Anche in GB social vietati agli under 16. La psicologa: «Il divieto da solo non basta, servono educazione e supporto»
Dopo l’annuncio del premier britannico Keir Starmer di voler vietare l’accesso ai social network ai minori di 16 anni, la vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, Vera Cuzzocrea, riflette sui rischi legati all’uso della rete in adolescenza, tra dipendenza, isolamento sociale e fragilità emotive. Ma avverte: «Per essere efficace, il divieto deve essere accompagnato da interventi educativi, psicologici e sociali»
di Elisabetta Turra
Il Regno Unito si prepara a seguire la strada già intrapresa dall’Australia. Il premier laburista Keir Starmer ha annunciato l’intenzione di vietare l’accesso ai social network agli under 16, accusando le grandi piattaforme digitali di rendere i ragazzi “infelici”, di esporli a contenuti dannosi e di essere progettate per creare dipendenza. Il provvedimento dovrebbe entrare in vigore nella primavera del 2027 e riguarderebbe piattaforme come TikTok, Instagram, Facebook, Snapchat, YouTube e X. Ma una misura di questo tipo può davvero proteggere la salute mentale degli adolescenti? Secondo Vera Cuzzocrea, psicologa, psicoterapeuta e vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, intervistata da Voce della Sanità, la risposta è affermativa, almeno in linea generale. «Considerando le evidenze scientifiche che testimoniano il danno prodotto dall’utilizzo prolungato della rete da parte di bambini e adolescenti e i rischi relazionali e comportamentali legati alle modalità di utilizzo, direi in linea generale di sì, almeno per le nuove generazioni», spiega. La psicologa sottolinea, tuttavia, come il tema sia particolarmente delicato per gli adolescenti che già oggi vivono immersi nell’ambiente digitale. «Per le attuali, native seppur inconsapevoli digitali generazioni di bambini e adolescenti a cui è stato dato libero accesso sarà invece necessario accompagnare al divieto anche adeguati supporti psicologici per superare eventuali traiettorie di dipendenza insieme a politiche di welfare capaci di restituire spazi altri di aggregazione e presa in carico».
Ansia, isolamento e cyberbullismo: i rischi più frequenti
Da anni la letteratura scientifica evidenzia una correlazione tra uso eccessivo dei social media e problemi quali ansia, depressione, disturbi del sonno e bassa autostima. Nella pratica clinica, però, il quadro appare ancora più ampio. «I dati a disposizione e la pratica quotidiana testimoniano anche altri rischi psicologici legati all’uso eccessivo della rete durante l’infanzia e l’adolescenza», osserva Cuzzocrea. Tra questi cita «il possibile sviluppo di disturbi del comportamento alimentare, l’isolamento e il ritiro sociale, la dispersione scolastica e l’esposizione a condotte a rischio come il cyberbullismo, la pedopornografia e il grooming».
La psicologa sottolinea inoltre come questi fenomeni non riguardino soltanto il ruolo di vittima. «Il coinvolgimento può avvenire come vittime ma anche come autori e autrici di condotte e dinamiche maltrattanti e abusanti», evidenziando come l’esposizione alla rete possa favorire comportamenti problematici da entrambe le parti della relazione. Non solo. Secondo la vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, l’esposizione continua agli stimoli digitali può avere conseguenze anche sulle capacità cognitive. «Le evidenze mostrano anche un rischio di riduzione della soglia dell’attenzione con frammentazione delle capacità cognitive – osserva Cuzzocrea – rendendo difficile non solo la concentrazione sui compiti complessi ma anche lo sviluppo di capacità di riflessione critica e mentalizzazione».
I social possono essere una risorsa?
Nonostante le criticità, i social network non rappresentano necessariamente un pericolo in sé. Molto dipende dalle modalità di utilizzo e dalla presenza di adulti in grado di accompagnare i ragazzi. «Se supportati, sarebbero importanti i benefici che un uso consapevole potrebbe dare in termini di apprendimento, sviluppo di abilità creative e sociali, occasioni relazionali e socializzanti, accesso e opportunità inclusive». Il problema, secondo l’esperta, è che oggi questo accompagnamento è spesso insufficiente. «Ad oggi prevalgono purtroppo i rischi proprio perché l’uso della rete è completamente lasciato in mano alla consapevolezza e alla competenza delle famiglie di supervisionare l’adeguato accesso della rete da parte dei figli e delle figlie».
