Aie: furti e atti vandalici nelle chiese, fenomeno dalle dimensioni preoccupanti
Dalla cappella polispecialistica dell’Aurelia Hospital di Roma, alcuni giorni fa, è stato portato via il tabernacolo, che conteneva particole consacrate, insieme alle offerte dei fedeli. Quanto scoperto dal cappellano della casa di cura capitolina va a unirsi all’escalation di furti e alla di serie di atti sacrileghi e vandalici che colpiscono le chiese italiane, privandole del loro patrimonio culturale. Lo fa sapere l’Associazione internazionale esorcisti (Aie), fondata nel 1994 da don Gabriele Amorth e da padre René Chenesseau, riconosciuta nel 2014 dalla Chiesa come associazione privata di fedeli. Ad oggi sono 900 gli esorcisti dell’AIE a livello mondiale. Presidente e vicepresidente dell’associazione sono monsignor Karel Orlita e padre Francesco Bamonte.
L’accaduto
Roma, il mattino del 16 giugno, il cappellano della cappella polispecialistica dell’Aurelia Hospital di Roma ha scoperto uno scenario che ha scosso l’intera Diocesi: il tabernacolo — di notevole peso, ancorato al suo piedistallo e contenente particole consacrate — era stato strappato e portato via. Insieme ad esso, erano sparite le offerte dei fedeli raccolte nei candelieri votivi.
Non si tratta di un episodio isolato.
Non un semplice furto
L’atto compiuto all’Aurelia Hospital colpisce con particolare brutalità per il luogo in cui è avvenuto: una cappella ospedaliera, rifugio di malati, familiari, medici e infermieri che in quel piccolo spazio cercano silenzio, preghiera e speranza. Il cardinale vicario Baldassare Reina, nella lettera inviata a tutte le comunità della Diocesi di Roma, ha definito il gesto non un semplice furto, ma “un atto sacrilego che offende il Signore presente nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia e ferisce profondamente la fede del popolo cristiano”. La distinzione non è formale. Chi entra in una cappella ospedaliera e porta via il tabernacolo non agisce per improvvisazione o per necessità. Questo “manufatto” — pesante, non facilmente rivendibile — viene sottratto con piena consapevolezza del suo significato religioso. Per i credenti, si tratta della sottrazione della presenza reale di Cristo.
L’escalation di atti sacrileghi
L’episodio romano si inserisce in un quadro che, negli ultimi anni, ha assunto dimensioni preoccupanti. In aprile 2026, la provincia di Frosinone è stata teatro di una serie di atti sacrileghi e vandalici: statue di padre Pio e della Madonna decapitate nelle chiese di Frosinone, Ceccano e Pofi. L’arcivescovo Marcianò ha parlato di «profondo turbamento», invitando i fedeli alla “custodia della nostra fede” e alla vigilanza negli edifici sacri. Prima ancora, in molti santuari e parrocchie italiane si era documentata un’escalation di furti di ostie consacrate durante la celebrazione eucaristica stessa — particole sottratte con premeditazione e, secondo numerose denunce ecclesiastiche, destinate a riti profanatori, soprattutto nei periodi del solstizio per riti magici e anche per le cosiddette “messe nere”. Il patrimonio sacro delle chiese italiane subisce da anni un saccheggio silenzioso e sistematico. Arredi liturgici, vasi sacri, oggetti d’argento: molti di questi finiscono sul mercato dell’antiquariato e del collezionismo, spesso senza che le transazioni destino sospetti. Il fenomeno ha radici profonde — basti pensare che già nel 2020 una semplice ricerca su eBay restituiva migliaia di oggetti provenienti da chiese e monasteri italiani.
La risposta della Chiesa: preghiera, riparazione, vigilanza
Di fronte al furto dell’Aurelia Hospital, il cardinale Reina non ha scelto la strada della sola denuncia. Ha convocato le comunità di Roma attorno a un atto comunitario: domenica 21 giugno 2026, in tutte le parrocchie, rettorie e comunità della Diocesi, sarà inserita nella preghiera dei fedeli un’intenzione di riparazione e, prima della benedizione finale, sarà recitata la preghiera di riparazione. Nella settimana successiva, ogni comunità è invitata a celebrare un’ora di Adorazione Eucaristica. “Dinanzi a un fatto così grave non possiamo limitarci allo sdegno”, ha scritto il cardinale. “Come popolo di Dio siamo chiamati anzitutto alla preghiera e alla riparazione”. Il suo pensiero si è rivolto anche all’autore del furto: “Senza attenuare in nulla la gravità del gesto, chiediamo che il Signore tocchi il suo cuore, perché possa riconoscere il male commesso, pentirsi sinceramente, intraprendere un cammino di conversione”.
La sicurezza fisica
I ripetuti episodi pongono con urgenza una questione pratica che le comunità non possono eludere: la sicurezza fisica dei luoghi di culto. Molte cappelle ospedaliere, rurali o di quartiere restano aperte e presidiate solo in modo saltuario. I tabernacoli sono spesso visibili, accessibili, privi di protezioni adeguate. Gli arredi liturgici raramente sono assicurati o catalogati con strumenti moderni che ne permettano il tracciamento e il recupero. Alcune diocesi italiane hanno avviato programmi di catalogazione digitale del patrimonio sacro mobiliare, in collaborazione con i Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale. Ma la strada è ancora lunga, e la percezione diffusa che “in una chiesa non si ruba” continua a rendere questi luoghi vulnerabili.
Problema da affrontare su più piani
Chi porta via un tabernacolo da una cappella ospedaliera sa esattamente cosa sta prendendo. Non è oro da fondere né merce anonima da rivendere. È un simbolo, un oggetto che ha un significato preciso e riconoscibile per chi lo sottrae quanto per chi lo custodisce. Questo rende ogni episodio simile qualcosa di più di un furto con scasso. E la risposta della Chiesa — preghiera, riparazione, conversione, ma anche maggiore vigilanza e custodia concreta — indica che la questione va affrontata su tutti i piani: spirituale, comunitario e civile. La comunità dell’Aurelia Hospital, i suoi malati, i suoi operatori sanitari attendono che il tabernacolo venga ritrovato. Nel frattempo, la Diocesi di Roma prega. E, come sempre, affronta la ferita cercando di trarne un amore più grande per ciò che è stato sottratto.
Fonte Aie
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