligente non è chiudere, ma aprire spazi nuovi. </span><span>Perché la cultura, quando è davvero libera, non serve a proteggere i governi. Serve a mettere in crisi il potere. È sempre stato così, da quando l’uomo ha iniziato a creare.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/biennale-venezia-artisti-russi-dissidenti-guerra-ucraina/">Il pasticcio della Biennale, e la scelta politica di non invitare i dissidenti russi</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Cos’è il Borough Market, il cuore gastronomico di Londra dove Kate ha fatto il cappuccino</title>
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La principessa Catherine ha preparato un cappuccino nello storico mercato di Londra. Non una scena folkloristica ma una visita per sostenere Change Please, il progetto che forma come baristi persone senza casa. Un gesto simbolico dentro uno dei luoghi gastronomici più influenti d’Europa
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/visit-us-larger.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/visit-us-larger.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/visit-us-larger-300x169.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/visit-us-larger-1024x576.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/visit-us-larger-768x432.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/visit-us-larger-1200x675.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Il cappuccino preparato dalla principessa Catherine a <a href="https://boroughmarket.org.uk/" target="_blank" rel="noopener">Borough Market</a> ha fatto rapidamente il giro dei social. Durante la visita ufficiale nel celebre mercato londinese, la principessa con la sua innata eleganza ha provato a lavorare dietro al banco di </span><span class="s2">Change Please</span><span class="s1">, un’impresa sociale che forma come baristi persone che stanno affrontando l’esperienza della vita senza casa.<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il progetto nasce con un’idea semplice: offrire una formazione professionale concreta nel mondo del caffè e accompagnare le persone verso una nuova autonomia. I partecipanti ricevono formazione come baristi, un salario dignitoso e un supporto più ampio che include assistenza per l’alloggio, accesso a un conto bancario, supporto psicologico e opportunità di lavoro stabile.<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La visita reale ha anche un significato politico e sociale. Change Please è infatti collegato al programma </span><span class="s2">Homewards</span><span class="s1">, l’iniziativa lanciata dal principe William per affrontare il problema dei senzatetto nel Regno Unito attraverso progetti locali e collaborazioni tra enti pubblici, imprese e organizzazioni sociali.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
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<p class="p1"><span class="s1">Il contesto in cui tutto questo avviene è Borough Market, uno dei luoghi più simbolici della cultura gastronomica londinese. Situato accanto al London Bridge, il mercato affonda le sue radici nel Medioevo. Le prime attività commerciali nell’area risalgono almeno all’XI secolo, quando contadini e mercanti vendevano merci lungo la strada che conduceva al ponte, uno dei principali accessi alla città. </span><span class="s1">Per secoli ha funzionato soprattutto come grande mercato all’ingrosso di frutta e verdura, fondamentale per rifornire negozi e ristoranti della capitale. La trasformazione più recente è iniziata negli anni Novanta, quando il mercato ha progressivamente cambiato identità diventando un punto di riferimento per il cibo artigianale, i piccoli produttori e lo street food di qualità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Oggi il mercato ospita oltre cento venditori tra botteghe, produttori e cucine di strada. È uno dei luoghi in cui si osserva meglio la trasformazione contemporanea dei mercati urbani europei: da infrastrutture di distribuzione alimentare a spazi pubblici dove il cibo diventa cultura, turismo e racconto urbano.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel mercato oggi si trovano anche specialità molto specifiche che lo hanno reso famoso tra cuochi e appassionati. Tra i banchi più noti c’è </span><span class="s2">Kappacasein</span><span class="s1">, dove viene servita la raclette: una forma di formaggio fuso raschiata direttamente sul piatto e accompagnata da patate e cetriolini. </span><span class="s1">Altri stand propongono preparazioni più insolite per un mercato tradizionale britannico: si possono trovare </span><span class="s2">sandwich di anatra confit</span><span class="s1">, preparati con carne cotta lentamente nel suo grasso e servita in pane caldo con rucola e senape. </span><span class="s1">Accanto ai piatti salati ci sono dolci diventati quasi iconici, come i </span><span class="s2">doughnut ripieni della bakery Bread Ahead</span><span class="s1">, famosi per farciture come crema, miele caramellato o marmellate artigianali. </span><span class="s1">Il mercato offre anche prodotti più rari da comprare e portare via, come </span><span class="s2">ostriche fresche, formaggi britannici di piccoli caseifici, pasta fresca tirata a mano e spezie provenienti da diverse cucine del mondo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questo scenario il cappuccino reale assume un significato diverso da quello di una semplice scena curiosa. Dentro Borough Market il cibo è anche uno strumento sociale. Un banco del caffè può diventare un punto di partenza per rimettere in piedi una vita.</span></p>
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<title>Il campo largo resta ostaggio della tattica subdola di Conte (e della debolezza di Schlein)</title>
<link>https://www.eventi.news/il-campo-largo-resta-ostaggio-della-tattica-subdola-di-conte-e-della-debolezza-di-schlein</link>
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<description><![CDATA[ 
Il capo Cinquestelle ha fatto saltare il tavolo sulla guerra proposto dal governo Meloni per evitare di rafforzare la segretaria del Pd, mostrando così i veri rapporti di forza dentro l&#039;opposizione
L&#039;articolo Il campo largo resta ostaggio della tattica subdola di Conte (e della debolezza di Schlein) proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>campo, largo, resta, ostaggio, della, tattica, subdola, Conte, della, debolezza, Schlein</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roth-melinda-qd7kqjuqrxa-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roth-melinda-qd7kqjuqrxa-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roth-melinda-qd7kqjuqrxa-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roth-melinda-qd7kqjuqrxa-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roth-melinda-qd7kqjuqrxa-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/roth-melinda-qd7kqjuqrxa-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Persino tra i parlamentari del Partito democratico c’è chi ha capito che a dare le carte non è Elly Schlein. È Giuseppe Conte. Dicono alcuni a mezza bocca che è abile a fare il gioco d’interdizione, a scattare in avanti, a bloccare tutto ciò che non gli garba. Che a poker è il migliore. E siccome la sfida nel campo largo è un’interminabile partita a poker, lui è il più bravo.</p>
<p>Mercoledì aveva segato le gambe del tavolo proposto all’improvviso da Giorgia Meloni. Tavolo rimesso in piedi ieri dalla stessa Presidente del Consiglio. Una qualche forma di consultazione ci sarà. L’avvocato deve abbozzare. Ma la storia va raccontata, perché è una metafora di come il capo del M5s cerchi puntualmente di ostacolare il dialogo tra la premier e Elly Schlein, la sua avversaria diretta nella gara per la candidatura a premier del cosiddetto campo largo.</p>
<p>La penosa sceneggiata di mercoledì in Parlamento, cioè la storia del tavolo governo-opposizioni sulla guerra, è stata la fotografia del primato dell’avvocato del populismo sul cosiddetto campo largo. Egemonia è una parola troppo seria, meglio parlare di astuzia. Può darsi che Meloni abbia lanciato l’idea del tavolo non protesa a un superiore spirito nazionale, ma proprio per seminare zizzania tra le opposizioni, e se è così c’è riuscita.</p>
<p>Dopo la proposta della premier c’è stato un cauto interesse nel Pd e un apprezzamento dei centristi, espresso in aula da Matteo Renzi ma anche da Carlo Calenda, non a caso ieri i più contenti delle telefonate di Meloni a tutti i leader delle opposizioni.</p>
<p>Mercoledì in Senato si stava creando un clima diverso, con protagonisti i centristi, i riformisti dem (che al Senato pesano di più che alla Camera), Pierferdinando Casini, Più Europa. Schlein, ovviamente, aveva colto il messaggio della presidente del Consiglio e, pur con tutto lo scetticismo del caso, aveva intravisto la possibilità di essere lei la principale destinataria della proposta del tavolo.</p>
<p>A quel punto l’avvocato di sé stesso, più che del popolo, ha preso letteralmente il cappotto e si è diretto al Senato – lui è deputato – dove è piombato per parlare con i giornalisti e stroncare il disegno. E il tavolo è subito finito in falegnameria. Come poteva sopportare l’uomo di Volturara Appula anche solo l’ipotesi di un rapporto diretto tra la presidente del Consiglio e la leader del Pd? Come avrebbe potuto impedire a Schlein di pronunciare la dichiarazione ufficiale all’uscita da Palazzo Chigi?</p>
<p>Così, nel pomeriggio, l’aria è totalmente cambiata. Dicono che Elly Schlein si sia molto, ma molto irritata con Conte, con il quale da qualche tempo non va per niente d’accordo. Meloni, come al solito frenetica, ha fatto i suoi numeri polemici; Schlein ha replicato con la metafora della clava, e tutto pareva andato a ramengo.</p>
<p>A sorpresa, ieri la questione è stata riaperta dalla premier che ha chiamato Schlein e gli altri segretari, assicurandoli che li terrà informati. Un punticino per Schlein, Renzi e Calenda. La zizzania resta: Conte dovrà inventarsene un’altra per sabotare quella che due giorni fa ha definito una «passerella».</p>
<p>La triste vicenda racconta di un duello permanente e generale tra la leader del Pd e il capo del Movimento 5 stelle. Che non nasce certo oggi, ma che è destinato a incarognirsi man mano che si avvicina il momento della verità, cioè quello della scelta del candidato premier. Il fatto di non aver ancora sciolto questo nodo dà la misura dell’irresponsabilità dei dirigenti del campo largo.</p>
<p>In una situazione mondiale di assoluta emergenza, con tutti i pericoli di una guerra nella quale l’Italia non è entrata, ma è di fatto coinvolta, la destra è unita e le opposizioni divise come non mai. Per fortuna a Erbil non è accaduto nulla di gravissimo, ma se un domani non andasse così, chi, a nome del campo largo, chi parlerà con la premier, con le autorità militari, con il Quirinale: Conte o Schlein?</p>
<p>Perché la previsione è che, alla fine, la partita sarà tra loro due. Forse è il caso di decidere. Altrimenti si darebbe persino ragione al leghista Claudio Borghi che, con la solita brutalità, ha detto in aula: «Il campo largo è una truffa».</p>
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<title>Quando Paul Bocuse cadde per una carpa prima di diventare Meilleur Ouvrier de France</title>
<link>https://www.eventi.news/quando-paul-bocuse-cadde-per-una-carpa-prima-di-diventare-meilleur-ouvrier-de-france</link>
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Nel centenario della nascita di uno degli chef più celebri nella storia della gastronomia, Slow Food Editore ha pubblicato la traduzione italiana del romanzo-biografia di Gautier Battistella. In questo estratto riviviamo un passaggio nodale della sua carriera, il fallimento e poi la conquista del prestigioso titolo di MoF
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10911080-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10911080-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10911080-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10911080-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10911080-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/10911080-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>A volte, Paul fallisce.</p>
<p>Dal suo ingresso in cucina insieme al padre, Monsieur Paul avrà mancato un solo servizio, quello della mattina del 1958 in cui si reca a Parigi per partecipare al concorso per il titolo di <em>Meilleur Ouvrier de France</em>, poco tempo dopo l’attribuzione della stella. Si presenta accompagnato da Raymonde e Jean Troisgros. Il fascino e la nascente fama non basteranno. Forse stanchi della sua “faccia da vincitore”, gli dèi della cucina lo congedano senza troppi complimenti. Signore, gli dicono, la sua carpa alla Chambord è «rosa vicino alla lisca», è squalificato. Aneddoto curioso. Bocuse aveva anticipato di vent’anni la “cottura a puntino”.</p>
<p>La carpa alla Chambord è un mostro di complessità. Un’invenzione di Vincent La Chapelle, cuoco di Madame de Pompadour e autore di “<em>Le Cuisinier Moderne</em>”, pubblicato nel 1735 e considerato il testo di riferimento di Carême ed Escoffier. Una volta farcita di pesce, disseminata di tartufi, brasata al vino rosso e bardata di lardo, la nostra carpa viene accompagnata da un contorno che comporta rigorosamente: quenelle di pesce, funghi, tartufi, lattumi (frutti di mare) e gamberi di fiume, eventualmente arricchito da animelle di vitello, creste e rognoni. Ah sì, e anche da crostini fritti. L’aggiunta finale di un burro di acciughe passa come una nota moderna; è in realtà un richiamo alla cucina medievale, dove l’acciuga o la spezia servivano a ravvivare il carattere un po’ scialbo del pesce d’acqua dolce.</p>
<p>Ottenere il titolo di Mof vuol dire dare del tu agli dèi, raggiungere l’Olimpo, Point, Carême o Escoffier. Assicurarsi un posto nella storia. «Dobbiamo fare della nostra associazione una grande famiglia e considerarci tra noi come fratelli, nati dallo stesso padre Lavoro e dalla stessa madre Francia». Nel 1929 René Petit, falegname ebanista, fonda la <em>Société des Meilleurs Ouvriers de France</em>, sul modello dei <em>Compagnons du Tour de France</em>. Sulla medaglia, il compasso e la squadra dei massoni. La stella Michelin ricompensa un locale e un lavoro collettivo; il Mof è una medaglia personale. Il più alto grado dell’aristocrazia culinaria.</p>
<p>Per tre anni Bocuse si allena come uno sportivo di alto livello dal suo amico Jean Troisgros. Sogna sfoglie, croste e mousse, e si presenta di nuovo nel novembre 1961, «nudo e disarmato»: i candidati e le loro valigie vengono perquisiti per accertarsi che non nascondano qualche spezia o fondo di salsa. In programma, per sei coperti: turbante di filetti di sogliola su mousse di merlano e salsa ai gamberetti, faraona in salmì, mele soffiate al Calvados. Quell’anno vengono eletti quattro vincitori, tra cui Paul. Quando appaiono i giornalisti, resta solo lui. Paul Bocuse viene nominato <em>Meilleur Ouvrier de France</em> il 17 novembre 1961, in occasione dell’unico concorso cui abbia mai partecipato. L’indomani, si ritrova sulla prima pagina della rivista “<em>La Vie des Métiers</em>”(sottotitolo: «La vita è una lotta, il mestiere è un’arma»); Bocuse, che ama rifinire la sua memoria, sostiene che la rivista fosse “<em>France Soir</em>”.</p>
<p>I Mof trovano in Paul un ambasciatore zelante, presto un maestro. Perché non c’è nulla che Paul sfiori senza volersene appropriare. Nel marzo 1962 una seconda stella cade nelle marmitte del giovane cuoco. La Guida Michelin precisa: «Gabinetti in fondo al cortile». A breve avrà 40 anni, eppure c’è ancora una cosa che non possiede: l’uso del proprio cognome.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bocuse-ultimo-imperatore-di-gautier-battistella-cope.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-607432" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bocuse-ultimo-imperatore-di-gautier-battistella-cope-667x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="983" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bocuse-ultimo-imperatore-di-gautier-battistella-cope-667x1024.jpg 667w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bocuse-ultimo-imperatore-di-gautier-battistella-cope-195x300.jpg 195w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bocuse-ultimo-imperatore-di-gautier-battistella-cope-768x1179.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bocuse-ultimo-imperatore-di-gautier-battistella-cope-782x1200.jpg 782w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/bocuse-ultimo-imperatore-di-gautier-battistella-cope.jpg 834w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a></p>
<p><a href="https://www.slowfoodeditore.it/it/assaggi/bocuse-l-ultimo-imperatore-1157.html" target="_blank" rel="noopener">“Bocuse. L’ultimo Imperatore” di Gautier Battistella, traduzione di Manuela Serra, Slow Food Editore, 352 pagine, euro 19,90</a></p>
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<title>Perché abbiamo partecipato al Parabere Forum e dovremmo farlo ogni anno</title>
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Siamo andati due giorni a Barcellona per assistere a uno dei più significativi congressi sulla ristorazione a livello mondiale e vi raccontiamo che cosa ci siamo portati a casa
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>In una sua intervista di qualche anno fa si legge: «Il primo passo è stata la rete. Hanno capito che non erano sole. È stato molto importante: non si può immaginare la quantità di progetti, amicizie e collaborazioni scaturiti da quel primo Parabere».</p>
<p>Un evento di due giorni, che ogni anno si svolge in una città diversa del mondo, e che a ogni edizione riesce a raccogliere circa trecento donne (e qualche presenza maschile) da tutti e cinque i continenti. Come redazione eravamo già stati alla tappa romana del 2024 e questa volta, nel salone dell’Università di Barcellona, abbiamo avuto alcune piacevoli conferme. Il network costruito intorno a questo evento è senza ombra di dubbio il tesoro più grande per ogni presente.</p>
<p>Una rosa internazionale di cuoche, scienziate, ingegneri, ricercatrici, bartender, contadine, antropologhe, giornaliste, imprenditrici, produttrici ed esperte di vino, agronome, unite per condividere una sete di conoscenza e informazioni, ma soprattuto scambiarsi esperienze e farsi reciprocamente forza. Non c’è giudizio, non c’è vincitore, non c’è superiorità, ma c’è apertura e predisposizione al confronto. Non è un caso se le persone ogni hanno pagano trecento euro di biglietto e si muovono a proprie spese dall’Australia, dal Canada, dal Sud America, dall’India e da molte altre nazioni per venire e ascoltarsi. Per esserci.</p>
<p>Ogni edizione si sviluppa intorno a un tema, consegnato in custodia a ogni relatore perché possa essere oggetto di approfondimento, messa in discussione, ricerca e ovviamente condiviso con la platea. Quest’anno si è parlato di <em>Roots and Roads</em>. Pur trattandosi di un forum dedicato alla gastronomia, la maggioranza dei protagonisti non sono chef ma sono professionisti legati al cibo sotto punti di vista e modelli formativi diversi. Insolito no? Non il solito grande chef, non i soliti noti, ma la dote più grande di Maria è quella di andare a trovare relatori più di nicchia, persone che con costanza e coerenza si battono per ideali precisi, valori chiari e in qualche modo riconducibili al grande universo della gastronomia.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-607483 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-3049-1024x768.jpeg?x17776" alt="" width="640" height="480" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-3049-1024x768.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-3049-300x225.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-3049-768x576.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-3049-1200x900.jpeg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/img-3049.jpeg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></p>
<p>Qualche esempio? A inaugurare le danze è stato il grande Charles Spence, psicologo britannico e autore del famoso (e geniale) testo “Gastrofisica – La scienza del mangiare”. Joan Roca – uno dei tre fratelli Roca fondatori de <a href="https://www.linkiesta.it/2025/04/tenete-a-bada-laspettativa/" target="_blank" rel="noopener">El Celler de Can Roca</a> – ha dialogato con Maria Canabal sul presente della ristorazione, da un punto di vista imprenditoriale, di gender gap e di crescita del personale. Dan Saladino, giornalista e ricercatore, ha impostato il suo intervento in una chiave decisamente più scientifica e botanica. Per la prima volta anche il mondo bar inizia a essere considerato parte di questo stesso sistema e se ciò sta progressivamente riuscendo – almeno in questo contesto – è grazie all’aiuto dell’imprenditrice e bartender Monica Berg. Sostenitrice del progetto da tempo immemore e figura in qualche modo sempre presente tra i moderatori e i panelist, La Berg quest’anno ha portato sul palco un’altra grandissima firma della miscelazione internazionale, Alex Kratena, insieme a due imprenditrici indipendenti.</p>
<p>Mentre nella maggior parte dei congressi e dei convegni sembra che il grande nome sia l’unica arma cui appigliarsi per avere una sala piena, il Parabere Forum attira di per sé stesso. Ogni anno il programma vive interventi più deboli così come lecture di livello, ma le persone si barrano la data sul calendario a prescindere. Questa forza, che si è tradotta negli anni in un database di oltre ottomila addetti ai lavori e professionisti, è qualcosa di difficilmente ripetibile.</p>
<p>Il sostegno al progetto da parte di brand e aziende è minimo, e il lavoro per creare un palinsesto così variegato e di valore è la componente intangibile su cui molte organizzazioni vacillano, arrivati a un certo punto. Complimenti, dunque, a Maria Canabal per tenere alto il profilo, la visione e l’intento, facendo focus sui contenuti e meno sull’apparenza.</p>
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<title>Il caso Biennale e la differenza tra essere liberali ed essere fessi</title>
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Ospitare il padiglione del regime putiniano sta alla difesa della libertà di espressione come una caricatura sta a un ritratto, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22116860-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22116860-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22116860-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22116860-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22116860-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22116860-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Vedremo come andrà a finire lo scandalo sollevato in tutto il mondo dall’annunciato ritorno della Russia alla Biennale di Venezia. Ne avevo già <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/litalia-fa-un-altro-mezzo-passo-verso-lappeasement-con-putin/" target="_blank" rel="noopener">scritto qui</a>, notando come la scelta si inserisse in una lunga serie di attente e molto graduali correzioni di rotta sulla questione della guerra in Ucraina e dei conseguenti rapporti con la Russia da parte del governo italiano. E come la reazione dell’esecutivo apparisse quanto meno tardiva, e probabilmente più dettata dall’enfasi con cui Pietrangelo Buttafuoco aveva maldestramente presentato la scelta in un’intervista a Repubblica che dal merito della decisione. In ogni caso, fino a ieri le dichiarazioni del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, sembravano semplicemente voler mettere agli atti la contrarietà del governo, distinguere le responsabilità e andare avanti, forse nella speranza che tanto bastasse a chiudere il caso. Evidentemente non è bastato, e così si è arrivati alla richiesta di dimissioni, da parte del ministro, della rappresentante del ministero nel cda della Biennale, Tamara Gregoretti, che peraltro ha rifiutato di presentarle. Se non ci fosse di mezzo una tragedia ci sarebbe da ridere, ma non è questo l’aspetto della vicenda che considero più significativo.</p>
<p>L’aspetto che personalmente trovo più incredibile e inquietante è proprio il dibattito che ne è scaturito, o meglio il fatto che se ne discuta, come se fosse una cosa seria, come se ci fosse davvero qualcosa di cui discutere. Al riguardo, mi pare che la sintesi più efficace sia quella trovata da Christian Rocca <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/biennale-russia-polemiche-arte/" target="_blank" rel="noopener">su Linkiesta</a>, e cioè che «una cosa è essere liberali, un’altra è essere fessi». Fessi, aggiungo io, proprio in senso tecnico, in quanto cioè incapaci di capire che ospitare il padiglione del regime putiniano, organizzato e gestito da persone scelte dal regime, per esporre le opere degli artisti di regime, sta alla difesa della libertà di espressione dell’arte e delle idee come una caricatura sta a un ritratto: è una presa in giro, un’offesa, un oltraggio a quegli stessi valori che si dice di voler difendere, non foss’altro perché gli artisti russi che davvero hanno esercitato la loro libertà di espressione sono in esilio, in carcere o al cimitero. Se dunque i nostri opinionisti liberali volessero davvero difendere la libertà di espressione, dovrebbero essere i più indignati alla notizia che la Biennale intenda riaprire le porte proprio a chi quella libertà conculca ogni giorno, e chiedere semmai al direttore, Pietrangelo Buttafuoco, di invitare gli artisti russi dissidenti, non certo gli uomini del regime e i loro lacchè.</p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Trump ha rimosso alcune sanzioni sul petrolio russo</title>
<link>https://www.eventi.news/trump-ha-rimosso-alcune-sanzioni-sul-petrolio-russo</link>
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Gli Stati Uniti consentiranno fino ad aprile la vendita di circa centotrenta milioni di barili di greggio russo già caricati sulle petroliere. La decisione punta a stabilizzare i mercati energetici dopo la guerra con l’Iran, ma rischia di indebolire il sistema di sanzioni contro Mosca
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23729028-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23729028-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23729028-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23729028-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23729028-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23729028-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>L’amministrazione di Donald Trump ha deciso di allentare temporaneamente alcune sanzioni sul petrolio russo. La misura riguarda il greggio già caricato sulle petroliere e attualmente in mare e consentirà la vendita e la consegna fino all’11 aprile. La decisione è stata annunciata dal segretario al Tesoro Scott Bessent e rappresenta una significativa deroga al regime di sanzioni imposto dagli Stati Uniti e dai Paesi del G7 dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Secondo i dati citati <a href="https://www.nytimes.com/2026/03/12/us/politics/trump-russia-oil-sanctions.html" target="_blank" rel="noopener">dal New York Times</a>, circa centotrenta milioni di barili di petrolio russo si trovano attualmente in transito sulle navi cisterna e potranno essere consegnati ai compratori.</p>
<p>L’obiettivo della Casa Bianca è cercare di raffreddare i mercati energetici, destabilizzati dall’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz. Attraverso questo passaggio marittimo transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale e la sua chiusura ha provocato un forte aumento dei prezzi dell’energia.</p>
<p><a href="https://www.ft.com/content/d213e507-905e-440b-987e-66bfc1acdffe" target="_blank" rel="noopener">Come spiega il Financial Times</a>, l’amministrazione Trump sta cercando strumenti rapidi per stabilizzare il mercato globale del petrolio dopo che il Brent è tornato sopra la soglia dei 100 dollari al barile, livelli che non si vedevano da anni. L’impennata dei prezzi ha già generato effetti significativi: secondo il quotidiano finanziario, la Russia starebbe incassando fino a centocinquanta milioni di dollari al giorno di entrate aggiuntive grazie al rialzo del greggio.</p>
<p>Il segretario al Tesoro Bessent ha però insistito sul fatto che si tratta di una misura limitata e temporanea. In un messaggio pubblicato sui social ha definito la decisione «una misura mirata e di breve periodo» che dovrebbe aumentare l’offerta globale senza fornire «benefici finanziari significativi» al governo russo, dal momento che gran parte delle entrate energetiche di Mosca deriva dalle tasse applicate alla produzione e non alle esportazioni.</p>
<p><a href="https://www.lemonde.fr/en/international/article/2026/03/11/pete-hegseth-the-embodiment-of-trump-s-war-in-iran_6751345_4.html" target="_blank" rel="noopener">Secondo Le Monde</a>, la decisione rappresenta comunque un allentamento momentaneo della pressione economica su Mosca, proprio mentre la guerra in Medio Oriente sta sconvolgendo i mercati energetici e il sistema dei trasporti globali. Washington aveva già concesso nei giorni scorsi una deroga simile per consentire alle raffinerie indiane di acquistare petrolio russo che era rimasto bloccato in mare.</p>
<p>La scelta ha suscitato critiche negli Stati Uniti. Alcuni esponenti democratici al Senato hanno accusato l’amministrazione Trump di aver indebolito uno degli strumenti principali di pressione economica contro il Cremlino proprio mentre la guerra in Ucraina continua. Edward Fishman, esperto di sanzioni e analista del Council on Foreign Relations, ha detto al New York Times che la decisione rischia di «annullare in un colpo solo una grande parte della pressione economica esercitata sulla Russia».</p>
<p>La Casa Bianca sostiene invece che la priorità immediata sia evitare uno shock energetico globale. Come ha spiegato il segretario all’Energia Chris Wright, citato da diversi media statunitensi, l’amministrazione sta cercando «soluzioni pragmatiche» per superare alcune settimane di possibile scarsità energetica.</p>
<p>La misura arriva mentre i mercati restano estremamente nervosi. <a href="https://www.economist.com/the-world-in-brief" target="_blank" rel="noopener">Come osserva l’Economist</a>, il rialzo del prezzo del petrolio ha già scosso i mercati finanziari asiatici e alimentato il timore di una nuova crisi energetica globale. Per Donald Trump, inoltre, il costo politico dell’aumento dei carburanti potrebbe diventare significativo: gli elettori americani sono tradizionalmente molto sensibili al prezzo della benzina, che negli Stati Uniti è tornato ai livelli più alti dal 2024.</p>
<p>In questo contesto, l’allentamento delle sanzioni sul petrolio russo appare come una decisione di emergenza dettata più dalla necessità di stabilizzare i mercati energetici che da un cambiamento strategico nella politica americana verso Mosca. Resta però l’incognita su quanto a lungo la misura resterà davvero temporanea. Alcuni analisti temono infatti che, se la guerra e la crisi energetica dovessero prolungarsi, la deroga potrebbe essere estesa e trasformarsi di fatto in un indebolimento duraturo del regime di sanzioni contro la Russia.</p>
<p>Peraltro mercoledì scorso alcuni funzionari russi hanno segnalato un cambiamento nelle richieste di Mosca riguardo all’Ucraina, con il Cremlino che ha suggerito che le sue proposte di Istanbul del 2022 non sono più valide. Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo, ha detto che «l’intera realtà è cambiata», segnalando che la Russia potrebbe avanzare nuove richieste nei colloqui di pace. Queste dichiarazioni sono state riprese da altri funzionari russi, tra cui Grigory Karasin, il quale ha detto che le proposte di Istanbul sono ora «irrilevanti» e che il rifiuto dell’Ucraina di negoziare le rende invalide. Le proposte di Istanbul del 2022 includevano la richiesta che l’Ucraina mantenesse la neutralità, limitasse le proprie capacità militari e si astenesse dal ricevere assistenza militare dagli alleati della Nato. Quest’ultimo cambiamento nella retorica russa suggerisce una potenziale escalation delle sue richieste e un irrigidimento della sua posizione nei negoziati futuri.</p>
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<title>La storica strategia russa, tra antisemitismo, propaganda e guerra cognitiva</title>
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Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<title>L’Iran mette in dubbio la sua partecipazione alla Biennale di Venezia</title>
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«Alla luce degli ultimi fatti la presenza non è ancora confermata»: così risponde l’Istituto culturale a Roma sentito da Linkiesta. Il commissario è nominato, tutto il resto è ignoto. E nel sistema culturale di Teheran, dopo gli attacchi del 28 febbraio, è scattata la mobilitazione
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 16:00:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>A meno di due mesi dall’apertura della manifestazione, fissata per il 9 maggio, nell’<a href="https://www.labiennale.org/en/news/national-participations-and-collateral-events-biennale-arte-2026">elenco ufficiale</a> delle 99 partecipazioni nazionali, pubblicato mercoledì 4 marzo, compariva soltanto un’informazione sulla presenza (solo possibile, a questo punto) dell’Iran: il commissario è Aydin Mahdizadeh Tehrani, direttore generale delle Arti visive del ministero della Cultura e dell’orientamento islamico. Curatore, artista, tema e sede sono ancora ignoti.</p>
<p>Il vuoto colpisce per contrasto con quasi tutti gli altri padiglioni, già annunciati nei dettagli. Sappiamo, per esempio, che la Russia presenterà il suo progetto “The tree is rooted in the sky” ai Giardini e che la curatrice è Anastasiia Karneeva, classe 1982, esponente dell’élite russa, figlia del generale ex Kgb Nikolai Volobuev, oggi vicedirettore generale del colosso della difesa Rostec, e socia di Ekaterina Vinokourova, figlia dell’attuale ministro degli Esteri Sergey Lavrov.</p>
<p>Circostanze che hanno spinto, alla luce della guerra che da quattro anni Mosca muove contro l’Ucraina, la Commissione a minacciare il taglio dei finanziamenti e i ministri di 22 Paesi, tra cui l’Ucraina, a chiedere ai vertici della Biennale di riconsiderare la partecipazione della Russia. La vicenda è diventata politica, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli che ha ribadito pubblicamente la propria contrarietà alla scelta e la risposta del presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, che ha difeso con decisione l’autonomia dell’istituzione veneziana. In una lettera al <a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/03/13/news/dissenso-in-laguna-buttafuoco-ci-anticipa-due-notizie-sulla-biennale-8779401/">Foglio</a>, Buttafuoco ha annunciato che alla Biennale ci sarà uno spazio «dedicato ai dissidenti» («questo è già prossimo con ben due cantieri») – cosa ben diversa dai dissidenti ospitati dai loro Paesi. In un’intervista al <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/mollicone-padiglione-russo-puo-attendere-AI8kLBvB">Sole 24 Ore</a>, Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Cultura della Camera, ha auspicato un ripensamento, da parte degli organizzatori, sulla presenza dei padiglioni di Russia e Iran.</p>
<p>La Biennale non ha risposto alle richieste di informazioni di Linkiesta sulla presenza iraniana prima che questo articolo venisse pubblicato. Invece, l’Istituto culturale dell’Iran ha spiegato che la partecipazione «non è ancora confermata».</p>
<p>L’unica informazione disponibile riguarda Mahdizadeh Tehrani, un burocrate. Il suo percorso passa per l’industrial design all’Università d’Arte di Teheran, la pedagogia, l’economia creativa, la direzione del consiglio di supervisione sul giocattolo educativo. Quando era stato nominato, nella primavera del 2025, aveva promesso una discontinuità rispetto alle difficoltà del 2024: quell’anno cinque pittori scelti per allineamento ideologico avevano trasformato il padiglione in un comunicato stampa sulla Palestina, allestito in una sede periferica e ignorato dalla critica internazionale. Il nuovo programma prevedeva bandi pubblici, un consiglio di esperti indipendenti, separazione netta tra indirizzo politico del governo ed esecuzione artistica. Una piccola rivoluzione procedurale, almeno nelle intenzioni.</p>
<p>Poi il 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. In poche ore il ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico ha pubblicato un appello a tutti gli operatori culturali affinché lavorassero per «rafforzare il morale nazionale» e «neutralizzare la guerra psicologica contro il popolo indifeso». Il ministero del Patrimonio culturale, invece, ha invitato gli iraniani nel mondo a protestare contro la «distruzione del patrimonio di civiltà da parte dei regimi aggressori sionista e statunitense». Trecento artisti hanno firmato una dichiarazione che commemora l’ayatollah Ali Khamenei, morto negli attacchi, come «imam martire della rivoluzione». Il sistema delle arti visive iraniano è entrato in modalità mobilitazione, con una retorica unificata e una pressione istituzionale verso la produzione culturale come strumento di resistenza.</p>
<p>In questo quadro, l’incertezza sulla presenza iraniana  potrebbe indicare che sono ancora in corso discussioni interne aperta su cosa Teheran voglia dire a Venezia quest’anno. La tentazione di ripetere il 2024 – o di amplificarlo, con il lutto nazionale come tema – potrebbe essere forte. Ma il regime ha anche un interesse opposto: i padiglioni palesemente propagandistici vengono ignorati dal circuito critico internazionale, il che vanifica lo scopo diplomatico-culturale dell’intera operazione. Sono due obiettivi difficilmente compatibili. La Biennale apre il 9 maggio, e a Venezia si vede subito quale dei due ha prevalso.</p>
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<title>SERVATI sfida l’industria tradizionale: scarpe prodotte in 8 ore con la stampante 3D</title>
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<description><![CDATA[ Mezza giornata ore per trasformare un’idea in una sneaker su misura, modulare e disassemblabile. È la sfida lanciata da Servati, startup pugliese che unisce stampa 3D, intelligenza artificiale e manifattura artigianale italiana. Un modello produttivo ibrido, coperto da brevetto europeo, che riduce tempi e sprechi e apre alla circolarità: le scarpe si smontano, si riciclano, rinascono. Con trenta stampanti attive e un team in crescita, l’azienda accelera verso il retail fisico. Il CEO, Matteo di Paola: “Puntiamo a ridefinire il concetto di sneaker di lusso tra innovazione tecnologica e savoir-faire Made in Italy” ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 15:00:11 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Giovanni Ciarlariello è il nuovo CEO di Kirey: al via una nuova fase di crescita e innovazione</title>
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<description><![CDATA[ Data &amp; AI, Architetture Cloud, Cybersecurity e Sviluppo Software al centro del mandato del nuovo Amministratore Delegato del Gruppo, che prende il testimone da Vittorio Lusvarghi ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 15:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>DAL PRIMO CAFFÈ ALLO “SVAPO”: 5 gesti quotidiani per proteggere il sorriso di tutta la famiglia</title>
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<description><![CDATA[ Dall’idratazione alla gestione dello zucchero, sino all’attenzione per chi fuma o utilizza sigarette elettroniche: la prevenzione orale comincia ogni mattina ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 15:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Velocità in circuito: RIC Endurance, Bolza Corse si rafforza</title>
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<description><![CDATA[ Alla famiglia Masutti si aggiungeranno altri due equipaggi, composti rispettivamente da Marchesini, Barozzi, Nale e dai Nardini. ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 15:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Frontemare di Rimini – un weekend ricco di eventi dal 13 al 15 marzo 2026</title>
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<description><![CDATA[ Dal 13 al 15 marzo il locale Frontemare di Rimini ospiterà tre eventi serali che uniscono cena, musica dal vivo e dj set. ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 15:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Marvin Hagler: “The Marvelous”</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 13 Marzo, ed in questo giorno, nel 2021, a Bartlett, nel New Hampshire, U.S.A., moriva il grande pugile Marvin Hagler, il quale era nato nel 1954, a Newark, nel New Jersey, U.S.A., Soprannominato “The Marvelous”, disputò 67 incontri da professionista, vincendone 62 per K.O. e fu Campione del Mondo dei pesi Medi, […] ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 15:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Provincia di Bergamo: De Caro e i Seniores di Forza Italia sostengono la candidatura di Gianfranco Gafforelli</title>
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<description><![CDATA[ In vista delle elezioni provinciali di Bergamo, i Seniores di Forza Italia esprimono sostegno alla candidatura di Gianfranco Gafforelli, indicato dal centrodestra. Stefano De Caro sottolinea il valore dell’esperienza amministrativa del sindaco di Romano di Lombardia e richiama alcune priorità per il territorio della Bassa bergamasca: viabilità provinciale, trasporto pubblico locale e attenzione ai servizi sociali. ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 15:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Marzo celebra la libertà femminile: su Wyylde accesso gratuito e iniziative dedicate alle donne</title>
<link>https://www.eventi.news/marzo-celebra-la-liberta-femminile-su-wyylde-accesso-gratuito-e-iniziative-dedicate-alle-donne</link>
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<description><![CDATA[  Per l’occasione Wyylde ha selezionato cinque libri da leggere. Tra i titoli più caldi: “Il piacere è tutto mio” e “Giocando con il fuoco” ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 15:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/pexels-karola-g-6660863-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async"> Per l’occasione Wyylde ha selezionato cinque libri da leggere. Tra i titoli più caldi: “Il piacere è tutto mio” e “Giocando con il fuoco”]]> </content:encoded>
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<title>Nasce ZENTIS: nuova infrastruttura fintech per la banca digitale e la tokenizzazione degli asset nell’economia digitale</title>
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<description><![CDATA[ Milano, 12 marzo 2026 — Il progetto ZENTIS annuncia l’avvio dello sviluppo di una nuova infrastruttura tecnologica dedicata alla banca digitale e alla tokenizzazione di asset nell’economia digitale, con l’obiettivo di creare un ecosistema fintech innovativo progettato per supportare la prossima generazione di servizi finanziari digitali. ZENTIS nasce con la visione di sviluppare una piattaforma […] ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 15:00:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Nasce, ZENTIS:, nuova, infrastruttura, fintech, per, banca, digitale, tokenizzazione, degli, asset, nell’economia, digitale</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[Milano, 12 marzo 2026 — Il progetto ZENTIS annuncia l’avvio dello sviluppo di una nuova infrastruttura tecnologica dedicata alla banca digitale e alla tokenizzazione di asset nell’economia digitale, con l’obiettivo di creare un ecosistema fintech innovativo progettato per supportare la prossima generazione di servizi finanziari digitali. ZENTIS nasce con la visione di sviluppare una piattaforma […]]]> </content:encoded>
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<title>Iran: bollette in frenata (aumenti a 312 euro), non ancora il carburante</title>
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<description><![CDATA[ Con il calo del prezzo del gas registrato il 10 marzo, cambiano le previsioni sulle bollette italiane; secondo le stime di Facile.it, l’aggravio che gli italiani rischiano di dover sostenere nei prossimi 12 mesi per l’aumento del prezzo delle materie prime causato dal conflitto in Iran sarà di 235 euro per la bolletta del gas […] ]]></description>
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<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 15:00:08 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Iran:, bollette, frenata, aumenti, 312, euro, non, ancora, carburante</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Osservatorio-energia-c-Michele_lr-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Con il calo del prezzo del gas registrato il 10 marzo, cambiano le previsioni sulle bollette italiane; secondo le stime di Facile.it, l’aggravio che gli italiani rischiano di dover sostenere nei prossimi 12 mesi per l’aumento del prezzo delle materie prime causato dal conflitto in Iran sarà di 235 euro per la bolletta del gas […]]]> </content:encoded>
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<title>Le spie tedesche si aggiornano, in attesa della politica</title>
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<description><![CDATA[ 
Il nuovo capo del Bnd sta ristrutturando l’agenzia di spionaggio all’estero senza aspettare la legge che il governo sta preparando. Sullo sfondo: Trump che rende gli Usa meno affidabili, un’Europa che deve fare da sola e un Paese che deve convincersi che i servizi servono
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>spie, tedesche, aggiornano, attesa, della, politica</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23662309-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23662309-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23662309-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23662309-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23662309-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23662309-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Nell’atrio della sede centrale del Bundesnachrichtendienst (Bnd), a Berlino-Mitte, è appeso un quadro. Una superficie giallo ocra, quasi monocroma. Si chiama «Victor», il nome in codice di Leonid Kutergin, colonnello del KGB che nel 1970 si presentò spontaneamente al consolato tedesco di Salisburgo e per quindici anni consegnò al servizio tedesco i segreti di Mosca. Quando negli anni Ottanta rischiò di essere scoperto, fu evacuato e visse il resto della vita sotto falsa identità.</p>
<p>Martin Jäger, 61 anni, ex ambasciatore in Iraq e in Ucraina, presidente del Bnd da settembre 2025, conosce bene quel quadro. E sa cosa significa. Il messaggio che sta mandando – ai suoi 6.500 dipendenti, al governo, al parlamento, all’opinione pubblica – è che quell’epoca deve tornare. «Prenderemo rischi più alti, in modo mirato e sistematico», ha detto davanti al Bundestag. Non è retorica: Jäger ha già cominciato. Secondo quanto <a href="https://www.tagesschau.de/investigativ/ndr-wdr/bnd-umbau-menschliche-quellen-100.html">rivelato</a> da WDR, NDR e Süddeutsche Zeitung, il servizio è in piena ristrutturazione. I sei grandi reparti dell’agenzia scendono a cinque. Il reparto F, quello responsabile delle «capacità di intelligence» e dei contatti con le altre agenzie, tedesche e straniere, viene sciolto. Al suo posto nascono dei Mission Center sullo stile di quanto già avviene nell’americana Central Intelligence Agency (Cia) e nella francese Direction générale de la Sécurité extérieure (Dgse): sono organizzati per area geografica, con i centri nelle ambasciate tedesche chiamati a raccogliere informazioni in modo più diretto e aggressivo. I briefing interni passano da cadenza settimanale a quotidiana. E il Bnd inizia a comunicare con il pubblico sui social media: una novità quasi rivoluzionaria per un servizio che tradizionalmente non commenta nulla.</p>
<p>La cosa notevole è che tutto questo avviene prima che arrivi una nuova legge. Il governo di Friedrich Merz sta lavorando a una riforma normativa che potrebbe allargare i poteri del Bnd, ma Jäger non aspetta. Sta creando fatti compiuti. La ristrutturazione è già in corso.</p>
<p>Per capire perché, bisogna tornare a gennaio. L’8 gennaio 2026, Bild, il tabloid più letto di Germania, <a href="https://www.bild.de/politik/kampf-gegen-terror-darum-muss-sich-merz-vor-trump-fuerchten-68c3cc034845e275697a3423">pubblicava</a> un’esclusiva con i dati sull’autonomia informativa del Bnd nel campo del contrasto al terrorismo. I numeri erano impietosi: solo il 2 per cento degli avvisi di allerta terroristica ricevuti dal servizio tedesco viene prodotto autonomamente, attraverso spie tedesche, fonti umane e intercettazioni proprie. L’80 per cento arriva dai Five Eyes, ovvero l’alleanza anglofona tra Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda; e di questa quota il 90 per cento proviene direttamente da Langley. Il restante 14 arriva da Medio Oriente e Golfo; il 4 da Europa e Balcani.</p>
<p>Il giornale inquadrava la cosa come un’emergenza nazionale nell’era Trump: cosa succede se Washington decide di smettere di condividere le sue informazioni? La risposta implicita era che la Germania sarebbe cieca. Come esempio, il pezzo citava il caso del cosiddetto “bombarolo al ricino” di Colonia, un tunisino arrestato nel 2018 mentre preparava un ordigno con palline d’acciaio e ricina da far esplodere in mezzo alla folla: l’allarme era arrivato dalla Cia, non dal Bnd.</p>
<p>Letto insieme alla ristrutturazione, l’articolo di Bild assume una forma diversa. Non è solo un allarme: è il primo tempo di una sequenza. Dal problema (gennaio) alla soluzione (marzo). La struttura narrativa è quella classica della pressione istituzionale mediata dai giornali: si costruisce l’urgenza, poi si mostra che qualcuno sta già provvedendo.</p>
<p>Chi conosce dall’interno i meccanismi dei servizi di intelligence europei tende a leggere questa operazione su più livelli. Il primo è quello delle risorse: più autonomia informativa significa più budget. Ma il secondo livello, quello che a Jäger probabilmente interessa di più, è quello normativo. Il Bnd opera sotto vincoli che i suoi omologhi anglosassoni non conoscono. Non può usare strumenti di intelligenza artificiale per analizzare le intercettazioni se quei sistemi sono sviluppati all’estero – il rischio, formalmente, è che servizi stranieri possano origliare attraverso di essi. Deve eliminare immediatamente qualsiasi numero telefonico tedesco (prefisso +49) o indirizzo email con dominio .de che compaiano nelle sue attività di sorveglianza, anche se il soggetto si trova all’estero. Non può reclutare fonti nei modi creativi che i colleghi statunitensi e britannici usano abitualmente, come video di <i>recruitment</i> cifrati rivolti a funzionari russi e cinesi, moduli di contatto anonimi sul dark web.</p>
<p>Il risultato, negli anni, è stato una deriva verso la sorveglianza tecnica. Si è scommesso su hacking, intercettazione di telefonate e monitoraggio di internet come sostituti del vecchio mestiere: trovare un Kutergin, coltivarlo per anni, fargli rischiare la vita in cambio di informazioni che nessuna tecnologia può comprare. L’ex presidente del Bnd, Gerhard Schindler, ha ammesso che quella scommessa non ha pagato: una fonte umana ben posizionata in un apparato governativo straniero vale più di qualunque intercettazione.</p>
<p>Sullo sfondo c’è la politica. Merz ha vinto le elezioni di febbraio 2025 su un programma che includeva il rilancio della capacità difensiva tedesca. Ma si è trovato subito a fare i conti con un’America che sotto Donald Trump non sembra più un alleato troppo affidabile. La retorica sull’autonomia strategica europea, che per anni è stata materia da convegni, è diventata improvvisamente urgente. Il Bnd che mostra i suoi limiti, e poi annuncia che sta correndo ai ripari, è esattamente la storia che serve al governo per convincere i tedeschi – notoriamente scettici sulla spesa militare e sull’espansione dei poteri dei servizi segreti – che qualcosa deve cambiare.</p>
<p>Il contrasto al terrorismo è la cornice più digeribile. Meno divisiva del riarmo, meno astratta della deterrenza nucleare. Un tunisino con la ricina a Colonia è una storia concreta. La dipendenza da Langley è uno shock comprensibile. Jäger che vuole più poteri per proteggere i cittadini tedeschi suona ragionevole anche a chi diffida dei servizi segreti.</p>
<p>Che Jäger abbia ragione nel merito è un’altra questione. Il Bnd ha bisogno di modernizzarsi, i suoi vincoli normativi sono in alcuni casi anacronistici, e la dipendenza da Washington è un problema reale che Trump ha reso più visibile ma non ha creato. La domanda è chi controllerà il Bnd più aggressivo che Jäger vuole costruire, e con quali garanzie democratiche. Su questo, né Bild né Tagesschau hanno molto da dire.</p>
<p>Il quadro giallo ocra nell’atrio è moderno, quasi astratto. Ma il lavoro che rappresenta – trovare un Kutergin, convincerlo a tradire il suo Paese, tenerlo in vita abbastanza a lungo da fargli consegnare i segreti – non lo è per niente.</p>
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<title>Il vino diventa esperienza culturale</title>
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<description><![CDATA[ 
Dal racconto del vitigno alla costruzione di relazioni. La comunicazione enologica sta cambiando linguaggio e strumenti. Il progetto Affinamente mostra come il vino possa diventare un luogo di dialogo tra cultura, territori e persone
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>vino, diventa, esperienza, culturale</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="865" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-jacob-riesel-82256039-14904749.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-jacob-riesel-82256039-14904749.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-jacob-riesel-82256039-14904749-300x203.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-jacob-riesel-82256039-14904749-1024x692.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-jacob-riesel-82256039-14904749-768x519.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-jacob-riesel-82256039-14904749-1200x811.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Per anni la comunicazione del vino si è costruita attorno a pochi elementi ricorrenti: vitigno, territorio, tecnica. Un lessico necessario per spiegare il prodotto, meno efficace nel raccontarne il senso. </span><span class="s1">Oggi quel modello mostra i suoi limiti. I mercati sono più complessi, la competizione internazionale più serrata e il pubblico più attento ai valori che un brand rappresenta. Il vino resta un prodotto identitario, ma deve essere raccontato dentro un sistema più ampio fatto di relazioni, cultura e visione imprenditoriale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">«Per molto tempo la comunicazione del vino si è concentrata soprattutto sul prodotto. Vitigno, territorio, tecnica. Oggi questo non è più sufficiente» spiega Elena Lenardon, marketing manager e consulente strategica che da oltre vent’anni lavora tra wine, food e hospitality. «Il consumatore è cambiato. Cerca coerenza, valori, una visione. Il vino continua a essere identità, ma deve diventare anche esperienza».<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La trasformazione riguarda anche gli strumenti. La comunicazione non è più una somma di azioni isolate, ma un progetto che tiene insieme identità, contenuti, relazioni e presenza sui mercati.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">«Credo che oggi le aziende abbiano bisogno soprattutto di tre cose» continua Lenardon. «Chiarezza di identità, coerenza strategica e capacità di costruire relazioni di valore. Nel vino il network è fondamentale: giornalisti, buyer, ristoratori, stakeholder. Quando questi elementi lavorano insieme, la comunicazione smette di essere un costo e diventa una leva di crescita».<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questo scenario gli eventi stanno assumendo un ruolo sempre più centrale. Non come momenti celebrativi o promozionali, ma come dispositivi di relazione.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-606766" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/image00009-1024x682.jpeg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/image00009-1024x682.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/image00009-300x200.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/image00009-768x512.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/image00009-1200x800.jpeg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/image00009.jpeg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></p>
<p class="p1"><span class="s1">«Un evento non serve solo a presentare un vino. Deve creare un contesto in cui il brand prende forma attraverso l’esperienza» spiega Lenardon. «Quando un buyer o un giornalista vive direttamente l’azienda, ne comprende la filosofia. E questo facilita anche il percorso commerciale».<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Da questa visione nasce </span><a href="https://www.eventbrite.com/e/biglietti-stefania-andreoli-a-la-collina-dei-ciliegi-visita-degustazione-e-talk-1983267955844" target="_blank" rel="noopener"><span class="s2">Affinamente</span></a><span class="s1">, un format itinerante che porta conversazioni culturali dentro le cantine. Il vino diventa il punto di partenza per dialoghi con personalità del mondo culturale, mediatico e creativo. Degustazioni, incontri e momenti di ascolto costruiscono uno spazio in cui il racconto del territorio si intreccia con storie, idee e passioni.<span class="Apple-converted-space"> Prima tappa alla Collina dei ciliegi con la psicoterapeuta Stefania Andreoli, che porta il suo celebre appuntamento social del martedì in una veste esclusiva e dal vivo: una vera e propria “Domenica delle Parole”. Non una semplice conferenza, ma un momento di scambio diretto dove il pubblico diventa protagonista, facendo le domande alla dottoressa e interagendo con lei. A Seguire Pablo Trincia e La Pina, in un azzeccato mix di voci, sensibilità e temi. </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">«L’idea è semplice» racconta Lenardon. «Il vino è una chiave di accesso. Attraverso un calice si possono aprire conversazioni più ampie sul nostro tempo, sulle relazioni, sulla cultura».<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Gli appuntamenti sono pensati per un pubblico che cerca esperienze lente, non consumo veloce. La giornata si sviluppa tra dialoghi con gli ospiti, visita alla cantina e degustazione. Un ritmo volutamente misurato, che restituisce al vino il suo tempo naturale.</span><span class="s1"> Il vino così non è soltanto un prodotto agricolo o una bevanda ma diventa un dispositivo culturale che crea comunità. </span><span class="s1">E forse la nuova comunicazione del vino comincia proprio da qui: dal tornare a mettere al centro le persone, prima ancora delle bottiglie.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-606762" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/affinamente-orizzontale-generale-293-1024x688.jpg?x17776" alt="" width="640" height="430" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/affinamente-orizzontale-generale-293-1024x688.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/affinamente-orizzontale-generale-293-300x202.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/affinamente-orizzontale-generale-293-768x516.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/affinamente-orizzontale-generale-293-1200x807.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/affinamente-orizzontale-generale-293.jpg 1220w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></p>
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<title>La crisi in Medio Oriente può rafforzare l’asse tra Europa e monarchie del Golfo</title>
<link>https://www.eventi.news/la-crisi-in-medio-oriente-puo-rafforzare-lasse-tra-europa-e-monarchie-del-golfo</link>
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<description><![CDATA[ 
La presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato: «Gli attacchi iraniani accentuano la frattura nel mondo islamico. Più cooperazione strategica e difesa delle rotte energetiche»
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>crisi, Medio, Oriente, può, rafforzare, l’asse, tra, Europa, monarchie, del, Golfo</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20948012-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20948012-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20948012-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20948012-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20948012-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20948012-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><strong>Stefania Craxi, presidente della commissione Affari esteri e difesa del Senato, in che modo introdurre misure utili a contrastare il rialzo dei prezzi e la crisi energetica che potrebbe originare dalla guerra in corso in Medio Oriente?</strong><br>
È necessario intervenire su più livelli. Sul piano geopolitico, è essenziale lavorare per una rapida cessazione del conflitto e per la stabilizzazione dell’area, riducendo la minaccia iraniana e garantendo la sicurezza delle rotte energetiche internazionali. In questa prospettiva, l’Italia deve sostenere e valorizzare il ruolo delle missioni marittime Aspides e Atalanta, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/tre-fregate-italiane-in-mare-mentre-il-golfo-va-a-fuoco/">fondamentali</a> per proteggere le rotte commerciali e assicurare continuità alle catene di approvvigionamento, promuovendone un eventuale rafforzamento se richiesto dagli sviluppi sul terreno. Questo elemento chiama in causa il secondo piano, quello europeo, dove occorre una risposta coordinata, rafforzando gli acquisti congiunti e gli strumenti comuni di stabilizzazione dei mercati. Infine, sul piano interno, dobbiamo impedire ogni forma di speculazione – in particolare sui carburanti, già in forte e spesso ingiustificato aumento – e predisporre, cosa per cui si sta lavorando, un intervento che riguardi anche le accise per sostenere famiglie e imprese con interventi mirati per proteggere il potere d’acquisto e salvaguardare il sistema produttivo. Tra l’altro, ricordo che con il cosiddetto decreto bollette il governo era già intervenuto con un contributo aggiuntivo per i nuclei vulnerabili e con nuovi sconti in bolletta per il sistema produttivo. Si tratta, quindi, di rafforzare in questo momento di crisi le misure e implementarle ove possibile.</p>
<p><strong>La scelta deliberata dell’Iran di attaccare i Paesi arabi potrà contribuire a modificare l’approccio alla politica internazionale di quest’ultimi, a guerra conclusasi, con una più netta e meno ondivaga adesione al fronte geopolitico euro-atlantico?</strong><br>
La scelta iraniana di colpire obiettivi situati in Paesi arabi non modifica nella sostanza l’impianto delle relazioni internazionali di questi Stati, che già da tempo intrattengono un rapporto strutturato e sempre più intenso con il mondo euroatlantico. Con le loro peculiarità, molti di questi Paesi sono nostri partner affidabili, non solo sul piano energetico. Tuttavia, è evidente che questi attacchi, formalmente diretti contro basi americane, ma condotti su territori del Golfo, rendono ancora più visibile la principale linea di frattura del conflitto che caratterizza il mondo islamico, ossia quella tra il blocco sciita guidato da Teheran e l’insieme delle realtà sunnite della regione. Anche qui, il blocco di infrastrutture strategiche dei Paesi del Golfo, oggi al centro di attacchi da parte del regime teocratico iraniano, rappresenta una minaccia non solo contro l’Occidente, ma anche contro gli stessi Stati arabi moderati, toccati in prima persona nella loro sicurezza e nelle loro reti energetiche. È dunque verosimile che, a conflitto concluso, queste dinamiche possano rafforzare ulteriormente la convergenza strategica tra le monarchie del Golfo e il fronte euro‑atlantico, più che determinarne una svolta. Ci attende il consolidamento di una cooperazione già profonda con questi Paesi, sempre più indispensabile per garantire stabilità regionale e sicurezza globale.</p>
<p><strong>L’Iran potrebbe davvero utilizzare i missili a lunga gittata in propria dotazione per provare a colpire il territorio italiano? Siamo pronti militarmente e politicamente a contrastare un simile scenario?</strong><br>
L’Iran dispone effettivamente della tecnologia necessaria per impiegare missili a lunga gittata e questo elemento non può essere sottovalutato. L’attacco nasce anche da questo, dalla indisponibilità di Teheran, emersa nei colloqui nei giorni antecedenti all’attacco, di rinunciare a tale armamento. Resta tuttavia fondamentale confidare che a Teheran nessuno decida di intraprendere scelte così estreme da colpire il territorio italiano o europeo. Il recente episodio dei due missili intercettati nello spazio aereo turco dalle difese della Nato conferma la gravità della situazione, mostra con chiarezza la natura del regime degli ayatollah e anche la natura dichiaratamente difensiva della Nato e il senso di responsabilità, a dispetto delle tante vulgate di questi mesi, con cui l’Alleanza sta affrontando questa crisi. È importante ribadirlo perché la Nato, troppo spesso giudicata sulla base di narrazioni superficiali e ideologiche, rappresenta invece la principale, la più seria e credibile garanzia di sicurezza per l’Italia e per l’Europa. La nostra appartenenza all’Alleanza è quella che ci consente, per rispondere alla seconda parte della sua domanda, di essere pronti anche a scenari estremi. Se non ne facessimo parte, come qualche forza politica vaneggia anche in Italia, sarebbero guai, mi creda.</p>
<p><strong>In che modo l’Italia, con gli alleati, può difendersi dal riacutizzarsi del pericolo attentati e infiltrazioni terroristiche anche sul proprio territorio, in virtù del ruolo che l’Iran esercita globalmente in sostegno al fondamentalismo?</strong><br>
Massima vigilanza, cooperazione internazionale e fermezza nel contrasto a ogni forma di estremismo. È questa la ricetta. E, proprio in virtù di ciò, dobbiamo proseguire sulla strada tracciata, mantenendo il livello massimo di coordinamento con gli alleati e rafforzando tutti gli strumenti di prevenzione. È indispensabile consolidare la cooperazione di intelligence e militare con Nato e Unione europea, intensificare il monitoraggio delle reti di radicalizzazione sul territorio nazionale, rafforzare i controlli alle frontiere e difendere le infrastrutture critiche con protocolli aggiornati e capacità operative adeguate. La minaccia è complessa, anche perché non riguarda un’unica matrice, neanche se guardiamo al solo terrorismo islamico. È vero, l’Iran ha sostenuto e continua a sostenere reti fondamentaliste, ma è altrettanto vero che, negli anni, anche altre realtà legate al mondo sunnita hanno alimentato radicalizzazione e sostenuto cellule, in Europa e ancor più in Africa, con finanziamenti ingenti.</p>
<p><strong>Quanto la guerra ibrida condotta da regimi autocratici come Russia, Cina e lo stesso Iran impatta sugli equilibri e la sicurezza delle democrazie liberali? Come contrastarla?</strong><br>
Incide, e molto. E, purtroppo, è spesso sottovalutata, anche da chi meno te lo aspetti. È una minaccia continua, pericolosa perché spesso silente, perché combina numerosi fattori, tra cui disinformazione e strumenti di penetrazione sofisticati. È il terreno su cui i nostri avversari, gli avversari dell’Occidente, cercano di indebolire dall’interno i nostri sistemi aperti sfruttando le vulnerabilità tipiche delle società democratiche, tentando in questo modo di condizionare e orientare le scelte dei governi, chiamati giustamente al continuo confronto con il consenso popolare. Si tratta di un’offensiva continua, giornaliera, che combina cyber‑attacchi, pressioni economiche, campagne di disinformazione, ingerenze politiche e tentativi di manipolare il dibattito pubblico. L’obiettivo è sempre lo stesso: erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, frammentare il consenso, delegittimare la leadership democratica e ridurre la capacità di decisione.  Per contrastare tutto questo, serve una risposta di pari complessità. Difesa cibernetica avanzata, contrasto organizzato alle campagne di disinformazione, protezione delle filiere strategiche e rafforzamento dell’autonomia europea nel quadro euro‑atlantico sono i pilastri indispensabili della risposta che dobbiamo mettere in piedi. Ma voglio sottolineare un aspetto. La forza delle democrazie non risiede solo nella capacità di reagire agli attacchi, ma nella loro determinazione a restare aperte, solide e unite, senza cedere alla manipolazione di chi punta a dividerle. In un mondo in cui il conflitto è sempre più invisibile, la vigilanza e la compattezza diventano il primo strumento di sicurezza nazionale. E su questo dobbiamo attrezzarci sempre più e meglio, come Italia e come Europa.</p>
<p><strong>La Russia potrebbe sfruttare in proprio favore evoluzione ed esiti del conflitto in corso in Medio Oriente? Come evitare che ciò avvenga?<br>
</strong>La Russia può certamente trarre vantaggio dalla crisi mediorientale. Banalmente perché, quando l’attenzione internazionale si sposta verso un nuovo epicentro di instabilità, il fronte orientale rischia di passare in secondo piano, e questo offre a Mosca maggiori margini. C’è poi un aspetto ancora più concreto. Il rialzo dei prezzi di petrolio e gas mette nuove risorse nelle casse del Cremlino, nonostante la narrativa ufficiale voglia far credere che l’economia russa sia solida e resiliente. In realtà, le sanzioni continuano a pesare, limitano investimenti, tecnologia e capacità produttiva. E anche il rapporto con la Cina, presentato come un’alleanza senza crepe, è molto meno agevole di quanto sembri, anche perché Mosca dispone sempre meno di vere alternative e si trova spesso a dover accettare condizioni sbilanciate pur di mantenere aperti i flussi energetici e commerciali. Per questo serve mantenere alta l’attenzione sul fronte ucraino e impedire che l’instabilità energetica rafforzi chi la usa come arma.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><strong>La presidenza Trump rappresenta ufficialmente un fattore di destabilizzazione tale per gli alleati europei da rendere catalogabili gli Stati Uniti un rischio strategico, e non più un alleato solido ed affidabile, per gli europei?<br>
</strong><b></b>Assolutamente no. Gli Stati Uniti restano un alleato imprescindibile per l’Europa, indipendentemente da chi sia alla Casa Bianca. Certo, non condivido i toni che Trump utilizza, alcuni suoi stili e posizioni, ma non ho mai pensato, tanto più oggi, che l’America possa mai trasformarsi in un rischio strategico per noi. Dobbiamo prendere contezza che siamo di fronte a un’America diversa, non per effetto di un singolo Presidente, ma perché è cambiata la stessa geografia del mondo, con la competizione con la Cina e la centralità dell’Indo‑Pacifico che spingono Washington a guardare con più intensità ad altri quadranti. Questo richiede all’Europa maggiore maturità strategica. Trump, con modi spesso discutibili, ci mette di fronte a ritardi che non possiamo più ignorare, dalla difesa comune ai temi industriali. Anche la questione dei dazi nasce in un contesto globale in cui la capacità di essere autonomi conta sempre di più e muove dall’errore di aver fatto marcire nei cassetti un Trattato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti. È un rapporto che va ridefinito con grande equilibrio, ma che resta ineludibile, centrale e insostituibile per entrambe le sponde dell’Oceano atlantico.</p>
<p><strong>Il diritto internazionale, nella pratica più che negli auspici, potrà rappresentare ancora un punto cardine dell’approccio degli Stati alla politica estera. Oppure, la sua epoca è da considerarsi pur a malincuore terminata?</strong><br>
Il diritto internazionale non è venuto meno oggi. In realtà, non è più un vero punto cardine della politica estera americana già dagli inizi degli anni Novanta, quando si parlò esplicitamente di una fase unilaterale. Non è quindi una questione legata a un singolo presidente o a un colore politico, e non riguarda solo gli Stati Uniti. Dovremmo avere l’onestà di riconoscere che anche l’Europa, Italia compresa, non sempre ha agito nel solco più ortodosso del diritto internazionale. Vogliamo dimenticare gli attacchi alla Serbia di Slobodan Milošević o alla Libia di Muammar Gheddafi? E poi, in un quadro in cui chi è chiamato ad applicare queste regole (penso alle Nazioni Unite) è di fatto da tempo paralizzato, mi chiedo se rispetto ad alcune tragedie dovremmo restare inermi. L’attacco al regime teocratico è fuori dal diritto internazionale, ma la cancellazione di una intera generazione di giovani donne iraniane non lo è? E chi agisce? Serve serietà.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><strong>E quindi, che cosa fare?</strong><br>
Il punto è un altro, ed è molto più alto. Il sistema internazionale non è crollato perché è stato violato, ma perché non è più adeguato a governare i conflitti e le tensioni del nostro tempo. Parlare ancora di un diritto che tutti invocano e nessuno rispetta serve a poco, se non si interviene sulle fondamenta. La vera sfida è ricostruire un nuovo Ordine mondiale, capace di generare regole condivise e applicabili, e quindi di ridare linfa al diritto internazionale. Senza questo lavoro di rifondazione, continueremo ad assistere al paradosso più grottesco di questi mesi: autocrazie, che violano ogni regola, che chiedono il rispetto del diritto internazionale, un capovolgimento che dimostra quanto sia fragile il quadro attuale. Immaginare il mondo di domani non è un esercizio teorico. È una necessità urgente, perché siamo a un secondo dal punto di rottura, e quel secondo, a ben vedere, è arrivato.</p>
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<title>La divisione cronica dell’opposizione sulla politica estera fa vincere facile Meloni</title>
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La premier è in imbarazzo tra Trump, gli alleati filo Putin e il sostegno all’Ucraina. Ma anziché sfruttare l’occasione, Pd, M5s, Avs e i centristi mostrano quanto siano lontane le loro posizioni su sicurezza nazionale, guerra ed Europa. Intanto Marianna Madia si schiera con Renzi e apre un nuovo caso nel Pd
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>divisione, cronica, dell’opposizione, sulla, politica, estera, vincere, facile, Meloni</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/joao-tzanno-1nacmxqfpza-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/joao-tzanno-1nacmxqfpza-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/joao-tzanno-1nacmxqfpza-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/joao-tzanno-1nacmxqfpza-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/joao-tzanno-1nacmxqfpza-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/joao-tzanno-1nacmxqfpza-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Per il cosiddetto campo largo le regole della politica bastano fino a un certo punto, come diceva Antonio Tajani sul diritto internazionale: serve la psicanalisi. La politica imporrebbe di sfidare il governo con una posizione unica; il campo largo invece, ogni volta, chiama il governo in Aula, dove la maggioranza si presenta con una mozione unitaria e l’opposizione con quattro. Al voto perderebbe comunque, ovvio, ma farebbe una figura migliore. Che eviterebbe l’eterna ritorsione polemica: «Se foste al governo, sulla politica estera cadreste ogni cinque minuti». </span><span>Agli italiani, che peraltro seguono con noia il dibattito politico, si restituisce una permanente immagine di litigiosità. Che non è nemmeno solo sui contenuti: è frutto di una congenita, malata voglia di apparire. Questo accade ogni volta.</span></p>
<p><span>Così anche ieri quattro mozioni: Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza verdi e sinistra e centristi. Sulla guerra i centristi sono meno duri contro l’operazione scatenata da Benjamin Netanyahu e Donald Trump di quanto non lo siano gli altri tre. Tra questi tre, che sono d’accordo sul no all’uso delle basi, Giuseppe Conte ha voluto riproporre la sua contrarietà alle spese per l’Ucraina, che il Pd invece accetta, soprattutto grazie alla resistenza dei riformisti. A quel punto, liberi tutti: anche Avs ha presentato un suo testo.</span></p>
<p><span>È tutto posizionamento politico. Da parte di Conte è propaganda anti-armamenti. Il Pd sta in mezzo. L’opposizione incassa l’impegno di Giorgia Meloni a essere consultata sulla crisi in atto nel Golfo, con una certa soddisfazione dei riformisti e lo scetticismo degli schleiniani. </span><span>A Conte non interessa affatto, anzi: sedersi al tavolo con la presidente del Consiglio contraddirebbe l’operazione di<a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/pedro-conte-guerra-pacifisti/" target="_blank" rel="noopener"> impersonare la parte del Pedro Sanchez italiano.</a> E soprattutto non vuole restare impigliato in una consultazione bipartisan. </span><span>Se il gioco si facesse duro davvero, con che faccia farebbe le sue manifestazioni dopo aver partecipato a un tavolo con Meloni? E se domani succedesse qualcosa di grave, che direbbe Pedro Conte?</span></p>
<p><span>Dall’altra parte si è saldata un’intesa tra renziani, calendiani, libdem e +Europa. Nella mozione si fa riferimento a Mario Draghi – nostalgia canaglia – e si chiede che il governo segua le sue raccomandazioni. Si chiede una «de-escalation», un «rafforzamento del rapporto con la Nato» e di rinnovare «il sostegno politico, economico, umanitario e militare all’Ucraina, in coordinamento con l’Ue e gli alleati».</span></p>
<p><span>Un piccolo fatto politico è che Matteo Renzi, Carlo Calenda, Luigi Marattin, Benedetto Della Vedova e Pier Ferdinando Casini abbiano trovato un punto di convergenza. Non succede tanto spesso. Ma alla fine il quadro complessivo delle opposizioni è un guazzabuglio, il solito amalgama non riuscito: un gioco a scacchi, un susseguirsi di prevedibili finte e controfinte, come una vecchia ala destra degli anni Sessanta.</span></p>
<p><span>Di fronte alla colonna di fumo alzata dalla presidente del Consiglio – sto con Trump, ma non sto con Trump – l’opposizione non usa l’idrante della chiarezza, ma incespica nelle sue contraddizioni. Si vede drammaticamente che non c’è una leadership – questo è il problema – perché, se ci fosse una leadership, ci sarebbe anche un principio d’ordine, una regìa, un senso a questa vita. </span><span>Sembra rendersene conto persino Conte, l’uomo che finora ha rallentato tutto. In queste condizioni c’è chi comincia a stufarsi.</span></p>
<p><span>Da molto tempo Marianna Madia è in rotta di collisione con la linea della segretaria del Pd. Ieri alla Camera ha firmato la mozione dei centristi: un chiaro segnale di avvicinamento a Italia Viva. Non era passata inosservata la sua presenza all’ultima assemblea nazionale del partito di Matteo Renzi. </span><span>Non risulta che abbia avuto un confronto con Elly Schlein. Si intuisce che abbia la valigia in mano: Madia, esponente di primo piano del Pd in tutti questi anni, è stata anche ministra. </span><span><a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/gualmini-lascia-il-pd-lavia/" target="_blank" rel="noopener">Dopo l’europarlamentare Elisabetta Gualmini</a>, forse un’altra riformista sta per salutare il Nazareno. E non è detto che finisca qui.</span></p>
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<title>L’ennesimo scandalo nella sanità siciliana, e la domanda che nessuno vuole farsi davvero</title>
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Inchieste, arresti, appalti sospetti, dirigenti pubblici sotto accusa: la storia si ripete sempre uguale nell’amministrazione dell’isola. Mentre la politica tace e i cittadini aspettano cure e servizi, resta sospesa una sola domanda: fino a quando?
