Un po’ di Varese a Siviglia: Luca e Gabriele e il loro locale “Adagio”

19 Maggio 2026 - 07:29
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Un po’ di Varese a Siviglia: Luca e Gabriele e il loro locale “Adagio”
Adagio siviglia

C’è un angolo di Varese che batte nel cuore storico di Siviglia, dove la tradizione italiana incontra i sapori intensi dell’Andalusia. È il ristorante “Adagio”, la scommessa culinaria e imprenditoriale di Gabriele Colombo e Luca Di Martino, due giovani della nostra provincia che da un anno e mezzo gestiscono il loro locale in calle Feria 118, dimostrando che il talento e il duro lavoro non hanno confini.

L’idea dietro il progetto ha origine dall’unione di due visioni e da un’opportunità colta al volo. «Io avevo già vissuto a Siviglia in passato, all’età di diciotto anni e conoscevo bene la città» ci racconta Gabriele Colombo. Quando è venuto a conoscenza della disponibilità di un locale interessante, ha contattato l’amico Luca, che all’epoca lavorava a Milano, proponendogli di mollare tutto e trasferirsi in Spagna per aprire qualcosa di loro. Entrambi i ragazzi volevano creare una realtà propria, staccandosi dalle esperienze lavorative precedenti per costruire un format che riflettesse la loro identità.

La scelta del nome del locale non è casuale, come spiega Luca. «Il nome Adagio principalmente è stato scelto perché suonava bene nella lingua locale, ed è anche un nome facile da ricordare. Inoltre, noi siamo dei ragazzi molto tranquilli, rilassati, non siamo persone che si agitano. Abbiamo pensato che Adagio potesse essere un buon modo di accogliere i nostri clienti, farli sentire a casa, farli ‘disfrutar’ come si dice in zona. Insomma, far apprezzare loro la nostra cucina con un ritmo più rilassato, con calma».

Molte persone, tuttavia, hanno colto nel nome un riferimento musicale, poiché l’adagio, nella musica classica, è l’abbassamento del ritmo nell’opera. Anche se il significato del nome è appunto un altro: «Ha lo scopo di dare ai clienti uno spazio tranquillo dove poter rilassarsi, mangiare con calma e provare la cucina proposta dal ristorante».

Il menu: da una penisola all’altra

Nel confronto continuo tra ristoranti sivigliani e ristoranti turistici, Adagio offre la sua idea di cucina: «La nostra cucina è un connubio tra la tradizione locale e la nostra identità» spiega Gabriele, lo chef del ristorante. «Proponiamo molti piatti tipici di Siviglia e dell’Andalusia, rivisitando ovviamente secondo il nostro gusto, ma creiamo anche proposte particolari che uniscono la tradizione italiana — e nello specifico quella lombarda — a quella spagnola».

Per farci un esempio, Gabriele ha rivelato la presenza della polenta nel menù. Inoltre, ha rivelato che, proprio questa settimana, hanno in menù un ‘risotto iberico’ preparato con carne e prodotti tipici della penisola: è una vera fusione tra le due culture. I primi a Siviglia a proporre un concetto del genere, spingendo anche altri a muoversi in quella direzione.

Il gradimento del pubblico, però, non è stato immediato, come chiarisce Luca. «All’inizio è stato un po’ complicato, ma non per mancanza di lavoro o di clientela; piuttosto, le persone erano inizialmente stranite all’idea di ordinare un piatto tipico spagnolo cucinato da italiani. In realtà, questa scommessa si è rivelata un grande successo.»

Difficoltà e burocrazia

Luca e Gabriele, rispettivamente di Varese e Capolago, hanno rivelato quelle che sono state le difficoltà iniziali nell’aprire il ristorante nella città andalusa. «Gabriele ha avuto un’attività anche in Italia ed è già stato in Spagna in passato, quindi per lui l’ostacolo linguistico è stato relativo» dice Luca. «Per me invece è stato diverso: mi sono trasferito qui senza parlare una parola di spagnolo. Anche per lui, che pure lo parlava, riprendere il linguaggio burocratico e formale non è stato immediato. In ogni caso, a livello amministrativo siamo stati seguiti da consulenti e commercialisti professionisti».

Inoltre, Gabriele approfondisce il discorso smentendo le tipiche voci secondo cui l’impresa in italia è un suicidio e all’estero è più facile. «La burocrazia qui è molto simile a quella italiana; la differenza sta solo nel modo di approcciarsi alle regole. Dire che all’estero sia tutto incredibilmente più semplice è un falso mito. La pressione fiscale è quasi identica, se non addirittura superiore sotto certi aspetti. Chi non ha mai aperto un’azienda all’estero pensa che lo abbiamo fatto perché in Spagna sia “più facile”, ma il “terrore della Partita IVA” esiste anche qui. La situazione per gli autonomi, fondamentalmente, segue le stesse regole».

Adagio siviglia

Il richiamo di casa: «Ci mancano i laghi e le Prealpi»

Nonostante il successo e l’innamoramento per la vivace vita andalusa, il legame con le radici non si spezza. Quando si chiede a Luca e Gabriele cosa manchi di più di Varese, la risposta è unanime e non riguarda né il cibo né le abitudini, ma il paesaggio. «I laghi, i boschi, le nostre Prealpi», ammette Luca. «Qui a Siviglia la natura è diversa, è un clima secco, c’è l’oceano vicino ma mancano le nostre montagne. Noi siamo abituati al verde, a fare sport all’esterno in un certo tipo di ambiente. Quello ci manca molto».

Il consiglio ai giovani: «Buttatevi, ma preparatevi a faticare»

Oggi l’Adagio si avvia a chiudere la sua seconda stagione con ottimi risultati. Un traguardo che spinge molti coetanei a chiedere loro quale sia il “segreto” per farcela all’estero. La risposta di Gabriele parte con una battuta sarcastica, ma profondamente legata al territorio: «A un giovane varesino direi innanzitutto di aprire a Varese, sennò la città muore se se ne vanno tutti!».

Tornando serio, però, l’invito è all’azione, unita a una forte dose di realismo. «Il segreto è prendere il biglietto aereo e trasferirsi. Se hai 25 anni e qualche risparmio, devi buttarti, hai pochissimo da perdere. Ma attenzione — avverte Gabriele — non è che all’estero le cose funzionino per magia e in Italia no. Ho avuto un locale di successo in Sicilia per tre anni. La verità è che serve talento, un mestiere tra le mani e tantissima voglia di lavorare. Noi siamo qui dentro 12 ore al giorno, 6 giorni alla settimana. L’estero o l’Italia cambiano poco: alla fine, devi farti il mazzo».

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