Salvini è troppo debole per guidare la Lega, ma ancora troppo forte per essere fatto fuori

19 Agosto 2026 - 04:55
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Salvini è troppo debole per guidare la Lega, ma ancora troppo forte per essere fatto fuori

Il ministro dei trasporti, vice presidente del CDM, segretario della Lega Matteo Salvini in occasione della 11ma edizione della scuola di formazione politica della Lega . Roma Domenica 17 Maggio 2026 (photo by Mauro Scrobogna / LaPresse) Transport Minister, Vice President of the Council of Ministers, and League Secretary Matteo Salvini, at the 11th edition of the League's political training school. Rome, Sunday May 17 2026 (photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Paradossalmente potrebbe essere Giorgia Meloni ad avere interesse a salvare Matteo Salvini. La premier ha poteri in grado di blindarlo. Basterebbe nominarlo ministro dell’Interno: a quel punto toccarlo sarebbe impossibile, pena la crisi di governo. D’altra parte, le due coalizioni sono castelli di carta, basta un niente per vederli crollare, un voto amministrativo, un refolo di dissenso, una campagnuccia di stampa – i giornalisti, si sa, si copiano tra di loro.

Ma perché la premier dovrebbe apprezzare un cambio al vertice della Lega tale da mettere in fibrillazione il quadro di governo? E poi Salvini è Salvini. Pessimo sotto tanti aspetti. Ne ha fatte più di Carlo in Francia. Ma non è un leaderino qualunque. Si parla tanto di longevità, intesa come prova suprema della bravura di un leader, e Matteo è il più longevo di tutti. Quindi bisognerebbe andarci piano. È evidente, ma questo da tempo, che il capo leghista è in difficoltà. Poi certo c’è un momento in cui la longevità diventa usura e il cambiamento diventa un’esigenza persino umana. Ma per fare che? Ecco il punto: a pochi mesi dal voto una sorta di horror vacui può giocare a favore del ministro dei Trasporti. Una sua caduta improvvisa – verosimilmente cruenta perché l’uomo non pare il tipo che si fa da parte così – aprirebbe un problema molto più grande delle sorti della Lega.

Le incognite sarebbero molteplici, a partire dal rischio che una parte dell’elettorato leghista diventi più contendibile. Con quali esiti, nessuno può prevederlo. A conti fatti – come il titolo del libro di Simone de Beauvoir – Meloni potrebbe preferire dunque un Salvini indebolito, ma proprio per questo più gestibile, a una Lega improvvisamente liberata dal suo leader.

Il famoso malessere dei militanti della Lega non tracima perché una cosa è immaginare il dopo-Salvini nei salotti, altra cosa è costruirlo nel partito. E soprattutto altra cosa ancora è affrontare Salvini faccia a faccia. Così prende corpo una soluzione assai più italiana. Più dorotea. Non la decapitazione, ma il commissariamento. Non un perentorio “Salvini vattene”, bensì un più tranquillo “Salvini resta, ma lascia fare a noi”. Parafrasando Mao, non bastonare ma commissariare il capo che affoga. Puntare a una leadership sotto tutela. Salvini conserverebbe il titolo, la rappresentanza esterna e la capacità di mobilitare il suo elettorato; intorno a lui, però, crescerebbe una sorta di Direttorio del partito.

E torniamo qui a Meloni, che ha bisogno che Salvini rimanga abbastanza forte da tenere a bada la Lega, ma abbastanza debole da non rappresentare una problema. La Lega, il ventre molle di una destra che Roberto Vannacci erode giorno dopo giorno, oggi è in una posizione paradossale: Salvini è debole per governarla come prima, ma forse ancora indispensabile per essere sostituito senza rischi. Ed è proprio questo che rende improbabile, almeno nell’immediato, l’uscita di scena del Capitano. Potrebbe essere arrivato al capolinea come leader della Lega senza passare per l’atto finale delle dimissioni. Per il cambiamento vero la data è segnata: il giorno dopo le elezioni, se andranno male. La parabola di Matteo Salvini cala ma potrebbe trattarsi di lungo addio. Per ora l’importante è resistere. Ed è già moltissimo, per come sta messo lui.

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