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>L’ennesimo, scandalo, nella, sanità, siciliana, domanda, che, nessuno, vuole, farsi, davvero</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14250697-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14250697-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14250697-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14250697-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14250697-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/14250697-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1">È come avere un déjà-vu, come vivere qualcosa già vissuto. Che condanna, che condanna. Eppure questo accade. Passano alcuni mesi, e zac: <a href="https://www.linkiesta.it/2025/10/sicilia-sanita-disordine-corruzione/" target="_blank" rel="noopener">la sanità siciliana</a> viene travolta dal solito scandalo. Le indagini, le perquisizioni, gli arresti eccellenti, gli indagati eccellentissimi, il palazzo che trema – come scrivono i giornali – il solito balletto: il governo che nicchia, l’opposizione che chiede dimissioni. Poi tutto tace. E zac, eccolo di nuovo: un altro scandalo, da un’altra parte, altri nomi, altri affari. E si ricomincia.</p>
<p><span>E allora bisognerebbe fermarsi un attimo. Per quest’isola da ribaltare, per questa Sicilia che davvero – come predica Carlo Calenda – andrebbe commissariata in ogni ufficio e palazzo, in ogni poltrona e posto di comando, per questa Sicilia irredimibile al cubo bisognerebbe ribaltare anche la narrazione e persino le regole del giornalismo. Non parlare più delle 5W, del come, del chi e del cosa, del quando. Ma porsi una sola gigantesca domanda: fino a quando? Già, fino a quando.</span></p>
<p><span>L’ultimo scandalo è bello grosso e coinvolge uno dei più potenti uomini della sanità siciliana: Salvatore Iacolino, manager dalle porte girevoli tra politica e sanità. Ex eurodeputato, per anni dirigente dell’assessorato regionale alla Salute, poi nominato direttore generale del Policlinico di Messina. Uno di quei nomi che nella sanità isolana tornano spesso, nei corridoi della politica e nelle stanze dove si decidono nomine, appalti e carriere.</span></p>
<p><span>La Procura di Palermo lo indaga per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Secondo gli inquirenti avrebbe messo a disposizione relazioni, influenza e capacità di intervento nella macchina amministrativa della Regione in favore di interessi privati collegati alla criminalità organizzata. </span><span>Durante le perquisizioni nella sua abitazione, gli investigatori hanno trovato 88 mila euro in contanti, oltre a telefoni e computer sequestrati per l’analisi. Iacolino respinge le accuse e, tramite il suo legale, si è dichiarato estraneo ai fatti. Ma intanto la carriera si è già fermata: dimissioni immediate dalla guida del Policlinico di Messina e sospensione decisa dalla Regione.</span></p>
<p><span>Fin qui, verrebbe da dire, la trama è quella che la Sicilia conosce bene: politica, sanità, appalti, favori, amicizie pericolose. Ma questa volta c’è un elemento nuovo, che allarga il quadro e rende la storia ancora più interessante. </span><span>Perché l’inchiesta non riguarda soltanto la sanità. Nel fascicolo dei magistrati compare infatti anche un’altra partita, apparentemente lontana dagli ospedali e dalle aziende sanitarie: i lavori al porto di Marinella di Selinunte, in provincia di Trapani. Un intervento finanziato con fondi pubblici per risolvere il problema cronico dell’insabbiamento dovuto alla posidonia e rendere di nuovo navigabile l’approdo. </span><span>Ed è proprio attorno a quei lavori che emerge l’altra figura chiave dell’indagine: l’imprenditore Carmelo Vetro, originario di Favara e già condannato per mafia. </span></p>
<p><span>Secondo l’accusa sarebbe lui il punto di contatto tra interessi imprenditoriali, relazioni politiche e capacità di influenzare decisioni amministrative. </span><span>Così, dentro un’inchiesta nata nella sanità, riemerge il solito schema siciliano: la burocrazia pubblica come snodo, la politica come cerniera, gli appalti come terreno d’incontro tra affari e mafia. E la storia, ancora una volta, ricomincia. </span><span>D’altronde, di ricominciare qui si parla. Di ricominciare è stato concesso anche a Giancarlo Teresi, l’altro grande protagonista di questa storia. E la sua vicenda, se possibile, è ancora più istruttiva.</span></p>
<p><span>Teresi ha 67 anni ed è uno dei dirigenti più influenti dell’amministrazione regionale siciliana nel settore delle infrastrutture. Per anni ha lavorato nel dipartimento regionale Infrastrutture, Mobilità e Trasporti, uno di quei luoghi dove passano appalti, autorizzazioni, lavori pubblici. </span><span>Nell’estate scorsa, pur avendo maturato i requisiti per la pensione, ha chiesto e ottenuto dalla Regione la possibilità di restare in servizio altri due anni. Una decisione che dice molto sul peso che aveva negli equilibri dell’amministrazione. </span></p>
<p><span>Non è un dettaglio secondario. Perché Teresi non è un funzionario qualunque e, soprattutto, non è un volto nuovo per la magistratura. </span><span>Già nel 2020 era stato arrestato per corruzione. In quella vicenda Teresi era ingegnere capo del Genio civile di Trapani e l’accusa riguardava presunte mazzette legate a un appalto da circa un milione di euro per il dragaggio del porto di Mazara del Vallo. Quel processo è ancora in corso davanti al tribunale di Marsala.</span></p>
<p><span>Eppure Teresi è rimasto dentro il sistema amministrativo regionale. Anzi, ha continuato a ricoprire incarichi delicati, spesso come Responsabile unico del procedimento (Rup) in gare pubbliche di valore milionario, un ruolo che consente di incidere concretamente sulle procedure: dalla progettazione alla gestione delle gare, fino alla fase di esecuzione dei lavori.</span></p>
<p><span>È proprio attorno a queste funzioni che si muove la nuova inchiesta. Secondo gli investigatori, Teresi avrebbe utilizzato il suo ruolo per favorire alcune aziende in una serie di appalti pubblici in diverse zone della Sicilia, tra cui imprese riconducibili o vicine all’imprenditore Carmelo Vetro, già condannato per mafia perché ritenuto appartenente alla cosca di Favara. </span><span>Il quadro che emerge è quello di un sistema di relazioni che attraversa uffici pubblici, imprese e politica. E dentro questo sistema Teresi avrebbe rappresentato uno snodo amministrativo decisivo: il funzionario che, grazie agli incarichi ricoperti, poteva incidere sulle gare e sugli affidamenti.</span></p>
<p><span>La storia personale del dirigente aggiunge un ulteriore elemento simbolico. Giancarlo Teresi è figlio di Giovanni Teresi, condannato in passato per mafia perché appartenente alla famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, uno dei mandamenti storici di Cosa nostra palermitana. </span><span>Così, dentro l’ennesima inchiesta che mescola sanità, appalti e affari pubblici, il nome di Teresi diventa quasi una metafora perfetta della Sicilia amministrativa: un dirigente potente, già arrestato per corruzione, ancora sotto processo, che invece di uscire di scena ottiene addirittura la possibilità di restare al suo posto più a lungo. E infatti, puntuale, la storia ricomincia.</span></p>
<p><span>Questa legislatura rischia di passare alla storia per l’impressionante numero di assessori, deputati, dirigenti regionali, funzionari e uomini vicini o espressione dell’attuale maggioranza finiti sotto la lente della magistratura. Inchieste, perquisizioni, arresti, indagati eccellenti. Un elenco che nel tempo si è allungato fino a diventare quasi una rubrica stabile della cronaca politica isolana. </span></p>
<p><span>E quasi sempre con lo stesso scenario: il silenzio assordante del presidente della Regione Renato Schifani che, di fronte a ogni nuovo scandalo, preferisce aspettare, prendere tempo, limitarsi alle formule di rito sulla fiducia nella magistratura. </span><span>Ma mentre nelle stanze del potere si muovono appalti milionari, pressioni e favori, fuori da quei palazzi la sanità siciliana continua a vivere una crisi quotidiana che i cittadini conoscono fin troppo bene.</span></p>
<p><span>Ci sono pazienti che aspettano otto mesi per un referto istologico. Pronto soccorso, dove mancano medici e infermieri. Reparti che sopravvivono grazie alla buona volontà del personale. </span><span>E migliaia di siciliani che ogni anno sono costretti a prendere un aereo per farsi curare altrove, alimentando quella che gli economisti chiamano mobilità sanitaria passiva e che in Sicilia significa semplicemente una cosa: se vuoi curarti bene, devi andare via. Il migliore medico è l’aereo.</span></p>
<p><span>Così la distanza tra la sanità reale e quella degli appalti e dei palazzi diventa ogni giorno più grande. Da una parte i pazienti che aspettano. Dall’altra i dirigenti che trattano. Da una parte le liste d’attesa. Dall’altra le gare milionarie. </span><span>E ogni tanto, puntuale, arriva la magistratura a ricordare che quel sistema, così com’è, continua a produrre scandali. Sempre nuovi. Sempre uguali.</span></p>
<p><span>Mentre in Sicilia esplode l’ennesimo scandalo che intreccia politica, sanità, appalti e mafia, a Roma succede una cosa curiosa. In Parlamento è stato appena presentato un disegno di legge per punire l’apologia della mafia. </span><span>La proposta porta la firma del senatore di Fratelli d’Italia Raoul Russo, primo firmatario del ddl n. 1655, che ha appena iniziato il suo iter al Senato. Il testo prevede fino a tre anni di carcere per chi esalta pubblicamente la mafia o i comportamenti mafiosi.</span></p>
<p><span>Nella relazione di accompagnamento il senatore Russo elenca una lunga serie di esempi: gli inchini delle processioni davanti alle case dei boss, i funerali in pompa magna dei capimafia, gli altarini e i monumenti dedicati a uomini d’onore, ma anche i messaggi sui social, le canzoni che glorificano la malavita, la diffusione di modelli e atteggiamenti mafiosi presentati come stili di vita da imitare. </span><span>«Da anni si susseguono sotto varie forme episodi di vera e propria apologia della criminalità organizzata», scrive Russo. E cita proprio questa cultura diffusa, dalle serie tv fino ai linguaggi dei social, come terreno su cui intervenire con una nuova norma penale.</span></p>
<p><span>Al di là delle discussioni sociologiche e giuridiche che una proposta del genere inevitabilmente apre – e che non sono poche – la coincidenza temporale fa una certa impressione. </span><span>Perché mentre il Parlamento discute come punire chi parla bene della mafia, in Sicilia continuano a emergere inchieste che raccontano qualcosa di ben più concreto: il rapporto mai davvero reciso tra pezzi della classe dirigente e il mondo mafioso. </span><span>E allora viene spontaneo pensarlo: se davvero si vuole combattere l’apologia della mafia, forse il primo luogo dove guardare non sono le canzoni o i post sui social. Ma le stanze del potere.</span></p>
<p><span>Perché quale apologia della mafia può essere più efficace di una classe politica e amministrativa che, decennio dopo decennio, continua a incrociare i propri interessi con quelli dei boss? Quale messaggio passa ai cittadini quando dirigenti pubblici finiscono indagati per rapporti con imprenditori condannati per mafia? Quando appalti e lavori pubblici diventano il terreno su cui si incontrano affari e criminalità? </span></p>
<p><span>Altro che altarini o strofe rap. La vera glorificazione della mafia, in Sicilia, rischia di essere la sua eterna utilità: il fatto che, ancora oggi, nel cuore delle istituzioni qualcuno continui a trovarla conveniente. </span><span>E allora torna la domanda con cui bisognerebbe cominciare ogni volta. Quella che non riguarda soltanto questa inchiesta, o la prossima, ma il sistema che la rende possibile. Fino a quando?</span></p>
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<title>Le elezioni in Ungheria sono il laboratorio della propaganda digitale russa</title>
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Tra troll farm, campagne di disinformazione e operazioni digitali legate alla Russia, la campagna elettorale di Viktor Orbán è un test per la sicurezza democratica europea. Servono al più presto strumenti legislativi contro le interferenze straniere
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22302303-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22302303-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22302303-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22302303-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22302303-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22302303-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Il 12 aprile l’Ungheria andrà e al voto e la posizione di Viktor Orbán sta, giorno dopo giorno, vacillando, nonostante una campagna elettorale violenta, anti-europea e nazionalista. Le strategie messe in campo dalla squadra del premier ungherese sono molteplici: si va dalle accuse di ricatto sessuale al leader dell’opposizione Peter Magyar (una strategia che richiama il cosiddetto kompromat russo) alle campagne di diffamazione tra i principali attori politici in relazione alla corruzione, fino alle accuse verso paesi stranieri, in particolare l’Ucraina, e al sequestro di beni e arresti in contesto elettorale – ricordiamo infatti che è stato bloccato un convoglio di denaro e oro ucraino, con conseguente arresto di cittadini ucraini.</span></p>
<p><span>Questo è il contesto generale, a cui si aggiunge la minaccia più insidiosa: la polarizzazione digitale e la disinformazione. </span><span>Le troll farm si sono attivate. Telex, testata giornalistica indipendente ungherese famosa per le sue inchieste, ha scoperto una grande rete di profili falsi su Facebook, usati per amplificare il messaggio pro-Fidesz durante la campagna elettorale. Si tratterebbe di circa 1198 profili, creati con l’intelligenza artificiale, utili a manipolare i messaggi e influenzare l’opinione pubblica ungherese.</span></p>
<p><span>Secondo Telex, la rete di profili falsi è organizzata attorno a tre nodi. Uno è il sito web chiamato Hajrá, Magyarország, che appartiene alla Fondazione per la Ricerca sulla Storia e la Società dell’Europa Centrale e Orientale (KKETTKA), che ne finanzia anche la pubblicità. Il direttore generale della KKETTKA è Mária Schmidt, una storica vicina al governo, e la fondazione comprende anche la Casa del Terrore, l’Istituto del XX Secolo, l’Istituto del XXI Secolo e l’Istituto di Ricerca sul Comunismo, tutti diretti da Schmidt.</span></p>
<p><span>Alcune analisi del Brussels Institute for Geopolitics hanno evidenziato come Schmidt ripeta narrazioni che risultano essere molto simili a quelle del Cremlino. Questo non significa che il Cremlino sia direttamente coinvolto in questa specifica rete di profili falsi. Tuttavia, è evidente come gli interessi geopolitici di un’Ungheria guidata da Orbán risultino spesso convergenti con le strategie di espansione e influenza perseguite da Vladimir Putin.</span></p>
<p><span>Il Financial Times <a href="https://www.ft.com/content/34df20f9-487b-4cb6-9dc9-d676d959d1ed" target="_blank" rel="noopener">ha pubblicato un articolo</a> in cui si afferma che l’amministrazione di Vladimir Putin avrebbe approvato un piano della Social Design Agency (società di consulenza mediatica legata al Cremlino, soggetta a sanzioni occidentali) per rafforzare la campagna a favore del partito Fidesz. Risulta davvero ironico che il paese sanzionatore delle interferenze straniere venga sempre beccato con le mani nel sacco dalle intelligence degli altri paesi, per quanto riguarda le bot farm e le campagne a sostegno dei partiti al Cremlino più affini.</span></p>
<p><span>Mi viene in mente George Orwell in “Politics and the English Language”, quando dice: «Il linguaggio politico è concepito per far sembrare vere le menzogne e rispettabile l’omicidio, e per dare un’apparenza di solidità al puro vento». Questo è vero più che mai per quanto riguarda Putin e il Cremlino, ma anche per tutti quei partiti che si nascondono dentro la matrioska russa.</span></p>
<p><span>Tornando al Financial Times, il giornale ha visionato quel documento alla fine dell’anno e, tra le strategie principali, si prevedono attacchi informativi volti a screditare Magyar e l’Unione europea. Tra le informazioni rilasciate dal FT ne troviamo una particolarmente inquietante: fonti indipendenti, tra cui Vsquare, hanno indicato che tre ufficiali dell’intelligence militare russa (GRU) sarebbero stati assegnati all’ambasciata russa a Budapest nelle ultime settimane.</span></p>
<p><span>La presenza di agenti del GRU (Direzione principale dell’intelligence militare russa) presso l’ambasciata sarebbe legata a un’operazione di influenza sui social media e sulla narrativa politica, per sostenere la rielezione di Orbán. Su questo aspettiamo gli accertamenti delle intelligence competenti.</span></p>
<p><span>La gravità di questa situazione dovrebbe farci riflettere su come intervenire a livello italiano ed europeo. Dobbiamo ricordarci infatti che nel 2024 Stati Uniti, Regno Unito e altri paesi occidentali hanno aggiunto l’agenzia russa e i suoi dirigenti nelle loro liste di sanzioni per aver condotto una vasta campagna online nota come Doppelgänger. Questa campagna era finalizzata alla pubblicazione di fake news e deepfake generati dall’intelligenza artificiale per alimentare il sentimento anti-ucraino.</span></p>
<p><span>Servono soluzioni urgenti a questa deriva, che si serve del digitale per influenzare l’opinione pubblica. In Italia è depositata in Senato una proposta di legge di Azione, <a href="https://www.azione.it/serve-uno-scudo-democratico/" target="_blank" rel="noopener">Scudo democratico</a>, per tutelare il processo elettorale dalle ingerenze straniere. </span><span>Il nostro governo deve assumersi la responsabilità di approvare strumenti normativi efficaci e dare un segnale all’Europa, soprattutto ai paesi più esposti alle interferenze estere, Italia compresa, spesso considerata l’anello debole del continente.</span></p>
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<title>Harvey Weinstein, i buoni, e il revisionismo morale di Hollywood</title>
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L’ex produttore cinematografico è l’ombra dell’uomo che fu, un vecchio malato su una sedia a rotelle alle prese con un mondo che finge di non aver mai beneficiato del suo potere
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Harvey, Weinstein, buoni, revisionismo, morale, Hollywood</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23504536-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23504536-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23504536-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23504536-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23504536-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23504536-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Quando a gennaio, in mezzo alla neve, Maer Roshan, il direttore dell’Hollywood Reporter, è uscito dal carcere di Rikers dopo aver parlato per un’ora con Harvey Weinstein, ha chiesto alla guardia che lo stava accompagnando se aveva idea di chi fosse quel prigioniero. Quello gli ha risposto: mah, era un pezzo grosso a Hollywood?</p>
<p><a href="https://www.hollywoodreporter.com/movies/movie-features/harvey-weinstein-prison-interview-rikers-exclusive-1236523824/" target="_blank" rel="noopener">Nell’intervista</a>, l’ombra dell’uomo che fu Harvey Weinstein gli aveva detto che non può andare in cortile durante l’ora d’aria dei detenuti, perché tutti vogliono qualcosa: Weinstein, prestami il tuo avvocato, Weinstein, dammi dei soldi. Roshan ha più continenza di me, e resiste alla tentazione di scrivere che Harvey è ancora grande, è la cella che è diventata piccola.</p>
<p>L’articolo parte da molto prima della caduta. Da quando Roshan lavorava a Talk, la rivista che per un attimo a cavallo dei due secoli ci sembrò chissacché, ed entrò nella stanza di Tina Brown, la direttrice, che aveva un colorito grigiastro perché in viva voce c’era Harvey, l’editore, che urlava, e Harvey urlava da una barca a Capri.</p>
<p>Da quella volta che portarono i bagel ai soccorritori dell’11 settembre e poi voleva mangiarseli lui. Anche Harvey non è male, quanto a occhio per il dettaglio. Gli chiede come siano i suoi compagni di galera, se gli parlino di cinema. «Vogliono parlare solo di Tarantino, non è gente da “Shakespeare in love”».</p>
<p>Cosa facciamo degli uomini cui non abbiamo saputo, potuto, voluto tenere testa quando erano ricchi e potenti, una volta che sono caduti dal piedistallo, una volta che sono vecchi e malati e pure in prigione? Ha senso accanirci? Ci stiamo accanendo sulla stessa persona che abbiamo avuto ragione d’odiare trent’anni prima, o l’uomo di strapotere e il galeotto col cancro non hanno più neanche una cellula in comune?</p>
<p>Harvey Weinstein ha diritto a sedici minuti di telefonate ogni tre ore. Dice che chiama quelli dei suoi figli che ancora gli parlano, che chiama i suoi avvocati, che chiama gli amici. Il carcere dev’essere l’ultimo posto dove il telefono si usa ancora per telefonare. Il carcere è l’ultima provincia del Novecento, il secolo in cui Harvey fu grande. Dice che ogni settimana un amico gli manda l’inserto dei libri della domenica. L’ultimo al mondo a leggere gli inserti culturali è uno che non può più comprarsi i diritti dei nostri libri per farci i film, mannaggia.</p>
<p>Non so dove fossi il 10 ottobre del 2017, nella prima settimana del MeToo. Non so quale scadenza stessi cercando di evitare (quando mi metto a tirare le trecce ai social è sempre perché ho qualcosa da consegnare). So però, perché è ancora on line e sono potuta andare a rileggermelo, che alle due del pomeriggio <a href="https://x.com/lasoncini/status/917718896181989378?s=20" target="_blank" rel="noopener">scrissi il tweet</a> (si chiamavano ancora così) che più mi è stato rinfacciato in quasi due decenni di social. Fa così: «Sogno un pezzo su Weinstein d’una sola riga: quello sarà un vecchio porco, ma voi gliela tiravate con la fionda, finché pensavate servisse».</p>
<p>Dice Weinstein che una volta aveva detto di Hollywood «sono lo sceriffo di questa cazzo di città», e che l’hanno presa come una prova della sua prepotenza e che Martin Scorsese gli ha detto che l’ironia sulla pagina stampata non si vede, e anch’io potrei dire che la mia battuta non fu capita. Ma tutte quelle che sono vive da abbastanza anni sanno che dicevo la verità. Tutte quelle che sono vive da abbastanza anni e hanno frequentato i festival di cinema in quegli anni hanno visto le file di donne fuori dalla porta della stanza del vecchio porco a Cannes e a Venezia.</p>
<p>A questo punto Carlo Conti direbbe che se una donna dice no è no, e io sono d’accordo, il problema è che, drammaturgicamente, cento donne che improvvisamente si ricordano che quello lì vent’anni prima s’è comportato in modo improprio non sono una prova schiacciante: sono una moda, sono un carro del vincitore, sono lo spirito del tempo.</p>
<p>Come sempre (come in tutte le accuse di violenza sessuale) sì e no chi c’era sa com’è andata davvero, figuriamoci se possiamo stabilire noi chi mente e chi dice il vero, chi è vittima e chi si atteggia a tale. Non sappiamo chi se ne sia pentita dopo e chi non volesse da prima. Non sappiamo chi pensasse di ottenere qualcosa e poi abbia deciso di rifarsi dell’esito mancato. Non sappiamo se, come dice nell’intervista, il vecchio porco abbia pagato il silenzio delle donne non per risparmiarsi la galera ma per risparmiarsi di dar spiegazioni alla moglie.</p>
<p>Non sappiamo niente, ma Harvey Weinstein era il cattivo perfetto per molte ragioni. Per il caratteraccio, per il gran potere già declinato quando iniziarono le inchieste, perché la prepotenza va bene finché sei di potere ma poi te la fanno pagare, ma soprattutto: perché era un uomo bruttissimo. Non saremmo mai riusciti a credere che fossero cattivi, chessò, Marlon Brando, o Marcello Mastroianni. Ai belli si perdona molto. «Non ero esattamente uno che piaceva alle donne, da giovane, e poi è diventato troppo facile».</p>
<p>Che Harvey Weinstein fosse potente e prepotente era una di quelle cose che sapevamo talmente tutti che neanche la scrivevamo. Ho ritrovato una mail. Non dico di che anno è, sennò si capiscono i film, ma l’avevo scritta allo sceneggiatore del miglior film di quell’anno dicendogli quanto facesse schifo il pizzino di Harvey Weinstein per far invece vincere il suo. È un americano, quindi avevo dovuto spiegargli cosa fosse un pizzino. Purtroppo non mi ricordo a cosa mi riferissi, ma non importa. Importa solo che tutti sapessimo tutto: quell’anno l’Oscar lo vinse il film di Weinstein.</p>
<p>Harvey Weinstein ha un cancro al midollo, l’anno scorso l’hanno operato d’urgenza al cuore, è in carrozzella e a un certo punto dell’intervista dice «Sto morendo. Mi cago sotto dalla paura. Qualunque cosa brutta pensano abbia fatto, non mi hanno dato la pena di morte».</p>
<p>Tra una settimana compie 74 anni, e penso anch’io che morirà in carcere, perché quel che succede quando le storie diventano simboli è che si finisce per esagerare. Era un vecchio porco, diventerà un martire. E gli americani buoni, quelli dalla parte delle donne, quelli per i movimenti di giustizia sociale, loro saranno la società che ha mandato a morire in carcere un povero vecchio ormai innocuo molti anni dopo che aveva smesso di contare qualcosa.</p>
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<title>I tecnomiliardari odiano lo Stato&#45;nazione ma poi fanno affari con la Casa Bianca</title>
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In “Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i tecnofascisti stanno plasmando il nostro futuro”, Irene Doda ricostruisce chi sono i potenti che sognano nuovo modello di società autoritaria e tutte le loro contraddizioni
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="968" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/patrick-tomasso-a1bicktyqmo-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/patrick-tomasso-a1bicktyqmo-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/patrick-tomasso-a1bicktyqmo-unsplash-300x227.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/patrick-tomasso-a1bicktyqmo-unsplash-1024x774.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/patrick-tomasso-a1bicktyqmo-unsplash-768x581.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/patrick-tomasso-a1bicktyqmo-unsplash-1200x908.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Già dai suoi giorni a Stanford, Peter Thiel si oppone strenuamente alle politiche di inclusione di donne, minoranze di genere e razziali, etichettandole come derive pericolose del fantomatico politicamente corretto, ideologia fantasma con cui le sinistre starebbero plasmando la coscienza globale.</p>
<p>Nel 1995, insieme a Sacks, anche lui studente a Stanford e membro della redazione del giornale, scrive e poi pubblica un libro, <em>The Diversity Myth</em>, il cui obiettivo è denunciare il clima totalitario e intollerante che gli studenti subiscono nelle università per effetto del «multiculturalismo». Quest’ultimo, sostengono gli autori, è un’ideologia che spinge i grandi istituti statunitensi a intraprendere iniziative più che discutibili, come quella di non inserire nei loro curricula grandi autori classici del calibro di Geoffrey Chaucer e William Shakespeare, o di rinominare o sostituire interi corsi, com’è stato nel caso di <em>Western Civilization</em>. Tutto questo per mettere in discussione la centralità della cultura occidentale, che per Thiel e Sacks è sacrosanta.</p>
<p>Anche se scritto e pubblicato negli anni Novanta, il libro ha diversi punti in comune con i dibattiti odierni. In un articolo per «The New Criterion» del giugno 2023, infatti, Thiel ne attualizza, in parte, il contenuto:</p>
<p>Quando ripenso a <em>The Diversity Myth</em>, quasi tre decenni dopo, penso ancora che quasi tutti i punti che abbiamo sollevato fossero giusti. C’è ben poco di sbagliato, il che è gratificante e deprimente allo stesso tempo. […] All’epoca, «multiculturalismo» era il termine di riferimento per questa ideologia mostruosa e insaccata; oggi, si definisce «woke» e si batte per la «diversità, l’equità e l’inclusione».</p>
<p>Il pezzo prosegue con una serie di riflessioni che chiamano in causa Nietzsche, la cultura giudaico-cristiana, la figura di Cristo in sé, il problema abitativo, Caino e Abele (Peter Thiel si definisce cristiano, nonostante alcune sue critiche piuttosto aspre alle gerarchie ecclesiastiche e, in particolare, a papa Francesco). Per giungere, infine, all’argomentazione centrale, cioè che il politicamente corretto è un costrutto culturale di derivazione comunista:</p>
<p>Torniamo agli anni Cinquanta ed eliminiamo tutte le connotazioni che si sono accumulate nel tempo: se si era una persona «politicamente corretta» nel 1950, significava che si seguivano le indicazioni di Mosca come membro tesserato del Partito comunista. L’impulso totalitario, con le sue straordinarie richieste alla coscienza individuale, è insito nella nozione stessa di correttezza politica. […] Chiunque abbia a cuore la libertà – conservatori, libertari, liberali classici e tutti gli altri – non deve mai perdere di vista la battaglia cosmica contro il comunismo ateo.</p>
<p>L’articolo si conclude con un appello a non sottovalutare la pericolosità delle iniziative di diversità e inclusione, in quanto sarebbero una porta che condurrebbe al comunismo di stampo cinese.</p>
<p>L’analisi del sostrato culturale di Thiel ci è utile non solo per mettere in evidenza le sue origini, ma anche per comprendere le sue attuali alleanze politiche. Un ulteriore esempio riguarda i diritti delle donne e delle minoranze (vale a questo punto la pena ricordare che Thiel è dichiaratamente omosessuale, oltre che conservatore). In <em>The Education of a Libertarian</em> ha scritto che «Dal 1920, la forte crescita dei beneficiari dell’assistenza sociale e l’estensione del diritto di voto alle donne – due segmenti della popolazione notoriamente difficili da gestire per i libertari – hanno reso il concetto di “democrazia capitalista” un ossimoro». Thiel non argomenta oltre questo punto. Il suo continuo supporto a governi e politici che hanno mosso guerra ai diritti riproduttivi, all’autodeterminazione femminile, a quella che definiscono l’«ideologia gender», così come alle politiche di welfare e all’immigrazione, si rivela, in questo caso, più eloquente delle parole.</p>
<p>Do ut des: non solo ideologia<br>
L’analisi ideologica sembra riportare sempre a un punto: il disprezzo per lo Stato-nazione e per il suo intervento diretto nelle questioni economiche e sociali. I legami di Thiel, così come di molti altri tecnomiliardari, con le amministrazioni statunitensi non sono però privi di contraddizioni: non disdegna, infatti, contratti federali milionari, specialmente nel comparto della difesa.</p>
<p>Prendiamo Palantir: è partner dell’esercito statunitense dal 2008 e nel 2024 ha firmato un accordo milionario per un sistema di analisi basato sull’intelligenza artificiale, che sfrutta «algoritmi e capacità di memoria per la scansione e l’identificazione dei sistemi nemici». Di recente, alcune inchieste di media specializzati hanno messo in luce una possibile connessione tra Palantir e la famigerata ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia statunitense responsabile del rimpatrio delle persone che emigrano irregolarmente, nota per le sue tecniche violente e non sempre in linea con i diritti umani. Secondo l’American Civil Liberties Union (ACLU), negli ultimi anni l’organismo ha trattenuto e deportato un numero record di persone dagli Stati Uniti. Molte delle tattiche di allontanamento dell’ICE privano le persone del diritto a una giusta udienza in tribunale, dal momento che il governo preme affinché ci si affretti a emettere sentenze che ignorano del tutto le circostanze individuali.</p>
<p>Secondo le inchieste giornalistiche che per prime hanno indagato sui fatti, Palantir avrebbe ricevuto milioni di dollari dall’ICE per lavorare a un enorme database contenente i dati personali di alcuni segmenti di popolazione, in particolare persone migranti, con fini di sorveglianza. I documenti raccolti dimostrerebbero che Palantir sta lavorando attivamente all’infrastruttura tecnica alla base delle iniziative di deportazione di massa dell’amministrazione Trump.</p>
<p>Nonostante i suoi proclami ideologici, Thiel mantiene da molti anni, come imprenditore, un fruttuoso scambio con le entità statali. Le sue attività di lobbying e il suo sostegno ai repubblicani si inseriscono in una chiara logica di do ut des, di appoggio politico in cambio di ingenti benefici economici, che, nonostante il suo plateale disprezzo per gli Stati-nazione, continua ad accettare volentieri.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-607388" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-02-at-180714-1-200x300.jpeg?x17776" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-02-at-180714-1-200x300.jpeg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-02-at-180714-1-684x1024.jpeg 684w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-02-at-180714-1-768x1150.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-02-at-180714-1-802x1200.jpeg 802w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-02-at-180714-1.jpeg 855w" sizes="auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px"></p>
<p>Tratto da “Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i tecnofascisti stanno plasmando il nostro futuro”, di Irene Doda, Fuoriscena, pp. 176, 16,90 euro</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/i-tecnomiliardari-odiano-lo-stato-nazione-ma-poi-fanno-affari-con-la-casa-bianca/">I tecnomiliardari odiano lo Stato-nazione ma poi fanno affari con la Casa Bianca</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Lo chef Redzepi lascia la guida del Noma</title>
<link>https://www.eventi.news/lo-chef-redzepi-lascia-la-guida-del-noma</link>
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<description><![CDATA[ 
Dopo le accuse emerse nelle ultime settimane sulle condizioni di lavoro nel ristorante, René Redzepi si dimette, riconosce le responsabilità e affida il prossimo capitolo del ristorante al team
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="682" height="894" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/schermata-2026-03-12-alle-063956.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/schermata-2026-03-12-alle-063956.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/schermata-2026-03-12-alle-063956-229x300.jpg 229w" sizes="auto, (max-width: 682px) 100vw, 682px"></p><p class="p1"><span class="s1">René Redzepi ha annunciato <a href="https://www.instagram.com/p/DVw9LxfCFTG/" target="_blank" rel="noopener">con un post su Instagram</a> di voler fare un passo indietro dalla guida operativa di Noma. La decisione arriva dopo le discussioni emerse nelle ultime settimane sulle condizioni di lavoro nel ristorante di Copenaghen e sul modello di leadership che ha caratterizzato la cucina negli anni passati.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In una dichiarazione diffusa pubblicamente, in un video in cui parla allo staff del Noma, lo chef danese ha riconosciuto il peso delle accuse e delle testimonianze emerse. «Una scusa non basta; mi assumo la responsabilità delle mie azioni», ha scritto, ricordando di aver lavorato negli ultimi anni per cambiare il proprio modo di guidare la brigata e per trasformare la cultura interna del ristorante.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Redzepi ha anche annunciato di essersi dimesso dal consiglio di MAD, l’organizzazione no profit fondata nel 2011 per promuovere riflessioni e iniziative sul futuro dell’ospitalità e della ristorazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nella stessa dichiarazione lo chef sottolinea che Noma, aperto nel 2003, continuerà il proprio percorso con il gruppo di collaboratori che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più centrale nella gestione creativa e operativa del ristorante. «Il team di oggi è il più forte che abbiamo mai avuto», scrive Redzepi, definendolo pronto a guidare il prossimo capitolo del progetto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il ristorante si prepara intanto all’apertura del temporary a Los Angeles, un progetto che dovrebbe portare negli Stati Uniti una parte del lavoro sviluppato negli ultimi mesi dalla brigata.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Noma è stato uno dei ristoranti più influenti della gastronomia contemporanea e ha contribuito a definire l’identità della cosiddetta New Nordic Cuisine. Nel corso di oltre vent’anni di attività ha costruito una reputazione internazionale fondata sulla ricerca sugli ingredienti locali, sul lavoro di fermentazione e su un rapporto stretto con il territorio nordico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le accuse <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/rene-redzepi-sistema-tossico-noma-scandalo-dipendenti/" target="_blank" rel="noopener">emerse nelle settimane recenti</a> e la decisione di Redzepi segnano un passaggio importante nella storia del ristorante. Lo chef conclude il suo messaggio ricordando che Noma «è sempre stato più grande di una singola persona», indicando nel lavoro collettivo della brigata la base su cui costruire il futuro del progetto. Dopo aver perso gli sponsor, con </span>American Express e Blackbird che hanno lasciato il progetto a seguito dello scandalo, forse non c’era altra strada per far proseguire il pop up milionario in programma a Los Angeles.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Il messaggio è probabilmente rivolto al mercato americano, attentissimo alla forma e meno disposto ad accettare le ultime rivelazioni dello staff del ristorante, e mette davanti a un’evidenza: lo chef e la sua creatività – indiscusso centro finora del progetto di un ristorante – potrebbero essere un concetto superato, lasciando il posto al lavoro condiviso e solido della brigata, formata secondo stile, pensiero e valori comuni. </span></p>
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<title>Un’Italia senza politica estera nel mondo travolto dalla guerra</title>
<link>https://www.eventi.news/unitalia-senza-politica-estera-nel-mondo-travolto-dalla-guerra</link>
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<description><![CDATA[ 
Meloni fa il verso al Pd: «Viva gli americani che liberano l’Europa dal nazifascismo, no agli americani che liberano altri» ma è chiaro quale delle due affermazioni le bruci di più, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Un’Italia, senza, politica, estera, nel, mondo, travolto, dalla, guerra</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225499-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225499-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225499-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225499-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225499-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225499-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Con le comunicazioni di Giorgia Meloni al parlamento in vista del prossimo Consiglio europeo, come in tutte le precedenti occasioni da non ricordo più quanti Consigli europei a questa parte, anche ieri abbiamo solennemente certificato il fatto che l’Italia non ha una politica estera. Non ce l’ha il governo, che per consentire a tutti i partiti della maggioranza di votare la stessa risoluzione deve trovare formulazioni talmente vaghe da rendere arduo anche solo capire di cosa parli, come nel caso dell’ormai celebre «sostegno multidimensionale» all’Ucraina. E non ce l’ha l’0pposizione, che a votare un unico testo nemmeno ci prova più, e infatti pure stavolta si è divisa su quattro risoluzioni che vanno dall’impegno a sostenere l’Ucraina fino alla richiesta di fermare le forniture di armi all’Ucraina, e così per tutti i principali problemi internazionali.</p>
<p>In questo tristissimo ma purtroppo non nuovo spettacolo, Carmelo Palma sottolinea giustamente <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/meloni-informatica-parlamento-orban-trump-zelensky/" target="_blank" rel="noopener">su Linkiesta</a> un passaggio della replica della presidente del Consiglio in Senato, in cui sembra estendere la sua particolarissima idea di unità dal perimetro della coalizione di governo a quello dell’Europa e dell’intero Occidente: «La tesi di Meloni è che il solo fatto di ammettere le divisioni che attraversano l’Europa e l’Occidente avrebbe un effetto ulteriormente disgregativo e che quindi, per scongiurare gli scenari peggiori, occorrerebbe “contromanovrare rispetto a quelle spinte”».</p>
<p>Dunque, se Viktor Orbán continua a porre il veto sull’erogazione del prestito da 90 miliardi di euro deliberato dal Consiglio europeo a favore dell’Ucraina, per Meloni è «impraticabile aggirare il principio dell’unanimità richiesto per le modifiche al bilancio dell’Unione europea» e occorre «una soluzione politica». Secondo la stessa logica, chiamiamola così, pure schierarsi contro Orbán e Trump non significherebbe difendere, ma pregiudicare l’unità dell’Occidente, «perché fino a prova contraria non siamo noi che decidiamo cosa sia l’Occidente».</p>
<p>In pratica, parafrasando Metternich, per Meloni l’Occidente (come pure l’Europa) è un’espressione geografica. E come osserva giustamente Palma, questa «idea contraffatta dell’Europa e dell’Occidente oggi viene comoda alla presidente del Consiglio perché le consente di sfuggire a ogni responsabilità e di addebitare le contraddizioni della sua politica a quelle della realtà che le tocca di attraversare». Alle contraddizioni da lui segnalate – è dalla parte di Zelensky, ma anche di chi come Orbán cerca in tutti i modi di consegnarlo alla Russia; è dalla parte dell’Europa, ma anche dalla parte di quanti, dallo stesso Orbán all’intera amministrazione Trump, lavorano apertamente per distruggerla – mi permetto di aggiungerne un paio. In ordine sparso: vuole un’Europa di nazioni sovrane, ognuna con la sua politica estera, ma appena c’è da prendere una decisione difficile, come in questi giorni, l’intero centrodestra e tutti gli opinionisti al seguito sanno solo ripetere che è l’Europa a non avere una posizione comune sulla guerra in Iran. Vuole il presidenzialismo, ma non appena si presenta un problema spinoso, come quello dell’uso delle basi militari, si rifugia nella formula «deciderà il parlamento», come se in parlamento la maggioranza ce l’avesse qualcun altro. Non fa altro che demonizzare e persino irridere l’opposizione, ma ecco che all’improvviso ieri ha scoperto l’importanza di condividere scelte e responsabilità con gli avversari, di fronte al grave scenario internazionale, su cui peraltro, come si diceva, né l’una né gli altri hanno la minima idea di cosa dire, cosa fare o dove andare.</p>
<p>In ogni caso, il tono dialogante con l’opposizione non è durato nemmeno per le poche ore intercorse tra l’intervento in Senato e quello alla Camera, dove ha denunciato lo «strabismo» del Pd con questo singolare argomento: «Viva gli americani che liberano l’Europa dal nazifascismo, ma no agli americani che liberano dalla dittatura altri popoli in altre parti del mondo». Ma è evidentissimo a tutti quale delle due affermazioni rimproverate alla sinistra, ancora oggi, le bruci di più.</p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>C’è stato un attacco contro la base militare italiana a Erbil, in Iraq</title>
<link>https://www.eventi.news/ce-stato-un-attacco-contro-la-base-militare-italiana-a-erbil-in-iraq</link>
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<description><![CDATA[ 
Due droni hanno colpito nella notte il compound che ospita il contingente italiano nel Kurdistan iracheno. L’esplosione ha provocato un incendio e danneggiato alcuni mezzi, ma il personale è rimasto illeso
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>C’è, stato, attacco, contro, base, militare, italiana, Erbil, Iraq</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225418-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225418-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225418-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225418-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225418-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24225418-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Nella notte la base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stata colpita da un attacco che non ha provocato vittime né feriti tra il personale. A darne notizia è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, spiegando di essere in contatto con i vertici militari per seguire l’evoluzione della situazione.</p>
<p>Secondo le prime informazioni diffuse dal governo, un missile avrebbe colpito l’area della base senza causare conseguenze per i militari italiani. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti tra il personale italiano. Stanno tutti bene», ha scritto Crosetto, aggiungendo di essere costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Comando operativo di vertice interforze (Covi), la struttura che coordina le operazioni militari italiane all’estero.</p>
<p>Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che i militari italiani sono «tutti al sicuro nel bunker». In un messaggio pubblicato sui social ha espresso «ferma condanna per l’attacco» e ha aggiunto di aver parlato con l’ambasciatore italiano in Iraq. «Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro», ha scritto Tajani, ringraziandoli per il servizio svolto.</p>
<p>La base italiana si trova all’interno di un comprensorio militare più ampio dove sono presenti anche altre installazioni, tra cui strutture utilizzate dalle forze armate statunitensi. Per questo motivo non è ancora chiaro se l’obiettivo dell’attacco fosse specificamente il contingente italiano oppure l’intera area militare.</p>
<p>Secondo quanto ricostruito <a href="https://www.repubblica.it/esteri/2026/03/12/news/droni_colpita_base_italiana_erbil_iran-425215841/#:~:text=Due%20droni%20hanno%20colpito%20nella,militari%20come%20%C2%ABIl%20Fortino%C2%BB." target="_blank" rel="noopener">da Repubblica</a>, l’attacco sarebbe avvenuto intorno alle 23:10 ora locale quando due droni hanno colpito Camp Singara, il compound che ospita anche il contingente italiano. I velivoli avrebbero centrato l’area del bar-ristorante della base, conosciuta tra i militari come «il Fortino». L’esplosione ha provocato un incendio che ha coinvolto almeno due automezzi parcheggiati nella zona. Le fiamme sono state domate rapidamente dalle squadre antincendio della base, evitando che il rogo si propagasse ad altre strutture del campo.</p>
<p>Crosetto ha informato immediatamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e si è messo in contatto diretto con il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti, che gli ha confermato che tutti i militari italiani stanno bene. Anche il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, ha avviato contatti con il contingente per monitorare la situazione.</p>
<p>La notizia dell’attacco è emersa in modo piuttosto insolito. Durante la trasmissione Realpolitik su Rete4, il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli ha letto in diretta un messaggio ricevuto dal ministro Crosetto che riferiva dell’esplosione alla base. Come scrive Giuliano Foschini su Repubblica, «l’informazione avrebbe dovuto restare riservata, almeno nell’immediatezza dei fatti», e l’annuncio televisivo ha creato «non poco imbarazzo».</p>
<p>Nella stessa notte la città di Erbil è stata interessata da una serie di attacchi con droni. Il governatore della capitale del Kurdistan iracheno, Umid Khoshnav, ha parlato di almeno diciassette raid complessivi contro la città. Secondo le autorità locali, tutti gli attacchi sono stati respinti dai sistemi di difesa aerea e non si registrano vittime, anche se diversi edifici e infrastrutture hanno subito danni materiali.</p>
<p>Tra gli obiettivi colpiti ci sarebbe stata anche l’area dell’aeroporto di Erbil, dove è presente una base statunitense. Un drone kamikaze avrebbe provocato un incendio nei pressi dello scalo, mentre altri frammenti di velivoli abbattuti sarebbero caduti su alcuni edifici della città, tra cui la Saad Abdullah Conference Hall, utilizzata anche per riunioni del governo regionale del Kurdistan.</p>
<p>Per il momento non è ancora chiaro chi abbia condotto l’attacco né se fosse rivolto specificamente contro la base italiana. Le autorità italiane e irachene stanno cercando di ricostruire la dinamica dell’episodio mentre prosegue il monitoraggio della sicurezza del contingente italiano presente nella regione.</p>
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<title>La propaganda russa e lo sharp power alla Biennale di Venezia</title>
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<description><![CDATA[ 
Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 10:00:01 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<title>La poesia incontra il Venezuela: il Centro Servizi Culturali presenta il nuovo libro di Alessandra Maltoni a Ravenna</title>
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<description><![CDATA[ Un viaggio tra gusto e mixology. Per l’occasione, l&#039;incontro sarà accompagnato da una degustazione a tema venezuelano curata da Casa Spadoni. Il menù speciale prevede:

Drink: Fruit Margarita e Santa Teresa Old Fashioned.

Specialità gastronomiche: Tequeños (bastoncini di formaggio fritto) e Quesillo Venezolano (tipico dolce al cucchiaio) ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:30:25 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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Drink: Fruit Margarita e Santa Teresa Old Fashioned.

Specialità gastronomiche: Tequeños (bastoncini di formaggio fritto) e Quesillo Venezolano (tipico dolce al cucchiaio)]]> </content:encoded>
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<title>Rally: Tonelli apre la caccia al poker nel CIRTS</title>
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<description><![CDATA[ Il tre volte campione italiano tra le due ruote motrici, dal 2022 al 2024, si candida nuovamente nella rosa dei pretendenti al titolo. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:30:24 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Rally:, Tonelli, apre, caccia, poker, nel, CIRTS</media:keywords>
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<title>Iran, rincari fino a 540 euro a famiglia su bollette e carburanti</title>
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<description><![CDATA[ Fino a 540 euro in più a famiglia su bollette e carburante; è questo, secondo le stime di Facile.it, l’aggravio che gli italiani rischiano di dover sostenere nei prossimi 12 mesi per l’aumento del prezzo delle materie prime causato dal conflitto in Iran. Bollette luce e gas Secondo gli analisti di Facile.it, con il perdurare […] ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:30:23 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Iran, rincari, fino, 540, euro, famiglia, bollette, carburanti</media:keywords>
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<title>Bollette: in Sicilia spesi 1.710 euro a famiglia nel 2025</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo decreto energia dovrebbe alleggerire le bollette 2026, ma quanto hanno pagato lo scorso anno le famiglie siciliane per luce e gas? Secondo l’analisi* di Facile.it, in Sicilia, la spesa media 2025 per i clienti domestici con fornitura nel mercato libero a tariffa indicizzata è stata pari a 1.710 euro, valore solo di poco […] ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:30:23 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Bollette:, Sicilia, spesi, 1.710, euro, famiglia, nel, 2025</media:keywords>
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<title>Importazione parallela dei farmaci valore per l’Italia: possibili risparmi per 239 mln di euro</title>
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Gian Maria Morra, CEO di GMM Farma, azienda di Nola (Campania) leader dell’importazione parallela in Italia, e Presidente di AMI - Affordable Medicines Italia, l’associazione delle aziende italiane del settore: «Il parallel trade, noto anche come distribuzione indipendente di medicinali, rappresenta una possibile soluzione alle crisi di carenza di farmaci e un’importante opportunità di ampliamento dell’offerta. Tuttavia, a differenza di altri Paesi europei, in Italia il settore ha una quota ancora marginale, per l’assenza di incentivi e tempi lunghi di rilascio delle autorizzazioni. Occorrono, nel nostro Paese, celerità e semplificazione della regolamentazione». Ad oggi le importazioni parallele in Italia sono solo l’1 per cento delle vendite complessive di farmaci, a fronte di una media europea del 5 per cento: aumentando la quota, si genererebbero molti più risparmi per il sistema sanitario ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:30:22 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Importazione, parallela, dei, farmaci, valore, per, l’Italia:, possibili, risparmi, per, 239, mln, euro</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Gian-Maria-Morra-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">




Gian Maria Morra, CEO di GMM Farma, azienda di Nola (Campania) leader dell’importazione parallela in Italia, e Presidente di AMI - Affordable Medicines Italia, l’associazione delle aziende italiane del settore: «Il parallel trade, noto anche come distribuzione indipendente di medicinali, rappresenta una possibile soluzione alle crisi di carenza di farmaci e un’importante opportunità di ampliamento dell’offerta. Tuttavia, a differenza di altri Paesi europei, in Italia il settore ha una quota ancora marginale, per l’assenza di incentivi e tempi lunghi di rilascio delle autorizzazioni. Occorrono, nel nostro Paese, celerità e semplificazione della regolamentazione». Ad oggi le importazioni parallele in Italia sono solo l’1 per cento delle vendite complessive di farmaci, a fronte di una media europea del 5 per cento: aumentando la quota, si genererebbero molti più risparmi per il sistema sanitario]]> </content:encoded>
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<title>EMN2026: Nuove terapie e sfide cliniche al centro del Congresso Internazionale sul Mieloma Multiplo, dal 16 al 18 aprile, a Praga</title>
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<description><![CDATA[ L’annuale Congresso Internazionale dello European Myeloma Network (EMN) riunirà ematologi ed esperti internazionali di mieloma multiplo dal 16 al 18 aprile 2026 a Praga, presso il Clarion Conference Center
Tre giorni di confronto scientifico di alto livello con relatori provenienti da tutta Europa e non solo: un’opportunità unica, soprattutto per i giovani ricercatori, di confrontarsi direttamente con colleghi ed esperti a livello internazionale
Focus su nuovi trattamenti, sequenziamento terapeutico, MRD, pazienti ad alto rischio e ruolo dell’Intelligenza Artificiale nella ricerca clinica nel panel dedicato alle future innovations
Confermata l’attenzione ai giovani: 8 travel grant per i migliori abstract presentati da ricercatori under 40
Iscrizioni aperte sul sito emn2026.com, con tariffe agevolate per giovani medici under 35, infermieri e data manager, ed early bird attivo fino al 6 aprile
Per gli iscritti, possibilità di registrarsi gratuitamente alle sessioni Meet the Experts – posti limitati ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:30:19 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>EMN2026:, Nuove, terapie, sfide, cliniche, centro, del, Congresso, Internazionale, sul, Mieloma, Multiplo, dal, aprile, Praga</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-478-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">L’annuale Congresso Internazionale dello European Myeloma Network (EMN) riunirà ematologi ed esperti internazionali di mieloma multiplo dal 16 al 18 aprile 2026 a Praga, presso il Clarion Conference Center
Tre giorni di confronto scientifico di alto livello con relatori provenienti da tutta Europa e non solo: un’opportunità unica, soprattutto per i giovani ricercatori, di confrontarsi direttamente con colleghi ed esperti a livello internazionale
Focus su nuovi trattamenti, sequenziamento terapeutico, MRD, pazienti ad alto rischio e ruolo dell’Intelligenza Artificiale nella ricerca clinica nel panel dedicato alle future innovations
Confermata l’attenzione ai giovani: 8 travel grant per i migliori abstract presentati da ricercatori under 40
Iscrizioni aperte sul sito emn2026.com, con tariffe agevolate per giovani medici under 35, infermieri e data manager, ed early bird attivo fino al 6 aprile
Per gli iscritti, possibilità di registrarsi gratuitamente alle sessioni Meet the Experts – posti limitati]]> </content:encoded>
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<title>LEMON GELATO, la nuova fragranza firmata YANKEE CANDLE®</title>
<link>https://www.eventi.news/lemon-gelato-la-nuova-fragranza-firmata-yankee-candle</link>
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<description><![CDATA[ In occasione della Giornata Internazionale del Gelato, celebriamo uno dei simboli più amati della tradizione italiana: un piacere semplice, capace di evocare le prime giornate di sole primaverili, passeggiate nelle piazze assolate e soste rinfrescanti nelle gelaterie artigianali ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:30:18 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>LEMON, GELATO, nuova, fragranza, firmata, YANKEE, CANDLE®</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-479-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">In occasione della Giornata Internazionale del Gelato, celebriamo uno dei simboli più amati della tradizione italiana: un piacere semplice, capace di evocare le prime giornate di sole primaverili, passeggiate nelle piazze assolate e soste rinfrescanti nelle gelaterie artigianali]]> </content:encoded>
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<title>Giornata Mondiale del Rene: Associazioni pazienti e società scientifiche chiedono equo accesso alla terapia dietetico&#45;nutrizionale ipoproteica</title>
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<description><![CDATA[ Negli stadi avanzati della malattia renale, la dieta ipoproteica protegge l’organismo dalla tossicità e ritarda la necessità della dialisi.
Solo Lombardia e Basilicata rimborsano la quantità di alimenti aproteici necessaria alla dieta (12 kg/mese); nelle altre Regioni, i pazienti devono spendere fino a 50 euro al mese o rinunciare a parte della cura.
Per garantire questa terapia a circa 20.000 italiani che ne hanno bisogno, servono 32 milioni di euro l’anno. Oggi 8 sono ancora a carico dei cittadini ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:30:17 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Giornata, Mondiale, del, Rene:, Associazioni, pazienti, società, scientifiche, chiedono, equo, accesso, alla, terapia, dietetico-nutrizionale, ipoproteica</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[Negli stadi avanzati della malattia renale, la dieta ipoproteica protegge l’organismo dalla tossicità e ritarda la necessità della dialisi.
Solo Lombardia e Basilicata rimborsano la quantità di alimenti aproteici necessaria alla dieta (12 kg/mese); nelle altre Regioni, i pazienti devono spendere fino a 50 euro al mese o rinunciare a parte della cura.
