Taisch: “La robotica è tema di sovranità industriale: serve una politica industriale, non solo incentivi”
PHYSICAL AI
Taisch: “La robotica è tema di sovranità industriale: serve una politica industriale, non solo incentivi”
Il dibattito sulla possibile legge sulla robotica intelligente si allarga. Secondo il professor Taisch la partita della Physical AI è ormai tema di sovranità industriale. Per evitare nuove dipendenze tecnologiche bisogna considerare la sicurezza dei dati, il rafforzamento di una filiera europea dei componenti e lo sviluppo delle competenze .

La discussione sulla possibile “legge sulla robotica” paventata nelle ultime settimane dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso comincia ad allargarsi. E dal dibattito emerge una questione che va oltre l’eventuale fondo da 200-300 milioni per sostenere ricerca, sviluppo e produzione di robot umanoidi: quale politica industriale vuole costruire l’Italia attorno alla robotica avanzata e alla Physical AI?
A intervenire sul tema è Marco Taisch, professore ordinario del Politecnico di Milano e presidente del Competence Center MADE 4.0 e della Fondazione MICS, secondo cui il confronto che si è aperto all’interno del Governo rappresenta il segnale che la robotica sta diventando una questione di interesse nazionale.
“Il punto non è chi debba scrivere quella legge. Il punto è che quella legge, o qualcosa di più ampio, va scritta”, sostiene Taisch.
Dalla legge sugli umanoidi alla sovranità industriale
Il riferimento è alla vicenda emersa nei giorni scorsi in Consiglio dei ministri. Come abbiamo raccontato su Innovation Post, secondo le ricostruzioni giornalistiche Urso avrebbe sollevato il tema della protezione del know-how italiano nella robotica umanoide rispetto alla concorrenza cinese, incontrando le riserve della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sull’ipotesi di sostenere con risorse pubbliche la nascita di “fabbriche di robot”.
Il confronto arriva dopo diverse settimane nelle quali il ministro ha progressivamente alzato il livello delle ambizioni. A inizio settembre, al Forum di Cernobbio, Urso aveva annunciato incentivi sia per la filiera produttiva sia per l’utilizzo di robotica avanzata e umanoidi. Poche settimane dopo aveva parlato di un “piano straordinario” per trasformare l’Italia nella fabbrica europea dei robot intelligenti.
Per Taisch il tema va però collocato in un perimetro più ampio di quello della singola tecnologia.
Per decenni, osserva, la sovranità di un Paese è stata valutata soprattutto sulla disponibilità di energia e materie prime. A queste due dimensioni oggi occorre aggiungerne una terza: la capacità di progettare e produrre i beni strumentali con cui vengono realizzati gli altri prodotti.
“Un Paese che possiede il petrolio ma non sa costruire le raffinerie è ricco a metà. Un Paese che disegna i prodotti ma compra all’estero i robot che li realizzano è sovrano a metà”, sintetizza Taisch.
È un’impostazione che allarga molto il tema rispetto alla semplice alternativa tra finanziare o meno qualche produttore italiano di umanoidi. La domanda diventa piuttosto quali tecnologie produttive un grande Paese manifatturiero debba essere in grado di controllare, direttamente o attraverso una filiera europea, per non creare nuove dipendenze tecnologiche.
Incentivi sì, ma legati alla sicurezza e ai dati
Il primo terreno indicato da Taisch riguarda proprio gli incentivi.
La questione è particolarmente attuale perché, oltre alle indiscrezioni sul fondo da 200-300 milioni destinato alla produzione, nelle prime dichiarazioni di Urso era comparsa anche l’ipotesi di incentivare le imprese che adotteranno robot avanzati e umanoidi.
Sul lato della domanda, come abbiamo già evidenziato, una forma di sostegno esiste già: robot, cobot e sistemi multi-robot rientrano infatti tra i beni agevolabili dal nuovo Iperammortamento.
