Sei tonnellate di riso e un pozzo per la scuola: il “progetto Modu” porta un po’ di Varesotto in Senegal

C’è una storia che parte da un bar di Valencia, passa per un barcone nel Mediterraneo e arriva in un villaggio del Senegal a 47 gradi, con due idraulici, sei operai e una pompa dell’acqua da installare in una mattinata. È la storia del Modus Project, e al centro c’è Modu — senegalese, ex dipendente del Jamon Jamon, il bar gestito da Stefano Bof a Puerto de Sagunto, sulla costa valenciana. Stefano è il fratello di Roberto, giornalista varesino da anni punto di riferimento del mondo paralimpico lombardo, che da Varese ha seguito e sostenuto il progetto fin dall’inizio.
L’idea nasce poco prima del Covid, quando Modu e alcuni amici del bar — tra cui Piyo, argentino residente a Puerto, e Alex, informatico spagnolo giramondo — avviano una raccolta fondi per dotare il territorio d’origine di Modu, in Senegal, di un furgone-ambulanza. L’idea si scontra presto con la realtà: burocrazia, corruzione, costi e l’impossibilità di garantire una manutenzione locale spingono il gruppo a cambiare rotta. Meglio comprare direttamente sul posto alimenti e medicinali, e distribuirli casa per casa. «Nasce così il Modus Project, con un sito e dei canali social che — racconta Roberto Bof — hanno generato un passaparola inaspettato. Da anziano che ne ha viste e sentite tante posso dire: commovente».
Nel gennaio 2025, in cinque, il gruppo acquista cinque tonnellate di riso e dota due scuole di stuoie per la preghiera — fino ad allora i bambini si sedevano sulla terra. Quest’anno il gruppo torna, questa volta in quattro: oltre a Roberto e Stefano, che da trent’anni vive a Puerto de Sagunto con la moglie e le due figlie, ci sono Marcos da Madrid e Ronny, pensionato di Ulm in Germania con casa vacanza a Puerto (nella foto in copertina).
Sei tonnellate di riso, stuoie per altre due scuole e, su segnalazione di Modu e della sua famiglia, anche un intervento idrico nella scuola più malmessa: materiale comprato sul posto, due idraulici e sei operai al lavoro, impianto completato in una decina di ore sotto un sole a 47 gradi.
Ma il dettaglio che forse racconta meglio il carattere di Modu è un altro. Ogni volta che il gruppo passava davanti a un venditore di uccellini in gabbia, Modu si fermava, pagava pochi euro e chiedeva di liberarne tanti quanti ne consentiva la cifra. In una settimana: 120 uccelli liberati. «Conosco bene il valore della libertà», ha detto.

E quella libertà se l’è conquistata a caro prezzo. A 16 anni Modu è salito su un barcone diretto in Francia: giorni di traversata, poi il rimpatrio forzato. L’anno successivo ci riprova — non gratis — e finisce in un carcere in un paese imprecisato, prima di essere rispedito a casa ancora una volta. Al terzo tentativo riesce ad arrivare in Francia e a raggiungere la Spagna, dove uno zio vendeva oggetti sulla spiaggia di Valencia. Lì conosce Stefano Bof, viene assunto part-time al Jamon Jamon, costruisce una vita. Oggi ha moglie e un figlio di sei anni nel suo quartiere di Touba, che sta crescendo con l’obiettivo della cittadinanza spagnola.
Il Senegal attraversato in questa settimana è lontano anni luce da Dakar e dal suo lusso: un territorio che è anche, come Burundi, Etiopia e Nepal, una discarica del resto del mondo. Nei 95 metri di scavo per l’impianto idrico, gli operai hanno tirato fuori plastica e rifiuti a sufficienza per riempire un camion intero.
Roberto Bof non nasconde le contraddizioni di un contesto difficile, ma chiede anche di non fermarsi alla superficie: «Prova a nascere a Touba come al CEP di Palermo. Cresci e respira quei posti. Cosa e chi saresti?»
Modu ce l’ha fatta, ed è diventato un esempio per molti ragazzi del quartiere. Ma fatica a far capire che nulla gli è stato regalato. Si arrabbia con chi gli chiede soldi pur avendo già ricevuto il riso, con i parenti che moltiplicano i figli senza mezzi, con i cellulari in mano a chi dice di non avere niente. Della sua storia non parla mai. «Ogni giorno», racconta Bof, «abbiamo respirato la sua rabbia e il suo dolore mascherati da un sorriso che illumina.»
Chi volesse saperne di più o sostenere il progetto può visitare il sito modusproject.org/it.
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