Per garantire questa terapia a circa 20.000 italiani che ne hanno bisogno, servono 32 milioni di euro l’anno. Oggi 8 sono ancora a carico dei cittadini]]> </content:encoded>
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<title>Bollette: in Veneto spesi 2.295 euro a famiglia nel 2025</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo decreto energia dovrebbe alleggerire le bollette 2026, ma quanto hanno pagato lo scorso anno le famiglie venete per luce e gas? Secondo l’analisi* di Facile.it, in Veneto, la spesa media 2025 per i clienti domestici con fornitura nel mercato libero a tariffa indicizzata è stata pari a 2.295 euro, valore solo di poco […] ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:30:16 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Velocità in circuito: Bolza Corse schiera i Masutti nel RIC Endurance</title>
<link>https://www.eventi.news/velocita-in-circuito-bolza-corse-schiera-i-masutti-nel-ric-endurance</link>
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<description><![CDATA[ Apre il sipario sul 2026 del team adriese con la famiglia da Bratislava che affronterà la stagione sulla Leon ST Cupra polesana. ]]></description>
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<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 08:30:16 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Velocità, circuito:, Bolza, Corse, schiera, Masutti, nel, RIC, Endurance</media:keywords>
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<title>Il referendum sulla separazione delle carriere non è incomprensibile, è la politica che lo complica</title>
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<description><![CDATA[ 
Emilia Rossi spiega in un libro che dietro il linguaggio specialistico si nasconde una questione semplice che riguarda fiducia, imparzialità del processo e ruolo degli elettori
L&#039;articolo Il referendum sulla separazione delle carriere non è incomprensibile, è la politica che lo complica proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>referendum, sulla, separazione, delle, carriere, non, incomprensibile, politica, che, complica</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rhamely-cjt9jzf-le-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rhamely-cjt9jzf-le-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rhamely-cjt9jzf-le-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rhamely-cjt9jzf-le-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rhamely-cjt9jzf-le-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/rhamely-cjt9jzf-le-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>«È un referendum troppo tecnico, la gente comune non può comprenderlo. Anzi, i cittadini non dovrebbero essere interpellati su temi così difficili». Quante volte abbiamo sentito questa frase a proposito del referendum confermativo sulla legge costituzionale che introduce nel sistema di giustizia la separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica?</p>
<p>Per carità, non è la prima volta che ascoltiamo parole del genere dai protagonisti della politica in occasione dei referendum. Anzi, accade sempre che venga detto a noi, cittadini comuni, che il quesito referendario è troppo complicato e che nessuno che non sia proprio addetto ai lavori può capirlo: come se qualcuno, anche tra i massimi esperti delle varie materie, andasse a leggere il quesito sulla scheda del referendum. Per il divorzio, l’aborto, il nucleare, la caccia, l’abolizione del sistema bicamerale nel 2016, qualcuno ricorda di aver letto il quesito sulla scheda?</p>
<p>Viene da pensare che il principe degli strumenti della democrazia diretta, il referendum, non sia amato dai partiti, come se il popolo usurpasse il loro ruolo di legislatori: ce ne occupiamo noi, ché la gente comune non può capire. Salvo poi non occuparsene per nulla e fare orecchie da mercante rispetto alle esigenze che i cittadini manifestano con le richieste di referendum.</p>
<p>Per esempio: se i protagonisti della politica avessero tenuto in qualche conto il voto espresso nel referendum del 2000 sulla separazione delle carriere da oltre dieci milioni di cittadini, anche se non era stato raggiunto il quorum (era un referendum abrogativo), forse oggi non ci troveremmo nella situazione in cui ci troviamo. Fin dal primo momento della campagna referendaria, quindi, il mantra di chi si oppone alla riforma è stato: il quesito è troppo difficile, non è un tema che i cittadini possano capire.</p>
<p>Sarà. Io però ci ho provato, a farlo capire. Ci ho provato una prima volta con un mio giovanissimo collega civilista, che dunque non ha esperienza del mondo dei processi penali, ma in quanto civilista fa cause senza la partecipazione del pubblico ministero, quindi si confronta ad armi pari con il suo avversario davanti al giudice. A questo collega ho detto: immagina di fare una causa e che la tua controparte sia un collega del giudice. Ha capito subito.</p>
<p>Con persone che non sono pratiche del mondo giudiziario, per spiegarmi ho fatto ricorso alla cultura popolare, quella sportiva. Ho chiesto loro se si fossero mai domandati perché, negli incontri internazionali di tennis, si cerca di evitare che il giudice di sedia o quello di linea siano della stessa nazionalità di uno dei giocatori. O perché nelle partite di calcio dei Mondiali l’arbitro non è mai della nazionalità di una delle due squadre. Dopodiché ho chiesto loro di provare a mettersi nei panni di un tennista o di un calciatore che entra in campo e vede che il giudice di sedia o l’arbitro ha la stessa bandiera di uno dei contendenti. Hanno capito subito.</p>
<p>Tutto qui. Semplice, no? E invece, piuttosto che rendere comprensibile la questione, gli oppositori della riforma hanno pensato fosse meglio complicarla: per prima cosa dicendo che la riforma non sta nella separazione delle carriere ma in tutt’altre questioni intricatissime, che riguardano la composizione di organi come il Consiglio superiore della magistratura, di cui la parte preponderante della collettività, giustamente, ignora l’esistenza; per seconda dandosi a un’opera di gravissima distorsione degli argomenti: se i cittadini non ne sanno niente, tanto vale disinformarli e utilizzare le armi della migliore antipolitica, slogan e parole d’ordine facili da capire. Tenendo conto che è bene che vadano a votare, visto che il quorum non è previsto per un referendum costituzionale.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-606808" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-08-at-120158-214x300.jpeg?x17776" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-08-at-120158-214x300.jpeg 214w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-08-at-120158-730x1024.jpeg 730w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-08-at-120158.jpeg 750w" sizes="auto, (max-width: 214px) 100vw, 214px"></p>
<p><a href="https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/certo-che-si-il-referendum-tra-realta-e-propaganda/" target="_blank" rel="noopener"><em>Tratto da <span>“Certo che sì! Il referendum tra realtà e propaganda” di Emilia Rossi, Castelvecchi editore, 120 pagine, 14,25 euro</span></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/referendum-separazione-carriere-giustizia-cittadini-democrazia-diretta/">Il referendum sulla separazione delle carriere non è incomprensibile, è la politica che lo complica</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Burger vegetali, l’Europa evita il divieto</title>
<link>https://www.eventi.news/burger-vegetali-leuropa-evita-il-divieto</link>
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<description><![CDATA[ 
L’Unione europea decide di non vietare denominazioni come burger, salsiccia o polpette per i prodotti a base vegetale. Una scelta che riapre il dibattito su linguaggio, mercato e transizione proteica
L&#039;articolo Burger vegetali, l’Europa evita il divieto proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Burger, vegetali, l’Europa, evita, divieto</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lysindamond-burger-3381723-1920.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lysindamond-burger-3381723-1920.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lysindamond-burger-3381723-1920-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lysindamond-burger-3381723-1920-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lysindamond-burger-3381723-1920-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lysindamond-burger-3381723-1920-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s2">Il linguaggio del cibo è un campo di battaglia sempre più affollato. L’ultima prova arriva da Bruxelles, dove Commissione, Parlamento e Consiglio dell’Unione europea hanno discusso la revisione del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli, affrontando anche la questione dei nomi dei prodotti vegetali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">La proposta iniziale <a href="https://www.linkiesta.it/2025/10/per-leuropa-se-e-veggie-non-e-burger/" target="_blank" rel="noopener">mirava a vietare</a> per i prodotti plant based l’uso di termini storicamente associati alla carne. Parole come burger, salsiccia o polpette sarebbero state riservate ai prodotti di origine animale. L’accordo raggiunto nei giorni scorsi ha scelto una strada diversa. Il divieto sarà parziale e non impedirà ai prodotti vegetali di utilizzare queste denominazioni quando indicano una forma o una preparazione, non la materia prima.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Il </span><span class="s1">Gruppo Prodotti a Base Vegetale di Unione Italiana Food</span><span class="s2"> ha accolto con favore la decisione, definendola una scelta di equilibrio e di trasparenza. Secondo l’associazione, i nomi oggi utilizzati aiutano i consumatori a orientarsi tra gli scaffali senza creare equivoci, perché indicano il tipo di prodotto e il modo in cui può essere cucinato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Il punto centrale del dibattito resta proprio qui: i nomi del cibo raccontano una storia fatta di tecniche, gesti e tradizioni. Burger e polpette descrivono una forma, una lavorazione, un modo di mangiare. L’ingrediente può cambiare nel tempo. È lo stesso principio che ha portato nel linguaggio gastronomico espressioni come “latte di mandorla” o “burro di cacao”, che nessuno oggi percepisce come ingannevoli.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Dall’altra parte della discussione si collocano le filiere della carne e parte del mondo agricolo, che vedono in queste denominazioni una possibile appropriazione simbolica. Il timore è che l’uso di parole nate nella tradizione carnivora possa spostare valore e immaginario verso prodotti che appartengono a un altro segmento produttivo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Intanto il mercato evolve: secondo i dati diffusi da Unione Italiana Food, quasi la metà degli italiani consuma prodotti a base vegetale almeno due o tre volte al mese e negli ultimi tre anni il numero dei consumatori è cresciuto di oltre il dieci per cento. Le motivazioni principali riguardano la varietà della dieta e l’aumento dell’apporto di proteine vegetali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">In altre parole, la questione dei nomi è solo la superficie di una trasformazione più profonda. La cosiddetta transizione proteica sta ridisegnando abitudini alimentari, filiere agricole e strategie industriali. Il linguaggio diventa allora uno strumento per orientarsi dentro questo cambiamento.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Per ora l’Europa ha scelto una via pragmatica. Le parole restano, con alcune limitazioni ancora da definire quando l’accordo verrà formalizzato nelle prossime settimane. Il dibattito, invece, continuerà a lungo.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/burger-vegetali-europa-evita-divieto/">Burger vegetali, l’Europa evita il divieto</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Dallo shock di Putin e Trump può nascere un’Europa adulta</title>
<link>https://www.eventi.news/dallo-shock-di-putin-e-trump-puo-nascere-uneuropa-adulta</link>
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<description><![CDATA[ 
Mosca ha riportato la guerra nel continente, l’amministrazione statunitense ha messo in dubbio la protezione americana. Solo ora il Vecchio continente scopre che la sicurezza non si delega. I due ci hanno tolto il lusso dell’inerzia
L&#039;articolo Dallo shock di Putin e Trump può nascere un’Europa adulta proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Dallo, shock, Putin, Trump, può, nascere, un’Europa, adulta</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="856" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23593977-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23593977-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23593977-large-300x201.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23593977-large-1024x685.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23593977-large-768x514.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23593977-large-1200x803.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La guerra russa e il ricatto politico sull’ombrello americano hanno infranto due illusioni durate troppo a lungo. Da questo shock può nascere un’Europa finalmente adulta.</p>
<p>C’è una frase che suona scandalosa, ma che merita di essere capita prima di essere respinta: dovremo ringraziare Donald Trump e Vladimir Putin. Naturalmente non in senso morale, e neppure politico. Nessuno può ringraziare chi aggredisce un Paese sovrano o chi trasforma la protezione strategica in uno strumento di pressione. Eppure, nella crudele pedagogia della storia, accade spesso che siano proprio gli avversari a costringere le democrazie a prendere sul serio se stesse.</p>
<p>È quello che sta succedendo all’Europa.</p>
<p>Per anni il continente ha vissuto dentro una doppia illusione. La prima era che la guerra convenzionale fosse uscita per sempre dalla geografia europea, confinata nei libri di storia, nei memoriali del Novecento, nelle commemorazioni ufficiali. La seconda era che, qualunque cosa fosse accaduta, gli Stati Uniti avrebbero comunque garantito la sicurezza europea, senza condizioni, senza riserve, senza chiedere davvero agli alleati di assumersi il peso della propria difesa.</p>
<p>Putin ha distrutto la prima illusione. Trump ha demolito la seconda.</p>
<p>Il presidente russo lo ha fatto nel modo più brutale possibile: con i carri armati, con l’aggressione, con la convinzione imperiale che la forza possa ancora piegare i confini, intimidire i vicini, riscrivere gli equilibri del continente. Con una sola guerra ha costretto l’Europa a reimparare un lessico che credeva archiviato: deterrenza, munizioni, difesa territoriale, profondità strategica, protezione delle infrastrutture critiche. Ha ricordato agli europei che la storia non era finita, e che la sicurezza non è una rendita perpetua ma una condizione da costruire, finanziare e difendere.</p>
<p>Trump, dal canto suo, ha fatto qualcosa di diverso ma altrettanto destabilizzante. Ha tolto il velo a una verità che in Europa si preferiva non guardare: l’ombrello americano non è un dato naturale, né un diritto acquisito. È una scelta politica di Washington, e come tutte le scelte politiche può cambiare, restringersi, diventare più costosa, più condizionata, più incerta. Il trumpismo, al di là della figura di Trump, ha avuto questo effetto strategico: ha fatto capire agli europei che dipendere in modo quasi infantile dalla protezione altrui non è più sostenibile.</p>
<p>Ecco il punto. Per troppo tempo l’Europa ha confuso la pace con la delega. Ha pensato che bastasse proclamare valori per non dover investire nella forza che li protegge. Ha creduto che il welfare potesse crescere indipendentemente dalla sicurezza, che il commercio potesse sostituire la geopolitica, che l’interdipendenza economica fosse di per sé una garanzia contro la violenza. Era una visione comoda, elegante, perfino moralmente rassicurante. Ma era, almeno in parte, una finzione.</p>
<p>Oggi quella finzione si è spezzata.</p>
<p>Non è un caso se all’improvviso si parla con serietà di riarmo europeo, di industria della difesa, di coordinamento strategico, di autonomia tecnologica, di energia come fattore di sicurezza, di capacità di risposta comune. Non è un caso se bilanci che per anni erano rimasti quasi intoccabili vengono rivisti. Non è un caso se anche Paesi tradizionalmente prudenti o riluttanti hanno cambiato tono, priorità e linguaggio.</p>
<p>La verità è che né Bruxelles né le capitali europee, da sole, avevano trovato la forza politica per compiere questo salto. Troppi interessi divergenti, troppe comodità, troppe opinioni pubbliche abituate a considerare la difesa una spesa sgradevole e secondaria. Ci voleva uno shock. Anzi, due: uno da Est e uno da Ovest. Putin ha mostrato il pericolo. Trump ha mostrato la dipendenza. Insieme, hanno imposto all’Europa una scelta che essa rinviava da decenni.</p>
<p>Naturalmente non basta spendere di più. Spendere male è persino peggio che spendere poco. Il rischio è sotto gli occhi di tutti: programmi duplicati, industrie nazionali gelose dei propri perimetri, acquisti scoordinati, retorica sull’autonomia strategica priva di una vera catena di comando politica. Se l’Europa vuole davvero diventare adulta, dovrà fare un passo ulteriore: trasformare l’aumento della spesa in una strategia comune, in interoperabilità, in filiere industriali integrate, in cultura della sicurezza. Non basta comprare più armi; bisogna capire per quale visione d’Europa le si compra.</p>
<p>Ed è qui che il paradosso iniziale trova il suo senso. Non dobbiamo gratitudine a Trump e Putin. Dobbiamo però riconoscere che hanno avuto, loro malgrado, un effetto storico preciso: hanno costretto l’Europa a smettere di raccontarsela. Hanno chiuso la stagione dell’ambiguità strategica. Hanno reso impossibile continuare a vivere come se la sicurezza fosse sempre un problema di qualcun altro.</p>
<p>Talvolta i popoli maturano non quando vogliono, ma quando sono costretti. Non quando la politica trova il coraggio, ma quando la realtà le presenta il conto. È una lezione dura, persino umiliante. Ma è una lezione necessaria.</p>
<p>Se da questa crisi nascerà un’Europa più forte, più consapevole, più capace di difendere i propri interessi e i propri valori, non sarà perché Trump e Putin avevano ragione. Sarà perché, mettendoci di fronte alle nostre fragilità, ci hanno tolto il lusso dell’inerzia.</p>
<p>E forse è proprio questo il punto più scomodo di tutti: non ci hanno reso migliori. Ci hanno semplicemente impedito di restare deboli.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/putin-trump-europa-adulta/">Dallo shock di Putin e Trump può nascere un’Europa adulta</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Quando l’agriturismo incontra la cucina d’autore</title>
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A Cureggio, nel Novarese, La Capuccina ridefinisce l’idea di agriturismo. Orto, campagna e filiera agricola restano il cuore del progetto, ma la cucina assume la precisione e l’eleganza della ristorazione contemporanea. Nasce così un format ibrido, dove la ruralità incontra l’alta cucina
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-sala-ristorante-2-credito-savour.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-sala-ristorante-2-credito-savour.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-sala-ristorante-2-credito-savour-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-sala-ristorante-2-credito-savour-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-sala-ristorante-2-credito-savour-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-sala-ristorante-2-credito-savour-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">C’è una parola che negli ultimi anni ha perso contorni precisi: agriturismo. Per molti resta sinonimo di tavolate rustiche, piatti abbondanti e un’estetica volutamente semplice. In realtà, in diverse parti d’Italia questa formula sta cambiando pelle. Un esempio interessante arriva dal Piemonte, nella campagna novarese, dove </span><a href="https://www.lacapuccina.it/" target="_blank" rel="noopener"><span class="s2">La Capuccina</span></a><span class="s1"> di Cureggio propone un modello che amplia il significato stesso di ospitalità rurale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La struttura occupa una dimora storica immersa in una tenuta agricola con orti, frutteto e campi coltivati. Il progetto combina ristorante, camere e attività agricola in un unico sistema, dove il paesaggio non è soltanto sfondo ma parte integrante dell’esperienza. La tenuta conta nove camere pensate per un soggiorno lento, a pochi chilometri dal Lago d’Orta e dal Lago Maggiore.<span class="Apple-converted-space"> E f</span></span><span class="s1">in qui sembrerebbe la descrizione di molti agriturismi italiani. Ma qui, la differenza nasce in cucina.</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606919" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/1-capuccina-inverno25-savourduo-16.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-606919" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/1-capuccina-inverno25-savourduo-16-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="961" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/1-capuccina-inverno25-savourduo-16-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/1-capuccina-inverno25-savourduo-16-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/1-capuccina-inverno25-savourduo-16-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/1-capuccina-inverno25-savourduo-16-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/1-capuccina-inverno25-savourduo-16.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">@SavorDuo</figcaption></figure>
<p class="p1"><span class="s1">Alla guida del ristorante c’è lo chef <a href="https://www.instagram.com/alessio_bordenca/?hl=en" target="_blank" rel="noopener">Alessio Bordenca</a>, cuoco giovane ma con tante esperienze in ristoranti di alta cucina internazionale e italiana: il suo percorso professionale passa da brigate importanti come quelle di Gordon Ramsay e Anne-Sophie Pic, oltre che dal ristorante Andrea Aprea a Milano.<span class="Apple-converted-space"> </span></span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606910" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/alessio-bordenca-chef-capuccina.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-606910" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/alessio-bordenca-chef-capuccina-1024x724.jpg?x17776" alt="" width="640" height="453" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/alessio-bordenca-chef-capuccina-1024x724.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/alessio-bordenca-chef-capuccina-300x212.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/alessio-bordenca-chef-capuccina-768x543.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/alessio-bordenca-chef-capuccina-1200x848.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/alessio-bordenca-chef-capuccina.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Alessio Bordenca</figcaption></figure>
<p class="p1"><span class="s1">Questo retroterra si riflette nel modo in cui vengono trattati ingredienti e menu. L’orto della tenuta, circa duemila metri quadrati, fornisce gran parte delle verdure e delle erbe aromatiche utilizzate nei piatti. Accanto all’orto c’è un frutteto e una filiera agricola che alimenta la cucina con prodotti coltivati direttamente in azienda.<span class="Apple-converted-space"> E anche qui il filone agriturismo sembra un classico. </span></span><span class="s1">Il punto interessante non è però la presenza dell’orto, elemento tipico dell’agriturismo. È il modo in cui questi ingredienti vengono interpretati. Le materie prime agricole non vengono semplicemente servite in versione domestica o tradizionale, ma diventano la base per una cucina contemporanea, costruita su tecnica, precisione e ricerca estetica. I percorsi degustazione raccontano il territorio con una grammatica gastronomica più vicina alla ristorazione d’autore che alla trattoria di campagna, pur restando solidamente ancorati al luogo e riuscendo a interpretarlo con grande coerenza.<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questo senso La Capuccina rappresenta una possibile evoluzione del modello agrituristico, in cui la filiera agricola resta il fondamento del progetto, ma il risultato a tavola non è più soltanto rassicurante o familiare. È elegante, goloso, talvolta sorprendente. La stessa cosa fa il servizio, puntuale e raffinato, giovane e dinamico, accogliente e competente. </span></p>

        
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<p class="p1"><span class="s1">Anche il contesto architettonico contribuisce a questa trasformazione. Gli ambienti conservano l’anima rurale della cascina, ma con un linguaggio estetico contemporaneo, luminoso e minimale. Il risultato è un equilibrio tra calore campestre e raffinatezza, una sorta di “country chic” che si ritrova sia nelle sale del ristorante sia nelle camere destinate agli ospiti.<span class="Apple-converted-space">  </span></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo cambio di paradigma racconta qualcosa di più ampio: negli anni Ottanta l’agriturismo nasceva come risposta economica per le aziende agricole, un modo per integrare il reddito attraverso l’ospitalità e per dare ristoro a un pubblico con poche conoscenze ma con il desiderio di tornare alla terra. Oggi, in alcune realtà, diventa invece un laboratorio gastronomico. La terra resta il punto di partenza, ma la cucina si permette una libertà creativa che un tempo sarebbe stata impensabile in questo contesto. </span><span class="s1">Il risultato è un luogo ibrido: non è un ristorante fine dining isolato dalla natura, ma neppure un agriturismo nel senso più tradizionale del termine. È piuttosto un rifugio contemporaneo per chi cerca campagna, silenzio e una cucina capace di trasformare gli ingredienti della terra in qualcosa di più sofisticato, e dimostra come anche il consumatore si sia evoluto nel tempo. </span><span class="s1">Forse è proprio qui che si intravede il futuro dell’agriturismo italiano: non più soltanto memoria rurale, ma un nuovo spazio gastronomico dove la terra continua a parlare, ma con un linguaggio diverso.</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606920" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-esterno-camere-credito-savour.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-606920" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-esterno-camere-credito-savour-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="961" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-esterno-camere-credito-savour-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-esterno-camere-credito-savour-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-esterno-camere-credito-savour-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-esterno-camere-credito-savour-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/capuccina-esterno-camere-credito-savour.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">@SavorDuo</figcaption></figure>
<p>La Capuccina<br>
Via Cappuccina, 7<br>
28060 Cureggio (NO)<br>
<a href="https://www.lacapuccina.it/" target="_blank" rel="noopener">https://www.lacapuccina.it/</a></p>
<p>Per tutte le foto: credits SavorDuo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/quando-agriturismo-incontra-cucina-autore/">Quando l’agriturismo incontra la cucina d’autore</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il flash mob a Milano per commemorare il bombardamento del Teatro di Mariupol</title>
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Sabato 14 marzo, in Piazza della Scala, alle ore 11, in occasione del quarto anniversario della strage i partecipanti formeranno con i loro corpi la parola russa «ДЕТИ» (“bambini”), la stessa che era stata scritta davanti al teatro della città ucraina prima dell’attacco del marzo 2022
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1029" height="1280" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-06-at-105037.jpeg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-06-at-105037.jpeg 1029w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-06-at-105037-241x300.jpeg 241w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-06-at-105037-823x1024.jpeg 823w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-06-at-105037-768x955.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-06-at-105037-965x1200.jpeg 965w" sizes="auto, (max-width: 1029px) 100vw, 1029px"></p><p><span>Milano ospiterà sabato 14 marzo un’iniziativa pubblica per ricordare il bombardamento del Teatro Drammatico di Mariupol, uno degli episodi più simbolici della guerra contro i civili in Ucraina. Alle 11, in Piazza della Scala, i partecipanti del flash mob formeranno con i loro corpi la parola russa «ДЕТИ» (“bambini”), la stessa che era stata scritta davanti al teatro della città ucraina prima dell’attacco del marzo 2022.  Al termine dell’evento è previsto il rilascio controllato di duecento palloncini bianchi che si solleveranno per alcuni metri restando vincolati, senza dispersione nell’ambiente, come simbolo delle vittime civili dell’attacco.</span></p>
<p><span>L’iniziativa si intitola “Le Anime di Mariupol” ed è promossa dall’Associazione Boristene, da Liberi Oltre le Illusioni e dal network NAU, con il coinvolgimento della comunità ucraina e di diverse realtà della società civile italiana. L’evento ha il patrocinio della Regione Lombardia ed è sostenuto dall’Ambasciata d’Ucraina nella Repubblica Italiana e dal Consolato generale ucraino a Milano.</span></p>
<p><span>Il riferimento è al bombardamento del 16 marzo 2022, avvenuto durante l’assedio di Mariupol. Il teatro cittadino era stato utilizzato come rifugio da centinaia di civili e davanti all’edificio era stata tracciata a grandi lettere la parola «ДЕТИ», visibile anche dall’alto, per indicare la presenza di bambini. L’edificio venne colpito e distrutto.</span></p>
<p><span>Organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch e Amnesty International hanno successivamente analizzato l’attacco definendolo una grave violazione del diritto internazionale umanitario. Inchieste giornalistiche della BBC e dell’Associated Press, basate su immagini satellitari e testimonianze dei sopravvissuti, hanno documentato la distruzione del teatro e la morte di centinaia di persone. Con il passare degli anni il bombardamento è diventato uno degli episodi più citati quando si parla delle violenze contro la popolazione civile durante la guerra.</span></p>
<p><span>Secondo gli organizzatori, l’obiettivo è mantenere viva l’attenzione su quanto accaduto durante l’assedio di Mariupol e sul tema della protezione dei civili nei conflitti armati. La presidente dell’associazione Boristene, Svetlana Terechtchenko, ricorda che il Teatro Drammatico della città era «uno dei simboli della vita culturale» di Mariupol e aggiunge che «la memoria resta e per noi ricordare è un dovere, perché significa continuare a raccontare al mondo la verità su quello che è successo». </span></p>
<p><span>Costantino De Blasi, presidente di Liberi Oltre le Illusioni, collega l’iniziativa alla dimensione più ampia della guerra e delle sue conseguenze: «La timidezza con cui l’Ucraina è stata aiutata ha scoperchiato un vaso di Pandora e ha ridato slancio a quanti pensano che la forza possa prevalere sul diritto». De Blasi aggiunge che molte persone a Mariupol «giacciono dispersi, dimenticati o gettati in fosse comuni» e che «la memoria dà un senso al dolore». </span><span>Olena Kim, portavoce del network NAU, sottolinea il valore simbolico del ricordo delle vittime del teatro: «Ricordare significa opporsi all’oblio e rendere giustizia a chi non ha più voce».</span></p>
<p><span>Il flash mob si svolgerà dalle 11 alle 12, con ritrovo dei partecipanti alle 10 in Piazza della Scala. Gli organizzatori hanno predisposto un <a href="https://forms.gle/EVqgnNrGgHmRE9oK7" target="_blank" rel="noopener">modulo online</a> per segnalare la propria partecipazione, utile a stimare il numero di persone presenti e organizzare la disposizione in piazza, ma l’evento rimane aperto al pubblico.</span></p>
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<title>La nuova voce di Biondi&#45;Santi</title>
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<description><![CDATA[ 
Dopo l’acquisizione del 2017 da parte della famiglia Descours, la storica tenuta di Montalcino avvia un lavoro profondo sui vigneti e sulla precisione in cantina. Senza cambiare l’identità del Brunello, ma preparando il vino alle sfide del clima e delle nuove generazioni
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>nuova, voce, Biondi-Santi</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="854" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-brunello-di-montalcino-2020.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-brunello-di-montalcino-2020.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-brunello-di-montalcino-2020-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-brunello-di-montalcino-2020-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-brunello-di-montalcino-2020-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-brunello-di-montalcino-2020-1200x801.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Ci sono aziende che cambiano pelle. Altre che scelgono di lavorare sulle ossa, intervenendo dove conta davvero. La storia recente di </span><a href="https://www.biondisanti.it/" target="_blank" rel="noopener"><span class="s2">Biondi-Santi</span></a><span class="s1"> appartiene alla seconda categoria.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel 2017 la storica tenuta del Greppo, dove nell’Ottocento nacque il </span><span class="s2">Brunello di Montalcino</span><span class="s1">, passa dalla famiglia Biondi Santi al gruppo guidato dalla famiglia </span><span class="s2">Descours</span><span class="s1">. Un passaggio delicato per uno dei nomi più identitari del vino italiano. La nuova proprietà si trova davanti a una macchina complessa, ricca di storia ma bisognosa di interventi profondi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il primo lavoro riguarda le vigne. Molte parcelle vengono studiate da capo, con analisi dettagliate dei suoli e una mappatura agronomica pensata per capire cosa la proprietà abbia davvero ereditato. Insieme al consulente di terroir </span><span class="s2">Pedro Parra</span><span class="s1"> prende forma un progetto di lettura e isolamento delle parcelle che interessa i 33 ettari oggi in produzione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Durante questo lavoro emerge un piccolo tesoro: una vigna di circa 0,7 ettari piantata negli anni Trenta. Al suo interno sopravvivono cinquanta piante madri di </span><span class="s2">Sangiovese</span><span class="s1">, geneticamente diverse tra loro e in ottima salute. Da queste piante parte un programma di selezione che porterà a individuare circa venti biotipi da reimpiantare nei prossimi anni. L’obiettivo è semplice e ambizioso insieme: aumentare la diversità genetica del vigneto per affrontare un futuro climatico più instabile.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Montalcino, del resto, non è immune ai cambiamenti climatici. Il lavoro in vigna diventa quindi anche un laboratorio agronomico. Con l’enologo </span><span class="s2">Federico Radi</span><span class="s1"> vengono introdotte pratiche di agricoltura rigenerativa e programmi di sovescio specifici per ogni parcella. I suoli, che negli anni avevano perso vitalità, stanno recuperando struttura e fertilità.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-606575" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-3-819x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="800" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-3-819x1024.jpg 819w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-3-240x300.jpg 240w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-3-768x960.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-3-960x1200.jpg 960w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/biondi-santi-3.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il lavoro in cantina procede con la stessa filosofia. Nessuna rivoluzione stilistica, piuttosto un’ossessione per la precisione. La selezione manuale delle uve viene affiancata da una cernita ottica che scarta circa il cinque per cento della vendemmia. Le fermentazioni si svolgono in una nuova sala con vasche di cemento di ultima generazione. Restano invece centrali le grandi botti di rovere di Slavonia, fornite da oltre un secolo dalla bottaia </span><span class="s2">Garbellotto</span><span class="s1">, anche se la gestione del legno è stata ricalibrata e il tempo di permanenza in botte progressivamente ridotto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La vera novità arriva dopo. L’affinamento in bottiglia viene allungato per permettere ai tannini di distendersi prima dell’uscita sul mercato. Il risultato è un vino più pronto alla beva, pur mantenendo la struttura che ha reso celebre il Brunello della casa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le vendemmie 2019 e 2020 segnano il primo punto di arrivo di questo percorso. Non un nuovo stile, ma una definizione più nitida di quello storico: eleganza, freschezza, capacità di evolvere lentamente nel tempo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Accanto al lavoro agricolo ed enologico nasce anche un progetto culturale pensato per parlare a un pubblico diverso. Si chiama </span><span class="s3">La Voce di Biondi-Santi</span><span class="s1"> e ogni anno ruota attorno a una parola chiave affidata a giovani scrittori. I racconti diventano podcast e confluiscono in una piattaforma digitale che raccoglie anche il racconto delle ultime vendemmie da parte del team di cantina.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La parola scelta quest’anno è “generazioni”. Un tema che attraversa tutta la storia della tenuta. Dalla nascita del Brunello nell’Ottocento fino alla nuova fase inaugurata dopo il 2017, passando per annate che raccontano epoche diverse: la 1983 morbida e setosa, la 1988 più balsamica e accomodante, la 2006 nervosa e vibrante, la 2013 fresca e sapida.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il 2019 guarda avanti. Tannino giovane, energia acida, un profilo che promette tempo. In fondo è questo il filo rosso della casa del Greppo: custodire un’identità che attraversa le generazioni senza smettere di dialogare con il presente.</span></p>

        
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                <figcaption>Azienda  Biondi SantiMontalcino
Photo Sandro Michahelles
Degustrazione Gambero Rosso Brunello di Montalcino Azienda Biondi Santi 
Particolare della cantina</figcaption>
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<title>Buoni motivi e cattivi argomenti per discutere di referendum</title>
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<description><![CDATA[ 
Il tentativo di sottomettere la magistratura non è un’illazione, ma una constatazione, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
L&#039;articolo Buoni motivi e cattivi argomenti per discutere di referendum proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/element5-digital-t9cxbzluvic-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/element5-digital-t9cxbzluvic-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/element5-digital-t9cxbzluvic-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/element5-digital-t9cxbzluvic-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/element5-digital-t9cxbzluvic-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/element5-digital-t9cxbzluvic-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Ci sarebbero a mio parere molte buone ragioni per votare Sì, per votare No e persino per non votare affatto, e sono proprio quelle che i sostenitori dei rispettivi campi si affannano a negare. Uno dei principali motivi per cui sono stato a lungo tentato dal Sì è ad esempio la necessità di un riequilibrio dei poteri tra magistratura e politica. Credo infatti che occorra porre un freno al ruolo esorbitante assunto dai pubblici ministeri sia nell’esercizio delle loro funzioni, attraverso inchieste tanto clamorose quanto scarsamente fondate, sia nell’esercizio di quel secondo lavoro (ma per alcuni sembrerebbe piuttosto il primo) che li vede costantemente impegnati su tutti i canali televisivi, i giornali e ogni altro mezzo di comunicazione esistente.</p>
<p>Lo strapotere acquisito dalla magistratura ha anche nobili ragioni, a partire dal tributo di sangue pagato da tanti giudici e pubblici ministeri nella lotta al terrorismo e alla mafia. Ciò non toglie che da molto tempo, e specialmente da Mani Pulite in avanti, la magistratura abbia assunto un ruolo del tutto improprio, in collusione con larga parte della stampa. Un ruolo per dir così di polizia morale, capace di tenere la politica costantemente sotto schiaffo, senza mai rispondere dei propri errori e dei propri abusi.</p>
<p>Se però siete d’accordo con quanto ho detto fin qui, e ritenete dunque che sia necessario contrastare questa deriva, dall’indipendenza alla totale arbitrarietà e impunità, non potete poi gridare che la riforma in nulla tocca l’indipendenza della magistratura, e che ogni timore di una sua sottomissione al potere politico sia pura invenzione perché non c’è alcun articolo della riforma che lo preveda esplicitamente.</p>
<p>Se davvero la riforma non cambiasse in alcun modo i termini dei suddetti rapporti di forza tra politica e magistratura forse non sarebbe dannosa, ma di sicuro sarebbe inutile. E i suoi stessi sostenitori sono i primi a saperlo. Ecco perché l’obiezione sulle intenzioni e il modo di procedere di questo governo, in linea con i suoi modelli ungheresi, polacchi e americani, non può essere liquidata tanto facilmente, aggrappandosi alla lettera del testo.</p>
<p>Come ho già <a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=6%3DHY0ZJ%26I%3D2%26G%3DFZ4W%26z%3Db8ZKY%26v%3DA5QqL_3xTs_Dh_stdw_3i_3xTs_CmxP8.IjGvFfL58.jM_3xTs_Cm3cCc_stdw_3iKZ_stdw_3in8t4-yBm-5zPdH-q8nBrIj4-mFc5t8oH-xBmHyF_stdw_3i%26o%3D%26Ft%3DTBX7aH%26Qt%3DUKY7cDXAcFb7cJ%26E%3DbblCgcJabZDA99pA48BfgZmY9bIZAZJb094l8bqXAWJd28D86UCa2YJ944qaeVHf99m8&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">scritto qui ieri</a>, la presidente del Consiglio che in tv chiede che un indagato sia perseguito per un reato particolarmente grave, così come le vere e proprie campagne intimidatorie dei partiti della maggioranza contro ogni singolo giudice responsabile di qualunque decisione sgradita, non sono chiacchiere, non sono esagerazioni propagandistiche, cui si possano contrapporre come equivalenti le uguali e contrarie esagerazioni del fronte del No. Sono un fatto, sono già una violazione dei diritti di indagati messi ingiustamente alla gogna, sono già una forma di indebita pressione su giudici e pubblici ministeri, che domani potrebbero pensarci due volte, prima di esporsi a un simile trattamento.</p>
<p>La deriva verso il modello ungherese, come si vede, è già qui: non è un’illazione, è una constatazione. Dunque, cosa dovrebbe votare chi sia davvero contrario alla politicizzazione della giustizia? Non si tratta di votare No per dare un colpo al governo, sacrificando i propri principi all’ostilità verso Meloni; al contrario, il senso di un appello garantista per il No è proprio la difesa di quei principi, che oggi sono minacciati più che mai da questo governo e dal suo chiarissimo e dichiarato tentativo di sottomettere la magistratura al potere politico (vedi da ultimo, non fossero bastate tutte le precedenti esternazioni di Carlo Nordio, le dichiarazioni pronunciate ieri dalla sua capogabinetto).</p>
<p>Un tentativo che comincia prima e va certamente al di là della riforma, ma questa non è una buona ragione per spianargli la strada. E comunque, come <a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=8%3DPULbR%26E%3DD%26I%3DNVFY%268%3DXJbSU%268%3DCCM3N_Atfu_Ld_5vls_Ek_Atfu_Ki0RF.R2PCNo0.vHz_Mjvc_WYPnOvA_5vls_FkE_Kdxi_VQQJWkhiARqzt%26q%3D6t4n%26DB%3DTDVOaJ%26OB%3DUMWOcFVScHZOcL%26C%3DS9r6RWMAKXL6yWoVM9sXuXqaMUrWJaM8QXpeOTpZMWs7MVL8PZLbx7FaNYJZJTFe&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">ho spiegato più diffusamente qui</a> rivolgendomi direttamente ad Augusto Barbera (e prima ancora qui), se si volevano campagne referendarie incentrate sul merito bisognava tenersi il proporzionale della tanto bistrattata Prima Repubblica. Di che vi lamentate, adesso? È la logica del bipolarismo.</p>
<p><a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=4%3D7VAX9%26F%3D3%26E%3D5W5U%26o%3DY9X0V%26w%3D9tNrJ_ruUq_3e_trSt_4g_ruUq_2jyNw.FkEkCgJt5.kK_ruUq_2j4a2Z_trSt_4g0W_trSt_4gm9nFnC-g-0l-Lg7eLgEdOo-JuFn2-s9r2r520oHg-5eFn2-sOc-4aLt0eLc-5a-Kw6lFc-5i-Jt6mCgI_ruUq_2j%26f%3D%260s%3DU3R6b9%26Ks%3DVBS6d5R0d72a5cV6dA%269%3Dac7TfXA50WgTbUfY7XB4d85Zf0722WA7aV0a6ZdX760V17c3259X0cdS8XdYbYd2&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo argomento</a></p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Trump dice che la guerra in Iran potrebbe concludersi «piuttosto rapidamente»</title>
<link>https://www.eventi.news/trump-dice-che-la-guerra-in-iran-potrebbe-concludersi-piuttosto-rapidamente</link>
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Il presidente degli Stati Uniti ha parlato al telefono con Putin del conflitto in corso e ha avvertito Teheran che un eventuale tentativo di interrompere il traffico petrolifero nello stretto di Hormuz provocherebbe una risposta militare più dura
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24221123-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24221123-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24221123-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24221123-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24221123-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24221123-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>A dieci giorni dall’inizio dei bombardamenti statunitensi e israeliani contro l’Iran, Donald Trump ha detto che il conflitto potrebbe concludersi «piuttosto rapidamente». Il presidente degli Stati Uniti ha parlato lunedì durante un incontro con parlamentari repubblicani in Florida, sostenendo che la guerra potrebbe essere «completa, praticamente», ma ha anche precisato che le operazioni potrebbero continuare. «Abbiamo già vinto in molti modi, ma non abbiamo vinto abbastanza».</span></p>
<p><span>Trump ha inoltre avvertito Teheran che un eventuale tentativo di interrompere il traffico petrolifero nello stretto di Hormuz provocherebbe una risposta militare più dura. In un messaggio pubblicato online ha scritto che se l’Iran fermasse il flusso di petrolio «sarà colpito dagli Stati Uniti d’America VENTI VOLTE PIÙ DURAMENTE di quanto lo sia stato finora» e che «Death, Fire, and Fury» potrebbero colpire il paese.</span></p>
<p><span>Lo stretto di Hormuz è uno dei principali passaggi energetici globali e circa un quinto del petrolio mondiale transita da questa stretta via marittima tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano. </span><span>Il passaggio delle petroliere è quasi completamente fermo da giorni. </span><span>Molte compagnie di navigazione evitano la rotta per il rischio di attacchi, mentre diversi produttori del Golfo hanno ridotto l’estrazione perché i depositi di stoccaggio si stanno riempiendo senza la possibilità di esportare il greggio.  </span><span>Il prezzo del petrolio è sceso di circa l’8,5 per cento a poco più di 92 dollari al barile e il petrolio statunitense è calato di circa il 9 per cento. Nonostante il ribasso, i prezzi restano circa il 30 per cento più alti rispetto a prima dell’inizio della guerra.</span></p>
<p><span>Trump ha anche detto di stare valutando misure straordinarie per mantenere aperta la rotta marittima, tra cui l’ipotesi che gli Stati Uniti possano scortare le petroliere o assumere un controllo diretto dello stretto di Hormuz per garantire il passaggio delle navi. </span><span>L’Iran ha risposto con toni altrettanto duri. Il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica ha dichiarato che non permetterà che «neanche un litro di petrolio» lasci la regione se gli attacchi statunitensi e israeliani continueranno. La minaccia riguarda direttamente le esportazioni energetiche del Golfo e ha contribuito alla forte volatilità dei mercati negli ultimi giorni.</span></p>
<p><span>Il presidente degli Stati Uniti ha discusso della situazione in Iran e della guerra in Ucraina con Vladimir Putin. </span><span>Il consigliere diplomatico del Cremlino Yuri Ushakov ha definito la conversazione telefonica «franca e costruttiva» e ha detto che Putin ha proposto alcune iniziative per una «rapida soluzione politica e diplomatica» della guerra, dopo aver consultato anche i leader dei paesi del Golfo e il presidente iraniano. </span><span>Alcuni funzionari statunitensi citati dai media americani hanno inoltre sostenuto che la Russia potrebbe aver fornito informazioni di intelligence all’Iran per colpire obiettivi statunitensi in Medio Oriente. Mosca non ha confermato queste accuse e ha definito gli attacchi contro l’Iran un «passo sconsiderato». La Casa Bianca non ha detto se tali informazioni siano state effettivamente condivise, ma Trump ha commentato che, se ciò fosse accaduto, «non sembra che li abbia aiutati molto».</span></p>
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<title>Bordin, Bartolozzi e la guerra sulla giustizia</title>
<link>https://www.eventi.news/bordin-bartolozzi-e-la-guerra-sulla-giustizia</link>
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Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="1080" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/coc.jpeg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/coc.jpeg 1080w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/coc-300x300.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/coc-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/coc-150x150.jpeg 150w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/coc-768x768.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px"></p><p></p>
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<title>La capacità di accumulo è sempre più importante nella transizione energetica</title>
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I sistemi Bess permettono di immagazzinare l’energia prodotta da sole e vento e rilasciarla quando serve, rendendo la rete più stabile e flessibile. Nel piano strategico 2026-2028 Enel accelera su rinnovabili e storage, con nuovi investimenti e progetti innovativi tra Italia, Stati Uniti e America Latina
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>capacità, accumulo, sempre, più, importante, nella, transizione, energetica</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="618" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180600.jpeg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180600.jpeg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180600-300x145.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180600-1024x494.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180600-768x371.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180600-1200x579.jpeg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1">La transizione energetica si misura sempre meno in megawatt installati e sempre più in capacità di gestire l’energia nel tempo. Il nodo non è solo generare elettricità pulita, ma riuscire a immagazzinarla e utilizzarla quando serve davvero. Ed è qui che entrano in gioco i sistemi di accumulo, ancora più centrali nelle strategie dei grandi operatori energetici.</p>
<p class="p1">Lo sa bene anche Enel, tra le maggiori utility a livello globale, che nel piano strategico 2026-2028, ha previsto investimenti complessivi per cinquantatré miliardi di euro, con un aumento di dieci miliardi rispetto alla precedente pianificazione. In particolare, circa venti miliardi di euro saranno dedicati allo sviluppo delle energie rinnovabili, con l’obiettivo di aggiungere quindici gigawatt di nuova capacità installata tra progetti <i>greenfield</i> e <i>brownfield</i>. Il piano del gruppo guidato da Flavio Cattaneo prevede che oltre il settantacinque per cento di questa nuova potenza sarà costituita da eolico e tecnologie programmabili, tra cui proprio i sistemi di accumulo Bess, indispensabili per gestire l’intermittenza delle fonti rinnovabili.</p>
<p class="p1">I Battery Energy Storage Systems (Bess), infatti, rappresentano uno degli strumenti più promettenti per accompagnare la decarbonizzazione. Si tratta di sistemi di batterie capaci di accumulare l’energia prodotta da fonti rinnovabili – come sole e vento – e rilasciarla nei momenti di maggiore domanda. In questo modo si supera uno dei principali limiti delle energie “green”: la loro non programmabilità. Quando la produzione è abbondante, l’energia viene immagazzinata; quando la rete ne ha bisogno, viene restituita rapidamente.</p>
<p class="p1">Dal punto di vista tecnico, un impianto Bess è composto da moduli di batterie elettrochimiche che immagazzinano energia e la rilasciano secondo specifiche esigenze operative. In pratica funzionano come un grande “power bank” della rete elettrica. Rispetto ad altri sistemi di accumulo – idroelettrici, meccanici o termici – le batterie offrono vantaggi significativi: tempi di risposta molto rapidi, efficienza elevata e soprattutto modularità. Nuovi blocchi possono essere aggiunti progressivamente, aumentando la capacità del sistema.</p>
<p class="p1">Lo <i>storage</i> energetico svolge un ruolo chiave anche per la stabilità del sistema elettrico. Le batterie permettono infatti di ridurre il ricorso ai combustibili fossili nei momenti di picco della domanda e contribuiscono alla sicurezza della rete, limitando il rischio di blackout. Inoltre, supportano strumenti di mercato come il Capacity Market, che garantisce la disponibilità di capacità di generazione sufficiente anche nei momenti di maggiore consumo.</p>
<p>Le applicazioni di questa tecnologia si stanno rapidamente ampliando. Nei grandi impianti eolici e fotovoltaici, le batterie consentono di accumulare l’energia prodotta e immetterla in rete nei momenti più opportuni, migliorando l’efficienza complessiva degli impianti. Ma i sistemi di accumulo si diffondono anche tra i cosiddetti prosumer – famiglie o imprese che producono energia da pannelli solari – permettendo di aumentare l’autoconsumo e garantire una maggiore autonomia energetica.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606962" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-606962" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180613-1024x494.jpeg?x17776" alt="" width="640" height="309" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180613-1024x494.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180613-300x145.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180613-768x371.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180613-1200x579.jpeg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180613.jpeg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Enel</em></figcaption></figure>
<p class="p1">Nel mondo industriale, invece, le batterie aiutano a gestire i picchi di consumo e a ridurre i prelievi nei momenti in cui l’elettricità è più costosa. Allo stesso tempo possono contribuire alla stabilità della rete attraverso meccanismi di <i>demand response</i>, cioè la modulazione della domanda energetica in risposta alle condizioni del sistema. Non a caso lo <i>storage</i> è considerato un elemento essenziale anche per lo sviluppo di microgrid e smart grid, sistemi energetici locali più flessibili e intelligenti.</p>
<p class="p1">Il contesto europeo conferma la crescente centralità dello <i>storage</i>. Secondo il rapporto European Battery Markets Attractiveness Report di Aurora Energy Research, Germania, Regno Unito e Italia sono oggi i mercati più promettenti per lo sviluppo delle batterie nel continente. L’Italia concentra già circa un quinto della capacità operativa totale di grandi batterie nell’Unione europea, con 1,9 gigawatt installati e un aumento del quaranta per cento tra gennaio e ottobre 2025.</p>
<p class="p1">Le prospettive di crescita restano significative. Sono infatti in costruzione, autorizzati o annunciati progetti per circa dieci gigawatt di nuova capacità di accumulo nel Paese. Alcuni analisti, come il think tank energetico Ember, hanno ipotizzato che l’Italia possa diventare una sorta di “California d’Europa” per lo <i>storage</i> energetico, richiamando l’esperienza dello Stato americano dove la capacità di accumulo è cresciuta rapidamente negli ultimi anni fino a coprire una quota rilevante dei picchi serali di domanda.</p>
<p class="p1">All’interno di questo scenario, Enel ha recentemente superato a livello globale i tre gigawatt di potenza installata in sistemi Bess. Il portafoglio del gruppo comprende circa 1,5 gigawatt negli Stati Uniti, circa 1,7 gigawatt in Italia – gestiti in gran parte dalla società Enel Libra Flexsys – e circa 0,2 gigawatt in Cile. Una distribuzione che riflette la scala internazionale delle attività e il ruolo crescente delle batterie nelle strategie energetiche del Gruppo guidato da Flavio Cattaneo.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606963" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-606963" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180653-1024x682.jpeg?x17776" alt="" width="580" height="386" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180653-1024x682.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180653-300x200.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180653-768x512.jpeg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180653-1200x800.jpeg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/whatsapp-image-2026-03-09-at-180653.jpeg 1280w" sizes="auto, (max-width: 580px) 100vw, 580px"><figcaption class="wp-caption-text">L’Amministratore Delegato di Enel, Flavio Cattaneo</figcaption></figure>
<p class="p1">La crescita è destinata a proseguire. Nell’ambito della prima asta del Mercato di approvvigionamento di capacità di stoccaggio elettrico (Macse), svolta a settembre 2025, Enel si è aggiudicata contratti per una capacità complessiva di 6,7 gigawattora. Questo permetterà la realizzazione di sei nuovi impianti di accumulo nel Sud Italia e nelle isole, per una potenza complessiva di circa 1,1 gigawatt.</p>
<p class="p1">Accanto ai progetti su larga scala, il gruppo sta sperimentando anche soluzioni innovative che combinano lo <i>storage</i> con altri sistemi energetici. Un esempio è il progetto Pioneer, realizzato insieme ad Aeroporti di Roma presso lo scalo di Fiumicino. Si tratta del più grande sistema italiano di accumulo basato su batterie provenienti da veicoli elettrici a fine vita: oltre settecento pacchi batteria riutilizzati per immagazzinare l’energia prodotta dalla <i>solar farm</i> dell’aeroporto.</p>
<p class="p1">L’impianto, con una capacità di dieci megawattora, consente di accumulare energia solare e utilizzarla nei momenti di maggiore domanda, contribuendo a ridurre i consumi di combustibili fossili e le emissioni di CO<span class="s1">₂</span>. Il progetto utilizza un sistema avanzato di gestione energetica basato su cloud, algoritmi di intelligenza artificiale e machine learning, in grado di ottimizzare i cicli di carica e scarica delle batterie e monitorare in tempo reale il funzionamento dell’impianto.</p>
<p class="p1">Un’altra sperimentazione riguarda il progetto BESS4Hydro, che integra per la prima volta una batteria al litio in un impianto idroelettrico a bacino. Presso la centrale dei Dossi, in provincia di Bergamo, una batteria da quattro megawatt funzionerà come un secondo bacino virtuale, aumentando la flessibilità operativa dell’impianto. La combinazione tra <i>storage</i> e idroelettrico permette infatti di migliorare la gestione dei picchi della rete e ridurre l’usura delle turbine, prolungandone la vita utile.</p>
<p class="p1">L’entrata in esercizio dell’impianto è prevista per la primavera del 2026. Il progetto dimostra come l’integrazione tra tecnologie diverse possa migliorare l’efficienza complessiva del sistema elettrico, favorendo una maggiore produzione di energia pulita e riducendo la dipendenza da fonti fossili.</p>
<p class="p1">Nel panorama della transizione energetica, le batterie stanno quindi passando rapidamente dallo status di tecnologia emergente a quello di infrastruttura strategica. Più che una promessa per il futuro, lo <i>storage</i> energetico rappresenta ormai uno degli strumenti necessari per costruire un sistema elettrico più flessibile, resiliente e a basse emissioni. Ed è proprio nella capacità di integrare queste tecnologie su larga scala che si giocherà una parte importante della trasformazione energetica dei prossimi anni.</p>
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<title>Chi sono i primi insigniti dell’Ordine europeo al Merito del Parlamento europeo</title>
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La presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola ha presentato a Strasburgo la nuova onorificenza dedicata a figure che hanno rafforzato l’integrazione europea. Ci sono Angela Merkel, Lech Wałęsa, Volodymyr Zelensky, Oleksandra Matviichuk, Mary Robinson, Giannis Antetokoumpo e i musicisti degli U2
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>Tra i membri distinti figurano Angela Merkel, Lech Wałęsa e Volodymyr Zelensky. Tra i membri onorari sono stati nominati Valdas Adamkus, Jerzy Buzek, Aníbal Cavaco Silva, Sauli Niinistö, Pietro Parolin, Mary Robinson, Maia Sandu, Javier Solana, Wolfgang Schüssel e Jean-Claude Trichet.</p>
<p>Tra i membri dell’Ordine figurano inoltre lo chef José Andrés, il cestista greco Giannis Antetokounmpo, l’avvocato e studioso Marc Gjidara, la scienziata Sandra Lejniece, l’avvocata per i diritti umani <a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/pace-giustizia-ucraina-tribunale-aggressione-russia-europa/" target="_blank" rel="noopener">Oleksandra Matviichuk</a>, l’ex vicepresidente della Commissione europea Viviane Reding e i musicisti degli U2 – Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr..</p>
<p>Secondo Metsola, l’iniziativa intende riconoscere il contributo di persone che «non si sono limitate a credere nell’Europa, ma hanno contribuito a costruirla», ricordando come l’integrazione europea sia stata possibile grazie all’impegno di figure che hanno superato divisioni politiche e crisi storiche.</p>
<p>L’Ordine europeo al Merito è stato istituito dal Parlamento europeo nel 2025, in occasione del 75º anniversario della Dichiarazione Schuman. Si tratta della prima onorificenza civile europea conferita da un’istituzione dell’Unione. Dopo l’annuncio, i premiati saranno invitati alla cerimonia ufficiale di conferimento prevista durante la sessione plenaria del Parlamento europeo del 18-21 maggio a Strasburgo.</p>
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<title>Putin e Xi Jinping convitati di pietra della guerra scatenata da Netanyahu e Trump</title>
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Enrico Cisnetto dialoga con Patrizio Bianchi, Giuliano Noci e Maurizio Molinari
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<title>Rally: Bardolino e Rebenland per l’avvio del 2026</title>
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<description><![CDATA[ Xmotors Team apre il nuovo anno con un doppio impegno, schierando il giovane Sandrin nel veronese e Laurencich oltre confine. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 02:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Bollette: in Emilia&#45;Romagna spesi 2.270 euro a famiglia nel 2025</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo decreto energia dovrebbe alleggerire le bollette 2026, ma quanto hanno pagato lo scorso anno le famiglie emiliane-romagnole per luce e gas? Secondo l’analisi* di Facile.it, in Emilia-Romagna, la spesa media 2025 per i clienti domestici con fornitura nel mercato libero a tariffa indicizzata è stata pari a 2.270 euro, valore solo di poco […] ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 02:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Mostra personale “Solarbrush” di Marco Sbardella e Jacopo Duranti, a cura di Altamira Aps in collaborazione con Galleria Triphè</title>
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<description><![CDATA[ La Galleria Triphè di Roma ospita “Solarbrush” di Marco Sbardella e Jacopo Duranti, a cura di Altamira Aps, progetto fotografico che intreccia sperimentazione tecnica e riflessione sul tempo, trasformando la luce solare in materia narrativa. Gli artisti, uniti da un percorso professionale condiviso negli studi televisivi romani, avviano una ricerca che parte dalla fotografia analogica […] ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 02:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Vuoi sapere quanto prendi di netto? È online il simulatore per una stima immediata a partire dalla RAL</title>
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<description><![CDATA[ Uno strumento informativo e orientativo per ottenere una stima preliminare dello stipendio netto. ]]></description>
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<title>Rally: Ceccato, da Foligno, pensa all’Over 55 nel CIRT</title>
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<description><![CDATA[ Quarto posto tra le vecchie volpi terraiole per il pilota di Bassano del Grappa, al debutto nella massima serie tricolore per gli amanti della guida di traverso. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 02:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Rally:, Ceccato, Foligno, pensa, all’Over, nel, CIRT</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/vceccato_2026_03_09-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="Ceccato, da Foligno, pensa all'Over 55 nel CIRT" decoding="async">Quarto posto tra le vecchie volpi terraiole per il pilota di Bassano del Grappa, al debutto nella massima serie tricolore per gli amanti della guida di traverso.]]> </content:encoded>
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<title>Regolarità: Coppa Città della Pace ricca per Rovigo Corse</title>
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<description><![CDATA[ Vittorie e podi di categoria per la scuderia polesana nel terzo appuntamento del Campionato Italiano Regolarità Auto Storiche. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 02:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>MONTAGNA PER TUTTI: In Alta Badia torna il FREERIDER SPORT EVENTS</title>
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<description><![CDATA[ Dal 27 al 29 marzo una nuova tappa dedicata allo sci seduto rafforza l’impegno di Movimënt per un’inclusione concreta sulle piste. Dopo l’energia e l’emozione dei Giochi Paralimpici, l’Alta Badia rilancia con un weekend di sport, accessibilità e partecipazione ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 02:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>MONTAGNA, PER, TUTTI:, Alta, Badia, torna, FREERIDER, SPORT, EVENTS</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-477-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Dal 27 al 29 marzo una nuova tappa dedicata allo sci seduto rafforza l’impegno di Movimënt per un’inclusione concreta sulle piste. Dopo l’energia e l’emozione dei Giochi Paralimpici, l’Alta Badia rilancia con un weekend di sport, accessibilità e partecipazione]]> </content:encoded>
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<title>Buon compleanno Lamborghini Miura! Su Subito Motori scatta la supercar&#45;mania, con ben 60.000 ricerche nei primi due mesi del 2026</title>
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<description><![CDATA[ Al Salone di Ginevra del 1966, Automobili Lamborghini presentò la Miura P400, che cambiò per sempre il concetto di “supercar”. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 02:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/SUBITO-MOTORI-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Al Salone di Ginevra del 1966, Automobili Lamborghini presentò la Miura P400, che cambiò per sempre il concetto di “supercar”.]]> </content:encoded>
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<title>Ambente. A Milano le capsule di caffè in alluminio si recuperano nella raccolta domestica differenziata del sacco giallo</title>
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<description><![CDATA[ Al via il primo sistema collettivo sviluppato grazie alla collaborazione tra il Comune di Milano, Amsa, A2A Ambiente, CIAL, Nespresso ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 02:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Il lavoro viaggia con noi. I Consulenti del Lavoro per l’orientamento, la legalità e la sicurezza</title>
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<description><![CDATA[ La terza edizione de Il lavoro viaggia con noi. I Consulenti del Lavoro per l’orientamento, la legalità e la sicurezza farà tappa il 27 marzo in piazza Maria Luisa a Viareggio (LU). Il Truck tour, oltre Fondazione Lavoro, l’ENPACL e il CPO (Consiglio Provinciale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro) di Lucca ha già ricevuto il […] ]]></description>
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<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 02:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Labirinti e biscotti, per crescere</title>
<link>https://www.eventi.news/labirinti-e-biscotti-per-crescere</link>
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<description><![CDATA[ 
Dopo uno studio di social listening condotto su slang ed espressioni ricorrenti tra i giovani, LabiRingo vuole essere l’occasione per giocarsela in autonomia, nel quale collaborare è la chiave per uscirne
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="959" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dji-20260306095849-0027-d-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dji-20260306095849-0027-d-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dji-20260306095849-0027-d-1-300x225.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dji-20260306095849-0027-d-1-1024x767.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dji-20260306095849-0027-d-1-768x575.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/dji-20260306095849-0027-d-1-1200x899.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1">Cos’hai fatto oggi? Niente. Da lui nulla trapela. Non tanto perché sia convinto di aver trascorso una mattinata scolastica o un pomeriggio tra amici vuoto, ma perché vuole custodire un momento proprio, uno spazio che non intende condividere.</p>
<p class="p1">Questo è il Terzo Spazio, un tempo che non è scuola, non è famiglia e non è sport strutturato: è il momento in cui bambini e preadolescenti sono liberi di essere sé stessi.</p>
<p class="p1">Viviamo l’epoca del controllo: genitori intimoriti dalle troppe notizie infauste sui mille pericoli che attendono i pargoli lontano dal nido, pericoli che ci sono sempre stati ma che ora la diffusione mediatica alimenta.</p>
<p class="p1">Ogni bravo genitore predica bene riconoscendo la necessità per i figli di sapersela cavare da soli, poi però razzola malissimo perché da soli non riesce a lasciarli.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">Quanto di più sbagliato per il loro apprendimento, fatto di responsabilità e di autonomia. Quel provare per imparare, sbagliare per capire che ha funzionato alla grande fino ad ora.</p>
<p class="p1">Lasciarli fare, dargli spazio per crescere ma soprattutto per relazionarsi.</p>
<p class="p1">Se oggi parli di socializzazione scatta il pregiudizio del tanto i ragazzi non sono più capaci perché preferiscono isolarsi davanti ad uno schermo.</p>
<p class="p1">E se fosse proprio questo il Terzo Spazio che hanno saputo crearsi per uscire dalla zona di supercontrollo genitoriale? Un non-luogo dove poter essere autonomi nel superare le battaglie dei videogiochi, dove poter cercare la propria strada nel cyber spazio e socializzare in una dimensione altra, non fisica.</p>
<p class="p1">Sono stati più bravi loro, hanno saputo riconoscere il valore di una socialità non mediata, fuori dal controllo degli adulti, e se la sono costruita in una dimensione generazionale tanto lontana da noi, difficilmente comprensibile perché nuova.</p>
<p class="p1">Labiringo è l’installazione esperienziale che Ringo ha pensato per riconcretizzare uno spazio di socializzazione, gioco e autonomia, a partire dall’analisi realizzata dal partner Extreme, società specializzata nell’analisi strategica delle conversazioni web e social.</p>
<p class="p1">Un labirinto dove per trovare l’uscita è necessario superare una serie di prove, che invita a collaborare per raggiungere l’obiettivo e parla un linguaggio giovane, fatto di schermi, multimedialità e selfie in un contesto particolarmente instagrammabile.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">Gli adulti? Possono accompagnare i ragazzi in una delle piazze che ospiteranno l’installazione nel mese di marzo, ma poi attendono fuori, in un quarto spazio dove possono scegliere se socializzare tra loro o alienarsi davanti allo schermo del cellulare.</p>
<p class="p1">LabiRingo ora è a Milano in Piazza Gae Aulenti, l’esperienza proseguirà a Napoli, in Piazza Dante, dal 13 al 15 marzo e, infine, approderà a Bari, in Largo Giannella, dal 20 al 22 marzo.</p>
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<title>Trump spinge le stablecoin anche perché ci guadagna (e non lo nasconde)</title>
<link>https://www.eventi.news/trump-spinge-le-stablecoin-anche-perche-ci-guadagna-e-non-lo-nasconde</link>
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<description><![CDATA[ 
La proposta del presidente di consentire rendimenti sulle valute digitali ancorate al dollaro preoccupa il sistema bancario, che teme una fuga di depositi da oltre mille miliardi. La Casa Bianca ha una visione politica, ma anche un interesse privato
