174 GB di vecchi sistemi operativi pronti da usare: il museo virtuale per nostalgici
Servono 174 GB liberi sul disco, un po’ di curiosità e una notevole passione per la storia dell’informatica per entrare nel Virtual OS Museum, uno degli archivi più insoliti e completi mai dedicati ai sistemi operativi. Il progetto, realizzato dallo sviluppatore e storico dell’informatica vintage, Andrew Warkentin, raccoglie oltre 1.700 installazioni virtualizzate, distribuite su più di 250 piattaforme e riferite a quasi 600 sistemi operativi distinti, tutte pensate per essere avviate direttamente da una macchina virtuale Linux.
Non si tratta, quindi, di una semplice raccolta di immagini disco o di vecchi software da configurare a mano. L’idea è quella di rendere accessibile una parte enorme della storia del computing, dal Manchester Baby del 1948 fino a sistemi molto più recenti, attraverso un’interfaccia grafica che consente di scegliere cosa avviare senza dover affrontare ogni volta emulatori, impostazioni particolari e problemi di compatibilità.
UN MUSEO AVVIABILE
Il Virtual OS Museum nasce da oltre vent’anni di raccolta di emulatori e immagini di macchine virtuali. Warkentin lo presenta come "il primo museo virtuale interattivo multipiattaforma al mondo dedicato ai sistemi operativi e alle applicazioni standalone". La differenza rispetto a molti archivi software tradizionali è nella forma scelta: l’utente non consulta soltanto un elenco e non deve scaricare singoli pacchetti da configurare, ma può avviare direttamente i sistemi disponibili, passando da ambienti molto noti ad altri ormai quasi dimenticati.
Nel catalogo rientrano i primi mainframe, con programmi di test e dimostrativi per Manchester Baby, Mark 1 Scheme A/B/C/T e vari software EDSAC, ma anche sistemi successivi come CTSS, MVS, VM/370, TOPS-10/20, ITS, Multics, RSX e RSTS. La raccolta comprende inoltre workstation e varianti Unix, tra cui PERQ OSes, SunOS, IRIX, OSF/1, A/UX, NeXTSTEP, Plan 9, diverse BSD e distribuzioni Linux appartenenti a epoche differenti.
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