A Materia il racconto di Bernardo Notarangelo: “Un viaggiatore sovrappeso in Iran”

Una storia di passione, narrata con tono leggero ma insieme documentato e consapevole: questo è il diario di viaggio di Bernardo Notarangelo, da scoprire a Materia lunedì sera, 25 maggio, alle ore 21. “Un viaggiatore sovrappeso in Iran” è un racconto di viaggio fatto di grandi monumenti, storia millenaria ma anche incontri con la popolazione di un Paese complesso, poco conosciuto e spesso mal raccontato.
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Il viaggiatore sovrappeso decide di partire e parte per l’Iran: ma perché proprio l’Iran?
«Ci ero già stato due volte, una volta per un mese nell’agosto del 1993: uno dei viaggi più belli della mia vita. In quel viaggio avevo perso sei chili; dovendo ripartire alla ricerca del peso perduto, mi è venuta l’ispirazione dell’Iran. Non solo perché ha una storia antichissima: c’era anche una curiosità per l’Iran di oggi, a meno di un anno dalla rivolta di “Donna, vita, libertà”».
Complice anche il tono ironico, a tratti quasi scanzonato, il libro consente di accostarsi a una cultura millenaria – decisamente antecedente anche all’Islam – con uno sguardo incuriosito e non didascalico. Ma quanto ne sappiamo noi dell’Iran?
«Molto poco, mediamente pochissimo. Noi italiani abbiamo alcune esperienze coloniali limitate e poco contatto con il resto del mondo; altri popoli – penso agli inglesi – hanno una storia coloniale che ha invece generato una passione per la letteratura di viaggio. Sappiamo poco del mondo e quindi anche dell’Iran: basti pensare che molti parlano di arabi, una definizione che li fa arrabbiare moltissimo, essendo i persiani molto diversi dagli arabi. Poi devo dire che grazie ad alcuni giornalisti, tra cui Cecilia Sala, in questi anni è emerso un racconto, ad esempio, delle donne iraniane, che sono molto più emancipate rispetto al mondo arabo. Tra poco uscirà il mio libro “Il viaggiatore sovrappeso in Iraq”: lì, ad esempio, ufficialmente non c’è l’obbligo del velo, ma specie in alcune località sfido a trovare una donna senza velo. E non parliamo neppure del velo iraniano, che lascia scoperta spesso parte del capo, ma di un velo molto più invasivo. Ma non solo: in Iran il 70% degli studenti universitari sono donne, soprattutto nelle facoltà umanistiche. Da noi c’è l’immagine di un Paese retrogrado, buio, triste. Un’immagine molto lontana dalla realtà, nonostante la repressione».
Come si è preparato a un viaggio di questo genere? Intendo dal punto di vista logistico ma anche dell’orizzonte culturale…
«Ho acquistato un biglietto di sola andata, come spesso faccio, per non avere limiti. Dell’Iran sono decenni che leggo, per interesse personale. Ho studiato anche la storia iraniana nel corso di un master alla Johns Hopkins University. Poi c’è anche il caso: andando a ritirare il visto ho scoperto, da un manifestino, la possibilità di frequentare un corso di lingua farsi a Teheran e mi sono deciso a studiare la lingua. Alla fine ho studiato per un mese all’università di Isfahan, città che amo moltissimo. Dopo quel mese, per il secondo mese sono andato in giro per il Paese senza darmi limiti: non ho toccato alcune città, come Persepoli e Shiraz, che avevo già visto. In compenso ad Hamadan credevo di voler stare due giorni, ci sono stato una settimana e ci sarei rimasto un mese, tra la tomba di Avicenna e un centro storico stupefacente».
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