Proprio sul tema della domanda è arrivata nei giorni scorsi anche una proposta di Marco Belardi, che parte da un principio diverso dal semplice incentivo all’acquisto: sostenere le imprese nella sperimentazione e nell’integrazione della Physical AI, ma subordinando il beneficio alla verifica che la tecnologia funzioni davvero nel processo produttivo.
La proposta prevede, tra le altre cose, voucher per finanziare progetti pilota, incentivi ai costi di integrazione e formazione e una premialità maggiore per le imprese che condividono dati operativi utili a costruire una base di conoscenza comune. Un’impostazione che converge su uno dei punti sollevati da Taisch: se arriveranno nuovi incentivi alla robotica avanzata, il sostegno pubblico dovrà essere accompagnato da condizioni precise e produrre qualcosa di più del semplice acquisto di una macchina.
Secondo Taisch eventuali nuovi incentivi specificamente rivolti alla robotica avanzata dovrebbero però essere associati anche a condizioni sulla sicurezza e sulla tracciabilità dei dati. L’obiettivo è evitare che risorse pubbliche destinate ad accelerare la digitalizzazione industriale finiscano contemporaneamente per generare nuove dipendenze tecnologiche.
Il problema deriva dalla natura stessa della Physical AI. Un robot dotato di capacità di percezione, apprendimento e decisione non è soltanto una macchina che esegue movimenti: raccoglie e utilizza dati sull’ambiente produttivo, sui processi e sulle attività che si svolgono all’interno della fabbrica.
Il controllo di questi flussi diventa quindi parte della valutazione sulla sovranità tecnologica.
Certificazione europea e dati industriali in Europa
Da qui deriva la seconda proposta: definire regole europee di certificazione per i robot dotati di AI, prevedendo anche che i dati di processo siano trattati e conservati in Europa.
È una proposta che porta il dibattito oltre la provenienza geografica del robot. Un sistema potrebbe infatti essere costruito o assemblato in Europa utilizzando piattaforme digitali, servizi cloud o componenti software controllati altrove.
Per Taisch, dunque, la politica sulla robotica deve guardare contemporaneamente all’hardware e al patrimonio informativo generato durante il funzionamento delle macchine.
Il tema si inserisce nella più ampia trasformazione della manifattura determinata dalla crescente convergenza tra geopolitica, tecnologie digitali e supply chain. Un intreccio sul quale Taisch si era soffermato anche in una recente intervista a Innovation Post, sottolineando come le imprese siano ormai costrette a considerare nelle proprie strategie anche elementi di sicurezza tecnologica e resilienza che fino a pochi anni fa avevano un peso decisamente inferiore.
La partita dei componenti: non esistono solo gli umanoidi
La terza direttrice riguarda la costruzione di una filiera italiana ed europea dei componenti chiave.
Taisch cita attuatori, riduttori, sensori e software di controllo: tecnologie meno visibili rispetto all’immagine completa dell’umanoide, ma decisive per determinarne prestazioni, costo, affidabilità e autonomia tecnologica.
Ed è forse proprio su questo terreno che il dibattito sulla “legge per gli umanoidi” può assumere una dimensione industriale più concreta.
Sostenere una filiera non significa necessariamente immaginare che l’Italia debba produrre interamente un proprio robot general purpose, replicando la strategia dei grandi player cinesi o americani. Può voler dire individuare i segmenti della catena del valore nei quali il sistema italiano ed europeo possiede competenze industriali utilizzabili nella nuova generazione della robotica.
Per Taisch la meccanica di precisione italiana ha, in particolare, “carte pesanti da giocare” nella componentistica.
Il ragionamento è coerente con un’altra considerazione che lo stesso professore aveva espresso parlando con Innovation Post: gli umanoidi industriali maturi potrebbero essere molto diversi dalle macchine antropomorfe che oggi attirano l’attenzione nelle dimostrazioni. In fabbrica potranno avere ruote invece delle gambe, più di due braccia o sistemi di percezione progettati espressamente per il contesto produttivo.