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Trump, spinge, stablecoin, anche, perché, guadagna, non, nasconde</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="855" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23063156-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23063156-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23063156-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23063156-large-1024x684.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23063156-large-768x513.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23063156-large-1200x802.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Oltre ai vari drammatici conflitti militari recentemente iniziati, Donald Trump si è lanciato in una “guerra” aperta contro il sistema bancario americano. È a favore dell’emergente mercato delle criptomonete e delle stablecoin. Con un post sulla sua pagina social Truth ha accusato le banche di ostacolare l’applicazione della legge Clarity Act, contenente il nuovo quadro normativo favorevole al settore delle criptovalute. Essa dovrebbe concedere alle piattaforme di scambi di asset digitali la possibilità di pagare degli interessi agli utenti che detengono token ancorati al dollaro, come le stablecoin.</p>
<p>Al centro della controversia c’è una disposizione del Genius Act, la legge a favore delle criptovalute, approvata lo scorso luglio, che, però, impedisce agli emittenti di stablecoin di pagare interessi ai privati per il loro semplice possesso. In verità, il settore bancario si era opposto subito, poiché la legge consentiva comunque alle società terze, come le piattaforme di scambi delle criptomonete, di offrire ricompense ai detentori di stablecoin. I sostenitori del settore bancario spinsero, perciò, i legislatori ad affrontare la questione con una nuova legislazione sulle criptovalute, nota appunto come Clarity Act. Il settore delle criptovalute, al contrario, ha sostenuto e sostiene che tali ricompense sono necessarie per consentire alle stablecoin di competere efficacemente nel settore dei pagamenti.</p>
<p>Le banche temono che consentire di ottenere rendimenti dal possesso delle stablecoin potrebbe innescare una fuga di depositi dagli istituti finanziari tradizionali, stimata in 1.500 miliardi di dollari, e di conseguenza minare il loro ruolo di erogatori di prestiti. Il Clarity Act stabilirebbe nuove regole che disciplinano il modo in cui i token crittografici sono supervisionati dalle autorità di regolamentazione del mercato. Anche qui ci sarebbe la scappatoia. Infatti, le stablecoin sarebbero sotto il controllo di autorità preposte e quindi le piattaforme di scambi di criptovalute dovrebbero poter operare come se fossero degli istituti di credito.</p>
<p>«Le banche stanno registrando profitti record e non permetteremo loro di minare la nostra potente agenda sulle criptovalute, che, se non ci occuperemo del Clarity Act, finirebbe per essere regalata alla Cina e ad altri Paesi», ha affermato Trump. «Gli Stati Uniti devono completare la struttura di questo mercato il prima possibile”, ha scritto ancora, affermando che anche un’altra legge precedentemente firmata, la Genius Act, «è minacciata e indebolita dalle banche, e questo è inaccettabile. Non lo permetteremo».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Trump, personalmente e attraverso il consulente per le criptovalute della Casa Bianca, ha organizzato numerosi incontri confidenziali con i rappresentanti dei settori finanziari, in primis con i dirigenti di Coinbase, la più grande piattaforma di scambi di criptovalute con sede negli Stati Uniti, allo scopo di ottenere il via libera per le criptovalute entro il primo marzo. Coinbase ha svolto un ruolo chiave nella controversia, cercando di neutralizzare gli emendamenti sfavorevoli alle criptomonete, ma la potente lobby bancaria nel Senato americano ha bloccato, per il momento, l’approvazione della legge.</p>
<p>Si tenga conto che le stablecoin, valute digitali che dovrebbero essere garantite da riserve di dollari per lo stesso ammontare, non sono sostenute da un governo sovrano che non le riconosce come un suo debito. Mancano quindi di un garante di ultima istanza, solitamente la banca centrale.</p>
<p>I sostenitori delle stablecoin, invece, sostengono che sono equivalenti al dollaro per tutti i pagamenti. Anche se non ammesso pubblicamente, vorrebbero che siano trattate come lo sono i depositi e gli istituti bancari, con le stesse garanzie anche in caso di default. In altre parole, se dovesse scoppiare un’altra crisi finanziaria come quelle del 2008, gli emittenti e i detentori di stablecoin vorrebbero ricevere lo stesso trattamento di salvataggio, il bail out, dato alle banche tradizionali e ai conti corrente.</p>
<p>Le banche americane non sono delle “mammolette”. Anzi, sono note come dei veri e propri squali. Aggiungere emittenti privati, di tipo feudale, di nuove monete trasformerebbe il già precario sistema finanziario in una bomba a orologeria senza controlli e pronta a esplodere.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Trump e famiglia hanno un interesse diretto nella faccenda essendo emittenti e grandi detentori di stablecoin. Per esempio, la società World Liberty Financial, sotto il suo controllo per il 40%, offre la propria stablecoin, la USD1. Il presidente americano vede venir meno il suo piano di trasformare gli Usa nella “capitale cripto mondiale”. Il crollo del mercato del bitcoin e compagnia dei mesi passati lo inducono a creare al più presto uno scudo pubblico per le criptovalute. È o non è il superman planetario della politica, dell’economia e della guerra? E poi, anche lui tiene famiglia.</p>
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<title>La partita dell’intelligence militare dietro le tensioni Crosetto&#45;Mantovano</title>
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<description><![CDATA[ 
Il viaggio a Dubai del ministro durante l’attacco contro l’Iran ha riacceso i riflettori su una questione che si trascina da tempo. Al centro c’è il tentativo della Difesa di rifarsi un’agenzia, scardinando l’architettura della riforma del 2007
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>partita, dell’intelligence, militare, dietro, tensioni, Crosetto-Mantovano</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22021806-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22021806-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22021806-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22021806-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22021806-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22021806-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Giovedì Matteo Renzi ci aveva provato, parlando di «qualcuno» che «all’interno dei servizi di intelligence» avrebbe «messo nel bersaglio il ministro della Difesa», di «una tensione» tra i servizi di intelligence e lo stesso ministro Guido Crosetto e di «veline» su «alcune testate» su «un conflitto» tra il ministro e il sottosegretario Alfredo Mantovano, Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, ovvero l’uomo a cui Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, ha affidato la gestione dell’intelligence. «Ho piena fiducia in Alfredo Mantovano», ha ribattuto Crosetto al leader di Italia Viva nel corso della discussione generale al Senato sulle comunicazioni per la richiesta di aiuti dai Paesi del Golfo. Il giorno prima era toccato a Mantovano provare a gettare acqua sul fuoco: «Da tre anni e mezzo, i dossier riguardanti la sicurezza e la difesa, come possono attestare tutti i ministri, sono trattati dal governo con piena e totale intesa tra coloro che hanno competenza in materia», aveva dichiarato nel corso della presentazione della relazione annuale dell’intelligence.</p>
<p>I riflettori sulla vicenda si sono accesi, o meglio riaccesi, dopo il viaggio del ministro a Dubai. Era lì, in una commistione opaca di faccende private e impegni istituzionali come scritto dal <a href="https://www.ilpost.it/2026/03/02/crosetto-dubai-iran-guerra-versione/">Post</a>, e ci è rimasto bloccato per diverse ore, mentre Stati Uniti e Israele, sabato 28 febbraio, lanciavano la loro offensiva contro l’Iran. Nei report dell’intelligence italiana un attacco in quel fine settimana era definito «altamente probabile». Era a Dubai «in ferie» e l’intelligence «non monitora i viaggi privati dei ministri», ha puntualizzato Mantovano sempre mercoledì. Sempre <a href="https://www.ilpost.it/newsletter/montecit/7f7df8413799b866856b20488761bba3/">Il Post</a> ha raccontato che è stato il capocentro dell’Aise a Dubai ad accorgersi per primo della presenza del ministro negli Emirati Arabi Uniti.</p>
<p>Ma la vicenda non è nuova, anzi. Le ruggini tra Crosetto e Mantovano erano già emerse quando il governo Meloni stava nascendo, con il ministro della Difesa che invitava Meloni a replicare quanto fatto dal successore, Mario Draghi, che aveva deciso di affidare la delega all’intelligence a un sottosegretario, Franco Gabrielli, che aveva solo e soltanto quell’incarico. Oggi, invece, Mantovano è anche segretario del Consiglio dei ministri e ha la delega all’antidroga. Forse per non oberare l’Autorità delega, o forse per evitare che l’Autorità delegata fosse proprio Mantovano. Il sottosegretario ha la delega e non ascolta molto gli altri. Le nomine ai vertici delle due agenzie e del Dis, la struttura di coordinamento, confermano che è lui l’unico titolare del dossier.</p>
<p>Di rapporti «non particolarmente buoni» con il servizio estero, cioè l’Aise diretta dal 2020 da Giovanni Caravelli, Crosetto aveva parlato già nel gennaio del 2024 al procuratore di Perugia, Raffaele Cantone. In quel caso Crosetto aveva chiesto di essere ascoltato dal magistrato in seguito a una fuga di notizie che lo aveva riguardato e di cui aveva chiesto conto allo stesso Mantovano, oltre che al direttore Caravelli. La risposta di Mantovano, quando il verbale divenne pubblico, fu quello di chiedere al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, con il quale il rapporto è solido, di nominare Caravelli prefetto per confermargli la fiducia. L’abbraccio di ottobre 2024 a Ciampino tra Crosetto e Caravelli doveva servire a fugare i dubbi sulle presunti tensioni. Ma così non sembra essere stato.</p>
<p>Forse anche perché alla base c’è la volontà del ministro di rafforzare, o meglio ricostituire l’intelligence militare. La riforma dell’intelligence del 2007 (la legge 124) ha mantenuto sotto la Presidenza del Consiglio il coordinamento, dando al neonato Dis un ruolo più forte di quello del predecessore, il Cesis. Ma soprattutto ha portato sotto Palazzo Chigi le due agenzie, Aise e Aisi, nate rispettivamente da Sismi e Sisde, che dipendevano dal 1977 (legge 801) dai ministeri della Difesa e dell’Interno. Non è un tema nuovo: già nel 2009 l’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa, oggi presidente del Senato, sosteneva la necessità di un’intelligence militare. Questione chiusa dall’allora presidente del Copasir, Francesco Rutelli, che gli aveva ricordato sia l’ampia condivisione alla base della riforma del 2007 (approvata all’unanimità dalla seconda legislatura più breve nella storia repubblicana) sia il fatto che il II Reparto informazioni e sicurezza (Ris) dello Stato Maggiore della Difesa, non integrato quindi nel Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica (composto dalle agenzie, dal Dis e dal Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica), è soltanto una struttura di supporto alle forze armate.</p>
<p>Negli ultimi mesi si sono mossi sia Crosetto sia alcuni parlamentari. Il ministro, nell’<a href="https://www.difesa.it/assets/allegati/3756/atto_di_indirizzo_2025.pdf">Atto di Indirizzo 2026-2028</a>, aveva definito l’intelligence militare «a livello nazionale» come «fattore fondamentale per la credibilità della propria Difesa» e scritto che i tempi sono «maturi per avviare una riflessione aggiornata sugli strumenti del comparto militare, individuando soluzioni legislative e organizzative più efficaci e, al tempo stesso, garantendo al personale le necessarie tutele funzionali». In parlamento, invece, sono state depositate alcune proposte di legge, tra cui quella di Nino Minardo, deputato di Forza Italia e presidente della commissione Difesa della Camera, che prevedono l’estensione delle cosiddette garanzie funzionali ai militari quando operano nel dominio cyber in autonomia rispetto all’intelligence (oggi sono previste solo quando operano assieme).</p>
<p>Che cosa sono le garanzie funzionali? Il cuore della questione sta proprio qui. <a href="https://www.sicurezzanazionale.gov.it/comunicazione/glossario/131">Ecco come vengono presentate dal glossario dell’intelligence italiana</a>: «Speciali cause di giustificazione previste per gli appartenenti ai servizi di informazione che pongano in essere condotte configurabili come reato, a condizione di essere stati a ciò autorizzati ai fini dello svolgimento dei compiti istituzionali. Tale strumento operativo è disciplinato nel dettaglio dalla legge che ha previsto specifiche procedure (rimettendo al Presidente del Consiglio dei ministri o all’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, ove istituita, l’autorizzazione ovvero la ratifica delle condotte), condizioni (relative, tra l’altro, alla indispensabilità e proporzionalità della condotta) e limiti (per quanto riguarda, ad esempio, l’esclusione di una serie di figure di reato dall’ambito di applicabilità delle garanzie funzionali)». Sono, cioè, quello strumento che nel 2007, dopo decenni di tensioni tra intelligence e magistratura, è stato pensato per dare copertura ai funzionari dell’intelligence sotto la responsabilità della politica. Assicurarle anche i militari quando operano senza l’intelligence significa, dunque, aprire la strada al ritorno di un’intelligence dipendente dal ministro della Difesa. Ovvero tradire lo spirito della legge 124 i cui autori avevano individuato nella titolarità dell’intelligence da parte del presidente del Consiglio un elemento indiscutibile già all’inizio del dibattito parlamentare.</p>
<p>Non a caso questo è uno dei punti che Mantovano non mette mai in discussione dell’organizzazione attuale dell’intelligence in vista di una possibile riforma. Lui, piuttosto, punta a un servizio unico, che però sembra una strada difficilmente percorribile oggi. Ma questa è un’altra storia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/intelligence-militare-tensioni-crosetto-mantovano/">La partita dell’intelligence militare dietro le tensioni Crosetto-Mantovano</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Deepfake e propaganda nel fronte invisibile della guerra in Medio Oriente</title>
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L’attacco americano e israeliano all’Iran dimostra che lo spazio informativo è sempre più parte del campo di battaglia. Così i contenuti generati dall’intelligenza artificiale accompagnano i bombardamenti
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Deepfake, propaganda, nel, fronte, invisibile, della, guerra, Medio, Oriente</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24209175-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24209175-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24209175-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24209175-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24209175-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24209175-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La guerra dei 12 giorni, il conflitto tra Israele e Iran del giugno 2025, era già stata <a href="https://edmo.eu/publications/the-first-ai-war-how-the-iran-israel-conflict-became-a-battlefield-for-generative-misinformation/">definita</a> dagli esperti dello European Digital Media Observatory come la «prima guerra dell’intelligenza artificiale» per l’uso massiccio di disinformazione e deepfake da entrambe le parti. L’operazione avviata il 28 febbraio – nome in codice Epic Fury per gli Stati Uniti, Roaring Lion per Israele – mostra come l’intelligenza artificiale nello spazio informativo sia ormai parte integrante del campo di battaglia.</p>
<p>Il conflitto di giugno, con attacchi missilistici mirati contro siti del nucleare iraniano, ha visto le azioni cinetiche accompagnate da una campagna parallela sul piano informativo. Media e proxy, israeliani e iraniani, hanno provato a capitalizzare, o a contenere i danni, rilanciando in quantità immagini e video fuori contesto o generati con l’intelligenza artificiale. I casi più emblematici includono media iraniani che, anche sui loro canali social, hanno diffuso video e immagini delle presunte rovine di Tel Aviv dopo un raid iraniano o dei <a href="https://factnameh.com/fa/fact-checks/2025-06-14-iran-false-claim-f-35-fighter-jet-wreckage">resti</a> di un F-35I abbattuto dalla contraerea di Teheran. Entrambi si sono rivelati deepfake generati con l’intelligenza artificiale, secondo analisi di fact-checker indipendenti. Un altro video fake, realizzato addirittura prima che il conflitto scoppiasse, <a href="https://factnameh.com/fa/fact-checks/2025-06-17-fake-image-massive-hole-iran-missile">mostrava</a> un enorme cratere in una città israeliana non ben identificata. In altri casi, circolavano filmati che <a href="https://mvau.lt/media/30c6600d-aa9d-465d-85a8-4ad18e88fe62">presentavano</a> manifestanti iraniani come sostenitori delle azioni israeliane.</p>
<p>Questi episodi, pensati per manipolare l’opinione pubblica interna e internazionale, mostrano come lo spazio informativo sia sempre più parte integrante del campo di battaglia. E come la narrazione del conflitto sui social, anche grazie alle potenzialità dell’intelligenza artificiale, sia diventata parte strutturale delle strategie dei combattenti, spesso sostenuti da apparati statali, media ufficiali o influencer più o meno allineati.</p>
<p>Gli attacchi dell’operazione Epic Fury e le risposte iraniane cominciati lo scorso fine settimana non sono stati da meno.</p>
<p>A seguito del lancio dell’operazione e dell’inizio dei bombardamenti israelo-americani su Teheran, con la conseguente <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/trump-e-lillusione-venezuelana-per-liran-post-khamenei/">eliminazione</a> dell’ayatollah Ali Khamenei, lo spazio informativo si è nuovamente riempito di contenuti falsi, spesso generati con l’intelligenza artificiale.</p>
<p>Secondo un articolo <a href="https://www.wired.com/story/x-is-drowning-in-disinformation-following-us-and-israels-attack-on-iran/">pubblicato</a> da Wired, già nelle prime ore di sabato mattina X sarebbe stata invasa da centinaia di post con informazioni false sull’impatto degli attacchi. In molti casi i filmati di presunti bombardamenti sono stati rilanciati attribuendoli a luoghi sbagliati. Sulla piattaforma di Elon Musk hanno iniziato a circolare anche immagini manipolate o create con l’intelligenza artificiale, e non sono mancati i post che spacciavano scene tratte da videogiochi per video dal fronte.</p>
<p>Molti di questi contenuti sono stati condivisi da account “verificati” con la spunta blu, che li rende idonei a ricevere un compenso dalla piattaforma. Un dettaglio che mette in luce un volto della disinformazione spesso sottovalutato ma in forte crescita: quello di contenuti prodotti e rilanciati a puro scopo di lucro. Anche quando alcuni post vengono accompagnati da una community note di X, restano visibili e continuano a generare milioni di visualizzazioni.</p>
<p>Tra i video fake più visualizzati, secondo Wired, ci sarebbero una presunta pioggia di missili balistici su Dubai – in realtà un filmato girato a Tel Aviv nel 2024, e il video del presunto abbattimento di un jet israeliano da parte della contraerea iraniana. Quest’ultimo, nonostante l’assenza di qualsiasi conferma o riscontro indipendente, è ancora visibile su X e <a href="https://x.com/rkmtimes/status/2027727868252577824">conta</a> al momento oltre quattro milioni di visualizzazioni.</p>
<p>Secondo BBC Verify, l’unità di fact-checking e open-source intelligence dell’emittente britannica, nelle ultime ore si è assistito a una <a href="https://www.bbc.com/news/live/cvg3qzx512nt">proliferazione</a> di contenuti manipolati o decontestualizzati. Tra i casi analizzati, un vecchio video girato in Siria è stato rilanciato per sostenere falsamente che una base turca usata dagli Stati Uniti fosse stata attaccata. E un’immagine satellitare che pretendeva di mostrare i danni a una base navale americana in Qatar si è <a href="https://factnameh.com/fa/fact-checks/2026-02-28-iran-US-radar-destruction-Bahrain-Qatar">rivelata</a> un falso generato con l’intelligenza artificiale – costruito a partire da immagini satellitari reali di una base Usa in Bahrein, risalenti al 2025 e disponibili su Google Earth.</p>
<p>La stessa redazione ha poi smontato l’immagine di una gigantesca esplosione attribuita a una base Usa in Iraq. Anche in questo caso il contenuto – ricavato da uno scatto autentico dell’aeroporto di Erbil – era stato modificato con strumenti di intelligenza artificiale. Infine, dopo la nomina del consiglio provvisorio in Iran, sono comparsi su X almeno due account a nome dell’ayatollah Alireza Arafi, creati il giorno stesso dell’annuncio e usati per rilanciare contenuti non verificati – in un caso con spunta blu, nonostante non risultasse l’esistenza di un profilo ufficiale.</p>
<p>Ovviamente, l’eliminazione dell’Ayatollah Khamenei non poteva sfuggire alla propaganda IA. Secondo <a href="https://factnameh.com/fa"><i>Factanameh</i></a>, organizzazione iraniana di fact-checking con sede in Canada e membra dell’International Fact-Checking Network, almeno due video deepfake che mostrerebbero il corpo del leader sotto le rovine sono stati diffusi sui social iraniani. I due filmati <a href="https://factnameh.com/fa/fact-checks/2026-03-02-iran-ali-khamenei-ai-body-images">mostrerebbero</a> la Guida Suprema estratta dalle macerie dopo il bombardamento, ma presentano chiari segnali di manipolazione. Nel primo, il volto appare innaturalmente levigato e privo di ferite coerenti con il contesto, mentre mani e dettagli dell’uniforme cambiano forma da un fotogramma all’altro. Nel secondo, le proporzioni del corpo e le ombre risultano incoerenti ed alcuni elementi sullo sfondo si deformano, indizi tipici di contenuti generati con l’intelligenza artificiale.</p>
<p>Questi video, diffusi in modo massiccio sia dagli oppositori che dai sostenitori del regime, mostrano come i deepfake IA vengano usati nei contesti di conflitto per mobilitare e polarizzare l’opinione pubblica interna, del nemico o internazionale, e ottenere un effetto moltiplicatore rispetto agli strumenti di propaganda tradizionali.</p>
<p>La questione non è limitata alla circolazione di deepfake. Bensì ha a che fare con l’ecosistema che li premia (in questo caso X) e li rende utili sul piano operativo e propagandistico alle parti in conflitto, trasformando l’intelligenza artificiale in un moltiplicatore della propaganda. La risposta, per ora affidata a open-source intelligence e fact-checker che ricostruiscono la catena delle immagini, è una corsa tutta in salita.</p>
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<title>Le torsioni autoritarie di Sogno Georgiano e le prove di unità delle opposizioni</title>
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Manifestazioni da oltre un anno, media polarizzati e nuove leggi che restringono lo spazio civico. A Tbilisi la competizione politica continua a esistere formalmente, ma in condizioni sempre più diseguali. Il vero scontro riguarda la natura stessa del sistema
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22940213-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22940213-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22940213-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22940213-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22940213-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22940213-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>La Georgia sta attraversando uno dei passaggi più delicati della sua storia politica recente. Dopo mesi di proteste, con le strade della capitale teatro di manifestazioni antigovernative da quasi cinquecento giorni, tensioni istituzionali e crescente pressione internazionale, il confronto tra governo e opposizione non si gioca più soltanto sul terreno elettorale. Il vero campo di battaglia è diventato il diritto.</span></p>
<p><span>Sogno Georgiano ha risposto alla crisi non con la mediazione politica, ma con un uso sempre più aggressivo delle leggi e delle prassi amministrative come strumento di consolidamento del potere e di delegittimazione dell’avversario. Nell’ultimo anno, Sogno Georgiano ha rafforzato la propria posizione dominante nelle istituzioni, trasformando una vittoria elettorale formalmente competitiva, ma già segnata da opacità procedurali, in un sistema politico caratterizzato da un crescente squilibrio tra maggioranza e opposizione.</span></p>
<p><span>Formalmente, la Georgia continua a presentarsi come una democrazia pluralista: le elezioni si tengono regolarmente, l’opposizione esiste, i media restano in parte diversificati e il linguaggio istituzionale continua a richiamarsi ai principi dell’integrazione europea. Tuttavia, dietro questa architettura formale si è sviluppata una dinamica più complessa, nella quale il potere politico tende a concentrarsi attorno a un’unica élite politico-economica.</span></p>
<p><span>Il risultato non è una rottura improvvisa con il modello democratico, ma una trasformazione graduale del sistema: le regole restano in vigore, ma il loro funzionamento viene progressivamente alterato. Il confine tra Stato, partito e interessi economici si fa sempre più poroso, mentre la capacità delle istituzioni di esercitare un controllo reciproco si indebolisce. </span></p>
<p><span>In questo processo, la competizione politica non scompare formalmente, ma si svolge in condizioni sempre più diseguali. La figura che meglio rappresenta questa trasformazione è quella dell’oligarca Bidzina Ivanishvili, fondatore e principale sponsor politico di Sogno Georgiano. </span><span>Nonostante il suo ruolo ufficiale nella politica georgiana sia stato negli anni intermittente – tra ritiri formali e ritorni sulla scena pubblica – Ivanishvili continua a esercitare un’influenza decisiva sulle dinamiche istituzionali e sulla direzione strategica del governo. Il modello che emerge appare riconducibile a quelle esperienze di «democrazia illiberale» o di «autoritarismo competitivo» che negli ultimi due decenni hanno caratterizzato diversi paesi dell’Europa orientale.</span></p>
<p><span>In questi sistemi le istituzioni democratiche non vengono abolite, ma progressivamente neutralizzate: le elezioni continuano a svolgersi, ma la competizione diventa asimmetrica; i media non vengono soppressi, ma polarizzati o sottoposti a pressioni economiche e politiche; le istituzioni indipendenti non vengono smantellate, ma integrate in una rete informale di fedeltà e dipendenze. La stabilità politica deriva meno dal consenso elettorale che dalla capacità dell’élite dominante di controllare le principali leve del potere istituzionale, economico e informativo.</span></p>
<p><span>Negli ultimi mesi, il Regno Unito ha deciso di imporre sanzioni a due dei principali canali televisivi georgiani, Imedi e POSTV, accusandoli di diffondere disinformazione legata alla Russia e di veicolare narrazioni contrarie agli interessi delle democrazie occidentali. I provvedimenti includono il congelamento di beni e limitazioni operative che colpiscono direttamente la capacità dei media di operare nel sistema finanziario occidentale.</span></p>
<p><span>Le sanzioni britanniche non rappresentano soltanto un gesto simbolico di condanna della disinformazione pro-russa. Segnalano piuttosto la crescente vulnerabilità della Georgia nel sistema internazionale democratico. Londra ha inserito i due canali nella propria lista di misure punitive per la diffusione di narrazioni fuorvianti sulla guerra in Ucraina, comprese rappresentazioni della leadership ucraina come «illegittima» o come semplice emanazione dell’Occidente.</span></p>
<p><span>La risposta ufficiale di Imedi – che ha definito le sanzioni un attacco «impensabile» alla libertà di stampa – testimonia il livello di polarizzazione del discorso pubblico e la strategia di respingere ogni critica internazionale come ingerenza politica. Pochi giorni dopo l’annuncio delle sanzioni, osservatori e utenti georgiani hanno notato che Imedi sembrava aver spostato l’hosting del proprio sito verso il provider DDoS-Guard, società associata a infrastrutture digitali russe e nota per aver servito clienti come il ministero della Difesa di Mosca. </span><span>Sebbene l’emittente abbia successivamente sostenuto che i dati restano fisicamente in Georgia, il semplice ricorso a queste infrastrutture rafforza la percezione di una scelta pragmatica di sopravvivenza: accettare rischi reputazionali pur di mantenere operativo un apparato mediatico politicamente allineato al governo.</span></p>
<p><span>Il controllo dell’informazione non è però l’unico pilastro di questo sistema di potere. Anche le infrastrutture economiche strategiche svolgono un ruolo politico. La questione dei media si intreccia infatti con il controllo economico, come dimostra il caso del Kulevi oil terminal e dei rapporti con SOCAR e Russneft.</span></p>
<p><span>In Georgia, le infrastrutture energetiche non sono mai state solo una questione economica: il controllo su porti, terminal e rotte di esportazione determina direttamente l’influenza politica e il potere di negoziazione dello Stato. Il Kulevi oil terminal sul Mar Nero rappresenta uno degli asset più rilevanti per la posizione strategica della Georgia nel Caucaso e nel flusso energetico verso Europa e Turchia.</span></p>
<p><span>I rapporti con grandi operatori esteri – come SOCAR, la compagnia petrolifera statale dell’Azerbaigian, e Russneft, gruppo russo legato a circuiti economici del Cremlino – mostrano come le scelte infrastrutturali diventino leve di potere. Investimenti, concessioni e partnership non servono soltanto a garantire ricavi o efficienza operativa: consolidano reti di fedeltà economica e rafforzano la capacità del governo di influenzare attori chiave, sia domestici sia internazionali.</span></p>
<p><span>In questo senso, economia strategica e controllo dei media finiscono per convergere nello stesso obiettivo: orientare il consenso e proteggere il potere dell’élite dominante. Se il controllo dei flussi energetici e informativi contribuisce a stabilizzare il sistema dall’alto, è però nel perimetro del diritto e nella reazione della società civile che si gioca la partita per la sopravvivenza del pluralismo.</span></p>
<p><span>Le tensioni tra governo, opposizione e società civile non rappresentano semplicemente conflitti politici ordinari, ma segnali di una trasformazione più profonda della natura stessa del regime. In questo scenario fragile, la formazione di un’alleanza tra nove partiti dell’opposizione rappresenta uno dei tentativi più significativi degli ultimi anni di reagire a un quadro istituzionale ormai fortemente sbilanciato.</span></p>
<p><span>In un sistema politico tradizionalmente frammentato, segnato da rivalità personali e da una persistente competizione tra eredità politiche post-rivoluzionarie, la decisione di costruire una piattaforma comune segnala la percezione condivisa di una minaccia sistemica. </span><span>Tra le forze coinvolte figurano Ahali, fondata nel 2024 da ex dirigenti dell’United National Movement, European Georgia, lo stesso UNM e altre formazioni minori riunite attorno a un obiettivo minimo, ma politicamente cruciale: contrastare il consolidamento del potere di Sogno Georgiano e riaffermare l’orientamento euro-atlantico della Georgia.</span></p>
<p><span>Alcuni attori chiave restano tuttavia fuori dalla coalizione, come Lelo for Georgia e For Georgia. Quest’ultima, guidata da esponenti che rifiutano qualsiasi convergenza con la tradizione dell’UNM e con la figura dell’ex presidente Mikheil Saakashvili, detenuto dal 2021, evidenzia il dilemma strategico dell’intero campo anti-governativo: conciliare unità d’azione e pluralismo interno senza perdere credibilità presso l’elettorato moderato.</span></p>
<p><span>Formalmente, la coalizione si presenta come un’«alternativa democratica», impegnata a difendere la tenuta delle istituzioni, garantire elezioni realmente competitive, ottenere il rilascio dei prigionieri politici e ristabilire un quadro di governance fondato su accountability e separazione dei poteri. La retorica dell’unità riflette anche una consapevolezza più profonda: in un contesto in cui il pluralismo appare progressivamente eroso, la sopravvivenza stessa dell’opposizione dipende dalla capacità di superare divisioni storiche e presentarsi come blocco politico coerente.</span></p>
<p><span>La questione decisiva, tuttavia, non riguarda soltanto la possibilità che questa alleanza riesca a rovesciare il governo. Il nodo reale è se il sistema politico georgiano consenta ancora una competizione effettiva in un ecosistema di potere in cui i meccanismi formali della democrazia – elezioni, pluralismo partitico, libertà di espressione – continuano a esistere, ma operano in un contesto strutturalmente sbilanciato.</span></p>
<p><span>L’adozione di restrizioni sui finanziamenti esteri e la criminalizzazione della critica alla legittimità del governo costituiscono un caso emblematico di lawfare: l’uso del diritto come strumento di pressione e dissuasione. La legge sui grant, ampliata in maniera drastica, non è stata concepita per migliorare la trasparenza delle organizzazioni civiche, ma per creare una categoria di «esclusi civili»: associazioni, ONG e gruppi indipendenti che rischiano sanzioni penali fino a sei anni di detenzione se percepiti come agenti di influenza straniera. Attribuendo allo Stato un potere di approvazione preventiva su ogni finanziamento, il governo trasforma la partecipazione civica in una concessione amministrativa.</span></p>
<p><span>Questo processo suggerisce un regime che si percepisce come vulnerabile. Più un potere sente minacciata la propria sopravvivenza, più accelera la costruzione di strumenti di controllo. Ciò che si osserva in Georgia non è soltanto una lenta erosione delle regole, ma un’accelerazione simultanea su più fronti – legislativo, mediatico e civile.</span></p>
<p><span>Nel frattempo, Unione Europea e Stati Uniti si muovono su un crinale sottile: evitare sanzioni dirette, che isolerebbero il Paese, pur mantenendo una pressione politica crescente. Per Sogno Georgiano, questa pressione è diventata una risorsa retorica. Ogni monito internazionale viene presentato come ingerenza, alimentando una narrativa sovranista che giustifica ulteriori restrizioni interne. </span><span>In questo quadro, l’alleanza delle opposizioni assume una dimensione quasi paradossale. Da un lato rappresenta un tentativo di ripristinare il pluralismo democratico, superando le divisioni storiche; dall’altro si trova a operare dentro un sistema che restringe progressivamente lo spazio della competizione politica.</span></p>
<p><span>Un nodo centrale riguarda il ruolo della piazza. Le proteste, che proseguono da quasi cinquecento giorni – simbolo di vitalità civica –, rischiano di diventare l’unico spazio politico percepito come realmente libero, se la competizione istituzionale continuerà a restringersi. In un regime illiberale in formazione, la protesta permanente può trasformarsi, da strumento di pressione, a surrogato della politica rappresentativa. </span></p>
<p><span>In ultima analisi, la crisi georgiana non rappresenta un’anomalia passeggera, ma il sintomo di una mutazione più profonda della democrazia nello spazio postsovietico. La questione non riguarda soltanto la permanenza al potere di un partito, ma la trasformazione delle regole stesse della competizione politica. </span></p>
<p><span>Il conflitto tra diritto e potere, che attraversa oggi la vita politica georgiana, difficilmente si risolverà con un semplice scrutinio elettorale. La scommessa implicita del sistema costruito attorno a Sogno Georgiano e alla figura di Bidzina Ivanishvili è più ambiziosa e più sottile: dimostrare che è possibile preservare l’estetica della democrazia svuotandone l’etica, mantenere le procedure eliminando la sostanza del pluralismo. </span><span>Se questa logica dovesse consolidarsi, lo Stato georgiano rischierebbe di trasformarsi in un guscio procedurale: formalmente democratico, ma progressivamente riempito da reti di fedeltà oligarchica e da un potere sempre meno contendibile.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/georgia-torsione-autoritaria-governo-unita-opposizioni/">Le torsioni autoritarie di Sogno Georgiano e le prove di unità delle opposizioni</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il problema dei negoziati sulla guerra in Ucraina è l’asimmetria tra Russia e Europa</title>
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Mosca usa da sempre guerra e diplomazia come leve complementari mentre l’Europa fatica ancora a riconoscere la natura coercitiva di questa strategia
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202854-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202854-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202854-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202854-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202854-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202854-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Sinora si sono svolti almeno tre cicli di contatti — due ad Abu Dhabi e uno a Ginevra — in un formato trilaterale Ucraina-Stati Uniti-Russia, sotto mediazione statunitense, con l’obiettivo di porre fine alla guerra della Russia contro l’Ucraina. Tutti e tre i round si sono conclusi senza una svolta. Il secondo, svoltosi dal 4 al 5 febbraio, ha tuttavia prodotto un risultato concreto sotto forma di scambio reciproco di 157 prigionieri di guerra per ciascuna parte, nonostante il fallimento nel raggiungere un accordo politico sostanziale. </span><span>Parallelamente, Stati Uniti e Russia hanno annunciato l’intenzione di ripristinare i canali di comunicazione militare, mentre questioni come cessate il fuoco, garanzie di sicurezza e questioni territoriali restano i principali punti di stallo.</span></p>
<p><span>La partecipazione statunitense al formato attuale è una delle principali ragioni della disponibilità russa a prendere parte a questi colloqui. La leadership russa ha ripetutamente segnalato di considerare Washington come l’autorità decisionale centrale nella difesa europea, e quindi il principale interlocutore per il negoziato strategico.</span></p>
<p><span><strong>Guerra gestita e incentivi asimmetrici</strong><br>
</span><span>Sebbene sia ancora troppo presto per parlare di risultati, il comportamento dei partecipanti suggerisce che questi colloqui non siano stati negoziati di pace in senso stretto, ma piuttosto un dialogo — principalmente tra Russia e Stati Uniti — su come rendere la guerra più gestibile senza costringere nessuna delle due parti ad abbandonare i propri obiettivi e posizioni fondamentali. Nel frattempo, l’Unione europea è stata in gran parte marginalizzata e opera più come osservatore. La realtà scomoda è che ogni parte mantiene propri incentivi alla continuazione della guerra — diversi nella sostanza e nelle motivazioni, ma tutti politicamente rilevanti.</span></p>
<p><span>Per la Russia, questo interesse è il più diretto e sistemico. La guerra funziona come una polizza di legittimazione per il regime. Mosca utilizza inoltre il conflitto come leva negoziale per la revisione dell’ordine internazionale e per il riconoscimento della propria sfera d’influenza. Il governo di Putin ha quindi interpretato i negoziati di Abu Dhabi non come un luogo per porre fine alla guerra, ma piuttosto come un banco di prova per valutare se l’Occidente fosse pronto a concessioni. Nei negoziati, la Russia sembra occupare la posizione più forte: non subisce pressioni per accelerare i tempi, e la natura prolungata del conflitto si allinea con la sua strategia politica più ampia di contrattazione coercitiva basata sul tempo, volta a erodere l’unità e la determinazione europee. Prolungare il conflitto contribuisce inoltre a orientare un eventuale accordo verso l’obiettivo centrale di Mosca: garantirsi una posizione dominante e una sfera di influenza di fatto nell’ordine di sicurezza europeo.</span></p>
<p><span>Per gli Stati Uniti, l’interesse alla prosecuzione del conflitto è condizionato ma concreto. Washington mira a evitare uno scontro diretto con la Russia, ma una guerra gestita potrebbe generare dividendi strategici. Questo approccio non mira all’escalation fine a sé stessa, bensì a una strategia di contenimento calibrato a costi gestibili.</span></p>
<p><span>L’Unione europea ha un interesse paradossale nella continuazione del conflitto come male minore rispetto a un accordo pessimo, soprattutto se un’intesa prematura permettesse alla Russia di riorganizzarsi e reindirizzare la pressione verso il fianco orientale europeo. In questa prospettiva, ritardare la fine del conflitto compra tempo per il riarmo e l’adattamento strategico. Tuttavia, i rischi per l’Ue sono notevoli: stanchezza sociale, divisioni interne all’Unione, forze politiche che chiedono la pace a qualsiasi costo, e la possibilità che, in un momento critico, l’Europa si ritrovi senza un solido sostegno americano.</span></p>
<p><span>L’Ucraina è l’unico partecipante per cui il prolungamento della guerra non comporta alcun beneficio intrinseco. Tuttavia, Kyjiv potrebbe essere costretta a continuare a combattere se i termini della pace proposta risultassero più pericolosi della guerra stessa. Per l’Ucraina, un cessate il fuoco senza credibili garanzie di sicurezza non costituirebbe una vera pace, ma piuttosto la continuazione della guerra in formato zona grigia. Un simile scenario comporterebbe un rischio strutturale di escalation, poiché la Russia manterrebbe sia la capacità sia l’incentivo a riprendere la pressione quando le condizioni dovessero apparire favorevoli. L’Ucraina affronta quindi la posizione negoziale più difficile, poiché sostiene i costi più elevati, controlla pochi dei fattori esterni decisivi e non può permettersi errori di calcolo (poiché una cattiva tregua potrebbe in ultima analisi minacciare la sua stessa statualità).</span></p>
<p><strong>La guerra e i negoziati dal 2014<br>
</strong><span>Una valutazione realistica delle prospettive di un accordo di pace nella guerra russo-ucraina — e delle probabili condizioni di tale accordo — richiede un certo contesto storico e l’adozione di una lente analitica adeguata. </span><span>La Russia conduce una guerra contro l’Ucraina da dodici anni. Il 20 febbraio 2014 è iniziata l’occupazione della Crimea. Truppe russe senza insegne (i cosiddetti “omini verdi”) bloccarono unità militari ucraine e infrastrutture chiave. Il 16 marzo 2014 la Federazione Russa organizzò un referendum illegale e poco dopo procedette all’annessione illegittima della penisola. Successivamente, nell’aprile 2014, le ostilità si estesero all’Ucraina orientale, dove — con il coinvolgimento di forze sostenute dalla Russia e gruppi di sabotaggio russi — furono occupati edifici amministrativi e lo scontro armato si intensificò.</span></p>
<p><span>Dal 2014 sono stati condotti negoziati per risolvere il conflitto — sia attraverso il formato Normandia (Ucraina-Russia-Germania-Francia) sia tramite il Gruppo di contatto trilaterale (Ucraina-Russia-OSCE). Tuttavia, le prospettive di una soluzione di successo sono rimaste limitate. Il motivo è che, per il regime russo, un conflitto esterno non è solo uno strumento conveniente di politica estera, ma anche un meccanismo necessario per sostenere la legittimità interna.</span></p>
<p><span>Questa logica aiuta a spiegare una caratteristica ricorrente dei negoziati russi, dalla Transnistria all’Abkhazia, all’Ossezia del Sud e all’Ucraina: spesso non sono concepiti per raggiungere un accordo finale, ma piuttosto per consolidare uno status quo favorevole come trampolino per ulteriori richieste ed escalation successive. In tutti questi casi, le richieste russe hanno lasciato poco spazio a un compromesso autentico e, nel loro insieme, tendono a minacciare la “sicurezza ontologica” dell’altra parte (cioè la sua sovranità e identità).</span></p>
<p><span>L’elemento distintivo principale degli attuali negoziati sulla guerra russo-ucraina è la presenza diretta degli Stati Uniti. In effetti, è proprio questo fattore che dovrebbe determinare la lente analitica. I recenti colloqui Russia-USA possono essere letti attraverso il framework negoziale di Harvard, secondo cui un negoziato efficace non consiste nel vincere, ma nel risolvere congiuntamente un problema, allineando gli interessi, ampliando le opzioni, fondando le decisioni su standard oggettivi e rafforzando la propria BATNA (Best Alternative to a Negotiated Agreement, la migliore alternativa a un accordo negoziato). Al contrario, i negoziati nel formato Normandia e nel Gruppo di contatto trilaterale sono spesso apparsi più simili a diplomazia coercitiva, in cui i negoziati funzionavano come strumento di pressione e canale per l’imposizione di vincoli.</span></p>
<p><span>Diversi studiosi offrono una lettura realistica dell’approccio russo ai negoziati, evidenziando strumenti quali diplomazia coercitiva (uso di minacce credibili e forza limitata per influenzare i negoziati), incertezza gestita (mantenere ambigue intenzioni e soglie di escalation per massimizzare la leva negoziale) e sequenziamento (suddividere i colloqui in passi incrementali che assicurano vantaggi prima dell’accordo finale). Questi strumenti non sono invenzioni russe: fanno parte di un repertorio standard nei conflitti caratterizzati da asimmetria di potere. Tuttavia, come osservano molti analisti, ciò che distingue l’approccio russo è la particolare combinazione e intensità di questi strumenti — e soprattutto la logica intenzionale che ne guida l’applicazione.</span></p>
<p><span><strong>Partner o bersaglio?</strong><br>
</span><span>Questa logica intenzionale è centrale per comprendere il comportamento del Cremlino. Dal 2014, i negoziati sulla guerra della Russia contro l’Ucraina hanno funzionato meno come percorso verso la pace e più come contrattazione coercitiva sulle fondamenta dell’ordine internazionale e della sicurezza europea. In questo quadro, l’Ucraina ha operato come terreno di prova — uno spazio attraverso cui l’Occidente poteva essere spinto ad accettare una nuova normalità. Questa strategia esterna si allinea con la logica interna del regime: uno stato di confronto prolungato consente la mobilitazione contro un nemico esterno e legittima un rafforzamento della repressione interna, rafforzando così la stabilità politica.</span></p>
<p><span>Gli stessi obiettivi strategici sembrano sostenere gli attuali colloqui della Russia con gli Stati Uniti. In quello che il Cremlino definisce «negoziati tra pari», Mosca non sta principalmente negoziando concessioni territoriali ucraine, ma piuttosto sfere di influenza e le regole della sicurezza europea — richieste che restano ampiamente coerenti con gli orientamenti espressi già nel discorso di Monaco di Putin del 2007. Data la relativa chiarezza con cui i funzionari russi hanno segnalato questa agenda, le interpretazioni occidentali concentrate soprattutto sulla dimensione territoriale potrebbero aver sottovalutato la portata strategica più ampia, portando a decisioni politiche meno efficaci di quanto avrebbero potuto essere.</span></p>
<p><span>Un’altra vulnerabilità nella politica europea verso la Russia è l’asimmetria nella percezione della relazione. Mentre l’Unione europea e molti Stati membri hanno trattato la Russia come un interlocutore negoziale alla pari, il Cremlino considera l’Europa principalmente un bersaglio per la proiezione di influenza. Ciò può sembrare controintuitivo, considerando il peso economico dell’UE. Tuttavia, correnti influenti dell’élite politica russa descrivono le democrazie europee come strutturalmente fragili e particolarmente suscettibili a influenze manipolative esterne — ciò che nella letteratura viene definito sharp power (potere penetrante o manipolativo). In questa visione, l’Europa è meno un’arena di partenariato e più un oggetto per l’espansione della sfera di influenza russa.</span></p>
<p><span>L’attuale crisi nelle relazioni transatlantiche ha approfondito questa asimmetria. L’Ue può attenuarla solo ricalibrando la propria lente analitica e trattando la postura russa verso l’Unione come potenzialmente coercitiva, piuttosto che prevalentemente reciproca. La questione centrale non dovrebbe riguardare soltanto come riprendere i colloqui, ma piuttosto come creare condizioni in cui coercizione ed escalation smettano di produrre vantaggi negoziali e generino invece costi prevedibili.</span></p>
<p><span>In sostanza, il compito consiste nel ridurre il divario tra l’istinto europeo alla reciprocità e la logica unilaterale di pressione della Russia. Ciò può essere ottenuto concentrandosi su misure istituzionali, materiali e normative che riducano sia l’esposizione dell’Unione europea al ricatto e allo <em>sharp power</em>, sia rafforzino la sua capacità di modellare — anziché semplicemente subire — il quadro negoziale.</span></p>
<p><a href="https://euideas.eui.eu/war-behind-the-talks-europe-in-russias-coercive-strategy" target="_blank" rel="noopener"><em>Articolo originariamente pubblicato su EUIdeas</em></a></p>
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<title>Votate al referendum pensando alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni</title>
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I garantisti per il No, per l’astensione e per il Boh dovrebbero riflettere su questo: la vittoria del No non fermerebbe il panpenalismo della destra, mentre quella del Sì metterebbe un punto fermo liberale, necessario, anche se non sufficiente, nel nostro sistema giudiziario
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24072941-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24072941-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24072941-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24072941-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24072941-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24072941-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Non sono né stupito, né stranito dal fatto che molti sinceri garantisti, pur favorevoli in via di principio alla separazione delle carriere dei magistrati, propendano in via di fatto per l’astensione o per il No al referendum, più per la repulsione della retorica elettorale della destra – per la serie «Vota Sì se vuoi Carola Rackete all’ergastolo, i clandestini in Albania e Carmelo Cinturrino al Quirinale» – che per le perplessità sul contenuto della riforma, in cui si rimpastano ingredienti (sorteggio e corte disciplinare compresi) suggeriti o digeriti in passato anche dagli attuali contrari e diventati improvvisamente indigesti nella ricetta Nordio-Meloni.</p>
<p>Non mi sfugge neppure il dispetto che suscita l’usurpazione del tema garantista da parte degli eredi dei cappi e delle monetine di Tangentopoli, dei teorici del nuovo diritto penale d’autore e dell’unicuique suum dei diritti e delle pene, che discrimina indagati, imputati e condannati in ragione di speciali criteri di meritevolezza, che però hanno sempre casualmente a che fare con caratteristiche etnico-censuarie.</p>
<p>D’altra parte, sono convinto che la possibile vittoria del No al referendum non scongiurerebbe affatto il pericolo di un ulteriore scatenamento giustizialista della destra, privandola del paravento garantista e dell’abbrivio del trionfo. Se dovessi scommettere, lo farei sullo scenario esattamente contrario: archiviata dal voto popolare la foglia di fico della separazione delle carriere dei magistrati, la coppia di fatto tra Andrea Delmastro e Nicola Gratteri, momentaneamente divisa dal referendum, si ricomporrebbe d’incanto e tornerebbe a macinare una cultura penale da brivido, all’insegna della più disinibita fascisteria politico-giudiziaria.</p>
<p>Invece se vincesse il Sì? Succederebbe probabilmente la stessa cosa, ma con minore legittimazione per il capo-palazzo di Via Arenula – non che questo di per sé lo freni, lo so – e con più frustrazione che trasporto per il procuratore di Napoli, che la sua vestale giornalistica Marco Travaglio ha sobriamente definito «uno degli ultimi fuoriclasse della magistratura» e che passerà alla storia come uno dei più accaniti e fantasiosi troll del fronte del No, dalla declamazione televisiva di un’intervista di Falcone inventata (gliel’avevano raccomandata come vera e il fuoriclasse c’era cascato) alla classificazione finemente criminologica dei sostenitori del Sì (quella dove «indagati» e «delinquenti» sono sinonimi, alla faccia della Costituzione più bella del mondo).</p>
<p>Allo stesso modo, se vincesse il No e miracolosamente – non illudetevi – franasse la maggioranza di centro-destra e il fronte dei contrari sulla spinta del risultato referendario vincesse le elezioni politiche, cosa succederebbe? Succederebbe esattamente la stessa cosa: continuerebbe (si guardi ai precedenti) la stessa degradazione della giurisdizione a benzodiazepina politica e la stessa mortificazione dello stato di diritto a prêt-à-porter della legalità emergenziale.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Se il fronte del No vincesse pure le elezioni avremmo d’incanto uno stop alla proliferazione di reati, aggravanti e aumenti di pena, il panem et circenses di qualunque populismo? Ovviamente no, cambierebbe semplicemente la faccia o la maschera dei cattivi irredimibili da inserire nel programma: «buttare la chiave».</p>
<p>I garantisti preoccupati della paranoia panpenalistica bipartisan della politica italiana dovrebbero onestamente ammettere che il risultato del referendum da questo punto di vista sarà irrilevante. E lo stesso dovrebbero fare – sia chiaro – quanti, troppo allargandosi, promettono che la vittoria dei Sì squadernerebbe le magnifiche sorti e progressive della giustizia liberale, di cui la separazione delle carriere si può considerare una condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente.</p>
<p>Quello che cambia sicuramente, a seconda della vittoria del Sì o del No, riguarda il completamento ordinamentale del principio di parità processuale tra accusa e difesa, davanti a un giudice terzo e imparziale, stabilito dall’articolo 111 della Costituzione. Oggi occorre presumere l’elemento soggettivo, cioè l’imparzialità per riconoscere al giudice una oggettiva terzietà, mentre domani sarebbe la terzietà oggettiva a garantire, agli occhi del giudicato, l’imparzialità del giudice.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Non so che ne pensino i <a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/referendum-garantisti-per-il-no/" target="_blank" rel="noopener">garantisti per il No</a>, <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/la-separazione-delle-carriere-e-fuffa-nordio-punta-ad-altro-ecco-perche-mi-asterro/">per l’astensione</a> o <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/firmerei-l-appello-garantisti-per-il-boh/" target="_blank" rel="noopener">per il Boh</a>, ma l’idea di essere giudicato da un signore, che non deve chiedere alla mia controparte togata e ai suoi compagni di corrente agognati riconoscimenti di carriera, mi lascerebbe decisamente più tranquillo circa l’imparzialità del suo giudizio.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Sarei inoltre sollevato all’idea che un giudizio civile finito in Cassazione non trovasse come rappresentante della Procura generale il giudice che mi aveva dato torto in primo grado (passaggio consentito dalla legge Cartabia) e a cui un collega aveva dato torto in appello.</p>
<p>Sarei poi ulteriormente rassicurato, oltre che da passaggi di carriera azzerati e da un Csm duplicato, da un’Alta corte disciplinare non costretta, come l’attuale Csm, a perdonare e non radiare dall’ordine giudiziario magistrati condannati in via definitiva per avere ripetutamente vandalizzato le automobili dei colleghi o tentato di estorcere con la minaccia ai testimoni incolpazioni ai danni degli indagati. Non ho fatto, sia chiaro, alcun esempio di fantasia. Ho fatto, ahimè, cronaca.</p>
<p>La vittoria del Sì avrebbe inoltre un’ulteriore, duplice e ancora maggiore significato: eviterebbe di decretare la sconfitta storicamente definitiva di ogni riforma liberale in materia di giustizia (se ne riparlerebbe dopo la prossima era glaciale) ed eviterebbe di costituzionalizzare, per via traversa, la sovrintendenza della democrazia italiana da parte di un corpo separato di chierici togati – il corrispondente del Consiglio dei Guardiani dell’Iran sciita – che hanno usurpato alcuni poteri e abusato di altri, fino a esercitare, in un rapporto diretto con l’opinione pubblica, una guardiania generalizzata sulla salute morale della Repubblica, d’intesa con una libera stampa (absit inuiria verbis), di cui, come diceva Massimo Bordin, si sarebbero dovute separare fortune e carriere – alla pari dei giudici – da quelle dei magistrati requirenti.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Poi, proprio come nell’Iran komeinista, anche nella magistratura corporata italiana il fanatismo e l’affarismo vanno a braccetto – non da oggi o da Luca Palamara: da decenni – e quindi le sue rappresentanze mentre si impegnano nell’amministrazione di sostegno della Repubblica, trafficano su promozioni e ascensioni nell’empireo del potere togato con un manuale Cencelli correntizio implacabile e insensibile a qualunque principio che non sia di appartenenza, cioè “con criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso”, come disse nel 2019 il pm Nino Di Matteo, un altro fuoriclasse prestato adesso alla propaganda per il No.</p>
<p>Non escludo affatto che dentro l’attuale maggioranza ci sia chi vorrebbe una giustizia trumpiana o orbaniana e non penso neppure che le intenzioni del cosiddetto Campo Largo – do you remember Fofò dj Bonafede? – siano molto più raccomandabili. Sono invece decisamente sicuro che il Sì al referendum non cambierebbe nulla di queste intenzioni, ma certo non le trasformerebbe in realtà, e che al contrario fisserebbe un punto, che tornerà utile da subito per centinaia di migliaia di utenti involontari e involontari dei Tribunali e potrebbe tornare ancora più utile quando mai la politica italiana, anche fuori dalle minoranze orgogliosamente garantiste, si svegliasse dal sonno dogmatico della giustizia a furor di popolo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Non solo gli statisti, ma anche i garantisti devono operare – per stare all’adagio degasperiano – pensando alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni.</p>
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<title>Il governo nel bosco, alla ricerca della sua nuova Bibbiano</title>
<link>https://www.eventi.news/il-governo-nel-bosco-alla-ricerca-della-sua-nuova-bibbiano</link>
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<description><![CDATA[ 
Meloni invita a votare sì per impedire decisioni come quella sulla famiglia Trevallion, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sebastian-unrau-sp-p7uut0tw-unsplash-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sebastian-unrau-sp-p7uut0tw-unsplash-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sebastian-unrau-sp-p7uut0tw-unsplash-1-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sebastian-unrau-sp-p7uut0tw-unsplash-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sebastian-unrau-sp-p7uut0tw-unsplash-1-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sebastian-unrau-sp-p7uut0tw-unsplash-1-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>A proposito della cosiddetta famiglia nel bosco, penso che qualunque persona civile, non accecata dal fanatismo né dalle proprie idiosincrasie, dovrebbe concordare su due punti. Il primo è che allontanare i figli dai genitori, del tutto o in parte, è una scelta drammatica con conseguenze molto pesanti anzitutto per i bambini, giustificabile solo con la necessità di impedire ai genitori di infliggere loro un danno ancora maggiore. Il secondo è che, di conseguenza, non è possibile stabilire cosa sia giusto fare senza conoscere la vicenda nei più minuti dettagli, e forse, a volte, nemmeno in quel caso.</p>
<p>Solo dei fanatici, o degli imbroglioni, potrebbero sostenere che la soluzione, davanti a qualsiasi difficoltà, sia sempre e comunque strappare i figli ai propri genitori, o viceversa non farlo mai, quasi che i bambini fossero cose, proprietà privata di mamma e papà. Sul confine di questo terribile dilemma dovrebbero dunque fermarsi tutti: politici e giornalisti, post, tweet e newsletter.</p>
<p>Non si è fermata, invece, la nostra presidente del Consiglio, che anche ieri è tornata a utilizzare questa delicatissima vicenda per fare campagna a favore del Sì al referendum sulla giustizia. Del resto lo aveva sempre rivendicato e promesso, in quei tremendi video sotto il cartello con la scritta Bibbiano, che lei e il suo partito erano stati i primi ad arrivare e sarebbero stati gli ultimi ad andarsene, e infatti, idealmente, sta ancora lì, e magari domani ripensandoci metterà anche la raffica di assoluzioni per quell’incredibile vicenda giudiziaria nell’elenco delle malefatte compiute da una magistratura «politicizzata».</p>
<p>Mancava solo quello, in effetti, nell’elenco delle decisioni sgradite prese dalla magistratura che Giorgia Meloni è tornata a sciorinare nella sede più propria, la trasmissione di Mario Giordano su Rete 4, «Fuori dal coro». E questi sarebbero quelli che dovrebbero combattere la politicizzazione della giustizia. Mi domando cosa avrebbe detto Meloni se la famiglia nel bosco fosse stata nigeriana e musulmana. Ma in realtà non me lo domando affatto, perché lo so benissimo.</p>
<p>Qualcuno ha dei dubbi sul fatto che in quel caso i magistrati sarebbero stati accusati semmai di buonismo ed eccessiva tolleranza, per non aver preso subito provvedimenti ben più drastici? Proprio come il giudice che ha scarcerato gli attivisti dei centri sociali di Torino, che ieri la nostra presidente del Consiglio è tornata ad attaccare. Contestando cioè, come nota qui sotto un acuto lettore, proprio quella dimostrazione di terzietà e indipendenza rispetto alle richieste dei pm che la riforma dovrebbe garantire e incentivare.</p>
<p>Ma nel mondo alla rovescia dei populisti travestiti da garantisti persino il voto a favore della separazione delle carriere, non si sa come, dovrebbe servire a impedire simili decisioni. O forse invece si sa benissimo, e Meloni sta solo dicendo le cose come stanno, quando assicura che grazie alla vittoria del Sì si risolverà finalmente il problema della «magistratura ideologizzata», che si permette di riconoscere i diritti di militanti di sinistra e immigrati, e più in generale di prendere qualunque decisione sgradita al governo, persino in un caso delicatissimo come quello della famiglia Trevallion.</p>
<p>Forse Meloni sta dicendo semplicemente quello che intende fare, e che in realtà sta già facendo, perché le sue parole e le vere e proprie campagne intimidatorie dei partiti della maggioranza contro ogni singolo giudice responsabile di qualunque decisione sgradita non sono chiacchiere, non sono esagerazioni propagandistiche, cui si possano contrapporre come equivalenti le uguali e contrarie esagerazioni del fronte del No.</p>
<p>Sono un fatto, sono già una violazione dei diritti di indagati messi ingiustamente alla gogna, sono già forma di indebita pressione su giudici e pubblici ministeri, una violenza che tocca sia quelli presi di mira oggi, per le decisioni già prese, sia quelli che domani potrebbero pensarci due volte, prima di esporsi a un simile trattamento. Tutto questo è già in atto, è già un fatto, è già un chiaro segnale della direzione in cui si vuole portare l’Italia. È già il modello ungherese, o se preferite il modello Bibbiano.</p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>Chi è Mojtaba Khamenei, la nuova Guida Suprema dell’Iran</title>
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La nomina del 56enne rafforza l’asse tra clero conservatore e Guardie rivoluzionarie. Donald Trump aveva definito inaccettabile la sua eventuale ascesa. La scelta segnala che l’élite iraniana punta sulla continuità e sulla linea dura
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p><span>Il 56enne Mojtaba è da tempo una figura influente negli equilibri interni della Repubblica islamica, pur avendo mantenuto un profilo pubblico basso negli anni. Non ha mai ricoperto incarichi elettivi o governativi, ma negli ultimi due decenni è stato considerato uno dei principali interlocutori tra l’ufficio del leader supremo e le strutture di sicurezza dello Stato iraniano.</span></p>
<p><span>È noto per i suoi rapporti stretti con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, la potente organizzazione militare e politica che controlla una parte significativa dell’apparato di sicurezza e di settori rilevanti dell’economia iraniana. Proprio queste relazioni hanno contribuito a rafforzare la sua posizione nella corsa alla successione. Secondo diversi analisti, negli anni ha agito di fatto come una sorta di coordinatore delle reti di potere attorno all’ufficio del padre .</span></p>
<p><span>L’elezione di Mojtaba è stata interpretata da diversi osservatori come un segnale politico preciso: le componenti più dure dell’establishment iraniano hanno deciso di consolidare il controllo del sistema in un momento di guerra e forte pressione internazionale. Il leader supremo ha infatti l’ultima parola sulle principali decisioni di stato, comprese la politica estera, il programma nucleare e il comando delle forze armate.</span></p>
<p><span>La sua nomina è destinata a complicare ulteriormente i rapporti con Washington. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato nei giorni scorsi che la possibilità che il figlio di Ali Khamenei diventasse leader supremo sarebbe stata «inaccettabile», sostenendo che il nuovo capo iraniano non sarebbe durato a lungo senza l’approvazione degli Stati Uniti. Israele aveva a sua volta avvertito che qualsiasi successore di Ali Khamenei sarebbe stato considerato un potenziale obiettivo militare. Il ministro della Difesa israeliano aveva dichiarato la scorsa settimana che chiunque assumesse la guida della Repubblica islamica sarebbe stato «un obiettivo per l’eliminazione».</span></p>
<p><span>La sua ascesa è stata a lungo considerata possibile, ma resta controversa. La Repubblica islamica nacque dalla rivoluzione del 1979 che rovesciò la monarchia dello scià Mohammad Reza Pahlavi anche in nome del rifiuto del potere ereditario. Il fatto che il figlio del leader supremo succeda al padre ha quindi alimentato critiche e tensioni già in passato.</span></p>
<p><span>Il nuovo leader è nato nel 1969 a Mashhad ed è il secondo dei figli di Ali Khamenei. Da giovane partecipò per brevi periodi alla guerra Iran Iraq negli anni Ottanta. Successivamente intraprese studi religiosi nei seminari di Qom, uno dei principali centri della teologia sciita. Negli ultimi anni ha insegnato nei seminari religiosi e ha costruito relazioni strette con una nuova generazione di comandanti e funzionari della sicurezza. Nel 2019 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti lo ha inserito nella lista delle persone sanzionate, sostenendo che rappresentasse l’autorità del leader supremo pur senza avere incarichi ufficiali.</span></p>
<p><span>L’annuncio della successione arriva mentre gli scontri nella regione continuano ad ampliarsi nella seconda settimana di guerra. Attacchi aerei statunitensi e israeliani hanno colpito infrastrutture energetiche e militari in Iran. Il prezzo del petrolio è salito oltre i 100 dollari al barile, mentre gli operatori temono interruzioni prolungate dei flussi energetici attraverso lo stretto di Hormuz, uno dei passaggi più importanti per il commercio mondiale di greggio.</span></p>
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<title>Che fine ha fatto il diritto internazionale?</title>
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Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<title>L’Italia è diventata il sesto esportatore mondiale di armi</title>
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Nel nuovo rapporto del Sipri, Roma scala la classifica dei venditori con un +157 per cento. Il commercio mondiale cresce del 9,2 per cento. L’Europa si trasforma da cliente marginale a principale acquirente. Con la guerra in Ucraina come acceleratore di tutto
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19307389-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19307389-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19307389-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19307389-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19307389-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/19307389-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Tra il 2021 e il 2025, le esportazioni italiane di sistemi d’arma maggiori sono aumentate del 157 per cento. Nessun altro Paese tra i primi dieci esportatori mondiali ha registrato un incremento comparabile. Questo balzo ha proiettato l’Italia dal decimo al sesto posto nella classifica globale, con una quota del 5,1 per cento del totale mondiale – era il 2,2 per cento nel quinquennio precedente. È uno dei dati centrali del <a href="https://www.sipri.org/media/press-release/2026/global-arms-flows-jump-nearly-10-cent-european-demand-soars">rapporto</a> pubblicato lunedì dallo Stockholm International Peace Research Institute.</p>
<p>La geografia è precisa. I tre maggiori acquirenti nel quinquennio sono stati il Qatar (ventisei per cento delle esportazioni italiane totali), il Kuwait (diciassette per cento) e l’Indonesia (dodici per cento). Il cinquantanove per cento delle esportazioni italiane è andato verso Paesi del Medio Oriente, il sedici per cento verso Asia e Oceania, solo il tredici per cento verso l’Europa. Le forniture documentate includono ventitré caccia al Kuwait, sei caccia e cinque grandi navi da guerra al Qatar.</p>
<p>L’Italia risulta così il secondo fornitore dell’intera regione mediorientale per quota sulle importazioni regionali, dopo gli Stati Uniti (cinquantaquattro per cento) e davanti a Francia (undici per cento) e Germania (7,3 per cento). Una posizione strutturalmente diversa da quella degli altri grandi esportatori europei: la Germania ha destinato il ventiquattro per cento delle proprie forniture all’Ucraina come aiuto militare, la Francia ha visto crescere del 452 per cento le vendite intra-europee.</p>
<p>Il balzo italiano si inscrive in un riarmo continentale senza precedenti. Le importazioni europee di armi sono cresciute del duecentodieci per cento tra i due quinquenni – dal dodici per cento al trentatré per cento del totale globale. Per la prima volta dagli anni Sessanta, l’Europa è la prima regione mondiale per importazioni di sistemi d’arma. L’Ucraina da sola ha assorbito il 9,7 per cento di tutti i trasferimenti globali nel periodo, rispetto allo 0,1% del quinquennio precedente. I ventinove Paesi Nato europei hanno aumentato le importazioni combinate del 143 per cento, con gli Stati Uniti a coprire il cinquantotto per centodelle forniture. Al 31 dicembre 2025, dodici Paesi europei avevano in ordine 466 caccia F-35 americani.</p>
<p>Gli Stati Uniti hanno ulteriormente consolidato il loro dominio: quarantadue per cento di tutti i trasferimenti globali, rispetto al trentasei per cento del quinquennio precedente, con esportazioni verso novantanove Stati. Per la prima volta in vent’anni, la quota maggiore delle vendite americane è andata all’Europa (trentotto per cento), superando il Medio Oriente (trentatré per cento). La Russia è crollata dal ventuno per cento al 6,8 per cento del mercato globale, con un calo del sessantaquattro per cento in volume – unico Paese in flessione tra i primi dieci. Il 74 per cento delle sue esportazioni residue è andato a tre soli Paesi: India (quarantotto per cento), Cina (tredici per cento) e Bielorussia (tredici per cento). I quattro Paesi dell’Unione europea tra i primi dieci esportatori – Francia (2°), Germania (4°), Italia (6°) e Spagna (10°) – insieme coprono il ventitré per cento del mercato globale.</p>
<p>Il +157 per cento in cinque anni dell’Italia, con il cinquantanove per cento delle vendite verso una regione attraversata da conflitti attivi – Yemen, Gaza, Libano, Siria – è un dato che interpella direttamente la legge 185 del 1990, che disciplina le esportazioni italiane di armamenti e prevede limitazioni verso Paesi in conflitto o con gravi violazioni dei diritti umani, e che il governo Meloni ha in animo da almeno due anni di riformare (dopo l’approvazione del Senato, ora il disegno di legge giace da mesi alla Camera). Il Sipri non entra nel merito delle singole autorizzazioni né dei valori finanziari: misura volumi, lavora su dati pubblici e stime e offre la fotografia comparabile più sistematica disponibile. Quella fotografia dice che l’Italia è oggi la sesta potenza mondiale nel commercio di sistemi d’arma. Un primato industriale che è anche una responsabilità politica.</p>
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<title>Francesco Cundari scrive ad Augusto Barbera</title>
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Nella War Room di questa settimana l’editorialista di Linkiesta indirizza la sua lettera al giurista ed ex ministro per i rapporti con il Parlamento 
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 21:30:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<title>Marcatori laser per metalli: NextKey Srl porta innovazione nella marcatura dell’alluminio anodizzato</title>
