A Castello Cabiaglio in 500 per “Il pane non può aspettare”: il paese si ritrova in piazza tra teatro e memoria

Quasi cinquecento persone sedute sul sagrato della chiesa di Sant’Appiano, in silenzio per quasi due ore, davanti a una storia che a Castello Cabiaglio non è soltanto teatro ma memoria condivisa. È andato in scena domenica 24 maggio “Il pane non può aspettare”, adattamento teatrale del romanzo di Pier Vittorio Buffa, pubblicato da Neri Pozza e ambientato proprio nel piccolo paese della Valcuvia tra l’8 settembre 1943 e la Liberazione.
Uno spettacolo corale, diretto da Silvia Sartorio con l’adattamento curato insieme a Marco Deidda, che ha coinvolto 35 attori della Compagnia Duse di Besozzo trasformando il centro storico del paese in un grande palcoscenico a cielo aperto «È andata molto bene – racconta Pier Vittorio Buffa –. C’erano circa 500 persone in piazza. È stato soprattutto un momento di comunità». Una sensazione condivisa anche dalla regista Silvia Sartorio: «Nonostante lo spettacolo durasse quasi due ore nessuno si è mosso. Ogni tanto mi giravo verso il pubblico e vedevo persone attente e coinvolte. Molti conoscevano direttamente i personaggi raccontati».
Il romanzo di Buffa segue le vicende dei ragazzi della “banda del fischio”, cresciuti insieme a Cabiaglio e separati dalla guerra, intrecciando le storie di partigiani, fascisti, donne del paese e famiglie travolte dal conflitto. Al centro c’è il forno del paese, luogo simbolico di incontro e resistenza attorno alla figura di Innocenta, la prestinaia antifascista.
Proprio il senso collettivo della storia è stato uno degli aspetti più forti della rappresentazione. «Aver avuto in scena trentacinque persone di età diverse – spiega Sartorio – ha restituito la varietà delle voci di un paese. C’erano attrici giovani e donne più adulte, e questa pluralità ha dato davvero la sensazione di una comunità».
Tra i momenti più intensi, sia Buffa sia Sartorio ricordano le scene legate al forno e al ritorno dei ragazzi a casa nel finale. «Una delle scene più emozionanti – racconta Buffa – è quella del Natale del ’45, quando le donne portano le teglie al forno. Lì si realizza davvero il paese attorno al forno. E poi il finale, con il ritorno dei ragazzi accompagnato dalla canzone partigiana “Ribelli della montagna”».
Lo spettacolo ha intrecciato continuamente teatro e memoria reale. Molti spettatori erano figli e nipoti delle persone raccontate nel libro. «Una signora è andata ad abbracciare in lacrime l’attrice che interpretava suo padre – racconta Sartorio –. Ci ha detto che per tutto il tempo aveva avuto la sensazione che lui fosse lì con noi. È stato un momento molto forte».
Anche i dettagli scenici hanno contribuito a rafforzare il legame con il passato. Per una delle scene è arrivata in piazza una Fiat Torpedo del 1938, già utilizzata come auto di rappresentanza reale e poi presidenziale. Molti costumi erano abiti originali appartenuti alle nonne e bisnonne delle attrici, mentre in scena compariva anche la bicicletta del bisnonno di una delle interpreti. La scenografia, volutamente essenziale, lasciava spazio al borgo stesso. «Abbiamo costruito strutture minimali, quasi scheletri di case, perché tutto fosse a vista – spiega la regista –. Essere davanti a Sant’Appiano, luogo citato anche nel romanzo, ha dato una forza particolare allo spettacolo».
L’evento è stato sostenuto dal Comune di Castello Cabiaglio insieme alla Parrocchia di Sant’Appiano, al Gruppo Ronchelli APS e a VareseNews.
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