Appunti su ciò che di “storico” dice il gip di Caltanissetta e che vale la pena conoscere
Al direttore - Scrivo per l’articolo su “Mafia e appalti” scritto da Ermes Antonucci, al quale proprio oggi (venerdì) dedico un articolo sul Giornale, e insomma, non devo dimostrargli la mia stima. Da lui, però, mi separa una questione di grandi proporzioni, perché rispetto a un decreto di 644 pagine fondato su migliaia di documenti e scritto da un giudice di Caltanissetta, mi separa anche la liquidazione giornalistica di una ricostruzione che io considero storica. Non temo di dirlo. Antonucci parla di “monumento alla tesi precostituita”, ma davanti all’affresco del giudice Santi Bologna, riemerso da trent’anni di ridipinture, è come additare due crepe dell’intonaco e concludere che non c’è niente da vedere.
Comincio dalla parte noiosa. Santi Bologna non ha archiviato le posizioni di tre tizi: ha archiviato il procedimento 2098/2022 contro ignoti per stragi. Le loro posizioni appartengono al procedimento 808/2024 indicato a pagina 2. Non è poco: cambia l’oggetto sul quale è fondato l’articolo. Poi c’è una rappresentazione, che trovo inesatta, delle precedenti sentenze: non attestano solo l’interesse di Falcone e Borsellino per gli appalti; la sentenza d’appello su Capaci individuava una “concausa, di natura preventiva” diretta a fermare Falcone; la Capaci bis ne riprendeva la motivazione; Borsellino ter e quater affrontavano la minaccia che rappresentava per gli interessi mafiosi. Il giudice richiama questi passaggi e conclude a favore di una “concausa (non causa unica)” delle due stragi. Si può contestarlo, ma non ridurlo a “deduzione”. Insisto sull’aspetto noioso: sulla riunione del 14 luglio 1992 viene offerto un quadro che secondo me è incompleto; alle testimonianze si aggiunge la conversazione del 2024 nella quale Scarpinato prepara con Natoli l’audizione in Antimafia, e, ovvio, non risolve ciò che accadde nel 1992, ma riguarda la formazione dei ricordi successivi. Poi ci sono le bobine recuperate e i brogliacci ritrovati nel luglio 2025, ritenuti perduti. C’è un sacco di roba. Voglio dire: un conto è dire che non siano emerse nuove prove del movente delle stragi, un altro è liquidare dei documenti che aiutano a ricostruire come furono condotte le indagini, e come, per trent’anni, ne fu raccontata falsamente la storia.
Il punto decisivo è appunto quello storico. La Storia non si scrive con le sentenze, ma anche con le sentenze. C’è una cosa che ha raccontato anche un inascoltato Antonio Di Pietro (sì, lo sto citando) ed è questa: Mani pulite nacque in Sicilia, anzi peggio, perché la terza gamba del tavolino era quella mafiosa e un’altra reggeva imprese nazionali in cui Totò Riina aveva dei dividendi societari. E’ dimostrato. Falcone e Borsellino lo scoprirono quando Mani pulite neppure c’era e furono uccisi da stragi “stabilizzanti” (parole di Borsellino su quella di Capaci) in un mondo di cui anche le procure siciliane facevano parte. Che m’importa dello sciagurato processo sulla Trattativa: la “ragionevole previsione di condanna” di Santi Bologna delimita una decisione processuale, non esaurisce ciò che una democrazia deve conoscere del proprio passato. Il suo decreto ha fatto quello che fece la Cassazione del processo Andreotti: il rilievo storico non si esauriva nel dispositivo, ed è lo stesso criterio che ora impone di leggere le carte di Caltanissetta distinguendo ciò che consente un’imputazione da ciò che documenta un’epoca.
L’archiviazione di Mafia-appalti ricostruisce una stagione, obbliga a rivederne il racconto, eccede le responsabilità penali individuali (non era il suo obiettivo, lo riconosco) e investe l’isolamento di Falcone e Borsellino e gli ostacoli interni alle loro indagini, nonché la distanza fra i conflitti vissuti e la concordia dopo la loro morte. Anche l’autorappresentazione della procura di Caselli (dal 1993) appartiene a questa storia: chi si è presentato per decenni come erede di Falcone e Borsellino deve poter essere interrogato sul rapporto che ebbe con loro e con il loro lavoro, da vivi.
La domanda di verità dura da 34 anni: e non è che la famiglia di Borsellino ha atteso questo governo per formularla, né può essere annessa d’ufficio alla destra, figurarsi io: la convergenza fra Commissione antimafia, procura di Caltanissetta e lavoro giornalistico offre un’opportunità per ricomporre documenti e responsabilità che erano rimasti ancora separati. Ridurre Mafia-appalti a contromito della “trattativa” significa attribuirle un’origine partitica di cui mi frega niente: non è che servano solo condanne non prescritte affinché dei documenti cambino il giudizio su un periodo storico. Le carte chiedono conto anche della distanza tra la maniera in cui Falcone e Borsellino furono trattati (da vivi) e quella in cui furono trattati da morti, e questo precede le convenienze governative e sopravvive agli esiti dei processi. Questo paese assurdo ha diritto di conoscere la storia di quella stagione (tutta) anche quando i documenti smentiscono chi, per trent’anni, ha parlato in nome dei suoi morti. Cordialità.
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