Un atteggiamento poetico e politico nei confronti del futuro

Aprile 15, 2026 - 09:30
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Un atteggiamento poetico e politico nei confronti del futuro

Primi di agosto, le due del pomeriggio: l’automobile segna una temperatura di 40 gradi e se Dio vuole non dispone di strumentazioni atte a rilevare anche il tasso di umidità, che a pelle risulta insopportabile. Nulla però può impedire a me e Leo, giovane amico inglese, di andare in paese a comprare la dose quotidiana di gelato a Le Logge, il migliore fornitore di Orbetello: Trittico di Bronte, Dolce veleno, Sole del Sud, nomi fantasiosi che corrispondono immancabilmente a gusti eccellenti… Nulla ce lo può impedire perché abbiamo concordato da tempo che l’ora migliore è questa, visto che di sicuro lungo il tragitto non incontreremo nessuno. Ma proprio nessuno: alle due del pomeriggio sono tutti in spiaggia o acquattati all’ombra in cerca di frescura. Ingrano la marcia e, appena varcato il cancello di casa per imboccare la strada sterrata che conduce all’Aurelia, ecco che Leo, out of the blue, se ne esce con un’affermazione che mi lascia di sale: «La sai una cosa? Ho vent’anni e non so cosa voglia dire “sperare in un mondo migliore”… Mi piace da pazzi viaggiare con gli amici, andare in luoghi lontani e magari conoscere qualche ragazza che mi fa battere il cuore… Adoro la gentilezza, soprattutto di sconosciuti incontrati per caso, che mi salutano per strada e neanche li conosco, mentre mi fanno infuriare le mille ingiustizie di cui è pieno il mondo e contro le quali scendo in piazza con altri ragazzi come me… Ma la speranza in un mondo diverso, quella proprio non so cosa sia». Lo dice in modo tranquillo, senza nessuna enfasi. Come un dato di fatto da accettare con contegno e decenza, grazie a quell’understatement, tipicamente British, che ancora alligna dalle sue parti. E che difficilmente noi italiani riusciamo a fare nostro. 

Giusto in Inghilterra vive da tempo uno studioso ebreo americano, Adam Greenfield, che insegna alla London School of Economics. È autore, tra gli altri, di un libro pubblicato da Einaudi un paio di anni fa e capitatomi casualmente tra le mani grazie a un articolo di un amico carissimo. Si intitola Emergenza. E con questo ho detto tutto. Anche Greenfield muove la sua analisi, dai toni decisamente radicali, a partire da situazioni climatiche estreme, di gran lunga peggiori rispetto a quella di questo pomeriggio maremmano di inizio agosto. Piú precisamente, fa riferimento a quanto accaduto a New York il 29 ottobre del 2012, quando sulla città finí per abbattersi con effetti devastanti l’uragano Sandy, di cui davano conto filmati televisivi apocalittici: «la marea che travolgeva una diga nelle Rockaways, le acque alluvionali che si riversavano nel tunnel che collega Brooklyn alla zona di Battery Park, e poi, a Midtown, una gru spezzata in due dal vento e penzolante a settantacinque piani d’altezza. Per finire, un’immagine di Lower Manhattan impossibile da dimenticare: un terzo dell’isola nel buio piú totale a causa dell’esplosione di un trasformatore nella stazione elettrica sotterranea della ConEdison, sulla Quattordicesima Strada Est». Al momento della catastrofe, Greenfield e la sua compagna si trovano fuori città, e vedere sugli schermi della Cnn cosa sta accadendo a casa loro ha l’effetto di una vera e propria cesura storica, un punto di non ritorno. È la conferma concreta e puntuale di come si sia entrati in una nuova epoca, quella della «Lunga Emergenza», appunto. I contorni della vita quotidiana di ciascun essere umano presente sulla Terra, da qui in avanti, non potranno che fare i conti, nelle modalità piú imprevedibili, con il riscaldamento globale. 

L’ormai irreversibile crisi climatica, peraltro negata da un fronte sempre piú vasto di governi (in primis quello trumpiano) e potentissime lobby, non è l’unico indicatore della Lunga Emergenza in cui siamo precipitati. Gli scellerati focolai di guerra alimentati in ogni angolo del mondo da una sempre piú fiorente industria degli armamenti che ormai detta l’agenda allo stesso potere politico; la plateale insofferenza verso qualunque organismo internazionale vòlto alla tutela dei diritti di tutti gli esseri umani; una montante ingiustizia sociale che dilaga per ogni dove, nel Sud quanto nel Nord del pianeta; colossali fenomeni migratorî che, anziché indurre a pratiche di governance ordinate e plausibili, aprono al contrario a disumane campagne propagandistiche («daremo luogo alla piú grande operazione di deportazione di massa nella storia americana», aveva detto Trump prima ancora di accedere alla Casa Bianca per il secondo mandato, mettendo poi a ferro e fuoco le città americane con le squadracce dell’Ice): ebbene, tutti questi fattori rappresentano altrettanti cappi mortali che si stanno stringendo al collo dell’umanità. Inutile ribadire che di fronte a tali rovinosi eventi, noi uomini e donne qualunque ci sentiamo angosciati e impotenti. 

