Trieste, una notte con i migranti che arrivano dalla Rotta Balcanica: qui dove lo Stato tace la solidarietà risponde
È una sera fredda e buia, a Trieste. Una delle tante di questo inverno che sembra non finire mai. È venerdì. Nelle vie attorno alla stazione i ragazzi accelerano il passo per rifugiarsi in uno dei locali del centro, vicinissimo. Gli ultimi lavoratori corrono stanchi verso casa, per scaldarsi con un bel piatto caldo, nel tepore di un termosifone acceso. In strada, intanto, nascosti in piena vista, ci sono coloro che non hanno tetti e mura per ripararsi dalle intemperie. Sono i migranti in arrivo dalla rotta balcanica, che si raccolgono in piazza Libertà, davanti alla stazione, dove i volontari della rete solidale cittadina cercano di dare un po’ di conforto. Un piatto caldo, qualche parola, una medicazione ai piedi doloranti. Tutto può aiutare.
Gli sgomberi, operazione mediatica o intervento strutturale?
A occhio, i migranti saranno circa un centinaio. È un’evidenza che stupisce, perché contrasta con la narrazione circolata sulla stampa e nei comunicati di alcuni rappresentanti delle forze politiche di maggioranza. Il giorno prima c’è stato uno sgombero dei magazzini del Porto Vecchio, dove vivono, accampate, le persone senza accoglienza e 95 di queste sono state portate verso centri in altri luoghi d’Italia. Un’operazione mediatica prima che strutturale, sbandierata come la soluzione del “problema migranti”. «Questi grandi trasferimenti sono una spettacolarizzazione», dice Gianfranco Schiavone, membro dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione – Asgi e presidente del Consorzio italiano di solidarietà – Ics. «Se faccio un sistema di trasferimenti ordinari, che funzioni, tengo sotto controllo la situazione, ma così nessuno se ne accorge. Abbasso la tensione sull’argomento. Con queste operazioni saltuarie, invece, si tiene alta l’attenzione dimostrando che gli arrivi sono un problema, che l’amministrazione sta affrontando con coraggio».
In questo gioco mediatico, chi ne fa le spese sono le persone che rimangono per strada. A restare esclusi dai trasferimenti, anche i profili più vulnerabili: nell’ultimo sgombero, per esempio, un nucleo familiare, nonostante le segnalazioni alle autorità competenti, è stato lasciato indietro. Intanto, le persone muoiono: lo scorso dicembre, durante uno sgombero, è stato rinvenuto a Porto Vecchio il corpo senza vita di Magoura Hichem Billal, cittadino algerino che aveva trovato riparo in uno degli edifici fatiscenti dell’area. Poche settimane dopo, è morto anche Sumil Tamang, quarantatreenne nepalese che aveva avuto un arresto cardiaco negli stessi stabili abbandonati. Così, il lavoro delle realtà associative e della solidarietà rimane un presidio fondamentale – e imprescindibile – di civiltà, che copre i vuoti lasciati dalla politica e dall’amministrazione locale e nazionale, responsabili per legge dell’accesso alla procedura d’asilo e all’accoglienza.

Spazio 11, un progetto di solidarietà unico in Europa
Dalla piazza, bastano pochi passi per arrivare in via Udine. Là si trova Spazio 11, la sala d’attesa solidale che la Caritas ha aperto a febbraio 2025 in collaborazione con Donk humanitarian medicine e con il sostegno di Unhcr. Ci sono alcuni tavoli, sedie, una macchina per il caffè. In un’altra sala, poltrone per dormire. Operatori e volontari accolgono le persone che arrivano a ripararsi, una dopo l’altra, sempre di più dopo le otto di sera. In breve, i posti a sedere cominciano a riempirsi e l’aria si satura di parole in lingue diverse. Poco dopo, arriva anche il medico di Donk, che in una stanza allestita ad ambulatorio è pronto a visitare chi ne abbia la necessità.
Anche dopo il trasferimento del giorno precedente, si fa fatica a trovare un angolo libero, tanto che bisogna tirare fuori le poltrone della stanzetta dedicata alle famiglie e ai profili più vulnerabili. «Ogni sera accogliamo tra le 60 e le 100 persone», dice Daniele Pescatore, responsabile del servizio per la Caritas. «Che io sappia, Spazio 11 è un unicum in Europa: non è un dormitorio, è un punto di ristoro, un rifugio. Le persone vengono qui, ricaricano il telefono, bevono un tè, giocano a carte. Chiacchierano. Dormono, quando la sera si fa più tarda». Il servizio è aperto tutti i giorni, dalle 20:00 fino alle otto. «A notte fonda accogliamo di solito anche famiglie in transito, che arrivano verso le due del mattino e se ne vanno col primo treno, alle quattro. Arrivano anche minori, per loro troviamo sempre posto». Mentre Pescatore parla, a volte deve interrompersi, accogliere delle persone in ingresso. Su un file al computer viene segnato il nome, la provenienza e la nazionalità. I visi che si vedono entrare tradiscono origini diverse. «Ci sono tanti pakistani, afghani, bengalesi», spiega l’operatore. «Anche molti nepalesi, ultimamente». Secondo il rapporto di monitoraggio che ogni mese stila International rescue committee – Irc, a novembre 2025 i principali Paesi di partenza delle persone in arrivo erano l’Afghanistan (50%), il Pakistan (17%), il Bangladesh (14%) e il Nepal (10%).