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<description><![CDATA[ Scopri le soluzioni di marcatura laser di NextKey Srl per incidere loghi, codici QR e Data Matrix su metalli e alluminio anodizzato con precisione e durata. ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 20:30:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Bollette: nel Lazio spesi 1.714 euro a famiglia nel 2025</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo decreto energia dovrebbe alleggerire le bollette 2026, ma quanto hanno pagato lo scorso anno le famiglie laziali per luce e gas? Secondo l’analisi* di Facile.it, nel Lazio, la spesa media 2025 per i clienti domestici con fornitura nel mercato libero a tariffa indicizzata è stata pari a 1.714 euro, valore solo di poco […] ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 20:30:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Benito Jacovitti: Maestro del fumetto italiano del ‘900</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 9 Marzo ed in questo giorno (secondo l’”Enciclopedia Treccani”, “Biografie Online” ed “AccaddeOggi”), nel 1923, a Termoli, nasceva il fumettista Benito Jacovitti (nome completo Benito Franco Giuseppe Jacovitti) sul quale esistono però anche altre date di nascita controverse, come il 5, come riportato da “Wikipedia”, fino al 19, come riportato da “Arte.it”, […] ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 20:30:14 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title> I gioielli del Sud Est asiatico</title>
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<description><![CDATA[ Con KIBO un viaggio da collezione che tocca Singapore, Malesia e Thailandia tra metropoli e natura tropicale ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 20:30:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords> I, gioielli, del, Sud, Est, asiatico</media:keywords>
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<title>Ponza, perla vulcanica del Mar Tirreno, pedala verso il futuro</title>
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<description><![CDATA[ Ponza come isola “green” a misura di ciclista e pedone. Turismo Sostenibile, e destagionalizzazione dei flussi, Ponza verso un nuovo modo di vivere l’Isola, nel rispetto della natura e del territorio ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 20:30:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Bollette: in Toscana spesi 2.012 euro a famiglia nel 2025</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo decreto energia dovrebbe alleggerire le bollette 2026, ma quanto hanno pagato lo scorso anno le famiglie toscane per luce e gas? Secondo l’analisi* di Facile.it, in Toscana, la spesa media 2025 per i clienti domestici con fornitura nel mercato libero a tariffa indicizzata è stata pari a 2.012 euro, valore solo di poco […] ]]></description>
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<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 20:30:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Il doppio gioco di Pechino nell’Europa che corteggia la Cina</title>
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Mentre i governi europei aprono porte e portafogli a Xi Jinping, i suoi servizi segreti infiltrano parlamenti, lobbisti e funzionari. Il caso britannico è solo la punta dell’iceberg
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<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 14:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>La polizia ha perquisito anche le abitazioni di due giornalisti: Martin Shipton, di Nation.Cymru, e James Robinson, ex reporter del Guardian e fondatore della società di comunicazione Woburn Partners, nonché marito dell’ex deputata laburista Gloria De Piero. Nessuno dei due è stato arrestato.</p>
<p>In sé, un caso di spionaggio non è una novità. La novità è il momento in cui avviene, e il contesto in cui si inserisce. Il tutto, sembra elevare la vicenda alla dimensione politica.</p>
<p>Tre settimane prima degli arresti, il primo ministro Keir Starmer <a href="https://www.linkiesta.it/2026/01/usa-trump-starmer-carney-cina/">era a Pechino</a>. Era la sua prima visita ufficiale in Cina da quando è entrato a Downing Street, e seguiva le missioni dei ministri degli Esteri e delle Finanze, oltreché del capo di stato maggiore della Difesa. Il segnale era chiaro: il governo laburista intende riaprire un canale solido con la Cina, dopo anni di tensioni accumulate sotto i governi conservatori. <a href="https://www.linkiesta.it/2026/01/usa-trump-starmer-carney-cina/">Prima di ottenere la luce verde alla visita</a>, il governo aveva approvato la costruzione di una nuova e grande ambasciata cinese nel centro della capitale. Un gesto simbolico e concreto insieme, salutato da Pechino come segnale di distensione.</p>
<p>È in questo scenario che Scotland Yard arresta tre uomini accusati di raccogliere informazioni per conto dei servizi segreti cinesi, con un’indagine che, secondo il ministro per la sicurezza Dan Jarvis, riguarda «interferenze straniere che prendono di mira la democrazia britannica». Non un episodio isolato, ha precisato Jarvis ai Comuni, ma «un pattern crescente di attività coperta da parte di soggetti legati allo Stato cinese», finalizzata a ottenere informazioni sui processi decisionali del governo di Londra.</p>
<p>Il caso si inserisce in una sequenza che l’MI5 aveva già segnalato lo scorso novembre, con un alert formale che avvertiva di tentativi cinesi di reclutare individui che lavorano in Parlamento, attraverso piattaforme di networking professionale come LinkedIn e società di copertura. Non è la prima volta. Nel 2022 era emerso il caso di Christine Lee, un’avvocatessa che aveva donato oltre 420.000 sterline al deputato laburista Barry Gardiner, poi identificata dai servizi come agente di influenza di Pechino. L’anno scorso, invece, l’accusa contro due ricercatori – Christopher Cash e Christopher Berry – sospettati di spiare un gruppo parlamentare per conto della Cina è stata archiviata, scatenando proteste trasversali a Westminster.</p>
<p>C’è poi il caso che forse più di ogni altro illustra il metodo cinese: quello di Yang Tengbo, uomo d’affari shanghaese noto anche come Chris Yang, espulso dal Regno Unito nel marzo 2023 su decisione dell’allora ministra degli Interni Suella Braverman, per «attività coperta e ingannevole» condotta per conto del dipartimento del Fronte unito del Partito comunista cinese. Yang aveva costruito un rapporto di «inusuale fiducia» con l’allora principe Andrea, arrivando a essere autorizzato ad agire in suo nome in incontri con potenziali investitori cinesi. Secondo i documenti emersi in tribunale, Yang riteneva che Andrea si trovasse in una «situazione disperata» e fosse disposto ad aggrapparsi a qualsiasi cosa – una vulnerabilità da coltivare, non una relazione da rispettare. Fotografie lo ritraggono anche accanto agli ex primi ministri Theresa May e David Cameron, sebbene non risulti che i due conoscessero i suoi legami con lo Stato cinese. Yang ha sempre negato ogni addebito. La sua identità era rimasta segreta fino al dicembre 2024, quando un giudice dell’Alta Corte ha revocato l’anonimato che lo proteggeva sotto la sigla «H6».</p>
<p>Il profilo di Yang è istruttivo: non un agente sotto copertura nel senso cinematografico del termine, ma un imprenditore con accesso ai piani alti, capace di muoversi tra vertici istituzionali, iniziative reali e forum economici bilaterali. La missione del dipartimento del Fronte unito non è rubare documenti classificati, ma costruire relazioni di influenza che portino figure politiche britanniche ad agire, anche inconsapevolmente, nell’interesse di Pechino.</p>
<p>Sempre questa settimana è emerso in tribunale che un ex Royal Marine (Matthew Trickett) e un agente della Border Force (Chi Leung Wai detto Peter) avrebbero spiato dissidenti nel Regno Unito per conto della Cina nell’ambito di “operazioni di polizia ombra”. A “guidarli” un ex sovrintendente della polizia di Hong Kong, Chung Biu Yuen detto Bill. Avrebbero effettuati accessi abusivi a banche dati del ministero dell’Interno e operazioni pagate, in alcuni casi con taglie apposte su singoli oppositori da parte delle autorità di Hong Kong.</p>
<p>Ciò che rende il caso britannico emblematico – e non eccezionale – è la sua perfetta coerenza con un modello che si ripete su scala continentale. In Europa, le operazioni di intelligence cinese non puntano a rubare segreti militari nel senso tradizionale del termine. Puntano a qualcosa di più sottile e più utile: capire come funzionano i processi decisionali, chi conta davvero, quali sono le vulnerabilità politiche ed economiche di un sistema, dove si formano le opinioni che poi diventano leggi, regolamenti, posizioni negoziali.</p>
<p>È un’intelligence orientata al lungo periodo, che privilegia la penetrazione delle reti di influenza rispetto all’acquisizione di documenti classificati. I target non sono necessariamente funzionari con accesso a segreti di Stato: sono consiglieri, lobbisti, giornalisti, ex funzionari, persone che gravitano attorno ai centri del potere senza farne formalmente parte.</p>
<p>Il <i>timing</i> non è mai casuale. Le operazioni di raccolta di informazioni tendono a intensificarsi proprio nelle fasi di riavvicinamento diplomatico, quando le controparti occidentali abbassano la guardia in nome delle opportunità economiche e i canali di comunicazione si moltiplicano. È in quei momenti che diventa più facile costruire relazioni, ottenere accessi, raccogliere informazioni.</p>
<p>Il governo Starmer si trova ora in una posizione scomoda. Da un lato, ha costruito la sua agenda di politica estera su un pragmatismo dichiarato: riaprire i ponti con Pechino, attrarre investimenti, non sacrificare la cooperazione economica sull’altare di una rivalità geopolitica che Londra non può permettersi da sola. Dall’altro, deve spiegare ai propri cittadini – e ai propri alleati – come intende conciliare questa apertura con la tutela della sicurezza nazionale.</p>
<p>Jarvis ha insistito che il governo non sta «bilanciando considerazioni economiche e di sicurezza», ma la formula suona difensiva. Il problema non è la scelta in sé – quasi ogni governo europeo ha fatto o sta facendo la stessa cosa – ma la difficoltà di ammettere che le due cose non sono separabili. Ogni volta che un Paese europeo approfondisce i legami con Pechino, offre anche nuove superfici di attacco ai servizi cinesi. Non perché la diplomazia sia ingenua, ma perché è strutturalmente così che funziona.</p>
<p>Gli arresti del 4 marzo non chiudono una storia. La aprono.</p>
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<title>Le accuse a René Redzepi rivelano un sistema tossico</title>
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Un’inchiesta del New York Times raccoglie le testimonianze di decine di ex dipendenti del ristorante danese Noma, che raccontano episodi di violenza fisica e psicologica avvenuti negli anni passati. Lo chef riconosce comportamenti sbagliati ma contesta alcune ricostruzioni. La vicenda riapre il dibattito sulle condizioni di lavoro nel fine dining
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<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 14:30:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-rdne-5779775.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-rdne-5779775.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-rdne-5779775-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-rdne-5779775-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-rdne-5779775-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/pexels-rdne-5779775-1200x800.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Finora era solo voci, e testimonianze, ma tutto cambia con l’inchiesta pubblicata dal </span><a href="https://www.nytimes.com/2026/03/07/dining/rene-redzepi-noma-abuse-allegations.html" target="_blank" rel="noopener"><span class="s4">New York Times</span></a><span class="s1"> che riporta una serie di accuse rivolte a René Redzepi, lo chef che ha fondato e guidato Noma a Copenaghen, ristorante più volte indicato tra i migliori al mondo e simbolo della cosiddetta New Nordic Cuisine. Il giornale statunitense ha raccolto le testimonianze di circa trentacinque ex dipendenti che hanno lavorato nel ristorante in periodi diversi, soprattutto tra la fine degli anni Duemila e la seconda metà degli anni Dieci.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Secondo i racconti riportati nell’articolo, la cucina sarebbe stata per lungo tempo un ambiente dominato da una leadership molto aggressiva. Alcuni ex membri della brigata descrivono episodi di violenza fisica, come colpi o spinte, insieme a umiliazioni pubbliche e pressione psicologica costante. In alcuni casi si parla di punizioni e intimidazioni legate alla disciplina del servizio o agli errori durante il lavoro.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le testimonianze includono anche riferimenti a minacce di esclusione dal settore o alla difficoltà di trovare lavoro in altri ristoranti per chi lasciava la brigata in cattivi rapporti. Non tutte le fonti citate nel servizio sono identificate pubblicamente, ma il giornale sostiene di aver raccolto racconti coerenti tra loro e provenienti da persone che hanno lavorato nel ristorante in momenti differenti. E uno degli ex dipendenti <a href="https://www.noma-abuse.com/" target="_blank" rel="noopener">ha aperto una pagina</a> per dare spazio a tutte le accuse, sue e degli altri che stanno man mano dando le loro versioni dei fatti. Emerge un quadro serissimo, che il New York Times ha riassunto così: «Tra il 2009 e il 2017, hanno affermato, ha preso a pugni i dipendenti in faccia, li ha colpiti con utensili da cucina e li ha sbatteti contro i muri. Hanno descritto traumi duraturi derivanti da diversi livelli di abusi psicologici, tra cui intimidazioni, body shaming e scherno pubblico. Il signor Redzepi, hanno affermato, ha minacciato di usare la sua influenza per farli inserire nella lista nera dei ristoranti di tutto il mondo, per far deportare le loro famiglie o per far licenziare le loro mogli dai loro posti di lavoro in altre aziende».</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Redzepi ha risposto alle accuse con una dichiarazione al </span><span class="s4">New York Times e un post sul suo profilo Instagram</span><span class="s1">. Lo chef afferma di non riconoscere tutti i dettagli delle ricostruzioni, ma riconosce che nei racconti emergono aspetti del suo comportamento passato. Ha dichiarato di essere dispiaciuto per chi ha sofferto sotto la sua leadership e di aver lavorato negli ultimi anni per cambiare il proprio approccio alla gestione della cucina.</span></p>
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<p class="p1"><span class="s1">La vicenda si inserisce in un dibattito che riguarda da tempo il settore dell’alta ristorazione. Negli ultimi anni diversi reportage e testimonianze hanno descritto condizioni di lavoro molto dure nelle cucine di fine dining, caratterizzate da gerarchie rigide, ritmi intensi e lunghi periodi di stage non retribuiti. Proprio il Noma era stato al centro di un’altra discussione internazionale quando, nel 2022, annunciò l’introduzione di compensi per gli stagisti, pratica che per molti anni aveva sostenuto il funzionamento di brigate numerose.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Alcune delle accuse tornate oggi al centro dell’attenzione circolavano già da tempo tra gli addetti ai lavori. Negli ultimi mesi sono state rilanciate anche da testimonianze diffuse sui social da ex dipendenti del ristorante, che hanno raccolto racconti di altri lavoratori. L’inchiesta del </span><span class="s4">New York Times</span><span class="s1"> rappresenta il primo tentativo di ricostruzione sistematica di queste storie attraverso interviste e verifiche giornalistiche.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Noma resta una delle esperienze più influenti della gastronomia contemporanea. Fondato nel 2003, il ristorante ha ridefinito il modo di pensare l’alta cucina nordica, costruendo una reputazione internazionale basata su ricerca sugli ingredienti locali, fermentazioni e una forte attenzione al paesaggio gastronomico della Scandinavia, con grande sostegno da parte del Governo che lo ha utilizzato per rilanciare anche dal punto di vista gastronomico il turismo internazionale di alta fascia. Di sicuro le indiscrezioni e questa indagine dipendono dalla imminente apertura del ristorante a Los Angeles.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le accuse rivolte a Redzepi non modificano il ruolo che il ristorante ha avuto nella storia recente della gastronomia, ma riportano l’attenzione su un tema che riguarda molte cucine di alto livello: il rapporto tra eccellenza creativa, pressione lavorativa e modelli di leadership. Nei prossimi mesi sarà probabilmente questo il terreno su cui si concentrerà la discussione nel settore.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/rene-redzepi-sistema-tossico-noma-scandalo-dipendenti/">Le accuse a René Redzepi rivelano un sistema tossico</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>A Torino la Fiera Universitaria Internazionale: 49 Atenei da tutto il mondo incontrano gli studenti</title>
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<description><![CDATA[ Organizzata da Valdo Academics, l’evento gratuito dedicato agli studenti per orientarli ai migliori percorsi accademici globali ]]></description>
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<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 13:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Anna Magnani: il talento del dramma cinematografico</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 7 Marzo, ed in questo giorno, nel 1908, a Roma nasceva la grande attrice Anna Magnani. Fin da dopo poco la nascita, fu data subito in affido alla nonna, quindi Anna fu subito abbandonata dalla madre e non conobbe mai il padre naturale. La nonna si assume tutte le responsabilità per la […] ]]></description>
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<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 13:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Anna, Magnani:, talento, del, dramma, cinematografico</media:keywords>
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<title>Sicurezza sul lavoro e ponteggi: cosa prevede il D.Lgs. 81/2008</title>
<link>https://www.eventi.news/sicurezza-sul-lavoro-e-ponteggi-cosa-prevede-il-dlgs-812008</link>
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<description><![CDATA[ La sicurezza sul lavoro è un aspetto fondamentale in ogni settore industriale, inclusa l’edilizia. La legge italiana ha stabilito normative specifiche per garantire un ambiente di lavoro sicuro e tutelare la salute dei lavoratori. Il Decreto Legislativo 81/2008, noto anche come Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, definisce le regole e le responsabilità […] ]]></description>
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<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 13:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Bollette: in Calabria spesi 1.657 euro a famiglia nel 2025</title>
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<description><![CDATA[ Il nuovo decreto energia dovrebbe alleggerire le bollette 2026, ma quanto hanno pagato lo scorso anno le famiglie calabresi per luce e gas? Secondo l’analisi* di Facile.it, in Calabria, la spesa media 2025 per i clienti domestici con fornitura nel mercato libero a tariffa indicizzata è stata pari a 1.657 euro, valore solo di poco […] ]]></description>
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<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 13:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Le presse per l’inserimento di elementi autoaggancianti: dalla nascita nell’elettronica alla diffusione nella carpenteria metallica</title>
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<description><![CDATA[ Presse per inserimento autoaggancianti: soluzioni precise per fissaggi su lamiera in acciaio inox e alluminio, alternative alla saldatura per carpenteria e industria elettronica. ]]></description>
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<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 13:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>8 Marzo: una Giornata per riflettere e crescere</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è l’8 Marzo ed in questo giorno si celebra la “Giornata Internazionale della Donna (o Giornata internazionale dei diritti delle donne)”. Avendo da sempre vissuto con naturalezza e spontaneità esistenziale la parità di sesso, il rispetto e la dignità della Donna, l’appuntamento annuale con questa Festa per me potrebbe essere considerabile come un giorno […] ]]></description>
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<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 13:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>AIKO premiata come Top Brand PV 2026 in Italia da EUPD Research</title>
<link>https://www.eventi.news/aiko-premiata-come-top-brand-pv-2026-in-italia-da-eupd-research</link>
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<description><![CDATA[ Il riconoscimento sottolinea la forte presenza di AIKO sul mercato italiano ]]></description>
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<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 13:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Bollette: in Friuli&#45;Venezia Giulia spesi 2.079 euro a famiglia nel 2025</title>
<link>https://www.eventi.news/bollette-in-friuli-venezia-giulia-spesi-2079-euro-a-famiglia-nel-2025</link>
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<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 13:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Bollette:, Friuli-Venezia, Giulia, spesi, 2.079, euro, famiglia, nel, 2025</media:keywords>
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<title>Questioni enoiche di genere? «Vorremmo non dover più rispondere a questa domanda»</title>
<link>https://www.eventi.news/questioni-enoiche-di-genere-vorremmo-non-dover-piu-rispondere-a-questa-domanda</link>
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<description><![CDATA[ 
Lo sguardo delle donne evidenzia come esista ancora una questione femminile nel mondo del vino, anche se le giovani generazioni sembrano portare un cambio di paradigma che si vede. Eppure i nodi critici vanno ancora stressati, per arrivare a rendere inutile questo dibattito
L&#039;articolo Questioni enoiche di genere? «Vorremmo non dover più rispondere a questa domanda» proviene da Linkiesta.it. ]]></description>
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Questioni, enoiche, genere, «Vorremmo, non, dover, più, rispondere, questa, domanda»</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/paul-illsley-dy2yr2q1qc0-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/paul-illsley-dy2yr2q1qc0-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/paul-illsley-dy2yr2q1qc0-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/paul-illsley-dy2yr2q1qc0-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/paul-illsley-dy2yr2q1qc0-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/paul-illsley-dy2yr2q1qc0-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>C’è un tema che sottotraccia si può leggere nel mondo del vino, in Italia e nel mondo, ma che si rivela eventualmente superato e perciò talvolta irritante: essere donna nel mondo del vino. È ancora una questione che si pone? Essere donna oggi significa affrontare una sfida in più, è un vantaggio comunicativo? Oppure davvero la questione di genere è superata e va archiviata per sempre?</p>
<p>Ragionare di empowerment femminile dovrebbe essere <em>démodé</em>, ma nonostante i progressi il mondo del vino (come il mondo imprenditoriale nel suo complesso) resta ancora sbilanciato. E poiché il <a href="https://www.weforum.org/publications/global-gender-gap-report-2025/" target="_blank" rel="noopener">Global Gender Gap Report 2025</a> del World Economic Forum colloca l’Italia all’ottantacinquesimo posto, forse tocca ancora interrogarci sulla parità di genere.</p>
<p>Non esiste una risposta univoca. E forse una pluralità di voci – ciascuna con il proprio bagaglio di esperienze – può raccontare meglio di qualsiasi dato la complessità di un settore che si trasforma, ma non sempre alla stessa velocità per tutti.</p>
<p><strong>Il tema è ancora aperto<br>
</strong>«Essere una donna nel mondo del vino resta una missione, in un settore dove ancora lo sguardo maschile tende a essere prevalente e dove schemi di genere non sono ancora davvero superati», osserva <a href="https://www.instagram.com/giulitta_zamperini/" target="_blank" rel="noopener">Giulitta Zamperini</a>, vignaiola e presidente del Consorzio dell’Orcia. Per lei la rotta è tracciata, lo spazio di protagonismo femminile cresce, ma «la strada da percorrere è ancora lunga e in salita».</p>
<p>A darle sostanza concreta è <a href="https://www.instagram.com/valentina_dicamillo/" target="_blank" rel="noopener">Valentina Di Camillo</a>, che guida insieme al fratello Luigi l’azienda I Fauri in Abruzzo. Lavora su mercati, posizionamento, strategia. Eppure racconta l’esperienza specifica, quasi banale nella sua ripetitività. «Mi è capitato più volte che le domande tecniche venissero rivolte automaticamente a mio fratello. È un riflesso che dice più del contesto culturale che delle persone». E infatti il gap è misurabile anche guardando a chi occupa i ruoli decisionali nei consorzi e nella rappresentanza, dato che «la presenza maschile è ancora dominante».</p>
<p><a href="https://www.instagram.com/cristinavarchetta/" target="_blank" rel="noopener">Cristina Varchetta</a>, delle Cantine Astroni in Campania, descrive lo stesso fenomeno con parole diverse. «Lo sguardo che cerca l’uomo per la risposta tecnica, la sorpresa quando la decisione finale è tua, l’idea implicita che tu sia più adatta alla comunicazione che alla gestione della vigna o dell’azienda». Per l’imprenditrice campana «è una sorta un maschilismo non dichiarato, qualcosa di più sottile, culturale». Qualcosa che non è scomparso, si è semplicemente raffinato.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606482" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2026-03-05-17-31-28-1.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-606482" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2026-03-05-17-31-28-1-682x1024.jpg?x17776" alt="" width="460" height="690" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2026-03-05-17-31-28-1-682x1024.jpg 682w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2026-03-05-17-31-28-1-200x300.jpg 200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2026-03-05-17-31-28-1-768x1152.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2026-03-05-17-31-28-1-800x1200.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2026-03-05-17-31-28-1.jpg 853w" sizes="auto, (max-width: 460px) 100vw, 460px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Cristina Varchetta</figcaption></figure>
<p><a href="https://www.instagram.com/giuliamonteleone___/" target="_blank" rel="noopener">Giulia Monteleone</a>, produttrice sull’Etna, porta il discorso sul piano operativo quotidiano. «La viticoltura è agricoltura, a volte ce lo dimentichiamo», chiosa, e nel lavoro di cantina, con una squadra di operai spesso tutta maschile, farsi riconoscere richiede un percorso. «Nella quotidianità reputerei l’essere donna assolutamente uno svantaggio, almeno all’inizio. Bisogna provare in qualche modo di essere capaci, di essere competenti. A quel punto anche la squadra comincia ad avere un atteggiamento diverso e più rispettoso». Una conquista per gradi, niente di automatico. E aggiunge: «Il mondo agricolo resta ad oggi sempre un mondo maschile, soprattutto nel sud Italia».</p>
<p><strong>Quando l’attenzione diventa una “gabbia”<br>
</strong>C’è però un altro piano, forse meno visibile e per questo più insidioso. Valentina Di Camillo lo nomina con precisione: «Il racconto della “donna nel vino” rischia di diventare un cliché. Veniamo celebrate, invitate a panel dedicati, raccontate come categoria. C’è attenzione sì, ma a volte è un’attenzione che incornicia».</p>
<p>Essere messa in vetrina come “donna vignaiola” può diventare una forma sottile di marginalizzazione. «Finché serve specificarlo, significa che il tema è ancora aperto», dice Di Camillo. E la sua rivendicazione è chiara: «Non voglio essere interessante perché donna, ma perché imprenditrice che prende decisioni economiche, produttive e strategiche».</p>
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<p><a href="https://www.instagram.com/asjarigato_wines/" target="_blank" rel="noopener">Asja Rigato</a> dal Veneto condivide questa prospettiva. La crescita di attenzione mediatica sulle donne nel settore è stata positiva – «ha fatto in modo che molte ragazze prendessero ispirazione e coraggio per intraprendere questa strada» – ma guarda avanti con una speranza precisa: «Mi auguro per il futuro che il genere non sia più oggetto di diversità e quindi di attenzione, ma si parli esclusivamente di professionalità e competenza senza sottolineare il fatto che siamo donne, come se fosse motivo di stupore».</p>
<p>Le fa eco Cristina Varchetta: «Spesso ho la sensazione che “donna del vino” resti ancora una categoria a parte, mentre quello che possiamo portare è un’attenzione forte alla relazione: con il territorio, con la squadra, con il cliente finale. Un’idea di impresa meno autoreferenziale e più comunitaria, meno centrata sull’ego e più sul progetto e sulla continuità». Non come caratteristica biologica, ma come alternativa culturale a un modello narrativo costruito per anni sulla figura del vignaiolo-eroe, «carismatico e solitario».</p>
<p><strong>Il vantaggio che non è vantaggio<br>
</strong>Filomena Iacobucci di <a href="https://www.instagram.com/terrestregate/" target="_blank" rel="noopener">Terre Stregate</a> (Campania) propone una lettura strategica e di mercato. Il settore vitivinicolo «conserva un’impronta maschile radicata – dice – ma i mercati sono saturi di prodotti simili e la differenziazione diventa urgente». Qui la presenza femminile può fare la differenza – non come privilegio, ma come postura: «Il mercato non cerca più solo il “tecnico”, ma l’identità, e le donne/vignaiole tendono a comunicare il vino in modo meno accademico e più emozionale».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606480" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filomena-iacobucci.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-606480" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filomena-iacobucci-678x1024.jpg?x17776" alt="" width="460" height="695" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filomena-iacobucci-678x1024.jpg 678w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filomena-iacobucci-199x300.jpg 199w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filomena-iacobucci-768x1161.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filomena-iacobucci-794x1200.jpg 794w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/filomena-iacobucci.jpg 847w" sizes="auto, (max-width: 460px) 100vw, 460px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Filomena Iacobucci</figcaption></figure>
<p>Il vantaggio, per Iacobucci, non è «essere donna», ma la capacità di portare «cura del dettaglio, visione a lungo termine, sostenibilità e capacità di ascolto del mercato» in un settore che ne ha bisogno. E il 2026, proclamato dall’Onu Anno internazionale delle donne in agricoltura, può essere l’occasione per rendere visibile questa trasformazione.</p>
<p>Giulia Monteleone vede la stessa opportunità nel racconto: «Nella comunicazione i racconti di donne vignaiole risultano molto interessanti e allettanti, c’è questo tema di una maggiore sensibilità alla tutela del territorio, un approccio spesso più rispettoso». Ma è attenta a non rovesciarlo in una rendita: «il riconoscimento deve venire dopo la competenza».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606413" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2025-10-21-11-15-21-1.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-606413 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2025-10-21-11-15-21-1-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2025-10-21-11-15-21-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2025-10-21-11-15-21-1-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2025-10-21-11-15-21-1-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2025-10-21-11-15-21-1-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/photo-2025-10-21-11-15-21-1.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Giulia Monteleone</figcaption></figure>
<p><strong>E se il tema fosse superato?<br>
</strong>Non tutte le vignaiole o imprenditrici del vino si riconoscono in questo quadro. «Sinceramente non mi sento discriminata, ormai le donne nel mondo del vino sono molte e per me non ha senso fare differenze», osserva Maria Vittoria Maculan (<a href="https://www.instagram.com/maculanwine/" target="_blank" rel="noopener">Cantina Maculan</a>) con una nettezza che non ammette sfumature. «Contano preparazione, voglia di darsi da fare e buona volontà. Nessuno si stupisce più se alla guida di un’azienda c’è una donna».</p>
<p>Dalla Valpolicella, Maddalena Pasqua di Bisceglie (<a href="https://www.instagram.com/musella_winery_relais/" target="_blank" rel="noopener">Musella</a>) racconta la propria traiettoria come misura del cambiamento: «Trent’anni fa ero un’anomalia quando giravo per fiere e degustazioni a fare domande ed esperimenti. Oggi vedo un settore naturalmente abitato dalle donne. È la mia impressione, ma è fondata su decenni di osservazione diretta».</p>
<p>Anche <a href="https://www.instagram.com/carlamaugeri/" target="_blank" rel="noopener">Carla Maugeri</a> dall’Etna non ama sottolineare differenze tra sfera femminile e maschile in nessun ambito lavorativo. «Guidare un’azienda vitivinicola non è una questione di genere, ma di visione, competenza e capacità di interpretare il territorio». Ridurre il tema a uomo o donna «significa guardare al passato. Oggi piuttosto si parla di responsabilità, cultura e identità».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606412" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/carla-maugeri.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-606412" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/carla-maugeri-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/carla-maugeri-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/carla-maugeri-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/carla-maugeri-768x511.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/carla-maugeri-1200x799.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/carla-maugeri.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Carla Maugeri</figcaption></figure>
<p><strong>Una generazione che non vuole i “privilegi”<br>
</strong>È forse <a href="https://www.instagram.com/kikafina90/" target="_blank" rel="noopener">Federica Fina</a>, produttrice siciliana classe 1990, a offrire la sintesi generazionale più articolata. Parte da lontano: nel 1988, tre produttrici fondano l’associazione <a href="https://ledonnedelvino.com/" target="_blank" rel="noopener">Donne del Vino</a> perché «era necessario, era un mondo molto maschio ai tempi. E le ringrazio di cuore per l’eredità che ci hanno lasciato». Quando lei entra nel settore, nel 2015, sente ancora lo stupore esterno – «sei una donna con gli attributi» le diceva qualcuno, come se fosse straordinario – ma già non lo riconosce come normale.</p>
<p>«Oggi sono veramente fiera di dire che il mondo del vino, per ciò che concerne la mia personalissima esperienza e osservazione, non guarda al genere. Siamo donne e uomini, che ci consideriamo persone e professionisti». L’esperienza di <a href="https://www.instagram.com/generazione_next/" target="_blank" rel="noopener">Generazione Next</a>, il gruppo dei giovani produttori in Sicilia, è emblematica: «Nella formazione del gruppo non abbiamo mai fatto caso a quanti uomini o quante donne ne fanno parte, ma quanti siamo in totale. Questo è già molto indicativo di come il nostro settore si sia evoluto».</p>
<p>La sua rivendicazione va in una direzione precisa: «Siamo noi stesse a non voler dei privilegi in quanto donne. La parità deve essere intesa come considerazione di persona e professionista. Non vorrei mai essere scelta per un ruolo in quanto donna, ma per le mie capacità».</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606417" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sav0193-modifica.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-606417" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sav0193-modifica-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sav0193-modifica-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sav0193-modifica-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sav0193-modifica-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sav0193-modifica-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/sav0193-modifica.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Federica Fina al Sicilia Gastronomika Festival 2024 ph.Luca Savettiere</figcaption></figure>
<p><strong>Il nodo critico che resta<br>
</strong>Tutte queste voci femminili non si contraddicono davvero. Parlano di esperienze diverse, di generazioni diverse, di geografie diverse, ma per dirla con le parole di Valentina Di Camillo «forse smetteremo di parlare di gender quando non sarà più necessario farlo. Parlarne significa alimentarlo? O ignorarlo aiuterebbe a superarlo? Io questo non lo so». Per Cristina Varchetta «il tema esiste ancora, ma non come rivendicazione ideologica».</p>
<p>Ecco che <a href="https://www.instagram.com/cristinamercuri_wine/" target="_blank" rel="noopener">Cristina Mercuri</a>, quarta <a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/cristina-mercuri-prima-master-of-wine-italiana/" target="_blank" rel="noopener">Master of Wine italiana</a> e prima donna italiana nel club ristretto, fa sintesi a partire da una considerazione: «In un mondo perfetto parlare delle questioni di genere sarebbe un traguardo, ma purtroppo in Italia tra le molte donne impegnate nel nostro settore ancora poche ricoprono posizioni-chiave. E alcune battute da spogliatoio che ancora sento tra gli addetti ai lavori mostrano come sia necessario stressare questa cosa». E la sua stessa proclamazione come Mw diventa uno sprone per altre donne che troppo spesso si sentono dire che non ce la possono fare. Eppure Mercuri si dice felice nel riconoscere l’inclusione come cifra nelle nuove generazioni. «Per loro il genere non è un problema, come non lo sono la terra d’origine o le preferenze sessuali. Finalmente si vede un clima che mi piace. E ci sono aziende anche del vino che stanno adottando protocolli per i processi di valorizzazione della diversità».</p>
<p>Tutte le voci sembrano dunque concordare su un punto: il traguardo non è il trionfo di un genere, ma la dissoluzione della differenza come discriminazione.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606415" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/loris-scalzo-25-maggio-2025-cristina-mercuri.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-606415" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/loris-scalzo-25-maggio-2025-cristina-mercuri-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/loris-scalzo-25-maggio-2025-cristina-mercuri-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/loris-scalzo-25-maggio-2025-cristina-mercuri-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/loris-scalzo-25-maggio-2025-cristina-mercuri-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/loris-scalzo-25-maggio-2025-cristina-mercuri-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/loris-scalzo-25-maggio-2025-cristina-mercuri.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Cristina Mercuri, foto @Loris Scalzo</figcaption></figure>
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<title>Il “Mal di Stato” dell’economia italiana e la nuova invasione nelle imprese</title>
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Il libro di Stefano Cingolani racconta come lo Stato stia tornando a occupare spazi sempre più ampi nel capitalismo italiano. Tra golden share, Cassa Depositi e Prestiti e nuove norme sui capitali, il rischio è un ritorno silenzioso al dirigismo economico
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>“Mal, Stato”, dell’economia, italiana, nuova, invasione, nelle, imprese</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="966" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/annie-spratt-alijquxlzq8-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/annie-spratt-alijquxlzq8-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/annie-spratt-alijquxlzq8-unsplash-300x226.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/annie-spratt-alijquxlzq8-unsplash-1024x773.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/annie-spratt-alijquxlzq8-unsplash-768x580.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/annie-spratt-alijquxlzq8-unsplash-1200x906.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il bel libro di Stefano Cingolani – <a href="https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/mal-di-stato/" target="_blank" rel="noopener">“Mal di Stato. Il ritorno della mano pubblica nell’economia italiana”</a> – è importante e utile per ragioni diverse. Merito dell’autore e merito di un editore, Rubbettino, che non è mai ringraziato abbastanza per la varietà e il coraggio di quello che pubblica.</p>
<p>Il libro, dicevamo, si presta a diverse utilizzazioni. È preziosissima la ricchezza di informazioni e ricostruzioni, alcune talvolta minuziose fino al dettaglio, della storia industriale pubblica-privata nel nostro Paese. Alcune dimenticate anche dagli addetti ai lavori.</p>
<p>Ragionare su vicende come Montedison, Monte Paschi, Mediobanca, Generali, per non dire dell’Eni, senza pregiudizi e superstizioni, consente di mettere in fila fatti e comportamenti con grande lucidità e verità, evitando ricostruzioni di comodo di memorie intermittenti. Persino il rapido accenno ad Enimont, questione risolta da quasi tutta la pubblicistica solo con riferimento acritico alla cosiddetta maxitangente, ha il pregio dell’onestà intellettuale.</p>
<p>È questo il metodo giornalistico di Cingolani, che ha sempre cercato di stare ai fatti e anche qui racconta le cose senza tesi forzate fuorvianti, talora con il coraggio di smascherare anche miti e santuari intoccabili. Si veda ad esempio la franchezza con cui viene giudicata Mediobanca, lo storico centauro pubblico-privato con un passato glorioso, finché è stato nelle salde mani di Enrico Cuccia.</p>
<p>Cingolani riprende una sua convinzione e cioè che l’istituto abbia protetto non le imprese ma gli azionisti del salotto buono, facendo e disfacendo maggioranze e minoranze, talora sostenendo i grandi dell’economia e della finanza, magari addirittura sostituendosi alla loro autonomia imprenditoriale, talaltra spingendoli alla dissoluzione come nella cinica liquidazione della vicenda Ferruzzi.</p>
<p>Ma riconoscendo anche che curando gli interessi di singoli imprenditori, ha finito per salvare la grande impresa privata che forse non avrebbe superato la sfida mortale degli anni Settanta.</p>
<p>Ciò detto e riconosciuto, il libro ha una sua posizione da esprimere sul grande tema Stato-Mercato e Stefano Cingolani lo fa prendendosi la responsabilità di una denuncia che sta già nel titolo: il ritorno sottotraccia della mano pubblica. È una tendenza di carattere generale nel mondo, in parallelo con il successo delle destre populiste e sovraniste, cui non par vero di controllare l’economia con la scusa del patriottismo di intonazione Maga.</p>
<p>Anche l’Italia di Giorgia Meloni è alla ricerca di una rivincita nazionalista e spinge per un ritorno dello Stato che Cingolani sintetizza in ben sette direttrici sintomatiche del nuovo corso, teso a cancellare del tutto la breve stagione delle privatizzazioni su cui è sceso il gelo critico che l’autore però giustamente non condivide, perché fu comunque una grande occasione per modernizzare il Paese.</p>
<p>I numeri della nuova invadenza dello Stato sembrano dar ragione alla tesi preoccupata dell’autore, perché oggi (dati 2024) le cinquantotto medie e grandi imprese controllate da Tesoro o Cassa Depositi e prestiti (Tesoro all’82,77 per cento) rappresentano il 15,4 per cento del Pil, ben il doppio rispetto agli anni Settanta, con una capitalizzazione pari al ventotto per cento di quella complessiva della Borsa. Aggiungendo banche, municipalizzate, erogazioni della spesa pubblica, si vede quanto grande sia l’intrusione dello Stato padrone.</p>
<p>L’impostazione di Cingolani ha indiscutibili punti di forza, dando corpo a una preoccupazione che l’opinione pubblica non percepisce. Il ruolo silenzioso ma crescente di Cassa Depositi e Prestiti, con la sua invasiva presenza azionaria coordinata in modo dirigistico dal Mef, è il dato più rilevante, ma quello più clamoroso riguarda l’uso disinvolto della cosiddetta golden share, volto feroce per nulla aureo del nuovo protezionismo italico.</p>
<p>Se nel 2014 le notifiche di attenzione erano solo otto, nel 2024 si arriva a 724, dilagando in settori che con l’interesse nazionale hanno ben poco a che fare. Un conto sono gli interventi che riguardano ciò che è davvero strategico almeno potenzialmente come tecnologie e difesa, e un conto occuparsi di semi agricoli.</p>
<p>Ma c’è di più. Con il governo Meloni si passa a un’intrusione nella gestione d’impresa, persino dei diritti di proprietà. Stava per essere varata una norma che prevedeva un rappresentante dello Stato nei Cda solo per un magari piccolo beneficio a carico della spesa pubblica.</p>
<p>Sintesi di tutto questo la nuova legge sui capitali, che mette mano a questioni di assemblee, consigli di amministrazione e poteri di voto.</p>
<p>Senza entrare nel dettaglio, qui – con la complicità della Commissione europea se non interverrà – si mette in discussione la libertà d’impresa. Dato che l’applicazione della legge sta per manifestarsi solo ora in termini attuativi, attendiamo i primi casi di contestazione e vedremo cosa accadrà.</p>
<p>Certo il “Mal di Stato” è molto più subdolo e sofisticato di quello dell’epoca d’oro delle partecipazioni statali. Allora la mistica del salvataggio del posto di lavoro aveva consentito la piena intrusione della politica nell’economia affidando alle imprese controllate un ruolo complementare a quello di governo.</p>
<p>Va peraltro riconosciuto, e Cingolani fatica a farlo, che le imprese di stato più grandi garantiscono oggi una presenza italiana nel mondo delle grandi imprese internazionali data l’eclisse delle grandi aziende private. E i risultati di bilancio sono spesso migliori.</p>
<p>Altro fattore in chiaroscuro, non più soltanto oscuro, la scelta dei manager, dato che proprio la stagione delle privatizzazioni ha portato in Borsa queste aziende e occorre un’attenzione a regole di mercato perfino più spietate di quelle della politica. Un segnale in questo senso anche la reazione irritata delle Borse all’esclusione del risanatore di Monte dei Paschi Lovaglio.</p>
<p>C’è anche continuità in alcune aziende che si sono distinte. Due per tutte – Leonardo ed Eni – affidate a manager difficili da rimuovere.</p>
<p>Ma tutto il resto è subdolamente politica pura e qualche sorpresa (lo vedremo a primavera) potrebbe saltar fuori perché se il governo di turno è di bassa qualità nei suoi esponenti apicali, il rischio è che le mani dello Stato non siano quelle più efficienti e capaci nelle scelte.</p>
<p>La conclusione di Stefano Cingolani è dunque pessimistica e marcata da una serie di interrogativi sulla reale necessità del ritorno di un capitalismo di stato sempre più esteso, forte e invadente.</p>
<p>Vorremmo poter essere più ottimisti e meno severi di Cingolani, ma il timore è che abbia ragione, e che non vi siano oggi le condizioni politiche per un happy ending della storia aggiornata del capitalismo pubblico.</p>
<p>L’autore chiede di “scuotere la bandiera liberaldemocratica dalla polvere nazional populista nella quale viene sepolta”, in nome del superamento di quanto rimane di vecchio e di conservatore nel nostro sistema.</p>
<p>Nell’era, finché dura, dei Putin e dei Trump non è facile crederci.</p>
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<title>Il principe William fa i cornish pasties</title>
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<description><![CDATA[ 
Grembiule allacciato e mani in pasta, l’erede al trono del Regno Unito si è prestato di nuovo alla cucina per una buona causa, in una delle ormai tante occasioni in cui si mette all’opera in prima persona davanti alle difficoltà dei suoi concittadini
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>principe, William, cornish, pasties</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="862" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24045375-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24045375-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24045375-large-300x202.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24045375-large-1024x690.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24045375-large-768x517.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24045375-large-1200x808.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>«<em>How can I help you?</em>», come posso aiutarla?, chiede il principe William al telefono della Gear Farm Pasty Company di Helston, che ogni giorno sforna i tradizionali c<em>ornish pasties</em>, le mezzelune di pasta ripiena di manzo, patate, cipolle e rape gialle tipiche della Cornovaglia. Dall’altro capo del telefono, l’ignara Mrs. Josie – ma il principe fraintende e la chiama Juicy, “appetitosa” – ne ordina una dozzina, che la signora passerà più tardi a ritirare… dalle mani “in pasta” dell’erede al trono d’Inghilterra nonché Duca di Cornovaglia, per l’occasione impegnato in cucina con tanto di grembiule.</p>
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<p>William ha incontrato in Cornovaglia le comunità colpite da Storm Goretti, la tempesta che a gennaio ha lasciato decine di migliaia di case senza elettricità e acqua. Il tour è proseguito alla caserma dei vigili del fuoco, dove il principe ha consegnato una scatola di <em>pasty</em> appena sfornati come gesto simbolico di ringraziamento per il loro lavoro di soccorso. Un principe che sa quando levarsi la corona e rimboccarsi le maniche e soprattutto scegliere da che parte stare. Da quella del suo popolo.</p>
<p>Ancora una volta il Principe conferma la strada scelta di una monarchia con i piedi per terra, vicina alle persone. Una monarchia democratica, del resto è il primo erede al trono a sposare una <em>commoner</em>: evidentemente l’influenza di Kate plasma il corso della nuova gestione del potere monarchico.</p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606523" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22120373-large.jpg?x17776"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-606523 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22120373-large-1024x682.jpg?x17776" alt="" width="640" height="426" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22120373-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22120373-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22120373-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22120373-large-1200x800.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22120373-large.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></a><figcaption class="wp-caption-text">Il principe William nel 2024 durante una visita a un’organizzazione per la ridistribuzione del cibo in eccedenza, ph.AP Photo/Alastair Grant, Associated Press / LaPresse</figcaption></figure>
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<title>Difendere l’Ucraina è la sfida esistenziale dell’Europa</title>
<link>https://www.eventi.news/difendere-lucraina-e-la-sfida-esistenziale-delleuropa</link>
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<description><![CDATA[ 
La deputata riformista Lia Quartapelle spiega perché Kyjiv è il centro della sicurezza del nostro continente
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Difendere, l’Ucraina, sfida, esistenziale, dell’Europa</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23895334-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23895334-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23895334-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23895334-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23895334-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23895334-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>L’Ucraina è e deve restare al centro della nostra azione, dell’Italia e dell’Europa. È la minaccia principale e la speranza principale. Non lasciamo che l’ultima crisi, per quanto ingombrante e spettacolare dal punto di vista mediatico, ci faccia perdere di vista l’essenziale. Non dimentichiamo mai l’Ucraina. Lì è il centro della sicurezza del nostro continente. Dall’Ucraina tutto è partito, e come finirà in Ucraina determinerà l’equilibrio globale.</p>
<p>Partiamo dal principio. L’idea che un Paese che possiede le armi nucleari possa spadroneggiare contro i vicini è ricominciata il 20 febbraio 2014 con l’annessione russa della Crimea e l’attacco a Donetsk e Lugansk. La blanda, quasi inesistente, reazione occidentale del 2014 ha portato all’invasione su larga scala del 2022.</p>
<p>Giuliano da Empoli ha parlato dell’ora dei predatori, cioè di chi decide non con saggezza e moderazione, ma con il fuoco e con la spada. È in Ucraina che abbiamo visto per la prima volta un predatore in azione. Ed è in Ucraina che vediamo in azione anche gli antidoti alla prepotenza degli imperi.</p>
<p>Trump oggi è il principale avversario dell’Occidente. L’Europa non può lasciare che il proprio destino sia dettato da chi, come Trump, indebolisce l’unità occidentale e legittima i nemici della libertà.</p>
<p>L’Ucraina ha mostrato quanto conta il coraggio di un leader democratico. La determinazione di Zelensky a restare al proprio posto sin dai primi giorni dell’invasione è stata una delle poche luci di questo tempo buio. I dittatori scappano con i soldi alla prima avvisaglia di crisi.</p>
<p>L’Ucraina ha mostrato la forza di una società coesa. L’Ucraina resiste perché il popolo resiste, perché i cittadini comuni hanno un obiettivo fondamentale condiviso. È una lezione che vale per tutte le nostre democrazie decadenti, per la nostra politica polarizzata e per le nostre società spaventate e annoiate.</p>
<p>L’Ucraina ha mostrato quanto conta avere alleati leali. Putin, Trump e Xi si pensano al centro del proprio impero, circondati da Stati satelliti che si piegano al loro volere. Intorno a Kyjiv si viene consolidando un’alleanza tra pari, basata su valori condivisi. Questa alleanza dimostra che quando si è disposti ad aiutarsi tra nazioni, si può resistere alla distruzione e restare liberi.</p>
<p>L’Ucraina non è un ostacolo alla pace – come dice Trump quando accusa Zelensky e come dicono i propagandisti filorussi, anche nel nostro dibattito pubblico. L’Ucraina non è una crisi che è ancora lì, una cosa a cui pensare alzando gli occhi al cielo.</p>
<p>È in Ucraina che si vedrà quel che conta davvero per noi: se l’Europa c’è o non c’è. L’Europa – e quando dico Europa non parlo solo dell’Unione dei Ventisette ma anche di Ucraina, di Regno Unito, di Norvegia – oggi non è più solo un insieme di regole, o le istituzioni di Bruxelles. Oggi è il nostro orizzonte, l’unica vera alternativa alla sottomissione – a sottomettersi o a sottomettere – che è il modo di agire degli imperi.</p>
<p>Nella nostra storia siamo già stati un insieme di Paesi, solidali tra loro, pacifici negli intenti ma non imbelli. Il problema è che il passato non basta più. Le istituzioni di Bruxelles sono nate per un tempo di pace. In questo tempo di guerra non bastano. Serve un nuovo patto tra chi ci sta, per serrare le fila e andare avanti. Un federalismo pragmatico che faccia tesoro delle esperienze fin qui accumulate e compia un passo decisivo in avanti. È questa la grande sfida del nostro tempo. Una sfida di libertà, di indipendenza, di democrazia. Una sfida per renderci autonomi dal punto di vista energetico, militare, tecnologico e digitale.</p>
<p>È una sfida così grande, e anche così entusiasmante, che deve essere al centro di tutto il nostro fare politica. Incluso il cuore dell’alleanza che faremo per le politiche nel 2027. Qui in Italia ci confrontiamo con una destra che si erge a difesa della sovranità delle nazioni. In realtà ha favorito gli uomini forti, i prepotenti del sistema internazionale, nella convinzione che ci sarebbe qualche briciola per l’Italia. La Lega con Putin e Fratelli d’Italia con Trump.</p>
<p>A questo disegno di sudditanza, dobbiamo rispondere, già da oggi, con una idea alternativa, quella dell’Italia protagonista di una nuova costruzione europea. Ed è su questa base che si costruisce l’alleanza. Non è questione di invio di armi, o meglio non è solo questione dell’invio di armi. È se siamo d’accordo su questa idea di un’Europa forte, potente, in grado di contare e pesare negli equilibri mondiali per la libertà dei popoli, per la pace e la sicurezza.</p>
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<title>Un racconto tragicomico che attraversa le contraddizioni della maschilità contemporanea</title>
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Nello spettacolo “Il Dio bambino”, Fabio Troiano propone un viaggio nell’identità maschile. Una storia fatta d’amore e di potere, in bilico tra la responsabilità dell’età adulta e il bisogno di proteggere il bambino interiore presente in ognuno di noi
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>racconto, tragicomico, che, attraversa, contraddizioni, della, maschilità, contemporanea</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="780" height="439" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/unnamed-93.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/unnamed-93.jpg 780w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/unnamed-93-300x169.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/unnamed-93-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 780px) 100vw, 780px"></p><p><span>A trent’anni esatti dalla sua prima apparizione sulle scene, </span><i><span>Il Dio bambino</span></i><span> torna a scuotere le coscienze e a emozionare il pubblico, confermandosi uno dei vertici della scrittura di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. In scena dal 13 al 15 marzo 2026 nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti di Milano, lo spettacolo vede protagonista Fabio Troiano sotto la regia sapiente di Giorgio Gallione, per un appuntamento che promette di essere molto più di una semplice rievocazione.</span></p>
<p><span>Scritto nel 1993, questo monologo si inserisce nel solco di quel “teatro di evocazione” che ha caratterizzato la maturità artistica di Gaber. Dopo aver esplorato il sentimento amoroso in </span><i><span>Parlami d’amore Mariù</span></i><span> e l’isolamento psichico ne </span><i><span>Il Grigio</span></i><span>, con </span><i><span>Il Dio bambino</span></i><span> la coppia Gaber-Luporini compie un’indagine spietata e, al tempo stesso, profondamente affettuosa, interrogandosi sulla mascolinità contemporanea.</span></p>
<p><span>Al centro del racconto c’è una storia d’amore, ma soprattutto c’è il tema della paternità e della difficoltà – tutta moderna – di diventare adulti. Il titolo stesso è un ossimoro potente: il “Dio bambino” si rifà a quella parte di noi che non vuole crescere, quel nucleo di egocentrismo e stupore, di fragilità e onnipotenza che continua a pulsare sotto la pelle dell’uomo maturo, condizionando le sue scelte, i fallimenti e le sue rinascite.</span></p>
<p><span>L’allestimento visivo, curato da Lorenza Gioberti – addetto alle scene e ai costumi – con il disegno luci di Aldo Mantovani, è parte integrante della narrazione. La scena è quella di un locale in decadenza, specchio di un disfacimento interiore: sedie rovesciate, tavolini caotici, bottiglie vuote e fiori calpestati evocano l’atmosfera di una festa finita male. In questo scenario dove si mostrano le macerie del quotidiano, il protagonista si muove, cercando di ricomporre i pezzi di una vita che oscilla tra il desiderio di responsabilità e la tentazione di fuggire.</span></p>
<p><span>La regia di Giorgio Gallione, ormai un punto di riferimento per il recupero contemporaneo del repertorio gaberiano, sceglie di contrappuntare la recitazione con frammenti di canzoni interpretate dalla voce originale di Gaber — da </span><i><span>Musica</span></i><span> a </span><i><span>Quando è moda è moda –</span></i><span>: incursioni sonore che fungono da guida emotiva per lo spettatore, creando un dialogo tra il presente dell’attore e l’eredità del Signor G.</span></p>
<p><span>La sfida di riportare in vita un testo così denso è affidata a Fabio Troiano. Attore versatile, capace di passare con naturalezza dal cinema alla televisione fino al palcoscenico più impegnato, Troiano si misura con una prova attoriale tra cinismo e tenerezza. La sua interpretazione valorizza l’attualità del testo, rendendo “vicine” le nevrosi e le riflessioni di un uomo che, oggi come trent’anni fa, fatica a specchiarsi nella propria immagine di adulto. </span><span>«</span><span>Lo spettacolo è un resoconto teatrale di tragicomica e potente contemporaneità</span><span>»</span><span>, afferma Gallione. </span><span>«</span><span>Un’indagine mai autoassolutoria che spinge a ripensare a noi stessi</span><span>».</span></p>
<p><span>Quello de </span><i><span>Il Dio bambino</span></i><span> è un teatro “disturbante” perché mette a nudo le nostre contraddizioni, nei ruoli di figli, padri, madri, genitori. La produzione di Nidodiragno/CMC, realizzata con il contributo del Comune di Barletta/Teatro Curci e in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber, restituisce al pubblico un tassello fondamentale della cultura italiana, dimostrando che il pensiero di Gaber mantiene intatta la sua forza profetica.</span></p>
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<title>Il primo anno del Partito Liberaldemocratico, e l’ambizione di rompere il bipopulismo</title>
<link>https://www.eventi.news/il-primo-anno-del-partito-liberaldemocratico-e-lambizione-di-rompere-il-bipopulismo</link>
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<description><![CDATA[ 
Luigi Marattin racconta la nascita di una comunità politica moderata, centrista, europeista, e spiega perché in Italia serve una terza opzione tra il populismo di destra e quello di sinistra
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23194543-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23194543-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23194543-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23194543-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23194543-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23194543-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Un anno fa era poco più di una scommessa. Un tentativo di rimettere insieme un’area politica che in Italia sembra ricostruirsi e frantumarsi ciclicamente: il liberalismo riformista, europeista, allergico tanto ai populismi di destra quanto a quelli di sinistra. Allora si parlava di simbolo, manifesto, statuto. Di un progetto ancora sulla carta. Oggi il <a href="https://www.linkiesta.it/2025/01/liberaldemocratici-partito-intervista-marattin-riformisti/" target="_blank" rel="noopener">Partito Liberaldemocratico</a> di Luigi Marattin compie il suo primo anno di vita, con una struttura organizzativa, una scuola di formazione politica appena avviata e l’ambizione – non proprio modesta – di riportare al centro del dibattito italiano temi che negli ultimi decenni sono scivolati ai margini: produttività, riforme istituzionali, diritto internazionale, cultura liberale.</p>
<p><strong>Onorevole Marattin, il Partito Liberaldemocratico compie un anno. In un sistema dominato da populismi opposti, quanto è stato difficile costruirsi uno spazio politico?</strong><br>
Difficile, ma bellissimo. E il merito non è mio. Ma di migliaia di persone che in tutta Italia, da Bolzano ad Agrigento, dalla Puglia al Piemonte si sono messe in gioco “a mani nude”: senza garanzie, controcorrente, partendo da zero, rimettendoci tempo, soldi, affetti. E lo hanno fatto per il vero motivo per cui si fa (o si dovrebbe fare) politica: perché credono in qualcosa. In un anno abbiamo costituto una organizzazione stabile in tutte le regioni italiane e nell’ottanta per cento delle province, senza una lira e con pochissimo spazio mediatico, secondo i sondaggi abbiamo circa lo stesso risultato di partiti che invece stanno in tutti i Tg e tre volte a settimana nei maggiori quotidiani e talk show.</p>
<p><strong>Se dovesse indicare una cosa che avete costruito davvero e una che invece è stata più difficile del previsto, quali sarebbero?</strong><br>
La cosa che abbiamo costruito è una comunità che è tenuta insieme non dalla fedeltà ad una persona – come spesso è accaduto negli ultimi trent’anni – ma da un’idea ben definita e autenticamente liberale di società. Da noi arriva chi è convinto della nostra idea di Italia e delle idee che la incarnano. La cosa più difficile è conquistare uno spazio mediatico quantomeno paragonabile a quello che hanno partiti che pur non sono lontani dal nostro livello di consenso. Pensavo sarebbe stato più agevole, invece riscontriamo molta ostilità da un mondo che è molto a suo agio con questo bipolarismo da curve ultras. Che è proprio quello che invece noi vogliamo cambiare.</p>
<p><strong>Quali sono le prospettive del Partito Liberaldemocratico in vista delle elezioni politiche del 2027?</strong><br>
In un Paese in cui gli schieramenti politici sono molto fluidi  – sia il centrosinistra che il centrodestra di oggi sono sideralmente diversi da quello che erano 10 o 15 anni fa – un partito oggi non può nascere con l’obiettivo aprioristico di assumere una delle due etichette. Il Partito Liberaldemocratico, infatti, è nato con l’obiettivo di affermare un’idea di società e promuovere le politiche necessarie per costruirla. In questo anno abbiamo lanciato una dozzina di campagne tematiche, dalla riduzione delle tasse al ceto medio a quella sugli asili nido aziendali, dal nucleare alle proposte liberali sul mercato degli affitti, dalla privatizzazione della Rai al contrasto dell’anonimato sui social, dalla riforma della contrattazione collettiva alla riforma radicale della scuola, dalla sanità alla rivoluzione concorrenziale in tutti i settori. Visto che al momento queste nostre idee – e l’idea liberale di società che le sottende, cioè quella in cui lo Stato fa meno cose ma fatte meglio, e crea le migliori condizioni affinché la persona possa cercare la propria felicità – sono considerate “liberismo sfrenato” dal populismo di centrosinistra e “servilismo verso i poteri forti” dal populismo di centrodestra, preferiamo costruire, insieme ad altri che sono nella nostra stessa area politica, un’offerta in grado di fornire agli italiani una terza scelta. Agli italiani, in particolare, che non vogliono rischiare di mandare col proprio voto Matteo Salvini e Roberto Vannacci o Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni a fare i ministri.</p>
<p><strong>Andiamo sul referendum. Lei ha fatto sapere che voterà Sì, perché?</strong><br>
Perché questa riforma è il semplice completamento di una scelta che l’Italia ha già fatto nel 1988, quando la promosse a larga maggioranza un partigiano socialista che da giovane fu rinchiuso in Via Tasso; e nel 1999, quando inserimmo il relativo principio nella Costitituzione, senza nessun voto contrario in Parlamento. E cioè che pubblico ministero e giudice dovevano essere due mestieri ben distinti. È chiaro che questo principio non può essere effettivamente realizzato se, nonostante la “teoria”, giudici e Pm siedono ancora nello stesso organismo, il Csm, che ne governa le carriere. E riguardo alla scelta dei componenti, il sorteggio esiste già, da anni e senza nessuna lamentela, per la composizione degli organi che decidono la carriera di noi professori universitari. Devo ancora trovare uno che mi spieghi perché invece applicare lo stesso concetto ai magistrati sarebbe “fascismo”, o “sottomissione della magistratura al governo”.</p>
<p><strong>Quando si parla di giustizia in Italia il dibattito viene puntualmente strumentalizzato e si trasforma in uno scontro ideologico tra “garantisti” e “giustizialisti”. Come si esce da questa impasse?</strong><br>
In questa impasse ci siamo capitati perché negli ultimi quindici anni la politica è diventata qualcosa a metà tra una sfida tra scadenti campagne pubblicitarie (in cui non c’è neanche la sanzione per chi fa pubblicità ingannevole) e una tra curve ultras scalmanate, che urlano slogan corti e orecchiabili al solo scopo di sovrastare l’altra curva e dileggiarla. Questo pessimo risultato è stato raggiunto con la complicità esplicita o implicita di parte dell’informazione.</p>
<p><strong>I discorsi ideologici si ritrovano, in forme diverse, anche quando si parla di economia, danneggiando un Paese la cui produttività negli ultimi trent’anni è cresciuta circa cinque volte meno della media europea. Quali sono le cause strutturali di questo ritardo?</strong><br>
Dimensione media d’impresa troppo ridotta, poca specializzazione produttiva nei settori ad alto valore aggiunto, inefficienza media del settore pubblico, scarsa dimensione del mercato dei capitali, eccessivo peso fiscale, troppa incertezza legata alle regole e alla giustizia, sistema formativo poco attento alle trasformazioni della conoscenza. In generale, esaurito il “miracolo italiano”, il sistema italiano non è stato in grado di immaginare e realizzare la fase successiva dello sviluppo, mentre attorno il mondo cambiava.</p>
<p><strong>Il Partito Liberaldemocratico partito propone un “Patto per la produttività”. Se dovesse sintetizzarlo in tre priorità politiche immediate, quali sarebbero?</strong><br>
La nostra ricetta è semplice. Primo punto: riforma della contrattazione collettiva, superando il modello del 1993. Lasciamo ai contratti collettivi nazionali solo la fissazione della retribuzione minima e il recupero dell’inflazione programmata. Il resto devolviamolo tutto alla contrattazione decentrata (aziendale, di ambito, territoriale), detassando gli aumenti retributivi decisi in quella fase e detassando strutturalmente (e non solo anno per anno come avviene ora) il salario di produttività.<br>
Secondo punto: il governo Meloni ha previsto l’anno scorso un forte incentivo fiscale (dimezzamento delle imposte sul reddito per 6 anni per chi riporta l’azienda in Italia), che tuttavia è ancora fermo perché sospettato di essere aiuto di Stato. Allora usiamo quello stesso incentivo, invece, per le microimprese che si fondono. Per aumentare la dimensione media di impresa non basta l’incentivo fiscale però, occorre anche rimuovere tutte le barriere alla crescita dimensionale delle imprese, come fece il Jobs Act nel 2015.<br>
Terzo punto: occorre liberalizzare con forza tutti i settori, rimuovendo ogni tipo di barriera all’entrata o di protezione ingiustificata. Ciò che spinge l’innovazione non è lo Stato, ma è lo stimolo concorrenziale. Più innovazione significa più valore aggiunto, il che significa – in presenza di un adeguato sistema di contrattazione – salari più alti.</p>
<p><strong>Il nodo delle piccole imprese italiane viene citato da decenni come uno dei limiti alla crescita del Paese. Perché nessun governo è riuscito davvero a scioglierlo?</strong><br>
Perché è molto più facile andare dalla microimpresa (o dal piccolo lavoratore autonomo) e dirgli «stai tranquillo, il mondo in fondo è lo stesso degli anni Settanta, quando questa tipologia ha fatto la fortuna di tanti. Tranquillo che io ti riporto lì». Raccontare questa favola della buonanotte è rassicurante e ti fa guadagnare il voto facile di milioni di partite Iva. Anche se in realtà, nel mondo in cui viviamo da almeno trent’anni, le stai solo condannando a morte.</p>
<p><strong>Allarghiamo lo sguardo al panorama internazionale, lo spazio politico delle democrazie liberali sembra essersi ridotto negli ultimi decenni. Cosa significa concretamente per l’Europa e per l’Italia?</strong><br>
Che il modello liberal-democratico su cui si fondano da secoli le democrazie europee è sotto attacco: dall’estremismo islamico (sunnita dei Fratelli Musulmani e sciita della teocrazia iraniana), dalla minaccia russa, dall’espansionismo cinese, dalle democrature a noi vicine, come Ungheria e Turchia. E per la prima volta in ottant’anni, il nostro storico alleato americano pare non volersi più occupare troppo di noi (sicuramente non vuole essere quello che paga per la nostra sicurezza). Tutto questo mentre anche tra la popolazione cresce l’insofferenza verso le liturgie e le lentezze dei processi democratici e aumenta il fascino del “uomo solo al comando” e delle decisioni veloci. Ecco perché le liberaldemocrazie affrontano una sfida mortale, che va accettata fino in fondo. Ed ecco perché l’Europa deve fare un salto di integrazione, se non vuole finire per essere solo terra di conquista dei nuovi imperi.</p>
<p><strong>Servirebbe, per dirla con Mario Draghi, un federalismo europeo pragmatico. Secondo lei quali sarebbero i primi passi concreti per costruire un’Europa più forte?</strong><br>
Primo, mettere davvero in comune i mercati (cominciando con quello dei capitali) ed emettere eurobond, attuando il rapporto Draghi. Secondo, devolvere alcune competenze (ricerca, ambiente, difesa, competitività, immigrazione) dagli Stati nazionali all’Unione europea, scorporando le relativa parte di budget nazionale attualmente dedicata a quelle funzioni, onde evitare in aggregato aumenti di tasse. Terzo, una incisiva riforma della governance istituzionale, dall’elezione diretta del presidente della commissione alla concessione di iniziativa legislativa al parlamento europeo, passando per l’abolizione del voto all’unanimità in Consiglio e una legge elettorale unica per il Parlamento.</p>
<p><strong>Invasione dell’Ucraina, guerra in Medio Oriente e la competizione tra Stati Uniti e Cina ci dicono che il diritto internazionale è sempre più fragile. È ancora uno strumento reale o è diventato foglia di fico?</strong><br>
