Vertical Farming: “italian do it better”

Aprile 11, 2026 - 13:00
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Vertical Farming: “italian do it better”
vertical farming

Mentre nel resto del mondo si assiste a una situazione decisamente altalenante, in Italia il comparto dell’agricoltura verticale si conferma in piena salute. Ne parliamo con due importanti protagonisti: Mara Valsecchi di Planet Farms e Pierluigi Giuliani di Agricola Moderna

Italian do it better“, anche nel vertical farming. Lo si deduce parlando con due Ceo del settore: Mara Valsecchi di Planet Farms e Pierluigi Giuliani di Agricola Moderna.

Il quadro che ne esce è decisamente interessante ed è pieno di prospettive, anche rispetto al lato tecnoologico/energetico.

In Italia il vertical farming è ancora un settore giovane – spiega Mara Valsecchima sta vivendo una fase di forte accelerazione, ha infatti raggiunto nel 2025 quasi 11,5 milioni di euro con una crescita di oltre il 300% (fonte Circana H+S+Lsp totale 2025 – riferita ai prodotti a marchio dove il vertical farming costa 2,61 volte il prezzo delle insalate in busta convenzionali, ovvero il 161% in più – ndr).

Oggi rappresenta una quota ancora contenuta – 1,7% – del mercato delle insalate in busta, ma con tassi di crescita molto superiori rispetto alle categorie tradizionali, segno di un interesse crescente da parte sia dei consumatori sia della distribuzione“.

Il nostro è  un ambito ancora presidiato da pochi player – continua Valsecchima ha un ruolo chiave nel costruire una nuova cultura agricola: più industriale, più resiliente e più vicina ai bisogni delle aree urbane.

In un contesto in cui l’agricoltura tradizionale è sempre più esposta a instabilità climatica e pressione sulle risorse, il vertical farming si afferma come un modello complementare, capace di garantire continuità produttiva, qualità costante e filiere più corte.

Questo si traduce in un vantaggio tangibile per il consumatore: prodotti coltivati senza l’uso di pesticidi, pronti al consumo senza necessità di lavaggio e che mantengono intatte le proprietà organolettiche, grazie a una logistica che riduce drasticamente i tempi tra raccolta e scaffale“.

Mara Valsecchi - Digital Farms
Mara Valsecchi – Digital Farms

Su un’analoga lunghezza d’onda si esprime Pierluigi Giuliani: “L’agricoltura verticale in Italia sta attraversando una fase di maturazione concreta. Fino a pochi anni fa era percepita come una tecnologia di nicchia, affascinante ma lontana dalla quotidianità del consumatore e dalla grande distribuzione.

Oggi il quadro è cambiato in modo sostanziale: l’agricoltura verticale è entrata stabilmente negli scaffali della Gdo, non più come curiosità, ma come strumento di differenziazione scelto consapevolmente dalle principali insegne“.

Il segreto del Made in Italy

Dal 2018, anno in cui è nata Agricola Moderna, “il mercato ha operato una selezione precisa. Hanno retto e scalato i player che hanno saputo integrare tre competenze distinte: la ricerca agronomica e lo sviluppo varietale, l’ottimizzazione industriale fondata su automazione e controllo dei dati, e la costruzione di un’offerta commerciale capace di garantire rotazioni costanti a scaffale.

Chi non ha trovato questo equilibrio ha faticato a consolidarsi. Il risultato è che oggi in Italia operano pochi player, ma capaci di competere con prodotti di qualità accessibili nella spesa quotidiana“.

pierluigi giuliani - agricola moderna
Pierluigi Giuliani – Agricola Moderna

I dati Nielsen lo confermano con chiarezza. “Nel 2024 il segmento dell’agricoltura verticale rappresentava quasi l’1% del mercato IV Gamma a valore – una nicchia, per quanto in crescita.

Nel 2025 la quota è più che raddoppiata, con una crescita superiore al 150% in un solo anno. E i segnali per il 2026 sono già eloquenti: nei soli mesi di gennaio e febbraio – storicamente i più deboli per le rotazioni delle insalate – l’agricoltura verticale segna già oltre il 3% del mercato a valore: quasi quattro volte quella di appena due anni fa.

Una quota che non incorpora ancora l’effetto dei nuovi lanci Mdd di inizio 2026, che potrebbero spingere la penetrazione effettiva ben oltre questa soglia” conclude Giuliani.

Va precisato comunque che i dati Nielsen includono l’Add- Marca Del Distributore.