Quando l’intelligenza artificiale diventa lo psicologo dei ragazzi
Negli ultimi anni gli psicologi stanno osservando un cambiamento profondo nel rapporto tra adolescenti e tecnologie digitali. Tra i fenomeni più preoccupanti emerge l’utilizzo crescente dell’intelligenza artificiale come sostituto del supporto psicologico. «Nell’esperienza clinica abbiamo osservato il rischio importante sulla salute mentale che l’uso eccessivo e inconsapevole può recare agli adolescenti», spiega Cuzzocrea.
I fenomeni più frequenti restano l’isolamento sociale e le condotte a rischio online. Secondo l’esperta, quando queste situazioni non vengono intercettate precocemente, «rischiano di portare alla cristallizzazione di disturbi internalizzanti ed esternalizzanti”, con conseguenze che possono protrarsi nel tempo e influenzare profondamente il percorso di crescita dell’adolescente. Ma il panorama si sta ulteriormente modificando con la diffusione dell’intelligenza artificiale. Una recente ricerca di Save the Children contenuta nell’Atlante dell’Infanzia 2025 mostra che il 92,5% degli adolescenti utilizza strumenti di IA. Ancora più significativo è il dato relativo all’uso dell’intelligenza artificiale come supporto emotivo: «Ben il 41,8% dei ragazzi e delle ragazze intervistate chiederebbe aiuto in momenti di tristezza, solitudine e ansia all’intelligenza artificiale». Un dato che, secondo la psicologa, evidenzia una sovrapposizione allarmante. «Esiste una chiara e preoccupante sovrapposizione con l’intervento psicologico che un professionista formato potrebbe fornire e un rischio evidente per la salute».
Il divieto da solo rischia di non funzionare
La psicologia suggerisce infatti che il semplice divieto raramente basta: «La ricerca psicologica testimonia che la traiettoria del disagio psicologico può essere efficacemente contrastata attraverso la presenza di aspetti protettivi che funzionano da ‘cuscinetto’ rispetto agli elementi di rischio a livello individuale, familiare e sociale». In adolescenza, aggiunge Cuzzocrea, risultano più efficaci le strategie che promuovono opportunità positive piuttosto che quelle esclusivamente restrittive. «La migliore forma di deterrenza dei comportamenti problematici consiste nella sollecitazione di azioni socialmente positive, attrattive e motivanti per le persone coinvolte». Per la psicologa è altrettanto importante favorire «il miglioramento della continuità fra il sistema delle risposte sociali esterne, istituzioni, famiglia e gruppo di appartenenza, e i meccanismi di risposte cognitive ed emotive interne all’adolescente». Per questo motivo, conclude, «il divieto generalizzato va accompagnato, soprattutto per gli adolescenti, altrimenti rischia di non essere efficace o addirittura produrre reazioni di contrasto».
La sfida italiana: educazione, famiglie e comunità
Guardando all’Italia, la soluzione non può ridursi a una sola misura. Per la vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio è necessario costruire una strategia complessiva che coinvolga istituzioni, scuola, famiglie e professionisti. «Ritengo sia necessario assumersi la responsabilità di costruire una politica globale e condivisa che promuova occasioni collettive di benessere, sistemi organizzati dove sia possibile stimolare il confronto relazionale e promuovere l’espressione di istanze positive dei e tra i ragazzi e le ragazze».
L’obiettivo, spiega, è favorire valori e competenze fondamentali come «impegno personale, empatia, collaborazione, solidarietà e responsabilità». La vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio richiama inoltre la necessità di restituire ai giovani luoghi e occasioni di incontro alternativi al mondo digitale. Per questo insiste sull’importanza di politiche di welfare capaci di creare spazi di aggregazione, confronto e presa in carico, in grado di offrire risposte concrete ai bisogni relazionali degli adolescenti. Accanto all’educazione digitale, Cuzzocrea propone anche strumenti innovativi. «Certamente fondamentale fin dalla prima infanzia non solo pensare a un’educazione digitale e magari anche a una sorta di ‘patentino’ che permetta un uso consapevole e regolamentato della rete, ma anche fornire percorsi educativi e psicologici che insegnino a stare bene insieme».
È proprio questa espressione, “star bene insieme”, a sintetizzare la proposta della psicologa: non limitarsi a insegnare come usare la tecnologia, ma educare bambini e ragazzi alle competenze affettive, relazionali e sociali che consentono di costruire relazioni sane dentro e fuori dalla rete. Un percorso che deve necessariamente coinvolgere gli adulti di riferimento. «Certamente anche le scuole ma soprattutto le famiglie andrebbero formate sul punto e supportate». Perché, conclude l’esperta, la vera sfida non è soltanto tenere i ragazzi lontani dagli schermi, ma offrire loro alternative concrete, relazioni significative e strumenti per crescere in modo sano, dentro e fuori dalla rete.
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