L’unico periodo della storia in cui il diritto internazionale si è avvicinato a essere cogente e in cui abbiamo avuto l’embrione di un efficace multilateralismo sono stati gli anni Novanta. Perché la Guerra fredda era finita, avevano vinto le liberaldemocrazie e Francis Fukuyama proclamava la “fine della storia”. Questa breve illusione ebbe fine nel decennio successivo: con l’attacco del terrorismo islamico, con il cambio di postura della Russia (in Georgia, poi in Crimea e ora in Ucraina), e con l’avvio di un aggressivo protagonismo cinese. A quel punto, l’illusione era finita: il mondo è diventato un posto dominato dai rapporti di forza, non dal diritto o dall’Onu (che nel frattempo da soluzione è diventato un problema, si veda i casi Unrwa o Francesca Albanese). L’unico modo per tornare a un mondo regolato dalla forza del diritto e dalle istituzioni multilaterali è respingere l’attacco alle liberaldemocrazie e farle tornare protagoniste, dovunque nel mondo si alzi una endogena domanda di libertà.</p>
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<title>Sánchez predica contro Trump, ma l’Europa vera sceglie una linea più prudente sulla guerra</title>
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Londra, Parigi, Berlino e Roma coordinano diplomazia e presenza militare minima senza rompere il rapporto atlantico. La sinistra europea più radicale resta isolata, mentre Meloni prova a prendere le distanze dall’amico americano senza dirlo troppo apertamente
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Sánchez, predica, contro, Trump, l’Europa, vera, sceglie, una, linea, più, prudente, sulla, guerra</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="854" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/francisco-gonzalez-sq3zgqhklag-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/francisco-gonzalez-sq3zgqhklag-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/francisco-gonzalez-sq3zgqhklag-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/francisco-gonzalez-sq3zgqhklag-unsplash-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/francisco-gonzalez-sq3zgqhklag-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/francisco-gonzalez-sq3zgqhklag-unsplash-1200x801.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>E Pedro S<span>á</span>nchez restò solo, egemone per poche ore e comunque leader incontrastato della sinistra europea e italiana. “Pedro” è il nume del Nazareno, «populista» per Matteo Renzi: contraddizioni in seno al campo largo. Fatto sta che l’Europa che conta ha scelto una strada diversa da quella del leader spagnolo. Non cristallina come la sua. Non condanna Donald Trump, ma neppure si arruola. Va un po’ in guerra, ma giusto il minimo sindacale. Predispone soldati per difendere Cipro e dare una mano nel Golfo (il Regno Unito), ed è un compromesso che per ora salva il rapporto atlantico senza farsi male. È stato Keir Starmer a chiamare Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Giorgia Meloni – che finalmente ha contribuito a prendere un’iniziativa a parte la diretta su una radio privata. Andrà in Parlamento mercoledì prossimo, nell’arena.</p>
<p>I leader di Londra, Parigi, Berlino e Roma hanno concordato che «l’intensa attività diplomatica in corso e uno stretto coordinamento militare saranno vitali nelle prossime ore e nei prossimi giorni», oltre a ribadire pieno appoggio all’Ucraina, il Paese che rischia di pagare un prezzo alto per la concomitante guerra nel Golfo.</p>
<p>Nella nota emessa da Downing Street non si dice molto di più, ma è chiara l’intenzione delle quattro capitali di cooperare per la difesa degli interessi europei. Anche mandando forze in aiuto di Cipro, Paese dell’Unione europea. L’Italia impiegherà almeno centosessanta soldati tra un impegno e l’altro. Sta ai margini del conflitto, l’Europa. Non è la linea di S<span>á</span>nchez e della sinistra italiana che è semplicemente «contro la guerra» con tutto ciò che questo comporta, a partire dalla concessione delle basi. Un problema che Roma vorrebbe che non si materializzasse nei prossimi giorni.</p>
<p>Il punto è che come al solito <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/trump-politica-estera-improvvisata/">nessuno ha capito le intenzioni di Donald Trump</a> sulla durata del conflitto. Politicamente, Meloni ha l’enorme problema di prendere le distanze dall’uomo nero della Casa Bianca senza darlo a vedere. Perché ne è succube. Perché, sbagliando, riteneva e ritiene ancora che Trump sia la sua chiave d’accesso trai grandi della Terra. La telefonata con Starmer, Macron e Merz dà alla presidente del Consiglio un po’ di respiro, e una copertura lievemente critica verso Washington. Ma non risolve il problema a monte. Perché più passa il tempo e scorrono gli eventi, più si vede l’errore di fondo di Giorgia Meloni: aver associato la sua figura a quella di Trump. Non ha compreso la portata del pericolo tra il folle, il banditesco e il reazionario rappresentato dal presidente americano (l’impressionante demenzialità della messa e della benedizione di Donald dice tutto).</p>
<p>Giorgia ha creduto, in modo molto provinciale, che appollaiarsi sulla spalla del capo di Washington fosse la via più breve per accreditarsi nel mondo che conta potendosi scrollare di dosso la patina di ex fascista o postfascista. Ed è finita in braccio a un reazionario di tipo nuovo, pazzoide, straricco e cattivo, che nulla ha a che fare con la storia democratica dell’Occidente. Ovviamente non solo lei ha sottovalutato l’impatto catastrofico di Trump con la Storia. Ma certo la premier avrebbe dovuto perlomeno prenderne le distanze via via che il dittatore americano avanzava nella sua folle corsa che ancora non sappiamo dove porterà. Adesso è tardi. L’impopolarità del boss americano ricadrà inevitabilmente su di lei.</p>
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<title>C’è anche “La Sposa!”, così Hollywood per paura del presente si rifugia nel passato</title>
<link>https://www.eventi.news/ce-anche-la-sposa-cosi-hollywood-per-paura-del-presente-si-rifugia-nel-passato</link>
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Arriva nelle sale il rifacimento punk di Frankenstein, è il secondo in pochi mesi: dal capolavoro di Mary Shelley a “Cime tempestose”, allo Shakespeare di “Hamnet”, il cinema sceglie i classici anziché raccontare l’America di oggi. Si va sul sicuro e non si disturba i nuovi potenti
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>C’è, anche, “La, Sposa”, così, Hollywood, per, paura, del, presente, rifugia, nel, passato</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="483" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lasposa.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lasposa.jpg 800w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lasposa-300x181.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lasposa-768x464.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px"></p><p><span>A Hollywood qualcuno ha letto Umberto Eco o forse Indro Montanelli, o ancora Roberto Bazlen. Insomma, non è ben chiaro a chi appartenga la frase «non c’è nulla di più inedito dell’edito», ma sembra proprio il mantra a cui da quelle parti si stanno ispirando. </span></p>
<p><span>Certo, una cosa è fare giornali, un’altra il cinema, epperò la ciccia a noi sembra la stessa. In quattro mesi, dal novembre 2025 a giovedì scorso, hanno portato sugli schermi un film che parla di Shakespeare, un adattamento da Emily Brontë e ben due da Mary Shelley. Filmoni, beninteso, che tradiscono però una certa studiata vaghezza. </span></p>
<p><span>L’ultimo arrivato è “La Sposa!”, regia di Maggie Gyllenhaal. La rivisitazione in chiave un po’ gothic punk un po’ hard boiled de “La moglie di Frankenstein”, pellicola del 1935, ma soprattutto del capolavoro di Mary Shelley. Qui il mostro si chiama Frank ed è una creatura gentile e sgangherata. In una Chicago anni Trenta tenebrosa q.b. si presenta dalla scienziata pazza di turno col disperato bisogno di una compagna per l’eternità. Non resta che riportarne in vita una a caso. </span></p>
<p><span>Ida, donna tormentata che sa troppe cose, escort nel night club di un boss mafioso, qualche sera prima è caduta dalle scale o forse l’hanno spinta giù: è lei la sposa prescelta, però si rivelerà tutt’altro che sussiegosa. Sposa sì, ma per amore, non per ruolo assegnato, e solo al termine di un on the road sentimentale e criminale. </span></p>
<p><span>“La Sposa!” è un film complicato, costato ottanta milioni di dollari, che va da “Bonnie e Clyde” a “La-la-land”, da “Sin City” a “Cappello a cilindro”, interpretato da due veri mostri, in questo caso di bravura: cioè </span><span>Jessie Buckley e Christian Bale. Un film imperfetto, ma coraggioso. </span></p>
<p><span>La questione però è un’altra. “La Sposa!” arriva in sala solo qualche mese dopo il “</span><span>Frankenstein” di Guillermo del Toro, riuscitissimo e con nove nomination agli Oscar, in diretta competizione con “Hamnet” (qui le candidature sono “solo” otto), dove </span><span>Jessie Buckley – di nuovo lei – è la moglie di William Shakespeare, alle prese con la morte di peste del figlio undicenne che lo ispirerà alla scrittura di “Amleto”. A interpretare il “Frankenstein” di del Toro è Jacob Elordi, che è anche al fianco di Margot Robbie nella rivisitazione in stile-Bridgerton di “Cime tempestose”, l’amorazzo ottocentesco della </span><span>Brontë</span><span>. </span></p>
<p><span>Un adattamento da un libro del 1847, due da un altro pubblicato nel 1818, un film che parla di un dramma familiare elisabettiano, appunto. E poi gli stessi attori, fino all’estremo sdoppiamento di </span><span>Jessie Buckley: all’esordio in sala col suo secondo film, nello stesso giorno in cui la sua Agnes in “Hamnet” sbarca sulle </span><a href="https://deadline.com/2026/02/hamnet-peacock-date-1236738590/" target="_blank" rel="noopener"><span>piattaforme di streaming americane</span></a><span>.</span></p>
<p><span>Il meccanismo sembrerebbe </span><a href="https://vitrina.ai/blog/books-becoming-movies-in-2025-trends-anticipations-and-insights" target="_blank" rel="noopener"><span>frutto di precise scelte</span></a><span> dell’industria cinematografica. </span><span>Gli studios e le piattaforme di streaming (che ormai in gran parte li finanziano) danno priorità alle proprietà intellettuali letterarie perché si basano su un pubblico consolidato, che ha già un legame emotivo con la storia, con un rischio d</span><span>i produzione ridotto al minimo. Una scelta di allocazione del capitale prima che una decisione creativa. </span></p>
<p><span>Cosa c’è di più tranquillizzante di un bel romanzo </span><span>dell’Ottocento? Diritti d’autore scaduti da tempo, brand riconoscibili, trame testate da generazioni di lettori e che funzionano ancora. Prova indiretta ne sono le vendite di “Cime Tempestose”, raddoppiate negli Stati Uniti rispetto all’anno precedente e in Inghilterra cresciute del 469 per cento a gennaio rispetto allo stesso mese del 2025, sull’onda del semplice battage pubblicitario, visto che il film è uscito a San Valentino.</span></p>
<p><span>Questa fuga verso i classici arriva anche in un momento preciso. Hollywood teme l’intelligenza artificiale. O meglio la temono registi, sceneggiatori, attori, chi il cinema lo fa, mentre chi produce stringe accordi come quello tra Disney e OpenAI da un miliardo di dollari.</span></p>
<p><span>Adattare un romanzo di Mary Shelley, così, se per gli studios è una scelta commerciale, per chi il cinema lo fa è anche un gesto politico. C’è ancora un autore in carne e ossa al centro del progetto, sebbene sia morto nel 1851. «Voglio set reali. Non voglio digitale, non voglio AI, non voglio simulazione. Voglio artigianato vecchio stile: persone che dipingono, costruiscono, martellano, intonacano» ha detto Guillermo del Toro, presentando il suo film. Una dichiarazione d’intenti che si scontra con un paradosso evidente. Hollywood usa i classici per mostrare di avere ancora idee, ma la sua creatività – spolpati sequel, franchise di supereroi e personaggi animati -, potrebbe ridursi alla scelta di quale classico adattare, rinvigorire, attualizzare, non a cosa raccontare di nuovo. </span></p>
<p><span>Certo, ci sono le eccezioni, “Una battaglia dopo l’altra” è una di esse, ma la questione è forse più complessa. </span></p>
<p><span>Da quelle parti chi decide che cosa fare, non chi poi lo fa, non solo è clamorosamente a corto di idee, ma ha anche una tremenda paura del presente, magari del futuro, e non gli resta che rifugiarsi nel passato. </span></p>
<p><span>Disturbare il manovratore non è mai una scelta prudente. Produrre un nuovo “Tutti gli uomini del presidente” vorrebbe dire magari occuparsi degli Epstein files. E come produrre “Full metal jacket” o “Apocalypse now” mentre Donald Trump bombarda l’Iran? Apple la scorsa primavera ha persino preferito spostare la messa in onda di una abbastanza innocua serie come “Teheran”. Non fosse mai.</span></p>
<p><span>Ecco, così, che nell’America dell’Ice e dei tecno suprematisti americani, il 16 marzo in corsa per gli Oscar ci sarà anche un film come “Sinners”. Due fratelli neri tornano nel Sud rurale e razzista, ma invece di scontrarsi col </span><span>Ku Klux Klan</span><span> finiscono a battersi con i vampiri. Appunto, non fosse mai.</span></p>
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<title>La vittoria di Talarico riapre il dilemma strategico della sinistra americana</title>
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<description><![CDATA[ 
Ogni ciclo politico produce nuovi modelli da imitare, dall’attivismo mediatico di Mamdani ai profili pragmatici con grande dialettica alla Buttigieg. Ma il nodo resta sempre lo stesso: unire minoranze, moderati e classe media
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>vittoria, Talarico, riapre, dilemma, strategico, della, sinistra, americana</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23552087-large-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23552087-large-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23552087-large-1-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23552087-large-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23552087-large-1-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23552087-large-1-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>La vittoria del 36enne James Talarico alle primarie democratiche del Texas per il Senato ha riaperto il solito gioco su dove debba ripartire la sinistra, non solo americana. In Italia coloro che oggi lodano il premier spagnolo Pedro Sanchez per aver criticato Donald Trump sull’Iran sono gli stessi che nel 2004 ringraziavano José Luis Rodríguez Zapatero per aver ritirato l’esercito spagnolo da Iraq e Afghanistan. I riformisti hanno avuto per anni come loro riferimento la Terza Via di Tony Blair, i massimalisti le nazionalizzazioni promesse da Jeremy Corbyn o le teorie anti austerità di Yanis Varoufakis. E anche la destra ha azzardato paragoni improbabili, come Italo Bocchino che sostiene, convintissimo, che Giorgia Meloni sia la nuova Angela Merkel. </span></p>
<p><span>Negli Stati Uniti il meccanismo non è così diverso. Bernie Sanders per anni è stato il riferimento della sinistra populista e anti establishment, Alexandria Ocasio-Cortez un esempio da seguire per la sinistra progressista urbana, e il neo sindaco di New York Zohran Mamdani ha ispirato editoriali su editoriali sul fatto che girare video elettorali come se fossero film è il modo migliore per attrarre elettori sempre più distratti. E pazienza se le promesse elettorali sono difficilmente realizzabili.</span></p>
<p><span>Poi arrivano le elezioni statali o presidenziali e il Partito Democratico si trova davanti a una realtà diversa: gli altri quarantotto Stati non sono New York o il Vermont e i modelli politici che funzionano nei distretti urbani profondamente progressisti non attraggono gli altri segmenti elettorali, come sanno i vari sindaci di Milano, da Giuliano Pisapia a Beppe Sala, che in momenti diversi hanno sognato per qualche mese di diventare leader nazionali del centrosinistra.</span></p>
<p><span>La vittoria di Talarico ha attirato una certa attenzione perché sembra collocarsi in un’altra categoria, quella dei giovani democratici provenienti da Stati del Sud che riescono per un momento a catalizzare l’attenzione nazionale. L’ex seminarista presbiteriano, che dal 2018 ha sospeso gli studi teologici per dedicarsi alla politica, parla spesso di fede, amore e ottimismo. Per alcuni sostenitori proprio questo elemento potrebbe aiutarlo a raggiungere elettori indipendenti o repubblicani moderati che i democratici faticano a conquistare in Texas. Un episodio in particolare ha amplificato la sua visibilità: l’intervista registrata con Stephen Colbert per “The Late Show” e poi bloccata dalla rete televisiva per questioni legate alle regole federali sull’equilibrio tra candidati. Il video <a href="https://youtu.be/oiTJ7Pz_59A" target="_blank" rel="noopener">pubblicato su YouTube</a> è diventato virale e ha raccolto nove milioni di visualizzazioni.</span></p>
<p><span>Il risultato più significativo delle elezioni primarie è arrivato nel sud del Texas, nelle contee a maggioranza latina della valle del Rio Grande. Lì la campagna di Talarico ha investito molto nella comunicazione in lingua spagnola, nella presenza sui media locali e nella costruzione di una rete organizzativa tra associazioni civiche e comunità religiose. Nelle contee di Bexar, Webb, Cameron e Hidalgo l’affluenza democratica è stata più alta rispetto alle precedenti primarie e in alcuni casi ha superato i livelli registrati nelle ultime elezioni presidenziali.</span></p>
<p><span>Bene, ma non benissimo perché un conto sono le primarie, un altro le elezioni nazionali. I democratici non vincono una corsa al Senato in Texas dal 1988 e il vantaggio strutturale dei repubblicani resta ampio. Ne sa qualcosa il Talarico prima di Talarico: Beto O’Rourke che per mesi sembrò il simbolo di una possibile rinascita democratica in Texas dopo aver perso contro Ted Cruz nel 2018 per appena 2,6 punti percentuali, il miglior risultato per un democratico texano in una corsa al Senato da una generazione. </span></p>
<p><span>O’Rourke partì dal suo soprannome spagnoleggiante “Beto” (invece del waspissimo Robert Francis) per imbastire una campagna elettorale costruita su mobilitazione giovanile, record di raccolta fondi online e un tour quasi continuo in tutte le 254 contee del Texas che lo trasformarono rapidamente in una figura nazionale e in uno dei favoriti mediatici delle primarie presidenziali del 2020, prima che la sua corsa si esaurisse in un campo affollato dove non riuscì a consolidare consenso tra gli elettori afroamericani né a distinguersi ideologicamente tra candidati più progressisti e moderati, ritirandosi prima ancora dell’inizio delle votazioni nei primi Stati. </span></p>
<p><span>Come O’Rourke, Talarico ha proposto l’archetipo dell’underdog progressista in uno stato profondamente conservatore. Una narrazione cavalcata anche da Pete Buttigieg, ex sindaco di South Bend, Indiana, diventato segretario ai Trasporti nell’Amministrazione Biden e oggi considerato uno dei comunicatori più efficaci del Partito democratico, soprattutto nei confronti televisivi con i commentatori conservatori su Fox News. </span></p>
<p><span>Ma lo stesso Buttigieg fatica a livello nazionale. Il suo profilo pragmatico e moderato è apprezzato tra i professionisti urbani istruiti; mentre nei sondaggi sulle future primarie democratiche il suo sostegno tra gli elettori afroamericani rimane debolissimo, in alcune rilevazioni addirittura allo zero per cento. Ospite del programma televisivo di Bill Maher, il giornalista sportivo Stephen A. Smith ha sintetizzato in modo brutale il problema di Buttigieg: «</span><a href="https://www.youtube.com/shorts/VFfEfgiJzmg?feature=share"><span>He doesn’t move us</span></a><span>». Tradotto: non ci entusiasma. </span></p>
<p><span>Insomma non sono tutti come Bill Clinton che nel 1992, partendo da uno Stato periferico del Sud come l’Arkansas, riuscì a costruire una coalizione elettorale nazionale rara nella storia recente dei democratici. La sua vittoria fu resa possibile dalla combinazione di due blocchi elettorali diversi: un sostegno quasi plebiscitario dell’elettorato afroamericano (83 per cento dei voti), un risultato competitivo tra i bianchi moderati e la classe media. E, per gradire, il voto del 61 per cento degli ispanici. </span></p>
<p><span>Oggi replicare quella coalizione è difficile: il voto bianco si è polarizzato maggiormente verso i repubblicani e la geografia elettorale americana è diventata più rigida rispetto ai primi anni Novanta. Per questo il Partito Democratico oggi oscilla tra due modelli di candidatura quasi opposti. Da una parte ci sono candidati alla Buttigieg: profili pragmatci, moderati, forti nei media nazionali, ma spesso deboli tra gli elettori afroamericani e tra parte dell’elettorato <em>latinos</em> nelle primarie. Dall’altra parte emergono figure alla Alexandria Ocasio-Cortez o Zohran Mamdani, capaci di mobilitare giovani progressisti, attivisti e distretti urbani liberal, ma la cui coalizione elettorale resta spesso concentrata nelle grandi città e fatica a espandersi negli <em>swing states</em> o tra gli elettori moderati.</span></p>
<p><span>Per vincere davvero a livello nazionale servirebbe qualcosa di diverso: un candidato con la capacità di costruire una coalizione trasversale come fece Barack Obama, che nel 2008 ottenne il 95 per cento del voto afroamericano, circa il 67 per cento del voto latino e il 43 per cento del voto bianco. O almeno il Joe Biden del 2020, che pur con un sostegno bianco più basso riuscì a tenere insieme un forte voto delle minoranze e una quota decisiva di indipendenti nei grandi Stati in bilico. Sicuramente non una Kamala Harris che potrebbe ricandidarsi nel 2028, nonostante la debacle nel 2024. </span></p>
<p><span>Con la sua retorica contro l’1 per cento dei super-ricchi e il linguaggio religioso, Talarico potrebbe sembrare una possibile mediazione tra queste due correnti del Partito Democratico, ma non lo sapremo presto; prima dovrà affrontare la missione quasi impossibile per un democratico del Texas.</span></p>
<p><span>Chi invece sembra aver compreso il problema strategico della coalizione democratica, e prova a muoversi sulla scia elettorale tracciata da Clinton, Obama e Biden, è Gavin Newsom. Negli ultimi mesi il governatore della California ha moltiplicato le iniziative per accreditarsi presso elettorati diversi. Ha lanciato il podcast “This Is Gavin Newsom”, cercando di replicare la strategia mediatica che ha permesso a Donald Trump di dominare l’ecosistema digitale frequentato da molti giovani elettori maschi, l<a href="https://www.linkiesta.it/2024/11/donald-trump-manosfera/" target="_blank" rel="noopener">a manosfera</a>. Poi si è fatto vedere al World Economic Forum di Davos, dove ha cercato di costruire un profilo internazionale e rassicurare l’establishment economico e finanziario della East Coast, intensificando la sua presenza nei media nazionali in vista di una possibile corsa presidenziale. </span></p>
<p><span>Non tutto però è andato liscio. Durante una tappa ad Atlanta del tour di presentazione del suo memoir “Young Man in a Hurry”, Newsom ha detto al pubblico, in gran parte afroamericano: «<a href="https://youtu.be/MRssxcUc4sM" target="_blank" rel="noopener">Non sono migliore di voi, sono uno da 960 al SAT</a>». In Italia nessuno avrebbe riso perché non sappiamo che il SAT è il test standardizzato usato per entrare nei college americani; di solito il punteggio medio è intorno a 1050. </span><span>Newsom voleva fare autoironia sulle sue difficoltà a scuola e sulla dislessia, per smontare l’immagine del politico brillante e perfettino, ma ha finito per evocare uno stereotipo che negli Stati Uniti è delicato, al centro di un dibattito sulle disuguaglianze educative tra gruppi etnici. Insomma, non il modo migliore per lanciare la sua campagna per il 2028.</span></p>
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<title>L’inganno che tutto sia per tutti, e i prigionieri italiani a Dubai</title>
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Dalla polemica sulla canzone di Sal Da Vinci alle vacanze finite male negli Emirati, sono due le idee che governano il nostro tempo: l’illusione che l’accesso sia universale, e le opinioni su articoli non letti ma intravisti su Instagram 
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>L’inganno, che, tutto, sia, per, tutti, prigionieri, italiani, Dubai</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="856" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24191628-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24191628-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24191628-large-300x201.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24191628-large-1024x685.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24191628-large-768x514.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24191628-large-1200x803.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>La più clamorosa truffa che questo secolo si sia inventato per sedare i malumori di un’umanità appena passata da quell’irripetibile mezzo secolo di benessere complessivo che è stata la seconda metà del Novecento, la più clamorosa truffa con cui tenerci buoni è una truffa di quattro parole: tutto è per tutti.</p>
<p>Cinquant’anni fa l’essere umano senza qualità tornava dalla sua giornata di lavoro senza sapere cosa fosse successo nel mondo perché quelle quattro notizie di cui aveva senso si preoccupasse gliele dava il tg dell’ora di cena, tornava a casa e s’intratteneva con la Settimana Enigmistica o con la biografia di padre Pio, e quel che stava sulle riviste culturali non lo riguardava, perché tutto non era per tutti e Nuovi Argomenti non era per lui.</p>
<p>Adesso torna la sera, e non gli fa compagnia la certezza che a sessant’anni andrà in pensione o che quest’estate farà un mese di vacanze o che se non si sente bene il medico lo andrà a visitare a casa, in compenso tutto è per tutti e quindi può andare sulla pagina del New Yorker e scrivere che le loro vignette non fanno ridere. Lo scrive da Scurcola Marsicana dove, giacché tutto è per tutti, ha fruito delle vignette d’un giornale per intellettuali americani grazie a una app di traduzione che ha nel telefono.</p>
<p>(L’esempio del New Yorker l’ho usato perché di recente un amico mi ha rimproverata di dire ogni giorno che qualcuno è idiota, e la maggior parte dei giorni di dirlo proprio del tizio che mi sta leggendo in quel momento, e mi ha fatto ridere ma anche riflettere: ho pensato che per oggi avrei detto che era idiota quello che commentava i pezzi del New Yorker, mica i pezzi miei. La tua comprensione del testo, amico lettore, è sicuramente all’altezza dei miei articoli: tutto è per tutti).</p>
<p>Dire che non tutto è per tutti è ormai una clamorosa forma di renudismo: come osi, sarai dunque classista, sarai dunque snob, sarai dunque radical chic.</p>
<p>Le più interessanti parabole del non tutto per tutti di questi giorni sono due. Una riguarda Aldo Cazzullo, le cui giornate sono perlopiù tutelate dal fatto di tenere una rubrica, quella delle lettere del Corriere, per arrivare alla quale bisogna sfogliare decine di pagine: tutto è per tutti solo se quel tutto glielo porti a domicilio, e i non lettori di questo secolo trovano in genere più comodo accanirsi su Massimo Gramellini, che si trovano sulle prime pagine fotografate sui social.</p>
<p>«Tutto è per tutti» è una delle leggi fondative del nostro tempo, ma un’altra è: «È inalienabile diritto del cittadino esprimersi su articoli che non ha letto ma dei quali gli sono passate davanti cinque righe su Instagram». L’altro giorno, poiché tutto è per tutti, Aldo Cazzullo, che è di Alba, ha spiegato nella sua rubrica quale napoletanità vada bene e quale no, prendendo a pretesto la vittoria a Sanremo di Sal Da Vinci, con una canzone moschicida che io, che ho la muscolatura allenata a prendermi la permalosità dei passanti, avrei potuto definire da matrimonio di Genny Savastano.</p>
<p>Cazzullo, quando scrive che “Per sempre sì” è una canzone da matrimonio di camorristi, poi non si capacita che l’internet se lo sbrani, che Caterina Balivo dica che è un’osservazione inaccettabile, che succeda quel che succede ogni volta che si dice qualcosa di non lusinghiero su una qualsivoglia zona d’Italia (tranne Milano: non esistendo i milanesi, a Milano non si offende mai nessuno).</p>
<p>Cazzullo telefona alla Balivo in diretta, Cazzullo ci torna su con una seconda rubrica nonché dicendo che ha molti amici napoletani alcuni dei quali saranno persino omosessuali e sono persone sensibilissime (poiché non tutto è per tutti, preciso che «ho molti amici napoletani» è parodia mia del vero elenco di credenziali di filonapoletanità sciorinato da Cazzullo su Rai1, da «amo Totò» a «mi piace Tullio De Piscopo»: inspiegabilmente, ha glissato sulla superiorità della pizza col cornicione).</p>
<p>Cazzullo si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità: ieri la sua rubrica parlava di legge elettorale, e scrivo senz’aver controllato i social ma sono abbastanza certa che stavolta i non lettori non si siano scaldati davanti alla card Instagram del Corriere. Card che è stata l’<em>amuse bouche</em> con cui si sono accorti e sovreccitati della rubrica su Sal Da Vinci: tutto è per tutti, ma solo se non serve l’abbonamento.</p>
<p>La seconda parabola del (non) <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/quanti-italiani-che-affollano-dubai-in-questi-giorni-sembra-il-set-di-un-film-di-vanzina/">tutto per tutti riguarda Dubai</a>, e gli italiani che ancora sono bloccati lì (qualche aereo inizia a ripartire, ma poca roba, e io francamente mi chiedo con che disposizione d’animo ci si salga, sui voli in partenza: ci si fida che gli Emirati Arabi abbiano chiesto agli ayatollah di dirgli giurin giuretta che non lanceranno un missile sugli aerei, e che quelli poi mantengano l’impegno?).</p>
<p>Molti tipi di welfare sono stati creati dall’illusione che tutto sia per tutti. C’è il welfare culturale: una volta avresti raccolto pomodori, adesso hai diritto a una laurea che ti lasci ignorante quanto prima ma con l’illusione di meritare lavori migliori – tutto è per tutti e il PhD di cittadinanza non fa eccezione.</p>
<p>E c’è il welfare di <a href="https://www.linkiesta.it/2024/04/aeroporto-valigia-volare-bagagli-trolley/">RyanAir</a>: siete tutti viaggiatori, anche quelli che non sanno chiedere al concierge un adattatore per ricaricare il telefono, anche quelli che ci spiegano l’America dopo sette giorni e sei notti a Times square, anche quelli che ai controlli aeroportuali devono ripassare due volte perché non sapevano di doversi togliere la cintura o di non poter tenere in tasca le chiavi di casa.</p>
<p>Nel guardare i video degli italiani bloccati all’estero la prima osservazione è ovvia: è un paese dove non lavora nessuno e vivono tutti scialando i soldi di famiglia, solo così ci si spiega che a fine febbraio ci fosse tutta questa gente alle Maldive o in Thailandia o in altri dilettevoli posti per tornare dai quali si passi da Dubai. L’ultima volta che sono andata in vacanza a febbraio era quando, nelle scuole per ciucci ricchi che frequentavo, era prevista la settimana bianca. Questi sono tutti adulti, e vanno a farsi i bagnetti in inverno, un mese prima delle vacanze di Pasqua che immagino non si negheranno.</p>
<p>La seconda osservazione, però, è che forse questa del tutto per tutti è una truffa. Si accendono il telefono in faccia e frignano perché il governo italiano non si occupa di loro, bloccati a Phuket e costretti a pagarsi delle notti in più d’albergo. Non si occupa di loro, che hanno imbarcato il bagaglio con le medicine che devono prendere tutti i giorni e adesso quel bagaglio è prigioniero dello scalo a Dubai.</p>
<p>Non hanno dodici anni. A occhio ne hanno una sessantina, e non hanno imparato a tenere nel bagaglio a mano i beni di prima necessità. Ne hanno una sessantina, e non hanno imparato a pretendere la restituzione dei bagagli in un aeroporto fermo. Ne hanno una sessantina e non sanno viaggiare, però viaggiano, perché tutto è per tutti, anche girare il mondo.</p>
<p>E, poiché tutto è per tutti, è giusto pretendano che la fiscalità generale paghi loro l’albergo giacché, a metà del lungo inverno, avevano la necessità di farsi i bagnetti, e poi il mondo è pieno di accidenti imprevisti ed eccoli lì, bloccati da una guerra a metà strada, incapaci di tornare, e bisognosi del pernottamento e mezza pensione di cittadinanza.</p>
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<title>Razionale ma sull’orlo del collasso, l’Iran visto da Israele</title>
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L’ambasciatore Peled parla di «opportunità per un futuro migliore» per il popolo dopo la morte di Khamenei. Per Shine, ex Mossad, l’economia è a pezzi, il tempo stringe e il cambio, se verrà, nascerà dall’interno, non dalle bombe
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196939-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196939-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196939-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196939-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196939-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196939-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Non un’operazione per un regime change imposto dall’esterno, ma per «dare l’opportunità» ai cittadini iraniani «per avere un futuro migliore». Così Jonathan Peled, ambasciatore israeliano in Italia, descrive in un briefing con i giornalisti la campagna militare lanciata una settimana fa da Israele e Stati Uniti che ha decapitato la leadership iraniana e danneggiato il programma nucleare di Teheran. Fonti della sicurezza spiegano che Israele «si aspetta ed è pronto» nuovi lanci di missili e droni da Iran e Libano, come risposta all’operazione che Washington ha ribattezzato “Furia epica” e che per Tel Aviv è “Leone ruggente”. Ma anche verso i Paesi del Golfo già colpiti. E così facendo, «Teheran dimostra di non essere un problema solo per Israele, ma per tutta la regione», commentano le stesse fonti.</p>
<p>L’Iran è razionale, pianifica e resiste, ma oggi si ritrova in un vicolo sempre più stretto, economicamente esausto e militarmente sotto pressione crescente. A sostenerlo è Sima Shine, oggi analista allo Institute for National Security Studies, già a capo della divisione ricerca del Mossad, il servizio d’intelligence israeliano per l’estero. Il cambio più probabile non verrà dalle bombe, ma dall’interno del sistema stesso.</p>
<p>«Tutto funziona come sempre. Il sistema opera secondo ciò che era stato pianificato e previsto in caso di cambiamento», spiega. Le quattro ritorsioni annunciate prima della guerra sono state tutte eseguite: «Hanno detto quattro cose che avrebbero fatto se attaccati. Colpire Israele, l’hanno fatto. Colpire le basi statunitensi nel Golfo, l’hanno fatto. Altri attacchi nel Golfo e chiudere lo Stretto, l’hanno fatto». Non significa che l’Iran vincerà, ma che è un sistema razionale e organizzato, non un attore caotico, sostiene Shine. Anche gli attacchi alle infrastrutture energetiche del Golfo, che hanno colpito anche l’Azerbaijan, Paese amico di Israele e il gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, fanno parte di una strategia deliberata di Teheran: «C’è un pensiero razionale», spiega l’analista. Per lei, l’obiettivo iraniano è colpire la capacità di sopravvivenza economica dei nemici, tagliare le forniture energetiche a Israele, mandare un segnale agli Stati del Golfo. C’è una logica, anche se non garantisce il successo.</p>
<p>Ma quanto può reggere questa logica? Per Shine il tempo stringe. L’Iran, spiega, uscirà dalla guerra «in una situazione molto debole»: economia in ginocchio, valuta svalutata, infrastrutture colpite. «Saranno in una situazione molto, molto peggiore nelle prossime settimane». Teheran aveva promesso di decidere da sola quando fermarsi. Ma la realtà economica racconta un’altra storia. E il paragone con la resistenza durante la guerra Iran-Iraq, evocato spesso dalla propaganda di Teheran, non regge per Shine: «Nessuno può paragonare quello che era allora a quello che sta succedendo ora. Tutto è così diverso. Non penso che possano sopravvivere a lungo allo stesso livello di attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti».</p>
<p>Gli scenari per il futuro del regime sono quattro, secondo l’analista. Il più probabile è un cambiamento dall’interno: qualcuno nell’establishment, a un livello sufficientemente alto, decide di cambiare politiche e alleanze mantenendo intatta la struttura formale del regime. Una rivoluzione silenziosa dall’alto. Il secondo scenario è una sollevazione popolare, che Shine non esclude ma valuta con cautela, in assenza di informazioni concrete sul campo. Il terzo, il più temuto dalla diaspora iraniana, è una guerra civile con curdi e altre forze che agiscono simultaneamente contro il centro. Il quarto è la pura sopravvivenza del regime, sempre meno probabile secondo Shine con il passare dei giorni e l’intensificarsi della pressione.</p>
<p>In questo quadro di incertezza si inserisce la partita più delicata: chi guiderà l’Iran dopo Ali Khamenei. Il Consiglio degli esperti deve scegliere la nuova Guida suprema, ma il processo è tutt’altro che lineare. Secondo Shine, le Guardie della rivoluzione stanno spingendo per Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah ucciso, con cui hanno rapporti consolidati da anni. Una figura che l’analista descrive come molto problematica. Ma c’è un elemento che complica ulteriormente la nomina: la preoccupazione, concreta, che una volta reso pubblico il nome del successore, Israele tenti di eliminarlo. Il che starebbe frenando o almeno rallentando il processo. Da Washington, giovedì, è arrivato un messaggio che ha reso tutto ancora più surreale. Donald Trump ha liquidato Mojtaba senza mezzi termini, definendolo un «peso piuma» e un «incompetente», rivendicando apertamente, in un’intervista a Axios, il diritto di avere voce in capitolo sulla successione.</p>
<p>C’è, infine, il tema della situazione regionale: la guerra sta paradossalmente accelerando ciò che la diplomazia faticava a costruire, secondo Shine. Il sistema di difesa aerea integrato sotto il comando centrale americano, che collega Israele ai Paesi del Golfo inclusi stati senza relazioni diplomatiche con Tel Aviv, è secondo lei qualcosa di straordinario: «Direi che è un miracolo. Funziona davvero, anche con Stati che non hanno relazioni diplomatiche con Israele». È l’interesse comune a tenere insieme questa architettura informale: contenere l’Iran vale più di qualsiasi divisione politica. Una normalizzazione formale con l’Arabia Saudita resta lontana, per ragioni interne e regionali complesse. Ma la cooperazione operativa è già realtà. Gli Accordi di Abramo, nati in tempo di pace, trovano oggi la loro vera prova sul campo.</p>
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<title>La mascalzonata di paragonare l’Iran di Trump all’Iraq di Bush</title>
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Il menzognero dibattito politico italiano tra progressisti che rispolverano la dottrina del regime change, dopo che vent’anni fa negavano esistesse («lo fa per il petrolio!»), e liberali che applaudono ai cambi di regime a Caracas e a Teheran, nonostante quei regimi siano regolarmente in piedi per interesse e volontà della Casa Bianca
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 08:00:04 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156161-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156161-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156161-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156161-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156161-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156161-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1"><span class="s1">Ho trascorso buona parte degli anni duemila a raccontare la dottrina di sicurezza nazionale americana post 11 settembre chiamata “regime change”, con articoli, libri, blog e documentari televisivi. Ogni volta mi sono sentito ribattere con disdegno che non era vero niente, che gli americani non avevano invaso l’Afghanistan e l’Iraq per cambiare quei regimi dispotici e promuovere la democrazia come condizioni necessarie per proteggere la sicurezza nazionale, semmai lo avevano fatto per mettere le mani sul petrolio iracheno. «No war for oil», ricordate?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Di fronte all’attuale circo equestre trumpiano in Venezuela e in Iran, più o meno gli stessi (e i loro epigoni) che in quegli anni spiegavano che dietro la defenestrazione dei talebani dall’Afghanistan e dei fascisti islamici del Baath di Saddam dall’Iraq non c’era nessun nobile pensiero strategico, oggi, nell’anno del Signore 2026, sostengono che Trump vuole cambiare il regime di Maduro e quello degli Ayatollah commettendo lo stesso errore di George W. Bush in Afghanistan e in Iraq. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ci vuole una bella faccia tosta a sostenere adesso questa tesi, appropriandosi di una cosa negata vent’anni fa e applicandola a vanvera ai fatti di oggi. </span>So che cos’è il regime change, ho scritto un libro che si intitola “Cambiare regime”, ho molti amici regime change, e posso dire con assoluta certezza che quello che ha fatto Trump in Venezuela e sta facendo in Iran non è regime change.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Cambiare regime vuol dire cambiare la natura del potere costituito, abbattere la dittatura e sostituirla con un sistema più o meno democratico, un’operazione che, peraltro, limitatamente a questo, ha avuto successo sia in Afghanistan sia in Iraq, con la caduta dei talebani e del Baath, sostituiti da sistemi politici e forme di organizzazione dello Stato di segno opposto. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il cambio di regime in Iraq è stato talmente radicale che la principale causa del caos successivo alla destituzione di Saddam, e quindi del fallimento dell’invasione, secondo i critici </span><span class="s1">è stata la de-baathificazione, cioè aver smantellato in tutto e per tutto il sistema di potere fascista iracheno, a cominciare dall’esercito, altrimenti non sarebbe stato, appunto, possibile un cambio di regime. </span>La stessa cosa è avvenuta in Afghanistan, con i talebani cacciati da Kabul.</p>
<p class="p1">Il regime change in Afghanistan e in Iraq c’è stato, a non aver funzionato è stata la transizione alla democrazia e il nation building, se non a costi umani inaccettabili. Anche se non va sottovalutato che, vent’anni dopo, l’Iraq non sarà la Svizzera ma è un paese decisamente più libero di prima, mentre in Afghanistan i talebani sono rientrati al potere rovesciando il regime rappresentativo che si era installato dopo l’invasione americana proprio grazie a una trattativa conclusa da Trump durante il suo primo mandato, e poi stupidamente e malamente eseguita, anziché stracciata, da Joe Biden.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Trump, insomma, nel suo carniere può vantare effettivamente un cambio di regime, ma è quello del ripristino della dittatura talebana, mentre sta lavorando alacremente per un secondo risultato di questo tipo, non in Venezuela né in Iran, ma in casa, col</span><span class="s1"> tentativo di trascinare</span><span class="s1"> l’America verso un regime autoritario.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Far passare Trump come un promotore del regime change in Venezuela e in Iran è un’impostura doppia. </span><span class="s1">Trump è stato eletto promettendo che la sua America Great Again non avrebbe mai più promosso la democrazia in giro per il mondo, e che non avrebbe mai provato a cambiare i regimi dispotici di paesi stranieri come hanno quasi sempre fatto i presidenti americani prima di Obama. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Probabilmente questa è una delle poche promesse che Trump sta realmente mantenendo: prima ha chiuso tutti i rubinetti del soft power americano e gli strumenti di promozione della democrazia, poi ha imposto dazi commerciali a casaccio e ora sta facendo campagna elettorale per tutti gli autocrati del pianeta, minacciando gli storici alleati democratici degli Stati Uniti. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In Venezuela ha sostituito il dittatore Nicolas Maduro con la vicedittatrice Delcy Rodríguez e adesso ha formalmente ripreso i rapporti diplomatici con il regime, rimasto perfettamente intatto al suo posto. In Iran ha ucciso il Grande Ayatollah Ali Khamenei e qualche suo sottoposto, e ora sta cercando tra i superstiti un sostituto, mentre spiega a tutti che il modello dell’operazione è, appunto il Venezuela, non l’Iraq di Bush. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Trump fa leader change, non regime change, vuole rimuovere solo i vertici dei regimi per non cambiare nulla e quindi contare su interlocutori più malleabili, e spaventati, con cui lui e la sua famiglia possono fare affari; oppure, come nel caso dell’Iran, per fare un favore a Mohamed Bin Salman e a Benjamin Netanyahu, naturalmente da riscattare al più presto. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nonostante l’evidenza contraria</span><span class="s1">, il dibattito italiano si concentra invece sul concetto di regime change, con i liberali di sinistra e di destra che esultano per la fine del regime comunista di Maduro e di quello islamista di Khamenei, anche se sono entrambi in piedi proprio perché Trump non ha nessuna intenzione di farli crollare; e con la sinistra ex comunista che vent’anni fa ignorava o negava il progetto strategico dietro la risposta americana dopo l’11 settembre e che invece ora descrive la baracconata trumpiana come la riproposizione dell’esportazione della democrazia.<br>
</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nessuno di loro, infine, si chiede come mai tutti ma proprio tutti i famigerati neoconservatori che spingevano Bush ad aderire al progetto per un nuovo secolo americano siano never trumper della prima ora, e spesso oggetto di attacchi diretti dei pochi trumpiani dotati di un minimo di cultura politica come J.D. Vance.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo dibattito menzognero si celebra anche in Parlamento, che ormai si è trasformato nella terza piattaforma di talk show del paese dopo La 7 e Retequattro, in un ribaltamento surreale del famoso adagio su Porta Porta come terza Camera del paese. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Mi è capitato addirittura di sentire su Radio Radicale l’intervento in Aula di chi non si è limitato a considerare regime change sia le campagne bushiane sia quelle trumpiane, ma anche la questione della Siria, che notoriamente è stato il caso di scuola degli effetti del mancato intervento armato americano, in quel caso di Barack Obama, nonostante il regime siriano avesse usato armi di distruzione di massa e alla fine ucciso mezzo milione di persone. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La dottrina del cambio di regime può essere considerata giusta o sbagliata, un successo come nei Balcani o nel Kurdistan iracheno o un disastro come in Afghanistan e nel Medioriente infestato dall’islamismo, ma non può essere paragonata in nessun modo ai metodi mafiosi degli interventi </span><span class="s3">militari</span><span class="s1"> di Trump. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le politiche per cambiare la natura dei regimi dispotici nascono a metà degli anni Novanta dalla necessità di un’ingerenza democratica, anche con le armi, in caso di catastrofi o di crimini di regimi sanguinari, innanzitutto come dovere umanitario che si intreccia con le esigenze di sicurezza globale.<br>
</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È stato un impegno che la comunità internazionale, spinta dai governi progressisti, ha sentito di doversi assumere, dopo aver assistito inerte al genocidio di un milione di persone in Ruanda.<br>
</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La pulizia etnica serba in Kosovo è stato il banco di prova, superato, di questa dottrina democratica, mentre il pantano iracheno ha decretato la fine dell’illusione. Pensare che Trump possa essere a conoscenza di che cosa significhi regime change o minimamente interessato ai principi di ingerenza democratica è una gran mascalzonata e l’ennesimo riflesso populista della politica italiana. </span></p>
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<title>Alessandra Maltoni: l’eccellenza ravennate tra il Premio “Il Vento dei Calanchi” e la Biennale di Milano</title>
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<description><![CDATA[ Un nuovo, prestigioso traguardo arricchisce il percorso artistico di Alessandra Maltoni. La scrittrice e poetessa ravennate ha ricevuto ufficialmente a domicilio, lo scorso 4 marzo 2026, la Menzione di Merito per la sezione Narrativa Inedita nell’ambito della IV Edizione del Premio Letterario Internazionale &quot;Il vento dei calanchi&quot;. ]]></description>
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:00:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Velocità in salita: il 2026 è di nuovo a stelle e strisce per Degasperi</title>
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<description><![CDATA[ Il pilota di Trento tornerà a calcare il prestigioso palcoscenico della Pikes Peak, unendo alla trasferta americana un programma completo nell&#039;IRS Cup. ]]></description>
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:00:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Gabriel Garcia Marquez: poetica esistenziale che meritò il Nobel</title>
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<description><![CDATA[ Oggi è il 6 Marzo, ed in questo giorno, nel 1927, ad Aracataca, in Colombia, nasceva il grande scrittore, saggista e giornalista Gabriel García Márquez (nome completo: Gabriel Josè de la Concordia Garcia Marquez), che crebbe a Santa Marta con i nonni. Dopo il diploma, si trasferì a Bogotà per studiare giurisprudenza, ma abbandonò presto […] ]]></description>
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:00:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Giappone, il momento è adesso. Prenota prima che costi di più</title>
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<description><![CDATA[ Cambio favorevole, nuove tasse in arrivo: i motivi per prenotare un viaggio nel Sol Levante senza aspettare, con i vantaggi di Evolution Travel ]]></description>
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:00:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>MILANO CORTINA 2026: LILLY lancia “Never Stop Supporting”,  l’iniziativa con protagonista la sciatrice Marta Bassino</title>
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<description><![CDATA[ Fino al 15 marzo, in Piazza dei Mercanti a Milano, è possibile visitare l’installazione interattiva di Lilly: un’esperienza aperta al pubblico per sostenere Marta Bassino e celebrare il valore della resilienza, nello sport come nella ricerca scientifica ]]></description>
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:00:13 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Sandals Resorts: Empowerment femminile, l’impegno concreto della Sandals Foundation</title>
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<description><![CDATA[ Dalla salute alla formazione, dall’agricoltura al supporto psicologico. Il sostegno della Sandals Foundation nei Caraibi diventa opportunità concreta, rafforzando intere comunità di donne con progetti che cambiano la vita ]]></description>
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:00:12 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>WIM Talks accende il confronto sulla Private Event Industry nel cuore della città</title>
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<description><![CDATA[ Milano, 11 marzo 2026, Rosa Grand Milano – Starhotels Collezione ]]></description>
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:00:12 +0100</pubDate>
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<title>ITB Berlino 2026 La Regione Siciliana rafforza il dialogo con il mercato tedesco puntando su turismo esperienziale e destagionalizzazione</title>
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<description><![CDATA[ Crescita dei flussi turistici, rafforzamento del mercato tedesco e sviluppo dell’offerta esperienziale: sono questi i temi al centro della conferenza stampa che l’Assessore regionale al Turismo, Sport e Spettacolo Elvira Amata ha tenuto ieri a ITB Berlin, una delle principali fiere internazionali dedicate all’industria dei viaggi ]]></description>
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:00:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>La donna che fece il giro del mondo partendo da Celje</title>
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<description><![CDATA[ Viaggio nella Slovenia orientale sulle orme di Alma Karlin, infaticabile viaggiatrice che, un secolo fa, ha sfidato le convenzioni di una cittadina provinciale slovena, dimostrando che anche una donna poteva fare il giro del mondo.
“Il mondo appartiene agli audaci […] Chi non cerca di andare oltre gli angusti limiti dell’orizzonte che gli è stato dato in origine, […] ha sì vissuto, ma solo come un baco da seta nel suo bozzolo.
La vita è l’esplorazione dell’ignoto.” Alma M. Karlin (Celje, 1889-1950) ]]></description>
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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“Il mondo appartiene agli audaci […] Chi non cerca di andare oltre gli angusti limiti dell’orizzonte che gli è stato dato in origine, […] ha sì vissuto, ma solo come un baco da seta nel suo bozzolo.
La vita è l’esplorazione dell’ignoto.” Alma M. Karlin (Celje, 1889-1950)]]> </content:encoded>
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<title>TERITORIA: la nuova Guida 2026</title>
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<description><![CDATA[ 320 indirizzi di ospitalità impegnata. Sette le novità in Italia ]]></description>
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<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 07:00:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Trump vuole usare i curdi per far cadere l’Iran, ma l’America li ha già traditi altre volte</title>
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Un’insurrezione nel nord del Paese sarebbe già in atto ma la Casa Bianca smentisce di averla armata, da parte loro i curdi non hanno dimenticato che in Siria nel 2019 fu proprio il presidente americano ad abbandonarli alla repressione turca 
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="854" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202280-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202280-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202280-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202280-large-1024x683.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202280-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24202280-large-1200x801.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Le milizie curde iraniane avrebbero iniziato un’offensiva nel nord-ovest del Paese con l’obiettivo di scatenare un’insurrezione popolare. Lo ha comunicato un funzionario dell’amministrazione Trump e la notizia, se confermata, farebbe seguito alle indiscrezioni riportate dalla stampa americana, ma anche dal Times of Israel, secondo le quali Donald Trump sarebbe intervenuto in prima persona per assicurare il suo appoggio. Già domenica il presidente avrebbe parlato al telefono con </span><span>Masoud Barzani e Bafel Talabani, leader delle principali fazioni curde irachene che controllano i territori al di là del confine da dove far partire l’azione di terra</span><span>. </span></p>
<p><span>Cinque giorni dopo l’inizio dei bombardamenti e nonostante l’uccisione di </span><span>Ali Khamenei e di altri 48 alti dirigenti, </span><span>il regime non è crollato e l’Iran ha risposto con droni e almeno 170 missili balistici, colpendo le monarchie del Golfo, ma anche Arabia Saudita, Giordania, una base britannica a Cipro e soprattutto le città israeliane. </span></p>
<p><span>È evidente agli analisti che, al momento, l’assenza di forze di terra lascia all’Iran la possibilità di reggere e riorganizzare le strutture di comando. Da questa valutazione e dalla ferma volontà degli americani di non intervenire con proprie truppe sarebbe nata la soluzione curda, anche se la Casa Bianca adesso smentisce il proprio coinvolgimento e parla di migliaia di curdi iraniani rifugiati da anni in Iraq </span><span>che avrebbero deciso in autonomia un’azione armata. Appare sempre più evidente, però, che l</span><span>’amministrazione Trump avesse immaginato la possibilità di riproporre in Iran “il modello Venezuela” , cioè la sostituzione di Khamenei con qualcuno interno al regime ma più duttile e sensibile agli interessi di Washington. Opzione che, al momento, non si è concretizzata.</span></p>
<p><span>Trump avrebbe parlato anche con Mustafa Hijri, presidente del Partito democratico del Kurdistan iraniano (KDPI) e le soluzioni prese in considerazione sarebbero state due. Nella prima le forze curde, col supporto logistico americano e israeliano, attaccherebbero le forze di sicurezza iraniane per tenerle impegnate, rendendo più facile l’insurrezione della popolazione nelle grandi città a maggioranza curda sunnita come Javanrud, Ravansar, Paveh e focolai delle passate ribellioni.</span> <span>Nella seconda, riportata dalla Cnn, i curdi si impadronirebbero del nord dell’Iran, creando una “zona cuscinetto”, in attesa di poter avanzare.</span></p>
<p><span>Già sei giorni prima del blitz sull’Iran, cinque dei movimenti politici curdi avevano costituito la Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano (CPFIK), forse preavvertendo quel che stava per succedere, forse già “avvicinati” dall’intelligence americana, ma alla conta spicciola le forze che sarebbe possibile schierare restano esigue. Senza trascurare il fatto che<span dir="auto"> la popolazione curda iraniana è frammentata</span><span dir="auto">, suddivisa tra sunniti (circa il 60%), sciiti (30-35%) e minoranze religiose come gli yarsani o linguistiche (kurmanji, sorani, gorani, fayli).</span></span></p>
<p><span>Una stim</span><span>a ha provato a farla il Combating Terrorism Center di West Point e si tratterebbe di un numero tra i cinquemila e gli ottomila combattenti. La maggiore spina nel fianco dell’esercito iraniano sarebbe rappresentata dal Pjak guidato da Peyman Viyan, gemello del Partito dei Lavoratori del Kurdistan presente in Turchia, con forze che hanno acquisito esperienza sul campo in Siria e Iraq. Le sue fila, però, sono state decimate da un decennio di combattimenti e, particolare non trascurabile, si tratta dell’unico dei cinque partiti della coalizione designato come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti per i suoi legami con il Pkk.</span></p>
<p><span>Altro impedimento da non sottovalutare è che, qualsiasi tentativo di armare i gruppi curdi iraniani, richiede il sostegno di quelli iracheni, sia per il rifornimento di armi sia per l’uso dei territori di confine come base di appoggio.</span> Anche se<span> le truppe Usa sono presenti da almeno vent’anni nella zona, prima con l’operazione Iraqi Freedom e dopo con la guerra sporca all’Isis: a Erbil, la capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno, hanno due basi e mantengono persino un consolato. </span></p>
<p><span>Infine, e non è poco, il governo di Bagdad non ha ancora dato il suo assenso e il timore di essere coinvolti nel conflitto è giustificato: diverse milizie sciite filoiraniane sono integrate nell’esercito, ieri il Paese ha subito un blackout totale e l’ambasciata Usa ha chiesto ai connazionali di «lasciare l’Iraq immediatamente».</span></p>
<p><span>Nell’attesa molto è già accaduto sul confine. I pasdaran nei giorni scorsi hanno lanciato droni e razzi contro gli insediamenti del Pdki e del Pak, due dei partiti della neonata coalizione e di contro anche Israele si è mossa nella zona con bombardamenti mirati, secondo gli analisti proprio per preparare il terreno ai curdi. </span></p>
<p><span>Non sono mancate le resistenze tra i funzionari </span><span>dell’amministrazione Trump, basate sulla comprensibile diffidenza dei curdi. Non hanno dimenticato che nel 2019 proprio Trump ordinò il ritiro delle forze americane dalla Siria, esponendo i curdi siriani agli attacchi dei turchi e ancora prima, nel 1991, dopo aver incoraggiato la rivolta sciita e curda contro Saddam Hussein, George Bush fermò l’avanzata verso Bagdad, lasciando che il regime li massacrasse. </span></p>
<p><span>Infine, è da tenere in conto anche la posizione della Turchia di Erdogan. «Il coinvolgimento dei curdi sarebbe una grande preoccupazione per i partner di Washington nella regione, in particolare per la Turchia e la Siria, e un grosso problema anche per l’Iraq» </span><a href="https://www.aljazeera.com/opinions/2021/4/20/the-quilliam-foundation-has-closed-but-its-toxic-legacy-remains"><span>ha detto Neil Quillian</span></a><span>, esperto di questione curda per il think tank Chatham House, ad Al Jazeera. </span></p>
<p><span>I report della Cia, secondo alcune fonti, mostrerebbero scetticismo sull’effettiva capacità dei curdi iraniani di mobilitare la popolazione e dal punto di vista militare si troveranno ad affrontare un nemico fiaccato, ma pur sempre con </span><span>120.000 effettivi, più le Forze Basij. Anche il <a href="https://www.csis.org/analysis/operation-epic-fury-and-remnants-irans-nuclear-program">Center for Strategic and International Studies</a> ha osservato che aprire un fronte terrestre richiede una catena logistica, una struttura di comando integrata e la totale disponibilità del governo iracheno. </span></p>
<p><span>Quel che è certo è che il regime iraniano non è crollato e che la scommessa curda è una carta sul tavolo di Trump. Ma è anche una carta che Washington ha già bruciato in passato. </span></p>
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<title>Il futuro dell’Iran dipenderà più dalla società civile che dagli attacchi esterni</title>
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L’eliminazione della guida suprema iraniana colpisce al cuore la legittimità simbolica della teocrazia ma non smantella automaticamente il sistema di potere costruito negli ultimi quarant’anni. Il vero nodo riguarda la capacità della società iraniana di trasformare la frattura in cambiamento politico
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24190745-large-1.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24190745-large-1.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24190745-large-1-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24190745-large-1-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24190745-large-1-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24190745-large-1-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>L’attacco congiunto all’Iran da parte di Israele e Stati Uniti delinea uno scenario molto complesso, all’interno del quale analisi e valutazioni non possono essere esaustive, almeno in questa fase. Oggi ci troviamo in una situazione differente e ben più preoccupante di quella della guerra dei dodici giorni del giugno dello scorso anno. L’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, uno dei dittatori più longevi e sanguinari della storia, è però intanto una grande notizia, non solo a livello di obiettivo effettivo, che indica un successo di per sé, ma in particolare per la valenza simbolica e significativa che si porta dietro e alimenta.</p>
<p>Che sia scomparso l’ayatollah, leader politico-militare e religioso, erede dell’imam Khomeini e depositario di quell’indirizzo culturale figlio della rivoluzione islamista, che ha condannato e condanna generazioni di milioni di iraniani a vivere, da più di quarantacinque anni, senza libertà e nella paura, è un frangente importante. Necessario, ma non ovviamente altrettanto sufficiente per una transizione laica verso un qualche modello di emancipazione per il popolo persiano. Tutto il mondo libero e democratico dovrebbe esserne soddisfatto, dopo essere rimasto tiepido durante le terribili repressioni di gennaio, che hanno ucciso migliaia di civili in protesta contro il regime.</p>
<p>Era già allora, infatti, che le leadership occidentali avrebbero dovuto esprimere maggiore sostegno – e, nelle società civili, una più forte condanna delle carneficine in atto – a partire dall’Italia. Tornando all’attualità, in sostanza la morte di Khamenei non significa in ogni caso caduta della repubblica islamica, nonostante questa si ritrovi indebolita. Khamenei aveva infatti nominato, in ogni settore del regime, molteplici strati di successori, in maniera tale da renderlo in grado di resistere a impulsi interni ed esterni, che non si sono però mai verificati simultaneamente con così tanta robustezza.</p>
<p>La diffusione di orribili carnefici ideologizzati come i pasdaran è comunque ancora elevatissima, con un potere articolato in strutture così capillari da poter proseguire anche in assenza della guida suprema: un regime stratificato, dunque, dove esistono ancora duecentomila guardiani della rivoluzione a tenere in ostaggio strade e città. Tema centrale, ora, è composto da dubbi e scetticismi più che leciti, legati al fatto che due leader come Donald Trump e Benjamin Netanyahu possano effettivamente garantire sicurezza e stabilità per gli iraniani.</p>
<p>Esigenze di immediatezza e racconto delle cose del mondo impongono una cronaca costante, ma ci vuole equilibrio nelle analisi, senza cedere alla facilità di spingere sull’onda dell’emotività: da un lato celebrando la liberazione «totale» dell’Iran e la fine della teocrazia, esaltando l’intervento esterno; dall’altro dando spazio alla retorica condita da antioccidentalismo, appellandosi continuamente alla critica verso l’imperialismo americano, inteso in chiave storica.</p>
<p>Dal punto di vista tecnico e strategico, i servizi americani e israeliani giocano la partita a livello di centri di comando, nevralgici per la gestione del potere – e delle repressioni – in Iran. L’operazione Usa-Israele resta, comunque, difficile da sostenere e difendere per tutti i sinceri democratici fautori delle società aperte. Quello che emerge è soprattutto un grande problema, un dilemma di day-after strategico, nell’impraticabilità di cogliere se Donald Trump, come Benjamin Netanyahu, abbiano previsto i passaggi per un possibile cambio di regime e, se sì, in quale forma.</p>
<p>Il realismo applicato alle relazioni internazionali è dannoso, perché valuta esclusivamente i risultati che produce, addirittura a discapito del diritto internazionale, mentre è chiaro, invece, che dovrebbero esistere dei paletti. Da qui l’importanza dei valori, fuor di relativismo, per una concettualizzazione di principi utili e giusti per una convivenza pacifica dell’ordine internazionale e al suo interno.</p>
<p>Allo stesso tempo, e con ciò detto, discutiamo del Paese-regime centro organizzativo e finanziario delle centrali terroristiche ed eversive in Medio Oriente, partner, e forse direttore strategico, di gran parte delle autocrazie mondiali, che vìola costantemente quello stesso diritto internazionale da decenni, senza inoltre mai dare garanzie sul proprio programma nucleare. Il principio di non ingerenza, e quindi il fulcro delle norme internazionali, è condizionato da una dovuta reciprocità e da quel che effettivamente si compie, come azione e in quanto a volontà: altrimenti finisce per scadere in una superficiale finzione multilaterale.</p>
<p>Ad oggi, l’operazione in Iran si incastra, con i suoi effetti, anche in una cornice di indebolimento della stessa Russia putiniana. L’autocrazia del Cremlino ha infatti visto ridimensionarsi, in successione, importanti alleati: dalla caduta di Bashar al-Assad in Siria, passando per Nicolás Maduro, fino appunto adesso all’Iran, che rimane in primo luogo fornitore numero uno dei droni Shahed utilizzati contro gli ucraini.</p>
<p>Certo è che questo intervento esterno rischia di condurre a una fase di conflitto regionale, nella quale siamo probabilmente già, coinvolgendo molti Paesi, come mostrano i continui attacchi iraniani contro gli Stati arabi del Golfo e della regione. Senza considerare le tematiche legate a un possibile domani composito di esposizioni su più vasta scala, complessità energetiche e sdoganamento di offensive in altri teatri.</p>
<p>Sul piano delle comparazioni, è importante sottolineare che quello iraniano è uno scenario molto più complicato del Venezuela, proprio a causa del radicamento teocratico e quindi degli «anticorpi» autoritari che contraddistinguono l’Iran islamista. Ma c’è qualcosa che li accomuna e parte dalle due cittadinanze: ascoltare le opinioni pubbliche coinvolte diviene, in scenari simili, uno dei più efficaci esercizi di comprensione.</p>
<p>Le emozioni nelle teste e nei cuori degli iraniani sono sovrapponibili a quelle del popolo venezuelano nel giorno della cattura di Maduro. Insieme alla grande soddisfazione per la scomparsa di Khamenei esiste, al contempo, negli iraniani altrettanta preoccupazione per la guerra e per le questioni che si aprono: sopra la positività dell’urto alla teocrazia islamista si addensano nubi su ciò che potrà accadere.</p>
<p>Gli iraniani non festeggiano il futuro, che non sanno cosa riserverà, ma l’allegorica fine di un potere. Questo fa il paio con la caducità della contemporaneità, che porta a ridurre, nel qui e ora, persino l’impazzita e incalcolabile politica internazionale odierna, e addirittura guerra e forme di resistenza.</p>
<p>Nell’impossibilità di prevedere, ma anche nella difficoltà oggettiva e contingente di esprimere ragionamenti e impatti di medio-lungo periodo, il ciclo storico che viviamo non può permettersi di non appellarsi almeno alla speranza. L’auspicio ottimistico è che in Iran, nella società civile dell’Iran, che ci ha abituati alla forza e al coraggio e che ha ancora tanto da insegnare a noi occidentali, possa emergere, dalle ferite, una nuova e strutturata classe dirigente, intergenerazionale per sofferenze e soprusi, dotata di visione e magari pure in grado di esprimere quel protagonismo femminile – tutto fuorché di facciata – nel solco di «Donna, Vita, Libertà», capace di disegnare il necessario passaggio di trasformazione e sviluppo.</p>
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<title>Anche gli amministratori delegati mangiano panini</title>
<link>https://www.eventi.news/anche-gli-amministratori-delegati-mangiano-panini</link>
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Il profilo Instagram del capo di McDonald’s racconta la sua inadeguatezza, scatena l’ironia del web e fa la fortuna del panino di Burger King in uno dei più classici scontri tra titani gastronomici, che oggi passano dai social 
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:06 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="985" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lina-jhofepzyrr4-unsplash-rit.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lina-jhofepzyrr4-unsplash-rit.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lina-jhofepzyrr4-unsplash-rit-300x231.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lina-jhofepzyrr4-unsplash-rit-1024x788.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lina-jhofepzyrr4-unsplash-rit-768x591.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/lina-jhofepzyrr4-unsplash-rit-1200x923.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="text-neutral-content-strong m-0 font-bold text-18 xs:text-24 mb-xs px-md xs:px-0 xs:mb-md overflow-hidden" dir="auto" aria-label="Titolo del post: Il CEO di McDonald’s, Chris Kempczinski, diventa virale dopo aver mostrato riluttanza a mangiare i suoi stessi hamburger—prende un piccolo morso, sembra a disagio e definisce il cibo “prodotto.”" aria-describedby="feed-post-credit-bar-t3_1rhug58">Chi avrà convinto il pallido, magro ed emaciato Ceo di McDonald’s, Chris Kempczinski, a realizzare un video in cui racconta e assaggia il nuovo panino del gruppo? Quale crudele ufficio marketing e comunicazione ha davvero pensato che mettere il suo capo su Instagram, mentre addenta un micropezzetto di Big Arch come un influencer qualsiasi, fosse una buona idea? Chi ha deciso di piazzare una telecamera in faccia a un signore che con ogni probabilità non ha mai visto Instagram in vita sua, dall’alto dei suoi studi nelle migliori università canadesi? Eppure, Kempczinski è lì, imbarazzato e a disagio, a mordicchiare una minuscola parte del panino «il resto lo tengo per pranzo» e a dirci quando è buono con la cipolla, i cetriolini, la lattuga e il sesamo. È lì in quello che speriamo per lui non sia il suo ufficio: mobili di laminato chiaro, disordine indistinto sulla mensola in fondo, un cartello da poste e telegrafi, una porta di vetro aperta. Nessun influencer avrebbe scelto quel contesto per promuovere il suo prodotto, e nessun influencer avrebbe indossato un anonimo maglioncino scollo a V grigio chiaro per farlo. Ma quello che ci racconta questa storia<span class="s1"> non è che un amministratore delegato mangi un panino davanti alla telecamera: il punto è che oggi glielo chiediamo. Governare una multinazionale non basta più: bisogna anche saper recitare la parte del cliente, possibilmente con naturalezza.</span></p>
<p dir="auto" aria-label="Titolo del post: Il CEO di McDonald’s, Chris Kempczinski, diventa virale dopo aver mostrato riluttanza a mangiare i suoi stessi hamburger—prende un piccolo morso, sembra a disagio e definisce il cibo “prodotto.”" aria-describedby="feed-post-credit-bar-t3_1rhug58">«È decisamente McDonald’s» è un modo carino per dire che fa schifo, scrive un utente su Reddit: ed è esattamente il sentimento che esprime questo brutto pezzo di inutile marketing social. Ma qualcun altro risponde: «Un team di persone strapagate ha visto questo video e ha deciso di postarlo». E in effetti qui sta il tema: a meno che, come fa notare un altro utente: «Nessuno se l’è sentita di parlare e dire all’amministratore delegato che poteva far meglio di così».</p>
