“50 minuti di felicità per mio figlio autistico”: un papà sull’inclusione a Siracusa

14 Ottobre 2026 - 13:20
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“50 minuti di felicità per mio figlio autistico”: un papà sull’inclusione a Siracusa

Cinquanta minuti in acqua, una volta a settimana, per regalare al proprio figlio un momento di libertà. È da qui che parte la lettera aperta di un papà siracusano, arrivata alla redazione di Siracusa News. Il figlio ha 4 anni ed è autistico. La lettera racconta la sua esperienza con una piscina privata della città e invita tutti a una riflessione sul significato concreto dell’inclusione. La pubblichiamo integralmente.

 

 

Parliamo spesso di inclusione. La invochiamo nelle scuole, nei luoghi pubblici, nelle campagne di sensibilizzazione e nelle giornate dedicate alla disabilità. Ci riempiamo la bocca di parole importanti, ricordando quanto sia fondamentale garantire a ogni bambino le stesse opportunità di crescita, di socialità e di felicità. Ma cosa succede quando l’inclusione smette di essere uno slogan e diventa una necessità concreta? Cosa accade quando una famiglia bussa alla porta di una struttura privata chiedendo semplicemente la possibilità di regalare al proprio figlio un momento di svago?
La nostra storia comincia con Giulio, mio figlio, che ha appena 4 anni. Giulio è autistico di livello 3, non verbale.
Durante la settimana affronta un percorso terapeutico impegnativo, fatto di attività, appuntamenti e lavoro costante. Come tutti i bambini, anche lui ha bisogno di momenti in cui non tutto sia terapia, obiettivi da raggiungere o abilità da sviluppare. Ha bisogno di essere semplicemente un bambino.
Per questo avevamo pensato di dedicare il sabato a qualcosa che ama profondamente: l’acqua. Giulio ha con essa un rapporto viscerale, un legame speciale che gli regala gioia e benessere. Volevamo portarlo in piscina, lasciargli vivere un momento di libertà e permettergli di godere di quei cinquanta minuti senza pensare ad altro, se non al piacere di stare in acqua.
Ci siamo quindi rivolti a una piscina privata a Siracusa, prendendo accordi per effettuare una lezione privata ogni sabato. Il costo concordato era di 30 euro a lezione, a cui si aggiungevano 35 euro di iscrizione. Una spesa che avevamo accettato volentieri, perché quando si tratta del benessere di un figlio si è disposti a fare sacrifici, soprattutto se si ha la possibilità di offrirgli qualcosa che lo rende felice.
Sembrava tutto definito. E invece, la settimana successiva, è arrivata un’ulteriore richiesta: oltre al costo della lezione e all’iscrizione, avremmo dovuto pagare 65 euro mensili per avere accesso alla piscina.
Una quota aggiuntiva che, secondo quanto ci è stato comunicato, sarebbe stata dovuta anche nel caso in cui Giulio avesse frequentato una sola volta nel corso del mese.
Abbiamo provato a spiegare la nostra perplessità. Non stavamo chiedendo di utilizzare liberamente la struttura, né di accedere senza pagare. Avevamo concordato lezioni private, con un costo preciso per ogni incontro, ed eravamo disponibili a sostenere anche la quota d’iscrizione. Ci sembrava quindi legittimo domandarci quale fosse la ragione di un ulteriore abbonamento mensile, soprattutto considerando la frequenza limitata a una lezione settimanale.
L’addetta ci ha riferito che avrebbe sottoposto la questione ai proprietari. La risposta, successivamente, è stata la conferma della richiesta economica: anche il costo mensile doveva essere corrisposto.


