Siracusa, geologi a confronto su erosione costiera e cambiamenti climatici
L’innalzamento del livello del mare, l’erosione delle coste, i fenomeni di subsidenza e la necessità di conoscere sempre meglio il sottosuolo per prevenire i rischi e tutelare il patrimonio storico e ambientale. Sono stati questi i temi al centro del ciclo di seminari “Geoscienze Applicate – Metodi e applicazioni per l’analisi del territorio, del sottosuolo e della vulnerabilità costiera”, promosso dall’Ordine regionale dei Geologi e dall’Associazione dei Geologi della provincia di Siracusa, ospitato nella sede della Lega Navale Italiana di Siracusa, affacciata sul Porto Piccolo.
Tre giornate di approfondimento scientifico hanno riunito docenti universitari, professionisti e ricercatori per affrontare questioni che assumono un’importanza sempre maggiore alla luce dei cambiamenti climatici e delle trasformazioni che interessano il territorio della Sicilia sud-orientale.
Ad aprire il ciclo è stato il seminario del professor Giovanni Scicchitano dell’Università di Bari, dedicato alla vulnerabilità delle aree costiere. Il docente ha illustrato gli scenari elaborati dalla comunità scientifica, secondo i quali entro il 2100 il livello del mare potrebbe aumentare fino a un metro e dieci centimetri, con ulteriori innalzamenti nei secoli successivi.
Una prospettiva che avrebbe conseguenze rilevanti anche per il Siracusano, in particolare nell’area del Porto Grande e lungo il litorale più meridionale della provincia. L’attenzione si è concentrata anche sull’aumento dell’intensità dei fenomeni meteorologici estremi. Negli ultimi anni, infatti, i cosiddetti Medicane, gli uragani mediterranei che hanno interessato la Sicilia sud-orientale – come Qendresa nel 2014, Zorbas nel 2018 e Harry nel 2025 – hanno prodotto effetti ben più significativi rispetto alle tradizionali mareggiate stagionali.
Secondo Scicchitano non esiste una soluzione valida per tutte le coste. Le strategie di adattamento devono essere calibrate sulle caratteristiche geomorfologiche dei singoli tratti di litorale e possono spaziare dalla realizzazione di opere di difesa rigide, all’adattamento di edifici e infrastrutture, fino all’arretramento dalle aree più esposte e al ripristino degli ecosistemi naturali, come dune e praterie di Posidonia, oppure all’impiego di soluzioni ibride che integrino ingegneria e natura.
La seconda giornata, coordinata dal professor Sebastiano Imposa dell’Università di Catania, è stata dedicata invece alle più moderne tecniche di geofisica applicata. Attraverso diversi casi studio è stato illustrato come l’integrazione tra tomografie sismiche, rilievi con droni, laser scanner tridimensionali e indagini elettriche consenta di ricostruire la morfologia del sottosuolo anche in presenza di cavità non accessibili.
Tra gli esempi presentati figurano la Grotta Micio Conti, alle pendici dell’Etna, e la Grotta Chiusazza negli Iblei, dove il confronto tra rilievi tridimensionali e indagini geofisiche ha permesso di verificare l’efficacia delle diverse metodologie di ricostruzione.
Le stesse tecniche trovano applicazione anche nello studio dei beni culturali. Sono stati illustrati gli interventi eseguiti sul Duomo di San Giorgio a Ragusa Ibla, dove le indagini geofisiche hanno evidenziato possibili resti dell’antica chiesa di San Nicola, distrutta dal terremoto del 1693, oltre a possibili cavità nel sottosuolo e informazioni sulla risposta dinamica della struttura.
Altro caso di particolare interesse riguarda il Parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, dove l’impiego combinato di indagini elettromagnetiche e tomografie di resistività ha consentito di individuare le fondazioni di un edificio finora sconosciuto, potenzialmente rilevante per la ricostruzione della topografia religiosa dell’area archeologica.
La terza giornata, affidata alla professoressa ordinaria di Geologia applicata dell’Università di Catania, è stata dedicata allo studio degli ammassi rocciosi carbonatici lungo la costa siracusana. L’attenzione si è concentrata sul tratto compreso tra il Monumento al Lavoratore d’Africa e Capo Santa Panagia, uno dei settori più interessanti dal punto di vista geologico per la presenza di alte falesie modellate dall’azione combinata del carsismo e dell’erosione marina.
Attraverso rilievi geomeccanici, termografie e modelli tridimensionali sono stati analizzati i principali meccanismi di instabilità delle pareti rocciose e i fenomeni di collasso già verificatisi negli ultimi anni. Tra gli episodi ricordati figura il crollo registrato dopo il passaggio del medicane Zorbas, che provocò l’ostruzione degli accessi alle antiche latomie ipogee presenti lungo quel tratto di costa.
Nel corso del seminario sono stati inoltre presentati i risultati preliminari di uno studio sull’arretramento della linea di costa, effettuato mediante il software Digital Shoreline Analysis System sviluppato dall’U.S. Geological Survey, i cui dati saranno pubblicati prossimamente.
Dal ciclo di incontri emerge un messaggio condiviso: la conoscenza scientifica del territorio rappresenta uno strumento indispensabile per pianificare interventi efficaci, mitigare i rischi legati ai cambiamenti climatici e proteggere il patrimonio naturale, storico e paesaggistico della provincia di Siracusa.
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