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<div><svg width="50px" height="50px" viewbox="0 0 60 60" version="1.1" xmlns="https://www.w3.org/2000/svg" xmlns:xlink="https://www.w3.org/1999/xlink"><g stroke="none" stroke-width="1" fill="none" fill-rule="evenodd"><g transform="translate(-511.000000, -20.000000)" fill="#000000"><g><path d="M556.869,30.41 C554.814,30.41 553.148,32.076 553.148,34.131 C553.148,36.186 554.814,37.852 556.869,37.852 C558.924,37.852 560.59,36.186 560.59,34.131 C560.59,32.076 558.924,30.41 556.869,30.41 M541,60.657 C535.114,60.657 530.342,55.887 530.342,50 C530.342,44.114 535.114,39.342 541,39.342 C546.887,39.342 551.658,44.114 551.658,50 C551.658,55.887 546.887,60.657 541,60.657 M541,33.886 C532.1,33.886 524.886,41.1 524.886,50 C524.886,58.899 532.1,66.113 541,66.113 C549.9,66.113 557.115,58.899 557.115,50 C557.115,41.1 549.9,33.886 541,33.886 M565.378,62.101 C565.244,65.022 564.756,66.606 564.346,67.663 C563.803,69.06 563.154,70.057 562.106,71.106 C561.058,72.155 560.06,72.803 558.662,73.347 C557.607,73.757 556.021,74.244 553.102,74.378 C549.944,74.521 548.997,74.552 541,74.552 C533.003,74.552 532.056,74.521 528.898,74.378 C525.979,74.244 524.393,73.757 523.338,73.347 C521.94,72.803 520.942,72.155 519.894,71.106 C518.846,70.057 518.197,69.06 517.654,67.663 C517.244,66.606 516.755,65.022 516.623,62.101 C516.479,58.943 516.448,57.996 516.448,50 C516.448,42.003 516.479,41.056 516.623,37.899 C516.755,34.978 517.244,33.391 517.654,32.338 C518.197,30.938 518.846,29.942 519.894,28.894 C520.942,27.846 521.94,27.196 523.338,26.654 C524.393,26.244 525.979,25.756 528.898,25.623 C532.057,25.479 533.004,25.448 541,25.448 C548.997,25.448 549.943,25.479 553.102,25.623 C556.021,25.756 557.607,26.244 558.662,26.654 C560.06,27.196 561.058,27.846 562.106,28.894 C563.154,29.942 563.803,30.938 564.346,32.338 C564.756,33.391 565.244,34.978 565.378,37.899 C565.522,41.056 565.552,42.003 565.552,50 C565.552,57.996 565.522,58.943 565.378,62.101 M570.82,37.631 C570.674,34.438 570.167,32.258 569.425,30.349 C568.659,28.377 567.633,26.702 565.965,25.035 C564.297,23.368 562.623,22.342 560.652,21.575 C558.743,20.834 556.562,20.326 553.369,20.18 C550.169,20.033 549.148,20 541,20 C532.853,20 531.831,20.033 528.631,20.18 C525.438,20.326 523.257,20.834 521.349,21.575 C519.376,22.342 517.703,23.368 516.035,25.035 C514.368,26.702 513.342,28.377 512.574,30.349 C511.834,32.258 511.326,34.438 511.181,37.631 C511.035,40.831 511,41.851 511,50 C511,58.147 511.035,59.17 511.181,62.369 C511.326,65.562 511.834,67.743 512.574,69.651 C513.342,71.625 514.368,73.296 516.035,74.965 C517.703,76.634 519.376,77.658 521.349,78.425 C523.257,79.167 525.438,79.673 528.631,79.82 C531.831,79.965 532.853,80.001 541,80.001 C549.148,80.001 550.169,79.965 553.369,79.82 C556.562,79.673 558.743,79.167 560.652,78.425 C562.623,77.658 564.297,76.634 565.965,74.965 C567.633,73.296 568.659,71.625 569.425,69.651 C570.167,67.743 570.674,65.562 570.82,62.369 C570.966,59.17 571,58.147 571,50 C571,41.851 570.966,40.831 570.82,37.631"></path></g></g></g></svg></div>
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<p dir="auto" aria-label="Titolo del post: Il CEO di McDonald’s, Chris Kempczinski, diventa virale dopo aver mostrato riluttanza a mangiare i suoi stessi hamburger—prende un piccolo morso, sembra a disagio e definisce il cibo “prodotto.”" aria-describedby="feed-post-credit-bar-t3_1rhug58">Per noi, invece, la domanda che sorge spontanea è un’altra: ci interessa davvero sapere che il Ceo della più importante multinazionale dei panini mangi il suo “prodotto” (così lo chiama nel video, ndr)? E quando abbiamo iniziato a pretendere che i Ceo delle aziende fossero anche in grado di mangiare panini davanti alla videocamera del telefono? La bella presenza social è diventata davvero così determinante da essere una skill richiesta a chi di mestiere governa numeri e persone? O stiamo semplicemente sbagliando strada, ottica, idea, quando pretendiamo di rendere tutto pop facendolo passare dagli scroll del dito? Ma poi, guardando meglio il feed del nostro Kempczinski scopriamo che questa mania di esposizione, forse, non dipende affatto da un ufficio marketing particolarmente zelante, ma dalla sua mania di visualizzazioni: il nostro è solito pontificare su Instagram, non è un novellino della telecamera, anzi, usa spesso questo strumento per comunicare le sue idee e i suoi prodotti con l’account <span class="x1lliihq x193iq5w x6ikm8r x10wlt62 xlyipyv xuxw1ft"><a href="https://www.instagram.com/chrisk_mcd/">@chrisk_mcd</a>. Basta guardare i numeri dei suoi altri reel, per capire che ha avuto ragione lui: più di sei milioni questo, poco più di duecentomila gli altri. Se fossimo il Ceo di McDonald’s forse manderemmo una lettera di richiamo a questo dipendente, che sfrutta la visibilità aziendale per avere un evidente riscontro personale. Un finale distopico che non ci aspettavamo, ma che dice di questa storia più di quanto ci aspettassimo. </span></p>
<p dir="auto" aria-label="Titolo del post: Il CEO di McDonald’s, Chris Kempczinski, diventa virale dopo aver mostrato riluttanza a mangiare i suoi stessi hamburger—prende un piccolo morso, sembra a disagio e definisce il cibo “prodotto.”" aria-describedby="feed-post-credit-bar-t3_1rhug58">Avevamo ipotizzato che fosse riluttante a mangiare per una questione di benessere personale, che conoscesse il contenuto dei suoi panini abbastanza per non volerli mangiare, che non volesse ingrassare in un mondo in cui i pasti bilanciati hanno preso il posto delle abbuffate alla <em>men vs food</em>, che hanno perso appeal in un mondo ossessionato dal conteggio calorico. <span class="s1">Quando chiami un panino prodotto smetti di mangiarlo e inizi a venderlo, e la distanza tra le due cose, davanti alla telecamera, diventa evidente, soprattutto se – citando di nuovo i commenti online – «la tua </span>aura grida insalata di kale». In realtà fa un piccolo morso perché sa che dovrà parlare subito dopo, da sgamato produttore di reel, sceglie location familiari e non cool perché ha capito che il contesto aiuta le persone a empatizzare, della serie “lui è uno di noi”. Si mostra poco abile e imbranato per avere seguito e ironia, perché sa che ogni commento sotto a quel video produrrà una spirale virtuosa per il suo personal branding del futuro.</p>
<p class="text-neutral-content-strong m-0 font-bold text-18 xs:text-24 mb-xs px-md xs:px-0 xs:mb-md overflow-hidden" dir="auto" aria-label="Titolo del post: Il CEO di McDonald’s, Chris Kempczinski, diventa virale dopo aver mostrato riluttanza a mangiare i suoi stessi hamburger—prende un piccolo morso, sembra a disagio e definisce il cibo “prodotto.”" aria-describedby="feed-post-credit-bar-t3_1rhug58">Come sempre succede nel fast food globale, qualcuno ha colto l’occasione per rilanciare e riportare l’attenzione su di sé, in un proverbiale esercizio di real-time marketing. Burger King ha pubblicato <a href="https://vm.tiktok.com/ZNRmMuGxC/" target="_blank" rel="noopener">un video molto simile</a> in cui Tom Curtis, l’affascinante e yankissimo presidente di Burger King U.S. & Canada, addenta con un morso deciso un panino ricco, godurioso, in una cucina dinamica e con una camicia con le maniche arrotolate e un bel grembiule da vero griller. Le riprese sono palesemente informali ma costruite, luci studiate, inquadrature spigliate, vapore sullo sfondo, sorrisi e ironia si sprecano. Il viso è di quelli che non mentono, l’impostazione è palesemente da uomo che non deve chiedere mai: stesso formato, stesso gesto, ma risultato clamorosamente diverso. Internet ha deciso immediatamente chi fosse il più credibile, e come possiamo dar torto alla rete guardando la differenza tra i due?</p>
<p>Ma non solo i concorrenti si sono sfidati a colpi di social: come sempre, i Simpson hanno una gif anche per questo, ma i video sono diventati talmente virali da creare un trend con gli utenti di TikTok impegnati a fare la parodia del malcapitato, in un gioco al massacro che sta intrattenendo la rete, affaccendata sugli hamburger mentre altrove impazza la guerra, e il panino di McDonald’s, una volta simbolo del modo più economico e democratico di mangiare un pasto proteico, costa sempre di più.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-606217" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/h7y52az14fmg1-1.gif?x17776" alt="" width="480" height="360"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/anche-i-ceo-mangiano-panini/">Anche gli amministratori delegati mangiano panini</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Il sistema internazionale soccombe all’unilateralismo della forza</title>
<link>https://www.eventi.news/il-sistema-internazionale-soccombe-allunilateralismo-della-forza</link>
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<description><![CDATA[ 
Il multilateralismo è paralizzato, i conflitti si moltiplicano, e per evitare che il mondo scivoli definitivamente nelle mani delle grandi potenze predatorie serve un’alleanza internazionale delle democrazie fondata sui diritti umani e sul superamento del veto
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156134-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156134-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156134-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156134-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156134-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24156134-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p class="p1">Le democrazie sono imperfette. Litigiose. Lente. Ma sono l’unico luogo della storia in cui il conflitto non si risolve con le armi e con la violenza, ma con la parola che si fa dialogo. Questa forza è meno evidente, è più lenta, meno netta, e per questo nel marasma delle dittature che appaiono veloci, anche i nostri rappresentanti rinunciano a ciò che potrebbe salvarci: la permanenza del diritto di veto, in questo senso, a livello europeo e delle Nazioni Unite, è oggi la negazione strutturale della cultura democratica, che vive anche dell’accettazione della sconfitta d’essere minoranza.</p>
<p class="p1">Gli eventi di questi anni rendono impossibile un elenco esaustivo dei conflitti; basti pensare alle guerre di Putin dal 1999 a oggi, che comprendono Cecenia, Georgia e Ucraina; alle guerre in Afghanistan e Iraq; alla Siria e al terrorismo dell’Isis; alla guerra tra Israele e Palestina, con la presenza di organizzazioni terroristiche come Hamas, Hezbollah e gli Houthi, finanziate dall’Iran, oggi attaccato da Israele e Stati Uniti, fino al Sudan, senza dimenticare quanto accade in Sud America, in particolare il Messico, con la guerra interna contro i cartelli della droga e l’uccisione sistematica dei giornalisti.</p>
<p class="p1">Ma tutto questo non può lasciarci senza una riflessione seria sulla necessità di un reale cambio di paradigma e di un ritorno al punto nevralgico che deve guidare le scelte del futuro: i diritti umani non sono europei, occidentali o culturali. Sono universali.</p>
<p class="p1">Certo è che l’Unione europea, grazie ai suoi trattati e alle sue radici storiche, dall’Illuminismo alle costituzioni del secondo dopoguerra, ha costruito uno dei sistemi più avanzati di tutela dei diritti fondamentali. Ma proprio questa forza normativa rischia di trasformarsi in autoreferenzialità se non si traduce in responsabilità politica globale.</p>
<p class="p1">Per questo l’Unione Europea deve assumere la leadership nella costruzione di una Coalizione Internazionale delle Democrazie: non un blocco identitario, ma un’alleanza fondata sull’obbligo condiviso di riconoscere la giurisdizione penale internazionale, di superare la paralisi del veto e di affermare che il diritto deve prevalere sulla forza e l’intervento armato deve essere extrema ratio concordata a livello transnazionale, basti ricordare l’appoggio di Marco Pannella alla Nato nel 1999 intervenuta contro il regime di Slobodan Milosevic per fermare il massacro in atto.</p>
<p class="p1">Nel cosiddetto vecchio continente è diffusa questa consapevolezza? Siamo pronti a fare i passi avanti necessari? Francia e Regno Unito (membri del Consiglio di Sicurezza Onu) hanno votato favorevolmente al piano di pace proposto da Trump per Gaza e accolto favorevolmente il Board of Peace tramite risoluzione Onu, creando un precedente pericolosissimo per il sistema multilaterale a livello mondiale. Tant’è che la risoluzione 2803/2025 votata in novembre è oggetto di dibattito giuridico, in quanto si potrebbe configurare la violazione degli articoli 1, 2, 24, 52 e 54 della Carta delle Nazioni Unite.</p>
<p class="p1">La domanda ritorna: ne siamo consapevoli? Esistono differenze profonde tra conflitti regionali, guerre per procura, operazioni contro attori non statali e l’invasione su larga scala di uno Stato sovrano e democratico da parte di un altro Stato membro permanente del Consiglio di Sicurezza. L’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa non è una guerra come le altre: è un attacco diretto all’ordine internazionale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite, al principio di integrità territoriale e alla possibilità stessa che le controversie tra Stati vengano risolte senza la forza. Quell’evento ha aperto una falla che rischia di travolgere tutto.</p>
<p class="p1">Una vittoria russa in Ucraina non chiuderebbe il conflitto: lo sposterebbe più a ovest. Moldova e Georgia sono già sotto pressione. I Paesi baltici e la Polonia subiscono da anni operazioni ibride, cyberattacchi, intimidazioni militari. Per questo, al netto di ogni discussione sulle incoerenze occidentali, va respinta al mittente la retorica del Cremlino sulle presunte violazioni del diritto internazionale: è la Russia ad aver scatenato la più grave guerra di aggressione in Europa dal 1945, invadendo un Paese sovrano e democratico.</p>
<p class="p1">Non tutti i conflitti presentano la stessa natura giuridica. E confonderli significa indebolire proprio il principio che vogliamo difendere.</p>
<p class="p1">In questo senso, un’Organizzazione internazionale delle democrazie eleverebbe i diritti umani a cardine dell’ordine globale, sottraendoli alla discrezionalità delle potenze e alla paralisi del veto. Perché la vera alternativa non è tra Oriente e Occidente, tra blocchi o alleanze. È tra il diritto della forza e la forza del diritto; è tra dittature, teocrazie, democrature, oligarchie e lo stato di diritto, la separazione dei poteri e la laicità che sono i pilastri di una democrazia liberale e libera. Se le democrazie non avranno il coraggio di organizzarsi per affermare i propri valori non sapranno nemmeno difendere loro stesse.</p>
<p class="p1">I punti interrogativi che abbiamo davanti per procedere in questo percorso sono almeno due e sono enormi. Il primo riguarda il voltafaccia degli Stati Uniti di Donald Trump che con ogni evidenza sono divenuti motore di un confronto internazionale basato esclusivamente sulla forza militare e sulla convenienza.</p>
<p class="p1">Il secondo riguarda la fragilità delle democrazie europee che potrebbero presto portare al governo leader e partiti profondamente antieuropei o addirittura antidemocratici colpiti come sono dalla guerra ibrida di Mosca.</p>
<p class="p3"><span class="s1">Ma l’alternativa non può essere, per noi di Europa Radicale, l’inerzia o l’inazione di fronte alle difficoltà. Lottiamo per costruire diritto e diritti, per dare corpo al metodo nonviolento come alternativa, e vogliamo su questo coinvolgere governi e parlamenti. Senza una nuova struttura internazionale che metta assieme chi crede fermamente nella democrazia e nello stato di diritto, nella prevalenza del diritto internazionale, ci troveremo giocoforza immersi e soffocati dal nuovo ordine mondiale. Non una bella prospettiva.</span></p>
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<title>Con “Lunedì”, Tutti Fenomeni supera l’ironia per fare spazio ai sentimenti</title>
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Dimenticate le provocazioni algide: con il nuovo disco prodotto da Giorgio Poi, Giorgio Quarzo Guarascio raggiunge una nuova maturità artistica, spogliando il suo pop di ogni maschera
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Con, “Lunedì”, Tutti, Fenomeni, supera, l’ironia, per, fare, spazio, sentimenti</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="848" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-2.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-2.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-2-300x199.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-2-1024x678.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-2-768x509.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-2-1200x795.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Nato con il mito di Battiato nell’era della trap, Tutti Fenomeni – pseudonimo di Giorgio Quarzo Guarascio (classe 1996) – è una delle figure più atipiche e brillanti del panorama musicale italiano contemporaneo. Romano di Monteverde, è emerso inizialmente nella scena “post-trap” capitolina con i Tauro Boys, per poi evolversi in un cantautore solista, colto e provocatorio, capace di mescolare citazioni di Battiato con l’estetica dei meme, conditi con un malsano cinismo generazionale.</span></p>
<p><span>Definito spesso come un “trapper per intellettuali” o un “cantautore post-moderno”, Guarascio ha costruito la sua identità sui contrasti. Nei suoi testi convivono pacificamente riferimenti a Mozart, Elon Musk, alla filosofia classica e al “trash” nazionalpopolare. Una voce da call-center, quasi distaccata, che recita versi spiazzanti e ironici su basi che spaziano dall’indie-pop all’elettronica d’avanguardia. Dopo l’esordio con </span><i><span>Merce Funebre</span></i><span> (2020) e il successivo </span><i><span>Privilegio Raro</span></i><span> (2022) — entrambi prodotti da Niccolò Contessa (I Cani) — si è preso una pausa anche per debuttare come attore nel film </span><i><span>Enea</span></i><span> di Pietro Castellitto, nel ruolo di Valentino.</span></p>
<p><span>Il nuovo album </span><i><span>Lunedì </span></i><span>è stato rilasciato venerdì 23 gennaio 2026 dall’etichetta discografica 42 Records, e segna una svolta importante nella sua carriera: rappresenta il capitolo della maturità. Un disco che risulta più accogliente: il suono è più caldo e accessibile rispetto ai lavori precedenti, anche per la collaborazione con Giorgio Poi. Il lunedì è descritto dall’artista come il giorno più borghese della settimana, ma anche come quello più terreno: non promette rivoluzioni, ma esalta la routine, la ripartenza dopo il weekend, e smaschera la vulnerabilità di chi ha smesso di mentirsi. Tra l’amore artificiale di </span><i><span>La ragazza di Vittorio</span></i><span>, la critica all’ego di </span><i><span>Vanagloria</span></i><span> e l’intimismo di </span><i><span>Col tuo nome</span></i><span>, il disco si chiude con l’orchestrazione di </span><i><span>Love is not enough</span></i><span>. Un album in cui la maschera del provocatore si abbassa, per lasciare spazio ai sentimenti.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606159" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-606159 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cover-album-lunedi-1-1024x1024.jpg?x17776" alt="Tutti Fenomeni. Foto di Lorenzo Castore " width="529" height="529" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cover-album-lunedi-1-1024x1024.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cover-album-lunedi-1-300x300.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cover-album-lunedi-1-150x150.jpg 150w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cover-album-lunedi-1-768x768.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cover-album-lunedi-1-1200x1200.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/cover-album-lunedi-1.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 529px) 100vw, 529px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Tutti Fenomeni. Foto di Lorenzo Castore</em></figcaption></figure>
<p><strong>Il nuovo album che esce dopo tre anni di silenzio, in cui hai anche esplorato altre forme d’arte. <i>Lunedì</i> è un disco di ripartenza?</strong><b><br>
</b><span>Sì, diciamo dopo un lungo weekend. Devo dire che, molto onestamente – non che interessi veramente a qualcuno –, ma i titoli nascono sempre dopo. Però per una volta c’era questo desiderio di dire che c’era una sorta di ripartenza, di rinascita,  una piccola rivoluzione settimanale. </span><span>È</span><span> emblematico anche il fatto che nella copertina per la prima volta in copertina ho messo il mio volto, la mia faccia. Volevo dare un’immagine diversa e anche sonoramente, grazie al lavoro insieme a Giorgio Poi. Secondo me ci siamo riusciti abbastanza bene. Però volevo che questa ripartenza, questa rinascita, anche a volte fosse un’illusione di ripartire. Mi piace quella poeticità e quell’illusorietà del lunedì, che è un giorno in cui prometti, prometti, ma poi alla fine forse farai sempre gli stessi errori. </span></p>
<p><strong>Quanto ha influito questa pausa sul tuo lavoro artistico?</strong> <span><br>
</span><span>Sì, di sicuro sono cambiato, sicuramente anche anagraficamente sia perché ho vissuto questa esperienza al cinema. Mentre i primi due dischi erano i dischi di un ragazzo di vent’anni, questo è quasi di un ragazzo di trent’anni, quindi forse è un uomo. È un chiedersi se sto diventando un uomo, se sto diventando realmente un cantante, se mi sto destreggiando realmente in questa cosa. Quindi questo disco prova a toglierci un pochino questi interrogativi. </span></p>
<p><strong>Che cosa è cambiato rispetto a prima?</strong><span><br>
</span><span>Diciamo che l’humus, il sottotesto culturale che mi colpisce e che mi affascina resta sempre lo stesso, ma in questo disco metto un pochino di più la prima e la seconda persona del modo indicativo. L’altro era più un disco in terza persona, un album in cui io davo opinioni sul mondo, ma lo facevo da dietro una maschera. Qui c’è di più una sorta di autoanalisi, di psicanalisi, e quindi è per questo che mi sembra un disco più maturo, diciamo. E si nota a livello di testi ma anche di suoni.</span></p>
<p><strong>Quella di raccontarti in prima persona è stata una scelta ben pensata o è avvenuta fisiologicamente, con la crescita? </strong><span><br>
</span><span>Entrambe le cose. Fare dei dischi in maniera libera è proprio questo: lasciarsi guidare da quello che viene dal tuo sottotesto ed inconscio emotivo. Quindi devo dire che è stato connaturato alle mie scelte di vita e ovviamente ogni volta ritrovare l’energia, la forza, l’originalità, l’ispirazione per fare un disco non è facile, ma insomma è un disco che proprio mi sentivo di dover fare, e sono molto contento.<br>
</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606156" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-606156 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-3-988x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="663" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-3-988x1024.jpg 988w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-3-289x300.jpg 289w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-3-768x796.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-3-1158x1200.jpg 1158w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tutti-fenomeni-foto-di-lorenzo-castore-3.jpg 1235w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Tutti Fenomeni. Foto di Lorenzo Castore</em></figcaption></figure>
<p><strong><i>Merce Funebre</i> e <i>Privilegio Raro </i>sono dei dischi molto sarcastici e ironici. In questo album si parla più di amore e di tenerezza. Che rapporto hai con il sarcasmo e con l’ironia?</strong><b><br>
</b><span>La componente ironica, sarcastica, cinica è meno presente perché poi il primo ascoltatore, il primo destinatario della mia musica, sono io. Ho smesso anche di farmi ridere. Sono una persona abbastanza piacevole come amico, però sono anche esagerato, e quindi così come nella musica sto cercando di esagerare un pochino meno ,e far prevalere emozioni vere. Insomma, in questo disco manifesto proprio una necessità che ho io di tenerezza e di amore nei miei confronti, perché ho mortificato, deluso troppe volte le persone che mi hanno amato. È un grande disco di scuse e di ripartenza anche da quel punto di vista. Insomma, il mio rapporto con l’ironia, con il sarcasmo, e con la satira rimane sempre grande: sono delle cose che mi ispirano sempre e nel sottotesto rimarranno sempre. Però poi credo che fare musica sia anche cercare di realizzare un disco un pochino più elegante: non volevo soltanto stupire l’altro, ma volevo anche rispettare la musica, il mezzo stesso che stavo usando.</span></p>
<p><strong>Questo cambio di interlocutore artistico che cosa ha cambiato del tuo modo di vedere la tua musica?</strong> <b><br>
</b><span>Con Giorgio abbiamo fatto un lavoro proprio di rispetto innanzitutto delle melodie, delle tonalità, abbiamo scoperto insieme i miei limiti. Mentre con Niccolò ero il bambino che sognava di fare tutto e lui era lo strumento per darmi tutto quello che io volevo, anche di irrazionale; questo è un disco che prova a essere più razionale, a riconoscere i propri limiti ma anche a esaltare le proprie virtù. Di sicuro è cambiato il mio approccio di relazionarmi con l’altro: sono stato io più rispettoso anche nei confronti di un nuovo interlocutore artistico. Sarei curioso di vedere che disco farei con Contessa oggi, dopo queste esperienze che ho fatto. Però sono contento del percorso, del disco, e soprattutto di come è cantato perché Giorgio Poi ha fatto un bel lavoro per sfruttare al meglio le mie poche doti vocali, ma che comunque un minimo ci sono. </span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-606155" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-606155 " src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tf-striscione-piazzale-degli-eroi-roma-768x1024.jpg?x17776" alt="" width="482" height="643" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tf-striscione-piazzale-degli-eroi-roma-768x1024.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tf-striscione-piazzale-degli-eroi-roma-225x300.jpg 225w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tf-striscione-piazzale-degli-eroi-roma-900x1200.jpg 900w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/tf-striscione-piazzale-degli-eroi-roma.jpg 960w" sizes="auto, (max-width: 482px) 100vw, 482px"><figcaption class="wp-caption-text"><em>Striscione Piazzale Degli Eroi, Roma. Courtesy of the artist</em></figcaption></figure>
<p><strong>I tuoi brani sono pieni di citazioni e di riferimenti culturali. Che cosa ti stimola e da che cosa trai ispirazione?</strong> <b><br>
</b><span>Mi stimola tantissimo la paura di perdere, la paura di perdermi qualsiasi cosa. Vivo  una sorta di “fomo della citazione”, del riferimento culturale. Una delle mie peculiarità è che sono sempre pronto a rubare, a prendere tutto quanto quello che mi colpisce. In questo disco in particolar modo ho cercato di non avere delle fonti precise, mentre negli altri dischi se mi piaceva Chopin volevo metterci Chopin, se mi piaceva Proust volevo metterci Proust. Qui ho cercato più di andare a memoria con tutte le cose che mi sono segnato negli anni, e collegarle all’emozione. </span></p>
<p><strong>Questa “fomo della citazione” è dettata dal voler impressionare chi ascolta o è una tua ossessione?</strong><b><br>
</b><span>È una ricerca mia. Una frase mi potrebbe cambiare la vita, perché le frasi sono mantra: qualcosa tra il sacro e il pubblicitario. Siccome le frasi e certe parole hanno dei valori quasi ipnotici, salvifici su di me, io cerco di collezionarle e poi di ridarle agli altri. Per me certe cose sono così fondamentali da cambiarti la vita, ed è da lì che poi nasce tutto il mio trip di fare le canzoni.</span></p>
<p><strong>Perchè il nome Tutti Fenomeni?</strong> <span><br>
</span><span>A Roma “tutti fenomeni” è una battuta per dire che sono tutti bravi, però in realtà mi sono reso conto che mi piaceva questa pluralità, mi piaceva questo antinome, questo nome plurale. Quindi alla fine questo è il vero motivo.</span></p>
<p><span>Dopo i tre concerti primaverili in programma il 9 aprile (sold out) e il 10 aprile all’Atlantico a Roma e il 22 maggio al MI AMI a Milano, Tutti Fenomeni porterà il suo nuovo album </span><i><span>Lunedì</span></i><span> per tutta l’estate nei migliori festival italiani. Il tour, organizzato da DNA concerti, comincerà il 1° giugno al Meeting del Mare a Marina di Camerota (SA) per poi proseguire il 2 luglio al Flowers Festival a Collegno (TO), il 23 a Miralteatro d’Estate a Pesaro, il 10 agosto al Mish Mash Festival a Milazzo (ME), il 12 al Color Festival a Lamezia Terme (CZ).</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/tutti-fenomeni-album-ironia-maturita-artistica/">Con “Lunedì”, Tutti Fenomeni supera l’ironia per fare spazio ai sentimenti</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Chi decide cosa mangiano i bambini?</title>
<link>https://www.eventi.news/chi-decide-cosa-mangiano-i-bambini</link>
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<description><![CDATA[ 
La pubblicità alimentare non vende solo prodotti, ma costruisce normalità. Mentre l’Europa si muove con restrizioni vincolanti e nuovi paradigmi di tutela ambientale, l’Italia resta ancorata a un’autodisciplina fragile. Un viaggio tra le normative di Regno Unito, Spagna e Norvegia per capire come l’ambiente comunicativo influenzi la salute e il libero arbitrio delle nuove generazioni
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Chi, decide, cosa, mangiano, bambini</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="1207" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/george-dagerotip-7d8shqf3pty-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="unsplash" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/george-dagerotip-7d8shqf3pty-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/george-dagerotip-7d8shqf3pty-unsplash-300x283.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/george-dagerotip-7d8shqf3pty-unsplash-1024x966.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/george-dagerotip-7d8shqf3pty-unsplash-768x724.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/george-dagerotip-7d8shqf3pty-unsplash-1200x1132.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Il dibattito sulle pubblicità alimentari rivolte ai minori viene spesso ridotto a una questione di tabelle nutrizionali: grammi di zucchero, eccesso di grassi, conteggio calorico. Ma fermarsi alla chimica del cibo significa ignorare la natura del problema. Il vero nodo non riguarda soltanto cosa mangiano i bambini, bensì chi ha l’autorità di parlare loro e con quale legittimità. La pubblicità, infatti, non è un semplice invito all’acquisto; è un’agenzia educativa informale che costruisce nuovi canoni di normalità, orienta i desideri e stabilisce, giorno dopo giorno, ciò che appare quotidiano e accettabile.</p>
<p>Quando il cibo entra nel perimetro della comunicazione commerciale, smette di essere materia e diventa linguaggio. Nei messaggi che intercettano l’infanzia – direttamente o per riflesso – il confine tra il racconto del mondo e la persuasione finalizzata al profitto svanisce. È in questa zona grigia che il tema da sanitario si fa politico: la questione non è più se il singolo genitore sappia scegliere, ma in quale ambiente comunicativo stiamo facendo crescere le nuove generazioni. Per decenni, la risposta delle istituzioni è stata l’educazione alimentare. Un paradigma rassicurante, che sposta l’intero peso della responsabilità sulle spalle di famiglie e scuole, ma che paradossalmente lascia intatto il sistema che produce e bombarda di esposizione. È come pretendere di insegnare a qualcuno a nuotare mentre lo si spinge costantemente in mare aperto durante una tempesta.</p>
<p>Nel frattempo, la metamorfosi del marketing ha reso questa tempesta invisibile. Non siamo più di fronte alla separazione netta dello spot televisivo, che il bambino poteva almeno identificare come una pausa dal cartone animato. Oggi la pressione commerciale si è fatta liquida, mimetizzandosi nel tessuto stesso della socialità digitale. Si è passati dalla “pubblicità che interrompe” alla “pubblicità che abita”. Quando un bambino partecipa a una sfida sui social network o interagisce con un marchio all’interno di un mondo virtuale, non percepisce un’intrusione commerciale: sta vivendo un’esperienza in cui il brand è il suo compagno di giochi o lo strumento necessario per essere accettato dai coetanei. La vulnerabilità del minore non risiede dunque solo nella sua immaturità critica, ma nel fatto che il messaggio commerciale è diventato indistinguibile dalla realtà vissuta. Non è più un consiglio per gli acquisti, è una proposta di identità.</p>
<p>È su questo squilibrio strutturale che si fonda il cambio di paradigma che sta attraversando l’Europa. <a href="https://www.who.int/publications/i/item/9789240075412?utm_" target="_blank" rel="noopener">L’Organizzazione mondiale della sanità</a> ha smesso di considerare il marketing di alimenti “non salutari” come un rumore di fondo, classificandolo come un vero e proprio fattore ambientale nocivo. I dati supportano questa urgenza: diversi <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/27427474/" target="_blank" rel="noopener">studi</a>, tra cui meta-analisi pubblicata su <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30576057/" target="_blank" rel="noopener"><u>Pubmed</u></a>, evidenziano come i bambini esposti a pubblicità di cibi ultra-processati consumino in media tra le cinquanta e le sessanta calorie extra rispetto a un pubblico non esposto. Il ragionamento dell’Oms è dunque lineare: se l’esposizione costante influenza le preferenze in una fase in cui la capacità critica è ancora in formazione, allora non stiamo parlando di libero mercato, ma di condizionamento sistemico. Le abitudini che si sedimentano nell’infanzia non sono scelte, sono impronte che precedono la capacità stessa di mettere in discussione il mondo.</p>
<p>Per questo motivo, diversi Paesi hanno iniziato a trattare la pubblicità non più come un diritto di espressione delle aziende, ma come un’attività da limitare per il bene pubblico. Il <a href="https://www.gov.uk/government/publications/restricting-advertising-of-less-healthy-food-or-drink-on-tv-and-online-products-in-scope/restricting-advertising-of-less-healthy-food-or-drink-on-tv-and-online-products-in-scope?utm_" target="_blank" rel="noopener">Regno Unito</a>, con l’Health and Care Act 2022, ha tracciato una linea netta: se un prodotto è oggettivamente dannoso per la salute pubblica (secondo i parametri <a href="https://commonslibrary.parliament.uk/research-briefings/cbp-10061/?utm" target="_blank" rel="noopener">Hfss</a>: <em>high fat, salt and sugar</em>), lo Stato ha il dovere di abbassare il volume della sua pressione commerciale. Questo significa vietarne la promozione online e nelle fasce orarie televisive prima delle ore ventuno (il cosiddetto <em>watershed</em>). È il riconoscimento che l’esposizione conta più dell’intenzione educativa.</p>
<p>La <a href="https://elpais.com/sociedad/2026-02-16/el-80-de-la-poblacion-esta-a-favor-de-prohibir-la-publicidad-de-alimentos-no-saludables-para-menores-segun-consumo.html?utm_" target="_blank" rel="noopener">Spagna</a> e il Portogallo hanno fatto un passo ulteriore, affrontando il tema della credibilità e dell’origine dei criteri. In Spagna si dibatte sul ruolo degli influencer attraverso nuovi codici di condotta mirati, comprendendo che la persuasione oggi passa per figure percepite come vicine e affidabili. In Portogallo, la <a href="https://nutrimento.pt/wp-content/uploads/2024/11/Impact-Assessment-Study-Law-30-3019_Food-marketing-and-advertising.pdf?utm_" target="_blank" rel="noopener">Lei n.º 30/2019</a> ha ancorato i divieti a criteri nutrizionali tecnici (i <a href="https://www.who.int/europe/publications/i/item/WHO-EURO-2023-6894-46660-68492?utm_" target="_blank" rel="noopener"><em>Nutrient Profile Models</em></a>) definiti direttamente dalle autorità sanitarie, sottraendo alle aziende il potere di auto-certificare la bontà dei propri prodotti. Senza una definizione terza e scientifica di cosa sia “salutare”, la protezione dei minori resta un esercizio puramente simbolico e privo di efficacia.</p>
<p>In questo solco si inserisce anche la scelta della <a href="https://www.regjeringen.no/en/whats-new/norway-introduces-ban-on-marketing-of-unhealthy-food-and-drinks-towards-childrenbud/id3126894/?utm_" target="_blank" rel="noopener">Norvegia</a>, che ha spinto il limite della tutela fino ai 18 anni attraverso il proprio organismo di regolamentazione (MFU). È una decisione che riconosce una verità spesso ignorata: la vulnerabilità cognitiva non si esaurisce con l’infanzia. L’adolescenza è la fase in cui il bisogno di appartenenza e la ricerca di status sono più fragili, e il marketing alimentare ne approfitta per trasformare il consumo di determinati prodotti in un rito di identità. La norma norvegese, dunque, non protegge solo la salute metabolica, ma l’integrità di un processo di crescita che la pressione commerciale vorrebbe intercettare e monetizzare.</p>
<p>Qui emerge la tensione politica più profonda: l’accusa di paternalismo. Perché lo Stato dovrebbe decidere cosa può essere mostrato? La risposta europea suggerisce che la neutralità non esiste. Se lo Stato non interviene, non sta garantendo la libertà, sta semplicemente lasciando il campo a chi ha più risorse per occupare l’immaginario dei cittadini.</p>
<p>Questa logica trova la sua massima espressione quando il criterio di protezione si sposta dalla salute del corpo a quella del pianeta. I casi di <a href="https://www.theguardian.com/world/2022/sep/06/haarlem-netherlands-bans-meat-adverts-public-spaces-climate-crisis?utm_" target="_blank" rel="noopener">Haarlem</a> e <a href="https://www.euronews.com/2026/02/06/amsterdam-to-enact-landmark-ban-on-fossil-fuel-and-meat-advertising-in-public-spaces?utm" target="_blank" rel="noopener">Amsterdam</a>, che hanno iniziato a escludere dai propri spazi pubblici le pubblicità della carne o dei combustibili fossili, non sono deviazioni dal tema, ma la sua evoluzione naturale. Il principio è lo stesso: l’incoerenza istituzionale. Non si può chiedere ai cittadini di ridurre le emissioni o di mangiare in modo sostenibile se, allo stesso tempo, lo spazio urbano continua a gridare l’esatto opposto. La pubblicità diventa così un test di coerenza: ciò che una comunità decide di non promuovere rivela quale idea di futuro intende rendere più facile da desiderare.</p>
<p>In Italia, questo passaggio logico sembra ancora lontano. Il nostro sistema si regge quasi interamente sull’autodisciplina dello <a href="https://www.iap.it/codice-e-altre-fonti/regolamenti-autodisciplinari/regolamento-alimentari-bevande-bambini/?utm" target="_blank" rel="noopener">Iap</a> (Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria) e sul suo Codice, in particolare l’articolo 11 dedicato ai minori. Si basa sul presupposto che il mercato sia in grado di auto-limitarsi, un’ipotesi che vacilla di fronte a un ecosistema digitale dove il messaggio è spesso opaco e personalizzato. Mentre altrove si discute di divieti strutturali, in Italia la prudenza istituzionale rischia di scivolare nella rinuncia. Esistono proposte legislative coraggiose, volte a limitare la promozione dei prodotti ultra-processati, ma restano ai margini di un dibattito che ancora fatica a vedere la pubblicità come una questione di salute pubblica.</p>
<p>Alla fine, la neutralità è un’illusione. Non è lo Stato a decidere cosa mangiano i bambini, né dovrebbero essere le aziende a modellare i loro desideri attraverso un’esposizione incessante. Stabilire regole sulla pubblicità significa riconoscere che la libertà di scelta non esiste nel vuoto. Esiste dentro un ambiente comunicativo che può amplificare o contenere la pressione del mercato. La vera questione politica non è decidere cosa i bambini debbano mettere nel piatto, ma decidere quali desideri vogliamo seminare nel loro immaginario.</p>
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<title>La strategia iraniana per logorare gli Stati Uniti passa dal Golfo Persico</title>
<link>https://www.eventi.news/la-strategia-iraniana-per-logorare-gli-stati-uniti-passa-dal-golfo-persico</link>
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<description><![CDATA[ 
Secondo il professore Jiang Xuequin, Teheran non deve sconfiggere militarmente Washington per ottenere un vantaggio strategico. Basta trasformare il conflitto in una crisi lunga e destabilizzante capace di colpire il sistema finanziario alimentato dai petrodollari del Golfo
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>strategia, iraniana, per, logorare, gli, Stati, Uniti, passa, dal, Golfo, Persico</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/christoph-schulz-jg3i8b5iyhi-unsplash.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/christoph-schulz-jg3i8b5iyhi-unsplash.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/christoph-schulz-jg3i8b5iyhi-unsplash-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/christoph-schulz-jg3i8b5iyhi-unsplash-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/christoph-schulz-jg3i8b5iyhi-unsplash-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/christoph-schulz-jg3i8b5iyhi-unsplash-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Un professore sinocanadese aveva previsto due anni fa che Donald Trump sarebbe tornato alla Casa Bianca e che gli Stati Uniti sarebbero finiti in guerra con l’Iran al fianco di Israele prima delle elezioni di metà mandato. Fino a pochi giorni fa poteva sembrare uno dei tanti Nostradamus che popolano l’internet geopolitico, e forse è ancora così; ma prima di archiviarlo nella categoria <em>wishful thinking,</em> o quella più inquietante dei propagandisti di Pechino, forse vale la pena ascoltare anche la terza previsione, altrettanto dettagliata e forse non così peregrina, </span><a href="https://youtu.be/7y_hbz6loEo" target="_blank" rel="noopener"><span>fatta il 29 maggio 2024</span></a><span>. </span></p>
<p><span>Jiang Xueqin, laureato a Yale in letteratura inglese nel 1999, nel suo canale dal titolo “Predictive History”, sostiene che gli Stati Uniti perderanno la guerra in Iran. La sua tesi non è che Teheran possa sconfiggere militarmente Washington in senso tradizionale, vista la superiorità tecnologica americana nel dominio aereo e navale. </span><span>All’Iran basterebbe rendere la guerra abbastanza lunga, costosa e destabilizzante da trasformarla in una sconfitta strategica americana, come insegnano Vietnam e Afghanistan. E fin qui ci sarebbe arrivato anche uno studente di Scienze Politiche; il dettaglio interessante sostenuto è “come” l’Iran può difendersi, nonostante l’eliminazione dei suoi vertici. </span></p>
<p><span>Nell’analisi di Jiang, la geografia del Golfo, la vulnerabilità economica delle monarchie petrolifere e la dipendenza dell’economia globale dallo stretto di Hormuz sono i veri dettagli a cui prestare attenzione. </span><span>Nel passaggio marittimo tra Iran e Oman transita circa un quinto del petrolio mondiale, tra i 18 e i 20 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi. La chiusura completa dello stretto sarebbe uno scenario estremo che anche la Cina </span><a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/cina-evita-scontro-crisi-iran-golfo-energia/" target="_blank" rel="noopener"><span>vuole evitare con tutti i mezzi possibili</span></a><span>. Ma, sostiene il professore, non sarebbe neppure necessario arrivare a tanto. Attacchi intermittenti alle rotte energetiche o alle infrastrutture della regione potrebbero già produrre effetti economici enormi.</span></p>
<p><span>Le prime vittime sarebbero le monarchie del Golfo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain: tra le economie più ricche del pianeta ma anche tra le più esposte dal punto di vista infrastrutturale. Gran parte della loro ricchezza dipende da un numero relativamente limitato di infrastrutture energetiche concentrate in poche aree costiere facilmente raggiungibili da missili o droni. Parliamo di raffinerie, terminal petroliferi,  impianti di liquefazione del gas, porti e oleodotti difficili da difendere in modo permanente perché ci si estendono per chilometri nel deserto o lungo la costa: obiettivi relativamente semplici per attacchi a basso costo come droni o missili a corto raggio.</span></p>
<p>I droni d’attacco iraniani, come i modelli Shahed, possono costare tra i 35 e i 50 mila dollari e Teheran sarebbe in grado di produrne centinaia al giorno, accumulando scorte che potrebbero già superare le decine di migliaia di unità. Per intercettarli gli Stati Uniti e i loro alleati devono usare sistemi di difesa come Patriot o Thaad, con missili che possono costare oltre un milione di dollari ciascuno. Neutralizzare un drone relativamente economico può così richiedere due o tre intercettori, moltiplicando rapidamente i costi della difesa.</p>
<p><span>Un altro punto vulnerabile della regione è l’acqua. Gran parte delle città del Golfo (Dubai, Abu Dhabi, Doha, Manama) dipendono quasi interamente da impianti di desalinizzazione che trasformano l’acqua del mare in acqua potabile. In molti paesi della regione questi impianti producono tra il 60 e il 90 per cento dell’acqua utilizzata dalla popolazione. Basterebbe distruggere alcune di queste infrastrutture civili per generare una crisi immediata senza nemmeno dover colpire le basi americane.  </span><span>Anche la perdita di un singolo grande impianto potrebbe lasciare metropoli di milioni di abitanti senza acqua potabile nel giro di pochi giorni, generando una crisi economica e politica immediata, difficile da risolvere per gli Stati Uniti. </span></p>
<p><span>Durante un’intervista nel programma </span><a href="https://youtu.be/4Ql24Z8SIeE" target="_blank" rel="noopener"><span>Breaking Points</span></a><span> il professore ha aggiornato la sua previsione, spiegando perché una crisi idrica nelle monarche del Golfo avrebbe ripercussioni dolorose per gli Stati Uniti. I fondi sovrani di Arabia Saudita, Emirati e Qatar gestiscono centinaia di miliardi di dollari investiti nei mercati occidentali, dalle infrastrutture energetiche ai progetti tecnologici, compresi i giganteschi data center e le infrastrutture dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti e in Europa.</span></p>
<p><span>«Gli stati del Golfo sono il perno dell’economia americana», ha spiegato nell’intervista. «Vendono petrolio e poi reinvestono quei petrodollari nei mercati finanziari occidentali». Una destabilizzazione della regione potrebbe quindi avere effetti indiretti anche sul sistema finanziario occidentale. «Se gli stati del Golfo non riuscissero più a vendere petrolio e a finanziare questi investimenti», ha aggiunto Jiang, «la bolla degli investimenti tecnologici potrebbe scoppiare»</span><span>. Un contraccolpo fatale per la crescita economica americana che si basa in questa fase sui progetti legati all’intelligenza artificiale. La Borsa americana crollerebbe, costringendo Trump a desistere dall’attacco all’Iran. </span></p>
<p><span>Le monarchie del Golfo potrebbero invece decidere di unirsi a Gerusalemme e Washington nella guerra, ma l’Iran è uno dei paesi più difficili al mondo da occupare militarmente. Ha oltre 80 milioni di abitanti, una superficie di circa 1,6 milioni di chilometri quadrati, quasi cinque volte quella dell’Italia. Una geografia dominata da altipiani e catene montuose come i monti Zagros e Alborz. Un’occupazione militare stabile richiederebbe numeri enormi, tra tre e quattro milioni di soldati. Una scala di mobilitazione fuori portata per gli Stati Uniti e i loro alleati, anche volendo. «In questo momento è una guerra di logoramento tra gli Stati Uniti e l’Iran», ha detto il professore a Breaking Points. «Gli iraniani si preparano a questo scenario da vent’anni».</span></p>
<p><span>La teoria del 2024 Jiang ha fatto acqua solo da una parte, come accade spesso alle analisi fatte prima che la realtà faccia il suo corso. Secondo il professore, Teheran avrebbe potuto contare sui suoi alleati regionali Hezbollah in Libano, milizie sciite in Iraq, il movimento Houthi nello Yemen, che avrebbero permesso a Teheran di colpire interessi americani e alleati regionali senza un confronto militare frontale. Ma negli ultimi mesi Israele si è mossa proprio per indebolire e destabilizzare quella rete di alleanze regionali costruita da Teheran.</span></p>
<p><span><a href="https://youtu.be/jIS2eB-rGv0" target="_blank" rel="noopener">Nell’ultimo video pubblicato</a>, Jiang ha sostenuto che la monarchia più a rischio sarebbe il Bahrain, sede della Quinta Flotta americana ma con una popolazione a maggioranza sciita governata da una monarchia sunnita. In uno scenario di guerra regionale, sostiene il professore, la pressione militare iraniana potrebbe intrecciarsi con tensioni settarie interne, trasformando il paese in uno dei primi punti di rottura dell’intero sistema di sicurezza del Golfo.</span></p>
<p><span>Inoltre, secondo il professore, l’eliminazione di Khomeini verrà interpretata dagli iraniani come un atto di martirio più che come una sconfitta militare, rafforzando la mobilitazione interna e radicalizzando la risposta iraniana. Ai suoi studenti (che non si vedono mai, quindi andiamo sulla fiducia) il professore ha detto: «Quando questa guerra sarà finita, il mondo non sarà più lo stesso». E questa, più che una previsione, sembra una constatazione.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/guerra-iran-stati-uniti-strategia-logoramento-golfo-economia-globale/">La strategia iraniana per logorare gli Stati Uniti passa dal Golfo Persico</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Da trent’anni discutiamo solo di regole del gioco, e mai di come vogliamo giocare</title>
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Come prevedibile, la maggioranza di centrodestra si sta dedicando a una riforma elettorale nuova fiammante, prima di tornare sull’eterna riforma del premierato
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20005986-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20005986-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20005986-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20005986-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20005986-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/20005986-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>A quanto pare anche il 2026, come ogni anno pre-elettorale che si rispetti, e spesso anche i precedenti, sarà occupato da una lunga battaglia attorno alla riforma delle istituzioni e della legge elettorale. Perché in Italia è ormai una prassi trentennale, il vero marchio di fabbrica della cosiddetta Seconda Repubblica: prima di ogni partita, i vincitori della partita precedente – fuor di metafora: il governo, o più precisamente i parlamentari della maggioranza – provano a cambiare le regole del gioco a proprio vantaggio. E lo fanno, va da sé, in nome del rinnovamento e della trasparenza, del diritto dell’elettore a decidere da chi vuole essere governato e soprattutto contro trame oscure e giochi di palazzo. Se una cosa non ci hanno tolto questi trent’anni di immobilismo politico, stagnazione economica e isteria istituzionale è il senso dell’ironia.</p>
<p>Dunque al centro del dibattito sono tornate niente di meno che la riforma del premierato – proposta avanzata già nella commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, anno 1997 – e soprattutto una legge elettorale nuova fiammante, che ovviamente, come tutte le precedenti, dovrebbe garantirci di sapere chi ha vinto «la sera stessa del voto».</p>
<p>Se avvertite un senso di déjà vu, non è un vostro problema. Tutto questo è infatti, inesorabilmente, già accaduto, salvo minime differenze di dettaglio. E non una, ma almeno quattro o cinque volte.</p>
<p>È accaduto nel 2005, quando il governo Berlusconi modificò la legge elettorale maggioritaria varata sull’onda del referendum del 1993 (il «Mattarellum») in un proporzionale con premio di maggioranza, con l’obiettivo (mancato per un soffio) di impedire la vittoria dell’opposizione di centrosinistra l’anno dopo. Non per niente il padre di quella legge elettorale, il leghista Roberto Calderoli, la definì onestamente per quello che era: «Una porcata». Per dovere di cronaca: proporzionale con premio di maggioranza è esattamente il tipo di legge elettorale di cui si sta parlando adesso.</p>
<p>È accaduto nel 2008, con l’indimenticabile gioco di sponda tra Walter Veltroni e quello che per tutta la campagna elettorale il leader del Partito democratico si ostinò a chiamare «il principale esponente dello schieramento a noi avverso», cioè Silvio Berlusconi: un patto tra gentiluomini in campagna elettorale che avrebbe dovuto portare a una definitiva riforma bipartitica e para-presidenzialista subito dopo. Cioè a istituzionalizzare quegli stessi comportamenti che al momento i partiti maggiori adottavano, diciamo così, per scelta (in verità, più il Pd che il Pdl), nella speranza di raccoglierne comunque i frutti nelle urne. Solo che della «polarizzazione» l’unico vero beneficiario fu Silvio Berlusconi, l’Innominato di cui sopra, e Veltroni poco dopo dovette passare la mano.</p>
<p>È accaduto nel 2012, con le trattative sulla legge elettorale fatte saltare da Pier Luigi Bersani, contrario alla reintroduzione delle preferenze e a un premio di maggioranza, pensate un po’, da lui giudicato troppo ridotto – motivi per cui, dichiarò, la legge ipotizzata ci avrebbe messo «tra Tangentopoli e la Grecia», intesi come simboli di corruzione e ingovernabilità – nella convinzione che alle elezioni del 2013 a vincere, e quindi a papparsi il premio, sarebbe stato lui. Come noto, il premio lo prese, alla fine, per un soffio, e gli andò di traverso. Si tratta peraltro di due argomenti, no alle preferenze e sì a un premio di maggioranza abnorme, diametralmente opposti a quelli che lo stesso Bersani avrebbe usato un paio d’anni dopo contro la riforma Renzi, ma ora non divaghiamo. Anzi, sì, divaghiamo, e ricordiamo pure che l’anno successivo la legge «porcata» sarebbe stata finalmente affossata dalla Corte costituzionale per due punti in particolare: indovinate un po’? Esatto: l’abnormità del premio e le liste bloccate.</p>
<p>È accaduto nel 2017, in vista delle elezioni del 2018, con l’invenzione del «Rosatellum», dopo l’infausta fine della grande riforma istituzionale voluta da Matteo Renzi, e quindi della legge elettorale cui era inestricabilmente legata («Italicum»), con il referendum del dicembre 2016. Riforma istituzionale e della legge elettorale che ovviamente, a loro volta, promettevano entrambe di garantirci di conoscere il vincitore la sera stessa del voto, e di non doverci pensare più per cinque anni filati.</p>
<p>Se a questo sommario elenco aggiungiamo poi anche il referendum del 1999 per abolire la quota proporzionale nella legge Mattarella, possiamo dire che il dibattito attorno al cambiamento della legge elettorale (e dell’architettura istituzionale) ha occupato l’intero dibattito pubblico praticamente sin dalla nascita della Seconda Repubblica e della pseudo-rivoluzione maggioritaria. Non è normale. In una democrazia sana la stabilità e la certezza delle regole, condivise e riconosciute da tutti, costituiscono la cornice fondamentale entro la quale il gioco politico può svolgersi liberamente. Noi invece da trent’anni, avendo fatto della cornice regolatoria l’essenza della lotta politica, pretendendo di abbattere il vecchio sistema e fondarne un altro sulla base di un referendum sulla legge elettorale, praticamente non parliamo più di nient’altro, e non combiniamo nient’altro.</p>
<p>L’attento lettore si sarà accorto del fatto che nella mia ricostruzione ho saltato giusto le ultime elezioni, quelle del 2022, ma solo perché in questo caso il dibattito sul cambiamento della legge elettorale e del sistema in generale non verteva su come renderli più maggioritari, più plebiscitari, più monocratici, ma contemplava al contrario la possibilità di un ritorno a un vero sistema proporzionale (senza premi di maggioranza o altri imbrogli). Ipotesi difficilissima, se non irrealizzabile, ma comunque fatta prontamente saltare da Enrico Letta, con il convinto aiuto di Giorgia Meloni, cui non deve essere parso vero di potersi unire a lui nella difesa del bipolarismo da ogni ipotesi di ritorno al proporzionale, con i loro continui duetti tesi a rinverdire ancora una volta il gioco della «polarizzazione» tra i due partiti maggiori, che tanta fortuna in questi trent’anni ha già portato al Partito democratico, da Veltroni in poi.</p>
<p>E insomma, eccoci qui. Ci risiamo. Io scommetto che ci cascano pure questa volta.</p>
<p><em>Questo è un articolo del numero di </em><em>Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, <a href="https://store.linkiesta.it/prodotto/linkiesta-magazine-04-25-scenari-2026/" target="_blank" rel="noopener">ordinabile qui.</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/elezioni-legge-elettorale-stabilicum-meloni/">Da trent’anni discutiamo solo di regole del gioco, e mai di come vogliamo giocare</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Trump ha scelto di accelerare ma non ha deciso verso dove</title>
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Quando qui è notte l’America annuncia l’inizio dell’offensiva di terra delle milizie curdo-irachene, che subito smentiscono, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Trump, scelto, accelerare, non, deciso, verso, dove</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24204226-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24204226-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24204226-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24204226-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24204226-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24204226-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Gli Stati Uniti annunciano un’accelerazione nelle operazioni militari in Iran e quando in Italia è già notte addirittura l’inizio dell’offensiva di terra, da parte delle milizie curdo-irachene, che però smentiscono. Un po’ come la collaborazione della Spagna, annunciata ieri dalla portavoce della Casa Bianca e subito smentita dal governo di Madrid. Il conflitto intanto continua ad allargarsi, con esiti imprevedibili. Un missile – si dice diretto verso Cipro – ha sorvolato il Mediterraneo ed è stato abbattuto nello spazio aereo turco, spingendo gli Stati Uniti a escludere immediatamente la possibile attivazione dell’articolo 5 della Nato (quello che ormai abbiamo tutti imparato a memoria, secondo cui un attacco a un paese membro sarà considerato come un attacco a tutti i paesi dell’alleanza). Dalla guerra lampo siamo passati insomma alla guerra random, in cui tanto gli obiettivi quanto i mezzi e i tempi necessari per raggiungerli cambiano costantemente, senza apparente motivo. È una guerra per impedire all’Iran di ottenere l’atomica, per cambiare regime, per cambiare i vertici del regime, per portare la democrazia?</p>
<p>Nessuna di queste opzioni sarebbe una passeggiata per qualunque presidente degli Stati Uniti, anche il più intelligente e preparato, figuriamoci per uno ridotto così. Anche ieri, ad esempio, Donald Trump è tornato sul suo argomento favorito, a proposito dell’Iran. «La loro leadership sta rapidamente scomparendo», ha dichiarato. «Tutti quelli che sembrano voler essere leader finiscono per morire. È una cosa incredibile, incredibile, quella che sta accadendo davanti ai nostri occhi». La mia impressione è che il gran finale <a href="https://www.linkiesta.it/2026/01/trump-finira-come-l-avvocato-di-sordi-in-troppo-forte/" target="_blank" rel="noopener">alla «Troppo forte»</a> della sua presidenza si stia avvicinando a grandi passi. Ma se per un momento smettiamo di seguire le continue e contraddittorie dichiarazioni di Trump e stiamo ai fatti, vediamo che nel comportamento del presidente americano ci sono alcune costanti, che consentono forse di azzardare qualche previsione.</p>
<p>Una certezza, ad esempio, è che dall’eventuale accordo, qualsiasi accordo sia raggiunto con Teheran, Trump e la sua famiglia usciranno più ricchi o troveranno comunque il modo di arricchirsi ulteriormente. La seconda certezza è che della democrazia e dei diritti umani gli importa meno di zero. <a href="https://www.ft.com/content/ff712094-c211-428e-aaca-c8a60d7c7de2" target="_blank" rel="noopener">Scrive in proposito Martin Wolf sul Financial Times</a>: «Che Trump lo avesse pianificato o meno, potrebbe aver creato le condizioni per un accordo con coloro che controllano le leve del potere in Iran. Un accordo del genere sarebbe accettabile per i paesi vicini, che non vogliono un Iran democratico. La potenza degli Stati Uniti sarebbe stata dimostrata. L’Europa e la Cina sarebbero state messe in imbarazzo. I governanti iraniani (e la famiglia Trump) sarebbero diventati più ricchi. Cosa ci sarebbe da non apprezzare in tutto questo, almeno per Trump?». Alla fine dei conti, sarebbe quell’esito venezuelano che sin dall’inizio Trump ha detto apertamente di considerare come modello. Ma anche nell’ipotesi che un simile accordo fosse rapidamente raggiunto, è difficile immaginare che un minuto dopo tutto tornerebbe come ai vecchi tempi, in Medio Oriente e non solo.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/trump-cia-e-curdi-il-piano-segreto-per-aprire-un-fronte-di-terra-in-iran/" target="_blank" rel="noopener"><em>Leggi anche l’articolo di Massimo Arcidiacono su questo tema.</em></a></p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/trump-ha-scelto-di-accelerare-ma-non-ha-deciso-verso-dove/">Trump ha scelto di accelerare ma non ha deciso verso dove</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Meloni e Crosetto al Quirinale da Mattarella, e il voto del Parlamento sugli aiuti militari al Golfo</title>
<link>https://www.eventi.news/meloni-e-crosetto-al-quirinale-da-mattarella-e-il-voto-del-parlamento-sugli-aiuti-militari-al-golfo</link>
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Il governo discute con il capo dello Stato gli scenari militari e politici del conflitto in Medio Oriente. Oggi i ministri di Esteri e Difesa riferiranno alle Camere su una risoluzione che potrebbe autorizzare l’invio di sistemi difensivi e aprire il dibattito sull’uso delle basi americane in Italia
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22179921-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22179921-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22179921-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22179921-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22179921-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/22179921-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>L’incontro al Quirinale è arrivato in una delle fasi più delicate della crisi in Medio Oriente. Prima il ministro della Difesa Guido Crosetto, poi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: a distanza di circa un’ora entrambi <a href="https://www.repubblica.it/politica/2026/03/05/news/iran_meloni_crosetto_mattarella_crisi-425200677/" target="_blank" rel="noopener">sono saliti al Colle</a> per due colloqui separati con il capo dello Stato Sergio Mattarella, capo supremo delle Forze armate. Sul tavolo gli scenari militari e le possibili scelte del governo italiano mentre il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele continua ad allargarsi.</p>
<p>La situazione viene descritta con toni molto preoccupati. Negli ambienti del Quirinale si parla di una crisi «grave», mentre Crosetto avrebbe definito il quadro internazionale «il momento più difficile degli ultimi decenni». La doppia visita al Colle arriva alla vigilia di una giornata parlamentare decisiva: oggi il governo riferirà alle Camere e chiederà il via libera a una risoluzione che offrirà la cornice politica per eventuali aiuti militari agli alleati del Golfo colpiti dalla risposta iraniana agli attacchi di Washington e Tel Aviv.</p>
<p>Secondo quanto emerso <a href="https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_marzo_04/iran-crosetto-quirinale-mattarella-89511fa8-df80-456e-8881-766191384xlk.shtml" target="_blank" rel="noopener">nelle ultime ore di ieri,</a> il colloquio tra Crosetto e Mattarella è servito soprattutto a illustrare il quadro tecnico. L’evoluzione del conflitto, i rischi di escalation e le possibili implicazioni per l’Europa. La premier, invece, avrebbe delineato al presidente le valutazioni politiche dell’esecutivo e le richieste di sostegno arrivate da alcuni Paesi dell’area, in particolare Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kuwait.</p>
<p>La crisi è stata al centro anche di un vertice di governo convocato in mattinata a Palazzo Chigi, con la partecipazione dei vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dei sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari e dei vertici dell’intelligence. Il confronto si è concentrato sugli sviluppi militari e sulle possibili conseguenze economiche del conflitto, mentre cresce la preoccupazione per un ulteriore allargamento dello scontro nella regione.</p>
<p>In questo quadro si inserisce anche il primo contatto diretto tra Roma e Washington dall’inizio della crisi: una telefonata tra il ministro degli Esteri Tajani e il segretario di Stato americano Marco Rubio. Il colloquio ha alimentato indiscrezioni su un possibile utilizzo delle basi militari statunitensi presenti in Italia, anche se fonti di governo assicurano che dagli Stati Uniti non è arrivata alcuna richiesta formale.</p>
<p>Il tema resta comunque sullo sfondo del confronto politico. Secondo quanto trapela, l’Italia potrebbe concedere l’utilizzo delle basi per finalità logistiche – come manutenzione o supporto tecnico alle operazioni – mentre appare molto più difficile immaginare un via libera per missioni offensive dirette contro l’Iran.</p>
<p>La giornata di oggi sarà dunque decisiva anche sul piano parlamentare. Tajani riferirà alla Camera alle 10 del mattino, mentre Crosetto parlerà al Senato nel pomeriggio. Al termine delle comunicazioni sarà votata una risoluzione di maggioranza che dovrebbe autorizzare il governo a <a href="https://www.repubblica.it/politica/2026/03/05/news/iran_pronto_invio_armi_basi_usa_per_logistica-425200681/" target="_blank" rel="noopener">fornire aiuti militari</a> difensivi ai Paesi del Golfo sotto attacco.</p>
<p>Secondo fonti parlamentari, il documento si concentrerà in particolare su sistemi di difesa: supporto anti-drone, munizioni e, se necessario, il dispiegamento di un sistema Samp-T per la difesa aerea. Tra le ipotesi sul tavolo ci sarebbe anche il possibile invio di una fregata della Marina militare italiana nelle acque di Cipro, Paese membro dell’Unione europea che nelle ultime ore è stato coinvolto indirettamente nelle tensioni regionali.</p>
<p>La scelta di passare attraverso una risoluzione parlamentare – e non con un decreto legge – consentirebbe al governo di ottenere un mandato politico dalle Camere mantenendo un margine di flessibilità operativa. Le eventuali decisioni operative dovrebbero comunque essere comunicate al Copasir, il comitato parlamentare che vigila sui servizi di intelligence.</p>
<p>Il voto però si inserisce in un quadro politico non privo di tensioni. Nella maggioranza la Lega invita alla cautela e insiste sulla necessità di lavorare per una de-escalation del conflitto, mentre le opposizioni promettono battaglia soprattutto sul nodo delle basi militari e sul rischio di un coinvolgimento diretto dell’Italia nelle operazioni militari.</p>
<p>Per ora l’esecutivo prova a mantenere una linea di equilibrio: sostegno agli alleati e protezione delle infrastrutture strategiche, ma evitando passi che possano trasformare il ruolo italiano da partner logistico a parte attiva nel conflitto. Una linea che nelle prossime ore dovrà passare dal vaglio del Parlamento, mentre la crisi regionale continua a evolversi rapidamente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/meloni-crosetto-mattarella-aiuti-militari-armi-guerra-golfo/">Meloni e Crosetto al Quirinale da Mattarella, e il voto del Parlamento sugli aiuti militari al Golfo</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>L’intelligence dice che la Russia è nostra nemica e Buttafuoco gli riapre la porta alla Biennale</title>
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Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<title>A Madrid e Londra regna la fermezza contro l’Iran, a Parigi la deterrenza nucleare, e Roma?</title>
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Enrico Cisnetto dialoga con Adriana Cerretelli, Giornalista ed Editorialista da Bruxelles Il Sole 24 Ore, Giuseppe Sarcina, Editorialista Corriere della Sera, Fabrizio Tassinari, Direttore Esecutivo School of Transnational Governance Istituto Universitario Europeo
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 01:30:05 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/a-madrid-e-londra-regna-la-fermezza-contro-liran-a-parigi-la-deterrenza-nucleare-e-roma/">A Madrid e Londra regna la fermezza contro l’Iran, a Parigi la deterrenza nucleare, e Roma?</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Maratona dell’Isola d’Elba 2026: pacchetti turistici per un weekend da runner</title>
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<description><![CDATA[ In vista della decima edizione della Maratona dell’Isola d’Elba, in programma il 10 maggio 2026, l’organizzazione propone pacchetti turistici per trasformare il weekend di gara in un’esperienza a 360 gradi tra sport, natura e scoperta del territorio. Soluzioni flessibili e modulari pensate per singoli atleti delle gare competitive e non competitive, ma anche per gruppi sportivi e accompagnatori. Un’occasione per andare oltre la corsa e vivere la maratona come un vero viaggio alla scoperta dell’isola ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:30:11 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Maratona-Isola-Elba-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">In vista della decima edizione della Maratona dell’Isola d’Elba, in programma il 10 maggio 2026, l’organizzazione propone pacchetti turistici per trasformare il weekend di gara in un’esperienza a 360 gradi tra sport, natura e scoperta del territorio. Soluzioni flessibili e modulari pensate per singoli atleti delle gare competitive e non competitive, ma anche per gruppi sportivi e accompagnatori. Un’occasione per andare oltre la corsa e vivere la maratona come un vero viaggio alla scoperta dell’isola]]> </content:encoded>
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<title>Satinatrice a tampone EBSC: la soluzione tuttofare per finitura perfetta di lamiere inox e tubolari</title>
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<description><![CDATA[ Scopri la satinatrice a tampone EBSC di Kuhlmeyer per lamiere in acciaio inox tagliate al laser. Ideale per Brescia, Mantova e Cremona, garantisce sbavatura, satinatura uniforme e rimozione cordoni di saldatura con nastri abrasivi in ossido di zirconio, alluminio e carburo di silicio. ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Satinatrice, tampone, EBSC:, soluzione, tuttofare, per, finitura, perfetta, lamiere, inox, tubolari</media:keywords>
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<title>Rally: Calore soddisfatto a metà del Vallate Aretine</title>
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<description><![CDATA[ Il quinto posto di classe gratifica solamente in parte il portacolori di Club 91 Squadra Corse, guardando al futuro con la voglia di crescere. ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Rally:, Calore, soddisfatto, metà, del, Vallate, Aretine</media:keywords>
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<title>Ottimi consensi per U&#45;Power al Sicur 2026</title>
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<description><![CDATA[ L’azienda di Paruzzaro ha confermato la sua leadership anche alla fiera di Madrid. ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Ottimi, consensi, per, U-Power, Sicur, 2026</media:keywords>
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<title>Danone: Chiara Gasparrini nuova Direttrice Operations Italia e Grecia</title>
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<description><![CDATA[ Con oltre 15 anni di esperienza nel Gruppo Danone e un solido percorso internazionale, guiderà le Operations in Italia e Grecia ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Tumori, il 6 marzo a Pavia “Vestis et Vulnus”: dal Seicento a oggi, il dialogo tra le allegorie del Borromeo e dieci storie di trasformazione</title>
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<description><![CDATA[ In occasione della Festa della Donna, il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica rende omaggio alle pazienti, in uno spettacolo che le trasforma in icone di forza e bellezza, unendo opere d’arte, recitazione, abiti “narranti”, musica e danza, sul palco di Palazzo Borromeo.
La regista Claudia Augusta Botta: “Dopo oltre quattro secoli, abbiamo dato vita alle figure allegoriche di Cesare Nebbia, simboli potenti per raccontare i cambiamenti profondi della vita”. Silvia Meneghello, CNAO: “E’ un progetto corale che abbiamo fortemente voluto, perché racconta il nostro modo di intendere la cura: accanto alla dimensione terapeutica c’è la persona, con il suo vissuto emotivo, relazionale, identitario” ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Vestis-et-Vulnus_locandina-light_def_stampa-compresso-copy-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">In occasione della Festa della Donna, il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica rende omaggio alle pazienti, in uno spettacolo che le trasforma in icone di forza e bellezza, unendo opere d’arte, recitazione, abiti “narranti”, musica e danza, sul palco di Palazzo Borromeo.