Lungo la rotta balcanica, tratta e sfruttamento lavorativo
Che nella lista ci sia anche lo stato himalayano può stupire, ma c’è un motivo chiaro di questa presenza. «Arrivano qui con un visto di lavoro per altri Paesi europei o dei Balcani, come la Serbia, la Bulgaria, la Croazia, la Romania. Ma vengono sfruttati e ripartono. Alcuni si fermano qua, molti vanno verso Milano, dove c’è una grande comunità nepalese. Altri ancora si dirigono in Spagna o in Germania», racconta Pescatore. Dal Nepal viene anche la stragrande maggioranza – in novembre era la totalità – delle donne sole in arrivo. Anche per loro, è una questione di sfruttamento lavorativo: precettate da “agenzie” nel Paese d’origine, si ritrovano in Europa a svolgere mansioni molto diverse da quelle che erano state presentate loro, senza tutele e in condizioni decisamente peggiori. Anche chi viene da altri Paesi vive rischi simili, oggi più che un tempo. «Negli anni la rotta balcanica è cambiata», continua l’operatore. «I trafficanti sono insinuati in maniera veramente capillare: i viaggi durano meno ma sono anche molto più costosi. Le persone si indebitano tantissimo e cadono in maglie di sfruttamento lavorativo».
«Per uno straniero è così»
Tra le persone che trovano riparo a Spazio 11 c’è anche Samar. È partito dall’Afghanistan quando aveva 15 anni, nel 2015. Ha lavorato per anni in Turchia, poi, dopo essere ripartito, è finito in carcere in Bulgaria, per due mesi. Da lì, è andato in Francia, ma ha ricevuto un foglio di via: avrebbe dovuto tornare nel suo Paese, anche se l’Afghanistan è tutt’altro che sicuro. «Sono venuto in Italia, sono qui da mesi, ho fatto richiesta di asilo, ma non ho avuto posto in accoglienza», dice. «Sto dormendo a Porto Vecchio. È difficilissimo, c’è il vento, la pioggia, è freddo. Non abbiamo nulla. Quando fanno i controlli chiudono gli edifici e noi non possiamo entrare. Ma noi non abbiamo un posto dove andare: dobbiamo girare per tutta la città, anche se fuori c’è brutto tempo». Samar, però, pare accettare il suo destino come se fosse nell’ordine delle cose. «Per uno straniero è così», commenta, «Ci vuole un po’ di tempo per sistemarsi». In futuro vorrebbe studiare, imparare l’italiano. Nel suo Paese non ha potuto, non sa né leggere né scrivere. Ora gli piacerebbe riscattarsi, costruirsi una vita dignitosa in Italia.
Samar non è l’unico a Spazio 11 a essere bloccato da tempo in attesa di entrare in accoglienza, che pur sarebbe un diritto e non una concessione. Ismail (nome di fantasia), per esempio, mostra un foglio rilasciato dalla questura di Gorizia a ottobre. Si è fatto identificare là, sperando che il sistema fosse più veloce in un’altra città. Eppure, come testimoniano le tante date cancellate sul documento, l’accesso al sistema di accoglienza per lui viene sistematicamente posticipato. E, intanto, è costretto a dormire per strada, tra gli edifici fatiscenti e inospitali di Porto Vecchio.

Una difficoltà strutturale, non casi isolati
La condizione di estrema difficoltà a entrare nel sistema di accoglienza per i migranti in arrivo dalla rotta balcanica è fotografata anche dal report Accesso negato – rapporto sugli ostacoli nell’accesso alla procedura d’asilo e all’accoglienza a Trieste, redatto da International rescue committee Italia, No name kitchen, Ics, Comitato per i diritti civili delle prostitute e Diaconia valdese, con il supporto di Goap e Linea d’ombra. Il documento, che prende in esame centinaia di testimonianze sul campo, insieme ai risultati di 1400 supporti legali, evidenzia diversi problemi, tra cui un accesso limitato e arbitrario alla questura, tempi d’attesa imprevedibili – la registrazione della domanda, per esempio, avviene mediamente dopo tre settimane, ma a volte anche dopo 60 giorni –, rinvii informali ad altre città e mancata applicazione del Regolamento Dublino III. Nel caso in cui c’è il sospetto che il Paese competente a esaminare la domanda non sia l’Italia, infatti, la persona viene invitata in maniera orale a tornare nel presunto Stato di competenza, senza avviare le necessarie procedure e concedere le dovute garanzie. Secondo le testimonianze, inoltre, ai migranti vengono richiesti in maniera illegittima i documenti, anche se la richiesta d’asilo secondo la normativa può essere fatta oralmente, senza bisogno di presentare il passaporto. Spesso avvengono da parte dell’Ufficio immigrazione dei controlli informali ai cellulari per verificare gli spostamenti precedenti dei migranti, senza che vengano attivate le dovute procedure perché ci sia l’autorizzazione all’ispezione. È così che molti, come Ismail, finiscono per andare nelle questure di altre città, sperando di avere più fortuna.

Intanto, sempre più persone arrivano a Spazio 11, che oramai è pieno. C’è gente che parla, riposa, beve e mangia. Non ci sono solo stranieri: è un luogo aperto in cui chiunque sia senza fissa dimora può trovare un rifugio. «Una volta abbiamo ospitato addirittura un turista che aveva il treno presto e non sapeva dove andare a passare la notte», sorride Pescatore. È uno spazio di pace, un luogo in cui ritrovare una normalità che per molti è un lusso. Si gioca a carte, si ride. Alle 23:00 si abbasseranno le luci e molti torneranno per la notte a Porto Vecchio, dove hanno dei giacigli improvvisati. A Spazio 11 rimarranno prioritariamente le persone in transito, quelle ombre ancora più invisibili alla politica rispetto ai richiedenti asilo. Progetti come questo sono fondamentali e imprescindibili, offrono un riparo quando non c’è altra possibilità. Ma non dovrebbero esistere. Servono perché c’è un vuoto da parte delle istituzioni da colmare.
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