Ed è qui che nasce la nostra amarezza.
Non si tratta soltanto di 65 euro. Non è nemmeno una semplice discussione sulle regole commerciali di una piscina privata, che ha certamente il diritto di stabilire le proprie tariffe e le proprie condizioni. Il problema, per noi, è ciò che questa situazione rappresenta e la domanda che inevitabilmente ci lascia: quanto spazio c’è davvero per l’inclusione quando una famiglia cerca di offrire al proprio figlio un’opportunità di svago?
Sappiamo bene che la disabilità non può diventare una richiesta automatica di gratuità. Non abbiamo preteso questo, né abbiamo chiesto che il nostro bambino ricevesse un trattamento privilegiato. Volevamo pagare la lezione, come concordato, e rispettare gli accordi economici iniziali. Ci siamo semplicemente domandati se fosse possibile trovare una soluzione ragionevole, capace di tenere conto delle esigenze di una famiglia e delle particolari modalità con cui un bambino come Giulio può vivere un’attività sportiva o ricreativa.
Perché per alcune famiglie, soprattutto quelle che ogni giorno affrontano le complessità legate a una disabilità importante, anche organizzare un’attività apparentemente semplice richiede energie, tempo e risorse. E quando finalmente si trova qualcosa che può regalare un sorriso al proprio figlio, ci si aspetterebbe almeno la disponibilità ad ascoltare, a confrontarsi, a valutare se esista un’alternativa possibile.


Non chiediamo corsie preferenziali. Chiediamo sensibilità.
Non chiediamo che le regole vengano cancellate. Ci domandiamo se le regole debbano essere applicate senza alcuna possibilità di dialogo, anche quando una soluzione diversa potrebbe consentire a un bambino di vivere un momento di felicità.
Cinquanta minuti in acqua possono sembrare poca cosa per chi osserva la situazione dall’esterno. Per noi, invece, significano molto. Significano regalare a Giulio un momento in cui poter essere se stesso, esprimersi attraverso il suo rapporto con l’acqua e vivere un’esperienza piacevole al di fuori del percorso terapeutico che accompagna le sue giornate.
È proprio questo il punto: i bambini con disabilità non sono soltanto persone da assistere, trattare o inserire in percorsi riabilitativi. Sono bambini con gusti, desideri, passioni e bisogni di divertimento. Hanno diritto a vivere esperienze che non siano sempre finalizzate a un obiettivo terapeutico. Hanno diritto, semplicemente, a essere bambini.
E allora la domanda resta: quando parliamo di inclusione, siamo davvero disposti a metterla in pratica anche nelle piccole decisioni quotidiane? Siamo capaci di guardare oltre una quota mensile e di comprendere che, dietro una richiesta apparentemente ordinaria, può esserci una famiglia che sta cercando soltanto di costruire un momento di serenità per il proprio figlio?
Non sappiamo se una soluzione alternativa fosse concretamente possibile. Sappiamo, però, che avremmo desiderato un confronto diverso, una maggiore disponibilità a comprendere la nostra situazione e la volontà di valutare un accordo coerente con le lezioni private già concordate.
Perché l’inclusione non si misura soltanto attraverso le parole pronunciate nelle occasioni ufficiali. Si misura nelle porte che decidiamo di aprire, nelle difficoltà che siamo disposti ad ascoltare e nella capacità di riconoscere che non tutte le famiglie partono dalle stesse condizioni.
La nostra non vuole essere una condanna preventiva, ma una riflessione che riguarda tutti: famiglie, strutture sportive, istituzioni e comunità.


Quanto vale, oggi, l’inclusione? E quanto dovrebbe valere la possibilità di regalare cinquanta minuti di felicità a un bambino di 4 anni?
Per noi Giulio non è una tariffa, un’iscrizione o un abbonamento. È nostro figlio. È un bambino che ama l’acqua e che merita di vivere anche momenti di leggerezza, lontano dagli impegni che scandiscono la sua settimana.
E se davvero vogliamo costruire una società più inclusiva, forse dovremmo cominciare proprio da qui: dal chiederci non soltanto quanto costa aprire una porta, ma quanto siamo disposti a fare perché nessun bambino si senta escluso prima ancora di poter entrare.
Perché l’inclusione, quella vera, non dovrebbe essere soltanto una bella parola. Dovrebbe essere una possibilità concreta.

 



Un papà

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