Trump sacrifica la Corea del Sud per tornare a parlare con Kim

18 Agosto 2026 - 05:05
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Trump sacrifica la Corea del Sud per tornare a parlare con Kim

Donald Trump e Kim Jong-un

«Alla luce dell’ottimo rapporto che ho con Kim Jong Un». È da qui, da questo passaggio di un post su Truth, che bisogna partire per capire la decisione con cui Donald Trump ha ordinato al Pentagono di ridurre sensibilmente le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud.

Il presidente statunitense non ha solo detto che le esercitazioni costano troppo e che sono inutilmente provocatorie. Ha spiegato che la sua buona relazione con il dittatore nordcoreano rende quei «giochi di guerra» un segnale «del tutto inappropriato e ostile» verso un Paese che, da quando Trump è presidente, sarebbe stato «non minaccioso e rispettoso». E ha aggiunto un elemento ancor più rivelatore: la decisione arriva anche perché Seul ha rifiutato di partecipare alla campagna americana per la «denuclearizzazione» dell’Iran. Tradotto: l’alleanza militare con gli Stati Uniti è collegato, per Trump, alla disponibilità dell’alleato a seguire Washington in una guerra che non riguarda direttamente la sua sicurezza – proprio fatto come gli alleati Nato, secondo quanto rivelato da Bloomberg. Ma in questo caso c’è una sorta di salto di qualità: Washington fa dipendere gli strumenti che rendono credibile una garanzia di sicurezza – truppe, addestramento, esercitazioni – dalla partecipazione dell’alleato alle guerre scelte dal presidente americano.

Eppure, la Corea del Sud non è un partner occasionale. Circa 28.500 militari americani sono dispiegati permanentemente nella penisola e le esercitazioni congiunte servono soprattutto a mantenere la capacità di reagire rapidamente a un attacco nordcoreano. L’esercitazione Ulchi Freedom Shield, iniziata comunque il 17 agosto, coinvolge circa 18.000 militari sudcoreani e incorpora anche le lezioni delle guerre contemporanee: droni, cyberattacchi, guerra elettronica. E non solo: per dimensione economica, progresso tecnologico e ruolo crescente nella sicurezza regionale secondo molti analisti Seul meriterebbe di essere promossa da ospite frequente del G7 e membro permanente di un nuovo G8.

Dall’altra parte, la Corea del Nord è oggi un avversario più pericoloso di quella che era durante la prima amministrazione Trump. Ha sviluppato l’arsenale nucleare e missilistico. Ha stretto un’alleanza militare sempre più profonda con Vladimir Putin e ha trasformato la guerra in Ucraina in un laboratorio per le proprie forze armate, fornendo a Mosca missili balistici e migliaia di militari che stanno acquisendo esperienza sul campo di battaglia reale (come guerra con i droni, sistemi senza pilota, operazioni contro un avversario dotato di tecnologia occidentale). In altre parole, mentre la Corea del Nord impara la guerra del XXI secolo combattendo accanto alla Russia, gli Stati Uniti discutono se ridurre l’addestramento con l’alleato che dovrebbe aiutarli a fermarla.

La spiegazione di Trump non è nuova. Nel 2018, dopo il primo vertice con Kim a Singapore, il presidente aveva annunciato la sospensione delle grandi esercitazioni definendole «provocatorie» e «molto costoso». Nel 2019, dopo il fallimento del secondo vertice di Hanoi, aveva nuovamente chiesto di cancellarle, sostenendo che servisse a ridurre le tensioni con Pyongyang e a «risparmiare centinaia di milioni di dollari» per gli Stati Uniti.

La storia si ripete. Ma oggi c’è una differenza fondamentale: Kim dispone di un arsenale più avanzato, di una partnership militare con la Russia e di un esercito che sta accumulando esperienza in una guerra vera.

Nonostante questo, Trump vuole comunque una nuova stagione di summit con Kim. La diplomazia con Pyongyang non è un errore. Con una potenza nucleare è inevitabile cercare canali diplomatici. Il problema è un altro: una trattativa può richiedere di abbassare temporaneamente la tensione; non dovrebbe richiedere di indebolire gli strumenti che rendono credibile la propria posizione negoziale. Le esercitazioni non sono una dichiarazione di guerra. Sono il modo attraverso cui due eserciti che dovrebbero combattere insieme imparano a farlo. Sospenderle o ridurle può essere una scelta politica legittima. Ma quando il presidente americano la giustifica esplicitamente con il suo rapporto personale con il leader nordcoreano, il messaggio cambia.

E cambia anche per Seul. Il problema, infatti, non è soltanto Kim. È la credibilità americana. A gennaio Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa per la politica e uno degli uomini più importanti della strategia di sicurezza dell’amministrazione, definiva la Corea del Sud un «alleato modello». Sette mesi dopo, lo stesso alleato viene penalizzato perché ha rifiutato di seguire Washington nella guerra contro l’Iran.

Nel frattempo Trump chiede agli alleati asiatici di spendere di più per la propria difesa. La logica è comprensibile: meno dipendenza dagli Stati Uniti, più responsabilità degli alleati. Ma funziona soltanto se, nel momento decisivo, gli alleati continuano a credere che Washington ci sarà. Un alleato che dubita della protezione americana può decidere di riarmarsi. Può anche decidere che sia più prudente non irritare il proprio vicino più potente. È questo il rischio della politica di Trump in Corea. Per rassicurare Kim, Washington rischia di inquietare Seul. Per preparare un nuovo vertice con il nemico, indebolisce gli strumenti che servono a rassicurare l’alleato.

E il messaggio non arriva soltanto a Pyongyang. Arriva anche a Tokyo, Taipei e agli altri partner asiatici degli Stati Uniti. Un’alleanza è una promessa di sicurezza. Se quella promessa cambia a seconda del rapporto personale del presidente americano con il leader dell’avversario o della disponibilità dell’alleato a seguirlo in una guerra lontana, smette di essere una garanzia e diventa una variabile. Per la Corea del Sud, oggi, è questa la vera incognita.

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