Vertical farming: il fattore energetico

Quanto potrà pesare l’aumento dei costi energetici in un comparto tradizionalmente energivoro? Valsecchi è dell’opinione che “il tema energetico è centrale per il vertical farming, essendo un modello produttivo ad alta intensità tecnologica.

Tuttavia, il suo impatto dipende in modo determinante dalla qualità e dalla provenienza dell’energia utilizzata. Nel nostro caso, la scelta di utilizzare fonti rinnovabili rappresenta un elemento chiave per rendere il modello sostenibile nel lungo periodo.

Quando l’energia è gestita in modo efficiente e proviene da fonti green, è possibile contenere l’impatto ambientale e mantenere un equilibrio anche dal punto di vista economico.

In questo percorso, l’utilizzo di algoritmi di intelligenza artificiale e sensoristica avanzata ci permette di monitorare ogni parametro vitale delle piante in tempo reale, somministrando esattamente le risorse necessarie e azzerando gli sprechi energetici“.

Più in generale, “l’aumento dei costi energetici spinge il settore verso una maggiore ottimizzazione dei processi e accelera l’adozione di soluzioni tecnologiche sempre più efficienti. In questo senso, rappresenta sì una sfida, ma anche un fattore che può contribuire a rendere il modello ancora più evoluto e competitivo“.

Giuliani afferma che “l’impatto dell’energia sul nostro conto economico è reale e opera su più fronti: l’illuminazione Led e la climatizzazione delle celle di coltivazione sono le voci principali, a cui si aggiunge il consumo legato a un processo produttivo completamente automatizzato. Detto questo, si tratta di un problema gestibile e la nostra risposta è strutturata su più livelli“.

Investendo “in impianti fotovoltaici e lavorando con contratti a prezzo bloccato su orizzonti di uno o due anni, riusciamo a pianificare i costi con una visibilità accettabile anche in fasi di volatilità come quella attuale. Parallelamente, l’ottimizzazione continua di crescita e l’efficienza degli impianti riducono progressivamente il fabbisogno per chilo prodotto“.

Negli ultimi anni, “abbiamo attraversato ondate di aumenti significativi su più fronti contemporaneamente – energia, materie prime, trasporti. La risposta non può essere strutturale una volta sola: richiede un presidio continuo, la capacità di anticipare e di adattarsi. Chi ha costruito questa disciplina operativa ne esce più solido“.

Il futuro del vertical farming

Interessanti anche le prospettive di sviluppo per entrambe le aziende – quindi per tutti coloro che vogliono affrontare la produzione vertical dell’agroalimentare.

Nei prossimi anni Planet Farms continuerà a crescere lungo due direttrici principali. Da un lato, lo sviluppo industriale con la realizzazione di nuovi stabilimenti in Europa, grazie anche a partnership strategiche, con l’obiettivo di replicare il nostro modello su scala sempre più ampia e consolidare la presenza internazionale.

In questo percorso si inserisce anche la futura apertura di una vertical farm nel Regno Unito, vicino a Londra, che rappresenta un passo chiave nella nostra espansione europea. Dall’altro, l’estensione della tecnologia a nuove colture strategiche oltre al food.

Stiamo già lavorando su progetti legati a materie prime come cotone e caffè, con l’ambizione di portare in Europa filiere oggi fragili o fortemente dipendenti dall’estero. L’obiettivo è evolvere il vertical farming da nicchia a infrastruttura produttiva diffusa, capace di contribuire in modo concreto alla sicurezza alimentare, alla sostenibilità e allo sviluppo di nuove filiere industriali” conclude Mara Valsecchi.

Per Agricola Moderna, chiosa in conclusione Pierluigi Giuliani, “entro il 2027, grazie all’ampliamento dello stabilimento di Agnadello, finanziato da Ismea, raggiungeremo circa 2 milioni di chilogrammi annui di ortaggi a foglia.

Questo traguardo apre due direttrici parallele: consolidare la presenza nella Gdo italiana con volumi che rendono possibili partnership più strutturate con le principali insegne, e avviare l’export – dove una shelf-life fino a 13 giorni ci consente di arrivare freschi anche sui mercati europei più distanti.

Stiamo inoltre lavorando alla realizzazione di nuovi impianti sul modello di Agnadello, sia in Italia che all’estero. Il principio che guida ogni decisione rimane invariato: prima la solidità del modello, poi la scala“.

Crediti immagine: Depositphotos

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Antonio IannoneAntonio Iannone: giornalista appassionato di cibo e innovazione. Punto di riferimento per il foodtech italiano, fornisce consulenze nel campo del digital marketing e servizi di advisory. Content creator e docente di innovazione agroalimentare presso la business school Escp di Parigi | Linkedin

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