Per limitarci al clima, è chiaro che cosa si dovrebbe fare: invertire radicalmente la rotta di un’economia globale improntata a una mostruosa logica di rapina del pianeta. Ma è altrettanto chiaro che chi possiede le leve di comando non ha nessuna intenzione di imboccare una strada che metterebbe in discussione le posizioni di privilegio acquisite. Aggiungo che, secondo la tradizionale teoria della democrazia liberale, affinché tale stato di cose cambi, la principale (se non l’unica) modalità offerta al comune cittadino è quella di incidere col voto sulla rappresentanza elettorale. E chi ancora ci crede (siamo sempre di meno, a dire il vero) continua a esercitare quel famoso “diritto-dovere” scegliendo candidati che garantiscano cura e speciale attenzione a questi problemi fondamentali. Ma, ammonisce Greenfield, coltivare una simile speranza è pericoloso, deleterio. Perché i fatti dimostrano che le élites transnazionali, ovvero quei potentati tecnocratico-finanziari che in cerchie sempre piú ristrette decidono le sorti del mondo, rendendo obsoleta ogni presupposta idea geografica di sovranità nazionale (a parte i grandi imperi, che invece la potenziano ulteriormente), non hanno alcuna intenzione di mettere fine «all’era del saccheggio oligarchico e dell’impunità». Ecco perché, continua, «se vogliamo sopravvivere alla complicata epoca che verrà, dobbiamo smettere di dare tempo e fiducia a istituzioni che non fanno altro che deluderci […] In altre parole, dobbiamo pensare al di là della speranza. Smettere di aspettare che qualcuno faccia qualcosa, e iniziare a fare per conto nostro. E senza limitarci a una modalità che riproduca i valori e le strutture che hanno portato alla nostra situazione attuale, ma dando la priorità assoluta all’assistenza, alla dignità e alla giustizia per tutta la comunità». 

Proprio quanto è accaduto a seguito dell’uragano Sandy consente a Greenfield di sostanziare meglio la sua proposta. Per un lungo periodo lui per primo si era convinto che affidarsi ai principi di auto-organizzazione e mutuo soccorso da parte dei cittadini comuni era piuttosto ingenuo, infantile, naïf, e comunque attuabile solo su scala molto ridotta. Ma poi l’impressionante mobilitazione di 60 000 persone che spontaneamente, al di là di ogni struttura gerarchica e di ogni appartenenza politica, per settimane e mesi faranno fronte alla tragedia, lo porta a ricredersi. E cosí si domanda: l’esempio di Occupy Sandy non potrebbe servire da modello piú generale, in modo che «le nostre comunità riescano a proteggere quante piú persone possibili dai tempi che ci aspettano?» Nessuna catarsi, nessuna panacea, nessuna promessa di un mondo finalmente giusto, armonico, felice. Ma una forma di endurance vitale, grazie alla quale ciascuno di noi potrà effettivamente fare qualcosa e riscoprire cosí una buona ragione del proprio stare al mondo: questo sí, è possibile. In accordo con quanto sostenuto dal rabbino Tarfon, vissuto alla fine del I secolo d.C.: «Non è tuo dovere completare l’opera [di riparazione del mondo], ma non sei nemmeno libero di non parteciparvi». 

La chiusa del libro di Greenfield è perentoria. Si può aderire o meno alla sua diagnosi e alla sua proposta, ma per certo quanto scrive dà da pensare: non ci salverà andare a votare, ma neppure non andarci. Se esiste qualcosa in grado di salvarci è e sarà la nostra azione concreta, fattuale. «Ecco forse», conclude, «qual è l’elemento positivo di una vita sull’orlo del precipizio. C’è tanto da fare, e tanti che hanno bisogno di ciò che abbiamo da offrire. Il paesaggio davanti a noi sta diventando buio, ma rimane una flebile luce, e quella luce rappresenta la certezza che non c’è nessun altro posto in cui siamo destinati a vivere se non questo, né niente che possiamo fare che non sia piú importante o piú prezioso. Ed è qui, nella rovina e nel naufragio di ogni singola speranza che nutriamo nel futuro, che possiamo finalmente imparare cosa significa prendersi cura di noi, degli altri e di questa Terra ferita che è casa nostra».

 

La disperanza, cover

Tratto da “La disperanza”, di Franco Marcoaldi, Einaudi, 2026, 15€, 136 pagine

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