Il tema della costruzione di una filiera europea della robotica è del resto già entrato nel dibattito comunitario. A settembre la rete di eccellenza euROBIN ha portato al Parlamento europeo 15 robot intelligenti sviluppati in Europa, avanzando la proposta di un AI-based Robotics Act e di un centro europeo per la ricerca robotica. L’obiettivo è trasformare la forza europea nella ricerca in capacità industriale, evitando che tecnologie sviluppate nel continente vengano poi industrializzate altrove.
Sul punto sono intervenuti anche Bruno Siciliano e Antonio Bicchi, che in un’intervista a Innovation Post hanno invitato a non concentrare la strategia sull’umanoide in quanto tale, ma sulle soluzioni robotiche capaci di creare valore concreto. Una linea che richiama anche il ragionamento di Taisch: per l’Europa la partita non consiste necessariamente nel replicare i modelli americani o cinesi, ma nel costruire una propria capacità industriale valorizzando ricerca, integrazione tecnologica, componentistica e applicazioni realmente utili.
La partita industriale, insomma, riguarda la Physical AI nel suo complesso molto più che una specifica forma del robot.
“Ogni euro investito nei robot richiede un euro nelle competenze”
La quarta proposta riguarda infine le persone.
“Ogni euro investito in robot vale poco senza un euro investito in competenze”, sostiene Taisch, che indica nella formazione uno dei pilastri da affiancare alla politica tecnologica.
Il problema riguarda sia le competenze necessarie per sviluppare queste macchine sia quelle richieste alle imprese che dovranno integrarle nei processi produttivi.
Ed è anche qui che il tema degli incentivi alla domanda diventa più complesso. Favorire l’adozione della Physical AI non può significare soltanto ridurre attraverso un beneficio fiscale il costo dell’investimento in una macchina. Occorre considerare i costi di integrazione, la capacità di riprogettare i processi, le nuove professionalità necessarie e, soprattutto, gli effetti sull’organizzazione del lavoro.
Nel nostro approfondimento sulle ipotesi di incentivo alla robotica e agli umanoidi abbiamo evidenziato proprio questo nodo: prima di decidere se sia opportuno aggiungere nuovi incentivi specifici all’adozione occorre comprendere meglio quale sarà l’effetto della Physical AI su produttività, occupazione e competenze.
È anche per questo che assume rilievo il lavoro avviato dal CNEL per misurare non soltanto quante imprese utilizzano l’AI, ma quali effetti economici e occupazionali derivano dalla sua introduzione.
“Non delegare ad altri le mani e il cervello delle nostre fabbriche”
Le quattro proposte di Taisch spostano quindi il dibattito dalla domanda se serva o meno una “legge sugli umanoidi” a quella su quali condizioni debbano accompagnare una politica italiana ed europea sulla robotica avanzata.
Incentivi legati a sicurezza e tracciabilità, governance europea dei dati, sviluppo della componentistica e investimento nelle competenze delineano una politica più ampia rispetto al semplice sostegno finanziario a produttori o utilizzatori.
E soprattutto collocano la Physical AI nello stesso ragionamento che negli ultimi anni ha portato l’Europa a interrogarsi sulla dipendenza dall’estero per energia, materie prime, semiconduttori e altre tecnologie critiche.
“Abbiamo imparato a diversificare i fornitori di gas. Stiamo imparando a fare scorte di materie prime critiche. Ora dobbiamo imparare a non delegare ad altri le mani e il cervello delle nostre fabbriche”, conclude Taisch.
Nella sua lettura, quindi, il punto non è proteggere un singolo prodotto o impedire l’ingresso di tecnologie straniere. È stabilire quale parte della capacità tecnologica che farà funzionare le fabbriche del futuro l’Italia e l’Europa ritengano necessario mantenere sotto il proprio controllo.
Perché, sintetizza Taisch, “la sovranità del XXI secolo non si misurerà soltanto in barili e tonnellate: si misurerà anche in robot”.
L'articolo Taisch: “La robotica è tema di sovranità industriale: serve una politica industriale, non solo incentivi” proviene da Innovation Post.
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