Tunisia: banane sparite dai supermercati, consumatori puntano il dito contro le reti del contrabbando

Gen 10, 2026 - 17:30
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Tunisia: banane sparite dai supermercati, consumatori puntano il dito contro le reti del contrabbando

Negli ultimi mesi molte catene di supermercati e punti vendita in Tunisia hanno registrato scaffali vuoti o quantità drasticamente ridotte di banane, un frutto che tradizionalmente è sempre presente nelle case tunisine. Secondo le testimonianze raccolte da “Agenzia Nova”, il problema non riguarda solo un calo delle importazioni, ma si intreccerebbe con reti di contrabbando tra Libia e Algeria, e mercati paralleli che alimentano una vera e propria economia “ombra” attorno alla frutta e altri beni essenziali.

A Tunisi, nelle catene della grande distribuzione come Monoprix, Carrefour e Magazin general, le banane mancano da almeno un paio di mesi. Nei mercati e nei piccoli rivenditori a bordo delle strade è ancora possibile reperirle, ma al prezzo esorbitante di 20 dinari (circa sei euro) al chilogrammo, ben al di sopra del prezzo fissato dal governo di cinque dinari (1,50 euro) al chilo per le banane egiziane e sette dinari (2,05 euro) al chilo per banane di altri paesi. “Un cartone da circa 10 chilogrammi viene venduto a 250 dinari (circa 75 euro)”, afferma a “Nova” Moncef, un venditore del mercato nel quartiere 17 Dicembre, a la Goulette, che sul suo bancone espone solo arance. Su Facebook, venditori non autorizzati propongono a Tunisi, nella delegazione di Fouchana, un cartone a 270 dinari (circa 80 euro). A Sousse il prezzo scende a 220 dinari (65 euro).

La Tunisia non è autosufficiente nella produzione di banane e dipende quasi totalmente dalle importazioni, in particolare dall’Egitto e da altri Paesi africani. Le fluttuazioni dei prezzi internazionali, i costi di trasporto e le difficoltà logistiche aggravano già la situazione della filiera tradizionale, rendendo il frutto vulnerabile a fenomeni speculativi e di contrabbando. Le istituzioni tunisine, come il ministero del Commercio, hanno da tempo documentato l’esistenza di circuiti paralleli e di importazioni non regolari di banane, vendute fuori dai canali ufficiali a prezzi maggiorati o occultate fino a quando il mercato regolato non è sotto pressione. Da un supermercato di Manouba, a nord ovest della capitale Tunisi, Khadija, impiegata statale di circa 40 anni, definisce “una rapina” il prezzo di 20 dinari al chilogrammo. “Al mercato centrale di Tunisi – denuncia la donna – i venditori arrivano a chiedere fino a 25 dinari (7,35 euro) al chilogrammo”, praticamente più del triplo del prezzo previsto dalle autorità, lamentando la mancanza di controlli delle autorità di vigilanza, che si verificherebbero solo in periodi eccezionali come il mese sacro per i musulmani di Ramadan.

Queste reti di contrabbando, come i rivenditori su Facebook o nel mercato parallelo per le strade, operano spesso con l’obiettivo di eludere tasse doganali, controlli sanitari e limiti di prezzo: acquistando banane a prezzi più bassi al di fuori del sistema ufficiale e rivendendole poi a prezzi elevati, alimentando un mercato parallelo che arriva a sottrarre la merce ai supermercati regolari. Le autorità sostengono di aver intensificato le ispezioni nei mercati e nei punti vendita, con sequestri di merci sprovviste di documentazione regolare o vendute a prezzi non conformi. I quantitativi confiscati di banane vengono in molti casi reintrodotti nel circuito di vendita ufficiale a prezzi regolamentati, per mitigare la scarsità e disincentivare il traffico illecito. Secondo gli esperti, la scomparsa di banane dai supermercati non è dovuta a una singola causa, ma a un mix di fattori economici strutturali e pressione dei mercati illegali come, la difficoltà di approvvigionamento internazionale legate ai costi, al cambio e alla logistica; la speculazione e il contrabbando, con sfruttamento dei differenziali di prezzo e dei controlli deboli lungo le frontiere e nei punti di ingresso della merce in Tunisia; il mercato nero e vendite fuori canale, che sottraggono disponibilità alle catene di distribuzione tradizionali.

Tutto ciò crea un circolo vizioso: meno banane nei supermercati, più incentivo per commercianti “in nero” a mantenere scorte fuori mercato ufficiale, e quindi una percezione di penuria sempre più diffusa. I consumatori tunisini, già sotto pressione per l’aumento del costo della vita e l’inflazione sui beni di prima necessità, percepiscono questa scarsità come una nuova battuta d’arresto nella sicurezza alimentare quotidiana. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica (Ins), sebbene l’inflazione sia scesa al 4,9 per cento a fine dicembre 2025, attestandosi su una media annuale del 5,3 per cento, contro il 7 per cento del 2024, su base annua, i prezzi dei prodotti alimentari hanno registrato un aumento del 6,1 per cento, trainato in larga parte da forti rincari di alcuni beni di largo consumo. In particolare, si segnala l’aumento dei prezzi della carne di agnello (+17,3 per cento), della frutta fresca (+16 per cento), delle verdure fresche (+14 per cento), della carne bovina (+10,6 per cento) e del pesce fresco (+9,9 per cento).

Le autorità dichiarano di voler intensificare ulteriormente le operazioni di controllo e i meccanismi di importazione e distribuzione per garantire un’offerta più stabile. A fine settembre, il presidente della Tunisia, Kais Saied, ha sollecitato i vertici del ministero dell’Interno a “lavorare incessantemente per smantellare tutte le reti di speculazione e monopolio”, evidenziando che non si tratta di una “campagna temporanea o di un’iniziativa di pochi giorni per abbassare i prezzi, ma di una politica duratura dello Stato tunisino”. Tuttavia, gli economisti sottolineano che senza una revisione più ampia delle regole di importazione, della trasparenza nei canali commerciali e della lotta alla corruzione, resterà difficile estirpare un fenomeno che va oltre la semplice speculazione stagionale.

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