La regista Claudia Augusta Botta: “Dopo oltre quattro secoli, abbiamo dato vita alle figure allegoriche di Cesare Nebbia, simboli potenti per raccontare i cambiamenti profondi della vita”. Silvia Meneghello, CNAO: “E’ un progetto corale che abbiamo fortemente voluto, perché racconta il nostro modo di intendere la cura: accanto alla dimensione terapeutica c’è la persona, con il suo vissuto emotivo, relazionale, identitario”]]> </content:encoded>
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<title>Giornata Mondiale contro l’HPV, Pediatri di Famiglia (FIMP): “Vaccinare oggi per proteggere il domani dei nostri ragazzi”</title>
<link>https://www.eventi.news/giornata-mondiale-contro-lhpv-pediatri-di-famiglia-fimp-vaccinare-oggi-per-proteggere-il-domani-dei-nostri-ragazzi</link>
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<description><![CDATA[ In occasione della Giornata mondiale contro l’HPV che si celebra in tutto il mondo, la Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) richiama l’attenzione sull’importanza della prevenzione contro il Papillomavirus Umano, l’infezione più diffusa e responsabile di condilomi, lesioni pre-cancerose e diverse forme neoplastiche ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:30:10 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Giornata, Mondiale, contro, l’HPV, Pediatri, Famiglia, FIMP:, “Vaccinare, oggi, per, proteggere, domani, dei, nostri, ragazzi”</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Screenshot-copy-3-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">In occasione della Giornata mondiale contro l’HPV che si celebra in tutto il mondo, la Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) richiama l’attenzione sull’importanza della prevenzione contro il Papillomavirus Umano, l’infezione più diffusa e responsabile di condilomi, lesioni pre-cancerose e diverse forme neoplastiche]]> </content:encoded>
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<title>Obesità infantile emergenza di salute pubblica: D’Avino (FIMP): “Il Pediatra di Famiglia è primo alleato di bambini e famiglie”</title>
<link>https://www.eventi.news/obesita-infantile-emergenza-di-salute-pubblica-davino-fimp-il-pediatra-di-famiglia-e-primo-alleato-di-bambini-e-famiglie</link>
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<description><![CDATA[ In occasione della Giornata Mondiale contro l’Obesità, i Pediatri di Famiglia FIMP richiamano l’attenzione sulla centralità della prevenzione in età evolutiva e sul valore di un intervento precoce e continuativo a tutela della salute dei bambini ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/8wchjabelne-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="A woman sitting on top of a ball in front of a window" decoding="async">In occasione della Giornata Mondiale contro l’Obesità, i Pediatri di Famiglia FIMP richiamano l’attenzione sulla centralità della prevenzione in età evolutiva e sul valore di un intervento precoce e continuativo a tutela della salute dei bambini]]> </content:encoded>
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<title>Nord Adriatico: La moria della popolazione di vongole lupino mette a rischio l’equilibrio dell’ecosistema marino</title>
<link>https://www.eventi.news/nord-adriatico-la-moria-della-popolazione-di-vongole-lupino-mette-a-rischio-lequilibrio-dellecosistema-marino</link>
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<description><![CDATA[ Il collasso della popolazione di vongole Chamelea gallina nelle aree di Chioggia e Venezia rappresenta un grave rischio per la biodiversità secondo la non profit MSC Marine Stewardship Council. Almeno 300 famiglie di pescatori colpite dal fermo pesca ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Nord, Adriatico:, moria, della, popolazione, vongole, lupino, mette, rischio, l’equilibrio, dell’ecosistema, marino</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/1_clams-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Il collasso della popolazione di vongole Chamelea gallina nelle aree di Chioggia e Venezia rappresenta un grave rischio per la biodiversità secondo la non profit MSC Marine Stewardship Council. Almeno 300 famiglie di pescatori colpite dal fermo pesca]]> </content:encoded>
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<title>Iran e bollette: 166 euro di aumenti previsti</title>
<link>https://www.eventi.news/iran-e-bollette-166-euro-di-aumenti-previsti</link>
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<description><![CDATA[ 121 euro per la bolletta del gas e 45 euro per quella dell’energia elettrica. A tanto ammontano gli aumenti previsti dagli analisti di Facile.it per le bollette delle famiglie italiane a causa del conflitto in corso in Iran. Il calcolo, effettuato considerando le stime di PUN e PSV per i prossimi 12 mesi, porta quindi il […] ]]></description>
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<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:30:09 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
<media:keywords>Iran, bollette:, 166, euro, aumenti, previsti</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/Osservatorio-energia-c-Michele_lr-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">121 euro per la bolletta del gas e 45 euro per quella dell’energia elettrica. A tanto ammontano gli aumenti previsti dagli analisti di Facile.it per le bollette delle famiglie italiane a causa del conflitto in corso in Iran. Il calcolo, effettuato considerando le stime di PUN e PSV per i prossimi 12 mesi, porta quindi il […]]]> </content:encoded>
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<title>Il Minneapolis Italian Film Festival celebra Roma Città Aperta come manifesto di resistenza</title>
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Alla sua diciassettesima edizione, l’evento promosso dall’Italian Cultural Center di Minneapolis/St. Paul con MSP Film Society ha rimodulato il programma dopo le uccisioni avvenute durante i raid ICE. L’inserimento del capolavoro di Rossellini e di una sezione speciale dedicata alla città ha trasformato la rassegna in un luogo di riflessione condivisa sulla crisi civile delle Twin Cities
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Minneapolis, Italian, Film, Festival, celebra, Roma, Città, Aperta, come, manifesto, resistenza</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1152" height="862" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/minenapolis.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/minenapolis.jpg 1152w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/minenapolis-300x224.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/minenapolis-1024x766.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/minenapolis-768x575.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1152px) 100vw, 1152px"></p><p><span>Minneapolis, fine febbraio. Le strade del Midwest gelano il respiro, anche nelle ore di tregua regalate da un sole che promette una primavera ancora lontana. È trascorso un mese dalla morte di Alex Pretti, l’infermiere statunitense di 37 anni ucciso da agenti federali mentre provava a proteggere un manifestante spinto a terra. Poche settimane prima, l’omicidio di Renee Good – colpita a morte da un agente ICE (l’agenzia federale per l’immigrazione) mentre si trovava nella sua auto – aveva suscitato sdegno tra la popolazione della più grande città del Minnesota.</span></p>
<p><span>Da allora, Donald Trump ha annunciato la conclusione dell’Operazione Metro Surge e ritirato gli oltre quattromila agenti che si erano riversati nella città, trasformandola in una polveriera. Gli occhi del mondo, per un attimo puntati sulle Twin Cities, sono già altrove. Verso il Medio Oriente, o dove il presidente statunitense ha deciso di portarli. A Minneapolis però la ferita è ancora aperta. E la paura serpeggia assieme a qualche centinaio di agenti ICE rimasti sul territorio.</span></p>
<p><span>A Coldwater Spring, a un passo dall’aeroporto della città, non si contano le auto che entrano ed escono dal quartier generale dell’ICE. Finestrini oscurati, nessuna scritta identificativa sulle fiancate e autisti dal volto coperto. Un via vai spettrale e rumorosissimo. Perché lungo la strada che conduce all’immenso edificio si ammassano ogni giorno decine di manifestanti e organizzazioni umanitarie. Insieme a loro, persone qualunque, di ogni età e provenienza, giunte per farsi sentire. Qualcuno urla il proprio sdegno contro ogni vettura ICE, invitando gli agenti a vergognarsi, a riconsiderare le proprie azioni, mentre i volontari raccolgono beni di prima necessità, cibo, bottiglie d’acqua. Tutto ciò che può servire a chi viene rilasciato dalla custodia federale in mezzo alla strada; quando qualcuno viene rilasciato.</span></p>
<p><span>«Ogni giorno stacco dal lavoro e vengo qui, a volte anche durante la pausa pranzo. Mi scrivono cosa serve e corro subito», spiega un uomo sulla cinquantina, interrompendosi per urlare al megafono contro l’ennesima autovettura entrata nell’edificio. “ICE Out” è lo slogan più presente in tutta la città: sui muri, agli ingressi dei locali, nei cartelli appesi alle finestre, assieme a un logo che unisce il simbolo della resistenza di Star Wars alla specie di volatile che rappresenta lo Stato del Minnesota.</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-605876" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-605876 size-full" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/001-venticinque-260226-8464.jpg?x17776" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/001-venticinque-260226-8464.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/001-venticinque-260226-8464-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/001-venticinque-260226-8464-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/001-venticinque-260226-8464-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/001-venticinque-260226-8464-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"><figcaption class="wp-caption-text">Lisa Venticinque</figcaption></figure>
<p><span>Le vie in cui Renee Good e Alex Pretti sono stati uccisi sono diventate epicentro di una comunità. Lungo la strada, centinaia di oggetti: non solo fiori, ma qualsiasi ricordo personale. Sono memoriali vivi, dove le persone si ritrovano, piangono e si guardano in volto, cercando conferme di un’umanità ferita. I bigliettini sparsi tra una pianta, un giocattolo e un pupazzo contengono preghiere, poesie, canzoni. Una risposta gentile alla violenza che ha toccato quei luoghi.</span></p>
<p><span>È in questo clima che apre la diciassettesima edizione del Minneapolis Italian Film Festival. Quella che per anni era stata una celebrazione spensierata della cultura italiana ha cambiato volto. L’evento, presentato dall’Italian Cultural Center di Minneapolis/St. Paul, in partnership con la MSP Film Society e The Main Cinema, è diventato qualcosa di più di un semplice ritrovo per la piccola ma devota comunità italiana presente in città. </span></p>
<p><span>A pochi giorni dall’uccisione di Alex Pretti, quando il programma ufficiale del Festival era ormai pronto, il Direttore Artistico Tommaso Cammarano ha deciso di rimettere mano al cartellone per inserire una sezione speciale, <em>Honoring the Twin Cities</em>. Al suo interno, quattro titoli, tra cui </span><i><span>Roma Città Aperta</span></i><span> di Roberto Rossellini.</span></p>
<p><span>«È una decisione guidata dal dolore di questo momento. Ho sentito l’obbligo morale di affrontare ciò che sta accadendo intorno a noi e di riflettere questa realtà nella programmazione di quest’anno. L’angoscia e l’ansia che molti si portano dentro non possono essere ignorate», spiega Cammarano. «Questi film possono offrire uno spazio per riflettere, trovare ispirazione, stimolare il dialogo e aiutare a rafforzare l’unità e la comunità in una città che è messa a dura prova».</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-605877" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-605877 size-full" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/010-venticinque-260226-8544.jpg?x17776" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/010-venticinque-260226-8544.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/010-venticinque-260226-8544-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/010-venticinque-260226-8544-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/010-venticinque-260226-8544-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/010-venticinque-260226-8544-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"><figcaption class="wp-caption-text">Lisa Venticinque</figcaption></figure>
<p><span>Quest’anno, le sale sono sold out. «Come mai prima d’</span><span>ora», aggiunge. Non è la fuga dalla realtà a portare la gente al cinema, ma il bisogno opposto: rielaborarla insieme, trovare nuovi strumenti per guardarla in faccia. Lo conferma la standing ovation che accoglie la regista Liliana Cavani, collegata in diretta via Zoom al termine della proiezione de </span><i><span>La donna nella resistenza.</span></i><span> Il documentario del 1965, con le testimonianze di una ventina di partigiane sopravvissute alla guerra, viene accolto nel Midwest come qualcosa di più di un’opera d’archivio: è un manifesto.</span></p>
<p><span>È così che il capolavoro del neorealismo firmato da Rossellini arriva a una sala gremita di americani, dialogando scena dopo scena con i nervi scoperti di una città sotto assedio. A un certo punto, durante la proiezione al The Main Cinema, il pubblico trattiene il respiro. È la scena più conosciuta: l’istante in cui la corsa disperata di Pina (Anna Magnani) viene stroncata dai mitra della Gestapo. «Francesco! Francesco!», urla Pina; le mani in aria e le parole gridate. La conosciamo, è il simbolo di un’intera cinematografia che ha da poco compiuto ottant’anni. Eppure, vista da qui, nelle stesse vie dove l’ICE ha spezzato intere famiglie trascinando, in pieno giorno, persone in mezzo alla strada, non è più storia del cinema. È presente.</span></p>
<p><span>Quando il corpo della Magnani si accascia a terra, qualcuno sembra sul punto di uscire; ma nessuno si muove. «Io questa cosa l’ho vista», ripete scossa una spettatrice a fine film. «Ho visto coi miei occhi l’ICE che portava via uno dei miei vicini».</span></p>
<p><span>Così, </span><i><span>Roma Città Aperta</span></i><span> risuona con tanta ferocia tra le strade di Minneapolis: per il senso di occupazione percepito dai cittadini, ma soprattutto per la rappresentazione di una resistenza viva. Rossellini ritrae una comunità che si fa scudo umano. Esattamente ciò che sta accadendo qui. Una resistenza priva di retorica, fatta di coperte pronte per chi viene rilasciato di notte. Una resistenza così radicata, così organica alla storia politica e sociale della città, da spingere in queste settimane migliaia di persone a sottoscrivere petizioni per candidare Minneapolis al Premio Nobel per la Pace.</span></p>
<p><span>Il film di Rossellini non si chiude con la morte di Pina, il personaggio a cui il pubblico si lega visceralmente. Con la sua uccisione, </span><i><span>Roma Città Aperta</span></i><span> si spezza, ma non si ferma; prosegue raccontando chi resta, chi continua a lottare e chi si incarica di ricordare. Ed è questa la traiettoria di Minneapolis dopo le morti di Renee Good e Alex Pretti.</span></p>
<figure aria-describedby="caption-attachment-605878" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-605878 size-full" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/017-venticinque-260226-8571.jpg?x17776" alt="" width="1280" height="853" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/017-venticinque-260226-8571.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/017-venticinque-260226-8571-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/017-venticinque-260226-8571-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/017-venticinque-260226-8571-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/017-venticinque-260226-8571-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"><figcaption class="wp-caption-text">Lisa Venticinque</figcaption></figure>
<p><span>Nonostante la commozione, fuori dal The Main Cinema in molti parlano di speranza. «È un film triste, ma contiene speranza perché ritrae la comunità», osserva Ainsley, 23 anni, originaria della California del Sud. «È l’unico grande lato positivo che ho visto anche a Minneapolis: la rapidità con cui le persone si sono fatte avanti per supportarsi a vicenda. Il mutuo soccorso è stato istituito quasi immediatamente quando le cose hanno iniziato a precipitare. Non vedevo una comunità così attiva da molto tempo».</span></p>
<p><span>E la resistenza, appunto, viaggia sottotraccia e prende le forme più inaspettate. Nel sud di Minneapolis, lo <em>Smitten Kitten</em> – un negozio di sex toy – è diventato in queste settimane uno dei punti di raccolta e distribuzione di donazioni più attivi della città, diffondendo informazioni e coordinando aiuti per le famiglie colpite dai raid. Reti di mutuo soccorso alimentare hanno preso vita in tutta la città: cittadini comuni si sono organizzati per raccogliere e distribuire cibo, sapendo che centinaia di persone vivono nascoste nelle proprie case per paura delle retate. I memoriali per Alex Pretti e Renee Good sono immensi spazi d’incontro, affollati a qualsiasi ora, a oltre un mese dalle violenze più acute. C’è chi passa ogni giorno, chi torna più volte a settimana: volontari che vegliano, che sostituiscono i fiori e presidiano la zona.</span></p>
<p><span>«Nello stesso modo in cui nel film i partigiani comunicano di nascosto, qui si sono creati gruppi di sorveglianza per monitorare l’ICE, usando chat chiuse su Signal», spiegano alcuni italo-americani di terza generazione. «Nel film di Rossellini c’è la stessa umanità che vedo in città proprio ora», riflette una donna, 43 anni. «Io stessa, di solito, il venerdì a mezzogiorno sto in piedi davanti a una moschea per fare in modo che le persone possano pregare in pace».</span></p>
<p><span>Resistenza, nel cinema come nella realtà del Midwest, significa credere che se si resterà umani abbastanza a lungo, alla fine si vincerà. In </span><i><span>Roma Città Aperta</span></i><span>, il personaggio di Francesco lo promette a Pina mentre fuori infuria l’occupazione. Ottant’anni dopo, in una sala di Minneapolis, risuona più forte che mai. «Finirà, Pina. Finirà. E tornerà pure la primavera».</span></p>
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<title>Nasce a Barcellona la coalizione che vuole tenere la Cina fuori dal 6G</title>
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<description><![CDATA[ 
Un gruppo di Paesi democratici tra Europa, America e Asia provano a scrivere le regole prima che la tecnologia esista. La lezione del 5G, in particolare di Huawei, brucia ancora
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Nasce, Barcellona, coalizione, che, vuole, tenere, Cina, fuori, dal</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196005-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196005-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196005-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196005-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196005-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24196005-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Al Mobile World Congress di Barcellona, Sette Paesi occidentali hanno lanciato la Global Coalition on Telecoms, un’alleanza con un obiettivo preciso: definire i principi di sicurezza del 6G prima che qualcun altro lo faccia al posto loro. Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone e Australia, con Svezia e Finlandia aggiunte al lancio, hanno presentato una serie di principi volontari per garantire che le reti di nuova generazione siano sicure fin dalla progettazione. Il documento non cita mai la Cina. È però il centro di tutto.</p>
<p>Per capire perché questa coalizione esiste, bisogna tornare al 5G. Quando la tecnologia cominciò a diffondersi, diversi Paesi occidentali si trovarono a fare i conti con una dipendenza che non avevano previsto: le loro reti erano costruite in larga parte con apparecchiature di Huawei e Zte. Il problema non era solo commerciale. Le leggi sulla sicurezza nazionale cinesi, secondo Washington e i suoi alleati, obbligano le aziende del Paese a cooperare con i servizi di intelligence di Pechino su richiesta. Una rete costruita con hardware cinese poteva quindi diventare una rete accessibile a Pechino. La risposta occidentale è arrivato tardi e in ordine sparso. Gli Stati Uniti hanno vietato Huawei e Zte dalle reti federali e fatto pressioni sugli alleati. Il Regno Unito ha deciso di rimuovere gradualmente le apparecchiature Huawei dalla propria rete 5G. Altri Paesi hanno preso altre contromisure per mitigare i rischi. Tra questi l’Italia, che ha lavorato tramite un sistema di certificazione e scrutinio teologico con Golden Power e Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Ma smantellare infrastrutture già installate costa miliardi e richiede anni. Questa volta, dicono i sette di Barcellona, non si ripete lo stesso errore.</p>
<p>La Cina non è rimasta ferma. Pechino ha investito massicciamente nella ricerca sul 6G attraverso iniziative statali come l’IMT-2030 Promotion Group, partecipando attivamente ai tavoli internazionali di standardizzazione, dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni al 3GPP. Secondo alcune stime, la Cina detiene oggi oltre il 40% delle domande di brevetto globali sul 6G. Un numero da prendere con cautela, perché avere brevetti non significa automaticamente dominare gli standard. Ma indica la scala dell’ambizione di Pechino.</p>
<p>Gli standard tecnologici sono il vero campo di battaglia. Chi riesce a far adottare le proprie specifiche come base dello standard globale ottiene un vantaggio enorme: gli altri devono pagare royalty, adattarsi, dipendere. La coalizione occidentale lo sa, e la mossa di Barcellona serve esattamente a questo: presentarsi ai tavoli di standardizzazione con una posizione comune, influenzare ricercatori e vendor prima che le specifiche siano scritte.</p>
<p>Il 6G non è solo una rete più veloce. È un’infrastruttura progettata per integrare “nativamente” l’intelligenza artificiale, collegare sistemi satellitari e terrestri, abilitare applicazioni con latenza quasi zero. Sono esattamente le caratteristiche che servono per coordinare droni autonomi, veicoli militari senza pilota, comunicazioni cifrate in tempo reale sul campo di battaglia. Il dipartimento della Difesa americano è direttamente coinvolto nello sviluppo di piattaforme <i>open source</i> per il 6G insieme alla Linux Foundation. Le reti del futuro sono anche reti militari. In questo contesto, lasciare che Pechino scriva le regole del 6G – o che inserisca tecnologie proprietarie cinesi al cuore degli standard globali – non è una questione commerciale. È una questione di sicurezza nazionale, per ogni Paese che su quelle reti farà girare infrastrutture critiche, comunicazioni governative, sistemi d’arma.</p>
<p>Certo, i principi presentati a Barcellona sono volontari, senza meccanismi di <i>enforcement</i>. Il consenso dell’industria è ancora generico: grandi nomi come Qualcomm, Nvidia, Ericsson e Nokia hanno espresso supporto, ma senza impegni vincolanti. E il 6G commerciale non arriverà prima del 2030, il che significa che gli standard definitivi sono ancora lontani. Ma è proprio questa la scommessa: agire adesso, quando tutto è ancora aperto, è più efficace che correggere il tiro quando le reti saranno già costruite. La lezione del 5G, costata miliardi e anni di smantellamenti, sembra essere stata appresa. Barcellona è solo l’inizio.</p>
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<title>Quando bevi, non t’allargà</title>
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Roma Bar Show e Roma Capitale si uniscono in una campagna di promozione del bere responsabile che parla ai giovani e fluisce nelle strade della città in modo irriverente e decisamente romano
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1112" height="1026" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/christine-v-ycnbgcap-nq-unsplash-rit.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/christine-v-ycnbgcap-nq-unsplash-rit.jpg 1112w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/christine-v-ycnbgcap-nq-unsplash-rit-300x277.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/christine-v-ycnbgcap-nq-unsplash-rit-1024x945.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/christine-v-ycnbgcap-nq-unsplash-rit-768x709.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1112px) 100vw, 1112px"></p><p>Parlare di alcool per tutelarne il consumo e creare cultura sul tema. Sembra un controsenso, ma questa volta non è il classico «purché se ne parli». Si chiama “Famo a capisse” – in perfetto slang romanesco – la nuova campagna di promozione del bere consapevole promossa da <a href="https://romabarshow.com/" target="_blank" rel="noopener">Roma Bar Show</a> congiuntamente a Roma Capitale.</p>
<p>In un momento storico in cui, più che mai, la demonizzazione delle gradazioni alcoliche, della vita notturna e del bere miscelato sta tornando a grande ribalta nelle comunicazioni nazionali, Roma Bar Show lancia una campagna insolita, divertente e d’effetto. Il più grande evento italiano dedicato al settore mixology e beverage nel 2026 cambia sede e dal Palazzo dei Congressi si posta al Roma Convention Center La Nuvola. Si resta in zona EUR, ma questo volta all’interno del scenografico edificio progettato da Massimiliano e Doriana Fuksas, che diventerà teatro ancora più ampio e spettacolare per la manifestazione.</p>
<p>Nell’accompagnare la comunicazione e il racconto verso la nuova edizione, prevista per il 13 e 14 settembre 2026, “Famo a capisse” si diffonde a macchia d’olio su schermi a led e supporti di affissione su tutto il comune di Roma. L’iniziativa invita al bere responsabile non per rinunciarvi, ma per scegliere con consapevolezza cosa, come e quanto. Al centro del discorso le grandi protagoniste: salute, sicurezza e, come spirito guida, il rispetto per gli altri. Un vero e proprio movimento, di pensiero ma questa volta anche di azioni, che si è curiosamente costruito in seno a un evento massivo e verticalizzato sugli spirits. Banale? Forse sarebbe più giusto parlare di visione. Come arrivare a più persone possibili e toccare addetti ai lavori, giovani, cittadini, esperti di settore e appassionati?</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-605033 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/screenshot-2026-02-25-alle-205947-1024x754.jpg?x17776" alt="" width="640" height="471" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/screenshot-2026-02-25-alle-205947-1024x754.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/screenshot-2026-02-25-alle-205947-300x221.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/screenshot-2026-02-25-alle-205947-768x566.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/screenshot-2026-02-25-alle-205947-1200x884.jpg 1200w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/screenshot-2026-02-25-alle-205947.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></p>
<p>Provando ad immaginare una dimensione diversa di convivialità e socialità, riscoprendo il valore dei bar e di tutto quello che il concetto di ospitalità legata a banconi e shaker è in grado di abbracciare. Uscire e divertirsi suggerendo un nuovo stato mentale. Non una rinuncia, non una privazione, ma una scela senza veli e senza remore. «Con gli alcolici non vale il daje forte», «Bevi responsabilmente, senza prescia», «Se bevi non puoi guidare, stacce» e «Quando bevi, non t’allargà», questi i quattro manifesti che si ispirano a motti ed espressioni comuni – cui non solo i romani sono affezionati – che invitano a riscoprire i valori al centro del movimento. «Il bere responsabile – spiega Andrea Fofi, ceo di Roma Bar Show – non è una rinuncia, non è un divieto, non è una predica. È, piuttosto, una scelta. È cultura. È consapevolezza. Per questo la campagna ribalta i luoghi comuni e mette al centro una visione moderna del bere».</p>
<p>Ogni locale, andando <a href="https://romabarshow.com/romaresponsabile/" target="_blank" rel="noopener">sul sito della campagna</a>, può aderirvi ed espandere il messaggio, scaricando il manifesto preferito e affiggendolo nel proprio locale. Accanto al concetto di <em>slow-drinking</em> – che diventa quasi un’unità di misura – si affianca indissolubilmente l’invito a una guida responsabile che, come sappiamo, è fondamentale per noi stessi e per gli altri. Dal punto di vista comunicativo, è lodevole che un ente così articolato, e ormai solido, come Roma Bar Show, abbia scelto un modo nuovo e controtendenza di comunicarsi e comunicare.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-605035 size-large" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/screenshot-2026-02-25-alle-210015-773x1024.jpg?x17776" alt="" width="640" height="848" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/screenshot-2026-02-25-alle-210015-773x1024.jpg 773w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/screenshot-2026-02-25-alle-210015-226x300.jpg 226w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/screenshot-2026-02-25-alle-210015-768x1018.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/screenshot-2026-02-25-alle-210015.jpg 854w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px"></p>
<p>C’è un cruciale bisogno di fare cultura sull’universo alcolico (in Italia più di tanti Paesi europei), riconoscendo i bar e i loro circuiti come un fenomeno insito nella socialità e nel tessuto urbano da secoli. Un progetto dinamico e fresco, che rafforza il lavoro e l’immagine della manifestazione anche agli occhi di chi forse l’ha vissuta solo come mera emanazione, propagazione e consumo. A gran voce, sulle strade e per tutti. Un gesto reale verso la città, le nuove generazioni e il territorio. Quando <em>ce vò ce vò</em>, diamogli atto.</p>
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<title>La morte di Khamenei, e la smart city come campo di battaglia</title>
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L’eliminazione del leader iraniano ha mostrato come un sistema di videosorveglianza possa diventare un’arma. Il problema non è l’hacker nemico: è il fornitore, che in Occidente spesso è cinese
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="839" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21617706-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21617706-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21617706-large-300x197.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21617706-large-1024x671.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21617706-large-768x503.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/21617706-large-1200x787.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Quasi tutte le telecamere del traffico di Teheran erano state hackerate anni prima. Le immagini, cifrate, venivano trasmesse in tempo reale a server in Israele. Una di queste telecamere aveva un’angolazione particolarmente utile: inquadrava il parcheggio dove le guardie del corpo dei vertici del regime lasciavano le proprie auto private, rivelando orari, abitudini, rotazioni. Un algoritmo ci costruiva sopra quello che gli analisti chiamano “pattern of life”: chi protegge chi, quando, attraverso quale percorso. È uno dei dettagli più rivelatori del lungo reportage che il <a href="https://www.ft.com/content/bf998c69-ab46-4fa3-aae4-8f18f7387836">Financial Times</a> ha dedicato all’operazione che sabato scorso ha ucciso l’ayatollah Ali Khamenei in un attacco aereo israeliano nei pressi di via Pasteur, a Teheran. Non è un dettaglio accessorio. È la chiave di lettura di tutto il resto.</p>
<p>L’intelligence israeliana, scrive il giornale, aveva costruito nel tempo una conoscenza di Teheran paragonabile a quella di una città propria. «Conoscevamo Teheran come conosciamo Gerusalemme», ha detto al giornale un funzionario dell’intelligence israeliana. «E quando conosci un posto come la strada su cui sei cresciuto, noti subito qualcosa fuori posto». Questo livello di consapevolezza non è stato ottenuto attraverso spie sotto copertura o intercettazioni diplomatiche, o almeno non soltanto, ma attraverso la penetrazione sistematica delle infrastrutture digitali della città: telecamere del traffico, reti di telefonia mobile, flussi di dati. Centinaia di fonti diverse, aggregate e processate algoritmicamente dall’Unità 8200, il reparto di <i>signals intelligence</i> delle forze armate israeliane, in un unico prodotto finale: obiettivi da colpire.</p>
<p>Il caso iraniano riguarda telecamere che sono state compromesse dopo la loro installazione, attraverso un’operazione offensiva di cyber intelligence. Ma Martijn Rasser, vicepresidente dello Special Competitive Studies Project, ha subito colto la dimensione più inquietante della vicenda, quella che va oltre il caso specifico. «Ora immagina questa preoccupazione in uno scenario in cui il fornitore stesso è il rischio», ha scritto in un commento diffuso <a href="https://www.linkedin.com/posts/rassermartijn_nationalsecurity-smartcities-surveillancetech-share-7434361038520619008-H8-d/">su LinkedIn</a>. «Dove l’azienda che ha costruito, installato e mantiene il sistema ha obblighi verso l’apparato d’intelligence di un governo straniero, in base a leggi come la National Intelligence Law cinese del 2017».</p>
<p>Huawei, Hikvision, Zte e Dahua hanno installato sistemi di <i>smart city</i> e <i>safe city</i> in più di cento Paesi. Non si tratta di componenti nascosti in qualche dorsale remota della rete: sono telecamere stradali, sistemi di riconoscimento facciale, sensori del traffico, infrastrutture di comunicazione municipale. Sono installati, operativi, e in molti casi vengono aggiornati e manutenuti da remoto dalle stesse aziende produttrici. La National Intelligence Law cinese, approvata nel 2017, obbliga qualsiasi organizzazione o cittadino cinese a «sostenere, assistere e cooperare con il lavoro di intelligence dello Stato». Non è una norma teorica né una clausola astratta: è un obbligo giuridico che si applica alle aziende tecnologiche tanto quanto ai singoli individui. E si applica indipendentemente da dove queste aziende operino nel mondo. Il punto che Rasser sottolinea, e che il caso iraniano rende improvvisamente molto concreto, è che la distinzione tra un sistema hackerato da un avversario e un sistema fornito da un’azienda soggetta a leggi di questo tipo è meno netta di quanto si voglia credere. Nel primo caso, l’accesso ai dati è il risultato di un’operazione offensiva che può essere rilevata e contrastata. Nel secondo, l’accesso potrebbe essere strutturale, previsto contrattualmente o tecnicamente integrato sin dall’origine, e quindi molto più difficile da identificare.</p>
<p>Gli Stati Uniti hanno già tratto le proprie conclusioni. Il Federal Communications Commission ha inserito Huawei e Zte nella lista delle aziende che rappresentano un rischio inaccettabile per la sicurezza nazionale. Hikvision e Dahua sono state aggiunte alla Entity List del dipartimento del Commercio, che ne restringe le esportazioni. Il National Defense Authorization Act, ovvero la legge con il bilancio annuale per la difesa, vieta l’uso di tecnologie di queste aziende nelle infrastrutture governative federali. Ma al di fuori degli Stati Uniti il quadro è molto più frammentato. In Europa, diversi Paesi hanno avviato revisioni delle proprie reti di telecomunicazione in relazione a Huawei, ma le infrastrutture di videosorveglianza urbana sono rimaste in gran parte fuori dal perimetro di queste valutazioni. In Italia, in Germania, in Francia, in decine di Paesi a medio reddito dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, i sistemi Hikvision e Dahua sono presenti nelle strade, negli aeroporti, nelle stazioni, negli edifici pubblici. Il tema è spesso liquidato come tecnico, o come un’esagerazione alimentata da preoccupazioni geopolitiche americane che non riguarderebbero direttamente l’Europa. Il reportage del Financial Times suggerisce che questa posizione sia difficile da sostenere ancora a lungo.</p>
<p>C’è un salto concettuale che Rasser descrive con precisione: le infrastrutture di sorveglianza urbana non sono strumenti di sicurezza pubblica con un possibile uso improprio. Sono, strutturalmente, piattaforme di raccolta dati. La loro utilità per chi vuole monitorare una città è esattamente la stessa che le rende appetibili per un’amministrazione municipale che vuole gestire il traffico o prevenire i reati. Le telecamere iraniane hackerate da Israele non erano state installate con una funzione spionistica. Erano telecamere del traffico. Ma la granularità dei dati che producevano – chi passa, quando, con quale veicolo, in quale direzione – si è rivelata sufficiente per costruire un quadro operativo dettagliato dei movimenti delle figure più protette del regime. Questo è il punto che trasforma il caso iraniano da episodio di cronaca militare a caso di studio per chiunque si occupi di sicurezza urbana, governance digitale o geopolitica tecnologica. Non serve un’operazione sofisticata come quella israeliana per estrarre valore da queste infrastrutture: basta avere accesso ai flussi di dati. E chi ha costruito il sistema, spesso, ce l’ha già.</p>
<p>«Il dibattito non dovrebbe riguardare se questo rischio sia reale», scrive Rasser. Il Financial Times «ce ne ha appena mostrato un esempio dal vivo. Il dibattito dovrebbe riguardare cosa i governi intendono fare al riguardo». È una domanda che per ora non ha risposta. Le valutazioni di sicurezza delle infrastrutture critiche tendono a concentrarsi su energia, telecomunicazioni, sistemi idrici. La videosorveglianza urbana è rimasta in una zona grigia, trattata come un acquisto municipale ordinario soggetto principalmente a criteri di costo e funzionalità. Teheran ha dimostrato che quella zona grigia non esiste. Ogni telecamera connessa è un nodo in una rete. Ogni nodo produce dati. Ogni dato, aggregato con altri, può rivelare qualcosa che nessuno aveva intenzione di rivelare. La domanda non è se questo possa accadere. È chi, in questo momento, sta guardando.</p>
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<title>“Falsissimo”, e il pubblico che trova irresistibile farsi i fatti altrui</title>
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Lo scandalo raccontato da Corona non è interessante, al contrario dell’inadeguatezza di chi ancora si consegna a sconosciuti armati di smartphone. Un tempo gli uomini di potere sapevano selezionare la discrezione, oggi sembrano ignari che tutto si registra e tutto si rivende
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>“Falsissimo”, pubblico, che, trova, irresistibile, farsi, fatti, altrui</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23970556-small.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23970556-small.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23970556-small-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23970556-small-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23970556-small-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/23970556-small-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Se nel Risorgimento ci fossero stati i cellulari con le telecamere, la signorina a tariffa oraria con cui il principe di Salina s’intratteneva quando andava a Palermo avrebbe immortalato il principone per poi ricattarlo con foto vendibili al miglior offerente?</p>
<p>Forse no, perché è vero che nella fine di secoli di discrezione i cellulari hanno avuto un’enorme importanza, e neanche solo in caso di sesso con mercenarie – fa delle foto a casa di Berlusconi la signora D’Addario, ma fa anche una foto a Salvini dormiente la sua allora fidanzata Elisa Isoardi – ma il problema temo sia un altro.</p>
<p>Questo è un articolo che ometterà i nomi dei protagonisti, perché non mi interessa spettegolare ulteriormente di coloro di cui si occupa l’ultima puntata del format di sputtanamento di Fabrizio Corona; mi interessa invece usarla per chiedermi quand’è successo che ci siamo ritrovati con una classe dirigente così inadeguata.</p>
<p>Breve riassunto degli eventi esposti da Fabrizio Corona nella sua puntata di “Falsissimo”, priva come sempre di dono della sintesi, ma questa volta ricca di registrazioni di videochiamate.</p>
<p>Un signore di cui non faremo il nome ma che è un uomo di potere ultrasessantenne viene approcciato, a una fiera di abiti da sposa dove si trova come ospite retribuito, da un trentenne della vigilanza che gli palesa subito le sue ambizioni, o almeno questo è quel che si inferisce dalle dichiarazioni del trentenne stesso nella denuncia pubblicata da Corona.</p>
<p>È, un trentenne dello sprofondo della provincia napoletana che è in cerca della sua scheggia di riflettore, uno del quale c’è da fidarsi? Ovviamente no, ed è ovvio che è facile dirlo col senno di poi, dopo aver visto che tutte le videochiamate le registrava dall’inizio, evidentemente in cerca di modi di monetizzarle, evidentemente in cerca del caso da creare, caso che l’esistenza di Fabrizio Corona e del suo format ha facilitato ma insomma: è chiaro che il trentenne il cui telefono fa i video è una Cécile de Volanges che si può rivoltare contro a qualunque visconte di Valmont perché non ha, a livello reputazionale ed economico, niente da perdere e tutto da guadagnare.</p>
<p>Come fa un esponente della classe dirigente a non porsi il problema che non ci si possa consegnare nella nudità delle proprie perversioni a gente che ha reso chiaro fin dall’inizio di avere ambizioni superiori ai propri talenti? Com’è possibile che, dopo venti o quanti sono anni di strumenti digitali pericolosissimi, la classe dirigente ancora non abbia imparato a gestirli con parsimonia? E, soprattutto: quand’è che la classe dirigente con perversioni sessuali ha smesso di sapere che la carne giovane va selezionata all’ingresso?</p>
<p>Io mi meraviglio ogni giorno che chiunque abbia un ruolo di potere in una qualunque innocentissima riunione di lavoro, ma anche chiunque organizzi una cena a casa propria, non faccia lasciare i cellulari all’ingresso: come fanno a non preoccuparsi tutto il tempo che qualcuno registri, che qualcuno renda pubblico ciò che è privato? Io mi preoccupo delle conversazioni innocenti, e poi là fuori c’è gente con ruoli di responsabilità che dice cose irripetibili a sconosciuti che ovviamente salvano e prontamente inviano la registrazione dello schermo al miglior offerente.</p>
<p>Non vorrei essere sempre io quella che svela cose che in società facciamo tutti finta non esistano, e per quest’inverno mi sembra d’essermi già sacrificata dicendovi quanto spesso le donne tra di loro <a href="https://www.linkiesta.it/2026/02/complesso-maschile-dimensioni-mutande-pene/" target="_blank" rel="noopener">parlino delle misure</a> del contenuto delle mutande maschili, quindi non aggiungerò orrore a raccapriccio svelando, agli uomini non addentro a questa particolarità, quanto sia sorprendente la percentuale di uomini cui piace farsi pisciare addosso.</p>
<p>Figuriamoci se posso meravigliarmi quando Corona fa vedere una videochiamata in cui un esponente della classe dirigente dice a un ragazzo della profonda provincia che sì, non vede l’ora che lui gli pisci addosso, ma dobbiamo farlo nella doccia altrimenti si rovina il pavimento. Lo trovo anche tenero, giuro. Sono pronta a riderne con benevolenza, giuro. Ma.</p>
<p>Ma non è possibile che il pubblico senta questa roba. C’è una ragione per cui non si parla in società di ciò che si fa in camera da letto, ed è che le perversioni sessuali sono quel che Pessoa diceva fossero le lettere d’amore: tutte ridicole. Quindi, non le illustri in videochiamata a uno al quale, in quella stessa videochiamata, devi chiedere il cognome onde raccomandarlo per un programma televisivo. Non consegni i tuoi turpi segreti a uno di cui non sai neanche il cognome, su uno strumento sul quale questo tizio di cui non sai il cognome potrebbe registrare la conversazione. Non lo fai perché no. Non lo fai perché non l’hai selezionato all’ingresso, che è quel che, da che mondo è mondo, gli uomini di potere fanno con le marchette.</p>
<p>Quest’accortezza, che in secoli in cui restavano in giro molte meno prove avevano tutti gli uomini con qualcosa da perdere, gli uomini con un patrimonio o una posizione di potere, quest’accortezza è inspiegabilmente andata perduta nel secolo in cui è per converso divenuto facilissimo sputtanare qualcuno. Com’è possibile? Cos’è andato perduto nella trasmissione del sapere?</p>
<p>È solo questo che m’interessa capire, di tutto il resto non m’importa nulla. Non m’importa nulla delle ipotesi di reato di cui fantastica Fabrizio Corona, che pensa che un provino per un reality su una tv privata sia un concorso statale, per cui nell’eventualità che il giovanotto fosse stato raccomandato dall’uomo di potere ciò avrebbe inficiato la trasparenza dell’appalto, e se invece tale raccomandazione non fosse avvenuta si configurerebbe il reato d’ambizione infranta.</p>
<p>Non m’importa nulla dei conflitti d’interessi, delle ingerenze, delle ovvie sovrapposizioni tra la vita d’ufficio e la vita nelle mutande: i programmi di cui si parla nella puntata di Corona non sono esattamente contesti in cui siano richiesti particolari titoli di studio o abilità o talenti. Con chi vai a letto per entrarci fa parte della trattativa che fai con te stesso quando fai il conto delle tue ambizioni e di come puoi colmare il divario tra ciò che sei e ciò che vorresti sembrare. E sì, lo so che ora le produzioni dei programmi in questione mi diranno che è diffamatorio sostenere che si vada a letto con qualcuno per passare i loro casting, ma il fatto è che non lo è.</p>
<p>Le cose accadono assai più per caso di quanto piaccia credere al giovanotto di provincia convinto che se l’uomo potente l’avesse preso a ben volere lui a quest’ora chissà dove sarebbe. “Andare a letto” non va inteso diversamente da “rispondere gentilmente a qualcuno che neppure sai lavori in quel programma ma al bar ti chiede di passargli lo zucchero”: le cose accadono per caso, e se non accadono bisogna mettersela via: è l’unica ricetta per la serenità.</p>
<p>Se però così non va, è buona norma evitare di lasciare prove in mano a gente poco propensa a rassegnarsi alla perdita delle presunte grandi occasioni. È bene affidare, come hanno sempre fatto gli uomini di potere nei secoli che hanno preceduto questo, la selezione della carne giovane a chi sappia garantire innanzitutto discrezione.</p>
<p>Non per altro, ma perché il pubblico trova irresistibile farsi i fatti altrui, e non c’è nessuno al mondo che, se gli mandano in onda le vostre squallide videochiamate, non le guardi.</p>
<p>Bisogna badare a sé stessi: possibile che l’avessero capito in secoli in cui non avevano l’acqua corrente in casa, e noi con tutti i comfort ce lo siamo dimenticato?</p>
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<title>Deepfake e sovranità digitale indeboliscono la capacità di punire i crimini internazionali</title>
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Le immagini dei conflitti circolano in tempo reale ma nei tribunali contano solo se verificabili. Il caso ivoriano ha mostrato il divario tra documentazione e condanna. L’Unione europea tenta di colmarlo, mentre l’intelligenza artificiale complica ulteriormente il quadro.
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Deepfake, sovranità, digitale, indeboliscono, capacità, punire, crimini, internazionali</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/19981887-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/19981887-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/19981887-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/19981887-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/19981887-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/02/19981887-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Il 3 marzo 2011, nel quartiere di Abobo ad Abidjan, alcune donne scesero in strada per chiedere il rispetto del voto. La repressione fu brutale, documentata in tempo reale da telefoni cellulari e diffusa sui social. Quelle immagini entrarono nel procedimento davanti alla Corte penale internazionale contro Laurent Gbagbo. Ma non bastarono per una condanna.</span></p>
<p><span>Il caso Abobo è diventato la cartina di tornasole di una tensione che attraversa la giustizia globale: la distanza tra la potenza documentativa del digitale e la rigidità delle garanzie processuali. Video e foto raccontano l’orrore in tempo reale, ma, senza metadati affidabili, senza una chiara catena di custodia, senza autenticazione forense, rischiano di non superare la soglia dell’«oltre ogni ragionevole dubbio».</span></p>
<p><span>Già i tribunali per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda avevano aperto all’uso di materiale audiovisivo, riconoscendone l’ammissibilità anche in assenza di formalismi perfetti, purché corroborato da altre prove. La Corte penale internazionale ha recepito quell’impostazione negli articoli 69 e 74 dello Statuto di Roma, fondati sul principio della libera valutazione della prova. Con l’era dell’open source intelligence, però, la scala è cambiata. Non si tratta più di cassette o fotografie recuperate ex post, ma di flussi continui di contenuti generati da utenti, spesso anonimi, in contesti caotici.</span></p>
<p><span>Nel procedimento Prosecutor v. Gbagbo and Blé Goudé, l’assenza di una catena di custodia digitale rigorosa e di metadati verificabili ha inciso sulla tenuta probatoria di quei video. L’assoluzione del 2019 – poi confermata in appello – ha mostrato che la verità fattuale non coincide automaticamente con la verità processuale.</span></p>
<p><span>Qui si inserisce la dimensione europea, spesso trascurata nel dibattito pubblico. Con il Core International Crimes Evidence Database (Ciced), istituito presso Eurojust, l’Unione europea ha creato un’infrastruttura capace di preservare, indicizzare e correlare prove relative a genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.</span></p>
<p><span>Elemento chiave è l’uso di tecniche di hashing, che associano a ciascun file un’impronta digitale univoca, rendendo rilevabili eventuali alterazioni. Non è un dettaglio tecnico: è la condizione per impedire che un video autentico venga neutralizzato in aula da un dubbio sulla sua integrità. Il pacchetto normativo E-Evidence – con gli European Production Orders e gli European Preservation Orders – accelera l’acquisizione dei dati presso i fornitori di servizi, superando le lentezze delle rogatorie tradizionali. È una riforma coerente con una visione europeista e garantista: rafforzare l’efficacia investigativa senza sacrificare il contraddittorio e i diritti della difesa.</span></p>
<p><span>Ma, mentre l’Europa costruisce architetture di affidabilità, l’intelligenza artificiale generativa apre un fronte inedito. I deepfake non si limitano a manipolare contenuti esistenti: possono creare ex novo scene plausibili di crimini mai avvenuti o attribuire azioni a soggetti diversi da quelli reali. La manipolazione probatoria non è una novità nella storia del diritto penale. La novità è la qualità mimetica delle nuove tecnologie, in grado di eludere controlli superficiali e di minare la fiducia sistemica nella prova audiovisiva.</span></p>
<p><span>Se ogni video può essere sospettato di essere falso, il rischio è una spirale di scetticismo che paralizza le Corti internazionali. In uno scenario ottimistico, l’esperienza europea potrebbe fungere da laboratorio per standard globali condivisi su autenticazione, conservazione e validazione forense. In uno scenario pessimistico, l’assenza di convergenza tra Stati – spesso gelosi della propria sovranità digitale – potrebbe produrre una frammentazione tale da rendere inutilizzabile una massa crescente di dati.</span></p>
<p><span>La questione non è solo tecnica. È profondamente geopolitica. Nei conflitti contemporanei, il controllo della narrazione è parte integrante della strategia militare. Se la prova digitale diventa instabile, anche l’accountability internazionale si indebolisce, e con essa la credibilità dell’ordine giuridico multilaterale.</span></p>
<p><span>L’Europa, che ambisce a essere potenza normativa, ha qui un banco di prova decisivo. Senza standard comuni, interoperabilità e cooperazione strutturata con la Corte penale internazionale, il rischio è che le innovazioni restino confinate entro i confini dell’Unione, incapaci di incidere sui grandi processi globali. Il caso Abobo ci ha insegnato che documentare non basta. Serve trasformare la verità digitale in prova giuridicamente solida, prima che la «verità sintetica» prodotta dall’intelligenza artificiale eroda definitivamente la fiducia collettiva nella giustizia internazionale.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.linkiesta.it/2026/03/prova-digitale-crimini-internazionali-deepfake-giustizia-internazionale/">Deepfake e sovranità digitale indeboliscono la capacità di punire i crimini internazionali</a> proviene da <a href="https://www.linkiesta.it/">Linkiesta.it</a>.</p>]]> </content:encoded>
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<title>Come Meloni e Fdi impararono a non preoccuparsi e amare Trump</title>
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Secondo il Financial Times «chiunque affermi di sapere dove porterà questa guerra, Trump compreso, sta bluffando», scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Come, Meloni, Fdi, impararono, non, preoccuparsi, amare, Trump</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24199868-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24199868-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24199868-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24199868-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24199868-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24199868-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Siamo nelle mani di un presidente degli Stati Uniti che anche ieri, alla domanda dei giornalisti su chi a suo giudizio dovrebbe guidare l’Iran, ha risposto testualmente: «Beh, gran parte delle persone che avevamo in mente è morta. Quindi, capite, avevamo in mente qualcuno di quel gruppo che adesso è morto, e ora abbiamo un altro gruppo, ma potrebbe essere morto pure quello». Più o meno le stesse parole candidamente usate con la stampa nei giorni precedenti, quando aveva citato proprio il fatto di non avere più nessuno con cui interloquire, essendo gli interlocutori precedentemente individuati morti nel frattempo sotto le bombe, come dimostrazione dello straordinario successo dell’operazione.</p>
<p>Mentre ragioniamo dei pericoli di allargamento del conflitto, coinvolgimento dell’Europa e dell’Italia stessa, effetti sul prezzo dei carburanti e sull’economia in generale, tracciando complessi scenari e discutendo delle diverse opzioni sul tavolo, non dovremmo mai dimenticare che a capotavola è seduto un signore, Donald Trump, che da giorni ripete cose di questo genere.</p>
<p>Per quanto tempo potranno ancora far finta di niente non dico (solo) Giorgia Meloni e il resto della maggioranza, ma la stessa stampa di area, i giornalisti e gli opinionisti militanti della consueta compagnia di giro retequattrista, per usare l’icastico neologismo coniato da Sergio Scandura? Per quanto tempo ancora potranno pensare di cavarsela facendo un po’ di casino con le solite scemenze sulla sinistra innamorata dei dittatori? Libero, il quotidiano diretto dall’ex portavoce di Meloni a Palazzo Chigi e edito da un parlamentare della maggioranza, da giorni apre la prima pagina con titoli come «L’ayatollah è morto, sinistra italiana in lutto» (domenica) e «Le vedove di Khamenei» (lunedì). Ma già oggi sembra intuire che c’è un problema, e inizia a parlare di «avvoltoi» e «profittatori di guerra», vale a dire Pd e M5s, accusati di provare «a recuperare voti col conflitto».</p>
<p>Come ha scritto Edward Luce sul Financial Times, «chiunque affermi di sapere dove porterà questa guerra, Trump compreso, sta bluffando. Tra i possibili esiti, tuttavia, il pacifico passaggio di poteri è uno dei meno probabili». Certo è però che più va avanti, più la nuova destra che con Trump ha imparato a non preoccuparsi e ad amare le bombe dovrà inventarsi qualcosa di meglio, per distrarre gli italiani, e anzitutto i propri elettori, da quello che sta succedendo.</p>
<p><a href="https://tr.linkiesta.it/e/tr?q=5%3D0ZHYB%26J%3D0%26F%3D8a0W%26r%3DcFYCZ%264%3D0wRyK_uybr_6i_1sVx_Ah_uybr_5n6Oz.JrFnGnKw9.rL_uybr_5nAb5d_1sVx_AhCa_1sVx_AhjSnJu9-rJdL-n5rLxEl9-v7oMwA-uCo7qB4E_uybr_5n%26m%3D%26Av%3DY0S8hG%26Lv%3DZIT9hBb7hDW9hF%260%3D0bnY0dG8CbmSBfDX9bG66bjThan70aFT7BHSe3d9jDHTBbn79bA3ggn3dAjSeZHSibCW&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank" rel="noopener">Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema</a></p>
<p><em>Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. <a href="https://www.linkiesta.it/newsletter/" target="_blank" rel="noopener">Qui</a> per iscriversi.</em></p>
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<title>La settima puntata del podcast di Stefano Pistolini e Christian Rocca sull’America di Trump</title>
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I missili sull’Iran, la prossima fermata a Cuba, le espressioni facciali di Trump, la sveglia democratica e la questione dei robot killer
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<title>Il nuovo Iran post Khamenei sceglie la rigidità ideologica invece del negoziato</title>
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Le uccisioni ai vertici del regime e la distruzione delle catene di comando stanno destabilizzando la Repubblica islamica. Mentre la successione alla guida suprema resta fragile cresce l’influenza di Ali Larijani e aumenta il rischio di una guerra regionale più ampia
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24195362-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24195362-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24195362-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24195362-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24195362-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24195362-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p><span>Il regime iraniano non è più compatto, il vertice inizia a spaccarsi. Il martellamento inflessibile dei bombardamenti israelo-americani ha prodotto le prime crepe. Questa è la valutazione del Mossad riportata da Israel Ayom, il quotidiano più diffuso in Israele, filogovernativo, che funge tradizionalmente da portavoce ufficioso del Servizio segreto estero.</span></p>
<p><span>Due le rivelazioni. Innanzitutto, la spaccatura tra il blocco oltranzista, saldamente guidato da Ali Larijani, che ha ordinato di bombardare, con stupida strategia, tutti i paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa, e persino Cipro, all’insegna di «tanti nemici, tanto onore», e il blocco trattativista guidato dal presidente Masud Pezeshkian e dal ministro degli Esteri Abbas Araghci. Questi ultimi, tramite l’Oman, hanno inviato quei messaggi di disponibilità alla trattativa a cui si è riferito Donald Trump.</span></p>
<p><span>Disponibilità immediatamente denunciata e bloccata da Ali Larijani: «Non negozieremo con gli Stati Uniti! L’America e il regime sionista hanno incendiato il cuore della nazione iraniana! Bruceremo i loro cuori! Faremo sì che i criminali sionisti e gli spudorati americani si pentano delle loro azioni!».</span></p>
<p><span>La seconda spaccatura, registrata dal Mossad, in un certo senso più grave, è la crisi totale nella catena di comando dei Pasdaran, provocata dalle uccisioni dei loro vertici e dalla distruzione delle linee di comunicazione.</span></p>
<p><span>Così Israel Ayom: «Si stanno moltiplicando segnali che il regime iraniano sta perdendo il controllo di parti del suo apparato militare, con alcuni reparti dell’esercito e dei Pasdaran di fatto tagliati fuori dai contatti con i loro vertici, che agiscono in modo del tutto indipendente, e alcune unità hanno cessato di funzionare. (…) All’interno della leadership sono emersi forti disaccordi su come gestire la guerra. (…) La situazione è particolarmente pericolosa perché elementi all’interno del regime sembrano adottare una strategia di terra bruciata, prendendo di mira le infrastrutture petrolifere e del gas dei paesi arabi del Golfo».</span></p>
<p><span>Una strategia avventurista che ha ricomposto la grave crisi in atto da mesi tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che ha obbligato persino il Qatar a denunciare un Iran con cui ha sempre intessuto ambigui rapporti e che produce l’effetto contrario. Invece di essere intimoriti, questi paesi si accingono ad attaccare militarmente l’Iran.</span></p>
<p><span>Il fatto è che, con l’uccisione di Ali Khamenei, la stessa rigidità teocratica delle istituzioni e della Costituzione khomeinista è diventata causa di debolezza. I poteri sono infatti disegnati secondo un arcaico schema da polis neoplatonica, di governo dei sapienti, in modo assolutamente monocratico, ispirato dai filosofi sciiti al Farabi e Mulla Sadra.</span></p>
<p><span>La Guida suprema della Rivoluzione, Ali Khamenei, aveva pieni e assoluti poteri in tutti i campi: comandante supremo delle Forze armate, dei Pasdaran, dei Basiji e dei Servizi segreti, di cui nomina da solo i vertici; capo del potere giudiziario, con poteri di nomina dei magistrati; nomina del Consiglio dei Guardiani, che approva o cassa le leggi e i candidati alle elezioni; potere assoluto e monocratico nel decidere la politica estera, la politica di sicurezza, nucleare ed economica, con prevalenza assoluta sul presidente della Repubblica e sul Majlis, il parlamento; interprete monocratico della Sharia, con prevalenza assoluta sulle interpretazioni del Majlis.</span></p>
<p><span>Il vuoto pneumatico di tutti i massimi poteri decisionali causato dall’uccisione di Khamenei è stato così ricoperto, secondo il quotidiano di opposizione Iran International, con l’elezione a Guida suprema di Mojtaba Khamenei. Una scelta dinastica, che cozza con la tradizione sciita e che va confermata. </span><span>Comunque è indubbio che Mojtaba Khamenei, se è stato eletto, rappresenta una scelta emergenziale e che dovrà condividere il potere reale con Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, uomo di indubbia caratura, cultura e leadership, che ha due limiti.</span></p>
<p><span>Innanzitutto non ha potuto aspirare a essere nominato Guida suprema, perché è un laico: non ha nessun titolo religioso, che è invece di fatto indispensabile. Inoltre, il dato è determinante, è avversato da potentissimi nemici nei vertici religiosi e politici del regime, tanto che ha dovuto subire la cocente umiliazione di vedere cassata, per ben due volte consecutive, dal Consiglio dei Guardiani e dallo stesso Khamenei la sua candidatura alle ultime due elezioni per il presidente della Repubblica islamica.</span></p>
<p><span>Ora Ali Larijani ha tutte le intenzioni di usare il suo ruolo istituzionale e la sua solidissima rete di relazioni per condividere di fatto il massimo potere. Questa sua rete di relazioni e di potere, infatti, si estende sia nelle alte cariche religiose sia nei vertici dei Pasdaran. </span><span>Ex generale di brigata dei Pasdaran, con compiti di intelligence, tra i collaboratori più stretti del generale Qassem Suleimani, il geniale promotore delle operazioni militari e terroriste iraniane in tutto il Medio Oriente, ex presidente del Majlis, Larijani ne è oggi infatti il rappresentante politico più importante e accreditato. </span><span>Per questo Ali Khamenei lo ha nominato al vertice del Consiglio di sicurezza nazionale dopo i dodici giorni di bombardamenti israelo-americani del giugno 2025, col mandato evidente di riplasmare i vertici dei Pasdaran uccisi dalle bombe e soprattutto di rimediare alle evidenti falle nel sistema di sicurezza.</span></p>
<p><span>Ora, per comprendere l’evoluzione della guerra, è utile conoscere il modo di pensare e la struttura mentale di Larijani, che è un uomo colto, con doppia laurea in filosofia e in informatica, tesi su “La filosofia della matematica di Kant”, autore di varie pubblicazioni sul tema (“Metafisica e scienze esatte in Kant”, “Intuizione e giudizi sintetici a priori”), con riferimenti al filosofo neoplatonico Mulla Sadra, con lo scopo dichiarato di subordinare la ragione al Velayat al Faqih (appunto la neoplatonica guida dello Stato da parte del Giureconsulto, del saggio tra i saggi). </span><span>Dunque, chi conta, chi comanda oggi in Iran è un convinto antirazionalista, uno strutturato mistico del khomeinismo fondamentalista, un fanatico e gelido cultore della mistica jihadista. </span></p>
<p><span>Non solo. Larijani è anche un politico navigato, ha partecipato agli accordi sul nucleare del 2015 e soprattutto gode personalmente di una massiccia e potente posizione di totale prestigio nella più alta nomenclatura degli ayatollah. </span><span>È infatti figlio del Grande ayatollah Mirra Hashem Amoli, oppositore del padre dello scià, fuggito negli anni Trenta a Najaf, in Iraq, dove Ali è nato, ed è soprattutto il fratello minore del potente ayatollah Sadeq Larijani.</span></p>
<p><span>Costui, ex capo del potere giudiziario iraniano, è oggi a capo del fondamentale – e di nuovo neoplatonico – Consiglio di Discernimento dell’Utilità, organo di mediazione tra il Majlis e il Consiglio dei Guardiani e che soprattutto supervisiona la decisiva nomina della nuova Guida suprema.</span></p>
<p><span>Ambedue, Ali e Sadeq, hanno non a caso e convintamente svolto un ruolo fondamentale e feroce in tutta la repressione delle manifestazioni popolari di protesta, ordinando ai procuratori di «agire con determinazione contro i rivoltosi» con «sentenze sommarie» e hanno autorizzato ad applicare la contestazione ai manifestanti del reato di Moharebeh, «guerra contro Dio», che prevede la pena di morte, comminata a centinaia di manifestanti nelle proteste di piazza dello scorso gennaio.</span></p>
<p><span>Oggi è difficile prevedere un successo della nuova dottrina di regime change inaugurata da Donald Trump. Dottrina che archivia il cambio radicale di regime tentato con insuccesso da George W. Bush in Iraq, con conseguente e disastrosa messa fuori legge dei membri del partito Baath e altrettanto fallimentare scioglimento dell’esercito iracheno, e lo sostituisce con un accordo con una componente del regime disponibile a una trattativa con la Casa Bianca, senza mutare l’assetto istituzionale.</span></p>
<p><span>Maggiore successo, parziale, possono avere le intese che lo stesso presidente americano ha annunciato con gli autonomisti curdi e beluci. Al di là del confine, in Iraq, stazionano infatti migliaia di Peshmerga iraniani, armati e protetti dal governo del Kurdistan iracheno. </span><span>Con un quadro favorevole, con le strutture dei Pasdaran e dei Basiji attaccate dai bombardieri americani, questi armati possono passare la frontiera e liberare porzioni significative dell’Iran.</span></p>
<p><span>Quella che trapela da Teheran è comunque una mentalità dei vertici, incarnata appunto da Larijani: una mentalità da bunker hitleriano, da battaglia finale, nel nome della rivendicata e teorizzata superiorità dell’ideologia del martirio apocalittico sul razionalismo kantiano. </span><span>Risultato: è probabile che l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e persino il Qatar, bombardati dai Pasdaran di Larijani, entrino in guerra attivamente e bombardino l’Iran al fianco di Israele. </span><span>Aerei arabi che bombardano l’Iran, coordinati e a fianco degli aerei israeliani. Una versione totalmente inaspettata degli Accordi di Abramo.</span></p>
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<title>Il figlio di Khamenei scelto come suo successore</title>
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<description><![CDATA[ 
Ogni giorno milioni di notizie attraversano i nostri occhi e scompaiono. “Quel che resta del giorno”, con Massimiliano Coccia, è la feritoia da cui guardare la politica, la stampa, i libri e i conflitti del nostro tempo. Un podcast quotidiano de Linkiesta
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1080" height="1080" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/occco.jpeg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/occco.jpeg 1080w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/occco-300x300.jpeg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/occco-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/occco-150x150.jpeg 150w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/occco-768x768.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px"></p><p></p>
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<title>Ecco i tre scenari di conflitto Russia&#45;Nato secondo l’intelligence italiana</title>
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<description><![CDATA[ 
Uno dei cinque test sviluppati dai servizi segreti italiani con l’IA immagina un intervento ibrido a Narva («quasi equiprobabile»), un blitz nel corridoio di Suwałki («improbabile») e una prova di forza nel Mare di Barents («molto improbabile»). E spiega come i modelli generativi entrano nel processo analitico senza sostituire gli esperti
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:03 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
<media:keywords>Ecco, tre, scenari, conflitto, Russia-Nato, secondo, l’intelligence, italiana</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185004-large.jpg?x17776" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185004-large.jpg 1280w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185004-large-300x200.jpg 300w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185004-large-1024x682.jpg 1024w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185004-large-768x512.jpg 768w, https://www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2026/03/24185004-large-1200x800.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px"></p><p>Narva, corridoio di Suwałki, Mare di Barents. Sono questi i tre possibili teatri di una crisi tra Russia e Nato immaginati dall’intelligence italiana entro il 2030. Non una previsione, ma un esercizio strutturato di analisi previsionale inserito nella nuova Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026 presentata oggi dal prefetto Vittorio Rizzi, direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, ovvero la struttura della Presidenza del Consiglio che coordina il lavoro delle agenzie d’intelligence italiane. È uno dei cinque «test GenAI» con cui i servizi hanno sperimentato l’uso dell’intelligenza artificiale generativa a supporto del lavoro analitico.</p>
<p>Il primo scenario – quello ritenuto più plausibile – riguarda Narva, città estone a maggioranza russofona al confine con la Federazione. L’ipotesi è quella di un intervento ibrido: attacchi cibernetici contro infrastrutture critiche, campagne di propaganda per alimentare disordini, restrizioni commerciali, infiltrazione di forze speciali e impiego limitato di truppe regolari. Obiettivo del Cremlino: trasformare la città in una «zona grigia» sotto influenza russa senza innescare un’immediata reazione militare dell’Alleanza, mettendone alla prova la coesione. La finestra temporale ipotizzata è il 2028, in un contesto di fragile cessate il fuoco in Ucraina e possibile rimodulazione dell’impegno statunitense in Europa. Probabilità stimata: 50 per cento, definita nella scala della Relazione come «quasi equiprobabile».</p>
<p>Il secondo scenario si concentra sul corridoio di Suwałki, la striscia di territorio tra Polonia e Lituania che collega i Paesi baltici al resto della Nato e separa l’exclave russa di Kaliningrad dalla Bielorussia. Qui l’ipotesi è di un’operazione convenzionale rapida: forze meccanizzate da Kaliningrad e Grodno, attacchi missilistici a corto raggio e droni contro difese Nato, operazioni cibernetiche contro snodi ferroviari. L’obiettivo sarebbe creare un collegamento terrestre tra Russia e Bielorussia, isolando i Baltici e mettendo l’Alleanza di fronte a un dilemma immediato di risposta. Tra i fattori abilitanti: la ricostituzione delle capacità militari russe e la piena subordinazione delle forze bielorusse a Mosca. Orizzonte temporale: 2029. Probabilità attribuita: 30 per cento, classificata come «improbabile».</p>
<p>Il terzo scenario si sposta a nord, nel Mare di Barents e attorno alle Svalbard, territorio norvegese strategico per l’Artico. In questo caso la Russia punterebbe a un’operazione di interdizione marittima: esercitazioni aggressive vicino a piattaforme energetiche e cavi sottomarini, sorvoli provocatori, blocco di rotte commerciali chiave. Il pretesto sarebbe una disputa sui diritti di sfruttamento nelle zone economiche esclusive. Obiettivo: consolidare la postura russa nell’Artico e testare la deterrenza statunitense sul fianco settentrionale. La finestra ipotizzata è il 2030. Probabilità stimata: 20 per cento, giudicata «molto improbabile».</p>
<p>Le percentuali non sono il frutto automatico dell’algoritmo: sono state validate dagli analisti. Ed è proprio qui che sta il punto politico e metodologico dell’esercizio.</p>
<p>Il test Russia-Nato è uno dei cinque esperimenti con cui la Relazione 2026 mette alla prova l’uso dei <i>large language model</i> nell’analisi intelligence. Gli scenari sono stati costruiti esclusivamente su fonti aperte selezionate dagli analisti. L’approccio dichiarato è «rigidamente antropocentrico»: operatori Osint, esperti di materia e tecnici hanno lavorato in gruppi multidisciplinari, creando un circuito di controllo qualità dalla definizione dell’obiettivo informativo alla revisione finale dei risultati.</p>
<p>In alcuni casi il modello ha operato su un set ristretto di fonti pre-validate; in altri ha esplorato il web aperto. Sono state utilizzate tecniche di analisi strutturata – brainstorming, scenari alternativi, avvocato del diavolo – potenziate da prompt specifici. I risultati sono stati confrontati tra più modelli e integrati con strumenti statistici tradizionali.</p>
<p>Il messaggio che emerge dalla Relazione non è che la guerra sia imminente. È che l’intelligence italiana sta sperimentando nuovi strumenti per esplorare in modo sistematico scenari di crisi ad alta intensità. L’intelligenza artificiale non sostituisce l’analista, ma ne amplia la capacità di generare ipotesi, testare percorsi alternativi e ridurre i bias. In un’Europa tornata al confronto tra potenze, anche l’analisi deve cambiare passo. Questo il messaggio dell’intelligence italiana.</p>
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<title>I mercati pagano l’incertezza strategica della guerra, l’energia i blocchi che genera</title>
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Enrico Cisnetto dialoga con Federico Fubini, Editorialista e Vicedirettore ad personam Corriere della Sera, Davide Tabarelli, Presidente NE-Nomisma Energia e Giovanni Tria, Professore onorario di Economia Università Tor Vergata, già Ministro dell&#039;economia e delle finanze
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 19:00:02 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<title>Con KI RUN corri sei mezze maratone in Europa e visiti le città</title>
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<description><![CDATA[ Lo sport incontra il viaggio con le proposte in collaborazione con Super Half: Lisbona, Praga, Berlino in primavera, Copenaghen, Cardiff e Valencia in autunno. E chi le corre tutte colleziona timbri e premi ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 17:30:23 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>4 marzo 2026: Giornata Mondiale contro il  PAPILLOMA VIRUS</title>
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<description><![CDATA[ Prevenzione primaria è la vaccinazione, universale e gender-neutral. I consigli degli specialisti per sconfiggere l’infezione da HPV ed evitare tutti i tumori correlati ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 17:30:23 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>GARNIER presenta GISELE BÜNDCHEN come prima Global Brand Ambassador nei suoi 120 anni di storia</title>
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<description><![CDATA[ Icona della moda, filantropa ambientale, autrice best-seller e wellness advocate, Gisele incarna perfettamente la visione di bellezza efficace, accessibile e sostenibile che Garnier promuove da oltre un secolo ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 17:30:22 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Lo stilista Luca Moretti celebra il prestigio delle Uniformi portando in auge la storia italiana</title>
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<description><![CDATA[ Lo stilista Luca Moretti amasciatore del Made in Italy celebra il prestigio del Made in Italy portando in auge la storia delle Forze Armate, un repertorio di stile e tradizione ideato dallo stesso in stretta collaborazione con le Forze dell&#039;Ordine per simboleggiare l&#039;importantza della legalità e il sotegno alle nostre Forze dell&#039;Ordine che ogni giorno rischiano molto al fine di tutelare e difendere la società civile, all&#039;insegna dello stile della cultura d&#039; eccellenza dell&#039;identità italiana. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 17:30:22 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Rally, Formula Driver: Funny Team apre la stagione su vari fronti</title>
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<description><![CDATA[ Historic Rally delle Vallate Aretine, Formula Driver Aviano e la prova di abilità a Massenzatica di Mesola hanno dato il via al 2026 della scuderia di Nove. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 17:30:22 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Sicurezza Invisibile: Polinet Srl presenta il Tracker da 1mm silenzioso che ridefinisce il concetto di localizzazione</title>
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<description><![CDATA[ Il PLM-TrackTAG-01 segna una svolta nella sicurezza degli asset di alto valore: con uno spessore di solo 1 mm e un’autonomia fino a 60 giorni, è il localizzatore professionale più sottile al mondo. Progettato per essere al 99% non rilevabile e totalmente silenzioso — non emette alcun segnale acustico o &quot;bip&quot; — permette un occultamento invisibile dove ogni altro sistema fallisce, garantendo protezione senza SIM né abbonamenti. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 17:30:22 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Gelato italiano: vola l’export in Asia, +72% nel 1° semestre 2025. Tonitto 1939 punta a consolidare la presenza in Corea del Sud e a nuovi mercati come Cina, Malesia e Giappone</title>
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<description><![CDATA[ Il gelato italiano continua a conquistare il mercato asiatico. Secondo l’ultimo Osservatorio Economico del MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale), nel primo semestre 2025 l’export di gelato verso l’Asia è aumentato del 72% rispetto allo stesso periodo del 2024, passando da 20 a 34,4 milioni di euro. Nella sola Asia Orientale, è cresciuto da 6,8 a 8,7 milioni di euro, registrando un incremento del […] ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 17:30:22 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Val d’Ega: la montagna in maglia rossa</title>
<link>https://www.eventi.news/val-dega-la-montagna-in-maglia-rossa</link>
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<description><![CDATA[ Dal 10 al 14 giugno 2026, i Rosadira Bike Days trasformano Nova Levante, Nova Ponente e Obereggen (BZ) nelle tappe obbligate di un tour nel sogno di ogni ciclista ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 17:30:22 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Le idee regalo per la festa del papà 2026 firmate Muitomas</title>
<link>https://www.eventi.news/le-idee-regalo-per-la-festa-del-papa-2026-firmate-muitomas</link>
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<description><![CDATA[ Muitomas, brand italiano lifestyle che unisce funzionalità e design in una gamma di accessori colorati da collezionare, presenta una serie di idee regalo in occasione della Festa del papà: proposte studiate per arricchire la vita di tutti i giorni con praticità e un tocco di colore ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 17:30:21 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<title>Pasqua sulla neve in Alta Badia: sci di primavera e relax 5 stelle al Dolomiti Wellness Hotel Fanes</title>
<link>https://www.eventi.news/pasqua-sulla-neve-in-alta-badia-sci-di-primavera-e-relax-5-stelle-al-dolomiti-wellness-hotel-fanes</link>
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<description><![CDATA[ Colazione in quota, prima discesa su neve intatta e 5.000 mq di puro benessere: una Pasqua esclusiva tra sport e relax, al Dolomiti Wellness Hotel Fanes di San Cassiano, nel cuore del Dolomiti Superski, uno dei comprensori più grandi al mondo ]]></description>
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<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 17:30:19 +0100</pubDate>
<dc:creator>Redazione Eventi e News</dc:creator>
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<content:encoded><![CDATA[<img width="150" height="150" src="https://www.comunicati-stampa.net/wp-content/uploads/unnamed-473-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async">Colazione in quota, prima discesa su neve intatta e 5.000 mq di puro benessere: una Pasqua esclusiva tra sport e relax, al Dolomiti Wellness Hotel Fanes di San Cassiano, nel cuore del Dolomiti Superski, uno dei comprensori più grandi al mondo]]> </content:encoded>
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<title>Catanzaro, presentazione del romanzo “Tradita” di Maria Carboni alla Cittadella Regionale</title>
<link>https://www.eventi.news/presentazione-romanzo-tradita-maria-carboni-catanzaro</link>
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<description><![CDATA[ Venerdì 19 dicembre 2025 a Catanzaro la conferenza stampa di presentazione di “Tradita”, il nuovo romanzo di Maria Carboni pubblicato da Baldini+Castoldi. ]]></description>
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<pubDate>Wed, 17 Dec 2025 18:17:30 +0100</pubDate>
<dc:creator>Silvestro Parise</dc:creator>
<media:keywords>Tradita, Maria Carboni, presentazione libro Catanzaro, conferenza stampa libro, Baldini+Castoldi, evento culturale Catanzaro, romanzo contemporaneo</media:keywords>
<content:encoded><![CDATA[<p></p>
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<h2 data-start="140" data-end="251"><span style="font-size: 18pt;"><strong><span style="font-family: 'times new roman', times, serif;">Catanzaro, presentazione del romanzo “Tradita” di Maria Carboni: conferenza stampa alla Cittadella Regionale</span></strong></span></h2>
<p><span style="font-size: 18pt;"><strong><span style="font-family: 'times new roman', times, serif;"></span></strong></span></p>
<p><span style="font-size: 18pt;"><strong><span style="font-family: 'times new roman', times, serif;"></span></strong></span></p>
<p data-start="253" data-end="528"><em><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;"><strong data-start="253" data-end="266">Catanzaro</strong> – <strong data-start="269" data-end="297">Venerdì 19 dicembre 2025</strong>, alle <strong data-start="304" data-end="317">ore 17.00</strong>, la <strong data-start="322" data-end="374">Sala Oro della Cittadella Regionale di Catanzaro</strong> ospiterà la <strong data-start="387" data-end="438">conferenza stampa di presentazione di “Tradita”</strong>, il nuovo e attesissimo romanzo di <strong data-start="474" data-end="491">Maria Carboni</strong>, pubblicato da <strong data-start="507" data-end="527">Baldini+Castoldi</strong>.</span></em></p>
<p data-start="530" data-end="836"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Definito come <strong data-start="544" data-end="593">il romanzo che sta facendo tremare la critica</strong>, <em data-start="595" data-end="604">Tradita</em> affronta con uno stile intenso e coinvolgente <strong data-start="651" data-end="690">temi profondi e di grande attualità</strong>, confermando la solidità narrativa dell’autrice e la forza di una storia destinata a lasciare il segno nel <strong data-start="798" data-end="835">panorama letterario contemporaneo</strong>.</span></p>
<h2 data-start="843" data-end="891"><span style="font-size: 18pt;"><strong><span style="font-family: 'times new roman', times, serif;"></span></strong></span></h2>
<h2 data-start="843" data-end="891"><span style="font-size: 18pt;"><strong><span style="font-family: 'times new roman', times, serif;">Maria Carboni racconta la genesi di “Tradita”</span></strong></span></h2>
<p data-start="893" data-end="1290"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Nel corso dell’incontro, <strong data-start="918" data-end="935">Maria Carboni</strong> racconterà la <strong data-start="950" data-end="972">genesi del romanzo</strong>, soffermandosi sui personaggi e sulle motivazioni che l’hanno spinta a dare vita a una vicenda potente, carica di <strong data-start="1087" data-end="1107">tensione emotiva</strong> e capace di stimolare una riflessione profonda nel lettore. Un confronto diretto con la stampa che permetterà di entrare nel cuore dell’opera e comprenderne i significati più intimi.</span></p>
<p data-start="1292" data-end="1544"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Alla conferenza stampa prenderà parte anche <strong data-start="1336" data-end="1354">Manuela Arcuri</strong>, la cui presenza contribuirà a rendere l’evento di particolare <strong data-start="1418" data-end="1451">rilievo mediatico e culturale</strong>, attirando l’attenzione di giornalisti, operatori del settore e appassionati di letteratura.</span></p>
<h2 data-start="1551" data-end="1601"><span style="font-size: 18pt;"><strong><span style="font-family: 'times new roman', times, serif;"></span></strong></span></h2>
<h2 data-start="1551" data-end="1601"><span style="font-size: 18pt;"><strong><span style="font-family: 'times new roman', times, serif;">Un evento culturale tra letteratura e attualità</span></strong></span></h2>
<p data-start="1603" data-end="1987"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">La presentazione di <em data-start="1623" data-end="1632">Tradita</em> rappresenta un’importante <strong data-start="1659" data-end="1685">occasione di confronto</strong> tra autrice, stampa e pubblico, offrendo uno spazio di dialogo sui <strong data-start="1753" data-end="1776">contenuti del libro</strong>, sul suo impatto e sul dibattito che sta già suscitando. Il romanzo si propone come una lettura capace di unire <strong data-start="1889" data-end="1934">intensità narrativa e riflessione sociale</strong>, elementi che stanno conquistando critica e lettori.</span></p>
<p data-start="1989" data-end="2335"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">L’evento di Catanzaro si inserisce in un calendario di presentazioni che sta accompagnando <em data-start="2080" data-end="2089">Tradita</em> nelle principali città italiane, confermando l’interesse crescente attorno al nuovo lavoro di Maria Carboni. La scelta della <strong data-start="2215" data-end="2239">Cittadella Regionale</strong> come sede dell’incontro sottolinea inoltre il valore istituzionale e culturale dell’iniziativa.</span></p>
<h2 data-start="2342" data-end="2387"><span style="font-size: 18pt;"><strong><span style="font-family: 'times new roman', times, serif;"></span></strong></span></h2>
<h2 data-start="2342" data-end="2387"><span style="font-size: 18pt;"><strong><span style="font-family: 'times new roman', times, serif;">Catanzaro polo della cultura contemporanea</span></strong></span></h2>
<p data-start="2389" data-end="2744"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">La conferenza stampa offrirà anche l’occasione per approfondire il percorso editoriale del romanzo con <strong data-start="2492" data-end="2512">Baldini+Castoldi</strong>, una delle case editrici di riferimento del panorama italiano. Un appuntamento che rafforza il ruolo di <strong data-start="2617" data-end="2695">Catanzaro come polo attivo della cultura e della letteratura contemporanea</strong>, capace di ospitare eventi di rilievo nazionale.</span></p>
<p data-start="2746" data-end="2889"><span style="font-family: 'times new roman', times, serif; font-size: 14pt;">Un incontro imperdibile per appassionati di libri, addetti ai lavori e lettori interessati a scoprire una delle opere più discusse del momento.</span></p>
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